di Vittorio Da Rold
Il Domani, 7 luglio 2021
Mentre il presidente Recep Tayyip Erdoğan precipita nei sondaggi a causa di una crisi economica sempre più dura con un'inflazione al 17 per cento, la lira sempre più debole e la disoccupazione al 14 per cento, gli Stati Uniti hanno inserito la Turchia in un elenco di paesi accusati di essere implicati nell'uso di bambini soldato per le loro campagne militari, una mossa assolutamente inedita che rischia di complicare ulteriormente i già tesi rapporti tra Ankara e Washington dopo il clamoroso riconoscimento americano del "genocidio armeno" da parte dell'impero Ottomano nel 1915.
Bimbi soldato - Ora arriva un nuovo motivo di tensione tra i due paesi: il Dipartimento di stato americano ha stabilito nel suo rapporto annuale sul traffico di esseri umani (Tip, Trafficking in persons) che la Turchia sta fornendo "sostegno tangibile" alla divisione "Sultan Murad" di stanza in Siria, un gruppo armato composto da combattenti turkmeni siriani che, secondo Washington, recluta e mette sul campo minorenni tra le fila dei suoi combattenti. Un alto funzionario del Dipartimento di stato, citato dalla stampa internazionale, ha parlato di un possibile utilizzo di bambini soldato anche in Libia, sottolineando la speranza (o meglio la richiesta) di Washington di aprire un dialogo reale con Ankara per affrontare e risolvere la delicatissima questione e l'inizio del ritiro dei mercenari turchi dalla Tripolitania. È infatti la prima volta che un paese membro della Nato viene inserito in questo tipo di lista. E non è certo un bel viatico visto che Ankara è anche l'unico paese Nato ad aver acquistato missili S-400 dalla Russia, il "nemico" dell'alleanza atlantica, invece dei patriot americani.
La Turchia ha effettuato nel recente passato alcune operazioni transfrontaliere in Siria contro i miliziani dello Stato islamico (Is) e contro le milizie curde sostenute dagli Stati Uniti (Ypg), spesso cooptando tra le sue fila gruppi di combattenti siriani arruolati tra i ribelli anti-governativi. Alcuni di questi gruppi sono stati accusati da associazioni per i diritti umani e dalle Nazioni Unite di attaccare indiscriminatamente civili e compiere rapimenti e saccheggi, accuse che Ankara ha definito "infondate". La Turchia ha anche svolto un ruolo molto assertivo e di fornitura di aiuti militari in Libia con l'invio sul terreno di mercenari siriani e droni armati, a sostegno di quello che era il Governo di accordo nazionale (Gna), guidato dal premier Fayyez Al Sarraj e in opposizione al generale Haftar, quest'ultimo sostenuto dai russi.
Lasciare l'Afghanistan - I governi inseriti nella lista relativa ai bambini soldato sono soggetti a restrizioni su alcuni servizi di sicurezza e per quello che riguarda licenze commerciali per attrezzature militari, almeno in assenza di un'apposita deroga presidenziale di Biden, una possibilità per ora molto remota. Il portavoce del Dipartimento di stato Usa, Ned Price, ha assicurato che l'inserimento della Turchia nella lista non è da ritenersi collegato ai negoziati in corso sulla potenziale gestione dell'aeroporto di Kabul, in Afghanistan, paese dal quale le forze statunitensi completeranno il ritiro entro l'11 settembre prossimo dopo venti anni di permanenza. I presidenti Recep Tayyip Erdoğan e Joe Biden, hanno raggiunto un accordo verbale all'inizio di questo mese durante gli incontri nella sede Nato di Bruxelles che vedrebbe la Turchia assumere il controllo della sicurezza dell'aeroporto internazionale di Kabul dopo il ritiro della stragrande maggioranza delle forze Nato dall'Afghanistan.
La reazione turca - Il ministero degli Esteri turco non si è fatto attendere e ha definito "infondate" e "inaccettabili" le accuse americane sulla presenza di bambini soldato nelle milizie sostenute da Ankara in Siria e Libia. "Gli Stati Uniti sperano di lavorare con la Turchia per incoraggiare tutte le parti coinvolte nei conflitti in Siria e Libia a non utilizzare bambini soldato", aveva dichiarato un funzionario del dipartimento di stato. La nota del ministero turco ha replicato negando le accuse e accusando gli Usa di non aver preso in considerazione l'utilizzo di bambini soldato nelle milizie curde in Siria e Iraq.
In questo quadro sempre più destabilizzante la Turchia ha fatto sapere che continuerà le sue controverse esplorazioni in cerca di idrocarburi nel Mediterraneo orientale e al largo di Cipro. Lo ha ribadito Erdoğan domenica 4 luglio. "Dovunque ci sono nostri diritti, in un modo o nell'altro ce li prenderemo", ha affermato il leader di Ankara in modo assertivo e per niente incline alla mediazione, sottolineando che il 20 luglio intende recarsi a Cipro Nord per l'anniversario dell'intervento militare turco del 1974, (compiuto in risposta a un tentativo di golpe che voleva unire l'isola alla Grecia), nonostante le dure critiche Ue alla visita.
La zona di Cipro Nord occupata da 40mila soldati turchi non è riconosciuta da nessuno stato salvo appunto la Turchia. "Siamo in Libia, siamo in Azerbaigian, siamo in Siria, siamo nel Mediterraneo orientale, e ci resteremo", ha aggiunto Erdoğan nei consueti toni belligeranti a caccia disperata di un consenso che è sempre più evanescente di fronte a politiche avventuriste in politica estera e sempre meno convincenti in economia e per gli investitori internazionali chiamati a colmare il disavanzo delle partite correnti.
Il rapporto della Bers - Secondo l'ultimo report di previsioni della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo sulla Turchia, le riserve lorde del paese della mezzaluna sul Bosforo arrivano a 88 miliardi di dollari, mentre le riserve nette, esclusi gli swap, sono ritenute essere negative, a meno 45 miliardi di dollari. I dati devono essere considerati nel contesto di passività esterne (tra cui prestiti in scadenza in valuta forte, ndr), dovute nei prossimi dodici mesi, per circa 220 miliardi di dollari, incluso un deficit delle partite correnti pari a circa 36 miliardi di dollari. L'inflazione resta "ostinatamente alta", quasi al 17 per cento nel maggio 2021, in parte a causa del deprezzamento della lira registrato nel 2020. Il cambiamento del team economico nel novembre 2020, inclusa la nomina di un nuovo governatore della Banca centrale (Naci Agbal), prosegue il rapporto della Bers con sede a Londra, ha determinato il varo di una politica monetaria più restrittiva, con un aumento complessivo di 875 punti base dei tassi. La stretta creditizia ha provocato una significativa riduzione del premio per il rischio, la stabilizzazione della lira e un ritorno dei flussi di investimenti, ma il sentimento positivo associato alla "svolta ortodossa" è stato ribaltato con la sostituzione del governatore della Banca centrale - attualmente Sahap Kavcioglu - nel marzo 2021 da Erdoğan da sempre sensibile alle richieste di denaro a basso costo degli immobiliaristi e costruttori turchi.
Per ora le preoccupazioni degli investitori di un ritorno a politiche non ortodosse non si sono ancora avverate, sottolinea il rapporto della Bers: i tassi sono invariati e il governatore ha promesso di restare cauto. Tuttavia, con l'alternarsi di quattro governatori in due anni la credibilità delle politiche monetarie è bassa, rileva la Bers, e la Turchia è vulnerabile ai cambiamenti del sentimento degli investitori internazionali. In termini di Pil il forte momento di crescita registrato nella seconda metà del 2020 è proseguito nel primo trimestre 2021, con una crescita su base annua del 7 per cento; altri indicatori suggeriscono tuttavia che la ripresa abbia cominciato a perdere forza nel secondo trimestre. Durante quest'anno e l'anno prossimo, la crescita sarà guidata dall'export, vista la debolezza della domanda interna dovuta alla situazione finanziaria delle famiglie e l'impatto delle misure contro il Covid. Tra i rischi che gravano sulle previsioni, conclude il rapporto, ci sono la possibilità di un ritorno ma rallentato del turismo, potenziali interruzioni del piano di vaccinazioni, l'aumento dell'inflazione nelle "economie avanzate" con aumento dei tassi e "sviluppi geopolitici avversi". Un quadro più che allarmante per Erdoğan.
di Mario Giro
Il Domani, 7 luglio 2021
Lungo le coste dell'Africa orientale sta avvenendo un rivolgimento geopolitico di grandi dimensioni di cui è fondamentale conoscere l'ampiezza per prevenire le conseguenze. L'Italia è tra i paesi più interessati alla stabilità dell'intera macroregione: possiede interessi economici importanti (dal Golfo, all'Egitto, al Sudan, al Kenya, alla Tanzania e all'Etiopia); basi (Emirati - in chiusura - e Gibuti) e operazioni militari (Somalia tra le altre); ha una storica presenza in Mozambico e un'antica relazione con l'Eritrea.
A conti fatti nella Ue l'Italia è il paese con più interazioni senza discontinuità in tutta l'area, mentre - dopo la Brexit- gli altri stati membri sono coinvolti in maniera meno estesa e più puntuale. Nei giorni in cui inizia in parlamento la discussione sul decreto missioni militari all'estero, tale consapevolezza è utile per le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.
Nel mar Rosso e lungo tutta la costa africana bagnata dall'oceano indiano il nostro paese è esposto economicamente e ha interessi militari e politici. La nostra tradizionale linea per la pace e la stabilità è messa a rischio da una moltitudine di fatti strategici tra i quali: la competizione tra Egitto, Russia, Emirati e Turchia per il controllo dei porti e delle basi a uso duale (commerciale e militare) lungo tutta la costa; gli ostacoli alla libertà di commercio e la crisi debitoria di alcuni paesi, tra cui l'Etiopia, proprio nel momento in cui il nostro paese ha la presidenza del G20; l'intricata diatriba sulla base negli Emirati; la stabilità della giovane democrazia sudanese; il futuro della Somalia; gli importanti investimenti in Kenya e Tanzania; la difesa della posizione leader dell'Eni; l'intenzione della Cina di crearsi una base navale.
A ciò si sono aggiunte due prove da far tremare i polsi: la crisi dell'Etiopia e quella jihadista del nord Mozambico. In entrambi i paesi l'Italia rappresenta un partner storico. Davanti a tale quadro occorre acuta coscienza delle minacce e chiarezza sul nostro interesse nazionale.
In Etiopia la posta in gioco è enorme: se non si frena la guerra in Tigray la frattura sfascerebbe tutto il Corno causando lo scivolamento dell'Ogaden nelle sabbie mobili somale; l'acuirsi del contenzioso con l'Eritrea; la tentazione secessionista oromo e la fine di un paese millenario. Ci sarebbero conseguenze gravi in Somalia, così difficilmente tenuta a galla; a Gibuti, fino in Kenya e così via. Se ad Addis si tratta di mettere in campo forme di pressione politica, in Mozambico si può affrontare la crisi jihadista partecipando attivamente e da subito alla nascente operazione europea.
L'Italia ha tutte le carte in regola per giocarvi un ruolo da protagonista e non da comprimaria. Solo per fare un esempio: la presenza della nostra marina militare potrebbe spezzare il flusso di aiuti che arriva ai jihadisti via oceano. Non si tratta di andare in funzione combat ma di sfruttare fino in fondo le capacità stabilizzatrici e pacificatrici dei nostri militari, ben apprezzate nel mondo. Siamo intervenuti e interveniamo con missioni in paesi terzi su invito dei nostri alleati. È ora di pensare a interventi soprattutto in base al nostro interesse nazionale.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 7 luglio 2021
Dopo settimane di stallo, Pd e Cinque stelle rompono il blocco della Lega e dimostrano che, almeno col voto palese, una maggioranza in Senato c'è. Il 13 luglio si parte, ma ci sono ancora molte incognite.
L'ora della verità dura per tutto il giorno ieri al Senato ma finisce come talvolta capita nella politica e cioè nel suo esatto contrario. Il leghista Andrea Ostellari, il presidente della commissione Giustizia del Senato che per sette mesi ha tenuto la legge Zan contro l'omofobia inchiodata al palo e ha disposto 170 audizioni, poi calate a 70 in presenza e 70 scritte - sono ancora in corso - accusa Pd e Cinque stelle di fare "una forzatura" e di "non voler discutere" per aver imposto, con la forza dei numeri, di calendarizzare la legge in aula, dove arriverà il 13 luglio. Le destre di governo e di opposizione, che fino a due mesi fa sostenevano che "non c'è bisogno di una legge", adesso accusano Pd e Cinque stelle di voler affossare la legge.
Ma c'è una ragione più eclatante del mondo alla rovescia. Da giorni Matteo Renzi e i senatori di Italia viva paventano, avvisano, profetizzano la modifica in aula della legge Zan sotto i colpi dei voti segreti, che verranno chiesti e concessi nel corso della discussione (in forza dell'art.113 del regolamento del Senato, su richiesta da 15 senatori o da presidenti di gruppi di pari consistenza su temi che "incidono sui rapporti civili ed etico-sociali"). Ieri però, a voto palese, la ex maggioranza giallorossa (M5s, Pd, Leu e Iv più un plotoncino del gruppo misto e delle autonomie), il calendario d'aula è stato approvato. "Quindi vuol dire che i voti ci sono", twitta il segretario Pd Enrico Letta dopo una giornata di malumori per aver deciso la linea di mediazioni zero, "Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo". I voti ci sono, a voto palese però.
Sospetti e dispetti incrociati - Il Pd sospetta Renzi di essere pronto a votare con le destre per fare un dispetto a Letta. Renzi "rivela" che nel Pd e nei Cinque stelle ci sono malpancisti. Il senatore Ettore Licheri, grillino, sostiene che sono "cinque o sei" i colleghi in preda a tormenti etici. Nel Pd sono due le senatrici che apertamente hanno espresso dissenso sulla legge, Valeria Valente e Valeria Fedeli, assicurando però che voteranno sì. Un senatore cattolico ha confidato ai suoi colleghi la sua difficoltà a votare sì, il suo nome viene protetto ma dovrebbe trattarsi del piemontese Mino Taricco.
In realtà forse i voti non mancano. Abbondano però i veleni. Al Senato c'è qualche malumore off the record sul no alla "mediazione" proposta in extremis dalla Lega e da Italia viva. La campagna pro Zan "Dà voce al rispetto" dà voce anche al sospetto che "i componenti della corrente franceschiniana non voterebbero il ddl Zan" e come indizio viene utilizzato un "no comment" espresso dal ministro Dario Franceschini in mattinata sulla legge. Per il senatore Franco Mirabelli, che ha condotto la battaglia in commissione, "il Pd tiene e non credo che dal voto segreto avremo sorprese negative. Potremmo perderne qualcuno dalla maggioranza, ma acquisirne qualcuno dall'opposizione". Del resto per il Pd e i Cinque stelle la mediazione proposta da Ostellari è "una schifezza inaccettabile". Per rendere potabili per la Lega le proposte che ha fatto Italia viva, viene cancellata la definizione "identità di genere" (si offre tutela "contro ogni forma di discriminazione fondata sul sesso, genere e orientamento sessuale nonché contro ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità") e si depennano le iniziative nelle scuole. Niente da fare.
Dopo la riunione, una nuova riunione fra Pd, Cinque stelle, Leu con il Gruppo delle autonomie che spinge per accettare la proposta della Lega, altre 24 ore per mediare ancora.
Verso il verdetto - Nel pomeriggio l'aula conferma il calendario d'aula. Il 13 luglio la legge inizia il suo iter. La votazione conferma che la maggioranza c'è, a voto palese e con Italia viva. Davide Faraone, capogruppo renziano, appoggia la richiesta di rimandare la discussione al 20 luglio, o al 22, che arriva dalle destre: "Il presidente Ostellari ci ha sottoposto una proposta che per noi è perfettibile, ma è una proposta che ha avvicinato tantissimo le posizioni presenti in questo Senato.
La data certa veniva mantenuta, erano chieste 24 ore per votare il calendario mercoledì invece che martedì". Ma poi si arrende e vota con i giallorossi. La forzista Anna Maria Bernini, che pure definisce la Legge Zan "un importante passo in avanti per la nostra civiltà" promette collaborazione vera in cambio di modifiche. Il leghista Massimiliano Romeo racconta di aver ricevuto le preghiere di Arcilesbica "per favore cambiate questa legge" e accusa Pd e Cinque stelle di "avvelenare il clima politico della maggioranza di governo".
Letta è consapevole dei pericoli che corre la legge. "Oggi abbiamo messo la parola fine a sette mesi di ostruzionismo e di giochi al ribasso sui diritti", è il ragionamento che circola al Nazareno, "Da qui al passaggio in aula ci sono sette giorni. Che siano quelli della serietà e della coerenza. In ballo c'è una legge di civiltà e il Senato è la sede in cui tutti devono assumersi la responsabilità di fronte al paese".
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 7 luglio 2021
Dopo ore di vertice e tentativi di mediazione ancora niente da fare. C'è una formula che impedisce ogni accordo: "Identità di genere". Il testo di legge passerà direttamente all'esame dell'Aula il 13 luglio.
Ore di vertice, qualche passo avanti riconosciuto anche dalla maggioranza, sia pur non ufficialmente, nella proposta di mediazione avanzata dal presidente della commissione Giustizia Ostellari, ma niente da fare. C'è una formula che impedisce ogni accordo: "Identità di genere". La proposta Ostellari era indigesta a una parte sia della Lega, quella rappresentata dal celebre Pillon, sia di Fi, con Malan che ha messo in campo i diritti di alcune minoranze. Ma le parole magiche non c'erano e pertanto Pd, M5S e LeU, chi con maggiore e chi con minore convinzione, la hanno considerata irricevibile.
Iv e la destra ha tentato di rinviare sia il voto di oggi sul calendario, di 24 ore, sia l'approdo in aula, non il 13 ma il 22 luglio. Opzioni entrambe rifiutate nonostante l'intervento della presidente Casellati a favore dello slittamento. Iv ha deciso di onorare l'accordo per cui, in cambio dell'apertura del tavolo, avrebbe approvato, pur non concordando, la calendarizzazione in aula il 13 luglio. Ma quello che si aprirà la settimana prossima non sarà un dibattito parlamentare. Sarà un'arena quasi senza regole, una battaglia che difficilmente resterà senza conseguenze.
Nulla è chiaro, nulla è definito, nulla è certo. L'agenda del Senato, alla vigilia di una pausa estiva che stavolta potrebbe essere posticipata di parecchio, è fitta di impegni non prorogabili. Di fronte a un eventuale diluvio di emendamenti è impossibile dire quando la saga avrà termine. O meglio quando avrà termine questa puntata perché l'eventualità che la legge sia modificata a voto segreto e debba pertanto tornare in aula sono altissime. Era ed è invitabile? Certamente no.
Tutti ammettono che il testo proposto da Ostellari segna il superamento dell'ostruzionismo e lo stesso testo è ulteriormente modificabile. Il solo scoglio è la richiesta di inserire la formula "identità di genere" che peraltro sarebbe comunque considerata ai fini dell'aggravante e che è già garantita dalle sentenze della Corte costituzionale, dunque la sua citazione nella legge è inessenziale. D'altra parte si sarebbe potuto trovare modo di nominare la formula catechistica senza incidere sulla sostanza della mediazione. A provocare lo scontro che sarà inevitabilmente incandescente, salvo possibile ma molto improbabile accordo in questa settimana, sarà la difesa di una bandiera e nulla di più, o almeno, da entrambe le parti, nulla di più sostanziale. Entrambe le fazioni ritengono che eliminare, o sul fronte opposto accettare, quella formuletta significherebbe per il proprio elettorato "perdere la faccia", rinunciare a un elemento identitario.Sarebbe grave ma comune se la questione creasse un solco tra maggioranza e opposizione. In questo caso, invece, lo crea all'interno di una maggioranza che, pur se anomala, tale resta. Per questo la guerra del ddl Zan non promette nulla di buono.
E' infatti essenziale che la maggioranza, pur se combattendosi come è inevitabile dati i suoi caratteri, mantenga almeno un filo se non di vera solidarietà almeno di forzosa unità. Un clima da contrapposizione frontale e guerra guerreggiata, tanto più con la crisi dei 5S tutt'altro che superata e dagli esiti comunque imprevedibili, è una mina vagante ad alto potenziale esplosivo.Nel giro pochi mesi, inoltre, si arriverà all'appuntamento fatale con l'elezione del nuovo capo dello Stato e lì l'assenza di quel filo unitario di fondo nella maggioranza può innescare davvero una tritacarne dalle conseguenze imprevedibili. E' possibile che la manovra Di Renzi miri proprio a un avvicinamento con la destra in vista di quell'appuntamento. Ma, intenzionale o no, questo sarà comunque il risultato del fronteggiamento sulla Zan e non faciliterà le cose quando si arriverà al momento di dover scegliere il successore di Sergio Mattarella.
Sul fronte della destra, inoltre, la scelta bellica sulla Zan è una vittoria netta per la posizione intransigente di FdI, contraria in modo secco alla legge, e un indebolimento della liea molto più mediatrice non solo di Fi ma anche, almeno nell'ultima fase, della Lega. Nella sfida non solo per la leadership ma anche per la natura della destra la vicenda della legge Zan peserà più di quanto non si creda. A meno che, a questo punto quasi per miracolo, nei prossimi giorni le fazioni non decidano di rinunciare alle loro bandierine.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 7 luglio 2021
Il coraggio di Thein Nu. Il tribunale militare infligge una pena di 20 anni di lavori forzati ai tre responsabili dello stupro. "Se fossi stata zitta non so quante altre donne avrebbero subito abusi in silenzio". È un giorno qualunque del giugno scorso durante una delle tante guerre dimenticate nell'Arakan birmano. Quando Thein Nu, 36 anni, sente le armi da fuoco sparare a poca distanza da lei prende uno dei suoi 4 figli e corre assieme ad altri familiari e donne del villaggio a casa della suocera. Ma attorno a mezzanotte i soldati dell'esercito del Myanmar le scoprono dopo aver sentito il pianto di un bambino.
Illuminata da una torcia in faccia, scelgono di violentare lei, la più giovane del gruppo, certi dell'impunità goduta da tutti i loro commilitoni birmani spediti a domare la ribellione armata nello Stato dei separatisti dell'Arakan Army. Sono in quattro, uno solo assiste per coprirgli le spalle. Ma gli stupratori in uniforme sottovalutano la personalità della donna: grazie alla sua denuncia nei giorni scorsi tre di loro sono stati condannati dal "loro" tribunale militare a 20 anni di lavori forzati. È un prezzo mai pagato finora da nessuno dei tadmadaw, i soldati della etnia di maggioranza bamar, o buddhisti birmani come la leader e Nobel della Pace Aung San Suu Kyi.
Thein Nu - anche lei buddhista - è il nome che le ha dato l'agenzia France Presse alla quale la donna ha raccontato la sua storia di riscatto inusuale in queste regioni dove regnano terrore, fame e ignoranza. Rivela risvolti familiari tristi e ulteriormente significativi della difficoltà per una donna meno determinata di lei a denunciare i suoi aguzzini. Suo marito, da anni emigrato in Thailandia per sfuggire a guerra e fame mantenendo la famiglia, l'ha ripudiata appena saputo cosa era successo e ha smesso di mandarle i soldi mensili che le permettevano di sopravvivere assieme ai numerosi figli.
"Molte donne come me hanno già sopportato la stessa cosa", ha detto Thein Nu all'Afp. "Se fossi stata zitta non so quante altre sarebbero ancora abusate in silenzio. È un invito alle altre di fare come me". Lo stigma sociale non è stato però il maggiore ostacolo incontrato da Nu nella sua ricerca di giustizia. I militari da lei accusati e riconosciuti, hanno detto che si era inventata tutto, ma i giudici con le stesse uniformi non li hanno creduti. Hanno capito che il volto di Nu, mentre raccontava che cosa le era successo, non era quello di un'attrice ma quello di tante donne come lei, che avrebbero voluto denunciare le sevizie subite e hanno preferito di no perché è quasi sempre stato inutile e dannoso farlo.
"Sono sia felice che triste", ha spiegato Nu all'agenzia di stampa dicendosi ancora incredula della decisione del tribunale. "Non credo certo che questo verdetto fermerà gli stupri e gli abusi contro le donne nelle aree di conflitto perché loro (i militari) sono persone inaffidabili con due facce". In ogni caso la punizione dei tre tadmadaw è stata pubblicizzata ampiamente da fonti militari e media governativi per dimostrare la trasparenza delle indagini effettuate nel Paese sulle denunce di abusi umanitari.
Forse il Myanmar ha deciso di recuperare almeno in parte l'immagine inquietante trasmessa al mondo con il massacro e l'esodo dei musulmani Rohingya che vivevano a loro volta in Arakan lungo i confini col Bangladesh. I suoi generali e ufficiali sono per questo sotto istruttoria processuale all'Aia per crimini contro l'umanità, e le denunce di stupro delle donne Rohingya costituiscono migliaia di pagine del dossier delle stesse Nazioni Unite, che i generali considerano "manipolato" e "falso".
Seppure soddisfatti dal precedente importante stabilito da Thein Nu, molti attivisti spiegano che è troppo presto per giudicare se d'ora in poi ci sarà davvero una svolta nel comportamento etico delle forze armate. Phil Robertson di Human Rights Watch ne dubita, ricordando il passato di negazioni e perfino controdenunce per diffamazione contro le vittime. Thein Nu dal canto suo vuole vedere davanti alla gustizia anche il quarto ufficiale anziano e la Corte ha già annunciato che sarà interrogato e indagato.
Nel frattempo, da quando sono state emesse le condanne, sono aumentate le denunce di altre vittime di stupro. Lo ha rivelato Nyo Aye, presidente dell'Arakan Women Network che ha fornito a Nu e figli assistenza legale, consulenza e rifugio. "Per ora manteniamo viva la speranza - ha aggiunto - che accadrà lo stesso per casi simili accaduti in altre aree etniche del Paese". La coraggiosa Nu ora aspetta con trepidazione un altro verdetto non legale che - spera - arriverà col tempo, se suo marito deciderà di riprenderla con sé assieme ai bambini. "Soffro silenziosamente per questo dolore, posso solo sperare che gradualmente mi capirà ", ha detto all'Afp.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 7 luglio 2021
È una condanna farsa che mette fine a un processo farsa in cui l'imputato non potrà ricorrere in appello. Viktor Babariko, ex amministratore delegato della banca Belgazprombank, appena 11 mesi fa sfidava il padre-padrone della Bielorussia Alexandr Lukashenko (al potere da oltre 26 anni) come candidato principale dell'opposizione.
Oggi è un politico e un uomo finito: dovrà infatti scontare 14 anni di reclusione in una colonia penale di massima sicurezza e pagare una multa di 18 milioni di dollari. Così ha deciso la Corte suprema che lo ha riconosciuto colpevole di corruzione (avrebbe intascato delle tangenti) e cospirazione: per i verdetti della più alta istituzione giuridica del Paese è previsto c un unico grado di giudizio inappellabile. Altre otto persone sono state condannate nello stesso processo. Tranne Babariko, tutti hanno patteggiato la pena.
La sua più vicina consigliera, Maria Kolesnikova, è stata una delle tre figure femminili che hanno guidato la protesta dell'opposizione dopo il suo arresto con decine di migliaia di persono che sono scese in piazza scontrandosi contro il muro di repressione del regime. Lei stessa è stata incarcerata dopo aver rifiutato di andare in esilio ed è stata perseguita per "cospirazione politica per prendere il potere". Il procedimento penale contro gli ex alti dirigenti della Belgazprombank è iniziato a Minsk lo scorso febbraio. Secondo la procura di Minsk una banda legata al crimine organizzato sfruttava le attività della banca, sotto la guida di Babariko, prelevando denaro all'estero. Il nucleo del gruppo criminale si sarebbe formato entro nel 2008, e sino al 2020 l'ex banchiere avrebbe coordinato le azioni dei suoi membri, stabilendo l'incarico di ognuno e assegnando loro remunerazioni illecite.
L'avvocato Dzmitry Layeusk parla di "sentenza politica vergognosa" e poiché in Bielorussia non esistono tribunali superiori a cui appellarsi annuncia un ricorso al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Babariko, 57 anni, si era dimesso nel maggio dello scorso anno dalla banca di proprietà della Gazprom PJSC statale russa per correre contro Lukashenko alle elezioni presidenziali. In poche settimane, le autorità lo hanno arrestato dopo aver aperto un'indagine criminale nella banca. Babariko è stato tenuto in prigione per più di un anno dal servizio di sicurezza dell'ex repubblica sovietica, che ancora oggi è chiamato KGB.
Da quando ha rivendicato la vittoria con l'80% delle elezioni di agosto denunciate come fraudolente dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, Lukashenko ha condotto un'incessante campagna di repressione contro gli oppositori. Mentre l'Occidente ha risposto con sanzioni, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto il suo alleato e rafforzato i legami con la Bielorussia oggi come mai protetta dal Cremlino. Centinaia di attivisti sono tuttora in carcere o sono fuggiti all'estero dopo la violenta repressione della polizia durante le manifestazioni di protesta, con diffuse accuse di tortura in custodia raccolte dalle organizzazioni umanitarie e da osservatori indipendenti.
Sul caso Barbariko è intervenuta l'Unione europea, denunciando un processo fuori dal perimetro dello Stato di diritto e chiedendo l'immediata liberazione dell'oppositore. In una nota ufficiale il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae) afferma che Babariko è detenuto "per il solo motivo di aver cercato di esercitare il suo diritto politico di candidarsi alle elezioni presidenziali dell'agosto 2020". Per il Seae, "questa sentenza è uno degli almeno 125 recenti verdetti ingiusti e arbitrari dei tribunali bielorussi in processi politicamente motivati, spesso tenuti a porte chiuse e senza un giusto processo legale".
di Katia Poneti
Il Manifesto, 7 luglio 2021
Lo scorso 26 maggio la Corte Costituzionale ha esaminato la disciplina, introdotta dalle leggi 9/2012 e 81/2014, in materia di REMS (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) destinate, insieme ai servizi sanitari territoriali, ad accogliere le persone con patologia psichiatrica autrici di reato. In particolare, le REMS sono destinate ai casi più gravi, in base al principio di extrema ratio della misura detentiva.
La questione di costituzionalità è stata sollevata dal Tribunale di Tivoli e parte dalla costatazione del problema delle liste d'attesa per l'ingresso in REMS, liste ogni anno più lunghe. Tuttavia, propone di risolvere il problema affossando la riforma che, è bene ricordarlo, ha istituito le REMS come risultato del processo di superamento degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), con la messa al centro del diritto alla salute delle persone, di tutte le persone, anche di quelle che hanno commesso reati e sono considerate socialmente pericolose. Secondo l'ordinanza di Tivoli dovrebbe infatti essere attribuito al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria il ruolo di decidere sull'inserimento, con lo scopo di superare il limite del numero chiuso previsto per le REMS.
Si poteva ipotizzare che la Corte avrebbe dichiarata inammissibile la questione oppure auspicare che si pronunciasse nel merito ribadendo, anche nel caso delle REMS, la sua importante giurisprudenza in materia di salute. Così non è stato e l'ordinanza n. 131, depositata il 24 giugno, ha adottato un diverso approccio: la Corte ha rinviato la decisione di 90 giorni disponendo un'apposita istruttoria (in base all'art. 12 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte) per avere maggiori informazioni sul funzionamento concreto del sistema delle REMS.
I quesiti possono essere raggruppati per tipologia. Un primo gruppo riguarda la richiesta di dati quantitativi e qualitativi sul fenomeno dell'internamento in REMS: punti da a) a f). Un secondo gruppo concerne la ricognizione di specifiche modalità e difficoltà di funzionamento del sistema delle REMS e i ruoli rispettivamente svolti dal Ministero della Giustizia, dal Ministero della Salute e dalle Regioni: punti da g) a m). Un ultimo punto (lett. n) riguarda l'esistenza di proposte di riforma del sistema.
Stupisce che debba essere la Corte Costituzionale a chiedere tali dati poiché si tratta di conoscenze che dovrebbero essere raccolte in modo ordinario per valutare l'impatto di una riforma di grande rilievo. Non sono mancati alcuni studi, come quelli condotti dall'ex-Commissario per il superamento degli OPG Franco Corleone, le Relazioni del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, la ricerca recentemente pubblicata dall'Università di Torino, i contributi del Coordinamento Stop Opg. Ma il dato ufficiale lo si sta andando a ricostruire solo adesso. Ed è un passo importante perché va a colmare un vuoto di conoscenza, ma offre anche un'opportunità di azione.
Su tre aspetti si richiama l'attenzione. Che l'impulso dato dalla Corte sia accolto non solo come risposta all'emergenza, ma come occasione per la costruzione di un meccanismo permanente di monitoraggio del sistema delle REMS e di investimenti pubblici strutturali per l'assistenza psichiatrica. Che il dato numerico sia letto alla luce delle dinamiche del sistema, per esempio comparando le situazioni delle diverse regioni privilegiando le buone prassi e affrontando il problema delle misure provvisorie: secondo il Garante nazionale, Relazione annuale 2021, risultano detenute in carcere in attesa di REMS, al 19.04.2021, 65 persone di cui 62 con misura provvisoria, e il problema è concentrato in 5 regioni. Che una proposta di legge, che disciplina in modo organico la tutela della salute mentale per gli autori di reato, superando la distinzione tra folli rei e rei folli, e che valorizza la libertà e la responsabilità della persona, è depositata alla Camera dei deputati (n.2939).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 luglio 2021
La vicenda di Vincenzo Iannazzo riportata su Il Dubbio ha aperto uno squarcio sulla situazione sanitaria del carcere di Parma. Esattamente il centro clinico interno dove si trova in regime di 41 bis, non è più in grado di dare assistenza ai detenuti che hanno gravi patologie fisiche. Lo aveva scritto nero su bianco la Asl locale tramite una segnalazione alle autorità, anche in risposta alla sollecitazione del Garante nazionale delle persone private della libertà.
Per rispondere alla situazione del recluso Iannazzo, la Asl ha approfittato per segnalare un problema generale. "Si approfitta dell'occasione per segnalare che tali assegnazioni senza preavviso presso i nostri Istituti al fine di avvalersi del Sai per soggetti con patologie - si legge nella missiva - necessitanti in ogni caso assistenza sanitaria intensiva, sta mettendo in seria difficoltà lo standard assistenziale di questa Unità Operativa: ad oggi si contano in Istituto circa n. 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza".
La Asl dice chiaramente che al carcere di Parma non sono in grado di poter garantire un'assidua assistenza sanitaria. Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha, ha spiegato a Il Dubbio che la prevalenza delle loro segnalazioni sono relative a gravi, se non gravissime, problematiche di salute che all'interno delle strutture penitenziarie non riescono ad essere affrontate e ciò vanno a "configurare quel trattamento inumano e degradante che la nostra Costituzione, e prima ancora la nostra umanità, vietano espressamente". Berardi denuncia con forza: "Mi chiedo che senso abbia la detenzione per una persona come Iannazzo e per tutti quelli si trovano in condizioni simili. Qual è la funzione che esercita su di loro? Questa è la rieducazione? È così che si realizza la sicurezza dell'Italia? Qual è il pericolo che corre la società da questa persona tanto da dovergli continuare ad applicare il regime di 41 bis?".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 luglio 2021
Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus, sollecita la risoluzione del caso del detenuto che ha gravi patologie sia fisiche che mentali. La decisione sul rinnovo del carcere duro rimandata a novembre.
Lo stato di salute di Vincenzino Iannazzo, uno dei 41 bis fatti rientrare in carcere dopo la strumentalizzazione delle cosiddette "scarcerazioni", si è ulteriormente aggravato. Mentre avvenivano i pestaggi, documentati su questo giornale, i mass media erano concentrati a cavalcare la polemica, tanto che l'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede varò in fretta e furia un decreto che ha fatto rientrare tutti i detenuti incompatibili con il carcere. Alcuni di loro, al rientro sono anche morti.
La denuncia dell'Associazione Yairaiha Onlus - A denunciare il caso di Iannazzo è Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus. Un caso che Il Dubbio ha seguito, partendo dalle mosse dei familiari con le continue istanze puntualmente rigettate, l'attivismo dell'associazione Yairaiha e la relazione del responsabile sanitario del carcere di Parma dove c'è scritto nero su bianco che non riescono ad assisterlo adeguatamente. Il carcere, soprattutto quello duro, è incompatibile. L'associazione Yairaiha, a seguito del mancato intervento per ovviare al gravoso problema che persiste, ha inviato l'ennesima missiva alle autorità competenti. Dal Dap, passando per la ministra Cartabia, fino al tribunale di sorveglianza e al direttore del carcere parmense.
Le patologie del signor Iannazzo si sono aggravate in quest'ultimo anno - "Come ampiamente documentato nel corso di questo ultimo anno - scrive Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha, il signor Iannazzo soffre di una serie di pluripatologie fra le quali spicca senza dubbio, per gravità e manifestazioni che comporta, la demenza a corpi di Lewy". Continua la presidente: "Tale malattia, diagnosticata con assoluta certezza dal reparto di medicina protetta dell'Ospedale di Belcolle di Viterbo dove il Sig. Iannazzo è stato ricoverato ininterrottamente da giugno a novembre 2020, comporta per il detenuto gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, attenzione, ragionamento, linguaggio), allucinazioni visive con conseguenti stati di agitazione e difficoltà a svolgere in maniera autonoma le attività del vivere giornaliero". Nonostante questo quadro di assoluta gravità descritto dai sanitari che lo hanno avuto in cura, Iannazzo è attualmente detenuto presso il centro clinico del carcere di Parma in regime di 41 bis, con tutte le restrizioni che esso comporta. "In particolare - denuncia sempre Sandra Berardi -, lo stato di isolamento h24 sta contribuendo, come peraltro già segnalato dai medici, a peggiorare inesorabilmente le condizioni di salute del detenuto, che si presenta ai colloqui con i familiari disorientato, confuso, spesso non riconoscendoli e con evidenti difficoltà comunicative con loro".
I familiari portano indumenti a ogni colloquio e non ricevono indietro quelli sporchi - L'associazione aggiunge il particolare che i familiari sono costretti a portare nuovi indumenti ad ogni colloquio senza mai ricevere indietro quelli sporchi. "Stesso discorso per quanto riguarda i soldi - sottolinea Berardi - che puntualmente accreditano sul conto del proprio congiunto: nessuno ne ha contezza né, tanto meno, riescono a sapere se vengono utilizzati". Ribadiamo che il responsabile sanitario del carcere, ha segnalato l'impossibilità di fornire assistenza continuativa e cure adeguate al detenuto. Nonostante ciò, le sue condizioni da ristretto rimangono invariate. "Qual è il senso del regime detentivo - si legge nella missiva inviata alle autorità -, oltretutto particolarmente restrittivo, imposto per un soggetto che versa in tali condizioni psico-fisiche? Quale rieducazione può realizzare la pena se lo stesso detenuto non è in grado di comprenderne il senso? Qual è la pericolosità sociale di una persona ormai demente e la minaccia che corre la società italiana da un suo cittadino, ormai completamente inerme e in balia degli eventi di cui ha poca contezza, tanto da dovergli applicare il regime del 41-bis?".
La decisione sul rinnovo del 41 bis è slittata da giugno a novembre - A giugno del 2020 il tribunale di sorveglianza di Roma avrebbe dovuto decidere sul rinnovo del 41 bis. Ma la discussione è stata rimandata di un anno, a novembre prossimo. Nel frattempo Iannazzo continua a rimanere detenuto in una condizione che rasenta il trattamento inumano e degradante. Quindi in contrasto non solo con l'articolo 27 della nostra Costituzione italiana, ma anche con l'articolo 3 della convenzione europea. Ha senso una carcerazione dura? Il 41 bis è stato concepito per uno scopo bene preciso. Quello di evitare che un boss possa dare ordine all'esterno e al proprio gruppo criminale di appartenenza. Uno in queste condizioni psico fisiche che ha allucinazioni, può davvero essere un pericolo tanto da giustificare l regime duro? Basta un'altra pronuncia della Corte Europea e Il 41 bis rischia di essere smantellato. La colpa sarà da ricercare in questo ennesimo abuso e da chi reclama ancora più restrizioni.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 7 luglio 2021
A 11 mesi dall'esplosione al porto di Beirut, la Banca Mondiale ha definito la crisi "tra le tre più gravi sul nostro Pianeta dalla metà dell'Ottocento". La crisi è talmente catastrofica che gli esperti della Banca Mondiale non esitano a definirla "tra le tre più gravi sul nostro Pianeta dalla metà dell'Ottocento". Lo testimoniano le code di intere giornate ai distributori, i tagli continui alla rete elettrica nazionale, la mancanza di beni essenziali come le medicine, i supermercati chiusi, il crollo dei salari, il quasi azzeramento del valore della moneta nazionale e le banche serrate. Immaginate cosa significhi per un'intera popolazione scoprire che i risparmi sono congelati, non solo non c'è accesso al credito, ma soprattutto si deve vivere alla giornata, occorre arrangiarsi tra mercato nero, corruzione imperante e assenza di aiuti pubblici.
Parliamo del Libano. Poco meno di un anno fa i suoi circa 6 milioni di abitanti (inclusi oltre un milione di profughi siriani arrivati dal 2011) credevano genuinamente di avere toccato il fondo. La terribile esplosione del 4 agosto che aveva devastato il cuore di Beirut (almeno 200 morti, circa 6.000 feriti e danni per miliardi di euro) era stata letta allo stesso tempo come l'ennesima prova dell'inefficienza cronica di una classe politica e amministrativa corrotta sino al midollo, ma anche quale occasione di riforme e riscatto nazionale. Le circa 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio giacevano da oltre 7 anni in un hangar semi-abbandonato nella zona commerciale del porto.
Emerse presto che non c'era traccia di attentato, seppure diversi politici e commentatori avessero puntato il dito contro "nemici esterni" e non meglio chiariti "complotti" locali funzionali alla loro causa. Si era piuttosto trattato di un incidente. Avevano provocato la deflagrazione un banalissimo cortocircuito, unito al calore dell'estate e al particolare assurdo per cui accanto al nitrato estremamente esplosivo erano accatastate scatole di fuochi d'artificio. Ma la cosa era in realtà ancora più grave. Sbatteva in faccia a tutti ciò che ogni libanese ben conosce nell'intimo: la Stato è fallito, i partiti tradizionali a parole si fanno la guerra, ma nei fatti cooperano sottobanco per restare a spartirsi la gestione del Paese.
Il riscatto sperato nel 2020 non è mai avvenuto: al contrario, oggi prevale la stagnazione. L'Orient le Jour, il quotidiano in lingua francese vicino alla componente anti-siriana della comunità cristiana locale, sottolinea che la mancanza di carburante è alimentata dai contrabbandieri collusi con i partiti e le forze di sicurezza che ne permettono la vendita illegale al regime di Bashar Assad. Il motivo è presto detto: in Libano il carburante è fortemente sussidiato dalle casse pubbliche, venderlo invece in Siria a prezzi molto più alti garantisce enormi incassi in nero, che vengono poi spartiti tra le autorità coinvolte. A complicare la crisi sta anche il fatto che il collasso dell'economia siriana ha praticamente azzerato gli scambi commerciali col Libano, una volta valevano miliardi.
Non è strano che ieri Hassan Diab, il premier dimissionario da circa 10 mesi ma costretto a dirigere il governo di transizione, abbia lanciato una drammatica richiesta di aiuto alla comunità internazionale paventando "l'imminenza di una grave e violenta esplosione sociale". In pochi mesi il prodotto interno lordo si è ridotto del 40 per cento. Due anni fa il dollaro valeva meno di 1.000 lire libanesi, oggi più di 18.000 al mercato nero (il cambio ufficiale, che nessuno usa, è fermo a 1.500). Per far fronte alle difficoltà la popolazione si adatta: niente ascensori, in famiglia si fanno i turni per stare in fila ai distributori, comunque si va a piedi, cresce il mercato dei pannelli solari. Soprattutto, chi può emigra e ciò impoverisce privando il Paese dei professionisti migliori. Tra i più colpiti, le vittime del Covid che non trovano cure.











