di Marinella Zetti
Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2021
Per una volta, pur restando in ambito editoria digitale, non vi parlerò di numeri ma del libro Anni positivi - La storia dell'HIV in Italia attraverso i 30 anni di EssePiù, il periodico di Asa-Associazione Solidarietà Aids, nato nel 1991. Ho ideato e curato il progetto per evitare che la memoria storica andasse perduta. Racconti, testimonianze, denunce.
A mio avviso, è importante conoscere cos'è accaduto in Italia quando si è scoperto il virus e il grande lavoro svolto dalle associazioni e dai volontari, attività di informazione e prevenzione che non si è mai interrotta. Il saggio, proposto in versione digitale e cartacea, è pubblicato in self-publishing con la piattaforma Kdp di Amazon, una scelta ponderata perché permette all'opera di essere sempre reperibile ed evita lo spiacevole "fuori catalogo" riservato dagli editori ai libri che non scalano le classifiche. Vi propongo la prefazione di Massimo Cernuschi, medico infettivologo e Presidente di Asa, in associazione da quando è nata nel 1985.
Un viaggio lungo trent'anni, di Massimo Cernuschi - Una vita passata in mezzo a persone con HIV. Ho iniziato a vederne prima ancora che fosse possibile fare il test sierologico, il famoso Elisa. Ovviamente si capiva ben poco. Poi sono arrivati i primi test nel 1984, le prime diagnosi di HIV e le prime diagnosi di Aids. Era difficile, per un medico, accettare che la persona che ci stava davanti, con HIV e difese immunitarie molto basse, in apparenti ottime condizioni di salute, era destinata a star male e morire nel giro di poco tempo. Io facevo i test e restituivo il risultato, spiegando il significato (per quello che si poteva dire negli anni '80) della positività e invitando a fare attenzione a chi risultava negativo.
C'era molto bisogno di informazione e l'Asa è partita proprio spinta da questo, nel 1985. Subito si è capito che le persone con HIV andavano accompagnate nel loro percorso con un sostegno non solamente medico, ma di solidarietà. E sono stati creati i gruppi di autoaiuto e sono cominciate le attività di informazione e sensibilizzazione. L'attività di Asa è sempre stata più orientata verso il mondo gay che a Milano è stato subito duramente colpito.
Pur essendo molto coinvolto dal punto di vista personale (amici, conoscenti, pazienti a cui mi affezionavo), ho sempre fatto, in associazione, la parte del dottore. La parte principale è stata quella di spiegare le cose in maniera comprensibile ai non addetti ai lavori e dire in maniera chiara, senza omissioni, alle persone con HIV come era la loro situazione. Non sempre facile. Avevamo anche un gruppo di assistenza domiciliare, di accompagnamento delle persone più sole e meno fortunate. La parte sanitaria (esecuzione di fleboclisi al domicilio, che non venivano effettuate dal servizio pubblico) era forse quella meno "importante". Le persone con AIDS avevano bisogno di qualcuno con cui parlare, che le portasse al cinema o a fare la spesa, che facessero vivere loro una vita "normale". Senza stigma, senza paura.
EssePiù è nato al culmine di questa catastrofe. Leggendo i pezzi "riesumati" da un tempo che sembra preistoria, mi sono ritrovato davanti le facce degli amici che se ne sono andati, la storia delle lotte che abbiamo portato avanti, le mie frasi che ormai suonano incomprensibili per chi non ha vissuto in quel periodo.
In effetti, quando parlo ai giovani medici del mio reparto, futuri infettivologi, loro restano stupiti. Non possono capire quanto siamo stati immersi in un incubo. Un periodo in cui non si avevano certezze, in cui non si potevano dare rassicurazioni alle persone con HIV, in cui la paura di chi aveva l'HIV era mille volte maggiore della paura di prendersi l'infezione da un rapporto non protetto. EssePiù ci ha accompagnati, grazie alle persone che hanno dedicato un po' del loro tempo per quello che adesso è la storia di ciò che è successo (e sta succedendo). La lotta è diversa, ora, ma non è finita.
redattoresociale.it, 1 dicembre 2021
Un successo la quattro giorni romana che ha unificato due edizioni della rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini Incrociati". Il Ministero annuncia il rinnovo del Protocollo d'Intesa triennale. "Il carcere non deve essere un luogo di conferma del destino segnato, fatto di marginalità ed esclusione. Grazie alle sue peculiarità creative e artistico espressive, il linguaggio teatrale diventa uno strumento privilegiato di intervento, fuoriuscendo dagli schemi imposti e individuando forme di conoscenza in grado di far fronte a una vera e propria emergenza educativa".
Commenta così il successo della settima e ottava edizione della Rassegna di teatro in carcere 'Destini Incrociati', Vito Minoia, promotore delle iniziative messe in campo nella quattro giorni romana, esperto di teatro educativo inclusivo all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Originali e di alto livello espressivo i sette spettacoli presentati nell'evento promosso in rete da 22 organismi aderenti al Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, con soggetto capofila il Teatro Universitario Aenigma di Urbino.
La rassegna, realizzata con il contributo del Ministero della Cultura, Direzione Generale Spettacolo, ha unito quest'anno, attraverso una iniziativa speciale, due edizioni, recuperando terreno dopo lo stop provocato dalla pandemia.
Le opere, selezionate da una qualificata direzione artistica, hanno portato in scena al Teatro Palladium dell'Università di Roma Tre alcuni testi classici ispirati all'Odissea, "Ulisse o i colori della mente" con la regia di Gianfranco Pedullà, realizzato nel carcere di Gorgona dal Teatro Popolare d'Arte, a Shakespeare con Ramona e Giulietta, delle Donne del Muro Alto del femminile di Rebibbia dirette da Francesca Tricarico, ai racconti di Primo Levi con "I sopravvissuti" dalla Casa Circondariale di Pesaro con la Compagnia Lo Spacco e il Teatro Universitario Aenigma per la regia di Francesco Gigliotti. A Bernard-Marie Koltès con "La svolta" presentato in anteprima nel nuovo spazio scenico dell'istituto penitenziario di Civitavecchia dalla Compagnia ADentro con la regia di Ludovica Andò.
"Sono stati molto apprezzati - racconta Vito Minoia - anche i testi inediti come 'It's just a game', riflessione tragicomica sulla società capitalistica di Robert Da Ponte con la regia di Livia Gionfrida di Teatro Metropopolare, e 'Questo è il mio regno', monologo di Cosimo Rega che in chiave autobiografica, grazie alla collaborazione drammaturgica di Valentina Venturini e a quella registica di Fabio Cavalli, riflette su come, da detenuto condannato all'ergastolo, sia stato aiutato nel progressivo percorso di riscatto personale e sociale. Non ultimo, 'Destinazione non umana', spettacolo conclusivo, rappresentato allo spazio Rossellini, sulla tragica precarietà e brevità dell'esistenza per la regia di Valentina Esposito con la compagnia costituita da ex detenuti di Fort Apache Cinema Teatro".
"Scalfite nella memoria degli spettatori - sottolinea il presidente del Coordinamento nazionale teatro in carcere - rimarranno le immagini di Saka, Said, Denis, Aattif, Alban, interpreti dello spettacolo 'I Sopravvissuti' in una dimensione di 'tempo fuori del tempo' generatrice di microracconti fra i protagonisti che nello scambio di ricordi ritrovano empatia e solidarietà. Una nuova dimensione, quella che lo spettacolo fa scaturire emozionalmente, dove il valore simbolico dei gesti, delle parole, dei corpi, agisce contro il degrado fisico patito e contro il naufragio spirituale degli uomini e delle cose. Sarà la figura di un angelo, interpretato nello spettacolo dal giovane musicista Francesco Scaramuzzino, evocato dall'immaginario degli altri protagonisti, a determinare, in un finale lirico sulle note di un'inarrivabile melodia, un coinvolgente effetto catartico con il quale tutto sembra perdere peso e svanire, come il tentativo di aver voluto evocare quegli stessi ricordi".
Molto nutrita e seguita anche la Rassegna Video, con le sue 21 opere selezionate e arrivate da istituti penitenziari di tutta Italia. Tra le tante testimonianze di lavoro documentate dalle immagini, si è distinta l'opera "Il piccolo Amleto" di Federico Cruciani sull'esperienza con i minori seguiti a Palermo dall'Ufficio di Servizio sociale per i minorenni e condotta da Claudio Collovà, preziosa figura di artista, intellettuale e regista che ha ottenuto il Premio Internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere promosso dalla Rivista Europea "Catarsi Teatri delle diversità" con l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, l'International Network Theatre in Prison e l'Associazione Casa Natale Gramsci di Ales. Nella realizzazione scenica, Collovà rielabora criticamente l'opera di Shakespeare con felice intuizione dei ragazzi che ritengono ingiusto un padre che chieda ai figli di proseguire nella logica della vendetta.
"Una sfida importante e a più livelli quella della formazione - prosegue Minoia - Ne abbiamo discusso nel Centro culturale Moby Dick della Regione Lazio durante le tavole rotonde che hanno accompagnato la Rassegna, dove è stato fatto un punto sui primi dieci anni di attività del Coordinamento nazionale, divenuto negli anni Osservatorio privilegiato per l'analisi del fenomeno e già considerato come buona pratica dall'Istituto Internazionale del Teatro dell'Unesco". Tra le proposte per sostenere in modo più organico le iniziative di settore, il Ministero della Giustizia ha annunciato il rinnovo del Protocollo d'Intesa triennale per la promozione del teatro in carcere in Italia.
napoliclick.it, 1 dicembre 2021
Dal carcere di Santa Maria Capua Vetere a quello di Modena: un viaggio per far conoscere vite difficili, alcune da recuperare, raccontate in due episodi. È "Il Garante", il docuserie del regista e produttore napoletano Gaetano Di Vaio, prodotto dalla Bronx Film Production, in collaborazione con Gesco Sociale di Sergio D'Angelo. È una storia incentrata su Pietro Ioia, che da narcotrafficante internazionale diventa garante dei detenuti. Set del documentario, le cui riprese partiranno lunedì 13 dicembre, saranno Napoli e la Campania, ma anche le carceri di Foggia e Modena.
"In Pietro - spiega Gaetano Di Vaio - ho rivisto una parte di me. E proprio da questa parte di me che lui rappresenta, nasce l'idea del mio film. Ho conosciuto Pietro circa dieci anni fa, nel periodo in cui da attivista era presente fuori al carcere di Poggioreale e si impegnava per il riconoscimento dei diritti, della dignità di chi era ancora dietro le sbarre. Come lui, anche io sono un ex detenuto che, una volta uscito dal carcere, si è impegnato per reinventarsi, per lasciarsi alle spalle un passato "scomodo". E in tutti i lavori che ho realizzato, come produttore e come regista, c'è un forte collegamento con il mio trascorso, con la vicenda personale che mi ha profondamente segnato e da cui sono uscito. In questo documentario Pietro rappresenta il Caronte nell'Inferno di Dante, colui che ci condurrà in questi mondi complicati, e spesso dimenticati, per mostrarceli, farceli conoscere in tutte sfaccettature".
Dal sovraffollamento delle carceri al tema delle condizioni di salute dei detenuti. Nel film c'è la storia di due ragazzi inseriti nei percorsi di recupero dalla devianza, in affidamento a Gesco, seguiti da Pietro Ioia, quella di un detenuto di Poggioreale malato di tumore, quella di un tossicodipendente che si sta battendo per essere ammesso in comunità.
"Intervisteremo - continua Di Vaio - persone che erano detenute durante il lockdown. Racconteremo l'esperienza di coloro che erano reclusi, come in una gabbia, durante quel periodo. Per loro, senza contatti con l'esterno, con i familiari, con gli educatori, devono essere stati mesi terribili e interminabili".
Un film che non si riduce alla denuncia delle ingiustizie nelle carceri, ma che attraverso il racconto delle attività di Pietro Ioia, lancia un segnale positivo, un messaggio di speranza di miglioramento delle condizioni dei detenuti e dei loro familiari.
"Continueremo a batterci - prosegue Di Vaio - per un carcere che si basi non sull'afflizione, sulla punizione, ma sul recupero di chi ha commesso un reato. Sarà un lavoro non stabilito a priori, ma sarà dettato dall'incontro con le vite degli uomini e delle donne coinvolte, dai luoghi, dalle abitazioni, dai vicoli della città, percorsi da Pietro Ioia nella sua febbrile attività quotidiana. Questo perché la sofferenza che caratterizza le storie dei personaggi, in quanto raccolte in un momento di pesante angoscia, esige un approccio onesto e leale, basato sulla fiducia reciproca".
"Sono felice di partecipare al documentario con l'amico Gaetano - commenta Pietro Ioia - Lo conosco da tanti anni e so bene quanto le dinamiche dei carcerati siano importanti per lui. Con questo docufilm vogliamo che l'opinione pubblica sia informata su tutto ciò che fa un garante per la vasta platea di chi è privato della libertà. Anche perché stiamo attraversando un brutto periodo nelle carceri dove la situazione è disperata. Sarà un buon lavoro, arriverà dritto nel cuore della gente. Ci saranno testimonianze vive di persone che sono state aiutate, persone sofferenti che non hanno voce e che gridano aiuto".
di Antonella Napoli
La Repubblica, 1 dicembre 2021
Il campo di Gadaref accoglie 60 mila rifugiati scappati dalla guerra tra le forze etiopi e tigrine. Intanto "il conflitto per l'acqua" torna ad alimentare i viaggi dei migranti lungo le rotte che attraversano il deserto fino al Mediterraneo. Una lunga distesa di casupole in lamiera e tende che spiccano con bagliori metallici e macchie azzurre, il colore dell'Onu. Appare così, dall'alto, il campo di Gadaref che accoglie 60 mila sfollati del Tigray.
Intere famiglie in fuga da bombardamenti, repressioni e stupri dopo che il primo ministro etiope, e premio Nobel per la pace, Abiy Ahmed ha ordinato nel novembre del 2020 un'offensiva militare per scalzare dal potere il Fronte di liberazione del Tigray.
"Appena sono iniziati gli scontri abbiano capito che non eravamo più al sicuro. Sono scappata con tutta la mia famiglia perché non volevo che le mie figlie venissero stuprate come era accaduto a me quando avevo solo 13 anni, durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea. Ma la vita in questi campi è davvero dura. Ci sono stati giorni, durante la stagione delle piogge, che abbiamo rischiato di essere portati via dalle alluvioni", è il racconto di Almaz Regat, 33 anni madre di due ragazze adolescenti e di due maschi di 11 e 13 anni.
"Abbiamo passato settimane ammucchiati in tende che potevano ospitare al massimo quattro persone, notti insonni perché non riuscivamo a sdraiarci per dormire. E oggi che la stagione delle piogge è finita non va meglio perché c'è poco da mangiare e molti sono ammalati", la sua amara conclusione. Almaz non dice di più. Ma i suoi occhi parlano per lei. Esprimono terrore, incertezza, anche se cerca di sorridere. Nel suo Paese si stanno compiendo atrocità.
"Le truppe etiopi fanno continui rastrellamenti, ora sono concentrate intorno a Gotera. Il tutto a poche centinaia di metri dal quartier generale dell'Unione Africana che cerca una soluzione politica del conflitto attraverso il mediatore Obasanjo che però non pronuncia una parola sugli arresti di massa di tigrini", denuncia Kindeya Gebreiwot, ex presidente nell'Università di Mekelle. "Sono stati aperti veri e propri campi di concentramento, ai deportati vengono sequestrati i cellulari. Parenti e amici di abitanti del Tigray che cercano di far loro visita vengono bloccati fuori dalle strutture e rimangono lì per giorni cercando di avere notizie dei loro familiari. Ogni giorno, alcuni prigionieri vengono selezionati e portati in luoghi sconosciuti e di loro non si sa più nulla", sostiene Tghat, collettivo di ricercatori, attivisti e volontari.
Ed è a chi fugge da queste realtà che il Sudan nonostante le grandi emergenze che lo destabilizzano, sia dall'interno che dall'esterno, cerca di offrire assistenza seppur non ottimale.
Il "conflitto per l'acqua" tra etiopi, eritrei e sudanesi. A meno di 500 chilometri dalla capitale Khartoum, scossa dalle proteste contro il colpo di stato del 25 ottobre, si combatte una vera e propria guerra tra truppe etiopi, eritree e sudanesi. "Ci hanno sparato addosso con artiglieria pesante, per oltre 8 ore. Sono morti più di 23 dei nostri, tra cui un ufficiale con il grado di maggiore e primo luogotenente", ha dichiarato un militare di Khartoum ai medici che lo hanno assistito all'ospedale di Al Quereisha insieme ad altri 33 feriti.
La "Grande diga della rinascita" - Il casus belli è la costruzione della "Grande Diga della rinascita", un progetto su cui i tre paesi coinvolti, Etiopia, Egitto e Sudan, avevano trovato un accordo poi venuto meno per il mancato rispetto di alcuni termini da parte di Addis Abeba, che ha fortemente voluto e realizzato la grande opera. L'instabilità a causa della "guerra per l'acqua" e per il predominio su un'area di oltre 600 mila acri di terreni fertili nella regione di Fashaqa, rischia di aggravare ulteriormente la crisi per la pandemia di Covid 19 che ha ampliato le sacche di disagio e di insussistenza per milioni di persone nel Paese.
Le rotte migratorie - Il Sudan rappresenta una mina per la sicurezza in tutta la regione. Il controllo del passaggio dei migranti, che dal paese si estende verso la Libia, con lo spostamento dei militari sul fronte al confine con l'Etiopia si è ridimensionato. Rotte che secondo gli accordi tra Ue e Paesi dell'area sub sahariana, non sempre rispettosi dei diritti umani, dovrebbero essere chiuse. E invece il deserto del Sahara continua a riversare migliaia di persone sulle coste del Mediterraneo che provano a raggiungere l'Europa. Un viaggio spesso mortale per chi decide di affrontarlo sfidando il "Grande mare di sabbia", che si estende a nord est del Sahara e occupa l'Egitto sudoccidentale, la Libia orientale e il Sudan nordoccidentale per 1.000 km da nord a sud e circa 1.100 km da Est a Ovest.
L'enorme area desertica fa perdere il senso della distanza e della dimensione a chi tenta di attraversarla. La notte, poi, si trasforma in un incubo e prevale il disorientamento, temporale e spaziale, che amplifica la paura e l'incertezza. La marcia è lenta e difficoltosa, ci vogliono tempi lunghi per coprire anche distanze minime. Una via di fuga suicida. Eppure è l'unica alternativa per un immenso popolo di senza speranze.
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
Corriere della Sera, 1 dicembre 2021
È il 27 luglio 2019 quando il 13enne Ramy Shehata e il 12 enne Adam El Hamami, entrambi nati in Italia da genitori di origine egiziana, ricevono la cittadinanza italiana come massimo riconoscimento per essere riusciti, su un autobus dirottato e poi dato alle fiamme, ad avvertire il 112 e i genitori senza farsi scoprire.
Il loro coraggio è stato determinante nello sventare il piano dell'autista del bus sul quale viaggiavano insieme a compagni e insegnanti della scuola media Vailati di Crema. "Questi giovani hanno reso eminenti servizi al nostro Paese per aver contribuito, con il proprio gesto di alto valore etico e civico, a sventare la tentata strage", sono state le parole pronunciate dal sindaco di Crema, dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, e dal presidente della Repubblica, che il 14 giugno 2019 ha firmato il decreto di cittadinanza italiana per i due ragazzi. Le loro storie, insieme a quelle degli sportivi italiani finiti sotto i riflettori alle scorse Olimpiadi, commuovono per qualche giorno, ma poi il problema resta. Oggi ci sono almeno un milione di ragazzini minorenni nati in Italia, o che frequentano da anni le nostre scuole, ma che non sono cittadini italiani.
Continuiamo a definirlo Ius soli, ma è sbagliato. Si chiama così negli Stati Uniti e significa che sei automaticamente cittadino del Paese in cui nasci. Quello di cui si discute in Italia da oltre vent'anni è il "diritto di cittadinanza", e si riferisce all'emigrato che diventa cittadino italiano in base a una serie di requisiti stabiliti dalla legge 91 del 1992, firmata dall'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga e dal premier Giulio Andreotti. Di tutti i cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana ogni anno (127 mila nel 2019), la metà ha meno di 29 anni (61.508). Il tema aperto è proprio su come possono ottenere oggi la cittadinanza i bambini e i giovanissimi figli di genitori spesso arrivati su un barcone, ai quali è stato riconosciuto uno status provvisorio (come richiedenti asilo, con una protezione sussidiaria o una speciale), e poi hanno ottenuto il permesso di soggiorno grazie ad un lavoro regolare che garantisce un reddito minimo, e da rinnovare di anno in anno.
Bambini e giovani stranieri: come diventano italiani? Un minorenne può avere la cittadinanza se uno dei genitori con cui vive l'ha ottenuta dopo 10 anni di residenza regolare in Italia e possiede un reddito minimo di 8.263 euro (tecnicamente si chiama "cittadinanza per trasmissione"). Con questa modalità, dal 2015 al 2019, l'hanno presa in 254.420. Invece chi ha il genitore che non ha ancora ottenuto la cittadinanza, anche se è nato in Italia, deve attendere il compimento del diciottesimo anno di età. E per richiederla ha un solo anno di tempo. È la cosiddetta "cittadinanza per elezione", e a trascrivere l'avvenuto acquisto è l'Ufficiale di Stato civile del Comune di residenza. Dal 2015 al 2019 l'hanno presa in 36.303.
Il giovane che non è nato in Italia, infine, ed è stato residente in Italia ininterrottamente per dieci anni, può presentare la domanda al ministero dell'Interno quando diventa maggiorenne. Per legge la domanda deve essere accolta o respinta entro 2-3 anni, ma spesso ne passano anche 4. Vuol dire che è difficile ottenere la cittadinanza prima dei 22 anni. Chi, per esempio, è arrivato in Italia a 9 anni, la può chiedere solo dopo 10 anni, cioè a 19, e qui le cose si complicano perché è maggiorenne, e quindi deve presentare domanda di permesso di soggiorno, che può ottenere se ha un reddito da lavoro o va all'università, o i suoi genitori hanno un reddito sufficiente a garantire per lui. In caso contrario diventa un "irregolare". Nei cinque anni di riferimento i giovani stranieri che sono diventati cittadini italiani "per residenza" tra i 19 e i 29 anni sono 62.071.
Cosa ci dicono le storie dei campioni sportivi - Abdelhakim Elliasmine, 22 anni, mezzofondista con 10 titoli nazionali, arrivato in Italia dal Marocco a 7 anni, non è riuscito ad averla compiuti i 18 anni perché al reddito familiare mancavano 300 euro. Gli è stata concessa lo scorso agosto per "alti meriti sportivi" su decreto del presidente della Repubblica. Danielle Madam, in Italia da 17 anni, ossia da quando ne aveva 7, per 5 volte campionessa italiana di lancio del peso, è riuscita a ottenere la cittadinanza italiana solo il 30 aprile 2021, a 24 anni, anche grazie all'intervento del sindaco leghista di Pavia Mario Fabrizio Fracassi. Questo perché è cresciuta in una casa-famiglia, e non riusciva a dimostrare di avere avuto la residenza regolare di 10 anni, anche se ha frequentato regolarmente le scuole. Mentre Eseosa Desalu, detto Fausto, nato a Casalmaggiore (Cremona) nel 1994 da genitori nigeriani, è il velocista vincitore della medaglia d'oro alle Olimpiadi nella staffetta 4×100 metri, emozionando l'Italia intera. Ebbene, è diventato italiano nel 2012 compiuti i 18 anni, e fino ad allora non ha potuto partecipare a gare internazionali.
I diritti riconosciuti e quelli negati - Senza cittadinanza il giovane straniero ha diritto ad andare a scuola, essere curato dal servizio sanitario nazionale, partecipare a competizioni sportive nazionali, ma non può votare anche se ha compiuto 18 anni, né partecipare a concorsi pubblici e competizioni internazionali come le Olimpiadi, né fare viaggi studio o di lavoro all'estero senza visto. Impedimenti che comportano risvolti psicologici negativi: ti senti diverso dai compagni di scuola, fai fatica ad integrarti, e rischio di comportamenti devianti.
Cosa fa il resto d'Europa - Non c'è un Paese europeo che faccia aspettare così tanto per dare la cittadinanza ai ragazzi o ragazze con genitori residenti, o arrivati quando erano piccoli. In Gran Bretagna i bambini nati da genitori che hanno la residenza, la cittadinanza viene concessa subito, mentre i nati in Uk la ottengono dopo 5 anni di residenza. I nati in Spagna dopo un anno di residenza nel Paese (gli altri 10 anni); in Francia possono averla a 13 anni (gli altri a 18 con 5 anni di residenza). Dunque, nel resto d'Europa, almeno ai bambini nati nel Paese viene data la possibilità di avere la cittadinanza ben prima di diventare maggiorenni, e per chi proviene da un Paese extracomunitario il tempo d'attesa è più breve. Più simile all'Italia la Germania, che comunque è meno rigida: la cittadinanza tedesca può essere acquisita solo a 18 anni, ma ci sono 5 anni di tempo per richiederla (non uno solo come da noi). E chi non è nato lì può fare domanda sempre a 18 anni, ma dopo 8 anni di residenza stabile, e non dieci come da noi.
Mezzo milione di bambini e giovani in un limbo - Su come rivedere il diritto alla cittadinanza in Italia si discute da oltre vent'anni. Le proposte di legge presentate in Parlamento nella XVI (2008-2013) e nella XVII legislatura (2013-2018) sono 40. Il 13 ottobre 2015 la Camera approva un testo unificato di 25 proposte di legge: viene riconosciuta automaticamente la cittadinanza italiana al bambino nato in Italia se uno dei due genitori si trova legalmente nel Paese da almeno 5 anni, oppure quando è nato in Italia o è arrivato prima dei 12 anni, ed ha frequentato regolarmente per almeno 5 anni uno o più cicli di studio. Per chi non è arrivato entro i 12 anni, deve risiedere legalmente da almeno sei anni, e avere frequentato nel medesimo territorio regolarmente un ciclo scolastico (Ius culturae). Il provvedimento si è impantanato al Senato finché le Camere si sono sciolte. Risultato: in base a questi requisiti, secondo le stime di Dataroom su dati Istat, su oltre un milione di bambini e ragazzi stranieri che oggi vivono in Italia, almeno la metà potrebbe essere italiano subito, e invece è in un limbo. Rendergli la vita difficile vuol dire non integrarli e questo ci porta solo svantaggi.
Oggi in Parlamento sono depositate altre tre proposte di legge:
1) quella del Pd ricalca all'incirca quella del 2015 passata alla Camera;
2) Leu lascia le maglie più larghe (cittadinanza dopo un anno per i nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno);
3) la proposta di Renata Polverini, Fi, che alle regole attuali aggiunge per i nati in Italia la possibilità di ottenere la cittadinanza con ciclo di studi delle elementari completato, oppure la residenza di tre anni e un esame di cultura e lingua italiana.
Dopo il fallimento del Ddl Zan contro le discriminazioni sessuali, il segretario del Pd Enrico Letta, uno dei principali fautori dello Ius soli, ha preso atto: "In questo Parlamento la maggioranza purtroppo non c'è". Nel frattempo, continuerà a ricevere la cittadinanza italiana per naturalizzazione chi ha un lontano avo emigrato italiano, anche se in Italia non ha mai vissuto e tantomeno parla la nostra lingua. Chi è nato e cresciuto qui invece no.
di Diego Battistessa
osservatoriodiritti.it, 1 dicembre 2021
Quattro massacri, per un totale di 305 morti: è quanto sta accadendo nelle carceri dell'Ecuador. Dove la violenza è ormai fuori controllo, soprattutto per scontri tra bande di narcotrafficanti. Nel carcere di Guayaquil si sono avute le stragi più efferate. Già più di 300 persone sono state uccise in carcere in Ecuador nel 2021 in quattro massacri che hanno sconvolto il paese: 23 febbraio, 22 luglio, 28 settembre e 13 novembre. Una carneficina che sembra inarrestabile e che fa capo alla nuova geografia del potere delle bande criminali ecuadoregne che rispondono ai grossi cartelli della droga del Messico. Tra le vittime di questi scontri anche Victor Guaillas Gutama, contadino del Guayas, difensore della terra e dell'acqua, incarcerato ingiustamente e in attesa di giudizio nel carcere di Guyaquil.
Ecuador, nel carcere di Guayaquil si continua a morire - La mattina di sabato 13 novembre nel carcere del Litorale, a Guayaquil, seconda città più importante dell'Ecuador dopo la capitale Quito, si è registrato il quarto massacro di questo terrificante 2021. Secondo fonti governative sono stati 68 i morti e 25 i feriti: un vero e proprio bollettino di guerra. E di guerra si tratta. Uno scontro scoppiato nel padiglione numero 2, dove ci si contende il controllo di un mercato carcerario molto lucrativo e della distribuzione della droga. Guillermo Lasso, neoeletto presidente ecuadoregno, aveva già dichiarato lo stato d'emergenza a seguito di quanto successo il 28 settembre scorso nello stesso carcere: uno scontro tra bande che aveva fatto 118 morti e 79 feriti.
Il governo dell'Ecuador sembra non avere però gli strumenti per frenare la violenza, promossa dai cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación che hanno bisogno di alleati sul territorio per controllare la rotta portuale di Guayquil verso gli Usa e l'Europa. In questo senso Lasso chiede a gran voce da settimane nuovi poteri speciali alla Corte Costituzionale per poter usare l'esercito e militarizzare le carceri.
Tra i i morti in carcere c'è un difensore della natura - Le vittime di questi efferati massacri non sono però solo persone appartenenti alle varie fazioni criminali in lotta, come le bande dei Choneros (vincolati al Cartello di Sinaloa) e i Tiguerones, i Lobos e i Lagartos (legati al cartello Jalisco Nueva Generación), ma anche persone comuni: alle volte detenute in modo arbitrario e ancora in attesa di giudizio. Un caso emblematico è quello di Victor Guaillas Gutama, 50 anni, difensore della natura, incarcerato per i fatti di Molleturo (provincia di Cuenca) nel 2019 e che si trovava ancora in attesa di giudizio nel carcere del Litorale. Victor è tra i morti del 13 novembre e la sua famiglia non si dà pace. Dopo la notizia della sua morte sono state innumerevoli le proteste e le richieste di verità su quanto sta succedendo nelle carceri del Paese andino. Nel pomeriggio del 18 novembre, a Quito, davanti al palazzo presidenziale di Carondelet, c'è stata una concentrazione per chiedere giustizia e riparazione per l'assassinio di Victor, incarcerato con l'accusa di sabotaggio mentre difendeva la Madre Terra.
Ecuador, città di Guayaquil: soprusi nel carcere del Litorale - La lettera scritta dalla figlia di Victor, Letizia Guaillas, 27 anni, ci parla non solo del dolore che vivono ora i suoi cari, ma di una situazione di completo abbandono nella quale le istituzioni ecuadoregne lasciano i carcerati e le loro famiglie. Scrive Letizia: "In più di due anni abbiamo visto mio padre solo una volta... Il primo e unico incontro è stato con mia madre (Adriana Sarmiento), quattro mesi dopo l'arresto... Lo ha trovato triste e il suo corpo era totalmente segnato dalle botte e dalle torture. Lo hanno frustato per fare in modo che ci chiedesse di dare soldi in cambio della sua integrità fisica... una volta lo hanno schiacciato sul pavimento e gli hanno tirato la lingua per estorcegli denaro". Si parla dunque di continue vessazioni e violenze all'interno del carcere, in alcuni casi con la connivenza del personale penitenziario. Letizia spiega che dopo quelle violenze "abbiamo pagato 300 dollari. Poi è arrivata la pandemia, le visite sono state interrotte e non hanno permesso a mia madre di entrare, anche con il test Covid-19 negativo".
Strage in carcere: alla radice dei massacri - Più di 50 omicidi nel 2019, 103 nel 2020 e 305 le persone assassinate nelle carceri ecuadoregne in questi 11 mesi del 2021. Dopo i cinque giorni dell'operazione reconquista (riconquista) lanciata dalla polizia e dall'esercito il 28 settembre scorso per riprendere il controllo del carcere del Litorale, Lasso aveva dichiarato venerdì 1° ottobre lo stato d'emergenza nel Paese: misura estrema della durata di 60 giorni che mirava a salvaguardare l'integrità fisica dei detenuti.
Come dimostrato però dai fatti del 13 novembre, la autorità non hanno il controllo delle strutture penitenziarie che rispondono a dinamiche criminali che si appoggiano alla corruzione e complicità di parte del personale delle strutture. La popolazione carceraria in Ecuador si attesta intorno alle 40 000 persone, di cui 8.542 si trovano nel carcere diventato lo scenario di questi bagno di sangue. I problemi del settore penitenziario in Ecuador vengono da lontano e vanno da un tasso di sovraffollamento nazionale del 55% (il 62% nel carcere del Litorale), alla sproporzione del rapporto tra guardie carcerarie e detenuti (Primicia.ec parla di 1 guardia ogni 27 detenuti).
Il dovere di garantire l'integrità dei detenuti - La garanzia dell'integrità psicofisica dei carcerati e dei loro diritti è prevista sia dai trattati e protocolli internazionali (si vedano le Regole di base per il trattamento dei detenuti adottate dal Primo Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e il trattamento dei delinquenti, tenutosi a Ginevra nel 1955), sia dalla Costituzione di Montecristi del 2008, la Costituzione dell'Ecuador (leggi anche Personale penitenziario: ecco chi deve garantire i diritti umani in carcere).
La Costituzione del paese Sudamericano contempla infatti, all'art. 35, che le persone private della libertà sono un gruppo in condizione di vulnerabilità che richiede un'attenzione prioritaria sia nella sfera pubblica sia in quella privata. E, di conseguenza, sono riconosciuti specifici diritti a chi si trova in carcere, ai sensi dell'articolo 51 di detta norma. Inoltre, per far sì che i diritti costituzionali a favore della popolazione in una situazione di privazione della libertà diventassero effettivi, nel 2014 entrò in vigore il Codice organico integrale penale, nel quale vennero regolarizzate in modo concreto le azioni dell'amministrazione penitenziaria, con l'obiettivo di garantire il rispetto dei diritti e della dignità di questo gruppo vulnerabile.
di Matteo Pugliese
Il Domani, 1 dicembre 2021
Giovedì 25 novembre il gruppo del Partito democratico alla Camera ha organizzato un incontro per ridare slancio a una proposta di legge sulla prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo violento. Nella scorsa legislatura era passata alla Camera una proposta simile, di iniziativa di Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso (Scelta civica), mancava soltanto l'ultimo passaggio in aula al Senato, ma le dinamiche parlamentari hanno impedito la sua approvazione.
Il testo raccoglieva le migliori pratiche europee di prevenzione e Dambruoso forniva l'esperienza da magistrato antiterrorismo negli anni di al Qaida a Milano. Quella proposta era anche figlia del rapporto elaborato da una commissione, nominata dal governo Renzi su iniziativa dell'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, presieduta dal direttore del programma sull'estremismo della George Washington University, Lorenzo Vidino. I risultati della commissione, presentati al governo Gentiloni e secretati, segnalavano che il rischio di radicalizzazione in Italia sarebbe stato simile a quello vissuto da Francia e Inghilterra, ma con un ritardo di 5-10 anni, dovuto alle premature seconde e terze generazioni rispetto a quei paesi.
La legislazione antiterrorismo - L'Italia è all'avanguardia nella legislazione antiterrorismo, grazie alle norme introdotte nel 2015 e all'esperienza di forze di polizia e servizi, ma manca totalmente una strategia nazionale di prevenzione della radicalizzazione. Il nuovo tipo di terrorismo e di estremismo violento vede spesso protagonisti singoli individui, in quello che Gilles Kepel ha definito "terrorismo di atmosfera", con attacchi ispirati dalla propaganda senza una struttura alle spalle, ma anche da persone alienate e disturbate, casi borderline difficili da inserire in categorie precise. Per questo la prevenzione a 360 gradi diventa fondamentale, con un intervento a monte fatto da operatori sociali, scuole, famiglie, referenti religiosi e comunità locali. I principali luoghi di radicalizzazione, per quanto riguarda il terrorismo jihadista, non sono le moschee bensì il web, il contesto familiare, le carceri.
Sarebbe impossibile contrastare una minaccia così labile affidandosi solo alla repressione e al codice penale, non si può seguire ogni singolo radicalizzato 24 ore al giorno. Quindi diventa prioritario garantire un controllo sociale di quei segnali d'allarme per usare misure di correzione che non siano quelle penali. Come dimostrano vari studi, la detenzione può anzi aumentare la radicalizzazione e costruire terroristi.
La nuova proposta, a prima firma di Emanuele Fiano, è in esame in commissione Affari costituzionali e poi andrà in aula per la discussione. A novembre anche il deputato di Forza Italia Matteo Perego di Cremnago ha presentato un'analoga proposta di legge in commissione, che però intendeva affrontare il contrasto di ogni forma di estremismo violento, e il presidente della commissione ha suggerito un abbinamento delle due.
Inizialmente Fiano si era detto contrario a unire le proposte perché il fenomeno della radicalizzazione jihadista ha caratteristiche peculiari non assimilabili ad altre forme di estremismo. Il deputato forzista ha infatti citato il contrasto all'estremismo anarco-insurrezionalista, che però si sviluppa con altre dinamiche e ha una base diversa per età ed estrazione sociale.
Si è arrivati a un compromesso, che prevede di utilizzare il testo base di Fiano e integrarlo con emendamenti della proposta Perego, che includano ogni matrice ideologica, quindi sia di destra che di sinistra. Si tratta di un terreno delicato e scivoloso, perché non vi sono confini netti e precisi sulla libertà di opinione ed l'espressione di idee radicali violente. È un argomento che la Radicalization Awareness Network dell'Unione europea ha a lungo dibattito, mentre in Italia si è espressa su singoli casi la Corte di cassazione, ma non è possibile lasciare la risposta alla giurisprudenza.
Premesse diverse - Si tratta di un problema reale, perché le due forme di estremismo hanno premesse diverse, sarebbe complicato stabilire indicatori di radicalizzazione neutri e comuni ai due fenomeni, che richiedono anche tipi di intervento e attori differenti. È anche vero che il rischio di terrorismo suprematista di estrema destra, come di altre matrici, è in ascesa in tutta Europa. Vale la pena ricordare che gli unici due recenti attentati con vittime in Italia sono stati compiuti da estremisti di destra: nel 2011 Gianluca Casseri ha sparato e ha ucciso due senegalesi a Firenze, nel 2018 Luca Traini ha sparato a sei africani a Macerata.
A conferma di questa tendenza, anche in Inghilterra il programma Prevent ha evidenziato che nell'ultimo anno le segnalazioni per radicalizzazione di estrema destra sono state 1.229, contro le 1.064 per radicalizzazione islamista. Anche in quel paese non sono mancati gli attentati xenofobi o suprematisti. L'innesto della proposta forzista potrebbe complicare l'iter legislativo, ma se sfruttato adeguatamente potrebbe offrire anche uno strumento contro il suprematismo e il neofascismo, minaccia concreta come dimostrano gli arresti della cellula neonazista di Andrea Cavalleri a Savona e di altri giovani in Emilia-Romagna. Se negli anni di piombo l'estremismo di destra colpiva con stragi indiscriminate e bombe, oggi utilizza strumenti meno sofisticati: dalle auto lanciate contro i fedeli all'uscita della moschea di Finsbury Park all'incendio di luoghi di culto islamici, per finire con l'uso di armi da fuoco, talvolta acquistate illegalmente. Sono rari i casi di attacchi ben organizzati come quello di Anders Breivik in Norvegia.
Il Crad - Enrico Borghi, responsabile Sicurezza della segreteria Pd di Letta, ha ribadito l'importanza dell'iniziativa e ha fatto appello insieme a Fiano affinché i partiti di destra come Lega e Fratelli d'Italia non strumentalizzino il tema delicato dell'islam a fini di propaganda. È stato ribadito l'interessamento dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, oltre che del presidente Fico, per garantire un iter snello alla proposta che uscirà dalla commissione. Il testo in discussione prevede la creazione di un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) presso il Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno.
Del Crad farebbero parte rappresentanti ministeriali e dei servizi di intelligence, ma anche esponenti della società civile nei settori chiave. A cascata, verrebbero creati dei centri di coordinamento regionali presieduti dai prefetti e dagli operatori sociali. È prevista anche l'istituzione di un Comitato parlamentare per il monitoraggio dei fenomeni della radicalizzazione e dell'estremismo violento di matrice jihadista, con il compito di vigilare sulle attività della strategia. La proposta di Perego è quella di nominare anche l'eversione anarco-insurrezionalista e di estrema destra.
Gli interventi del piano strategico si concentrano in ambito scolastico, nella comunicazione anche online, nella formazione di personale universitario specializzato e nel recupero dei detenuti. È vero che i programmi di prevenzione della radicalizzazione talvolta hanno fallito. I casi più clamorosi e drammatici sono quello dell'ex detenuto radicale Usman Khan, che nel 2019 ha partecipato a una conferenza sulla riabilitazione carceraria e ha ucciso a coltellate due persone, e quello dell'austriaco-macedone Kujtim Fejzulai che ha seminato il terrore a Vienna nel 2020: aveva ingannato gli operatori del programma di de-radicalizzazione fingendosi cambiato. Alcuni report recenti affermano che detenuti jihadisti nel Regno Unito seguano corsi di psicologia per mentire ai funzionari che devono stabilire la loro de-radicalizzazione. Questi fallimenti, tuttavia, non giustificano l'assenza di una strategia italiana di prevenzione, che potrebbe portare i suoi frutti in tempo per quella finestra di 5-10 anni stabilita dalla commissione Vidino.
di Emma Bonino
La Stampa, 1 dicembre 2021
Mentre in molte parti del continente europeo vengono alzati muri e fili spinati (intorno alla piccola enclave di Ceuta e Melilla, in Ungheria per 175 chilometri, in Bulgaria per 176 e più recentemente tra Polonia - Bielorussia con le relative tragedie, cui si aggiunge il perenne muro liquido del Mediterraneo con naufragi, annegamenti, eccetera) anche per coloro che riescono ad entrare la vita è grama. Prendiamo l'Italia.
Sono ancora decine di migliaia i lavoratori e le lavoratrici irregolari che oltre un anno e mezzo fa hanno fatto domanda per essere assunti dai propri datori di lavoro, ottenere il permesso di soggiorno e tornare nella legalità, ma i ritardi pesantissimi delle Prefetture e degli altri uffici coinvolti nell'esame delle domande stanno rallentando e ostacolando l'integrazione di queste persone.
Poco più di un terzo delle 230 mila pratiche è stato finalizzato finora da parte delle Prefetture. Di fronte a tale situazione, grave e ingiusta, è necessario adottare alcune misure urgenti e ripristinare un po' di equità nei confronti non solo di questi cittadini - a cui la pubblica amministrazione non dà risposte e, anzi, crea complicazioni - ma anche dei datori di lavoro, che sono per lo più famiglie in attesa di poter rendere stabile il rapporto di lavoro con badanti, babysitter e le altre figure impiegate nelle nostre case.
Grazie al lavoro della campagna Ero straniero (promossa da Radicali italiani, A buon diritto, Action Aid, Centro Astalli, Oxfam, Casa della carità, Arci e altre organizzazioni) abbiamo potuto monitorare tutta la procedura e mettere a fuoco quali sono i punti critici su cui bisogna intervenire nei prossimi giorni. Innanzitutto, come prevede il primo dei tre emendamenti (a mia firma), vanno stanziate le risorse necessarie a prorogare almeno per il 2022 i contratti degli interinali già assunti presso gli uffici del ministero dell'interno proprio per occuparsi di queste domande e tamponare il perenne sotto organico delle prefetture.
I contratti scadono nel 2021 ma senza il loro apporto l'esame delle pratiche rischia di fermarsi del tutto, soprattutto nelle grandi città (a Milano, delle oltre 25 mila domande ricevute, circa 2.500 sono state definite; a Roma su oltre 17 mila domande, siamo a poco più di mille). Abbiamo poi sottoscritto un secondo emendamento - prima firmataria Loredana De Petris - per tutelare chi ha presentato la domanda di emersione ma poi, a causa dei tempi lunghi delle risposte, ha perso uno o più requisiti necessari per completare la procedura: in molti casi, per esempio, lo stesso datore di lavoro si è tirato indietro, non avendo più bisogno di assumere una persona.
Crediamo che a queste persone vada dato in ogni caso un permesso di soggiorno, in attesa che trovino un altro impiego: un intervento di questo tipo, del resto, è stato già fatto a seguito della sanatoria del 2012. L'ultima proposta è più ambiziosa ma non per questo dovrebbe spaventare parlamento e governo, essendo un intervento di buon senso e vantaggioso per il Paese in termini di entrate fiscali e contributive e di stabilità sociale.
Se è vero - come ha dimostrato l'Inps - che a ogni sanatoria aderiscono centinaia di migliaia di persone che poi rimangono a lungo a vivere e lavorare dignitosamente nel nostro paese, contribuendo in maniera importante al nostro Pil e al nostro sistema pensionistico, non sarebbe meglio introdurre la possibilità di mettersi in regola se si ha la disponibilità di un contratto di lavoro in qualsiasi momento, senza dover aspettare la sanatoria successiva?
Questo prevede il terzo emendamento: l'introduzione di una procedura permanente di regolarizzazione a fronte di un lavoro, non legata a una misura straordinaria e a una determinata finestra temporale né limitata solo ad alcuni settori produttivi. Cosa che del resto avviene in Germania e ha dimostrato di funzionare.
In queste ora il Senato ha, dunque, un'occasione importante, da non sprecare: intervenire per migliorare l'efficienza della nostra amministrazione e per consentire di rientrare nell'economia legale a migliaia di persone indispensabili, soprattutto in questo momento, per la ripresa e lo sviluppo del nostro Paese.
di Giuseppe Portonera
L'Opinione, 30 novembre 2021
Glauco Giostra ha recentemente osservato che viviamo un "media-evo della giustizia penale", in cui "certi media si affrettano a ghermire lo sconvolgente fatto di cronaca nera", fornendo una grancassa all'"ostentata esibizione dei risultati investigativi da parte delle autorità inquirenti", e propinando dunque al pubblico "perentorie affermazioni di colpevolezza" che in fondo "rassicurano", visto che "la ferita sociale causata dal delitto trova tempestiva sutura, senza attendere un processo lontano". A fronte di un quadro così fosco, giunge come una notizia positiva il recepimento della direttiva Ue in tema di rafforzamento della presunzione di innocenza, diventata legge soprattutto grazie all'opera dell'onorevole Enrico Costa.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 novembre 2021
Silvia Albano, di Magistratura Democratica, componente direttivo Anm: "serve nuova credibilità e dialogo con il foro". Autonomia e indipendenza della magistratura sono stati il fil rouge degli ultimi discorsi di Mattarella, Ermini, Cartabia.
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