cagliaripad.it, 7 luglio 2021
"Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria deve rispettare la Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e la Carta dei Diritti dei Figli di genitori detenuti sottoscritta dal Ministero della Giustizia nel 2018. I principi informatori, condivisi a livello europeo, non possono non essere applicati per ragioni che non siano determinati dal pericolo per l'integrità del minore. Ciò nonostante due bambini di 16 e 10 anni, residenti a Napoli, entrambi invalidi al 100%, non incontrano da 19 mesi il padre, ristretto nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta.
L'uomo, che ha chiesto al DAP di essere trasferito nella Penisola in un carcere prossimo alla famiglia, non ottiene alcuna concreta risposta e rischia di non poter abbracciare i figli ancora per molto tempo. Una situazione assurda, scandalosa e immotivata giacché il padre non è privato della responsabilità genitoriale ed è padre di 7 figli". Lo afferma Maria Grazia Caligaris dell'associazione 'socialismo Diritti Riforme' sottolineando "la memoria corta di un Dipartimento che non rispetta un accordo di straordinaria valenza culturale e civile sottoscritto e rinnovato più volte".
"Appare singolare e induce a riflettere il fatto che il DAP - osserva ancora Caligaris - mentre invia nelle carceri sarde, senza alcuna remora e perfino durante la pandemia, detenuti problematici e con importanti livelli di criminalità, non interviene con altrettanta tempestività quando si tratta di trasferire un detenuto dalla Sardegna. Ancora più sorprendente che non tenga nella dovuta attenzione la condizione della famiglia e lo stato di salute di due bambini che non hanno commesso alcun reato e che hanno bisogno di poter incontrare il padre".
"Non si può dimenticare - ricorda l'attivista di SDR - che lo scopo della pena è quello di far pagare il debito con la società nel rispetto delle norme e della umanità della carcerazione. Nel caso specifico il detenuto R.N., 40 anni, di origine serba, ha scontato 16 mesi in regime di sorveglianza particolare (14bis) nel carcere "Badu 'e Carros di Nuoro e dallo scorso mese di marzo si trova a Cagliari. La moglie effettua i colloqui in videoconferenza ma la situazione della famiglia è delicata".
"È arrivato il momento che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria consenta all'uomo di tornare nel territorio della Penisola anche perché ai bambini, per motivi di salute, sono interdetti i viaggi di lunghe distanze. Il rispetto delle norme, in particolare da parte delle Istituzioni, è un gesto di responsabilità che dimostra la capacità di gestire anche le situazioni più difficili - conclude Caligaris - con la forza della legge e il senso di umanità". L'associazione informerà della vicenda l'Autorità Garante dei Diritti dei Minori e degli Adolescenti e il Garante dei Diritti dei Detenuti della Campania nonché l'Associazione Bambini senza Sbarre.
foggiatoday.it, 7 luglio 2021
Il Sappe: "Dovevano servire il caffè?". Dopo i fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel mirino dei familiari dei detenuti protagonisti della rivolta del carcere di Foggia del 9 marzo 2021, i poliziotti penitenziari, che Pilagatti del Sappe difende dalle presunte accuse. Federico Pilagatti non accetta che i gravi episodi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, possano sminuire la gravità della rivolta dei detenuti del carcere di Foggia, dal quale evasero 73 reclusi, e, di conseguenza, il ruolo e il lavoro svolto in quei giorni dai poliziotti penitenziari, alle prese con un evento mai verificatosi prima, straordinario.
Le denunce dei familiari dei detenuti - Ad accendere i riflettori sulla gestione dell'emergenza in quei giorni erano stati i familiari dei detenuti attraverso l'associazione Yairaiha, che difende i diritti dei carcerati. A più di un anno di distanza e dopo i fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, aumentano le preoccupazioni dei parenti dei reclusi. Le testimonianze pervenute all'epoca dei fatti all'associazione, sarebbero sette. Questa, invece, la lettera scritta qualche giorno dopo.
"Siamo un gruppo numeroso di familiari di persone recluse, fino ad una settimana fa, nel carcere di Foggia. Quello che chiediamo è solo ascolto, proveremo ogni tentativo per dare voce alle nostre paure, alle nostre preoccupazioni ma soprattutto ai nostri diritti!
Come ben sapete, il giorno 9 marzo c'è stata una rivolta all'interno del penitenziario di Foggia, cominciata già in maniera pacifica la sera precedente; la rivolta è degenerata con danni all'interno ed evasioni, e su questo potremmo soffermarci a lungo poiché le anomalie sono tante, non ci spieghiamo come sia stato possibile non riuscire a contenere una rivolta cominciata la sera prima arrivando a conseguenze di questo tipo. Premettiamo che chi sbaglia paga e non giustifichiamo quello che i nostri parenti detenuti abbiano fatto! Ora la cosa che più ci sta facendo soffrire, e di cui vogliamo fare chiarezza, è la questione dei trasferimenti fatto il giorno 12 marzo.
A distanza di una settimana molti di noi non hanno notizie dei propri familiari, molti non hanno ricevuto gli indumenti e addirittura molti sono messi in isolamento senza la possibilità di comunicare con la propria famiglia. Ci stanno arrivando testimonianze da brividi, attraverso lettere, da parte dei nostri cari, si segnalano violenze di ogni genere, abbiamo tra l'altro saputo che la mattina dei trasferimenti sono stati trasportati con pigiami e scalzi senza l'opportunità di potersi mettere una tuta e un paio di scarpe
Purtroppo arriviamo a denunciare perché le testimonianze sono molte e pian piano stanno arrivando lettere e telefonate alle famiglie che ci lasciano senza parole e con tanta sofferenza! Chi ha sbagliato doveva essere punito dalla legge non dalla violenza fisica! Quello che chiediamo è che venga fatta luce su questa storia, i detenuti sono esseri umani, con dei diritti! Non possiamo sopportare che siano stati trattati in questo modo! Ora in una situazione di emergenza a causa del Coronavirus che ci fa molta paura, sapere che i nostri mariti, figli, fratelli stanno subendo tutto ciò ci fa solo gridare aiuto! Dateci ascolto! Vi ringraziamo anticipatamente!"
La replica di Pilagatti (Sappe) - Non si è fatta attendere la replica del Sappe: "Quello che è accaduto a Foggia è stato visto da tutto il mondo, un qualcosa che avviene solo nei film con 73 detenuti che evadono quasi facessero una scampagnata ed una parte consistente della popolazione detenuta (molti detenuti sono stati costretti e minacciati a partecipare) padrona del carcere, che ha distrutto e bruciato di tutto e di più. 36 ore di pura follia che sembra sia stata dimenticata da tutti quelli che ora cercano di scagliarsi su Foggia in cerca della preda da azzannare. Abbiamo letto di "poveri" detenuti impauriti per l'ingresso dei poliziotti con scudi e manganelli, ma per contrastare una rivolta con i detenuti armati di bastoni, coltelli e quant'altro, nei reparti distrutti, dovevano entrare con un fiore in mano?
Come pure abbiamo letto di proteste per le partenze improvvise e nl cuore della notte di detenuti rivoltosi. Ci dispiace che a questi poveri rivoltosi non sia stato servito anche il caffè prima della partenza, che, secondo loro, sarebbe dovuta avvenire diciamo verso le otto. Siamo ormai al ridicolo, al paradosso per cui quei detenuti che hanno distrutto il carcere, divelto cancelli, bruciato computer e carte importanti, sequestrato poliziotti, dovevano rimanere a Foggia ossequiati e riveriti come nuovi padroni del carcere.
Lo si vuole che capire che c'è stata guerriglia non certo scatenata dai poliziotti? Per questo il Sappe non consentirà su Foggia nessun processo mediatico da offrire, (in questa calura estiva) in pasto ai cittadini, lasciando alla magistratura il compito di verificare le denunce dei detenuti e di chi li difende come in un paese civile, anche se deve essere chiaro che le rivolte le hanno fatto i detenuti e non i poliziotti penitenziari".
di Luigi Labruna
La Repubblica, 6 luglio 2021
C'è poco da girarci attorno. Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza documentano che un anno fa, a séguito di proteste non violente dei detenuti causate dal Covid, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono state perpetrate nei confronti dei detenuti, da decine di guardie carcerarie e da loro dirigenti, crudeltà vergognose. Sadismi scomposti. Abusi. Minacce di morte. Violenze, delle quali incoscientemente si vantavano in deliranti sms gli stessi torturatori ora indagati, in oltre settanta sospesi dal servizio e, a decine sottoposti a misure cautelari per una serie impressionante di reati.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 6 luglio 2021
Nove decessi per overdose nel 2020, il gip ha archiviato. All'Huffpost il legale di una vittima: "Soccorso tempestivo poteva salvarlo". Il caso è stato liquidato con un'ordinanza di archiviazione di neanche tre pagine, datata 17 giugno: nessuno si può considerare responsabile, nessuno merita il giudizio per la morte di otto dei nove deceduti nel carcere di Modena dopo le rivolte di marzo 2020. Il gip Andrea Romito ha detto sì alla chiusura delle indagini, come chiesto dalla procura. I punti oscuri su quello che successe l′8 marzo 2020, mentre il Paese si chiudeva per la prima ondata di Covid e in varie carceri italiane esplodevano le rivolte, però restano.
farodiroma.it, 6 luglio 2021
Per 15 mesi nessuno ha cercato la verità sui decessi dei detenuti durante le rivolte dell'anno scorso. "Dodici i morti tra i detenuti per cause che, dai primi rilievi, sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini".
Fu questa la laconica risposta dell'allora ministro Bonafede alle interrogazioni parlamentari sui decessi durante le rivolte carcerarie dell'anno scorso legate all'emergenza Covid. "Tutto qui - avevamo scritto l'11 marzo 2020 su questo giornale online - nemmeno un chiarimento su quella che è stata una strage che non ha precedenti. Certo erano ragazzi poveri, sembra fossero tutti tunisini, forse pusher... Ma un paese civile non può accontentarsi di un 'perlopiù' come spiegazioni di un fatto gravissimo e senza precedenti come la morte di 12 ragazzi in carcere. È inaccettabile".
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 6 luglio 2021
Carceri, bisogna sapere subito quanto siano estese le violazioni del diritto e della giustizia. La polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (e in molti altri luoghi di pena), i carabinieri in caserme di Roma e di Piacenza, gli stessi magistrati (osservatori autorevoli come Luciano Violante e Guido Neppi Modona hanno lamentato il preoccupante aumento di magistrati coinvolti in indagini penali): che fare se i custodi della virtù si macchiano essi stessi di gravi colpe, spesso nei luoghi dove dovrebbe essere difesa la giustizia, abusando della propria autorità?
di Grazia Longo
La Stampa, 6 luglio 2021
Da un lato, il richiamo dell'Unione europea affinché le nostre autorità nazionali "facciano il possibile per proteggere tutti i cittadini dalla violenza". Dall'altro, i racconti di aggressioni e umiliazioni subite dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, come quelle di un uomo che ricorda: "Sono stato urinato addosso dalle guardie, ero in una pozza di sangue e mi hanno urinato addosso, sono stato sputato in bocca e in faccia dalle guardie più volte, sono stato massacrato. Davanti ai miei occhi hanno preso un ragazzo, lo hanno messo a 90 gradi e lo hanno penetrato. Un altro ragazzo stava molto male, volevo farlo bere, le guardie mi hanno fatto prendere l'acqua dallo sciacquone del wc nonostante avessi il lavabo vicino".
Non finisce mai l'orrore descritto nelle oltre duemila pagina dell'ordinanza che ha disposto 52 misure cautelari nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte violenze ai danni dei prigionieri durante la perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020, dopo la rivolta del giorno precedente. Tanto che il gip Sergio Enea rimarca "l'assoluta naturalezza e la mancanza di ogni forma di titubanza" con cui gli agenti avrebbero, per l'accusa, pestato i detenuti. Secondo il gip, se si fosse trattato di un episodio isolato sarebbe stato lecito attendersi esitazione nel colpire i detenuti. E invece l'atteggiamento appariva "naturale".
Sono otto i video, per un totale di circa 18 ore di registrazione, che inchiodano gli indagati alle pesanti accuse di tortura. Tanto che il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, sottolinea che le immagini più cruente delle presunte aggressioni non sarebbero quelle diffuse dalla stampa: "Abbiamo chiesto un incontro al capo del Dap Bernardo Petralia, al suo vice Roberto Tartaglia e a Gianfranco De Gesu, responsabile nazionale Detenuti e designato dal ministero per la commissione interna per verificare i fatti di Santa Maria Capua Vetere".
Ciambriello, inoltre, precisa che in quel carcere "durante il 2020 si è registrata la più alta percentuale, di tutte le prigioni campane, di atti di autolesionismo da parte dei detenuti. Per l'esattezza 196 episodi". Intanto Christian Wiegand, portavoce dell'esecutivo comunitario per la Giustizia, ribadisce che "in Europa non c'è posto per la violenza. La gestione delle carceri è di competenza nazionale e la Commissione si aspetta un'indagine indipendente e approfondita da parte delle autorità italiane competenti".
E la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese osserva: "Immagini che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere. Su questo la magistratura farà gli interventi del caso, ma non possiamo, sulla base di quanto fatto da alcune persone, criminalizzare un intero copro che fa un lavoro complicato e difficile. Serve fare chiarezza". Oggi e domani verranno conclusi gli interrogatori di garanzia.
difesapopolo.it, 6 luglio 2021
La riflessione del vice presidente della Comunità di Capodarco di Fermo, Riccardo Sollini, dopo le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "Il sistema è strutturato per fare il contrario di quello per cui è stato costruito. Le volte che sono entrato in carcere ho sempre avuto la sensazione che detenuti e 'secondini' cercavano di riuscire a tirarsi fuori a vicenda da una dignità umana calpestata".
"Una vicenda che va affrontata a monte, partendo dalla dignità di chi deve espiare la pena e ancora di più di chi in quei posti lavora. Entrambi sono vittime di un sistema carcerario italiano che fa acqua da tutte le parti, strutturato per fare esattamente il contrario di quello per cui è stato costruito". Questa la riflessione del vice presidente della Comunità di Capodarco di Fermo, Riccardo Sollini, dopo le violenze ai danni di alcuni detenuti avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e sulle quali, secondo Sollini, "sono stati espressi molti punti di vista che, a parte quello impronunciabile di Salvini, sono tutti condivisibili pur se vanno in diverse direzioni".
"Questo perché il mondo del carcere è complesso, fatto troppo spesso di regole non scritte e lasciato per la maggior parte dei casi in una stasi di auto mantenimento - prosegue l'analisi del vice presidente della Comunità di Capodarco. "l pestaggio è di fatto ingiustificabile, una macelleria cilena che fa male al cuore e mi ha provocato un senso di nausea. Proviamo a ricostruire la storia: durante il periodo della prima pandemia, quando tutta Italia si è trovata imprigionata da un virus sconosciuto, abbiamo introdotto tutte le indicazioni possibili, che cambiavano quotidianamente, a volte contradittorie. Con bollettini del Premier che sembravano dispacci di periodo di guerra.
Tutti che provavano a capire cosa fare, ma soprattutto non fare. Nelle realtà istituzionali sono stati messi in campo protocolli, obblighi, restrizioni. In parte hanno funzionato, in parte no. Chi non rispettava le regole si è trovato travolto, pensiamo a tutti i morti nelle Rsa, e anche chi le ha sempre rispettate si è visto sfuggire la situazione di mano.
Il carcere - spiega ancora Sollini - è un luogo istituzionale, un luogo di stato, ma di fatto se non ci fossero state le proteste nessuno ne avrebbe parlato. Questo per un motivo semplice: sono 'non luoghi', fatti di spersonalizzazione, come buchi neri in cui alla fine vale tutto. Come fai a mettere procedure di distanziamento o di altro tipo quando si è costretti a vivere in 8 persone in 10 metri quadrati, quando si dorme per terra di fianco alla tazza del water. Quando l'ora d'aria viene fatta in un cortile di cemento in cui tutti si è ammucchiati, dove la stanza per i colloqui si trasforma in stanza di incontro dei familiari e allo stesso tempo è spazio di attività alternative. Il tempo si ferma e non scorre, vivi buttato sul letto in cella, sperando che qualcuno ti passi degli psicofarmaci".
I fatti di Santa Maria Capua Vetere hanno dimostrato che non si può più glissare sulla questione carcere, secondo Sollini un "non luogo" per gli stessi agenti, costretti a turni massacranti in ambienti che hanno le stesse caratteristiche e lo stesso livello di desolazione degli spazi destinati ai detenuti. "In sotto numero, a rischio aggressione quotidiana, a contatto con storie di vita pesanti - spiega il vice presidente di Capodarco -. A volte provi compassione, a volte ti fanno schifo, con turni strazianti. I numeri di suicidi tra agenti penitenziari è altissimo, senza parlare delle continue minacce e insulti. Tutto crea una situazione esplosiva in cui, di fatto, nell'opinione pubblica si può fare tutto e il contrario di tutto. L'immaginario collettivo del carcere come luogo dalle regole non scritte, come se lo stato di diritto si spegne.
Tutto falso, in realtà le volte che sono entrato in carcere ho sempre avuto la sensazione che detenuti e 'secondini' cercavano di riuscire a tirarsi fuori a vicenda da una dignità umana calpestata quotidianamente, in quei luoghi brutti, vecchi, freddi o eccessivamente caldi. Un giorno sono andato a prendere un ragazzo che doveva entrare in comunità, si era fatto 3 anni di carcere. Mi ha guardato, bianco, cotto di farmaci e con lo sguardo fisso mi ha detto: 'il carcere è brutto'. Qualche anno dopo ho incontrato una guardia penitenziaria, abbiamo parlato e anche lui mi ha detto 'il carcere è un posto brutto'".
"Ecco forse in tutto questo - conclude Sollini - si trova la bassezza umana di quelle immagini e le parole che mi hanno penetrato il cuore sono state due testimonianze di chi era presente. L'agente della Polizia penitenziaria che piangeva chiedendo ai colleghi di smetterla e il detenuto picchiato che a distanza di tempo dice: 'quello che hanno fatto sporca la divisa della maggioranza di loro che fanno onestamente il loro lavoro'".
di Fiammetta Modena*
Il Dubbio, 6 luglio 2021
La situazione delle nostre carceri, le tensioni che quotidianamente si vivono all'interno, le violenze oggi all'attenzione mediatica, sono figlie di un "pendolo" che oscilla sull'onda delle emozioni, non sorrette da una consapevolezza razionale e dalla conoscenza quotidiana della vita negli istituti di pena.
Seguiamolo questo pendolo: punta, all'inizio della legislatura, verso la "certezza della pena". Traduce la percezione diffusa nella collettività che i delinquenti, in un modo o in un altro, con permessi o sotterfugi, riuscirebbero a scontare pochi anni e comunque ad uscire dal carcere magari per delinquere di nuovo.
Diventa un mantra collettivo e alcune forze politiche ne fanno una bandiera a cui si aggiunge anche la ferma volontà di vedere "in galera" i colletti bianchi, quelli che pagano gli avvocati che permettono loro di scontare neanche un giorno di carcere. In questo clima il "pendolo" difende solo a parole l'operato della polizia penitenziaria che di fatto, nonostante tante visite nelle carceri, raccoglie solidarietà verbale ma sicuramente non fattuale. I dati del sovraffollamento degli istituti di pena parlano da soli... La certezza della pena diventa quindi solo uno slogan, che suona bene all'orecchio del cittadino comune e in realtà non risolve e non affronta nessun problema Le carceri, poi, diventano uno terreno di scontro di natura politica e il "pendolo" si sposta sulle polemiche per le scarcerazioni ai mafiosi in barba naturalmente a tutto quello che potevano essere le valutazioni relative allo stato di condizione di salute delle singole persone.
Il "pendolo" oscilla ancora quando ci sono le rivolte nelle carceri: nessuno si pone il problema delle condizioni dei carcerati ma si preferisce anche in quel caso utilizzare una narrazione più facile, legata semplicemente a rivolte orchestrate dall'esterno. Vengono così messe nel cassetto dalle maggioranze del Conte 1 e del Conte 2 tutte le norme che riguardavano il lavoro dei detenuti, la loro scolarizzazione, in un in una parola quello che è veramente la rieducazione. Il "pendolo", infine, oscilla di nuovo e punta sulle telecamere rimaste accese: ci si accorge che all'interno del mondo complesso e difficile dei detenuti e delle forze di polizia può succedere di tutto.
C'è molta ipocrisia in chi oggi urla allo scandalo o peggio ancora cavalca l'onda mediatica: l'ipocrisia di chi ha perso la memoria di tutto quello che è accaduto grazie al mantra "della certezza della pena". Sbandierare la certezza della pena in realtà non ha garantito nulla ai cittadini comuni, non li hai rassicurati, ha solamente ignorato il problema utilizzando delle parole gradite ai social e al sentimento emozionale. Ci voleva il ministro Cartabia a ricordarci i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale che ci distinguono nella sostanza da tutto quello che è sopruso e violento.
Si può dare un contributo razionale? Riteniamo di sì. Da un lato esistono le relazioni che annualmente il Garante delle persone private della libertà personale presenta al parlamento, hanno dei numeri che si commentano da soli.
Dall'altro il faro va puntato su altri attori nelle carceri, attori fondamentali ed importanti per il percorso rieducativo dei detenuti. Sono i funzionari giuridici pedagogici. Sono le persone che ascoltano i detenuti, che fanno le relazioni, sono le persone che seguono il percorso di riabilitazione. Costituiscono il collegamento tra detenuto e realtà, un ausilio importantissimo per capire effettivamente che cosa avviene e come si può migliorare. I funzionari giuridici pedagogici hanno chiesto dei riconoscimenti di inquadramento, che incontrano difficoltà dal punto di vista dei costi. Ciò non toglie che la loro funzione e la loro attività deve essere considerata al centro della vita del carcere. Come la polizia penitenziaria, anche loro fanno un lavoro difficile e sono soprattutto gli occhi del giudice all'interno degli istituti detentivi.
Forse molti neanche sanno esattamente chi siano queste figure. Sono conosciuti dagli addetti ai lavori, non dal grande pubblico. Siamo certi che il ministro, reduce dalle visite nelle carceri in qualità di Giudice Costituzionale, saprà cogliere l'importanza dei Funzionari giuridici pedagogici e valorizzarli. È tempo di mettere da parte le parole, gli slogan e anche le ipocrisie per capire quali sono invece gli strumenti che abbiamo e sui quali possiamo far leva per il rispetto effettivo dei principi della nostra Costituzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 luglio 2021
Il Conams, il coordinamento dei magistrati di sorveglianza, in una nota sottolinea l'urgenza di una riforma organica del sistema penale e penitenziario e riconosce l'impegno quotidiano della grande maggioranza della Polizia penitenziaria. Scende in campo anche il coordinamento dei magistrati di sorveglianza (Conams), stigmatizzando da una parte la violenza ai danni di detenuti verificatisi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, mentre dall'altra preme per la riforma organica del sistema penale e penitenziario.
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