di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 dicembre 2021
Dopo il caso del Sestante, il reparto degli "orrori" di osservazione psichiatrica del carcere di Torino, chiuso dopo la denuncia dell'associazione Antigone, assume ancora più importanza la discussione aperta a partire dalle proposte di riforma avanzate da Antigone stesso sulla vita negli istituti di pena.
garantedetenutilazio.it, 1 dicembre 2021
Il vicepresidente del Consiglio regionale Porrello: "L'Udp del Consiglio sarà il motore di un disegno di legge ad hoc". La senatrice Cirinnà lancia un appello a tutte le regioni, affinché ognuna presenti una proposta da inviare al Parlamento e la Pisana risponde. "Ci è stata presentata una ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale che ci ha portato la voce nei detenuti sul tema di come vivono la propria affettività.
L'Ufficio di presidenza del Consiglio regionale del Lazio sarà il motore per tradurre le conclusioni legislative di questo lavoro in un disegno di legge da inviare al Parlamento". Così il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Devid Porrello, a conclusione dell'incontro per la presentazione "Affettività e carcere, un progetto di riforma tra esigenze di tutela contrapposte" che si è svolto oggi alla Pisana. è questa la risposta all'appello della senatrice Monica Cirinnà, relatrice in commissione Giustizia del Senato di un disegno di legge d'iniziativa del Consiglio regionale della Toscana, volto appunto a modificare le norme in materia di relazioni tra le persone detenute e i propri familiari e i propri affetti, "persone innocenti all'esterno che scontano anche loro una pena", come ha sottolineato Cirinnà durante il suo intervento in sala Mechelli del Consiglio.
La senatrice ha riferito anche delle difficoltà che incontra il disegno di legge di cui è relatrice. "Non credo che il Parlamento approverà mai la legge della Regione Toscana, ma chiedo a tutte le regioni e di presentarne una analoga, a cominciare dal Consiglio regionale del Lazio". Di qui la risposta di Porrello e del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, secondo il quale "durante la pandemia si è rotto il tabù del digitale con le videochiamate, adesso è tempo di rompere il tabù delle sessualità nelle carceri, così avviene in molti paesi del mondo spesso considerati meno avanzati del nostro". Anastasìa, dal canto suo, auspica che la commissione per la riforma del sistema carcerario istituita dalla ministra Marta Cartabia tenga conto delle necessità emerse dalla ricerca dell'Università di Cassino presentata alla Pisana.
Dopo i saluti del presidente del Consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi, e del Rettore dell'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale, Marco Dell'Isola hanno illustrato i risultati della ricerca "Affettività e carcere", Sarah Grieco, responsabile della ricerca, e Simone Digennaro. Dalla ricerca nel corso della quale sono stati intervistati 200 detenuti e operatori penitenziari di quattro istituti penitenziari del Lazio sono emersi numerosi disagi socio-affettivi e relazionali, dovuti soprattutto al sovraffollamento che non consente la predisposizione di locali adeguati, dove poter effettuare colloqui con i propri familiari.
Insufficienti sono considerati gli spazi verdi dotati di attrezzatura per bambini e i colloqui telefonici, di soli dieci minuti ciascuno, con costi sproporzionati e in assenza di privacy. Inadeguati gli spazi per l'affettività, inesistenti quelli per l'intimità, considerata dalle persone detenute fondamentale per preservare il rapporto con il proprio partner. Gestite da operatori esterni, sono a pagamento le email sia in uscita sia in entrata.
Le restrizioni e i contatti con il mondo esterno sono considerati inadeguati dalla maggior parte delle persone detenute intervistate. Di qui la proposta dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale, volta a modificare la normativa vigente in modo da poter permettere il colloquio intimo, a prevedere soluzioni differenti per gli incontri tra adulti e per quelli tra persone detenute adulte e bambini, e a istituzionalizzare il colloquio pranzo, oggi nella discrezionalità della direzione dell'istituto penitenziario, nonché a rivedere la disciplina delle comunicazioni telefoniche
Nel corso dell'incontro, sono intervenuti anche Leonardo Circelli, magistrato del Tribunale di sorveglianza di Roma e Ottavio Casarano, direttore della casa di reclusione di Roma Rebibbia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 dicembre 2021
I dati del Rapporto sul Mezzogiorno diffusi dall'Istituto sono accompagnati da un messaggio chiaro: si insegue la rapidità prima che la qualità. Nel primo "rimbalzo ciclico" della crisi legata alla pandemia, il Sud cresce. Un po' meno del Nord ma cresce. E resta al vertice delle classifiche per area geografica rispetto a un parametro del tutto particolare: la domanda di giustizia e la conseguente maggiore durata dei procedimenti. Sono dati offerti dal Rapporto 2021 sull'economia e la società del Mezzogiorno, diffuso ieri dallo Svimez. Uno studio centrato innanzitutto sull'impatto del Pnrr e sulla possibilità che i miliardi assicurati dall'Ue aiutino, fra le tante cose, anche a ridurre il divario fra Nord e Sud del Paese. Un tema "storico" e, certo, reso perfino affascinante dalle prospettive legate al Recovery.
Eppure dietro i numeri, dietro le statistiche non sorprendenti sui giorni di attesa per avere giustizia, per ottenere una prima sentenza sia nel civile che nel penale, quasi doppi al Sud, dove si raggiunge la media dei 500 giorni, affiora un altro interrogativo: c'è il rischio che il mito efficientista costruito attorno al Pnrr ci porti verso un modello di giustizia devoto al rispetto dei parametri più che alla qualità della giurisdizione? Non è un interrogativo ozioso, se si considera che attorno alla dialettica fra "score" dei tribunali ed effettivo accesso alla giustizia si gioca per esempio la riforma del processo civile appena approvata.
Ad avvalorare il timore di uno sbilanciamento "quantitativo" rispetto alle garanzie è una figura centrale nel sistema ordinistico come il presidente del Coa di Napoli Antonio Tafuri: "Sì, c'è il rischio che si vada verso un modello di giustizia in cui la rapidità schiaccia l'equità delle decisioni. È d'altra parte il messaggio sotteso alla riforma del processo civile, che il governo ha consapevolmente disegnato e che ormai il Parlamento ha vidimato con l'approvazione dei giorni scorsi: viene prima la rapidità, poi il resto".
Tafuri fa notare come "la posizione assunta dall'intera avvocatura sulle riforme della giustizia segnali proprio lo sbilanciamento di cui parliamo. Certo nel civile si nota in modo particolare. Basti pensare", nota il presidente dell'Ordine partenopeo, "alle modifiche che impongono di anticipare tutte le domande e gli elementi della controversia, ma anche alla perdita di collegialità in diversi ambiti".
La retorica efficientista veicolata con le riforme del Pnrr può cambiare anche la cultura diffusa? La rapidità a tutti i costi inseguita anche in un settore delicatissimo come la giustizia, che tocca la vita delle persone, può condurre verso un approccio nuovo, più "anglosassone"?
"Non credo", replica Tafuri, "il modello della rapidità a tutti i costi è coltivato dalle élites politiche, nei centri decisionali, ma il comune utente del servizio giustizia non è, e credo mai sarà, disposto a barattare la qualità e l'effettività della tutela con i tempi delle decisioni. D'altra parte, ci si rende conto meglio delle questioni in gioco quando se ne è toccati in prima persona. Cominceremo a capire tutto con chiarezza quando ci arriveranno le prime sentenze emesse dall'Ufficio del processo: non sarà un giudice a studiare e valutare davvero la controversia ma degli ausiliari. Con tutto il deficit che ne può conseguire in termini di garanzie".
Si diceva dei dati a doppio risvolto raccolti dallo Svimez. Da una parte, il Mezzogiorno esprime una più intensa domanda di giustizia: la media dei casi iscritti a ruolo è di 777 per ogni 10mila abitanti, un po' più che nel Centro Italia (704) e molto più che al Nord (541). Non sorprende che la lenta ma costante riduzione dei tempi medi per la chiusura di un procedimento civile sia quasi dimezzata nel Settentrione (280 giorni) rispetto al Sud (quasi 500 giorni), con il Centro a metà strada (380).
Non è solo un problema di modelli organizzativi ma anche di maggior carico, appunto: e fin dove ci si può spingere, con la cosiddetta "ottimizzazione"? Un osservatore pronto a utilizzare proprio i numeri come il presidente dell'Unine Ordini forensi della Toscana Fabrizio Spagnoli indica un ulteriore pericolo: sottovalutare "la assoluta disomogeneità delle forze su cui può fare affidamento la macchina della giustizia. Le statistiche sono lapidarie, non raccontano che spesso le differenze fra un ufficio giudiziario e l'altro sono legate al diverso numero di magistrati e di unità di personale amministrativo. Posso citare il mio foro, Livorno, come esempio: l'organico degli amministrativi è coperto all'80 per cento, e se consideriamo tirocinanti e altre figure possiamo dire di essere a ranghi completi: sarà un caso", osserva il presidente Spagnoli, "ma Livorno è uno dei tribunali migliori d'Italia, per le statistiche. Peccato che se si guarda all'intero paese il panorama sia a macchia di leopardo, quanto a organici e, in modo quasi sempre correlato, rispetto all'efficienza".
La soluzione scelta dal governo è sbilanciata sull'Ufficio del processo: "Un'indicazione chiara, ma sulla cui efficacia è legittimo avere qualche perplessità: un conto è il personale di magistratura, altro sono figure come quelle che si sta per immettere nel sistema. Certo", osserva il presidente dell'Unione Ordini della Toscana, "parliamo di un costo diverso per i conti dello Stato: sull'Ufficio del processo ci si gioca un investimento da 2 miliardi, circa il 30 per cento del bilancio della giustizia. A me non sembra una cifra enorme, rispetto a voci di spesa come quella per il reddito di cittadinanza".
Quale può essere il punto di caduta? La preoccupazione di Spagnoli è che, "se pure si ridurrà la durata dei processi, non so se del 40 per cento come abbiamo promesso all'Ue, il risultato arrivi a discapito della qualità. Il governo ha fatto una scelta, vediamo se sarà premiata".
Però l'efficienza ha un prezzo. Se per raggiungerla si punta su un modello quantitativo, su uno smaltimento seriale, le statistiche migliorano: vedremo se per la data fatidica del 2025, quando si dovrà ridurre del 40 per cento, appunto, la durata delle cause civili, potremo dirci soddisfatti anche della qualità delle sentenze, oltre che del loro numero.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno
L'Opinione, 1 dicembre 2021
Abraham Lincoln, in riferimento alla guerra civile scoppiata fra i nordisti e i sudisti, affermò, durante un discorso tenuto presso la città di Baltimora, nello stato del Maryland, che essa era stata generata in qualche modo da una errata comprensione del significante "libertà". Infatti, per il sedicesimo presidente degli Stati Uniti la ragione di tale conflitto consisteva nel fatto che: "Il mondo non ha mai avuto una buona definizione della parola "libertà" (...) Usando la medesima parola, non intendiamo la stessa cosa".
Ogni ordinamento politico assegna al termine "libertà" un significato diverso, sebbene sia utilizzato per designare un principio generale e per questo apparentemente similare in ogni sua accezione declinata. Gli ordinamenti politici britannici e statunitensi si sono strutturati fondando le loro istituzioni sul principio fondamentale della "libertà" politica e sebbene molte nazioni europee abbiano imitato la struttura costituzionale basilare di questi Paesi, nella realtà dei fatti si sono dimostrati lungi dal poter concretamente vantare una vera "libertà" politica.
Un esempio eclatante è rappresentato dall'Italia che, pur essendo una delle più antiche civiltà europee, nel declinare il principio politico della "libertà" dimostra di interpretarlo nel modo più antinomico a come è considerato in Inghilterra e negli Usa. Infatti, negli Stati Uniti il termine "libertà" fu sancito come principio politico in modo chiaro e concreto con i primi dieci emendamenti della costituzione. Mentre in Inghilterra tale significante divenne il perno del suo Stato di diritto con l'istituzione del principio definito "Habeas corpus" (onde il nome, in latino "abbi il - tuo - corpo), il quale consiste in un atto, rilasciato dalla giurisdizione competente, con cui si ingiunge a chi detiene un prigioniero di dichiarare sia il giorno in cui è stato arrestato e sia il motivo per cui è detenuto.
Il suddetto principio fu inizialmente sancito nella "Petition of Rights" del 1627, per poi essere successivamente promulgato nel 1679 con "Habeas corpus Act", il quale ha decretato il principio dell'inviolabilità personale e ne regola ancora oggi le garanzie, le quali, nel 1816, furono estese anche riguardo alle detenzioni per cause civili, assegnando ai giudici la competenza di stabilire la verità del rapporto.
Questa differente cultura giuridica e di conseguenza politica ha determinato due visioni antitetiche tra loro, che di seguito esporrò. La prima è costituita da quella anglosassone in cui per esempio le vertenze penali devono essere risolte, come fattivamente poi accade, con un "procedimento rapido e pubblico", principio ribadito anche nel sesto emendamento della Costituzione americana. La seconda è ben rappresentata da quella italiana, in cui nonostante sia vigente una formulazione normativa che esprime la garanzia fondamentale del principio di legalità, improntato sulla riserva di legge, affinché venga tutelato il principio della libertà personale di matrice costituzionale, nei fatti ciò non si concretizza.
Infatti, all'articolo 13 della Carta costituzionale italiana si sancisce il principio inviolabile secondo il quale: "La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva".
In questo dettame, il costituente esplicita in modo categorico che la libertà personale è un diritto naturale dell'individuo a non subire nessun tipo di menomazione della sua dignità, né alcuna coercizione fisica, né assoggettamento all'altrui potere che non trovi fondamento nella Costituzione, prevedendo che la tutela della libertà personale sia salvaguardata da tre garanzie: la riserva assoluta di legge, la riserva di giurisdizione e l'obbligo della motivazione. A maggior garanzia, viene comunque sempre riconosciuta la facoltà di ricorrere sia al Tribunale della Libertà che in Cassazione, ma in questo caso solo per una eventuale violazione di legge.
Ebbene, nonostante tutte queste garantiste declinazioni del principio di legalità che si evincono dalla nostra Costituzione, ancora oggi in Italia si può riscontrare che un imputato venga detenuto diverso tempo prima del giudizio, al punto che qualora venisse riconosciuto colpevole, verrebbe comunque rimesso in libertà per aver già scontato il periodo detentivo previsto dalla successiva e tarda sentenza. E se invece fosse ritenuto innocente, avrebbe subito una gravissima violazione della propria libertà. A ritroso, tornando alla diversa interpretazione dello stesso significante "libertà", per la prevalente opinione pubblica italiana, l'Italia è una nazione libera, proprio perché questo aberrante sistema giudiziario alla maggioranza degli italiani non appare incomparabile col principio della libertà politica, come invece risulterebbe per l'opinione pubblica inglese e statunitense.
A conferma di quanto finora esposto, riporto i dati aggiornati al 31 dicembre del 2020, in riferimento agli errori giudiziari che hanno determinato un'ingiusta detenzione. Secondo quanto indica il sito errorigiudiziari, dal 1991 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29.659 casi di errori giudiziari, con una media di poco più di 988 casi all'anno, sommando i dati inerenti alle vittime di ingiusta detenzione (coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, per poi venire assolti), con i dati riguardanti le vittime di un errore giudiziario in senso stretto, ossia di coloro che dopo essere stati condannati con una sentenza definitiva, vengono assolti grazie a un successivo processo di revisione.
Inoltre, questa erronea procedura costituisce un ingente costo per l'erario dello Stato, a causa degli indennizzi e dei risarcimenti che genera e che assomma a 869.759.850 euro, con una media superiore ai 28.990.000 euro all'anno. Al postutto, come può definirsi libera una nazione in cui lo Stato di diritto è compromesso da un modus operandi lesivo della libertà personale e del principio inviolabile dell'"Habeas corpus"?
di Jeena Cucciniello
friulioggi.it, 1 dicembre 2021
La struttura penitenziale di via Spalato a Udine sarà un modello per tutte le altre iniziative di riorganizzazione delle carceri italiane. Ad affermarlo è Bernardo Petralia, capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che di recente ha presentato il nuovo progetto per il carcere.
Il progetto. La riqualificazione del carcere di via Spalato è necessaria in quanto l'edificio risale al 1925 ed è privo di spazi adeguati per i detenuti.
Secondo il programma, i lavori inizieranno nel 2022 e verranno portati a termine in tre anni. Tre saranno le principali aree di intervento. La prima è relativa alla sezione femminile, in uno stato di abbandono da venti anni: qui verrà realizzato un polo didattico e di formazione.
La seconda sarà su alcuni ex alloggi demaniali, che ospiteranno i detenuti che durante la giornata lavorano all'esterno e la sera devono rientrare. Infine, sarà riqualificato anche il cortile: diventerà un nuovo punto di ritrovo con la realizzazione di un teatro da 100 posti. I fondi per la realizzazione del progetto provengono dal dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e rientra nel fondo da 20 milioni di euro che sono stati stanziati per il trattamento dei detenuti.
Dal progetto di Udine sono stati avviati poi anche nel resto della Penisola degli interventi simili. Un esempio è a Lecce, dove sarà realizzato uno spazio dedicato solo alle attività di trattamento. Altre carceri per le quali sono previste delle riorganizzazioni sono a Padova, a Firenze, a Santa Maria Capua Vetere, Reggio Calabria, Viterbo e Rovigo.
La situazione in Fvg. La riqualificazione della struttura di via Spalato è un vero e proprio punto di inizio per la condizione generale delle carceri in Friuli Venezia Giulia. Secondo l'ultimo report di Antigone, associazione che si focalizza sulla realtà carceraria, gli edifici sono sovraffollati, sporchi e tra i peggiori d'Italia. "Tutto va rivisto e riorganizzato non solo nell'ottica di avere più posti letto, quindi dal punto di vista della quantità, ma, soprattutto, in funzione qualitativa, per consentire spazi maggiori e un benessere maggiore. Un 'nuovo volto' del carcere - afferma Petralia in un'intervista ad Agenzia Italia - che per il Dap è la priorità".
di Alessandro Benigni
La Nazione, 1 dicembre 2021
Il Consiglio comunale ha bocciato l'unica candidatura proposta per il ruolo. Pd e Associazione Palomar critici: "Non è stata gradita alla maggioranza". La città di Pistoia continuerà a non avere il proprio garante delle persone private della libertà personale. Una mancanza che va avanti ormai dal lontano 2015 (dopo la conclusione del mandato triennale di Antonio Sammartino) e che non è stata stata sanata nemmeno nell'ultima occasione utile, ovvero il consiglio comunale di lunedì: l'unica candidata al ruolo (da svolgere a titolo gratuito, dopo le modifiche operate al bando pubblicato lo scorso agosto), Giulia Melani, è stata infatti bocciata con 17 voti di astensione e sei favorevoli. I rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 stelle e Pistoia Spirito Libero sono intervenuti esponendo il proprio (vano) sostegno alla candidatura della sociologa del diritto pistoiese, mentre erano assenti i consiglieri di Italia Viva, Azione e Pistoia città di tutti. Ma soprattutto nessun esponente della maggioranza ha motivato il proprio voto.
Fatto, questo, che ha scatenato inevitabili polemiche: "Una pagina davvero vergognosa, quella scritta ieri dal consiglio comunale - afferma senza mezzi termini l'associazione Palomar - Giulia Melani è volontaria di AltroDiritto (associazione da anni impegnata per tutelare i diritti umani e costituzionali inalienabili anche per chi è detenuto, nda), da tempo svolge attività nelle carceri toscane e conosce molto bene la realtà della casa circondariale di Pistoia. Si era candidata perché è una missione, la sua, esercitata con passione e competenza, nonostante il bando modificato dagli attuali consiglieri comunali non prevedesse più alcun compenso per questa figura - prosegue - ma nonostante un curriculum ineccepibile, non è stata gradita alla maggioranza.
E il perché non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiararlo poiché non c'erano argomenti di merito ma solo mediocri motivi di schieramento che sono prevalsi sulla necessità di dotarsi di una figura di garanzia e di tutelare i diritti. È stato già annunciato un nuovo bando - conclude Palomar - lo seguiremo con attenzione, ma per ora i detenuti a Pistoia continueranno a non avere un punto di riferimento". Durissimo anche il comunicato del gruppo Pd: "la Maggioranza non ha perso l'occasione per scrivere una pagina vergognosa di questo consiglio Comunale - affermano - l'unica candidata, giovane, con un curriculum impeccabile fatto di esperienze già maturate sul tema, disponibile ad assumere un ruolo dalle enormi difficoltà e senza alcuna retribuzione, evidentemente non rispondeva alle esigenze di lottizzazione della giunta Tomasi, che ha preferito far decadere la votazione".
di Angela Stella
Il Riformista, 1 dicembre 2021
Ieri al Consiglio regionale del Lazio la presentazione della ricerca sull'affettività in carcere, con interviste a oltre 200 reclusi, e una proposta di legge. Anastasia: "Superare il tabù della sessualità". Affettività e carcere, una proposta di riforma tra esigenze di tutela contrapposte" è il titolo dell'evento che si è svolto ieri nella sede del Consiglio regionale a Roma per presentare i risultati della ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale proprio sul tema dell'affettività dietro le sbarre.
Come si legge nell'abstract del lavoro, "è stata realizzata una "ricerca-intervento", finalizzata a sviluppare una base empirica su cui costruire una proposta di legge volta allo sviluppo della qualità delle relazioni affettive nelle case circondariali italiane". Sono stati intervistati 203 detenuti tramite questionari standardizzati e diverse figure professionali e dirigenziali penitenziarie.
"I dati raccolti dalle interviste effettuate nei quattro istituti penitenziari ("San Domenico" di Cassino, la "Pagliei" di Frosinone, la casa di reclusione di Paliano e di Rebibbia femminile) ci raccontano di numerosi disagi socio-affettivi e relazionali, riscontrati nella popolazione intervistata. In particolare, le relazioni familiari, in oltre il 50% dei casi, anche a seguito delle pesanti restrizioni connesse al Covid-19, si rivelano in bilico poiché connotate da bisogni insoddisfatti, mancanza di affetto e di gesti di intimità".
La situazione peggiora per i detenuti stranieri. "Il sovraffollamento resta la causa principale dei disagi riscontrati in quanto non consente la predisposizione di locali adeguati, dove poter effettuare colloqui con i propri familiari. La presenza dei bambini in quegli stessi ambienti, con l'inevitabile aumento di rumori, rende tutto ancora più intollerabile, sia per i minori che per i detenuti". Ma guardiamo al punto fondamentale: il sesso in carcere.
"L'introduzione della sessualità in carcere con il proprio partner ha trovato un generalizzato consenso, legato soprattutto alla salvaguardia del rapporto coniugale e al benessere psicofisico; ma molti di questi pongono come condizioni indispensabili un tempo e uno spazio adeguato, lontano dalle sezioni, che vengono definite "un continuo teatro", e con accessi riservati.
La mancanza di sessualità viene avvertita con un generale senso di frustrazione, come privazione ingiustificata di libertà e "speranza" (detenuto ostativo, 28 anni, CC. di Frosinone) e punizione ulteriore per il proprio partner. Significative alcune risposte negative che mostrano l'astinenza come pena accessoria, in quanto "il carcere è incompatibile con tutto il resto perché è privazione" (detenuto alta sicurezza di 58 anni, CC. di Frosinone)".
La conclusione che si trae dalla lunga relazione di circa 80 pagine è che c'è bisogno assolutamente di un cambiamento. "Le relazioni affettive e sentimentali dei detenuti sono state messe a dura prova con il Covid e hanno mostrato tutti i limiti del nostro quadro normativo", ha spiegato il Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasia, presente all'incontro, secondo il quale la ricerca "ci consente di rivedere tutta la materia, superando anche il tabù della sessualità che può essere consentita attraverso la riservatezza dei colloqui dei detenuti e delle detenute con i propri nuclei familiari e i propri partner".
La proposta di legge, elaborata a seguito dell'analisi condotta, ha preso spunto dai risultati della ricerca e dal disegno di legge a tutela delle relazioni affettive dei detenuti, presentato lo scorso luglio 2020 in Commissione Giustizia del Senato, su iniziativa del Consiglio Regionale della Toscana e che vede come relatrice la senatrice Monica Cirinnà. Rappresenta un progetto di riforma che il Consiglio regionale del Lazio potrebbe far proprio, per poi presentarlo al Parlamento. Tra le previsioni quella di introdurre le cosiddette "Visite o colloqui intimi", accompagnate tuttavia, oltre alla mancanza di controllo visivo, da tempi (da 6 a 24 ore) e spazi adeguati.
fnsi.it, 1 dicembre 2021
Fnsi e Alg in visita ai "redattori diversamente liberi". Il Comune di Milano ha deciso di premiare, nell'ambito dei riconoscimenti dell'Ambrogino d'oro 2021, i detenuti del carcere di Opera impegnati nella realizzazione del progetto editoriale nato nel 2013. Giulietti: "Valorizzare iniziative come questa perché portano le persone a condividere percorsi di recupero".
Il Comune di Milano ha deciso di premiare, nell'ambito dei riconoscimenti dell'Ambrogino d'oro 2021, i detenuti del carcere di Opera impegnati nella realizzazione del progetto editoriale "In corso d'Opera", periodico nato nel 2013.
Alla vigilia della consegna dell'attestato di benemerenza, prevista per il 7 dicembre, una delegazione del sindacato dei giornalisti si è recato nella casa circondariale per incontrare i redattori di "In corso d'Opera" e "dare loro una specie di diploma "redattori diversamente liberi" e farli sentire parte di coloro che si battono ogni giorno per realizzare l'articolo 21 della Costituzione", ha spiegato il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti. Con lui il collega Renzo Magosso, direttore responsabile del trimestrale e il presidente dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, Paolo Perucchini. Ad accoglierli il direttore della casa di reclusione di Milano-Opera, Silvio Di Gregorio.
"Occorre valorizzare iniziative come questa perché portano le persone a condividere percorsi di recupero", ha anche rilevato il presidente Giulietti. "Quelli che sono usciti, anche dopo 10 o 20 anni di prigione, e hanno fatto con noi questa esperienza di giornalismo fanno un'altra cosa e sono felici di non delinquere più", ha osservato Magosso.
di Serena Termini
difesapopolo.it, 1 dicembre 2021
La compagnia teatrale "Liberiamo Talenti" insieme all'associazione "Un nuovo giorno" insieme per raccoglie i fondi per sostenere l'avvio de "La Locanda della Spazzina", bar food gestito da ex detenuti a Palermo. I passaggi delle opere più note di William Shakespeare recitati da alcune persone detenute ed ex detenute, hanno introdotto, al teatro Politeama Garibaldi di Palermo, "Giulietta e Romeo... una storia infinita" un musical interpretato in chiave moderna che non si ferma solo alla tragica storia d'amore ma apre una finestra di riflessione sui tanti conflitti attuali che affliggono la società.
Tra i pensieri attuali, infatti, profondi e significativi campeggiano: "Ama e cambia il mondo con la tua forza e la presenza nella vita" e poi ancora "Ama senza confini e cambia il mondo". Lo spettacolo è stato realizzato dal direttore artistico e di regia Giangrazia Calì della compagnia teatrale "Liberiamo Talenti" in collaborazione con l'associazione "Un nuovo giorno", da anni impegnata nell'avvio di percorsi di inserimento sociale per persone detenute ed ex detenute, e la onlus "AiutiAmoilBurundi". Allo spettacolo era presente inoltre il comandante della legione dei carabinieri della Sicilia B. Rosario Castello che ha fatto suonare il gruppo della fanfara dei carabinieri.
La serata artistica di beneficenza ha permesso la raccolta dei fondi utili per avviare la start up "La Locanda della Spazzina" un bar food gestito da persone ex detenute che sarà realizzato nei locali che si trovano nel popolare quartiere della Marinella donati da madre Antonina Cataldo. L'obiettivo del progetto è quello che, le persone ex detenute, uscendo dal circuito penitenziario, possano superare le difficoltà di inserimento sociale, trovando un'opportunità lavorativa per rimettersi in gioco.
Il musical "Giulietta e Romeo.... una storia infinita" opera intrisa di teatro e danza, ricca di riferimenti moderni che si armonizzano con la trama classica, nasce dall'idea di Antonella Macaluso, presidente di Un Nuovo Giorno e Giangrazia Calì della compagnia teatrale. Entrambe hanno una lunga esperienza promozionale del teatro sociale seppur in ambienti diversi: quello carcerario e quello scolastico in cui hanno utilizzato le arti teatrali come strumento pedagogico.
Il gruppo teatrale, in particolare, è ispirato al modello dei "Laboratori Teatrali Integrati" che prevede una stretta collaborazione fra persone detenute ed ex detenute, sottoposte a misure alternative, studenti, volontari e professionisti dello spettacolo.
"Dal 30 settembre mi hanno ormai scarcerato - racconta Gaspare Lo Giudice di 43 anni - è sono molto contento di essere ritornato un uomo libero a tutti gli effetti. Quella che ho fatto con il teatro è stata una esperienza bellissima perché, come gruppo misto, abbiamo interagito molto, imparando tante cose. Se ci si crede si può cambiare. Oggi sto per diventare anche papà e la mia vita sta cambiando completamente". "Con tanta forza e buona volontà se si incontrano le persone giuste si può cambiare - aggiunge pure Nicolò Brunetti di 54 anni che è in semilibertà -. La differenza tra dentro e fuori è grande e non ci sono soldi per comprare la libertà che va conquistata a piccoli passi con il nostro impegno. Purtroppo indietro non si può ritornare. Già dentro il carcere ho fatto tre anni di teatro che mi hanno aiutato tantissimo. Ringrazio il mio magistrato e tutti coloro che stanno credendo in me. Voglio invitare le persone a godersi la famiglia, i nipoti perché la libertà è un dono troppo prezioso che va sempre curato e custodito". "Sono un ex detenuto che ha fatto purtroppo tanti anni di carcere - continua pure Rosario Polizzi -. Oggi non mi sento solo perché ho incontrato tante persone che si stanno prendendo cura di noi e questa è una cosa meravigliosa. Sono orgoglioso oggi ci impegnarmi come volontario in tante iniziative dell'associazione Un nuovo giorno".
"Abbiamo iniziato in pandemia senza scoraggiarci - aggiunge anche il giovane direttore musicale Marco Dentici -. Devo dire che questa bella esperienza insieme mi ha dato la possibilità di conoscere più da vicino il mondo carcerario nei confronti del quale nutrivo prima qualche pregiudizio. Il teatro è stato occasione di scambio di vite completamente diverse che ci hanno reso persone sempre più aperte agli altri a maggior ragione nei confronti di chi ha una maggiore fragilità sociale. È stato, quindi, un arricchimento umano ma anche culturale perché ognuno di loro ha una storia che in parte abbiamo conosciuto. Nelle persone che escono dal carcere c'è tanta voglia di riscattarsi ma spesso queste si devono confrontare con una parte della società che ha paura e rimane chiusa ed ignorante nei loro confronti".
"'Una storia infinità è una storia che si ripete nel tempo e che le cronache giornaliere ci fanno rivivere nella continua violenza sulle donne, sulle figlie, avvicinandoci pure alla situazione vissuta per il momento dalle donne afghane - afferma Giangrazia Cali, ex insegnante di lungo corso. È una storia che ci fa riflettere anche sulla lotta di classe e le diverse forme di prevaricazione sociale e il conflitto di ideali tra vecchi e giovani. Nel gruppo di 26 persone abbiamo inserito alcune persone che hanno avuto dei trascorsi penali. Credo che il teatro sia molto importante soprattutto per fare crescere la propria autostima che dopo le esperienze detentive potrebbero anche perdersi".
"Seguiamo in questo momento 35 persone del circuito carcerario e penale - dice Antonella Macaluso -. Allo spettacolo hanno partecipato un buon numero di loro che ha dato un contributo diverso. Il gruppo misto è importantissimo perché avviene uno scambio molto arricchente tra tutti loro che hanno avuto un vissuto, chi dentro e chi fuori, molto diverso. Tra i temi capiscono molto cosa significa stare dentro e uscire nel dopo il carcere diventando invisibili alla società. Purtroppo, infatti, quando si esce dal carcere, la società e molto dura perché tende ad emarginare e ad escludere chi nella vita ha pagato già i propri errori. Pertanto, crediamo molto che la dignità delle persone passi soprattutto dal lavoro e per questo i fondi raccolti serviranno per offrire una opportunità lavorativa ad alcuni di loro".
di Carlo Troilo
Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2021
"Mario", nome di fantasia a tutela della sua privacy, è la prima persona in Italia a ricevere il via libera al suicidio assistito. "Mario" è marchigiano, tetraplegico, immobilizzato da 10 anni. Oltre un anno fa ha chiesto all'azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente in Italia ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze, in applicazione della sentenza di incostituzionalità della Corte Costituzionale n. 242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell'aiuto al suicidio assistito.
Dopo il diniego dell'Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche (Asur), una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona e ben due diffide legali all'Asur, "Mario" ha finalmente ottenuto il parere del Comitato etico dell'Asur Marche. Il Comitato etico, a seguito di verifica delle sue condizioni tramite un gruppo di medici specialisti, ha confermato che "Mario" possiede i requisiti per l'accesso legale al suicidio assistito così come stabilito nella sentenza Cappato-Antoniani della Corte Costituzionale.
Ma cosa succede, intanto, in Parlamento? Mentre i tribunali procedono, il Parlamento continua a rinviare (o porta avanti con esasperante lentezza) il dibattito sul testo di una legge di iniziativa popolare che è stata depositata alla Camera dalla Associazione Luca Coscioni nel settembre del 2013 con 67.000 firme di cittadini elettori (divenute molte di più nei mesi successivi) ed è rimasta nei cassetti delle Commissioni competenti per diversi anni. Fra l'altro, Marco Cappato - tesoriere della Associazione e protagonista della famosa vicenda del dj Fabio Antoniani, che lo stesso Cappato e Mina Welby accompagnarono a morire in Svizzera - ha dato vita ad un Intergruppo parlamentare in favore della eutanasia, cui hanno aderito decine di deputati di diverse parti politiche.
La prossima seduta di discussione all'interno delle Commissioni parlamentari competenti (Giustizia e Sanità) è prevista per il 9 dicembre, mentre l'invio del testo unificato all'Aula della Camera è rimandato al 13 dicembre. Nelle stesse ore dello scaricabarile di Regione Marche sul caso di Mario, in Commissione alla Camera c'è da prendere atto che c'è parere contrario agli emendamenti sull'eutanasia legale da parte dei relatori Bazoli (Pd) e Provenza (M5S). "Per loro, la legge deve riguardare solo le procedure di ciò che è già legale: l'aiuto medico al suicidio", dice Marco Cappato che continua: "Secondo Bazoli e Provenza, dunque, una persona totalmente paralizzata dovrebbe essere discriminata nella possibilità di essere aiutata a morire".
Di fronte a tale scelta politica dei principali gruppi parlamentari, che sulla carta avrebbero potuto non essere ostili alla regolamentazione dell'eutanasia, è evidente che l'unico strumento per arrivare all'eutanasia legale sarà il Referendum di abrogazione parziale del reato di "omicidio del consenziente", sottoscritto da 1.240.000 cittadini. Aspettiamo dunque che la primavera ci porti finalmente - con il voto a favore di una larga maggioranza di elettori - alla possibilità di una "morte opportuna", come la definì Piergiorgio Welby.
Ricordo fra l'altro ai miei lettori un dato che viene sempre trascurato dai politici e dalla stampa: secondo le rilevazioni dell'Istat, ogni anno si registrano in Italia oltre mille suicidi di malati, lo stesso numero dei morti per infortuni sul lavoro, per i quali giustamente si alza con forza la denuncia di giornalisti e politici, fino al Capo dello Stato.
E solo chi ha seguito da vicino la vicenda di uno di questi suicidi può capire quanta sofferenza precede e segue questa tremenda decisione. E quel che ho vissuto io con mio fratello Michele, malato terminale di cancro, che decise di porre fine alle sue atroci e inutili sofferenze gettandosi dal quarto piano della sua casa di Roma: uno dei tanti - dei troppi - che finiscono in forme atroci (l'impiccagione è "lo strumento" di suicidio più frequente, sempre secondo i dati dell'Istat) perché in Italia non è consentita quella eutanasia che da anni è lecita in molti paesi del mondo.
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