di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 2 dicembre 2021
La relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta: "Il Cairo poteva salvarlo ma ha
coperto i servizi". Il rapporto ora approderà in aula. Intanto Fincantieri sponsorizza l'Expo egiziana delle armi. "Sappiamo, grazie anche al lavoro straordinario della magistratura, che Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza egiziani, in particolare da funzionari della National Security Agency". Riassume così, al manifesto, il punto centrale della relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta sul rapimento, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni il suo presidente, l'onorevole Erasmo Palazzotto (Leu).
Una relazione pesantissima, votata all'unanimità dopo due anni di "lavoro straordinario" (da qui sono passati presidenti del Consiglio, ministri ed ex ministri, ricercatori, ong, esperti), che puntella l'incessante attività di indagine della Procura di Roma, giunta a incriminare quattro dei presunti aguzzini del ricercatore italiano (processo al momento "sospeso" per la mancata elezione del domicilio degli imputati, prossima udienza davanti al gup di Roma il 10 gennaio prossimo).
Tre gli elementi chiave: la responsabilità diretta dei servizi egiziani e quella materiale e politica del regime dell'ex generale al-Sisi; la necessità da parte dell'Italia di interrompere l'inefficace strategia della normalizzazione per (non) avere indietro brandelli di verità; "il sostanziale isolamento dell'Italia", con i paesi Ue che alle pressioni congiunte sul Cairo hanno preferito l'occupazione di eventuali spazi - economici e politici - lasciati liberi da Roma.
"È necessaria e urgente - ci spiega Palazzotto - un'attivazione concreta dei nostri più alti livelli istituzionali, del governo in particolare, per pretendere e ottenere giustizia da parte di un regime che finora ha in tutti i modi ostacolato la verità, depistando le indagini e coprendo le responsabilità dei propri apparati. Il nostro Paese deve far sentire la propria voce in Europa e ricorrere a tutti gli strumenti della diplomazia e del diritto internazionale per esercitare pressione su un regime che nega qualsiasi collaborazione".
Per questo la relazione appena approvata sarà portata in parlamento, per dargli efficacia concreta oltre che forza politica: "Sul piano politico una mozione approvata all'unanimità ha un peso molto rilevante - conclude Palazzotto - Inoltre la Commissione mi ha dato mandato perché la relazione sia discussa dall'aula. Nel caso ci fosse un voto, si tratterebbe di un impegno del parlamento, dunque vincolante per il governo".
I vertici del nostro paese tornano così a essere investiti in pieno da un evento terribile, che in quasi sei anni non ha condotto ancora a verità. La Commissione non lesina critiche sottese nel ricostruire il business as usual figlio di una normalizzazione dei rapporti che ha fatto pensare all'Egitto che, dopotutto, quella relazione speciale non era stata incrinata da giorni di torture e il collo spezzato di un giovane ricercatore: "Nella controparte si è ingenerata l'opinione che la questione fosse chiusa o almeno confinata a una dimensione laterale".
Un'idea derivante dall'opacità italiana che ha condotto a definire "ineludibile" il rapporto con Il Cairo come fatto dall'attuale ministro degli Esteri Di Maio e ribadito dalla vendita di due fregate Fremm e di armi leggere a favore della polizia (responsabile di aver cementato l'attuale regime sulla repressione strutturale del dissenso). Succede ancora in queste ore: il primo sponsor dell'Expo militare in corso in Egitto dal 29 novembre è Fincantieri; due le aziende italiane al padiglione H2, Iveco e Intermarine.
Il Cairo sapeva cosa stava facendo e poteva salvare Giulio: l'immediata mobilitazione italiana, a ogni livello, fin dalla scomparsa, il 25 gennaio 2016, dava all'Egitto "il tempo per intervenire e per salvare la vita a Regeni. La responsabilità di questa inerzia grava tutta sulla leadership egiziana". Che ha poi giocato le sue carte alla luce delle reazioni dell'alleato, come il 3 febbraio, giorno del ritrovamento del corpo di Giulio: "È da rilevare la reazione molto stupita e negativa della parte egiziana. Ne potrebbe derivare l'impressione che per gli egiziani aver fatto ritrovare Giulio Regeni fosse da considerarsi sufficiente a chiudere il caso e a riprendere il normale andamento delle relazioni bilaterali".
Da questo momento inizia la capillare opera di depistaggio, impossibile da realizzarsi senza il coinvolgimento dei vertici politici. Sei anni dopo è ancora possibile giungere a verità, la Commissione ne è convinta, "in presenza di un'autentica collaborazione da parte egiziana", ottenibile solo con "un atto deciso e consequenziale da parte del governo" e che ponga la giustizia per Giulio "al pari delle questioni di natura geopolitica e strategica".
Spinta ulteriore potrebbe arrivare da un'effettiva solidarietà internazionale, verso l'Italia quanto verso il popolo egiziano, da parte della Ue e dell'Onu. Attraverso embarghi di armi, l'apertura di una controversia internazionale o magari smettendo di fare affari con un regime brutale. Proprio come ha fatto di nuovo ieri il primo ministro spagnolo Sanchez, che ha rinnovato con Il Cairo il protocollo di cooperazione finanziaria: 400 milioni di euro.
di Sofia Nardi
Il Resto del Carlino, 2 dicembre 2021
Un cortometraggio raccoglie le testimonianze di chi ha commesso reati contro le donne e sta affrontando un percorso riabilitante. Un tema complesso e sfaccettato che richiede l'uso delle giuste parole, di uno sguardo aperto e la voglia di guardare oltre al reato per trovare l'essere umano: si parla di violenza contro le donne e di uomini che hanno scontato o stanno scontando la pena.
Il pretesto per fare uscire l'argomento dalle mura del carcere è la realizzazione di un cortometraggio - girato da Corrado Ravaioli di Archimedia con il contributo della Fondazione Carisp - che raccoglie le testimonianze, crude e toccanti, di detenuti che, difficoltosamente, provano a tradurre in parole la loro storia in un groviglio di emozioni. Prima del video, che verrà utilizzato per sensibilizzare sul tema anche le scuole, c'è un lavoro lungo più di un ventennio rivolto ai detenuti della 'sezione protetta', coloro che, proprio per il fatto che si sono macchiati di reati sessuali, non possono condividere gli spazi con gli altri carcerati. "Per molti detenuti - spiega la direttrice Palma Mercurio - la violenza sessuale è moralmente peggiore dell'omicidio, perciò per chi l'ha commessa lo stigma è sia fuori che dentro la casa circondariale".
Senza mai dimenticare il terribile reato che hanno commesso i detenuti della 'sezione protetta', né, soprattutto, le donne che ne sono state vittime, Mercurio ricorda il ruolo del carcere: "Noi non siamo qui per 'mettere qualcuno dentro e buttare la chiave', come istintivamente si augurano alcuni cittadini leggendo sui giornali dell'ennesimo caso di cronaca nera, ma per riabilitare le persone e scongiurare il rischio di recidive. Gli uomini maltrattanti hanno una psicologia molto complessa, il loro è un fenomeno trasversale che riguarda diverse classi sociali. Ad accomunarli, di solito, c'è il fatto che il maltrattante stesso è stato vittima di violenza.
Da oltre vent'anni noi abbiamo un'attenzione particolare dal punto di vista psicologico per questa categoria di detenuti e ci avvaliamo di operatori esperti, capaci di metterli pian piano di fronte a quello che hanno fatto". Un aspetto cruciale nel processo riguarda il rischio di recidiva una volta terminata la pena: "Nel 2014, ben prima che entrasse in vigore la legge 69 del 2019 sul 'codice rosso' che impone percorsi di riabilitazione con esperti - prosegue Mercurio - abbiamo aperto uno sportello ad hoc in collaborazione con il Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì. C'è sempre un momento, a un certo punto dell'osservazione, in cui notiamo un cambiamento e capiamo che la persona è pronta. In quel momento possiamo dire che ha luogo un miracolo, solo che è un miracolo che avviene grazie a interventi mirati da parte dei professionisti".
Daniela Placido si occupa del 'Servizio oasi' e tratta proprio con gli attori di reati sessuali: "La nostra missione è quella di reintegrare queste persone nella società. Io sono una donna e parlo da operatrice donna, quindi vedo bene quanto questi reati siano gravi, ma quando conosco i vissuti disastrosi dei detenuti, ecco che il punto di vista cambia: noi dobbiamo metterli in condizione di non perpetuare la violenza uscendo dallo schema". Il centro Trattamento Uomini Maltrattanti collabora con la casa circondariale con incontri settimanali mirati, tenuti dallo psicologo Andrea Spada: "Io comincio il lavoro semplicemente incontrando la persona, non voglio mai conoscere il suo reato in anticipo, altrimenti finirei per vedere il reato e non l'individuo.
A quel punto faccio il possibile per riabilitarlo, cercando la giusta porta per entrare in contatto con uomini che, spesso, negano la loro colpevolezza. Qualche anno fa sono cominciati anche gli incontri di gruppo, oltre a quelli tradizionali anche quelli più creativi e il video 'Oltre la violenza' fa parte di questo progetto: è stato un modo per individuare un messaggio e lanciarlo verso l'esterno". Che il messaggio non sia facile da recepire, gli attori coinvolti nel progetto lo sanno bene, ma non desistono: "Dopotutto - conclude Palma Mercurio - il carcere esiste proprio per questo: non per tenere le persone dentro, ma per farle uscire migliorate".
di Michele Farina
Corriere della Sera, 2 dicembre 2021
Nel Paese africano, dove un bambino su 10 muore prima di avere 5 anni, la pandemia non fa neanche paura. È qui che "Sasn", task-force per la sicurezza alimentare, salva piccoli come Ring. Un Paese dove la parola Covid suona come una minaccia remotissima, che regala metà dei suoi vaccini anti-coronavirus ai vicini, che non ha conosciuto né lockdown né marce no vax.
È il Paese più giovane del mondo, ha appena compiuto dieci anni e chiaramente ha altre priorità. La più acuta: sfamare i suoi bambini (uno su due è denutrito), dare loro medicine quando si ammalano di malaria, dissenteria, parassiti, disturbi respiratori. In Sud Sudan almeno un bambino su 10 muore prima di arrivare a 5 anni. Più della metà degli 11 milioni di abitanti sono sfollati per via della guerra interna che non si è mai fermata tra opposte fazioni. Ci mancavano le inondazioni, le peggiori degli ultimi 60 anni, a mandare sott'acqua un terzo dei magri raccolti.
Ecco, per salutare degnamente la rinascita del piccolo Ring, età otto mesi, bisogna tener presente in che razza di presepe-Paese è venuto al mondo. Ring Yai viveva con la mamma Nyadit nel villaggio di Amour, un nome che non è affatto un programma. In verità stava morendo.
L'insicurezza alimentare in Sud Sudan colpisce sei milioni di abitanti, e i piccoli come Ring sono i più vulnerabili. Un giorno qualcuno forse gli racconterà di quella strana banda di volonterosi con base in Italia che si sono presi cura di lui. La banda della Sasn: Sostegno alla sicurezza alimentare e promozione della sana nutrizione. Un progetto partito nel 2018: sostenere 24 centri sanitari in uno dei Paesi più disastrati del mondo, facendo perno sulle comunità locali tra la regione del Bagari e la città di Wau, ha voluto dire raggiungere e sostenere in tre anni 105mila persone.
Screening da record - Mamme smunte e bambini scheletri: quando gli agenti della Sasn (sembra il nome di un commando di forze speciali) hanno portato il piccolo Ring all'Ospedale Madre Teresa, presso il Centro di stabilizzazione, gli operatori gli hanno fatto uno screening da record. Il suo braccio aveva una circonferenza di 8 centimetri, (la metà del normale alla sua età), pesava 5 chili (contro i 7-10 dei coetanei ben nutriti) e non aveva appetito (segno che stava scivolando in una condizione di non ritorno). Il bambino è stato subito trattato con latte F75 e F100. Alimentazione di emergenza: 80-100 kilocalorie per chilogrammo al giorno, distribuite in 8-12 pasti quotidiani da tre a sette giorni. Al termine del trattamento Ring aveva già messo su quasi un chilo, e il suo braccio quasi 1 cm di circonferenza. E gli era tornato l'appetito.
La cura è proseguita in ambulatorio, con speciali alimenti terapeutici pronti all'uso: barrette, paste o biscotti appositamente formulati per il trattamento della malnutrizione (molto più densi di nutrienti rispetto ai pochi alimenti disponibili in casa). Il giorno delle dimissioni per la mamma Nyadit è stata una piccola festa. Chiaro che la strada di Ring è ancora molto accidentata. Serve sostegno. Racconta Suor Bibiana dell'ospedale Madre Teresa di Wau che "un'altra grande sfida riguarda i farmaci, soprattutto per i bambini, perché le scorte che riceviamo dal Ministero non sono sufficienti per l'enorme numero delle persone malate".
La banda della Sasn non si è dispersa. E a questo punto è bello svelarne i componenti. Il progetto (triennale, finanziato dall'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) è stato gestito da un consorzio di forze di cui Vides (l'associazione di volontariato femminile legato alle missionarie salesiane) è capofila, e di cui fanno parte Amref Health Africa, l'Università di Pavia, Leviedelmadeinitaly e Bankuore Onlus. In Sud Sudan le controparti sono l'ufficio sudsudanese di Amref, Eas e Hard.
Questione di priorità - Se all'inizio di questo articolo avessimo fatto un gioco di associazione di idee (la prima cosa che vi viene in mente quando si parla di "sicurezza"?) forse non tutti avremmo pensato al cibo. La pandemia, la criminalità, il terrorismo. E invece la "sicurezza alimentare" resta la priorità numero uno per milioni e milioni di persone. In Africa, il continente che cresce demograficamente come nessun altro, se ci fosse un campionato dell'"insicurezza della tavola" sarebbe il più affollato. E il Sud Sudan del piccolo Ring Yai partirebbe favorito. Chi cerca di rompere i pronostici, come fanno gli agenti della banda Sasn, è benvenuto.
agensir.it, 2 dicembre 2021
Decine di migliaia di bambini di oltre 60 Paesi, detenuti nel campo di al-Hoq, nel nord-est della Siria, gestito dall'Amministrazione autonoma curda, languono in condizioni inumane nell'indifferenza dei governi che non mostrano alcuna intenzione di rimpatriarli. Lo ha denunciato oggi Amnesty International, sottolineando che questi bambini non hanno accesso adeguato al cibo, all'acqua potabile e a servizi essenziali come le cure mediche e l'istruzione e vivono separati dai genitori o da chi ne ha la tutela. Da quando, nel 2019, è terminato il conflitto col gruppo armato Stato islamico, circa 60.000 persone - soprattutto donne e bambini - di nazionalità siriana, irachena e di altri Stati sono state poste in stato di detenzione nel campo di al-Hoq.
"In questa struttura, sotto il controllo dell'asayish, la polizia dell'Amministrazione autonoma curda - informa Amnesty -, si trovano sospettati di affiliazione allo Stato islamico ma anche migliaia di persone che per fuggire dal conflitto avevano trovato riparo nel campo. La sezione principale del campo ospita siriani e iracheni, mentre in quella chiamata 'L'aggiunta', separata dal campo principale da un posto di blocco, si trovano donne e bambini provenienti da altri Stati.
Qui operano organizzazioni umanitarie che forniscono un minimo di cure mediche e altri servizi essenziali. I bambini e le bambine vengono separati dai genitori o dai tutori: i dodicenni ritenuti a rischio di futura radicalizzazione vengono spostati in 'centri di riabilitazione' al di fuori del campo dove la tubercolosi e la scabbia sono diffuse.
Gli altri, anche a soli due anni di età, vengono portati fuori dal campo in strutture sanitarie senza che i genitori o i tutori ricevano informazione sulla loro salute o sulla loro sorte. Per un breve periodo, la direzione del campo ha consentito alle organizzazioni umanitarie di assumere uomini e donne ma la decisione è stata annullata per ragioni non chiarite".
Un recente rapporto di Save the Children ha rivelato che solo il 40 per cento dei bambini e delle bambine di età compresa tra tre e 17 anni ricevono qualche forma di istruzione. Nel 2021, sempre secondo Save the Children, nel campo sono state uccise 79 persone, tra cui tre bambini, e altri 14 bambini sono morti in circostanze non chiarite.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 dicembre 2021
Ergastolo ostativo, tandem Letta-Grasso. Il tema trattato durante uno degli appuntamenti delle Agorà del Pd. In molti sollecitano la nuova legge sul carcere a vita dopo l'intervento della Consulta. Se il Parlamento non deciderà entro maggio 2022, l'anniversario della morte di Falcone coinciderà con una sconfitta.
di Simona Giannetti
Il Dubbio, 1 dicembre 2021
La vicenda è quella del calciatore Fabrizio Miccoli, entrato in carcere pochi giorni fa dopo che la Cassazione ha confermato la sua condanna. Il tema è quello attuale dei reati ostativi dell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, introdotto con d. l. 152 del 1991 e modificato dopo le stragi mafiose di Capaci e Via D'Amelio.
di Stefano Cecconi*
Il Manifesto, 1 dicembre 2021
Il prossimo 6 dicembre verrà finalmente insediato "l'Organismo di coordinamento relativo al processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari". L'Organismo è stato istituito con il Decreto (firmato il 22 settembre) dal Ministro della Salute Speranza, che ha così rispettato l'impegno che aveva assunto nel corso della Conferenza nazionale 2021 "Per una Salute mentale di comunità".
di Davide Mattiello
Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2021
"Non depotenziare la collaborazione con la giustizia". "La mafia stragista e sanguinaria ha lasciato un segno indelebile nella vita di molte persone e nella storia del nostro Paese. Quella di oggi, invisibile e trasnazionale, è ancora più pericolosa: basta pensare alle enormi risorse del Pnrr e alla fragilità del tessuto economico e sociale conseguente alla pandemia. La lotta alle mafie non può conoscere cedimenti e ora deve essere più intensa che mai". Così Pietro Grasso, senatore di Leu, ha chiuso l'Agorà democratica dal titolo "Combattere le mafie difendendo la Costituzione", incentrata sull'ergastolo ostativo.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2021
Il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 284 del 29 novembre 2021 (Suppl. Ordinario n. 40) con l'indicazione della vigenza. Entrerà in vigore il 14 dicembre prossimo il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188 che adegua il nostro ordinamento alla direttiva Ue (2016/343) sulla presunzione di innocenza e che accorda una serie di garanzie alle persone fisiche sottoposte a indagini o imputate in u procedimento penale. Il provvedimento è stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 284 del 29 novembre 2021 (Suppl. Ordinario n. 40) con l'indicazione della vigenza.
Ricordiamo che tra le principali novità introdotte vi è il divieto, per le autorità pubbliche, di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l'imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili.
In caso di violazione del divieto, poi, oltre all'applicazione delle eventuali sanzioni penali e disciplinari ed al risarcimento del danno, l'interessato potrà richiedere la rettifica della dichiarazione. E l'autorità dovrà procedervi "immediatamente e, comunque, non oltre quarantotto ore dalla ricezione della richiesta". Tale rettifica poi dovrà essere resa pubblica "con le medesime modalità della dichiarazione" o comunque con "modalità idonee". In caso di diniego, invece, l'interessato potrà sempre rivolgersi al tribunale in via d'urgenza.
Per quanto riguarda le modalità di raccordo tra le Procure e gli organi di informazione, la norma stabilisce, innanzitutto, che le esternazioni avvengano esclusivamente tramite comunicati "ufficiali" oppure tramite "conferenze stampa" ma in questo caso soltanto quando le vicende da trattare rivestano "particolare rilevanza pubblica".
Si prevede, infine, che la diffusione di notizie riguardanti i procedimenti penali possa aver luogo unicamente in due casi: a) quando risulti "strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini"; b) quando "ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico". Le medesime regole di condotta vanno poi osservate anche quando il procuratore della Repubblica autorizzi gli ufficiali di polizia giudiziaria a fornire informazioni sulle attività di indagini svolte, possibilità che viene ora espressamente consentita.
Il testo interviene poi sul codice di procedura penale inserendo l'articolo 115-bis (Garanzia della presunzione di innocenza) che tra l'altro riproduce nello specifico contesto normativo del codice, la generale formulazione del divieto di riferimenti pubblici alla colpevolezza in relazione ai "provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell'imputato", dal quale vengono esclusi - conformemente a quanto previsto dalla direttiva - gli "atti del pubblico ministero volti a dimostrare la colpevolezza della persona sottoposta ad indagini o dell'imputato" (art. 115-bis, comma 1). Vengono poi modificati l'articolo 314, comma 1, (aggiungendo un periodo); l'articolo 329, comma 2, (inserendo una parola); l'articolo 474 (aggiungendo il comma 1-bis).
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 dicembre 2021
L'ultimo monitoraggio Dap (Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria) sulla situazione dell'ambiente penitenziario registra un aumento di 12 unità tra i detenuti positivi, che passano quindi a 162, rispetto ai 150 rilevati lunedì 23 (su 53954 presenze effettive), di cui 158 asintomatici. Invariati numeri e condizione dei sintomatici: 2 curati nei rispettivi istituti e 2 ricoverati in ospedale. Mantengono lo stesso trend di crescita della scorsa settimana i dati relativi ai contagiati tra la Polizia Penitenziaria, che passano da 152 a 171, nessuno dei quali è dovuto ricorrere a cure ospedaliere. Tra i 18 positivi rilevati tra il personale amministrativo e dirigenziale (erano 12 la settimana scorsa) si registra invece un ricoverato.
Con le 781 dosi di questa settimana raggiungono quota 84.159 le somministrazioni vaccinali ai detenuti. Restano invece sostanzialmente invariati i dati relativi ai dipendenti cui l'Amministrazione ha offerto l'opportunità di sottoporsi al vaccino in postazioni collocate all'esterno degli istituti o in altre sedi concordate con le Asl: sono 25.054 tra la Polizia Penitenziaria e 2823 tra il personale amministrativo. A questi dati occorre aggiungere il numero di quanti hanno scelto altre modalità per vaccinarsi. Gli assenti ingiustificati, ai sensi del DL 21 settembre 2021, risultano 16 tra la Polizia Penitenziaria e 10 tra i dipendenti amministrativi e dirigenziali.









