tg24.sky.it, 8 luglio 2021
È morto la scorsa notte nel carcere milanese di Opera il boss della 'ndrangheta Giovanni Tegano, 82 anni, di Reggio Calabria. Era detenuto al 41bis perché ritenuto il vertice della cosca del quartiere Archi. Era stato arrestato nel 2010 dopo quasi 17 anni di latitanza. Detto "Russedrru", Tegano con i suoi fratelli è stato protagonista della seconda guerra di mafia che ha insanguinato la città dello Stretto dal 1985 al 1991.
Assieme a Giuseppe, Pasquale, Bruno, Paolo e al defunto Domenico, il boss ha da sempre orbitato nella sfera di influenza mafiosa della cosca De Stefano, come testimoniano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e numerose vicende giudiziarie. Sono stati anni in cui, secondo gli inquirenti, Tegano avrebbe ordinato numerosi omicidi strategici nel contesto della guerra di mafia e per i quali è stato condannato all'ergastolo nei vari stralci del processo "Olimpia". È stato coinvolto anche in altre inchieste antimafia come "De Stefano + 34", "D-Day" con la cosca Iamonte e "Valanidi". Più recentemente è stato coinvolto nel processo "Meta", ma la sua posizione è tornata indietro dalla Cassazione e la Dda lo scorso ottobre gli aveva notificato un nuovo avviso di conclusione indagini. Per gli inquirenti, "già a trent'anni Giovanni Tegano aveva raggiunto un'autorevolezza tale nella malavita organizzata da essere ammesso a un vero e proprio conclave di capimafia".
Per comprendere la figura del boss di Archi è necessario rileggere i vecchi fascicoli: Tegano era un pezzo da novanta della 'ndrangheta reggina già nel 1969, "allorquando - scrivevano i magistrati nella richiesta di rinvio a giudizio del procedimento contro la cosca De Stefano-Tegano' - diede inconfutabile prova della sua appartenenza alla mafia, partecipando alla famosa riunione di Montalto", un vertice avvenuto il 23 ottobre 1969 in contrada Serro Juncari, a Montalto in provincia di Reggio Calabria. La vita di Tegano è stata sempre caratterizzata da periodi di latitanza che interrompeva solo quando era consapevole che sarebbe stato scarcerato nel giro di pochi mesi o addirittura di pochi giorni. Nel 1993 aveva fatto perdere le sue tracce ed è rimasto alla macchia fino all'aprile 2010 quando la squadra mobile lo scovò nella zona di Terreti. Da allora è stato sottoposto al carcere duro.
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 luglio 2021
Per i danneggiamenti al G8 del 2001 dieci manifestanti sono stati condannati dai 6 ai 13 anni di carcere. Pene prescritte o fino a 3 anni per gli uomini delle forze dell'ordine protagonisti dei pestaggi alla Diaz e Bolzaneto. A vent'anni di distanza dal G8 di Genova, la storia processuale racconta che i reati contro i beni materiali - negozi, vetrine e bancomat distrutti - sono stati puniti con pene dai 6 ai 13 anni, i reati contro le persone perpetrati alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, invece, sono finiti quasi prescritti e con una pena massima di tre anni. Per la morte di Carlo Giuliani il processo si è concluso con il proscioglimento del carabiniere Mario Placanica per legittima difesa. Anche per questo ciò che è accaduto nel 2001 è stato per la giustizia italiana uno spartiacque per le modalità di indagine, l'utilizzo delle misure cautelari e la scelta dei titoli di reato applicabili.
Le pene più pesanti sono state inflitte ai manifestanti in quello che è stato ribattezzato dai media come il "processo ai 25", che poi sono diventati dieci manifestanti, a cui i giudici hanno inflitto pene complessive per quasi 100 anni di carcere. Per loro il reato principale è quello di devastazione e saccheggio, previsto dall'articolo 419 del codice penale. Il reato risale al codice Rocco del 1930 ed è inserito nei delitti contro l'ordine pubblico risalenti al regime fascista, con pena prevista dagli otto ai 15 anni di carcere. "Il reato di devastazione e saccheggio, che ha una pena minima molto alta, è tornato a Genova dopo essere caduto in desuetudine. L'ultima volta che era stato utilizzato risaliva al secondo dopoguerra, nei casi in cui briganti facevano razzie nei paesi abbandonati. Noi come difesa ne abbiamo contestato l'uso, perché ci sembrava che i fatti del G8 non integrassero quella fattispecie, che prevedeva appunto il sovvertimento di una intera area", spiega Ezio Menzione, avvocato che era presente a Genova e ha difeso alcuni manifestanti in tutti e tre i procedimenti penali che sono seguiti ai fatti del G8. "Secondo noi quel reato non era applicabile a fatti avvenuti durante le manifestazioni, ma la nostra linea non è stata accolta dai giudici. E, come sempre accade, l'esempio di Genova è stato ripreso da altre procure".
Colpevoli e colpevoli - Le ragioni di questa scelta di titolo di reato, confermata in tre gradi di giudizio, è chiarita dalla Cassazione nella sentenza definitiva. Secondo i giudici, non poteva essere accolta la richiesta dei difensori di derubricare il reato a quello di danneggiamento perché i manifestanti avevano "la consapevolezza di partecipare a un'azione delittuosa comune e di porre in essere fatti il cui esito supera la gravità ordinaria del delitto di danneggiamenti". Infatti secondo i giudici, "nel momento in cui si rompe una vetrina e si lancia una molotov nel negozio, si è consapevoli che tale gesto è più grave del fatto in sé, del danneggiamento provocato dall'azione. Tutto è stato concertato".
I membri delle forze dell'ordine che avevano condotto quella che da uno di loro verrà definita la "macelleria messicana" della scuola Diaz e la mattanza della caserma di Bolzaneto, invece, sono stati condannati principalmente per reati di calunnia e falso per le omissioni e i depistaggi nelle indagini. Quanto alle violenze il reato ipotizzato è stato solo quello di lesioni, che prevede una pena dai sei mesi ai tre anni e che per alcuni di loro si è prescritta. Per nessuno è stato ipotizzato il reato di tentato omicidio e fino al 2017 l'ordinamento giuridico italiano non prevedeva il reato di tortura, oggi punito fino a 12 anni. Per condannare l'Italia al risarcimento e riconoscere che nella notte del 22 giugno si è verificato quello che per l'ordinamento internazionale è configurabile come tortura è servito il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo di Arnaldo Cestaro, sessantaduenne vittima del pestaggio alla Diaz dove gli hanno rotto un braccio, una gamba e dieci costole.
Chi è stato? - Il risultato dei processi paralleli a manifestanti e forze dell'ordine è emblematico. Per i manifestanti che hanno commesso atti di violenza contro le cose le pene sono state esemplari e alcuni di loro stanno ancora terminando di scontarle. Per i poliziotti che hanno commesso reati contro le persone, picchiando i manifestanti alla Diaz e torturandoli, secondo la definizione della Corte europea dei diritti dell'uomo, a Bolzaneto, le pene sono state nettamente più basse o inesistenti. "Per identificare i manifestanti, la procura di Genova aveva istituito un team e si è impegnata fino in fondo per le identificazioni, procedendo contro chi veniva individuato e scegliendo di ipotizzare non il reato di danneggiamenti, ma quello molto più grave di devastazione e saccheggio", spiega un consulente tecnico per le difese e attivista di SupportoLegale, progetto nato nel 2004 per sostenere la difesa di tutti gli imputati dei processi ai manifestanti e per aiutare la segreteria legale del Genoa legal forum.
Al contrario di quanto è successo per i poliziotti della Diaz e di Bolzaneto: agivano coi volti coperti dai caschi, il processo non è servito a chiarire chi era presente durante i pestaggi. Ancora oggi, a vent'anni di distanza, non è stato possibile identificare nemmeno tutte le firme dei dirigenti sui verbali di polizia: risultano non leggibili e nessuno all'interno delle forze dell'ordine ne ha permesso l'identificazione. Proprio questo limite è stato messo in evidenza dalle motivazioni della sentenza di primo grado contro i poliziotti: "Per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la pubblica accusa, la scarsa collaborazione delle forze di polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo") la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota".
Ancora in carcere - Nel 2012 la Cassazione ha confermato le condanne a dieci manifestanti con pene dai sei anni e mezzo a Ines Morasca fino ai 13 anni e tre mesi a Vincenzo Vecchi. Ancora oggi per quattro di loro il G8 di Genova non è un passato che si può dimenticare. Francesco Puglisi, condannato a 14 anni, si trova in affidamento esterno mentre Marina Cugnaschi sta scontando la pena di 11 anni e nove mesi e ora si trova in regime di sorveglianza. I due casi noti alle cronache recenti, infine, sono quelli di Luca Finotti e Vincenzo Vecchi. Finotti, condannato a 8 anni, oggi ne ha quarantadue: fuggito in Svizzera per evitare la pena, è stato arrestato nel paese elvetico e lì ha scontato tre anni, poi è stato estradato per finire di scontare la pena in Italia. Era stato affidato a una comunità, ma il 9 giugno scorso il permesso gli è stato revocato ed è rientrato nel carcere di Cremona dove rimarrà fino a fine 2022: ha violato le regole della comunità, perché si è fatto portare da un visitatore un pacchetto di tabacco non dichiarato. È invece in corso la pratica per l'estradizione dalla Francia di Vecchi, quarantasette anni. Arrestato nel 2019 dopo otto anni di latitanza, la Cassazione francese ha negato l'estradizione e a inizio 2021 ha chiesto che il caso sia oggetto di parere della Corte di giustizia europea.
di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2021
La commissione Luciani ha un arduo compito: restituire prestigio ai magistrati, dopo tanti scandali. La crisi della giustizia in Italia è insieme crisi di efficienza, di garanzie effettive dei diritti e di credibilità di chi la amministra. Così, la ministra Marta Cartabia ha affidato a due commissioni di studio, presiedute da Giorgio Lattanzi e Francesco Paolo Luiso, il difficile compito di elaborare proposte di riforma in materia di processo penale e civile, per superarne mali endemici e con ciò garantirne la ragionevole durata e una maggiore efficacia.
La riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm - A una terza commissione, presieduta da Massimo Luciani, è stata attribuita una missione altrettanto ardua: individuare misure di riforma dell'ordinamento giudiziario e del Consiglio Superiore della Magistratura che favoriscano il recupero del prestigio della magistratura, indebolito da troppi scandali. La riforma della magistratura è, invero, un grande classico della politica e del dibattito pubblico in Italia. Sinora, ogni serio tentativo in questo senso si è arenato nella contrapposizione tra chi vedeva in ogni proposta innovatrice un attentato all'autonomia dell'ordine giudiziario e chi voleva una capitolazione, una normalizzazione di una magistratura che in tanti casi si è mostrata capace di accertare fatti e responsabilità anche quando le condotte erano attribuibili a uomini del potere, politico ed economico. Con questi precedenti, ogni pronostico sull'esito dell'iter legislativo è quanto mai difficile. E certo non aiuta la scelta, anche da parte di un partito di maggioranza, di affidare al corpo elettorale tramite referendum la decisione su alcuni aspetti centrali della riforma, quali la normativa per l'elezione del Csm, la valutazione della professionalità dei magistrati nei Consigli giudiziari o il passaggio tra le funzioni giudicanti e quelle requirenti.
Il lavoro sui particolari - Tuttavia, qualche possibilità di successo potrebbe discendere dall'evidente urgenza di intervenire, almeno in alcuni ambiti che di recente non hanno certo ben funzionato. Inoltre, appare saggia l'opzione a favore non di una riforma palingenetica ma di un metodo chirurgico, che cesella sui particolari per migliorare lo stato di salute del paziente. Infine, potrebbe aiutare l'equilibrio delle soluzioni proposte, ben lontane da quello spirito di revanche, di umiliazione di un avversario finalmente indebolito, che si scorge in commenti politici ed editoriali e, sia concesso, anche in qualche dichiarazione degli organi di vertice dell'avvocatura.
Nel merito, il primo dato che emerge è la chiara scelta della commissione Luciani di mantenere la coerenza con l'impianto costituzionale, che disegna un ordine giudiziario unico, indipendente e autonomo, ma non separato e totalmente auto-referenziale, imparziale e al contempo protetto nei confronti di ogni interferenza governativa. Così, si respinge in modo netto la suggestione di ricorrere al sorteggio per la nomina dei componenti "togati" del Csm in evidente contrasto non solo con la lettera della Costituzione, che li vuole eletti, ma anche con il principio dell'autogoverno della magistratura.
Il secondo aspetto da sottolineare discende dal mandato affidato alla commissione. L'incarico era quello di proporre modifiche al disegno di legge "Bonafede" sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, già all'esame della Camera, non di riscrivere un testo da capo. Di qui la scelta di intervenire con la legislazione ordinaria, senza proporre modifiche costituzionali se non marginali e di non occuparsi di temi pure urgenti, quali la riforma delle magistrature speciali.
In questo quadro, chi giudica questo testo inutile, gattopardesco se non addirittura "reazionario" appare quanto meno ingeneroso. Ci sono proposte innovative su temi che magari non appassionano le tifoserie ma che sono centrali nelle dinamiche del potere giudiziario, dal rafforzamento delle valutazioni di professionalità alla responsabilizzazione dei dirigenti degli uffici nel controllo dell'attività giudiziaria, dagli obblighi di trasparenza ai criteri per gli incarichi direttivi. Si pone qualche freno a quel carrierismo piuttosto diffuso che spinge a mettersi sempre alla ricerca di un nuovo e più prestigioso incarico e si limitano i magistrati "fuori ruolo", impegnati ad esempio nei ministeri. Si suggerisce - ma qui ci vuole la riforma costituzionale - che il vicepresidente del Csm sia nominato dal Presidente della Repubblica e non più dal Consiglio stesso. E poi vi sono i temi al centro del dibattito, come l'elezione del Csm e l'accesso dei magistrati alle cariche politiche.
Un sistema elettorale per il Csm - Quanto al primo, scartato il sorteggio e abbandonata, forse a malincuore, l'idea di rinnovare ogni due anni una parte del Consiglio, il centro della proposta della commissione è l'adozione di un sistema elettorale, il voto singolo trasferibile, che assegna la possibilità di indicare più candidati in ordine di preferenza. Ciò dovrebbe valorizzare il potere di scelta dell'elettore e soprattutto evitare che si ripetano quegli episodi, assai frequenti in anni recenti, ove il numero dei candidati era uguale a quello degli eletti e le correnti decidevano a tavolino chi dovesse andare a palazzo dei Marescialli.
Magistrati in politica - Quanto ai magistrati in politica, le proposte sono solo a prima vista timide. Il testo non blinda del tutto le porte tra magistratura e cariche elettive ma pone regole così disincentivanti da far ritenere che il numero, già oggi assai esiguo, di magistrati in politica finirebbe quasi con l'azzerarsi. Quale magistrato, ad esempio, si candiderà mai a un consiglio comunale, quando gli si richiede di rinunciare allo stipendio per tutto il mandato e a incarichi direttivi al rientro in servizio? Certo, si tratta di suggerimenti tutti opinabili. Ad esempio, affidare al Capo dello Stato la nomina del vicepresidente del Csm rischia di attribuire al Presidente una sorta di responsabilità politica per l'operato di questi. Sul sistema elettorale, l'ipotesi del collegio uninominale avrebbe forse valorizzato maggiormente il candidato autorevole e apprezzato nel territorio, al di là delle appartenenze. Infine, il sacrificio al diritto costituzionale dei magistrati di candidarsi e di conservare il posto di lavoro potrebbe sembrare eccessivo, anche alla luce del piccolo numero di magistrati che, con una espressione tanto brutta quanto abusata, scendono in campo.
Tuttavia, per una volta, nel leggere la proposta si comprende subito che sia stata formulata da chi conosce il terreno di gioco, per proseguire nella frusta metafora e possiamo quindi per una volta smentire il buon vecchio Vasco Rossi quando così stigmatizzava un indubbio difetto nazionale: "Dell'Italia non sopporto la mancanza di professionalità, il mito dell'improvvisazione e la generale poca serietà nel fare le cose".
di Aurora Provantini
Il Messaggero, 8 luglio 2021
"Fatto in casa ma non alla buona". Con queste semplici parole Chiara Pellegrini, direttore reggente della Casa di reclusione di Spoleto, ha presentato il concerto che si è tenuto questa mattina, 7 luglio, presso il campo sportivo dell'Istituto, organizzato nell'ambito della Festa della musica, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. L'occasione per ripartire, per tornare alla normalità, seppure con il terrore di un'impennata dell'andamento dei contagi. "Ancora siamo in emergenza epidemiologica e guardiamo con timore alla possibilità di una quarta fase, come la chiamano gli esperti. Ma grazie alla campagna vaccinale che si è svolta anche dentro il carcere è possibile avviarci, pur timidamente, su un percorso di recupero della normalità con la ripresa dei colloqui. Chi più di una persona detenuta può comprendere il valore della normalità, di quelle cose che diamo per scontate quando le abbiamo ma che ci appaiono in tutto il loro valore quando le abbiamo perdute?"
Per questo il concerto di ieri ha assunto un valore speciale. Il pubblico era "interno": non c'erano i familiari (non potevano esserci ospiti esterni a causa dell'emergenza sanitaria ancora in corso) ma c'era la musica. Vera protagonista di un evento che ha consentito a quattro detenuti, diplomati in violino, in contrabbasso o semplicemente dotati di talento, di esibirsi regalando un assaggio di gioiosa normalità a tutti gli altri. "L'essere umano ha bisogno di piccole cose e di grandi cose: la musica è tutte e due" - ha sottolineato con estrema naturalezza Chiara Pellegrini. Con questa filosofia la Casa di reclusione di Spoleto ha aderito alla Festa della musica.
"Ringrazio i musicisti e con loro ringrazio il tecnico del suono, il presentatore e il curatore della grafica. Ringrazio il Capo area educativa Pietro Carraresi, l'educatrice Sabrina Galanti, il Comandante di Reparto Marco Piersigilli, il Vice Comandante Luca Speranza, il personale del settore scuole, l'elettricista e il tanto personale che ha lavorato mettendosi a disposizione in vario modo e con generosità per rendere possibile la realizzazione e la riuscita di questo evento. Concludo dicendo che ci piace scrivere storie - dichiara la direttrice - questo concerto si iscrive dentro la storia del laboratorio musicale di questa Casa di reclusione, fortemente voluto dalla dottoressa Grazia Manganaro. È un laboratorio che ha mosso i suoi primi passi proprio alla vigilia dell'emergenza epidemiologica, la stessa che ne ha rallentato inevitabilmente la crescita, ma che al contempo all'emergenza ha saputo resistere con tenacia e che sicuramente farà ancora tanta strada".
di Alfonso Gianni
Il Manifesto, 8 luglio 2021
Altro che boom. Le migliori previsioni si fondano sull'efficacia dell'intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata. Le dichiarazioni fatte ieri mattina da Bruxelles dal commissario all'economia dell'Unione europea Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell'ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese. In realtà la sua valutazione su un "rimbalzo" del Pil del 5% a fine anno non sono diverse da quelle già fornite da Istat e Bankitalia. Si tratta di previsioni superiori a quelle della media europea, ove si prevede una crescita del 4,8% a fine anno, mentre sono uguali per il 2022 e peggiori per l'anno successivo. La stima di Bankitalia per il triennio 2021-23 è fortemente legata al successo del Pnrr, i cui effetti dovrebbero garantire almeno 2 punti percentuali, ovvero la metà della crescita prevista. Ma tutto ciò - si avverte prudentemente da palazzo Koch - se non ci saranno ritardi nell'implementazione dei progetti del Pnrr e degli investimenti pubblici.
E già qui l'ottimismo corre su un terreno assai più sdrucciolevole viste le nostre debolezze strutturali. Nello stesso tempo è bene sottolineare come le migliori previsioni si fondano sull'efficacia dell'intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata, contraddetta dal calo degli investimenti in particolare tra il 2008 e il 2019. Ma sempre nella giornata di ieri l'Ocse rendeva nota una fotografia sull'occupazione nel nostro paese dai colori assai più bigi. Se il tasso di disoccupazione è aumentato dal 9,5% della fine del 2019 al 10,5% nel maggio del 2021, quello giovanile è balzato dal 28,7% al 33,8% rilevato nel gennaio di quest'anno ed è rimasto su questi valori fino alla primavera.
Mentre a livello Ocse il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato nell'aprile 2021 al 15%. Il differenziale è enorme. Contemporaneamente è cresciuto nel nostro paese il telelavoro, dal 5% al 40% degli occupati. L'Ocse afferma che ciò ha permesso in parte di contrastare gli effetti negativi della pandemia, ma "ha anche generato tensioni sul fronte dell'equilibrio fra vita privata e lavorativa" ed ha aumentato "disparità tra i lavoratori" a detrimento delle qualifiche più basse. E se le cose non sono andate peggio, aggiunge l'Ocse, è dovuto all'intervento della Cassa integrazione, che in futuro andrà usata in modo ancora più estensivo, specialmente "con la progressiva riduzione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 2021". In ogni caso i livelli occupazionali pre-pandemia non saranno raggiunti neppure alla fine del 2022.
Se mettiamo a confronto l'ottimismo sulla ripresa e il realismo sui livelli occupazionali emerge un quadro temuto, anche se prevedibile date le premesse, quello di una ripresa (o rimbalzo) jobless, nel quale la riduzione consistente dell'occupazione viene data per scontata.
A questa si aggiunge un quadro retributivo miserabile. Se ci confrontiamo con altri paesi europei - ce lo dice lo stesso studio Ambrosetti, quelli di Cernobbio per intenderci - i salari medi in Germania sono cresciuti del 18,4% tra il 2000 e il 2019, in Francia del 21,4%, in Italia non si sono quasi mossi (+3,1%). Non stupisce la crescita delle famiglie in povertà assoluta anche di chi lavora. Del resto, rispondendo a una domanda di un giornalista, ieri Gentiloni ha affermato di non avere ancora quantificato nelle previsioni economiche gli effetti dell'avviso sui licenziamenti, che comunque considera non come la continuazione di un blocco ma come "parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo di un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno".
Più o meno il contrario di quanto sempre ieri ha raccomandato Mathias Cormann, segretario generale Ocse, per il quale "un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica". Da questo quadro emerge che le classi dirigenti europee - fra cui la nostra a pieno titolo, vista anche la presenza di Draghi sulla plancia di comando - si apprestano a sfruttare la crisi e l'utilizzo delle innovazioni tecnologiche promosse attraverso il flusso dei finanziamenti europei per una ristrutturazione organica del sistema produttivo a scapito della componente lavoro.
Più che difficile appare quindi impossibile rilanciare i fasti della concertazione, che lo stesso Pierre Carniti, che ne era stato propugnatore, sottopose poi a dura critica visti gli effetti. Ma il nuovo segretario della Cisl, Luigi Sbarra, in un'intervista al Sole 24 Ore si spinge ben oltre, sostenendo che "capitale e lavoro devono marciare insieme"; l'avviso sui licenziamenti sarebbe la premessa di un fronte comune con Confindustria; vanno rimosse le rigidità della legge sulle causali per le proroghe dei contratti a termine e in somministrazione perché la contrattazione, particolarmente se decentrata, garantirebbe meglio le richieste di flessibilità delle aziende, essendo più adattiva "rispetto a qualunque norma di legge". Va da sé: con finanziamenti pubblici.
di Giordano Stabile
La Stampa, 8 luglio 2021
Dopo il ritiro delle forze statunitensi i taleban arrivano alle porte di Kabul e gli jihadisti riconquistano terreno Iran e Russia temono profughi e islamisti. I curdi si vantano di avere come unici amici le montagne, gli afghani hanno le montagne, e il tempo. Vent'anni devono sembrare un battito di ciglia nel cuore di quell'Asia che ha visto passare una dozzina di imperi. Nessuno si è fermato. Gli americani ci hanno provato, in nome della guerra al terrorismo, dopo il massacro dell'11 settembre. Ma vent'anni, in un regime democratico, senza una chiara vittoria all'orizzonte, sono troppi. Donald Trump aveva promesso con enfasi la fine della "guerra infinita". Joe Biden, senza troppa pubblicità, ha riportato a casa i suoi soldati, giusto in tempo per festeggiare il Quattro di luglio. I pessimisti ci vedono un "ritorno alla casella di partenza", con i taleban già alle porte di Kabul. Il ritiro dalla più grande base afghana, a Bagram, ha assunto i colori di una fuga, un "effetto Saigon" che rischia di diffondere il panico, con l'incubo di un nuovo regno del terrore in stile Mullah Omar. Le forze afghane hanno assunto il controllo della gigantesca città militare, due piste di atterraggio, negozi, ristoranti. Con un pizzico di ingratitudine gli ufficiali hanno raccontato che gli americani "hanno staccato la luce e se ne sono andati via di notte".
Una mossa per evitare che qualche "talpa taleban" avvertisse i terroristi dei movimenti delle truppe. Ne hanno approfittato i saccheggiatori locali. Si sono presi palloni da pallacanestro, anfibi, persino chitarre elettriche lasciate lì dai Marines, e le hanno subito messe in vendita in banchetti improvvisati. Lord George Curzon sosteneva che l'Afghanistan "è facile da invadere, difficile da governare, pericoloso da lasciare". Un secolo e mezzo dopo è ancora vero.
Va detto che i taleban hanno finora mantenuto la parola e non hanno attaccato le forze della Nato dopo gli accordi di Doha del febbraio 2020. Hanno però avvertito che non tollereranno la presenza di militari stranieri dopo settembre, data del ritiro definitivo, neppure a Kabul. Gli analisti locali sono convinti che aspetteranno almeno "sei-otto mesi" prima di assaltare la capitale. Ma hanno predisposto un piano articolato. Questa volta hanno concentrato le loro forze nel Nord, il loro punto debole del 2001, quando in due mesi vennero spazzati via dai mujaheddin tagiki del comandante Ahmed Shah Massoud e dalle forze speciali Usa. Con la conquista della frontiera con il Tajikistan, hanno costretto un'intera divisione dell'esercito, 16 mila uomini, a rifugiarsi nel Paese vicino. Il Tajikistan ha richiamato i riservisti e chiesto aiuto alla Russia, che ha già 6 mila soldati vicino alla capitale Dushanbé.
Gli Stati Uniti invece non hanno più una sola base nell'Asia centrale e neppure in Pakistan. Questo buco logistico ha indotto alcuni Paesi occidentali, come l'Australia, a chiudere i loro consolati. La stessa Washington ha ridotto il personale "non essenziale". All'ambasciata di Kabul restano comunque 1.400 cittadini americani, e 4 mila impiegati locali. È una città nella città, circondata da mura anti-esplosione alte quattro metri, con gli edifici e le antenne che svettano sulla Zona verde, a sua volta blindata e vietata al traffico ordinario. L'unica strada collegata al compound è quella che porta all'aeroporto. I circa mille militari e contractors Usa rimasti sono concentrati lì. Il governo di Kabul continua a ribadire che resisterà, nonostante i jihadisti si siano presi un quarto dei 387 distretti del Paese. L'ultimo a cadere, ieri, è stato quello di Qala-e-Naw, nella provincia di Badghis. Il ministro della Difesa Bismillah Mohammadi ha ribattuto che "le forze nazionali useranno tutta la loro potenza per difendere la nostra patria".
Ma per le strade il presidente Ashraf Ghani comincia a essere paragonato a Mohammed Najibullah, il fantoccio di Mosca, rimosso nel 1992, tre anni dopo il ritiro sovietico, e impiccato dai taleban nel 1996. Per questo Vladimir Putin da una parte si gode una rivincita, dall'altra teme il contagio jihadista nelle regioni russe a maggioranza musulmana. L'altra potenza con uno sguardo ambivalente è l'Iran. Spera di liberarsi della presenza statunitense. Ma teme per la minoranza sciita Hazara, già massacrata da Al Qaeda nel 2001, e che poi ha fornito manovalanza da mandare sul fronte siriano. Per evitare un'ondata di milioni di profughi, Teheran ha deciso di trattare con gli studenti barbuti. Una loro delegazione è arrivata a Teheran. Ma intanto i Pasdaran armano nuove milizie sciite nelle province di Herat e Farah. Sanno che la resa dei conti alla fine arriverà. Come diceva il mullah Omar agli "invasori" occidentali: "Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo".
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 8 luglio 2021
La deputata di Italia Viva: "Il testo uscito dalla Camera è migliorabile, ma se la mediazione salta lo sosterremo". Lucia Annibali, avvocata, eletta col Pd nel 2018, poi passata in Italia Viva, è stata una delle protagoniste della scrittura della legge Zan alla Camera.
Ora quel testo non va più bene a Renzi. Perché?
Abbiamo fatto un lavoro molto complesso e difficile. Le ormai famose definizioni dell'articolo 1 sono emerse durante il lavoro parlamentare, è stata una richiesta delle commissioni. Quell'articolo rappresenta il punto di caduta che abbiamo trovato.
Lei è la prima firmataria dell'emendamento che contiene le definizioni, compresa l'"identità di genere". Cosa c'è che non funziona?
Trattandosi di una legge penale, abbiamo fatto uno sforzo per declinare queste definizioni. Ma ora quel lavoro si può approfondire, migliorare, per rendere più efficace l'applicazione della legge. Io ero consapevole che si potesse lavorare ancora su quel testo, sul tema delle scuole, sulla libertà di espressione. A Montecitorio abbiamo raggiunto un compromesso alto, ma non il migliore possibile.
Si sente sconfessata dal suo segretario?
Ma no. Al Senato i numeri sono diversi, se si ritiene di cercare un consenso più ampio per salvare la legge non ci vedo nulla di male.
Il Pd ritiene che togliendo l'identità di genere si lascino scoperte le persone transessuali...
Nella proposta di mediazione di Scalfarotto questo rischio non c'è. La legge non verrebbe amputata, e del resto il testo Scalfarotto era stato firmato anche da Zan. Non sono affatto convinta che l'atteggiamento intransigente del Pd e del M5S sia più utile per portare a casa la legge. Serve il dialogo.
Secondo lei Salvini vuole una legge del genere?
Lavorare anche con loro può servire anche a stanare delle posizioni ideologiche. Io credo sia comunque utile, in particolare su temi divisivi come questi. Ora la maggioranza è cambiata, anche la Lega ne fa parte.
Nel voto sul calendario del Senato si è visto che la maggioranza c'è, se Italia Viva non si smarca...
Un conto è il calendario, altro sono i voti segreti.
Italia Viva è disposta a votare il testo Zan se fallisse la mediazione?
Ma certo che lo voteremo, abbiamo sempre detto in modo chiaro che non faremo mancare i nostri voti.
Veramente in questi giorni si parla solo del cambio di linea di Renzi...
Tentare una mediazione per assicurare alla legge un percorso più sereno non significa essere contrari.
Davvero pensa che i senatori di Iv voterebbero la legge senza modifiche?
So che è così.
Anche nei voti segreti?
Non ho alcun dubbio.
È possibile però che votiate emendamenti condivisi con la Lega per eliminare l'identità di genere?
Si possono votare emendamenti, anche di altri partiti, solo se non snaturano il senso complessivo della legge e se sono condivisi nel merito.
Non potevate semplicemente votare il testo della Camera con Pd e M5S senza fare questa confusione?
Non abbiamo condiviso il loro irrigidimento. Abbiamo fatto una scelta coraggiosa, quella di esporci per trovare soluzioni alternative al muro contro muro. E del resto anche alla Camera abbiamo dialogato col centrodestra. Non era disdicevole allora, e non lo è neppure oggi che è cambiata la maggioranza.
Nel centrosinistra tutti o quasi ritengono che quel lavoro fosse più che sufficiente...
Insisto, quel testo era il punto di caduta alla Camera e in quella fase politica.
Se ci fossero modifiche in Senato, poi la Camera riuscirebbe ad approvare la legge?
Sono convinta che ci si possa accordare su una terza lettura con tempi blindati.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 8 luglio 2021
Il voto al Senato del 13 luglio, franchi tiratori in entrambi gli schieramenti. Il Pd potrebbe perdere 3 o 4 senatori. Renzi: dimostrerò che voto a favore. Restano possibilisti i gruppi parlamentari che spingono per correggere la legge Zan: un compromesso si può ancora raggiungere prima del suo approdo in aula, martedì prossimo. Al contrario di M5s e Pd, granitici nel difendere il testo approvato in prima lettura alla Camera. E perciò decisi ad andare alla conta. Sulla quale, in realtà, tutti i partiti si stanno già esercitando: per misurare le rispettive forze in campo, convincere gli incerti, individuare eventuali franchi tiratori. D'accordo, favorevoli e contrari, su una cosa soltanto: "Con lo scrutinio segreto sarà un terno al lotto".
Nessuno sa però di preciso quando inizierà. Per prima cosa la presidente Casellati dovrà aprire i termini per depositare gli emendamenti, che a giudicare dalle premesse saranno migliaia, in gran parte targati centrodestra. Ma ci saranno pure quelli di Italia viva, illustrati l'altro ieri al tavolo della mediazione fallita. "Noi formalizzeremo le nostre tre proposte di modifica per arrivare a un testo che ricalca il ddl Scalfarotto presentato nel 2018 a Montecitorio", annuncia Davide Faraone, "per noi l'unico in grado di passare con una maggioranza ampia. E non chiederemo il voto segreto". Ben sapendo che c'è già chi è pronto a farlo. La Lega, innanzitutto, ma non solo. Per ottenerlo bastano 20 senatori. E lì comincerà la roulette russa. "Tanto lo sanno tutti che il grosso del dissenso si annida nel Pd e fra i 5S, sono loro che al riparo dell'urna affosseranno la legge", prevede il capogruppo renziano.
Sulla carta, l'ex coalizione giallorossa parte in vantaggio sul centrodestra unito. Pure il gruppo dell'Autonomia, che conta 6 eletti (più due senatori a vita) e pareva in dubbio, ora si è schierato: "Se non si arriva a un'intesa, quattro voteranno per la Zan, due si asterranno", garantisce Julia Unteberger. La vera incognita è rappresentata dal Misto, dove siedono 46 senatori di estrazione assai diversa. Oltre ai 6 di Leu, che insieme a Bonino e Richetti seguiranno il Pd, ci sono i 7 ex forzisti di Cambiamo (tra cui però Maria Rosaria Rossi, che potrebbe dissentire) e i 4 ex grillini di L'Alternativa c'è orientati all'opposto. Spiega uno di loro, Mattia Crucioli: "Per noi il testo va migliorato, il "prendere o lasciare" non ci piace". A questi vanno poi aggiunti una ventina di "cani sciolti", da distribuire equamente tra i due fronti. C'è chi, come Lello Ciampolillo e Paola Nugnes, si sono detti pronti ad approvare il ddl nella sua formulazione originaria; e chi, invece, è già dato per perso: Giarrusso, Paragone e Causin su tutti. "Stiamo facendo i calcoli, ma credo che i favorevoli a respingere gli emendamenti saranno almeno una ventina, mentre qualcuno potrebbe astenersi", fa di conto la capogruppo De Petris.
Con il Misto che si compensa al suo interno, a fare la differenza potrebbero essere gli "obiettori" di Forza Italia, almeno tre. E i 17 di Iv. L'altro giorno Renzi ha dichiarato a Repubblica che, nel caso di mancata intesa, avrebbe votato a favore del testo licenziato a Montecitorio. Intenzione ribadita in vari conversari a palazzo Madama: "Io dirò sì e potrò anche provarlo, ma su un paio dei miei non ci metto la mano sul fuoco". Per poi tornare ad attaccare il Pd sulla sua e-news: "Una legge contro l'omotransfobia è necessaria", esordisce il leader di Rignano. "Per farla si possono scegliere due strade: andare al muro contro muro, ma facendo così rischia di saltare; trovare un compromesso e utilizzare i diritti come occasione di incontro, anziché come bandierine ideologiche per singoli partiti in crisi d'identità". E siccome "la Lega ha fatto una proposta che la fa uscire dall'ostruzionismo" è questo "il punto di partenza" su cui lavorare per "un accordo".
L'ennesima provocazione, per il Nazareno. Identica ai veleni sparsi sulle possibili defezioni nel gruppo dem. Che si prevede ci saranno, ma non più di 3 o 4: Taricco, Collina, Margiotta, forse la Messina e Marcucci. Avendo tutti gli altri malpancisti (Fedeli, Valente, Ferrazzi, D'Arienzo, Comincini) confermato la loro lealtà. E mentre Salvini si spinge a scomodare il Papa - "Letta ascolti il Santo Padre, se non vuole ascoltare noi" - ci pensa il ministro Orlando a replicare a brutto muso ai due Matteo: "La fase dei giochetti è finita. Se si vogliono dare tutele più forti contro l'omofobia c'è bisogno di norme come ce ne sono in tutta Europa. Se qualcuno non le vuole, lo dica con chiarezza".
di Gianfranco Pasquino
Il Domani, 8 luglio 2021
In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali?
La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all'effettivo funzionamento dell'ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull'impegno a mettere al bando l'odio e le campagne condotte in suo nome?
Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l'integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana? Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro?
Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società.
Insomma, secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi.
Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l'accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più.
Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off.
Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.
Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l'alternativa tra esporsi all'odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa.
Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.
di Glauco Giostra*
Avvenire, 7 luglio 2021
I fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere non sono un caso isolato, la dimensione del fenomeno è rilevante. Mi sono illuso che il trascorrere dei giorni allontanasse dalla mia retina quelle sconvolgenti immagini di violenza dietro le sbarre. Non è stato così. Mi ha confortato la sdegnata condanna di tantissimi commentatori. Di coloro che invece, ostentando rincrescimento di circostanza per l'accaduto, si premurano di sminuirne il significato ovvero di giustificarlo con gli antefatti o con la ingestibilità di talune modalità organizzative della vita intramuraria, non mette conto neppure di parlare. A loro tutela, direi.











