di Anna Corradi
Corriere della Sera, 29 novembre 2021
Soluzioni tecnologiche sempre più determinanti per l'efficienza e la competitività di uno studio legale e il superamento della crisi dopo la pandemia, nuovi software per gestire i dati o prevedere l'esito dei processi. In Italia solo per il mercato dei software è prevista una crescita a doppia cifra anno su anno.
"Per contribuire alla digitalizzazione e all'aggiornamento degli studi legali abbiamo ideato la piattaforma One, un sistema di ricerca intelligente, strumenti personalizzati e funzionalità evolute, creato partendo dalle esigenze del professionista per rendere ancora più efficiente il lavoro di tutti i giorni - racconta Giulietta Lemmi, ceo di Wolters Kluwer Italia e della business unit legal software di Wolters Kluwer Legal&Regulatory. La piattaforma è composta da One Legale, One Fiscale, One Lavoro e One Hse. Una delle caratteristiche delle nostre soluzioni digitali è rappresentata dalla qualità e dall'accuratezza dei contenuti, un elemento fondamentale considerando la tipologia di lavoro dei nostri clienti".
Perché secondo Lemmi "le grandi trasformazioni nell'organizzazione del lavoro in corso negli ultimi anni, ulteriormente accelerate dall'emergenza sanitaria del Covid-19, fanno crescere la richiesta di soluzioni rapide ed efficaci da parte dei professionisti, in particolare di strumenti tecnologici innovativi che integrino l'analisi predittiva e l'intelligenza artificiale per ottimizzare i processi decisionali".
Nel settembre 2021 Wolters Kluwer Legal&Regulatory Italia ha lanciato la funzionalità Giurimetria di One, una soluzione che applica i modelli di intelligenza artificiale alla ricerca di giurisprudenza, al fine di fornire, attraverso una rappresentazione statistica, l'orientamento dei giudici su specifiche fattispecie relative ad un caso concreto.
"Per la prima volta, una ricerca di giurisprudenza fornisce informazioni che consentono di anticipare e - se possibile-- prevedere, l'esito di un processo e si rivelano quindi fondamentali per orientarsi e per costruire una strategia processuale vincente. I nostri clienti però non sono solo studi ma anche aziende e pubblica amministrazione. A questo proposito, proprio nel 2021 abbiamo lanciato la nuova soluzione per i dipartimenti legali: il software SuiteNext consente di gestire i flussi informativi e l'organizzazione dei processi interni, dal monitoraggio del contenzioso ed i relativi costi, alla collaborazione con i legali esterni oltre a molte altre attività. Il valore del mercato software corporate in Italia, infatti, vale quasi 100 milioni di euro, considerando sia il settore legale che quello compliance", spiega Lemmi.
Attualmente Wolters Kluwer Legal Regulatory sta facendo molti investimenti in Italia, un mercato fondamentale per il gruppo. Proprio nel 2021 ha acquisito una società specializzata nel settore del waste management (Euroinformatica) con il software Atlantide dedicato alla gestione completa del ciclo di rifiuti per gli operatori di settore. Atlantide si aggiunge a Simpledo, la soluzione software all-in-one per la gestione della salute, della sicurezza, della qualità e dell'ambiente in azienda.
di Marino Longoni
Italia Oggi, 29 novembre 2021
Procedimenti semplificati, prima udienza effettiva e di lavoro, più cause al giudice monocratico, largo alla risoluzione stragiudiziale delle controversie. È appena diventato legge il nuovo processo civile e già inizia il conto alla rovescia dei 12 mesi concessi al governo per attuare la delega. Ma l'architettura della riforma ruota tutta attorno agli impegni che Palazzo Chigi ha assunto con l'Unione europea sul Pnrr per ottenere i soldi del Recovery fund: l'obiettivo da raggiungere è la riduzione sui tempi di causa del 40% al 30 giugno 2026.
nove.firenze.it, 29 novembre 2021
Il sindaco: "Segnale di attenzione verso un tema che ci sta a cuore". Il sindaco Dario Nardella ha incontrato in Sala di Clemente VII a Palazzo Vecchio la ministra della Giustizia, stamani a Firenze per la Festa Fogliante, organizzata dal quotidiano Il Foglio nel Salone dei Cinquecento. Marta Cartabia, nel corso della festa de Il Foglio, ha confermato che nelle carceri italiane vi è un grave sovraffollamento e che alcuni istituti penitenziari 'gridano vendetta', aggiungendo che si sta lavorando tantissimo.
Il sindaco Nardella e la ministra hanno parlato del carcere di Sollicciano, che si trova in una situazione difficile per la vivibilità e per le criticità che presenta a livello strutturale, e hanno valutato un paio di date in cui poter visitare la struttura circondariale a metà gennaio.
"Ringrazio la ministra Cartabia per essere venuta a Firenze - ha detto il sindaco - a distanza di pochi giorni dalla cerimonia per il decennale della Scuola superiore di magistratura a Villa Castelpulci e in particolare per aver accolto il nostro invito a visitare il carcere di Sollicciano". "Da parte della ministra c'è stato un segnale di sincera attenzione - ha continuato Nardella - verso un tema che ci sta a cuore e che ha un impatto sociale rilevante sul nostro territorio".
"Non è la prima volta che la Ministra conferma il grave sovraffollamento carcerario, che peraltro è in constante e progressiva ascesa e acuito dalle moltissime e concomitanti deficienze che interessano sia le strutture e le infrastrutture sia gli organici di tutto il personale, a partire da quello del Corpo di polizia penitenziaria le cui carenze sono passate da 17 mila a 18 mila unità. Tuttavia, al di là delle condivisibili e, se si vuole, pur apprezzabili dichiarazioni di principio, come quelle rilasciate anche in occasione della visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere, neppure si intravedono interventi capaci d'invertire in qualche misura la tendenza.
Anzi, al contrario, la manovra di bilancio attualmente in discussione in Senato nulla prevede in favore delle carceri e del Corpo di polizia penitenziaria. Alla Ministra diciamo che se per conoscere il carcere bisogna aver visto, noi che lo osserviamo senza soluzione di continuità, vorremmo adesso vedere fatti concreti, così da poterli apprezzare" interviene Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria.
"Ci aspettiamo, allora, oltre al deflazionamento della densità detentiva, l'ammodernamento delle strutture, il potenziamento degli organici del personale, l'implementazione delle tecnologie e degli equipaggiamenti, così come auspichiamo che la Ministra e il Governo affrontino compiutamente il problema, che genera illegalità di Stato, dei detenuti affetti da disturbi mentali; perché se è vero che la situazione del reparto "Il Sestante" di Torino forse non ha eguali, è altrettanto innegabile che diverse altre non sono proprio dissimili.
Tutto questo - conclude De Fazio -, vorremmo che venisse realizzato, in coerenza con quanto dichiarato, dal Presidente Draghi e dalla Ministra Cartabia nell'esercizio delle rispettive funzioni di governo; sarebbe paradossale e persino poco credibile, magari fra qualche mese o anno, sentir uno di loro ripetere gli stessi concetti sotto forma di inviti e raccomandazioni da un diverso e più importante scranno".
di Andrea Ossino
La Repubblica, 29 novembre 2021
La replica di chi avrebbe dovuto aiutare la detenuta. La ragazza: "Falso: poteva mandare l'infermiere". Il dottore era al telefono con il 118. Per questo motivo, secondo la Asl Roma 2, Amra ha partorito da sola, dietro le sbarre del carcere di Rebibbia. Una versione che contrasta con quanto ha raccontato la ragazza alla commissione carceri della Camera Penale di Roma: "Secondo voi è credibile che un medico sia andato a chiamare l'ambulanza? Casomai mandava un'infermiera", domanda Amra.
Gli ispettori inviati dalla Guardasigilli Marta Cartabia stanno esaminando le ragioni che hanno spinto il Tribunale di Roma a lasciare in carcere la 23enne, arrestata dopo aver rubato l'ennesimo portafoglio, mentre era incinta. Ma c'è un'altra domanda: perché Amra ha partorito da sola? "Alle ore 01.32 circa il medico di guardia giunge nella Sezione Infermeria e si dirige immediatamente verso la cella della detenuta, ove l'infermiera sta assistendo la stessa, constatando condizioni generali discrete e la detenuta vigile e lucida", si legge in un documento inviato dall'azienda ospedaliera alla Regione Lazio dopo la richiesta di "chiarimenti sulla gestione delle donne detenute in stato di gravidanza".
È da poco trascorsa la mezzanotte del 31 agosto scorso. Amra ha un forte dolore e Marinella, la sua compagna di cella, chiama aiuto. Arriva un'infermiera: "Diceva di chiudere le gambe, ma Marinella mi ha detto di non farlo, il bambino poteva soffocare. Ho messo la mano sotto e ho sentito la testa, mi sono messa a letto ed è nata. Non piangeva. Aveva la placenta in faccia. L'ha levata lei con le mani e la bambina ha respirato. Poi è arrivato il dottore", dice Amra.
La storia narrata dalla Asl è un'altra: Il medico ha ritenuto che la ragazza dovesse partorire in ospedale. Quindi è andato "nella medicheria di sezione al fine di contattare il 118". E dopo soli 3 minuti da quando ha visto per la prima volta Amra, "alle ore 01,35 circa, terminata la telefonata con gli operatori di 118", è rientrato nella cella "costatando che il periodo espulsivo del parto si era concluso in presenza di due infermieri".
"Non è vero. Casomai mandava un'infermiera a telefonare", dice Amra. "Occorre fare chiarezza sui fatti. Al di là delle ragioni per le quali una persona si trova in carcere, a nessuno deve accadere ciò che è successo ad Amra. Il valore della vita umana ha preminenza su qualsiasi altra cosa. Mi auguro che questa vicenda contribuisca a dare maggiore tutela ai diritti delle detenute in stato di gravidanza", commenta il difensore di Amra, Valerio Vitale.
Al momento però il nido di Rebibbia è vuoto. Su input della Guardasigilli si lavora per fare uscire le madri con figli dal carcere offrendo situazioni alternative. Anche nel caso di Amra il garante dei detenuti del Lazio, Gabriella Stramaccioni, aveva trovato una comunità disposta ad accogliere la ragazza preservando le esigenze cautelari imposte dal giudice. Lo aveva scritto al magistrato. Nessuno ha risposto. E una bambina è nata in carcere.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 novembre 2021
Prima gli annunci urbi et orbi da parte della Polizia penitenziaria su una rissa tra bande all'interno del carcere di Poggioreale, poi la visita dei garanti al Giuseppe Salvia, che hanno circostanziato e ridimensionato la vicenda. Per le condizioni in cui versa la casa circondariale di Poggioreale esistono due verità, ma anche una realtà incontrovertibile: si tratta dell'espressione di un sistema al collasso, che dimostra ogni giorno di aver fallito e che andrebbe cambiato e rifondato. "Siamo stati al primo piano del padiglione Milano - spiegano il garante regionale Samuele Ciambriello e quello cittadino Pietro Ioia - per farci raccontare come sono andate le cose durante l'ora d'aria dell'altro giorno".
Secondo la ricostruzione due detenuti stranieri: G.A. di 34 anni e H.A. di 23 anni, tossicodipendenti e con problemi psichici, durante il passeggio avrebbero scatenato una rissa con coltelli rudimentali, causando ferite a tre detenuti. "I detenuti incontrati al Milano, presenti in celle da otto e nove persone e ambienti socio-sanitari raccapriccianti, ci hanno raccontato che non si è trattato di una rissa tra bande criminali, quanto piuttosto di un episodio dovuto alla mancanza di ambienti di socialità, all'insofferenza per i ritardi nelle decisioni della magistratura, ai problemi connessi al Covid". Una versione che alimenta un altro spunto di riflessione, quello relativo al caso dei malati di mente negli istituti di pena. Una presenza incompatibile visto che non c'è personale sufficiente e adeguatamente formato per gestire casi del genere. Senza contare il sovraffollamento, che mette a serio rischio ogni ipotesi di attività finalizzata al recupero dei detenuti. A Poggioreale mancano agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, psichiatri, mediatori culturali e linguistici.
I detenuti immigrati che entrano per la prima volta in Istituto, vengono mandati in padiglioni con reclusi recidivi. "Dall'inizio dell'anno ci sono stati 185 atti di autolesionismo, 15 tentativi di suicidio sventati prontamente dagli agenti di Polizia penitenziaria, un suicidio e 132 colluttazioni. I sindacati di polizia dicono che Poggioreale è una pentola a pressione, noi aggiungiamo che è una polveriera con miccia corta - aggiungono i garanti - Il Governo e il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria devono intervenire, così come la politica che vive, ad oggi, un distanziamento carcerario. Non facciamo entrare nelle carceri chi deve scontare pene brevi e mandiamo a casa chi deve scontare un ultimo anno di pena".
Nel carcere di Poggioreale, e più in generale in Campania, ci sono 625 detenuti di fuori regione, di cui 62 stranieri, su un totale di 6429 detenuti. Questa prassi non solo contribuisce al sovraffollamento delle celle, ma viola il principio di territorialità della pena.
Il sovraffollamento è anche sinonimo di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare in carcere che dovrebbe costituire una scelta di extrema ratio. "Le leggi non sono una macchina che una volta messa in moto va da sé, le leggi sono pezzi di carta che se lasciamo cadere non si muovono. Talvolta ritardi nelle decisioni, anche della magistratura di Sorveglianza che risulta essere sottodimensionata a Napoli, Caserta, Salerno, sono causa di ansia, angoscia, sofferenza fisica, atti di autolesionismo e sovraffollamento. Occorrono, quindi, più misure alternative al carcere". Era il 1763 quando Cesare Beccaria, nel suo "Dei delitti e delle pene", spiegava così i centri detentivi: "Il carcere è la semplice custodia d'un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev'essere meno dura che si possa". Poco meno di 150 anni dopo, Filippo Turati in un discorso tenuto alla Camera dei Deputati nel 1904 affermò che "Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l'esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta".
Dalla sua, anche la penitenziaria parla di diritti. "Ad accrescere il livello degli scontri - afferma il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo - è il clima di delegittimazione del personale penitenziario che ormai è fortemente diffuso dai fatti di Santa Maria Capua Vetere e alimenta la convinzione tra i capi gang di poter adesso osare sempre di più nella sfida allo Stato. Il premier Draghi si è richiamato ai principi dell'articolo 27 della Costituzione che riguardano lo strumento della detenzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) ma - aggiunge Di Giacomo - non ha fatto alcun richiamo ai diritti del personale penitenziario che è stato messo nelle condizioni di non potersi nemmeno difendere dalle aggressioni". Due verità. Una sola realtà, quella di un sistema in agonia.
di Riccardo Bonacina
vita.it, 29 novembre 2021
Volontaria nel carcere di Bollate, Ida Matrone ha raccolto in un bel libro le lettere, le mail e le riflessioni di un anno di lockdown, duro per tutti, ma particolarmente per chi era in carcere. "Quello che è emerso in questo periodo è stato scoprire in maniera ancora più esplicita e vera che la presenza del volontariato in carcere ha un unico obiettivo: compiere un pezzo di strada insieme, condividere i nostri bisogni e le nostre domande, in altre parole rendere vero e operativo il grande valore dell'amicizia. Perché la speranza ha il volto dell'amicizia".
"Non si è volontari in carcere perché si fa opera assistenziale, ma perché si aiuta l'altro a diventare la persona che è, in tutta la sua bellezza", scrive così don Claudio Burgio, cappellano al Beccaria di Milano, nella prefazione al libro di Ida Matrone, Lettere da un carcere. Racconti e volti di un'amicizia (Edizioni Ares, euro 14). Un sottotitolo che esplicita cosa sia davvero il volontariato, in carcere e ovunque, un seminatore di amicizia, amicizia civile, civica.
Quello di Ida Matrone è un libro di cui consiglio la lettura, personalmente è un libro che mi ha fatto bene, nelle sue pagine la testimonianza platica e calda di una frase di Fabio Rosini che ho trovato citata: "Qualunque persona venga da noi, deve poter trovare in noi qualcuno che la aiuti a riscoprire la propria bellezza".
Ho seguito la presentazione del libro nel teatro del carcere di Bollate con detenuti, guardie ed esterni hanno seguito, insieme, il racconto di Ida che anche durante il lockdown, lunghissimo nelle carceri, ha tenuto il rapporto con i suoi amici "dentro" attraverso mail e lettere di cui alcune riportate nel libro.
"Sono entrata come volontaria dell'Associazione Incontro e Presenza nel carcere di Bollate da 12 anni, ma il mio incontro con la realtà carceraria è avvenuto molto prima. Sono stata allieva alle scuole superiori della fondatrice dell'Associazione, Mirella Bocchini, e sono rimasta anche in seguito, in un costante rapporto d'amicizia con lei: ho assistito quindi alla nascita dell'Associazione, avvenuta 35 anni fa, e grazie ai racconti di Mirella, ero al corrente di quello che succedeva nelle carceri, ma soprattutto degli incontri incredibili che avvenivano in quel luogo, tra volontari e detenuti, che svelavano un'umanità impensabile a noi "fuori". Il mio rapporto con il carcere è proseguito da insegnante. Ho promosso progetti che facessero incontrare il mondo della scuola con il carcere, nella convinzione dell'importanza che la società modifichi il suo atteggiamento nei confronti dei detenuti. E questo può avvenire solo attraverso un incontro libero da pregiudizi. Infine, per ultimo decido di entrare in carcere come volontaria, entro per caso e poi sono tornata ogni settimana.
Hai detto nella presentazione a Bollate che il tuo non è un libro "sul" carcere, cioè?
"Non faccio un discorso sul carcere, non si parla del concetto di pena utile, delle misure alternative, del problema del sovraffollamento, e non se ne parla perché queste importanti questioni non rientrano in quello che compete affrontare ai volontari; questo è il tema della politica. Ma c'è un prima alla politica che l'oggetto del libro. Un prima che l'ex magistrato di sorveglianza, Guido Brambilla ha molto chiaramente espresso: "L'opera di risocializzazione (meglio direi di comprensione di sé e del proprio esistere nel mondo), può ricominciare da un rapporto significativo con un TU. Il rapporto con un tu che guardi al soggetto senza giudicarlo, senza congelarlo nel gesto criminale, nel fatto che ha commesso, ma che, senza giustificare nulla (occorre dire pane al pane e vino al vino), guardi al detenuto come uomo degno di stima e che quindi ha una dignità PRIMA di dimostrarsi di nuovo utile per la società, prima che abbia un lavoro, un'istruzione e sia quindi nei termini politicamente corretti considerato riabilitato". Nel libro parlo in prima persona, perché racconto la mia esperienza di volontaria, quello che ho visto, chi ho incontrato, che cosa è nato, che cosa questa relazione ha prodotto come consapevolezza della propria persona, della mia persona in prima battuta, e della vita. Quindi è un libro che parla di rapporti, i detenuti in questo libro non sono una categoria, hanno tutti un nome, un volto, una storia".
Il libro, hai raccontato, è nato durante il lockdown, nelle sue pagine troviamo tanti dialoghi via lettera o mail...
Il Covid-19 che è arrivato con una potenza sconosciuta e destabilizzante per tutti, ha colpito ancor di più chi è ristretto in carcere dove la situazione di isolamento e abbandono è esponenziale, e con esse il sentimento di impotenza, di non poter fare nulla per i propri cari. Tuttavia, il rapporto con i detenuti è continuato soprattutto attraverso lo scambio di mail tra noi volontari e loro, e, nonostante la distanza, i rapporti si sono approfonditi, si è anche arrivati ad una intimità tenera e affettuosa davvero inimmaginabile che mi ha riempito di stupore e gratitudine. Due parole in particolare erano presenti nelle lettere, parole che esprimevano, e che esprimono sempre, due posizioni nei confronti della realtà: Paura e Speranza. Come vincere la paura e dove trovare la speranza.
Che risposta è uscita nei vostri dialoghi?
Quello che è emerso in questo periodo è stato in maniera ancora più esplicita e vera quella che è la modalità della nostra presenza in carcere: compiere un pezzo di strada insieme, condividere i nostri bisogni e le nostre domande, in altre parole rendere vero e operativo il grande valore dell'amicizia. Perché la speranza, abbiamo capito, ho capito, ha il volto dell'amicizia. Come ha scritto padre Puglisi: "solo gli amici sperano, solo dove c'è amicizia c'è speranza. Chi è completamente solo è disperato; il futuro è solo timore, quando è vuoto d'amicizia, e il presente, per chi è pieno solo di se stesso non ha prospettive.
L'amicizia non è mai fine a se stessa spalanca al mondo e ci rende protagonisti del cambiamento della società. Marian, una ragazza poco più che ventenne e mia ex alunna, dopo aver letto il libro e mi ha lasciato un commento, questa è la frase conclusiva: "anche se non li conosco, li ringrazio, li ringrazio perché esistono e spero che con la loro storia, una volta fuori, contribuiscano a rendere più umana la nostra società. Credo infatti che chi ha sbagliato, ha compreso, ha perdonato e si è fatto perdonare abbia qualcosa in più da insegnare, rispetto a chi si crede perfetto e giusto solo perché non ha mai scontato una pena e non ha dovuto avere l'umiltà di dover ricominciare."
di Massimo Pisa
La Repubblica, 29 novembre 2021
Con la recitazione voleva rieducare i detenuti. "Miki" per chi entrava in confidenza, è scomparsa a 60 anni - infarto, è la prima causa indicata dai medici che hanno provato a soccorrerla - lasciando un vuoto sui palchi e uno nelle carceri.
Il tam tam è cominciato in Rete sabato, tra gli amici e la gente di teatro, tra chi ne aveva incrociato la traiettoria per un breve pezzo e chi ne era stato salvato. Michelina Capato, "Miki" per chi entrava in confidenza, è scomparsa a 60 anni - infarto, è la prima causa indicata dai medici che hanno provato a soccorrerla - lasciando un vuoto sui palchi e uno nelle carceri. Mondi che per la regista e coreografa erano stati la stessa cosa a partire dagli anni Novanta, quando introdusse i laboratori teatrali a San Vittore per i detenuti, sorta di rivoluzione blasfema per chi, dietro le sbarre, pretendeva che si marcisse e basta.
Aveva poi rilanciato nel 2004, fondando la cooperativa e.s.t.i.a. e lavorando soprattutto con l'amministrazione di Bollate, per quanto modello, pur sempre carcere. Era riuscita a plasmare decine di attori e danzatori da un materiale che, per le sentenze, era composto di rapinatori e assassini: persone, per Michelina Capato, che dopo aver sbagliato e pagato potevano e dovevano essere rieducate attraverso la via dello studio e del talento artistico. Non era tanto il briciolo di notorietà - qualcuno come, Carlo Bussetti e Vincenzo D'Alfonso, ne aveva vissuto più di un quarto d'ora - quanto il metodo e l'obiettivo insegnato ai tanti passati dal Teatrodentro, dal Teatro Galeotto, dalle varie forme che aveva preso negli anni quell'ambiente unico.
I titoli ("Concilio d'amore", "Nel tuo sangue", "La palestra della vita", "Psycopathia Sinpathica", "Il rovescio e il diritto", "Non più", "Lavorare... stanca", "Camerieri della vita", "Ci avete rotto il caos"), tutti di buona fattura, erano stati un mezzo per tirar fuori il meglio da chi aveva dato il peggio. "Che ne resta di noi", tra i più fortunati, era stato in cartellone al Teatro Argentina di Roma. Nel 2019, per Michelina Capato era arrivato il Premio Gramsci, quando all'attività a Bollate si erano aggiunti nuovi progetti, con lo Iulm, a Santa Margherita.
Di Salvatore "Sasà" Piscitelli, un altro dei "suoi" attori, era diventata anche amica: quando scomparve, a 40 anni, in carcere ad Ascoli Piceno proveniente da quello di Modena - uno dei tredici morti contati nelle rivolte nei penitenziari italiani tra il 8 e il 10 marzo 2020, all'alba di un primo lockdown che dietro le sbarre spaventava ancora di più - Michelina Capato fu in prima linea nel chiedere verità e giustizia, per la sorte sua e di quegli altri detenuti seppelliti troppo in fretta e senza un responsabile a pagarne le conseguenze. Mancherà ai suoi discepoli, e non solo.
Libertà, 29 novembre 2021
Carcere delle Novate più aperto all'esterno. Sono due le novità emerse nel corso della recente visita fatta dall'Osservatorio carcere della Camera penale di Piacenza. La prima è l'avvio imminente della possibilità per i familiari di visitare i propri cari anche di domenica. Lo scopo è, fra l'altro, quello di facilitare gli incontri ai figli dei detenuti senza compromettere i loro impegni scolastici durante la settimana. Prima iniziativa di questo tipo in Emilia Romagna. Altra novità in arrivo è l'apertura di un chiosco per la vendita diretta al pubblico di conserve e marmellate prodotte all'interno delle mura, grazie al laboratorio di trasformazione agroalimentare gestito con la collaborazione dell'Orto Botanico.
Libertà, 29 novembre 2021
Sono giorni speciali per il carcere delle Novate, dove si vedono guardie vere mescolate a poliziotti finti, attori, luci, operatori, fonici. E poi due direttrici di carcere: quella originale e quella "fiction" nell'ufficio di Maria Gabriella Lusi, che guida la struttura e che ha accolto la troupe del film "Il giardiniere" del regista, produttore e montatore Marco Santarelli, per girare parte delle riprese all'interno di un vero istituto penitenziario.
Il film racconta la storia di Samad (interpretato da Mehdi Meskar), ragazzo marocchino che ha trascorso un periodo in carcere e che, una volta uscito, cerca di rifarsi una vita, ma è tormentato da profondi dubbi religiosi. Padre Agostino (interpretato da Roberto Citran), suo amico e mentore, è un volontario del carcere e invita Samad a tornare in prigione per testimoniare ai ragazzi musulmani che sono ancora incarcerati che esiste la possibilità di reinserirsi nella società.
Qualcosa andrà storto, la tensione salirà e il protagonista si troverà a scegliere da che parte stare. La produzione de "Il giardiniere" è di Kavac Film e The Film Club con Rai Cinema. Sul set era presente anche la Film Commission Emilia Romagna, la struttura che supporta, cofinanzia e trova le location per le produzioni che vengono sviluppate a livello regionale.
di Davide Soattin
estense.com, 29 novembre 2021
A coordinare l'iniziativa è Stefano Cavallini. Una trentina i componenti del team che hanno firmato un codice etico per entrarvi. Aiutare i detenuti nel processo di recupero e di reintegro nella società attraverso il rispetto delle regole e della disciplina, ma anche tramite la costruzione di legami sociali e affettivi che solo lo sport è capace di dare.
Questo l'obiettivo del progetto che sta alla base della società Rugby 27 Asd Ferrara, nata a inizio settembre all'interno del carcere di via Arginone, grazie all'impegno di un team composto da una decina di volontari tra allenatori, ex arbitri e giocatori e al sostegno economico di due sponsor come Emilbanca e Cm Srl, aderenti al programma Fir "Rugby oltre le sbarre".
A raccontarne la genesi è il presidente Stefano Cavallini, ex assessore del Comune di Ferrara che nel 2014, dopo aver terminato la propria importante esperienza di presidente di sezione tra le fila di Cus Ferrara, insieme ad alcuni colleghi di Bologna, ha deciso di dare vita all'associazione sportiva Giallo Dozza-Rugby Bologna 1928 dentro al penitenziario felsineo, iscrivendo la squadra al campionato di Serie C.
Un'avventura che si è conclusa a fine primavera del 2021, poco prima della proposta al carcere di Ferrara: "La direttrice non ci ha pensato due volte e mi ha detto subito di sì, così ho iniziato a costruire un gruppo di lavoro e abbiamo dato vita alla nostra attività. Nei primi giorni di settembre abbiamo incontrato una sessantina di detenuti, a cui abbiamo illustrato il nostro programma e da lì sono iniziate ad arrivare adesioni".
Oggi i componenti della squadra sono all'incirca 30 e si allenano due volte alla settimana sul campo, mentre il venerdì pomeriggio assistono a lezioni e riunioni tecniche nella sala teatro. "Per fare come a Bologna - rivela Cavallini - è ancora molto presto perché ci mancano le strutture. Il campo ha le condizioni necessarie per essere omologato, anche se ci mancano le H. Ci servono tutto un insieme di autorizzazioni e di soldi, ma lo faremo".
A rincorrere la palla ovale è un gruppo eterogeneo a livello di nazionalità, dove l'età media è tra i 20 e i 35 anni e il più vecchio ne ha 40: "Abbiamo stabilito che al progetto potranno partecipare quelli che hanno minimo tre anni di pena, dal momento che una delle caratteristiche principali è assicurare continuità e stabilità, e non potranno farvi parte quei carcerati che hanno commesso reati sex offenders o di associazione mafiosa, mentre a tutti gli altri abbiamo deciso che va data un'altra opportunità, come spiega l'articolo 27, da cui prende il nome la nostra società".
A tal proposito, Cavallini aggiunge: "I detenuti hanno firmato un codice etico che impone a loro di non prendere nessun tipo di provvedimento disciplinare durante la reclusione, così come di non mettere in pratica nessun atteggiamento provocatorio o violento durante gli allenamenti. La pena è l'esclusione dal progetto, per cui chiediamo continuità e serietà nel presentarsi agli allenamenti".
E questo porta a benefici significativi sul recupero della persona: "Dall'esperienza di Bologna abbiamo visto che attraverso alla partecipazione a questo corso è calata la recidiva oltre il 30%, così come i provvedimenti disciplinari per litigi o aggressioni con ispettori e guardie e il marco visita, vale a dire quando uno si imbosca per non fare quello che deve fare, ma soprattutto l'uso del fumo. In più, due anni fa, a Bologna c'è stata la rivolta e l'unico reparto che non vi ha partecipato è stato proprio quello in cui vi erano i rugbisti".
"Il senso della nostra operazione - chiude il responsabile - è proprio questo. Prepararli all'uscita, fornendo a loro gli strumenti per l'integrazione futura. Purtroppo però c'è un buco in questo progetto. Noi cerchiamo di fargli fare anche solo un centimetro verso il recupero, ma resta sempre l'interrogativo su cosa succederà dopo, quando usciranno. Di sicuro uscirà gente un po' più educata e che ha avuto la fortuna di vivere la pena in maniera meno traumatica ma, se non ci sono offerte, il rischio che si possano ricadere nel baratro devo dire purtroppo che è concreto".









