di Angela Stella
Il Riformista, 2 dicembre 2021
Parla il presidente dell'Unione camere penali italiane Gian Domenico Caiazza. Alla vigilia della due giorni sulla riforma penitenziaria, il leader dei penalisti accusa: "Troppi tentennamenti. Si prende tempo istituendo commissioni ministeriali, ma il lavoro degli Stati generali e della commissione Giostra è un prodotto chiavi in mano".
di Eugenio Arcidiacono
Famiglia Cristiana, 2 dicembre 2021
"Con le videochiamate molti detenuti hanno potuto rivedere dopo tanti anni la loro casa o conoscere per la prima volta i nipotini. È un servizio che deve restare".
Un documentario che avesse come protagonisti quattro suoi studenti universitari scelti per accompagnare un gruppo di reclusi nei reparti di massima sicurezza (quelli riservati ai crimini più gravi) del carcere romano di Rebibbia verso la laurea in Giurisprudenza.
di Maurizio Gazzoni
dolcevitaonline.it, 2 dicembre 2021
Sono diversi ormai gli studi che dimostrano l'apporto positivo degli animali sui detenuti. Un dato di cui le carceri di domani dovranno tenere conto. Non avevo mai pensato alla possibilità, per i reclusi, di tenere animali in carcere. Voglio troppo bene agli animali per immaginarli a condividere la prigionia, anche se probabilmente, loro lo farebbero di buon grado. Forse in qualche film americano ho visto un detenuto che teneva un canarino, ma il ricordo è sfocato e non so se la memoria m'inganna. Così ho telefonato a un amico con cui 20 anni fa ho condiviso pane e prigionia e che ora ha un cane, per sapere cosa ne pensava. La sua opinione era scontata, ma mi ha suggerito spunti intelligenti.
Vi sono aspetti logistici che rendono complicatissima l'introduzione di animali nel contesto carcerario, ma se ci fosse la volontà coinvolgere gatti abbandonati o i cani del canile sarebbe un'operazione win-win. Nell'ottica di un ripensamento del sistema carcerario, che sappiamo necessario, e di un'opinione comune che ritiene i detenuti "in vacanza" e liberi dopo pochi giorni che va smentita, bisognerebbe partire da un presupposto: chi sbaglia dovrebbe essere rieducato e questo si può ottenere con il lavoro, con la cultura e soprattutto con l'amore.
In quest'ottica, prendersi cura degli animali ha senza dubbio una funzione rieducativa. Questo non vuol dire rendere possibile, in caso di arresto, portarsi in cella il proprio pitbull, ma se i "penitenziari" venissero ripensati come "correttori" e fossero dotati di stalle, scuole, forni per il pane, orti e via di seguito, allora "gli animali" assumerebbero una funzione preziosa.
Diverse realtà penitenziarie, in Italia come all'estero, hanno già compreso l'importanza dell'apporto favorevole della mediazione animale nel contesto detentivo allo scopo di attenuare il disagio psichico e ridurre il tasso di recidiva al ritorno nella società civile.
Uno studio sperimentale, ad esempio, ha dimostrato come nei programmi di reinserimento socio lavorativo e per migliorare la qualità della vita dei detenuti, gli animali siano di fatto un'opportunità. Il disegno sperimentale ha messo a confronto un gruppo di controllo composto da detenuti che hanno affrontato solo il programma intramurario versus soggetti coinvolti nel percorso standard integrato con le sedute di terapia assistita con il cane. Ciò ha permesso di dimostrare come questi interventi comportino un miglioramento delle capacità sociali dei detenuti, riducendo i sintomi quali ansia e depressione in modo statisticamente significativo rispetto al gruppo di controllo. In rete si trova nota di diverse iniziative che vedono l'introduzione a vario titolo degli animali negli istituti di pena, tutte con esito positivo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 dicembre 2021
Approvato dall'esecutivo l'ordine del giorno presentato da Riccardo Magi di +Europa. Il governo ha approvato un ordine del giorno per richiamare l'esigenza di eliminare il sovraffollamento in carcere, almeno dove vige la quarantena.
Lo aveva presentato il deputato Riccardo Magi di +Europa il quale chiedere al governo di impegnarsi nell'adottare tutte le misure necessarie a rientrare nel rispetto della capienza regolamentare, a partire dagli istituti nei quali sono in atto focolai di contagio. Magi, nell'ordine del giorno premette che nel provvedimento in esame sono contenute numerose norme volte a regolare l'accesso alle attività culturali, sportive e ricreative al fine di contenere la diffusione dell'epidemia da Covid-19 e l'efficacia delle disposizioni della disciplina emergenziale in ambito penitenziario è cessata il 31 luglio scorso.
"Nelle carceri italiane - viene sottolineato nell'ordine del giorno di Magi - il tasso di sovraffollamento continua a essere preoccupante, così come il rischio di contagio tra i detenuti e gli agenti, come segnalato dal Garante nazionale dei detenuti il 29 ottobre scorso, infatti, aumenta ormai con costanza il numero dei detenuti, giunti a 54.240, con 310 nuove presenze soltanto negli ultimi 28 giorni; un dato in controtendenza rispetto alla riduzione che si era avuta nel 2020, anche a seguito dell'emergenza sanitaria".
L'aumento, come ha rilevato il Garante nazionale delle persone private della libertà - riguarda anche le persone ristrette per pene inflitte (non residue) molto brevi, inferiori a 3 anni; oggi sono detenute in carcere per scontare una pena inferiore a un anno ben 1211 persone, altre 5967 per una pena da uno a tre anni. Magi, nell'ordine del giorno, osserva che "parallelamente aumentano i contagi, sia tra detenuti che tra il personale della polizia penitenziaria, e il numero di istituti in quarantena; secondo i dati del monitoraggio del ministero della Giustizia diffusi il 22 novembre, attualmente i positivi sono 150 tra i detenuti e 152 tra gli agenti".
Quindi sono sempre di più i casi in cui ad essere messi in quarantena sono interi istituti penitenziari, con conseguenze sul diritto dei detenuti a ricevere le visite dei propri familiari e a svolgere volte al reinserimento lavorativo e sociale.
Per questo l'ordine del giorno impegna il governo di avvalersi dei servizi di prevenzione delle Asl al fine di verificare che siano rispettate negli istituti penitenziari le condizioni volte a prevenire i contagi, e in particolare il distanziamento tra i detenuti all'interno delle celle. Inoltre chiede l'impegno del governo affinché adotti tutte le misure necessarie a rientrare nel rispetto della capienza regolamentare, a partire dagli istituti nei quali sono in atto focolai di contagio. Ancora in sospeso invece la possibilità di adottare misure di ristoro quali l'aumento dei giorni di liberazione anticipata e di applicazione delle misure alternative.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 dicembre 2021
"Ci è stata presentata una ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale che ci ha portato la voce dei detenuti sul tema della propria vita affettiva. L'Ufficio di presidenza del Consiglio regionale del Lazio sarà il motore per tradurre le conclusioni legislative di questo lavoro in un disegno di legge da inviare al Parlamento".
Così il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Devid Porrello, a conclusione dell'incontro per la presentazione "Affettività e carcere, un progetto di riforma tra esigenze di tutela contrapposte" che si è svolto martedì scorso alla Pisana. È questa la risposta all'appello della senatrice Monica Cirinnà, relatrice in commissione Giustizia del Senato di un disegno di legge d'iniziativa del Consiglio regionale della Toscana, volto appunto a modificare le norme in materia di relazioni tra le persone detenute e i propri familiari e i propri affetti, "persone innocenti all'esterno che scontano anche loro una pena", come ha sottolineato Cirinnà durante il suo intervento in sala Mechelli del Consiglio.
La senatrice ha riferito anche delle difficoltà che incontra il disegno di legge di cui è relatrice. "Non credo che il Parlamento approverà mai la legge della Regione Toscana, ma chiedo a tutte le regioni e di presentarne una analoga, a cominciare dal Consiglio regionale del Lazio". Di qui la risposta di Porrello e del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, secondo il quale "durante la pandemia si è rotto il tabù del digitale con le videochiamate, adesso è tempo di rompere il tabù delle sessualità nelle carceri, così avviene in molti paesi del mondo spesso considerati meno avanzati del nostro". Anastasìa, dal canto suo, ha auspicato che la commissione per la riforma del sistema carcerario istituita dalla ministra Marta Cartabia tenga conto delle necessità emerse dalla ricerca dell'Università di Cassino presentata alla Pisana.
Dopo i saluti del presidente del Consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi, e del Rettore dell'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale, Marco Dell'Isola hanno illustrato i risultati della ricerca "Affettività e carcere", Sarah Grieco, responsabile della ricerca, e Simone Digennaro.
Dalla ricerca nel corso della quale sono stati intervistati duecento detenuti e operatori penitenziari di quattro istituti penitenziari del Lazio sono emersi numerosi disagi socio- affettivi e relazionali, dovuti soprattutto al sovraffollamento che non consente la predisposizione di locali adeguati, dove poter effettuare colloqui con i propri familiari. Insufficienti sono considerati gli spazi verdi dotati di attrezzatura per bambini e i colloqui telefonici, di soli dieci minuti ciascuno, con costi sproporzionati e in assenza di privacy. Inadeguati gli spazi per l'affettività, inesistenti quelli per l'intimità, considerata dalle persone detenute fondamentale per preservare il rapporto con il proprio partner.
Gestite da operatori esterni, sono a pagamento le email sia in uscita sia in entrata. Le restrizioni e i contatti con il mondo esterno sono considerati inadeguati dalla maggior parte delle persone detenute intervistate. Di qui la proposta dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale, volta a modificare la normativa vigente in modo da poter permettere il colloquio intimo, a prevedere soluzioni differenti per gli incontri tra adulti e per quelli tra persone detenute adulte e bambini, e a istituzionalizzare il colloquio pranzo, oggi nella discrezionalità della direzione dell'istituto penitenziario, nonché a rivedere la disciplina delle comunicazioni telefoniche. Nel corso dell'incontro, sono intervenuti anche Leonardo Circelli, magistrato del Tribunale di sorveglianza di Roma e Ottavio Casarano, direttore della casa di reclusione di Roma Rebibbia.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 dicembre 2021
A colpi di tweet il deputato di Azione Enrico Costa vuole imporre l'applicazione della nuova legge "misurando" caso per caso gli spazi dati dai giornali ad arresti e assoluzioni per verificare fin dove può arrivare la gogna mediatica.
Magistrati e giornalisti attenti, arriva il "gognometro". Lo strumento che vuole scoprire il (presunto) tasso di gogna mediatica che si nasconde nell'informazione italiana. Tanto spazio agli arresti, quasi nessuno alle assoluzioni, è il punto di partenza. L'inchiesta finisce in fumo? E allora non è una notizia. Questo al deputato Enrico Costa di Azione non va giù. E proprio per questo ha inventato il "gognometro" dopo aver fatto la battaglia sulla legge per la presunzione d'innocenza che entra in vigore il 14 dicembre. Lui la considera la sua Bibbia. Ed è intenzionato a farla rispettare. A tutti i costi. Non gli bastava quel successo, frutto di una campagna che è partita a marzo e che è durata settimane, d'ora in poi "misurerà", notizia per notizia, gli spazi dati all'esplosione di un'inchiesta, magari con tanto di manette, e quelli successivi in caso di assoluzione. Il suo "gognometro" funzionerà tutte le volte che un processo finisce in fumo, e lui andrà indietro nel tempo per vedere quante colonne o quanti minuti di Tg o quanto spazio sui siti è stato dedicato alla news dell'arresto o dell'iscrizione sul registro degli indagati, e quante righe invece ha meritato l'assoluzione oggi.
Non è certo un passatempo, quello di Costa, perché - state attenti - l'ex sottosegretario e ministro berlusconiano ha un duplice obiettivo. Ottenere, nella prossima legge sul Csm e sull'ordinamento giudiziario, di condizionare la carriera delle toghe. Sulla quale, per Costa, dovrebbe avere un peso determinante anche un'indagine che poi si conclude con un nulla di fatto. Tante assoluzioni? Niente carriera, si resta al palo. Quanto ai giornalisti lo spauracchio è finire in mano al Garante della Privacy.
Ancora ieri Costa lo ha chiesto alla Camera con un ordine del giorno su cui però ha avuto la peggio, perché Francesco Paolo Sisto, suo ex collega di partito e oggi sottosegretario alla Giustizia con Marta Cartabia, si è messo di traverso. Ma la richiesta di Costa era perentoria: "Il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online che non dia pubblicità alla sentenza di assoluzione o di proscioglimento, ovvero non lo faccia con le stesse modalità e la stessa evidenza data alla notizia dell'avvio del procedimento penale o alle dichiarazioni, informazioni e atti oggetto del processo" finisce nelle mani del Garante della privacy che si regolerà di conseguenza.
Non è affatto ironico Costa quando spiega che "il gognometro è lo strumento che d'ora in poi misurerà il livello di gogna mediatica nell'ambito di un procedimento penale". E come si calcola questa gogna? Risposta subito pronta: "Il risultato si ottiene facendo la differenza tra lo spazio e il risalto dato alle indagini, alle dichiarazioni, alle conferenze stampa, all'uscita di verbali e intercettazioni, a volte pruriginose, rispetto poi alla notizia dell'eventuale assoluzione dell'imputato, che ovviamente arriva anni dopo".
Siamo al super garantismo portato alle estreme conseguenze. Un garantismo che, secondo Costa, è scritto ben chiaro nella Costituzione, "nessuno è colpevole fino alla sentenza definitiva", e nelle decisioni della Corte dei diritti umani di Strasburgo. Nonché in questa direttiva sulla presunzione d'innocenza del 2016 che "l'Italia ha recepito ben 5 anni dopo". E solo perché lui ne ha sollecitato la discussione.
Dai principi Costa passa ai fatti, e ogni giorno li twitta. Due giorni fa ecco la storia di Cesa, l'ex segretario dell'Udc. "Un quotidiano ha dedicato alla perquisizione a casa dell'allora segretario in carica dell'Udc Cesa, il 22 gennaio 2021, durante la crisi del governo Conte, sei pagine. A novembre, quando Cesa da impuntato è passato allo stato di prosciolto, quello stesso quotidiano ha dedicato a Cesa 19 righe in un angolino a pagina 13". Inutile spiegargli che - ovviamente - le regole del giornalismo sono queste, un intervento giudiziario come quello su Cesa fa notizia, soprattutto se incide sulla crisi politica in atto. Ma se poi tutto si sgonfia la notizia non c'è più. Costa non è affatto d'accordo, anzi si arrabbia: "Ma come? Ma vi rendete conto? Di casi di scuola come questo ce ne sono tutti i giorni, e non riguardano solo esponenti politici, ma imprenditori e semplici cittadini che vengono sbattuti in prima pagina, e la vera sentenza diventa la notizia dell'indagine, mentre la sentenza vera arriverà dopo anni, e non interesserà più nessuno".
Proprio così. Ma Costa vuole sfruttare la doppia anima del governo - Pd, M5S e Leu da una parte, Lega e Forza Italia dall'altra - per ottenere risultati a suo favore. La presunzione d'innocenza - che impone ai magistrati e quindi anche agli investigatori conferenze stampa solo se c'è "un interesse pubblico" - l'ha già ottenuta. Adesso vuole trasformare quei principi in possibili "punizioni" per chi non rispetta le regole che ormai sono scritte.
A Repubblica Costa spiega la sua strategia: "Mi muoverò su due fronti. Sul passato e sul presente. Ogni volta che un imputato, anche poco noto, sarà assolto, il "gognometro" entrerà in azione perché io andrò a verificare con quanto spazio è stata data la notizia dell'arresto oppure dell'apertura dell'indagine". Il deputato che ha lasciato Forza Italia da responsabile Giustizia per passare con Carlo Calenda, sta predisponendo dei modelli che saranno pubblicati in rete, e verranno distribuiti a parlamentari e avvocati. "Ma anche i cittadini - dice Costa - potranno scaricarli e segnalare eventuali anomalie". Si può già immaginare la pioggia di proteste che pioverà su via Arenula e nelle mani del Garante della privacy.
Ma la legge sulla presunzione d'innocenza - che più di una toga ha criticato - gli darà manforte. Costa, come un poliziotto al lavoro 24 ore su 24, verificherà anche le eventuali conferenze stampa che si tengono nei palazzi di giustizia. "Più di un magistrato sta cercando di mettere nel ridicolo questa legge - dice il deputato di Azione - sostenendo che comunque esisterà sempre un interesse pubblico nel dare le notizie. Ma non è affatto così perché la norma prevede che ci voglia un atto per fare le conferenze stampa e per autorizzare la polizia giudiziaria. Ci deve essere sempre un interesse pubblico. Io propongo, a chi crede nel principio della presunzione d'innocenza, di far partire un controllo sociale anti elusione". Et voilà... così, per difendere il presunto innocente, adesso parte la caccia al presunto colpevole.
di Alberto Pellai
Famiglia Cristiana, 2 dicembre 2021
La cronaca ci ha raccontato di una rapina finita molto male a Torino. Un sedicenne e un diciottenne entrano in una farmacia con una finta pistola. Sopraggiunge un carabiniere fuori servizio, che tenta di sventare il colpo. Nella fuga, uno dei due rapinatori - il 16enne - accoltella in modo molto grave il carabiniere che - per fortuna - è stato dichiarato fuori pericolo dopo il delicato intervento chirurgico cui i medici lo hanno sottoposto.
Alla sera il minorenne è stato accompagnato dal padre in questura per costituirsi. Possiamo solo immaginare il dolore e il disorientamento di un padre che deve portare il proprio figlio ad affrontare tutto quello che succederà dopo il reato da lui messo in atto. In un minuto si deve rivedere tutto ciò che si è stati: noi genitori per un figlio e quel figlio per noi genitori. "Mio figlio è un bravo ragazzo - ha detto il padre - Ha fatto una cavolata".
In questa frase ci sono mille contraddizioni e mille ambivalenze. Ma c'è di certo anche la volontà di un padre di continuare a credere che il proprio figlio non è "sbagliato": ha solo fatto un enorme sbaglio, di cui per legge dovrà rispondere. Questo approccio del padre sarà salvifico per il recupero del ragazzo. I figli hanno bisogno di sentire che un padre, di fronte al tuo errore, continua a credere che tu non sei sbagliato.
Però credo sia utile riflettere sulle parole che sono state usate. Una rapina e un "tentato omicidio" possono essere considerati solo una "cavolata"? Il ragazzo stesso, parlando del reato commesso, ha affermato "Ho combinato un casino". Forse dobbiamo proprio ripartire da qui, con i nostri figli adolescenti. Dalla necessità di dare alle parole il peso e il valore che hanno. Una rapina, un accoltellamento potenzialmente mortale non possono essere raccontati come "una cavolata" oppure come "un casino".
Sono reati. Della peggior specie. Implicano procedimenti penali, restrizioni della libertà, danni enormi alla vita altrui e alla propria. Gesti messi in azione in pochi minuti, hanno conseguenze per anni. E a volte quelle conseguenze - quando ferisci o uccidi qualcuno - durano per sempre. Crescere un figlio significa renderlo responsabile non solo di ciò che fa, ma anche di ciò che è. Ovvero, insegnargli ad usare il proprio potere d'azione e la propria autonomia - una volta che non è più il "copione dell'obbedienza" a guidarlo - per fare cose buone, per costruire il proprio presente e il proprio futuro.
Sono infinite le traiettorie di crescita attraverso le quali i nostri figli possono trasformarsi in autori di crimini e reati. Potrebbe capitare a tutti. E non serve a molto dire: "tutta colpa della famiglia". Le colpe le stabilisce la legge. A noi genitori ed educatori serve invece parlare di responsabilità educativa. E su questo c'è davvero molto lavoro da fare.
Perché la leggerezza etica e morale con cui si valutano azioni che hanno significati simbolici e reali enormi spesso si denota anche dall'uso delle parole, che come in questo caso, sembrano minimizzare la portata e l'entità del danno prodotto. Nel raccontare ai nostri figli e studenti questo fatto di cronaca, insegniamo loro ad usare le parole che servono per definirne l'enormità.
Ciò di cui si parla non è una "cavolata", né tanto meno "un casino" e pensare che siano queste le parole per definirlo fa apparire tutto come un semplice incidente con esiti imprevisti. Avere in mano un coltello, entrare in farmacia per fare una rapina sono reati, crimini tra i peggiori che espongono noi e gli altri a conseguenze gravissime. Partiamo da qui: dal dare alle parole il peso e il valore che hanno.
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 2 dicembre 2021
Accusato di aver aggredito un gendarme durante una manifestazione al confine francese contro la repressione dei migranti, è stato portato alle Vallette di Torino in attesa di essere estradato in Francia. Prima dell'arrivo delle forze dell'ordine la visita di Zerocalcare a casa sua a Bussoleno.
La giornata era iniziata con la solidarietà portatagli direttamente a casa da Zerocalcare, a Bussoleno, ed è terminata con Emilio Scalzo - 66 anni, storico attivista No Tav - in carcere alle Vallette. Un repentino cambio di registro che stringe ancor più una Valle attorno al suo "gigante", pescivendolo in pensione e infaticabile militante conosciuto per la sua generosità, su cui pende un mandato di cattura internazionale per fatti avvenuti al confine francese, lo scorso maggio, fra Claviere e Monginevro. Scalzo è accusato di avere aggredito un gendarme, durante una manifestazione No Border indetta contro la repressione che colpisce le rotte migranti.
"Sono arrivati scavalcando il cancello, come degli intrusi, bloccando la statale con le camionette", così il sito notav.info racconta l'arresto di Emilio da parte delle forze dell'ordine. È avvenuto poco dopo le 13 tra le urla dei No Tav che invocavano la sua libertà. L'uomo è stato portato in carcere a Torino, in attesa di essere estradato in Francia. Una decisione diventata esecutiva dopo che la Cassazione ha rigettato il ricorso dei suoi legali.
Negli ultimi giorni svariati attivisti No Tav si sono ritrovati in un presidio permanente sotto casa sua per esprimergli vicinanza. E, così, ieri mattina Emilio Scalzo, in quel momento ancora ai domiciliari, è stato raggiunto anche da Zerocalcare, autore della recentissima serie tv di successo Strappare lunghi i bordi e dell'appena uscito graphic novel Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia. Il fumettista ha registrato, proprio accanto a Emilio, un messaggio: "Tutti si riempiono la bocca della solidarietà con i migranti, Emilio - ha sottolineato Zerocalcare - questa cosa l'ha praticata davvero". Sulla storia di Emilio e sul suo percorso di vita, Chiara Sasso ha scritto un libro intitolato A testa alta (Edizioni Intra Moenia, 2020): dalle sue origini siciliane al lavoro nei mercati della Val di Susa, dalla parentesi giovanile nel pugilato al costante impegno dalla parte dei più deboli.
La decisione di ottenere un aggravamento della misura degli arresti domiciliari è venuta dalla Procura generale del Piemonte, motivata dal "concreto pericolo" che i No Tav potessero impedire l'estradizione dell'attivista. Una mossa che ha lasciato spiazzato il suo legale, l'avvocato Danilo Ghia: "Sono esterrefatto. Il mio assistito è stato arrestato ma non a causa del suo comportamento". Alle 18 si è svolto a Torino un presidio di solidarietà nei confronti di Scalzo, al capolinea del tram 3 nei pressi della casa circondariale. Il movimento No Tav ha detto che non smetterà di essere al fianco di Emilio e lo farà anche in Francia: "Questa storia ha ancora una volta molto da insegnare. Insegna - si legge su notav.info - la solidarietà, la capacità di uomini e donne di schierarsi contro le ingiustizie mettendo in gioco le proprie vite per un obiettivo più grande, collettivo, per un'esistenza più degna".
dire.it, 2 dicembre 2021
"L'attuale situazione sanitaria negli istituti penitenziari delle Marche necessita di interventi su diversi fronti. Occorre predisporre un Piano serio ed oculato per affrontare le criticità presenti". A dirlo in una nota è il Garante regionale dei Diritti delle Marche, Giancarlo Giulianelli, che oggi ha partecipato ad un'audizione della commissione Sanità presieduta da Elena Leonardi (Fdi).
Le maggiori difficoltà, ha evidenziato il Garante, sono determinate dall'aumento delle patologie psichiatriche che necessiterebbero di un servizio psichiatrico e psicologico all'interno di ogni penitenziario e anche di prevedere l'attivazione di una seconda Rems nelle Marche. In primo piano inoltre l'esigenza di garantire il servizio medico 24 ore su 24 in tutte le strutture carcerarie. Sul fronte Covid-19 Giulianelli ha ricordato che è indispensabile attivare un monitoraggio che tenga conto dell'evolvere della situazione.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 dicembre 2021
Morti un 36enne condannato per estorsioni sportive, un 47enne per violenze in famiglia e un uomo di 36 anni che sarebbe tornato in libertà tra un anno. Nel penitenziario solo quattro poliziotti. Inagibili palestra, cappella e sale colloqui.
Tre suicidi in un mese, di cui due in una settimana: per quanto siano insondabili le scelte delle persone che arrivino a togliersi la vita, e quindi oscena la presunzione di trarne facili correlazioni, non ci vuole un genio a capire che le tre morti fra il 25 ottobre e il 30 novembre (più un tentato suicidio) sono la punta di un iceberg di problemi serissimi nel carcere di Pavia.
Tutti e tre in espiazione di una condanna definitiva (categoria di detenuti che a rigore dovrebbe stare più in una casa di reclusione che in una casa circondariale come Pavia), prima si è ucciso un italiano di 36 anni condannato per estorsioni in ambito sportivo, poi un italiano di 47 anni condannato per violenze familiari, e infine ora un romeno di 36 anni che sarebbe tornato in libertà tra poco più di un anno. Proprio il giorno prima di quest'ultimo suicidio una delegazione di "Antigone" era entrata nel penitenziario, e ora - spiega la responsabile lombarda Valeria Verdolini - chiederà di tornarvi domani proprio per la gravità della situazione verificata.
Pavia ha (come molti istituti) problemi di sovraffollamento, con 586 detenuti (che erano 609 in estate) in 518 teorici posti regolamentari, e più della metà sono stranieri. Ha più di 300 detenuti "protetti", che cioè per ragioni varie hanno collocazione diversa dall'ordinaria. Ha un polo psichiatrico in teoria per il bacino lombardo ma (al momento per 12 ospiti) con un personale ampiamente sottodimensionato. Ha, per quanto riguarda la direzione, un rosario di congedi e reggenze. Ha soltanto 4 ispettori nella polizia penitenziaria (corpo ovunque sotto organico) e 4 educatori a rappresentare le rispettive posizioni professionali per 600 detenuti. In affanno è la medicina penitenziaria, che ha visto un dottore arrivare a fare anche 36 ore di fila di turno perché "con le dimissioni in massa del personale sono rimasti solo due medici, di cui uno, psichiatra, appunto costretto a fare turni per coprire le guardie", riassume la professoressa di Esecuzione penale Laura Cesaris, Garante provinciale dei detenuti da settembre 2020.
E poi ci sono "le disastrose condizioni logistiche, il forte degrado dovuto a incuria e infiltrazioni d'acqua: con inagibili la palestra, la cappella e le sale colloqui, tra le soluzioni prospettate c'è anche quella di far diventare polifunzionale il teatro.
L'inagibilità di questi spazi", insieme ai problemi di riscaldamento e di acqua, "ha una ricaduta assai pesante sulle condizioni detentive, peraltro rese ancora più difficili dall'infestazione di alcuni parassiti. Condizioni di vita peggiorate nell'indifferenza" mentre la pandemia aggrava la separazione fra il dentro e il fuori, valuta Cesaris invocando maggiore consapevolezza non solo nell'amministrazione penitenziaria ma anche negli avvocati e nei magistrati di sorveglianza.
Altrimenti "la separazione prescritta a tutela anti Covid finisce per costituire un alibi per ignorare persino le esigenze più elementari". Talvolta anche per malintese rigidità burocratiche. Come nella risposta della direzione del carcere alla doglianza della Garante di non essere stata avvisata del secondo suicidio: "Pur nella reciproca collaborazione, la richiesta non trova fondamento nelle prerogative del Garante provinciale dei detenuti".
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