di Raffaele Sardo
La Repubblica, 5 luglio 2021
Ma la Garante dei detenuti di Caserta non ci sta: "Ora non ha più senso, si danneggiano solo i familiari dei carcerati". Sono stati tra le vittime delle violenze in carcere da parte della polizia penitenziaria, a Santa Maria Capua Vetere nell'aprile del 2020. Ora trenta detenuti del Reparto Nilo del carcere, dove il 6 aprile 2020 avvennero violenti pestaggi di reclusi, sono stati trasferiti in altre carceri campane come Carinola (Caserta) e Ariano Irpino (Avellino) e in istituti di altre regioni, come quelli di Modena, Civitavecchia, Perugia.
La decisione è stata presa dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria d'intesa con la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e viene dopo quella di sospendere 25 agenti che non erano stati oggetto della misura cautelare, pur essendo indagati, e che sono rimasti a lavoro nel carcere casertano a contatto con detenuti vittime dei pestaggi dell'aprile 2020.
Ma la decisione non piace alla garante dei detenuti di Caserta. Tra l'altro si tratta di detenuti vittime delle violenze ma non tutti hanno però denunciato. "Per un anno denuncianti e denunciati sono stati faccia a faccia - dice la garante dei detenuti di Caserta Emanuela Belcuore - e ora si prende questa decisione nel momento in cui gli agenti coinvolti nei pestaggi stanno quasi tutti al carcere, ai domiciliari o sono stati sospesi. Ora non ha più senso, anzi avrebbe avuto senso spostare gli agenti. Ho capito che questa cosa è stata fatta per tutelare i detenuti, ma è un danno oggettivo per i loro familiari, che non possono più incontrare i propri congiunti in carcere e devono sobbarcarsi spese enormi e lunghi viaggi".
"Peraltro gli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere sono sotto organico per cui i familiari hanno difficoltà a prenotare i colloqui" conclude Belcuore. Come ha spiegato il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello grazie ai social e alle segnalazioni ricevute dai familiari dei detenuti già l'otto aprile 2020, due giorno dopo le violenze, fu inviata la prima denuncia alla Procura di Santa Maria Capua Vetere.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 5 luglio 2021
Nella storia orribile dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sbuca la storia di chi invece quella mattanza cercò di arginarla. È uno dei 52 agenti indagati per quella mattanza, sottoposto anche lui a misura restrittiva, all'obbligo di dimora. Dalle prime ricostruzioni e da quanto testimoniato dai detenuti sembrerebbe che ci sia stato un solo agente che provò senza successo ad arginare quella follia.
L'ispettore, scrive il gip Sergio Enea, "è stato pressoché l'unico ad essersi fattivamente attivato per contenere l'escandescenza dei suoi sottoposti, intervenendo più volte energicamente", come riporta Repubblica. Azioni che sono state riscontrate anche dalle dichiarazioni di alcuni detenuti e dai video delle telecamere di videosorveglianza.
Un detenuto "lo riconosce come colui che lo ha protetto", un altro sottolinea che "è stato l'unico che non lo ha picchiato", un altro ancora che ha fermato il pestaggio su un altro detenuto. "Anche quando intima ai reclusi di volgere la faccia verso il muro, dai filmati si evince che è l'unico che prova a fermare i suoi colleghi che pestano". Ed è anche "l'unico - scrive sempre il gip - tra gli ispettori di quel Reparto", a non realizzare carte false ex post per coprire le spalle ai colleghi. Cioè: "A non sottoscrivere quella nota del 6 aprile in cui è stato falsamente rappresentato che i detenuti avevano opposto resistenza".
Dunque l'Ispettore avrebbe cercato in tutti i modi di fermare la mattanza ma i colleghi non ne avrebbero voluto sapere nulla. "Non so come nacque quella 'perquisizione', so che ci trovammo in istituto i colleghi del Gruppo speciale di supporto che venivano da fuori. Era impossibile arginare ciò che stava avvenendo", ha raccontato a Repubblica l'ispettore tramite il suo avvocato.
"Ci ho provato, in più occasioni ho tentato di evitare dei colpi ai detenuti. Alcuni dei carcerati possono raccontarlo - continua il racconto - E dai filmati si vede che cerco di sottrarne alcuni alle percosse. Ma a un certo punto, quando nella concitazione di quei momenti, alcuni colpi hanno preso anche me, ho dovuto fermarmi. Sono cardiopatico, ho subito un'operazione a cuore aperto anni fa. Ho prodotto al giudice tutta la mia documentazione sanitaria".
"Ero molto provato - dice - perché questa vicenda non appartiene alla mia storia e al mio legame con la divisa, e perché, da cardiopatico, non riuscivo a reggere. In più occasioni, come gli atti dimostrano, ho cercato di evitare che i detenuti prendessero colpi". Alla giornalista che gli chiede se saprebbe riconoscere i colleghi che fecero quelle violenze, risponde che erano coperti da caschi integrali quindi non li avrebbe visti in volto. Da quanto riportato da Repubblica, quando l'ispettore provava a fermare quella mattanza, i colleghi gli dissero "fatti i fatti tuoi".
di Nello Trocchia
Il Domani, 5 luglio 2021
Nella spedizione punitiva in carcere gli agenti si sono accaniti in modo brutale contro un gruppo accusato di avere opposto resistenza. Un'accusa falsa alla quale però ha creduto anche il ministero della Giustizia. I video della mattanza in carcere non mostrano i pestaggi più crudeli, riservati a 15 detenuti nella sezione Danubio, al riparo dalle telecamere.
Gli agenti sono entrati nelle celle con le loro foto in mano. Una caccia all'uomo. Sono stati presi uno a uno, perquisiti, presi a calci, pugni, sputi e manganellate nei corridoi del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dopo aver subito ogni sorta di angheria, sono stati messi in isolamento, senza acqua, senza coperte, né la possibilità di cure per le ferite riportate.
È la storia dei 15 detenuti del reparto Nilo, dove vengono ospitate prevalentemente persone con problemi psichici o di tossicodipendenza, considerati i responsabili della protesta pacifica del 5 aprile 2020 in carcere, preludio all'orribile mattanza compiuta il giorno successivo dagli agenti. Tra i 15 c'era anche Lamine Hakimi, il giovane algerino affetto da schizofrenia, morto in una cella di isolamento e in stato di abbandono un mese dopo il pestaggio subito dai poliziotti penitenziari.
Accanimento premeditato - Le testimonianze di questi 15 detenuti, raccolte dai magistrati della procura sammaritana, raccontano l'accanimento della polizia penitenziaria: per loro il pestaggio del 6 aprile non è stato abbastanza. "Nei giorni successivi al 6 aprile, anche nel reparto Danubio, i detenuti vivevano costantemente in un clima di sopraffazione. Basti considerare che i predetti erano continuamente minacciati dagli agenti di far intervenire la cd. "squadretta"", scrivono gli inquirenti. Il racconto della sorte dei 15 è corredato dalle foto dei loro corpi, scattate dieci giorni più tardi, in cui i lividi su volti, schiene, gambe e glutei raccontano meglio delle parole la brutalità delle violenze subite. Sono state scattate con un ritardo di molti giorni rispetto ai fatti dai consulenti della procura perché prima le visite dei medici ora indagati erano esami sommari, fatti tenendosi a distanza dai pazienti e senza approfondire la natura dei traumi.
Senza acqua e medicine - "Calci, pugni, manganellate in testa. Ricordo che perdevo sangue dalla bocca e dal naso". Inizia così il racconto ai magistrati di uno dei 15 detenuti portati in isolamento. Erano andati a prenderlo nella sua cella, perquisito e poi portato in una stanza. "In quell'area alcuni agenti ci gridavano: "Napoletano di merda, vi dobbiamo rompere il culo, ora non state nemmeno tranquilli quando dormite, vi veniamo a prendere di notte"". Intimidazioni e minacce, prima di essere portati al Danubio, il reparto dell'isolamento. "Non avevamo coperte, ci coprivamo con la federa del materasso. Per cinque giorni ho vissuto in queste condizioni", racconta. L'isolamento, suo e degli altri 14, è considerato illegittimo dalla pubblica accusa. Nessuna cura, solo botte e minacce.
Anche un altro detenuto racconta l'orribile odissea. "Per le manganellate che mi hanno dato sulla pancia e sul culo quando andavo in bagno usciva sempre sangue", dice. Ricorda che non ci sono state solo le botte: "Mi hanno sputato in faccia, "uomo di merda, sei una latrina", dicevano, lo facevano con tutti". Nelle celle dell'isolamento non c'era riscaldamento: "Nemmeno le coperte ci hanno dato, io e il mio compagno di cella siamo stati costretti a dormire abbracciati. Ci hanno dato qualcosa solo dopo l'incontro con il magistrato di sorveglianza. Non avevamo cambio di vestiti, spazzolini, dentifricio, non ci hanno dato nemmeno da mangiare la sera del 6 aprile", dice.
Sputi in bocca - "Dopo che sono stato preso dalla mia stanza, sono stato sottoposto ad una minuziosa perquisizione, anche anale. Gli agenti si sono serviti di uno sfollagente per ispezionare le mie parti intime. Non hanno introdotto il manganello nel mio ano, ma ho comunque sentito un forte fastidio e dolore", ricorda ancora scosso ai magistrati un terzo detenuto. Lui è stato riempito di colpi in testa e in serata ha subito una crisi epilettica: anche lui è stato visitato da un medico che si teneva a distanza. I sanitari passavano, ma i detenuti non potevano dire nulla. "La guardia dietro il medico mi faceva segno di non dire niente quando ci chiedeva come stai... Ma siamo tutti pieni di sangue, come stiamo tutto a posto?!". Gli agenti, anche prima della visita del magistrato di sorveglianza il 9 aprile, minacciavano i 15: "Mi lanciano una bottiglia in faccia, poi mi dice: "Mi raccomando di' che sei caduto dalle scale!", dice ai magistrati un altro detenuto. Il clima di intimidazione è totale. "Ogni oretta le guardie venivano per intimorirti: "Ringraziate la Madonna che state in piedi, io andrei a prendere la pistola e ti sparerei in testa", ricorda un altro dei 15. Quella sera, in isolamento, chiedevano di bere: "Loro mi diedero una bottiglietta d'acqua vuota, poi deridendomi mi portarono in bagno, tirarono lo sciacquone, dissero di bere l'acqua del cesso". Prima il massacro poi il dileggio.
"Mi ha sputato in faccia tre volte, dicendo che ero l'antistato, un uomo di merda, mi umiliava proprio assai", è la testimonianza di un altro dei 15 detenuti. Sputi e insulti erano all'ordine del giorno al Danubio. "Mi hanno sputato pure in bocca proprio, infatti mi uscì subito l'herpes, dopo un'ora già ce l'avevo", ricorda un altro. "Un mio compagno sanguinava dalla bocca, era in ginocchio, gli dicevano: "Ti dobbiamo mettere il cazzo in bocca", racconta sempre uno dei 15. Li hanno massacrati, poi umiliati e, infine, denunciati. Il ministero della Giustizia, guidato allora da Alfonso Bonafede, ha creduto alla storia dei resistenti messi in isolamento. Era una storia falsa: i 15 erano solo le vittime sacrificali.
di Alessandro Barbano
huffingtonpost.it, 5 luglio 2021
Dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione ecco l'indignazione per S.M. Capua Vetere. Come non fossero già noti alcuni angoli oscuri della nostra democrazia. E dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, quando tutto il Paese, e cioè la politica e la società, e in mezzo i media, accolsero l'invito di Matteo Salvini a gettare le chiavi, chiavi di ferro con cui chiudere a doppia mandata le porte delle carceri durante la pandemia, e lasciare che in dodici si sfidasse il contagio nello spazio di tre metri per quattro, con i letti a castello impilati fino al quarto piano, cosicché l'ultimo detenuto, quello che dormiva più in alto, non potesse alzare la testa senza sbatterla contro il soffitto, e chiavi simboliche, con le quali confinare dietro quelle sbarre tutto il male del mondo, per non vederlo più; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui pure moralisti patentati s'indignarono quando, per le rivolte e le proteste dei detenuti, e per gli appelli sgolati dei pochi capaci di vedere l'orrore, qualche cardiopatico, e qualche malato devastato dal cancro tornarono a casa ai domiciliari, seguiti da un coro di scandalo, innalzato dalle migliori penne del giustizialismo patrio, che addirittura costrinsero il direttore centrale del Dipartimento penitenziario a dimettersi; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui la direttrice del carcere di Reggio Calabria fu posta agli arresti con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, per aver riconosciuto ai detenuti trattamenti umanitari giudicati inopportuni dal gip, e le cronache indugiarono con accattivante simbologia sulle prelibatezze e sui favori garantiti ai boss, che altro non erano che una cioccolata fondente e un colloquio con i familiari; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui passava inosservata la condanna a sei mesi per atti osceni di un detenuto per un rapporto orale con la compagna nel parlatorio del carcere di Cremona, celato dietro alla borsa di lei ma ripreso dalle telecamere, perché nessuno sapeva che in Francia, Olanda, Svizzera, Finlandia, Norvegia, Austria, Germania, Svezia, Spagna, ma anche in Russia, Croazia e Albania, i detenuti sono autorizzati a incontrare per ore, e talvolta per intere giornate, la famiglia in miniappartamenti senza alcun controllo, mentre in Italia il diritto all'affettività in carcere, previsto dalla riforma dell'ordinamento penitenziario annunciata più volte dall'ex guardasigilli Andrea Orlando e mai portata a compimento, è stato definitivamente archiviato dal governo muscolare di Conte-uno, Salvini e Di Maio; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui magistrati blasonati, in servizio effettivo ma anche in pensione, eroi dell'antimafia e giornalisti senza macchia e senza paura, anche perché da decenni abituati a girare con la scorta tra un talk televisivo e un altro, innalzarono una diga di parole a difesa dell'ergastolo ostativo, cioè una pena senza fine e senza possibilità di accedere a qualsiasi misura alternativa al carcere e a ogni beneficio penitenziario, a meno che il condannato non decida di pentirsi e offrire al pm nomi e accuse utili e sufficienti a pagare il diritto a quel briciolo di umanità che si dovrebbe anche al peggiore dei criminali; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui sessantuno uomini a cui è stata sottratta dallo Stato la libertà si sono suicidati nel 2020 in carcere, per lo più impiccandosi, senza che nessun secondino sia riuscito a impedirlo e senza alcun clamore, stupore, attenzione, perché il detenuto, indagato nell'intimità, negli affetti, negli umori e perfino nei bisogni fisiologici, deve tuttavia restare invisibile alla comunità dei cittadini liberi, affinché si esorcizzi - come scrivono Luigi Manconi e Federica Graziani nel libro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa" - la minaccia di un attentato alla propria sicurezza che il carcere, come incubatore del crimine, evoca, e la minaccia che da noi, dal nostro inconscio si proietta sul carcere, per rimuoverlo e scacciare con esso i nostri incubi; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, in cui i centosessanta agenti penitenziari autori della mattanza a Santa Maria Capua Vetere sono rimasti al loro posto, a contatto con gli stessi detenuti che avevano massacrato di botte e umiliato nel corpo e nello spirito, perché nessun provvedimento di sospensione o di trasferimento è stato adottato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nonostante si conoscessero i loro nomi e nonostante le denunce del garante dei detenuti avessero ampiamente svelato che qualcosa di orrendo era accaduto, e nessuna indagine interna è stata aperta, con la scusa che la magistratura penale stava indagando, come se l'inchiesta penale impedisse al guardasigilli Alfonso Bonafede di fare chiarezza; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, trascorsi dalla radicale Rita Bernardini, e da pochi altri, davanti al ministero della Giustizia in una maratona radiofonica a ricordare che il carcere è il buco nero della nostra democrazia, e dalla politica tutta, da Salvini e Meloni a Di Maio, passando per Zingaretti e Letta, a discutere su come inasprire le pene e su come aggiungere nuovi reati, come se non bastassero quelli già previsti dal codice penale e da una miriade di leggi mal scritte e spesso inapplicate; dopo i lunghi mesi dell'amnesia e della rimozione, ecco arrivato il momento in cui l'amnesia e la rimozione si voltano in scandalo e indignazione, e si scopre che nelle carceri di una grande democrazia europea è avvenuta una mattanza che neanche Pol Pot avrebbe pensato, che il teorema delle mele marce nell'albero sano è una favoletta che non funziona più, che i pestaggi e le torture sono il modo di regolazione dei conflitti in molte carceri italiane, che un filo rosso lega i massacri del G7 a Cucchi, ad Aldrovandi, a Marrazzo, ai carabinieri deviati di Piacenza e a Santa Maria Capua Vetere, che la cultura delle forze dell'ordine in questo Paese è infiltrata, anche nelle posizioni di vertice, da retaggi securitari e illiberali, che transitano tra le generazioni, non diversamente da quanto accade in America, che alcuni angoli oscuri della nostra democrazia somigliano troppo a quelli dei regimi, che non basta denunciare e che indignarsi è il modo più comodo per rinunciare a cambiare, che è ora di rifondare i corpi della sicurezza, estirpando le pulsioni autoritarie con una formazione capillare, che si deve riattivare un penetrante controllo parlamentare, ma soprattutto che bisogna smetterla di usare gli allarmi e la paura per tornare a parlare di ordine pubblico e di giustizia con parole di verità, di scienza e di pietà.
Ristretti Orizzonti, 5 luglio 2021
La giustizia è uno snodo centrale nel paese, se essa è partecipazione alle istituzioni, loro trasparenza e giustizia sociale. L'ordinamento degli stati moderni, post rivoluzione industriale, hanno risentito delle battaglie illuministe e sociali (Parini, Beccaria, Foucault) per cui le prigioni non devono essere discariche sociali e il livello di civiltà di un paese si misura dallo stato delle sue carceri (Voltaire). D'altra parte hanno attraversato le galere molti patrioti, antifascisti e antirazzisti, alcuni di essi, come Antonio Gramsci, morendoci.
In questi giorni molti italiani appaiono inorriditi alla visione delle immagini del pestaggio dei detenuti del Carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenuto durante la prima emergenza Covid, come furono inorriditi 20 anni fa dai pestaggi dei manifestanti No Global prelevati nottetempo e portati alla caserma della Polizia di Bolzaneto-Genova, durante il G8.
I politici stupiti dovrebbero interrogarsi su cosa non è cambiato nell'amministrazione della Giustizia e dell'Ordine Pubblico in Italia, invece di riaffermare piena fiducia nei corpi di Polizia, oppure di parlare di "mele marce", anche in presenza del ritorno delle squadracce dei padroni contro gli scioperanti. La ministra Cartabia ha dichiarato che ogni frammento di quei filmati è un oltraggio alla Costituzione e ha convocato i Provveditori Regionali dell'Amministrazione Penitenziaria a Roma per metà mese di luglio.
Sinistra Italiana Marche, nel sostenere il Garante Nazionale dei Detenuti Mauro Palma e l'Associazione Antigone, strenui difensori del garantismo, apprezza le intenzioni finora manifestate dalla Guardasigilli, nella discontinuità dalle politiche del suo predecessore Bonafede, inclini a semplificazioni burocratiche e non politiche delle tematiche carcerarie, quando non giustizialiste.
Nella chiave di lettura che viene dal Guardasigilli torna la piena applicazione dell'art.27 della Costituzione, volta al pieno recupero dei condannati. Nello stesso spirito si muove la legge regionale n.28 del 2008, "Sistema di disposizioni rivolte alle persone private di libertà".
SI Marche si rivolge perciò al governo regionale e al Garante dei detenuti perché agiscano nel modo migliore con i fondi statali e regionali per agevolare l'estensione dei sistemi educativi già presenti nei nostri istituti, agevolino l'operato degli agenti di Polizia Penitenziaria, ed esprime apprezzamento per la proposta di legge nazionale Mirabelli, volta a responsabilizzare ulteriormente l'attività educativa in carcere ed il contatto con il resto del Paese, contro l'isolamento delle "discariche sociali".
di Gian Micalessin
Il Giornale, 5 luglio 2021
Sotto la Polizia Penitenziaria, in mezzo i Direttori delle carceri e, ai vertici, un Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) guidato da un magistrato nominato dal ministro di Giustizia, ma scelto dopo i consueti patteggiamenti tra le correnti "padrone" del Consiglio Superiore della Magistratura. Insomma il solito caos di una giustizia manovrata dalle correnti di sinistra che finisce, inevitabilmente, con il riverberarsi sul malfunzionamento degli istituti carcerari.
Un caos di cui, alla fine, fanno le spese gli anelli più deboli ovvero detenuti e agenti di Polizia Penitenziaria. "I fatti di Santa Maria Capua Vetere sono l'esatta replica di quanto verificatosi nel 2000 a Sassari, ma se nulla è cambiato il problema è l'inadempienza di un Dap che in vent'anni non ha saputo nemmeno darci dei protocolli operativi", spiega al Giornale Daniela Caputo, segretario di DirPolPen, il sindacato dei funzionari di Polizia Penitenziaria. Ma il pesce puzza sempre dalla testa. E la testa del Dap, ovvero il suo capo, è sempre un magistrato nominato ufficialmente dal Guardasigilli di turno, ma "indicato" in verità dopo i consueti patteggiamenti tra le correnti che dominano il Csm. "E allora nessuno faccia la madamina, qui dal 1993 ad oggi - s'indigna una fonte del Giornale ai vertici dello stesso Dap - sono passati una dozzina di personaggi nominati dai vari ministri, ma scelti sempre con le stesse logiche. Ovvero senza badare alla loro effettiva preparazione e, soprattutto, alla loro capacità di gestire un situazione carceraria sempre più complessa. Anche perché nessuno rimane mai in carica per più di tre anni e non ha quindi il tempo di comprendere i problemi del mondo carcerario".
Dall'inadeguatezza dei vertici al malfunzionamento del sistema il passo - fa capire Daniela Caputo - è assai breve. "Stiamo assistendo ad un processo mediatico alla polizia penitenziaria, ma il Dap non ha ma fatto nulla per farla crescere e trasformarla in un corpo di polizia capace ed efficiente. A vent'anni dalla vicenda di Sassari non si è avviata una riflessione seria su cosa si pretende dalla polizia Penitenziaria. Gran parte del personale non ha seguito corsi di ordine pubblico o di gestione degli eventi critici. E poi manca la catena di comando. I nostri comandanti di reparto hanno un potere decisionale puramente teorico perché in realtà alla fine decide sempre il loro superiore gerarchico ovvero il direttore del carcere. Quindi i nostri funzionari hanno un'autonomia decisionale limitata, ma poi quando succede il fattaccio pagano anche per le scelte di chi gli sta sopra dal direttore d'Istituto fino ai vertici del Dap". Anomalie e mancanze ammesse anche dalla fonte del Giornale all'interno del Dap. "È vero i continui cambi di guida ai vertici hanno impedito di creare un corpo di Polizia Penitenziaria veramente professionale. Per contro la moltiplicazione degli stranieri e dei tossicodipendenti nelle carceri ha generato un aumento esponenziale nelle aggressioni. Ormai non passa giorno senza che un agente venga aggredito o colpito. Questo crea rabbia e frustrazione che in assenza di educazione e professionalità generano risentimento e vendetta. Ma il problema stenta a venir capito. Anche perché chi ci comanda spesso è solo di passaggio".
di Federico De Martino
Corriere del Mezzogiorno, 5 luglio 2021
Dopo lo striscione degli anarchici a Roma un manifesto a Cagliari. E sui social minacciati gli agenti. Effetti dell'inchiesta anche sui detenuti: 30 trasferimenti. Spunta un altro striscione di minacce, dopo quello ritrovato a Roma a firma di un gruppo anarchico ("52 mele marce. Abbattere l'albero"), diretto agli agenti di polizia penitenziaria che si sono resi protagonisti delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il nuovo manifesto è stato affisso a Cagliari, su una delle colonne del porticato di via Roma. E fa esplicito riferimento alle sevizie nel penitenziario casertano. "Non lasciamo soli i detenuti...isoliamo le guardie" ed è firmato con una frase che sembra sarda: "kontra is presonis mishunu est solu".
"Potere di reprimere" - "Le guardie carcerarie, chiamate anche "secondini" - è il testo del manifesto - sono uomini e donne comuni che abitano in mezzo a noi. Ciò che li contraddistingue è la scelta che hanno fatto nella vita: la scelta di chiudere a chiave altre persone per uno stipendio mensile. Ogni tanto viene fuori la notizia che queste guardie pestano e torturano i detenuti. Il caso di Santa Maria Capua Vetere è solo uno dei pochi... parlano di mele marce... ad essere marcio è il sistema carcerario...la divisa che indossano gli conferisce il potere di reprimere... per strada, nel palazzo di casa al bar... isoliamo le guardie". Sullo striscione, invece, trovato nel quartiere San Michele, si legge: "Da S. Maria Capua Vetere a Uta. Non esistono mele marce. Il carcere è una tortura".
La circolare - E proprio sulla scorta di queste minacce che si stanno registrando anche sui social, il provveditore reggente delle carceri della Campania Carmelo Cantone, inviato dal Dap per sostituire il provveditore Antonio Fullone, destinatario di una interdizione dai pubblici uffici nell'ambito delle indagini sui "pestaggi" nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ha emanato una circolare con la quale consiglia agli agenti di recarsi a lavoro in abiti civili e non con la divisa. Una decisione presa per tutelare i componenti del Corpo finiti al centro dell'inchiesta della Procura.
I sindacati - "Sono moltissimi i messaggi deliranti contro gli agenti della polizia penitenziaria apparsi sui social, messaggi che non sembrano minacce trascurabili e che stanno sollecitando l'allertamento anche per il personale impegnato nelle scorte a testimonianza - scrivono, in una nota congiunta, il presidente del sindacato di Polizia Penitenziaria Uspp, Giuseppe Moretti e il segretario regionale della Campania, Ciro Auricchio - in questo contesto sarebbe anche opportuno che il vertice dipartimentale si recasse in visita nel carcere non solo per le ispezioni di rito, ma anche per dare solidarietà alla polizia penitenziaria oggi ancora di più in un stato di sbandamento per le condizioni in cui deve operare. Un gesto di compattezza che dovrebbe essere scontato e che pure non sembra sia avvenuto".
Detenuti trasferiti in altri istituti - Intanto gli effetti dell'indagine si ripercuotono anche sui detenuti del Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove avvennero i pestaggi; una trentina di reclusi vittime dei pestaggi è stata infatti trasferita in altre carceri campane come Carinola (Caserta) e Ariano Irpino (Avellino) e la maggior parte di altre regioni, come Modena, Civitavecchia, Perugia. La decisione è stata presa dal Dap d'intesa con la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, per tutelare i detenuti. "È una scelta senza senso - dice la garante dei detenuti della provincia di Caserta Emanuela Belcuore - in quanto per un anno denuncianti e denunciati sono stati faccia a faccia; è una scelta che danneggia solo i detenuti".
di Francesco Grignetti e Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 5 luglio 2021
La "preoccupazione" è palpabile, ai piani alti del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Troppi segnali convergenti fanno temere una stagione nera in avvicinamento. Nel giro di pochi giorni, si segnalano: volantini anarchici in Sardegna contro "i secondini", uno striscione anarchico a Roma, un'improvvisa manifestazione di anarchici fuori dal carcere di Santa Maria Capua Vetere.
E per di più un blocco doloso dei telefoni di quel penitenziario, causa attentato a una centrale telefonica. "Il pericolo è una saldatura tra il movimento antagonista e certa criminalità organizzata", si dice al Dap. E quindi le antenne di polizia e intelligence si sono drizzate. Che l'aria si sia fatta pesante, lo denunciano anche i sindacati della polizia penitenziaria. Donato Capece, leader del sindacato autonomo Sappe, ribadisce che occorre invertire la rotta di una criminalizzazione generalizzata, "perché ingiusta e pericolosa".
Il Sappe sta lavorando a una manifestazione nazionale, quella che dovrà "simbolicamente" restituire le chiavi dei penitenziari. Si accoda anche la Uil-penitenziaria: "Dopo i raccapriccianti fatti di Santa Maria Capua Vetere si susseguono gli striscioni e i comunicati diffusi anche da frange eversive e inneggianti all'odio verso il Corpo di polizia penitenziaria e suoi singoli appartenenti. Il clima è sempre più pesante e pericoloso. Per questo ci rivolgiamo alla parte buona della società, alla politica e al governo chiedendo di creare un cordone di solidarietà e protezione", dice il segretario generale Gennarino De Fazio.
La paura è che dopo la rappresaglia dei 52 agenti contro i detenuti di Santa Maria Capua Vetere, qualcuno possa organizzare una contro-rappresaglia. Dice esplicitamente De Fazio: "La storia del nostro Paese insegna che quando si è isolati, si è fortemente esposti agli attacchi della criminalità, che non di rado colpisce mortalmente".
Ecco perché al Dap, in vista della riunione convocata dalla ministra Marta Cartabia domani, con tutte le numerose sigle sindacali del comparto, si osserva con particolare attenzione a tutto quel che si muove fuori, ma anche dentro le carceri. Non ci si nasconde che aleggi tra i 37 mila agenti della Polizia penitenziaria una certa "demotivazione crescente". Si teme che subentri una "demoralizzazione" che non potrebbe non avere effetti sulla buona gestione delle carceri. Una prima mossa del Dap, diretta soprattutto a calmare gli animi degli agenti, è un esposto annunciato presso il Garante della Privacy.
Il Dap stesso, infatti, è contrariato dalla "gogna mediatica" che si è scatenata contro gli indagati. Ma al sindacato Sappe questo esposto pare poco e di scarso effetto. Dice Capece: "Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) abbiamo convocato il nostro team legale per esaminare la stampa locale, chi ha sbattuto il mostro in prima pagina, mettendo foto nomi e grado dei 52 colleghi raggiunti da misura cautelare, e vedere se ci sono gli estremi per una causa".
A sua volta, la ministra Cartabia ha fatto sapere di aver telefonato al presidente dell'Ordine dei giornalisti affinché si valutassero eventuali violazioni deontologiche. Anche qui, il tentativo di trovare un equilibrio tra l'indignazione del Paese e il sentimento di ingiusta criminalizzazione nei 37 mila della penitenziaria.
Per dare un altro segnale di equilibrio, il direttore Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia hanno deciso di procedere con attenzione alle misure amministrative conseguenti quelle penali: se è stata scontata la sospensione dal servizio per i 52 ai quali il Gip ha imposto misure cautelari, nulla è ancora deciso per altri 80 individuati dalla Procura, ma nei cui confronti il Gip non ha ritenuto di imporre misure cautelari.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 luglio 2021
L'avvocato Gaetano Sassanelli trova una linea di congiunzione tra violenze sui detenuti, indifferenza al diritto di difesa e propaganda giustizialista. C'è un nesso sottile, un filo che lega alcuni segni inquietanti. Gaetano Sassanelli, avvocato protagonista da anni della vita istituzionale e associativa forense, trova una linea di congiunzione tra violenze sui detenuti, indifferenza al diritto di difesa e propaganda giustizialista. "Si raccoglie ciò che si è seminato per anni", dice il professionista che rappresenta l'avvocatura nel Consiglio giudiziario di Bari e che nel capoluogo pugliese è stato anche presidente della Camera penale, oggi guidata da Guglielmo Starace. Sassanelli ne parla anche a partire da casi recenti che lo hanno personalmente coinvolto sul piano professionale, in particolare nelle interlocuzioni con l'istituto penitenziario di Agrigento.
Prima ancora delle violenze, i detenuti subiscono spesso l'indifferenza. Certe disattenzioni possono essere ascrivibili a un più generale decadimento, nell'amministrazione penitenziaria e nell'apparto pubblico in generale, del senso delle garanzie? Può esserci una pur indiretta "connessione genetica" fra le violenze sui reclusi e quelle disattenzioni?
Come sempre, si raccoglie quel che si è seminato e purtroppo ultimamente si è seminato molto ma molto male, innescando una degenerazione del metus publicae potestatis che, come evidenziato anche dal professor Manes, ha coinvolto finanche il lessico giuridico, introducendo termini come "spazza-corrotti" che vorrebbe intendere lo sterminio civile di determinate classi d'autore, o "certezza della pena" che vorrebbe significare certezza del carcere. Ed è ovvio che, se la massima espressione del potere esecutivo nel settore giustizia si rende portatore di questi messaggi, non possono che conseguirne comportamenti come quello delle forche caudine verificatosi a Santa Maria Capua Vetere. Del resto non è un caso che il ministro della Giustizia dell'epoca, che si deve presumere parli sempre a ragion veduta, in risposta ad una interrogazione parlamentare sui fatti accaduti all'interno del reparto "Nilo", abbia risposto affermando che si è trattato di una "doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto".
Nel sistema carcerario le violenze sui reclusi non rappresentano il solo aspetto preoccupante. Basti pensare alle difficoltà nell'esercizio del diritto di difesa da parte dei reclusi, e dei loro legali. Di recente lei ne ha avuto prova anche per alcune difficoltà di "comunicazione" col penitenziario di Agrigento...
È naturale che il raccolto di quelle semine di cui dicevo non possa che essere il disprezzo per i diritti ed ancor più per le garanzie dei detenuti. Se le istituzioni ai massimi livelli proclamano che i cittadini assolti sono solo imputati che l'hanno fatta franca, cosa volete che un agente di polizia penitenziaria, privo, non per sua colpa, della minima cultura giurisdizionale, possa ricavarne? Ed è quindi conseguenziale che il disprezzo per il mondo dei reclusi, reputati figli di un Dio minore, si riverberi anche sul diritto di difesa. Proprio in questi giorni sto vivendo un'esperienza mortificante per il diritto di difesa, letteralmente neutralizzato per un imputato detenuto ad Agrigento. Trattandosi di un nuovo assistito, coinvolto in processi gravi e complicati, dal 13 giugno sto inondando quel carcere di richieste per un video- colloquio a distanza, tutte rimaste prive di qualsivoglia riscontro, nonostante ordinanze perentorie in tal senso della stessa Autorità giudiziaria. Si ha la sensazione di scontrarsi contro un muro di gomma, al quale puoi indirizzare mail ordinarie, pec, telefonate, tutti tentativi che rimbalzano senza alcuna risposta, o un cenno, pur se negativo, di considerazione. E tutto questo mentre le udienze dei processi continuano a svolgersi, senza però essermi potuto confrontare con il cliente. Situazione che, come è facile comprendere, non consente un compiuto esercizio del diritto di difesa e che sembra rientrare in una precisa strategia: collocare l'imputato a notevole distanza dal luogo di celebrazione dei processi, in maniera da imporre più giorni di viaggio per un colloquio difensivo e contemporaneamente ignorare le richieste di colloquio a distanza del difensore. Del resto non è l'unico caso che vede rimanere inevase anche ordinanze dei Giudici: di recente mi è capitato pure che una richiesta di documentazione sanitaria formulata dall'Autorità giudiziaria per un indagato, malato grave e detenuto a Milano, nonostante i ripetuti solleciti della cancelleria, abbia impiegato mesi per essere evasa, pur a fronte di un provvedimento del Giudice che disponeva la trasmissione entro 48 ore della documentazione già richiesta mesi prima.
Su questa diminuita ai diritti dei detenuti può aver pesato anche la durissima campagna condotta da alcuni organi di informazione, e da alcuni magistrati, contro le cosiddette, e fantomatiche, "scarcerazioni di massa dei boss"?
Quanto accaduto all'epoca, ha segnato una bruttissima pagina di cronaca giudiziaria per il nostro Paese, segnando il ritorno al medioevo del diritto penale. In quella circostanza, infatti, il legislatore è entrato nelle camere di consiglio dei Giudici per modificarne le decisioni adottate per l'emergenza sanitaria in atto, sull'onda emotiva delle polemiche giornalistiche create da professionisti del panico, lanciando un messaggio forte e chiaro, secondo il quale le carceri sono una discarica umana della nostra società, dove relegare soggetti legibus solutus all'inverso, ovvero "sciolto dalle leggi" perché privo di diritti, anche di quelli costituzionalmente tutelati, come il diritto alla salute.
Ha fiducia in un'iniziativa dell'attuale ministra della Giustizia Cartabia in materia di diritti dei detenuti e miglioramento immediato delle condizioni di chi deve comunque espiare una pena? Crede cioè che sarà possibile portare a compimento quella parte della riforma Orlando rimasta in sospeso?
Il profilo altissimo dell'attuale ministro della Giustizia è esattamente quel che ci voleva per riportare al centro il rispetto della dignità umana e il recupero del senso di umanità ormai smarrito dopo la gestione Bonafede. Certo, la Giustizia è sempre un tema politicamente scivoloso, ma se non si comprende che la crisi del processo in Italia è politica, ed è politica perché è culturale, ed ancora, è culturale perché è valoriale, non ne verremo mai più fuori. È quindi imprescindibile impegnarsi per recuperare i valori fondanti del nostro Paese. Se non ci riusciamo con un ministro già presidente della Corte costituzionale, allora forse dovremo dimenticarci una volta per tutte, di esser stati il Paese di Beccaria e che, come ci insegna Aharon Barak, in una democrazia la lotta al crimine deve procedere sempre con una mano legata dietro la schiena, anche di fronte alle emergenze criminali più allarmanti.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 5 luglio 2021
L'analisi del Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze: "Episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere sono patologici e sono gravissimi in sé e perché fanno perdere credibilità allo Stato, ma servirebbe una riforma complessiva per un sistema della pena più utile a chi la sconta e alla società".
Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del carcere di Santa Maria Capua Vetere, oggi al centro di un'inchiesta, sono un pugno nello stomaco e sono inequivocabili: uomini in divisa della Polizia Penitenziaria picchiano: calci, schiaffi, manganellate. Uomini detenuti si coprono la testa con le mani, senza riuscire a difendersi. Si nota la sproporzione. Quando ci si fronteggia per sedare una sommossa funziona in un altro modo. Sono immagini che feriscono non solo le persone, ma la coscienza, l'immagine dello Stato diritto e una divisa, quotidianamente vestita da tanti altri, spesso in condizioni difficili, nel rispetto delle regole. Abbiamo chiesto a Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, autore con Edoardo Vigna, caporedattore del settimanale "7", di Vendetta pubblica, il carcere in Italia, uscito da poco per Laterza, in tema di esecuzione della pena, di aiutarci a decifrare quello che sta emergendo dall'indagine e dalle immagini. Vogliamo credere che questa sia la patologia, non la normalità, ma ne resta, innegabile, la gravità.
Dottor Bortolato, qual è dal suo punto di vista l'effetto più grave di episodi come quelli che quei video, inequivocabili, denunciano, in cui rappresentanti dello Stato perdono la misura dei propri comportamenti?
"Mi ritrovo perfettamente nelle parole della Ministra della Giustizia: la Costituzione è stata tradita. La Carta impone alla pena di essere rieducativa e non disumana: qui, invece, si è parlato addirittura di rappresaglia, che non è la legittima reazione ad una rivolta in corso, in cui si può arrivare ad autorizzare l'uso della forza, ma una cosa pensata a freddo per dare, come si dice, 'una lezione', una vera e propria ritorsione per riaffermare chi comanda veramente. In questi giorni, in cui sono rimasto profondamente scosso anche come uomo delle istituzioni, mi è tornata in mente una frase di Sandro Margara, che è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, una persona alla quale mi sono sempre ispirato: diceva che l'amministrazione penitenziaria è l'unica istituzione dello Stato che pretende dagli altri un cambiamento ma non è in grado di cambiare se stessa. Tenere le persone recluse per poi reinserirle sembra già un controsenso, ma almeno pretendere che cambino e non tornino a commettere reati è possibile. Mi domando come sia possibile sperare in questo cambiamento dopo che lo Stato stesso tradisce la sua funzione violando la Costituzione. Sappiamo che la stragrande maggioranza degli agenti penitenziari non ha mai fatto e non farà mai nulla di simile a quanto visto in quei video, ma se gli episodi di violenza si ripetono da un po'di tempo (nel mio distretto vi è un'indagine sul carcere di Sollicciano e una condanna in primo grado per tortura che riguarda il carcere di San Gimignano) dobbiamo interrogarci sulla loro origine che è tutta nella grande tensione che c'è dentro ogni galera e in una cultura della pena dura a morire".
Che idea s'è fatto delle motivazioni profonde?
"Il carcere è un'istituzione totale in cui si pretende l'obbedienza. C'è un soggetto che sta sopra un altro: uno dei due, ha il privilegio della forza legale. Il carcere di per sé non è alieno alla violenza perché per sua natura limita molte facoltà umane, il problema è la sua misura perché si sa che, dato il contesto, la relazione di potere che si instaura tra chi custodisce e chi è custodito può trascendere. Da un lato il Covid-19 ha scoperchiato una pentola già in ebollizione da anni, dall'altro l'Italia nel 2013 ha ricevuto una condanna dalla Corte di Strasburgo per sovraffollamento carcerario, lì abbiamo toccato il picco, che poi s'è ridotto, ma la situazione è ancora critica: su questo problema che già c'era s'è innestata la pandemia, con un rischio sanitario ovvio nella promiscuità e nel sovraffollamento, che però è stato sottovalutato all'inizio. A questo s'è aggiunto il fatto che per precauzione sono stati interrotti i colloqui con i familiari, e ciò ha provocato tensioni che si sono concretizzate in vere e proprie rivolte nelle carceri. Dall'altro lato il carcere fa i conti con un personale penitenziario scarso e sempre più provato, alle prese con uno dei mestieri più difficili del mondo. Ci sono fenomeni studiati in criminologia: l'esempio più noto è l'esperimento di Stanford. Philip George Zimbardo, psicologo statunitense, formatosi presso la Yale University, ha confutato negli anni '70 del '900 la credenza assai diffusa secondo cui i comportamenti degradati e violenti osservabili all'interno di un'istituzione come il carcere sono soprattutto dovuti a disfunzioni della personalità, innate o apprese, dei carcerati e delle guardie, dimostrando piuttosto come tali condotte dipendano dalle specifiche caratteristiche del contesto. Si sa che se metti insieme due gruppi di persone, affidando a uno dei due il monopolio della forza, accade che si verifichino dinamiche per le quali dopo un certo tempo possano aversi episodi di sopraffazione violenta. Le responsabilità sono certamente sempre individuali, sarebbe un grave errore criminalizzare un intero Corpo di polizia che ha spesso dato grande prova di sé, però è anche vero che il carcere di per sé è un luogo violento dove dinamiche di questo tipo ineriscono alla sua intrinseca brutalità".
Può spiegare questo concetto a chi non ha mai visto un carcere da vicino?
"C'è la violenza in carcere, che non è soltanto quella ora sotto i riflettori ma anche la violenza di detenuti contro altri detenuti e contro gli agenti, infermieri, educatori; c'è la violenza dei detenuti contro loro stessi che si manifesta in atti di autolesionismo e suicidi, ma c'è anche una violenza intrinseca che inerisce alla sua naturale ed ineliminabile ferocia e che deriva dall'essere un ambiente in cui si formano gerarchie, obbedienze facili a degenerare in sopraffazioni e violenze. Il momento dei mesi di marzo-aprile 2020, in cui questi episodi si sono verificati, è stato drammatico, c'è stata forse da parte dell'amministrazione la sensazione che le rivolte potessero scappare di mano. Detto questo, eventi come quelli di Santa Maria Capua Vetere, paragonabili a quelli della scuola Diaz di Genova, sono inaccettabili, espongono il Paese ad un umiliante discredito internazionale, perché è impensabile che uno stato democratico come il nostro, uno dei pochi al mondo ad assegnare alla pena un compito rieducativo in Costituzione, poi possa in concreto attuarne i principi con queste modalità. Il fatto è gravissimo, anche per il numero delle persone coinvolte: si parla di 52 agenti a tutti i livelli coinvolti e dei loro vertici, ferma restando la presunzione di innocenza che deve valere anche per loro - si dovrà capire chi c'era e chi non c'era - ma le immagini sono inequivocabili: come può un'istituzione essere credibile nel momento in cui pretende dai suoi custoditi un ripensamento sui reati commessi e un cambiamento reale, se poi anche un solo rappresentante di essa si comporta in quel modo? Un danno enorme per le istituzioni, per il carcere, per lo stesso corpo della Polizia penitenziaria".
Nel vostro libro Vendetta pubblica si ragiona dei problemi del carcere. La Costituzione chiede che la pena tenda alla "rieducazione". Quanto il carcere italiano nella sua realtà quotidiana è in grado di rispondere a questa richiesta della Costituzione?
"Non mancano esempi positivi, ci sono istituti in cui si applicano i principi dell'ordinamento penitenziario, in cui si danno gli strumenti: lavoro, studio, rapporti con la famiglia, un carcere 'aperto', tutto quello che dovrebbe fare in modo che la pena sia "utile" al reinserimento sociale, che non è solo un interesse del detenuto ma anche della società. Purtroppo però bisogna prendere atto che in Italia molti detenuti non hanno possibilità di lavorare, non possono accedere per varie ragioni alle misure alternative e, soprattutto, vi è una risposta al reato ancora carcero-centrica: in Italia ogni tre condannati, uno è in misura alternativa, due sono in carcere. In Francia il rapporto è rovesciato".
Può spiegare al lettore comune che cosa si intende con misura alternativa?
"La possibilità di espiare la pena in una modalità diversa dal carcere e 'nella comunità': l'affidamento in prova, gli arresti domiciliari. Dopo gli episodi di Santa Maria Capua Vetere tutto questo rischia però di diventare un mero esercizio retorico perché l'emergenza ora sembrerebbe quella di rendere il carcere qualcosa di conforme a Costituzione nel senso del rispetto almeno dei diritti fondamentali dell'uomo. Quello che abbiamo visto ne è la negazione, non possiamo accettare che si ripeta. Ciò non toglie che si debba affrontare globalmente la situazione carceraria come aveva provato a fare il ministro Orlando nel 2015 con gli Stati generali, incentivando le misure alternative, una riforma di cui non è rimasto nulla. Il nostro Vendetta pubblica è un titolo provocatorio, ma serve a dire che se la pena è solo vendetta non serve a nessuno, neppure alla vittima. Men che meno alla società. Non aiuta le persone detenute a reinserirsi e facilmente, in mancanza di alternative, quando la pena termina esse tornano a delinquere.".
C'è spesso una discrepanza tra buone intenzioni e realtà, sappiamo che lo Stato, per esempio, riesce a recuperare solo una parte minima dei crediti delle sanzioni pecuniarie. Tutto questo favorisce la prospettiva carcero-centrica?
"Sì, è un problema che esiste. Spesso le misure alternative non si riescono ad applicare per problemi di marginalità sociale: banalmente chi non ha una casa dove andare non può essere mandato ai domiciliari. Circa un terzo della popolazione carceraria si trova lì per reati attinenti alla droga. Ma il carcere non è adatto a rispondere a problemi che hanno natura sociale, come dipendenze, integrazione di stranieri, perché lì dentro le marginalità e i problemi si aggravano. Tutto parte dall'articolo 27 della Costituzione, se si rispettasse alla lettera il carcere diventerebbe un'altra cosa, non si verificherebbero tante distorsioni, ma nessun politico vuole occuparsi della riforma carceraria, perché non porta consensi".
Nel libro parlate del carcere come un luogo di "contagio criminale" anche questo è difficile far capire?
"Sì, eppure è una piaga terribile. Il carcere è la più grande scuola di criminalità. Capita che uno entri per un primo reato non dei più gravi, magari perché non ha un posto dove andare ai domiciliari e lì rischia di incontrare detenuti non di primo pelo alla ricerca di future complicità che lo assoldano per compiere reati più gravi, così quando esce avranno un alleato in più. Bisogna assolutamente togliere da quell' ambiente il piccolo criminale perché rischia di uscirne molto meno piccolo. Bisognerebbe differenziare gli istituti, crearne molti a 'custodia attenuata' per chi entra per la prima volta per reati magari bagatellari. Non dobbiamo dimenticare che il carcere è gerarchia non solo perché i detenuti devono obbedire all' istituzione, ma perché vi si crea una 'scala' criminale, chi ha un ascendente e un alto profilo criminale lo fa pesare, diventa capo. Nella criminalità organizzata sono maestri, in questo, infatti c' è una logica nel fatto che stiano il più possibile separati dal resto".
- Patrizio Gonnella: "Usiamo i soldi Ue per le assunzioni"
- Per una giustizia efficiente
- "Per il pestaggio in carcere non ripetiamo gli errori del G8 di Genova"
- Carceri, disagio psichico, disumanità. Ecco lo sguardo più difficile. E vero
- Anche mafiosi e terroristi hanno diritto all'assistenza: lo stabilisce la Corte Costituzionale











