di David Allegranti
La Nazione, 4 luglio 2021
Il filosofo del diritto Emilio Santoro: "In trent'anni non siamo stati in grado di ripulire l'amministrazione penitenziaria da questa cultura". Il carcere è un luogo endemicamente violento. La sua violenza è psicologica e fisica, come dimostrano - a chi ancora non crede o non vuol vedere - i filmati di Santa Maria Capua Vetere, che immortalano i pestaggi in carcere.
Pestaggi organizzati, a quanto pare, ma lasciamo pure parlare le indagini, che adesso proseguiranno dopo le 52 misure cautelari a carico di altrettanti agenti di polizia penitenziaria, perché si è garantisti sempre (anche se questo non significa essere fessi). Purtroppo la violenza e i reati commessi da chi dovrebbe invece preoccuparsi della salute delle persone private della libertà personale non sono una novità. Il reato che punisce le torture è relativamente recente, esiste dal 2017, dà la possibilità di denunciare quello che nelle carceri italiane esiste da 30 anni.
"Il video di Santa Maria Capua Vetere è impressionante perché ricorda - anche se non abbiamo i video ma le descrizioni puntuali fatte dai detenuti e dagli ex detenuti - Pianosa 1992", mi dice il filosofo del diritto Emilio Santoro.
"Trent'anni fa, con l'attivazione del 41 bis, dopo l'assassinio di Borsellino, nelle carceri d'Italia furono presi tutti i criminali appartenenti alla mafia più gente che disturbava e andava tolta dai piedi. Furono portarono a Pianosa e pestati. In seguito ci fu una sentenza famosa, la Labita; l'Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo perché incapace di fare le indagini. Le violenze furono accertate ma non fummo capaci di individuare i responsabili dei fatti e non ci fu alcun condannato. Anche in quel caso l'organizzazione fu di tutto lo staff del carcere".
Insomma il problema, osserva Santoro paragonando i racconti dei detenuti di Pianosa ai video di Santa Maria Capua Vetere (stessa modalità: detenuti che passano attraverso due ali di agenti e vengono manganellati) è che c'è "una metodologia che si tramanda da 30 anni. In trent'anni non siamo stati in grado di ripulire l'amministrazione penitenziaria da questa cultura che continua ad avere presa sugli agenti di polizia penitenziaria".
Ci sono inchieste per tortura in tutta Italia. Due anche in Toscana, a San Gimignano (condanna in primo grado per dieci agenti di polizia penitenziaria) e a Sollicciano (richiesta di rinvio al giudizio). E poi a Torino, a Ferrara. "La violenza in carcere c'è ma per fortuna oggi le procure la guardano", dice Santoro. A differenza di prima, le indagini arrivano fino in fondo e si scopre che c'è un mondo agghiacciante che non si ferma soltanto alla polizia penitenziaria. Sotto indagine ci sono anche i medici, accusati di aver dichiarato il falso. È così purtroppo che nasce un contesto favorevole alla violenza: nell'omertà delle istituzioni. Chi dirige il carcere invece avrebbe il dovere di minimizzare la violenza in un luogo ontologicamente violento.
di Stefano Feltri
Il Domani, 4 luglio 2021
Senza un video, gli abusi non interessano a nessuno. Dieci mesi di indifferenza e l'indifferenza rende complici. I media di tutta Italia e gran parte di quelli internazionali hanno rilanciato i video pubblicati da Domani sui pestaggi della Polizia penitenziaria ai danni di detenuti indifesi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile 2020. Lo scandalo è stato grande, la reazione delle istituzioni proporzionata. C'è però un altro scandalo in questa vicenda, che dovrebbe indignarci almeno quanto i pestaggi: il fatto che ci sia voluto quasi un anno perché qualcuno si preoccupasse delle violenze subite dai detenuti di Santa Maria Capua Vetere.
Il primo articolo di Nello Trocchia su Domani è del 28 settembre 2020. Per quasi dieci mesi Nello ha continuato a seguire questa storia, della quale sapevamo ormai tutto: abbiamo raccontato il pestaggio, le prove fabbricate dalla polizia penitenziaria per depistare, le coperture istituzionali, le bugie raccontate in parlamento dal sottosegretario Vittorio Ferraresi per conto dell'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Abbiamo scritto tutto, ci mancava soltanto il video, del quale pure avevamo rivelato l'esistenza. E a nessuno interessava.
Tolti i soliti Radicali e la galassia di associazioni e attivisti che si occupano di detenuti, ai grandi giornali, alle televisioni, alle testate internazionali e alla politica non fregava assolutamente nulla. Tanto erano carcerati, forse se l'erano meritata una bella lezione, un po' come i 13 morti nelle rivolte del carcere di Modena del marzo 2020: se fossero rimasti tranquilli sarebbero ancora vivi, se la sono cercata. Questo l'atteggiamento generale. Per fortuna, dopo l'ordinanza del giudice Sergio Enea che ha autorizzato le misure cautelari per 52 persone, un po' di attenzione è tornata sul caso. E il video recuperato da Nello Trocchia ha fatto il resto. Ma dovrebbe inquietarci tutti, anche noi a piede libero, che in Italia il rispetto dello stato di diritto e della Costituzione sia garantito soltanto dalle telecamere di sorveglianza. Senza un video, gli abusi non interessano a nessuno. E l'indifferenza rende complici.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 4 luglio 2021
I sindacati in piazza: restituiranno le chiavi delle prigioni alla ministra della Giustizia. Il delicatissimo equilibrio su cui vivono le carceri è incrinato. E ora tocca alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, riprenderne i fili.
C'è infatti il Corpo della Polizia penitenziaria, finito nell'occhio del ciclone per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, e non solo lì, che è sull'orlo della crisi di nervi. Il primo segnale viene dal sindacato autonomo Sappe, di gran lunga il più rappresentativo, che è tentato da un gran rifiuto. Mettono in dubbio di partecipare all'incontro straordinario organizzato dalla ministra martedì prossimo a Via Arenula.
"Un vertice a favor di opinione pubblica", insorge il leader del sindacato, Donato Capece. Ma è solo l'assaggio di quel che potrebbe accadere. Nei prossimi giorni, il Sappe terrà un sit-in di protesta sotto il palazzo della Direzione dell'Amministrazione penitenziaria. Nell'occasione, i sindacalisti in divisa "restituiranno" al vertice del Dap le chiavi delle prigioni, di cui loro sono i custodi. "Sarà un gesto simbolico, ovviamente. Non possiamo mica buttare le chiavi e non andare al lavoro", precisa Capece. E questa però sarà solo la prima di una serie di proteste che stanno mettendo in cantiere.
"Che ci vadano loro, a garantire la sicurezza là dentro. A queste condizioni è un lavoro che non vogliamo più fare". È allarme rosso, di conseguenza, al vertice del ministero La prima contromossa di Cartabia è stata una telefonata di doglianze al presidente dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, lamentando che si è superato il limite del diritto di cronaca, dopo la pubblicazione su alcune testate locali dei dati personali di tutti gli agenti indagati.
A loro volta i vertici del Dap, Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia, preannunciano un esposto al Garante della privacy e hanno già manifestato la propria preoccupazione per questi eccessi mediatici, in una telefonata con i prefetti di Napoli e Caserta. La denuncia della "gogna mediatica" è un primo tentativo di recupero verso un Corpo che si sente sotto pressione. "Ci hanno fatti passare - insiste Capece - per manganellatori e torturatori.
Tutti a parlare di macelleria messicana. Ma non è così. È ingiusto per migliaia di colleghi che fanno onestamente il loro lavoro. Chi ha sbagliato, pagherà. Ma ricordo a tutti che in questo Paese il giudizio tocca all'autorità giudiziaria. E non dimentico che i colleghi a Santa Maria Capua Vetere nei giorni della rivolta erano usciti con le magliette sporche di sangue". È un fiume in piena, il leader del Sappe. Che nel mondo delle carceri è uno che pesa parecchio. Non risparmia il sottosegretario Francesco Paolo Sisto: "Come si fa a pensare al carcere come ad un'unica comunità, senza distinguere chi è in carcere a rappresentare lo Stato e chi è ristretto per avere commesso reati?".
Ce l'ha con la ministra: "Da lei, zero attenzione per noi". Ce l'ha con i media: "Si fanno sentenze". Denuncia, Capece: "A Santa Maria Capua Vetere, da due giorni misteriosamente i telefoni fissi non funzionano più. La criminalità organizzata ha isolato l'istituto. Ci vogliono intimidire. A Melito, lì vicino, alcuni colleghi che stavano montando di turno sono stati fermati per strada e insultati, colpiti dal lancio di pomodori. Ora per precauzione i direttori ci ordinano di andare vestiti in borghese per evitare aggressioni. Ecco, questo è il risultato di averci criminalizzati tutti. Noi, con stipendi dei più giovani che non superano i 1.400 euro, saltando ferie e riposi per coprire i vuoti di organico, facciamo un lavoro di schifo. A chi ci critica, dico: stateci voi tutti i giorni con i delinquenti".
rainews.it, 4 luglio 2021
La ministra Cartabia chiama il presidente dell'Ordine dei giornalisti. La Ministra della Giustizia Marta Cartabia ha avuto una telefonata con il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna dopo la pubblicazione su alcune testate locali dei dati personali di tutti gli indagati per i fatti di Santa Maria Capua Vetere.
I vertici del Dap, Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia, preannunciano inoltre un esposto al Garante della privacy e hanno già manifestato la propria preoccupazione per questi eccessi mediatici, in una telefonata con i Prefetti di Napoli e Caserta. L'indagine Tra gli episodi di depistaggio emersi nell'indagine sulle violenze nei confronti dei detenuti commesse dagli agenti della Penitenziaria al carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), secondo l'accusa ci fu anche il tentativo di modificare i video delle telecamere interne per falsare la rappresentazione della realtà del 6 aprile 2020, giorno dei violenti pestaggi. Protagonisti, come emerge dall'ordinanza di custodia cautelare, i massimi funzionari dell'amministrazione penitenziaria in Campania, ovvero l'allora comandante Pasquale Colucci e il Provveditore campano Antonio Fullone, il primo ai domiciliari, il secondo sospeso.
Lo scopo della manomissione era giustificare la perquisizione straordinaria del 6 aprile, legandola in modo indissolubile, come fosse una diretta conseguenza, alla protesta dei detenuti del giorno prima. Il Gip evidenzia come Colucci acquisisca "indebitamente su mandato di Fullone, il 9 aprile 2020, cinque spezzoni delle video-registrazioni operate in data 5 aprile e relative alla protesta per barricamento".
Colucci, prosegue il Gip, invia i video "attraverso applicativo WhatsApp a Fullone nella stessa data e, a Massimo Oliva (sospeso, ndr), demandandogli l'alterazione mediante eliminazione dell'audio ("Mi togli l'audio?") nonché l'alterazione della data e dell'ora di creazione, in modo da renderla coerente con quanto riportato nella sua falsa relazione del 6 aprile 2020 e simulare di aver visionato, in tempo reale, ed acquisito gli spezzoni del video - in data 5 aprile - nel corso delle proteste per barricamento, così artefacendo, con autonoma prova documentale, l'evento per giustificare in modo postumo la perquisizione del 6 aprile 2020 e le violenze avvenute nella medesima data".
"Una volta alterati gli spezzoni del video - prosegue il gip - Colucci li consegnava a Francesca Acerra (Commissaria della Penitenziaria sospesa dal servizio, ndr), la quale inviava nella chat di gruppo (composta da Acerra, Colucci, Fullone e..) due dei 5 spezzoni di video, privi dell'audio che riprendevano le proteste dei detenuti". Gli spezzoni dei video finiscono in un cd-rom che Colucci consegna ad Acerra, e questa a sua volta li consegna ai carabinieri della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere a cui sono state delegate le indagini.
Quel cd-rom Fullone lo produsse anche nel corso dell'interrogatorio reso agli inquirenti il 10luglio 2020, nonostante "fosse consapevole dell'alterazione". Lo striscione Intanto, su un cavalcavia di Roma, secondo quanto riferito in ambienti della polizia penitenziaria, è stato trovato uno striscione con il simbolo di un movimento anarchico con scritto: "52 mele marce? Abbattiamo l'albero!". Lo striscione, secondo quanto si è appreso, è stato poi successivamente rimosso. La frase, minacciosa, ha destato forte preoccupazione in agenti della Polizia Penitenziaria che hanno riferito del fatto.
Lo striscione fa riferimento ai 52 poliziotti penitenziari destinatari di misure cautelari emesse per i pestaggi dei detenuti avvenuti il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Uspp: striscione chiaro segnale di pericolo "Lo striscione apparso contro la Polizia Penitenziaria è solo uno dei segnali di pericolo che deve far riflettere chi continua a pubblicare foto nomi e indirizzi di persone appartenenti ad un'istituzione dello Stato che in questo modo di processo pubblico rischiano la reazione di appartenenti alla criminalità mentre vanno giudicati nelle aule di giustizia". Lo sottolineano, in una nota, Giuseppe Moretti e Ciro Auricchio, rispettivamente presidente nazionale e segretario regionale per la Campania dell'Unione dei Sindacati della Polizia Penitenziaria (Uspp).
"Troppa attenzione mediatica - aggiungono - rischia di generare pericoli anche per la tenuta del sistema carceri dove fino a prova contraria è la polizia penitenziaria a mantenere l'ordine, la sicurezza e la legalità che non può essere considerata solo all'interno delle mura perimetrali dei penitenziari ma anche per l'intera società pubblica". "Il 7 luglio - fanno sapere i due sindacalisti - nell'incontro con la Ministra Cartabia affronteremo si spera finalmente nodi cruciali per la credibilità del Corpo che va si riformato ma proprio per il desolante abbandono a se stesso impegnato a colmare criticità giornaliere senza risorse umane e materiali in ambienti inidonei a garantirne l'incolumità psicofisica. Un Corpo che deve poter vedere rilanciare il suo ruolo essendo il fulcro sella tenuta della certezza della pena".
"Chiediamo a chi ha la responsabilità politica e amministrativa - concludono Moretti e Auricchio - provvedimenti a tutela di chi svolgendo correttamente il proprio lavoro fa un servizio pubblico e non può rischiare a causa di azioni che se accertate andranno punite con un regolare processo nelle aule del tribunale e non in piazza". Cartabia sente i vertici dell'Ordine dei giornalisti La Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha avuto una telefonata con il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, dopo la pubblicazione, su testate locali, di dati personali di tuti gli indagati per i fatti di Santa Maria Capua Vetere. È quanto si apprende da fonti di via Arenula. I vertici del Dap, Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia, proseguono le fonti, preannunciano un esposto al Garante della privacy e hanno già manifestato la propria preoccupazione per questi eccessi mediatici, in una telefonata con i Prefetti di Napoli e Caserta.
Il Tempo, 4 luglio 2021
Il senatore Mirabelli: "Non basta il comitato costituito a Palazzo Madama". L'idea è quella di proporre la costituzione di una commissione d'inchiesta in Parlamento che tratti non solo la vicenda a Santa Maria Capua a Vetere, ma tutte le violenze che si sono perpetrate nelle carceri italiane negli ultimi anni. "Ci stiamo pensando. È una strada percorribile, occorre fare chiarezza", dice il senatore dem Franco Mirabelli.
In realtà un comitato che dovrebbe valutare tutte le problematiche dei penitenziari italiani è già stato istituito dalla Commissione Giustizia di palazzo Madama ma "sarebbe necessaria - osserva il vicepresidente dei senatori del Pd - una commissione d'inchiesta ad hoc che si occupi di queste situazioni". Infuria ancora la polemica tra le forze politiche sui pestaggi avvenuti nell'istituto penitenziario campano. Polemica che ha coinvolto anche l'ex Guardasigilli Bonafede. I dem, con il responsabile giustizia Rossomando, hanno invitato la Lega a collaborare sulla riforma dell'ordinamento penitenziario.
"Si tratta - ha spiegato la senatrice - di misure che intervengono sulla revisione dei circuiti penitenziari e un nuovo regolamento di esecuzione, pene alternative, completamento della dotazione organica della polizia penitenziaria anche attraverso personale civile specializzato, utilizzo di nuove tecnologie e vigilanza dinamica a distanza".
Il problema è legato al sovraffollamento delle carceri, con il Pnrr si tenterà di affrontarlo, ma tra le forze politiche si discute anche di norme alternative, anche se sul tema c'è ampia distanza all'interno della maggioranza. Nei prossimi giorni avverrà l'ispezione disposta dal Dap nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo il via libera dall'autorità giudiziaria. Sarà il direttore generale detenuti e trattamento del Dap, Gianfranco De Gesu, a guidarla, un segnale che il Dap vuole seguire in modo diretto le attività ispettive.
Giovedì Salvini si è recato sul luogo dove sono avvenute le violenze. Chi ha una divisa ha il doppio delle responsabilità e, dunque, deve pagare più degli altri", ha spiegato. "Però non si può dare del macellaio all'intero corpo della Polizia penitenziaria, che fa un lavoro enorme", ha aggiunto. Il Pd punta il dito proprio contro il segretario del partito di via Bellerio.
La Lega "cerca impossibili giustificazioni per l'immondo pestaggio di Santa Maria Capua Vetere", dice il senatore dem Marcucci. "Al netto di condannare con fermezza quelle immagini e ogni tipo di violenza, sarebbe importante capire in quale contesto tutto questo è avvenuto e qual era la filiera di comando", osserva il capogruppo della Lega alla Camera Molinari.
"Le inchieste in corso sulle violenze nelle carceri ci interrogano pesantemente sul nostro grado di civiltà. Siamo di fronte a vere e proprie torture di Stato, a cui, nel Paese della Diaz e Bolzaneto, del massacro che portò alla morte di Stefano Cucchi e di altri come lui, non siamo nuovi", rilancia il senatore di Leu Laforgia.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 luglio 2021
L'avviso campeggia in bella evidenza nella bacheca del carcere di Secondigliano. Non è un ordine, ma un consiglio al personale della Polizia penitenziaria: "A seguito dei fatti di cronaca accaduti a Santa Maria Capua Vetere indossate abiti civili nel tragitto da e per questo istituto". Firmato Giulia Russo, la direttrice del supercarcere. Una decisione che svela quello che a Roma, tra ministero della Giustizia e direzione delle carceri, definiscono "un brutto clima".
Al punto che Carmelo Cantone, provveditore del Lazio appena incaricato di occuparsi anche della Campania, giovedì ha fatto una scelta che non ha precedenti. A tutti i direttori delle prigioni della regione ha raccomandato di dare un consiglio agli agenti per garantire la propria incolumità: "In questo momento - conferma Cantone a Repubblica - è meglio mettersi la divisa all'interno del carcere, e non andarci in giro".
Eh sì, purtroppo le immagini delle violenze contro i detenuti di Santa Maria stanno scatenando un clima ostile. Ne sono preoccupati i vertici del Dap, Dino Petralia e Roberto Tartaglia, ma la stessa ministra Marta Cartabia che ha telefonato al presidente dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, per via degli indirizzi di casa degli agenti inquisiti resi pubblici. E Petralia e Tartaglia si stanno per rivolgere al Garante della privacy. Ma è "il brutto clima" che preoccupa. Perché c'è un dossier anti-agenti che di giorno in giorno diventa sempre più ricco.
Vediamo cosa contiene. Innanzitutto la ragione per cui si è mosso il provveditore Cantone. È successo che in zona Secondigliano più di un agente che andava al lavoro in divisa s'è visto piovere addosso degli "ortaggi" - così li chiama la nota di servizio, ma doveva trattarsi di pomodori - lanciati da persone a bordo di scooter. Non basta. Ecco, a Roma, cosa si poteva leggere ieri mattina sulla campata di un cavalcavia finché non è stato cancellato: "52 mele marce? Abbattiamo l'albero", seguito da un cerchio attraversato da una freccia, simbolo degli squatter.
Digos della polizia e Nucleo investigativo centrale della penitenziaria sono in allarme. Anche perché c'è dell'altro. Come la scritta comparsa sulla fiancata di una casa: "Non esistono le mele marce, il carcere è tortura". E poi un manifesto diffuso in Sardegna dal titolo minaccioso, "non lasciamo soli i detenuti, lasciamo sole le guardie". Seguito da un testo che al Dap hanno letto con allarme. L'invito è netto, "isoliamo le guardie".
Le motivazioni sintetiche: "I secondini hanno scelto di chiudere a chiave altre persone per uno stipendio mensile. Ogni tanto viene fuori la notizia che pestano e torturano i detenuti. Questo basta per non dargli confidenza, per isolarli e non portargli rispetto: questo è ciò che dovremmo fare quando sappiamo che uno fa il secondino. Per strada, nel palazzo di casa, al bar, al parchetto". Gruppi anarchici? La Digos segue questa pista. Ma Cartabia e il Dap si preoccupano. Al punto da dare quell'inedito consiglio, meglio andare al lavoro senza mettersi la divisa.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 4 luglio 2021
Il Dap sapeva dal 26 aprile della "perquisizione" a Santa Maria Capua Vetere ma nessun provvedimento è stato preso per oltre un anno rispetto al personale coinvolto. Sono stati in sei, ieri, a sostenere l'interrogatorio di garanzia con il gip Sergio Enea, 32 in totale gli indagati già sentiti sui 52 destinatari di misure di garanzia (8 sono in carcere, 18 ai domiciliari, 3 con obbligo di dimora) per l'inchiesta sui pestaggi ai danni dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020. La maggior parte ha scelto di non rispondere, alcuni hanno reso dichiarazioni spontanee. Per adesso sono due le tesi difensive: "Le modalità di intervento sono state decise dai miei superiori" ma c'è chi ha scaricato la responsabilità sugli agenti arrivati a supporto da Secondigliano, agenti che non è stato possibile identificare perché col viso coperto e ignoti ai detenuti. I 52 sono stati sospesi dal servizio: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha disposto la misura martedì scorso, solo dopo i provvedimenti del gip. Sospese da venerdì ulteriori 25 persone, ancora sotto indagine. Per oltre un anno sono rimasti tutti al loro posto di lavoro.
Francesco Basentini, direttore del Dap all'epoca dei fatti (dimessosi poi ai primi di maggio), al Corriere ha spiegato: "La relazione mandata al Dap è del 26 aprile, prima non ero mai stato informato di quanto avvenuto nelle sezioni". E ancora: "A settembre sono stato interrogato dai magistrati come persona informata dei fatti. Se avessi avuto informazioni su quello che era successo non avrei esitato a disporre provvedimenti cautelari a carico dei responsabili". Almeno dal 26 aprile i fatti stavano venendo fuori ma nessun provvedimento venne preso. A giugno 2020 arrivarono anche gli avvisi di garanzia e ancora nessun provvedimento. Lo scorso ottobre, nella replica dell'allora ministro della Giustizia Bonafede all'interpellanza di Riccardo Magi di +Europa Radicali, si legge: "Con nota 3 luglio 2020, il locale provveditore ha trasmesso al Dap l'elenco del personale nei confronti del quale è stata data formale comunicazione dell'avvio di procedimento penale da parte della procura di S. M. Capua Vetere". Anche allora nulla. Perché sia preoccupante lo spiegano gli atti.
Le misure cautelari sono state adottate perché c'è "il concreto pericolo che gli indagati commettano ancora delitti della stessa specie di quelli per cui si procede" ossia torture, maltrattamenti, lesioni, falso, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio. "L'attività di indagine ha consentito di disvelare un uso diffuso della violenza - scrive il gip - intesa da molti ufficiali e agenti di polizia penitenziaria come l'unico espediente efficace per ottenere la completa obbedienza dei detenuti, tesi inaccettabile in uno stato di diritto". E ancora: "Che la violenza costituisca con tutta probabilità una costante nel rapporto fra gli indagati e i detenuti lo si evince dai filmati di videosorveglianza. Si nota che gli agenti in modo del tutto naturale compiono dei gesti quasi "rituali", come nel caso in cui si dispongono a formare un "corridoio umano" tutte le volte in cui i detenuti si apprestano a transitare e cominciano a picchiarli con estrema violenza, sebbene inermi".
Il 5 aprile i detenuti avevano protestato temendo il diffondersi del Covid. L'azione era terminata pacificamente. Nelle chat viene fuori "l'assoluta insofferenza di un numero significativo di agenti e ufficiali rispetto al metodo del dialogo che si stava utilizzando con i detenuti in rivolta, tanto da mettere anche in dubbio le capacità di comando". Pasquale Colucci, comandante del nucleo traduzioni e piantonamenti, scrive la notte tra il 5 e il 6: "Il personale di smcv è molto deluso. Si sono raccolti per contestare il comandante".
Poi arriva la decisione di effettuare "la perquisizione" e il tono dei messaggi cambia: "Spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devono trova tutti ammalati". Ad azione terminata: "Aho ci siano rifatti. 350 passati e ripassati". Il gip scrive: "I pestaggi sono stati pianificati con modalità tale da impedire ai detenuti di conoscere i propri aggressori. Le vittime erano costrette a comminare con la testa rivolta al suolo e nella sala della socialità erano posti con la faccia al muro, mentre venivano picchiati da tergo".
I vertici (come il comandante della polizia penitenziaria, Manganelli, e la comandante del Nic di Napoli, Francesca Acerra) hanno contribuito a confezionare falsi documenti e depistaggi. "A seguito del disvelamento dell'indagine - si legge negli atti - si è assistito a una deprimente quanto incessante attività di manipolazione". I filmati della videosorveglianza hanno ripreso solo una parte di quanto accaduto. Uno degli agenti in chat: "Mi hanno potuto vedere che tiravo qualche pugno con le chiavi in testa a D'Avino (un detenuto ndr)". Il collega: "Ma il lato tuo non ci stanno le telecamere". E il primo: "Eh là bravo, quelle già non ci stavano, è là che feci un buco in testa a D'Avino e a quegli altri due".
di Nello Trocchia
Il Domani, 4 luglio 2021
Sulla spedizione punitiva consumata il 6 aprile del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere si consuma uno scontro politico tutti contro tutti. Il leader della Lega, Matteo Salvini, che prima della diffusione da parte di questo giornale del video del pestaggio dei detenuti aveva sempre difeso gli agenti, ora attacca l'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: "Mentì: o dormiva o non capiva", ha detto il leghista.
La giravolta del leader del Carroccio è avvenuta proprio nel giorno della sua visita al carcere casertano, lo scorso 1° luglio. E ieri dopo le sue parole su Bonafede, il capogruppo del M5s in commissione giustizia alla Camera gli ha ricordato come pochi giorni prima avesse puntato il dito "contro il nostro ex ministro reo, secondo lui, di non difendere dalle violenze dei detenuti gli agenti penitenziari accusati di torture. A questo punto la domanda ci pare legittima: parliamo dello stesso Salvini che oggi attacca Bonafede accusandolo di avere responsabilità sui fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere o si tratta di un suo omonimo?".
Una campagna denigratoria - Fratelli d'Italia, invece, con il coordinatore nazionale Edmondo Cirielli arriva a denunciare una "campagna denigratoria" nei confronti della polizia penitenziaria. "È inaccettabile che dei servitori dello stato vengono quotidianamente presi di mira su giornali e televisioni senza avere la possibilità di difendersi. Questa rappresaglia mediatica contro gli agenti penitenziari rischia di generare pericoli anche per la tenuta del sistema carceri, dove sono proprio loro a garantire la legalità e la sicurezza, nonostante la grave e permanente mancanza di organico e l'assenza di strumenti utili alla difesa come il taser", ha detto Cirielli, non è chiaro se riferendosi ad alcuni giornali locali che ieri hanno pubblicato i nomi e i cognomi degli indagati.
Lo striscione - Cirielli non è il solo a prendersela con i media. Ieri mattina, secondo quanto riferito in ambienti della polizia penitenziaria, è stato trovato su un cavalcavia di Roma uno striscione con la frase "52 mele marce? Abbattiamo l'albero!" e il simbolo di un movimento anarchico. Gli agenti che hanno riportato il fatto hanno denunciato forte preoccupazione per la minaccia. Il presidente nazionale dell'Unione dei sindacati della Polizia penitenziaria (Uspp) Giuseppe Moretti e il segretario dell'Uspp Campania, Ciro Auricchio, hanno commentato sottolineando la "troppa attenzione mediatica" che "rischia di generare pericoli anche per la tenuta del sistema carceri dove fino a prova contraria è la polizia penitenziaria a l'ordine, la sicurezza e la legalità che non può essere considerata solo all'interno delle mura perimetrali dei penitenziari ma anche per l'intera società".
Il Dap si difende - Pd e Italia viva, invece, hanno chiesto alla ministra della giustizia Cartabia di indagare all'interno del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) per capire da chi sia stata avallata l'azione nei reparti dirigenziali. E ieri il direttore del Dap, Francesco Basentini, intervistato dal Corriere della sera, si è difeso: "Sono stato io a consegnare ai magistrati la copia delle mie conversazioni in chat con il provveditore della Campania Antonio Fullone. Dire che sapessi quello che era avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è pura follia". "Il provveditore Fullone mi informò che il 5 aprile un gruppo di 50 detenuti si era barricato all'interno di un reparto. Mi disse che aveva avviato un dialogo ed effettivamente riuscì a tenere la situazione sotto controllo". Basentini ha detto di essere stato informato il giorno successivo che avevano proceduto a una perquisizione straordinaria", da lui approvata nel nome della fiducia e della professionalità del provveditore. Se avesse saputo, conclude, non avrebbe esitato a denunciare.
Azione contro il Pd - La strada di una commissione parlamentare di inchiesta sulle violenze sostenuta da eletti sia del Partito democratico che del Movimento cinque stelle, intanto, viene picconata anche dal centro. Ieri Enrico Costa, responsabile giustizia di Azione, il partito di Calenda, ha definito la proposta una presa in giro: "Il Pd ora chiede una commissione d'inchiesta sui maltrattamenti dei detenuti? Al momento dei fatti di Santa Maria Capua Vetere loro erano al governo con M5s, sostenevano Bonafede, il loro segretario ha parlato di "doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto". Chi vogliono prendere in giro?". Il giorno prima il senatore dem Franco Mirabelli aveva definito lo strumento della commissione di inchiesta percorribile e utile per fare chiarezza.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 luglio 2021
Come scrive il gip, è grazie alle riprese interne, in tanti altri casi non disponibili, se sarà possibile fare luce sul caso del pestaggio all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ma non è stato facile mettere quei file in sicurezza e gli indagati hanno cercato di alterarli.
"Ciò che caratterizza la vicenda in esame è il fatto che la prova delle condotte delittuose poste in essere il 6 aprile 2020 ai danni dei detenuti del reparto Nilo è in larga parte evincibile in modo inequivoco dalla visione delle riprese video del circuito di videosorveglianza del carcere". Come scrive il gip Sergio Enea nell'ordinanza che ha disposto le misure cautelari per gli agenti di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, se questa volta la storia delle violenze all'interno delle mura di un carcere può essere ricostruita è perché ci sono le immagini delle videocamere interne. Non tutte, visto che in due piani su cinque (il piano terra e il quarto) l'impianto di riprese interne risulta fuori uso. Ma i video "di diverse ore" arrivati in procura e dai magistrati inquirenti mostrati alle vittime del pestaggio - quelli che noi conosciamo perché pubblicati in un montaggio da Domani - sono fondamentali per provare le accuse. Sono, come scrive ancora il gip, "un presidio di conoscenza ineludibile". Grazie al fatto che sono stati messi in sicurezza.
Non è stato semplicissimo. Come ricostruisce l'ordinanza, il 10 aprile 2020 i carabinieri di Santa Maria Capua Vetere si presentano in carcere per chiedere le registrazioni video. Dalla violentissima "perquisizione straordinaria" sono passati quattro giorni, Ma sono passate solo poche ore dalla ispezione nel reparto Nilo da parte del magistrato di sorveglianza Marco Puglia (arrivato senza preavviso in carcere la sera del 9 aprile). Di fonte alla richiesta dei carabinieri "il personale penitenziario prospettava l'impossibilità di intervenire sull'impianto di videosorveglianza in assenza di personale tecnico". Il giorno dopo, 11 aprile i carabinieri nominano un ausiliario di polizia giudiziaria perché scarichi i file delle videoregistrazioni, Ma anche questa operazione risulta impossibile. Allora procedono al sequestro di tutto l'impianto, nominando custode la comandante della polizia penitenziaria del carcere Nunzia Di Donato (poi anche lei indagata). Passano altri tre giorni e solo il 14 aprile il consulente tecnico riesce a scaricare i video delle riprese all'interno del reparto Nilo del 5 e 6 aprile.
Il garante nazionale dei detenuti Palma ha spiegato qual è il rischio con queste registrazioni all'interno dei penitenziari: si conservano solo per pochi giorni, poi vengono sovrascritte. Per questo stavolta è stata fondamentale la loro acquisizione rapida. Anche perché uno dei tentativi di depistaggio da parte degli indagati ha riguardato proprio i video.
Secondo le ipotesi dell'accusa accolte dal gip, infatti, il 9 aprile 2020 quando ormai la notizia del pestaggio era uscita dal carcere grazie ai racconti dei detenuti nei colloqui con i familiari, il comandante del nucleo operativo del carcere di Secondigliano Pasquale Colucci, che aveva guidato la pattuglia di agenti arrivati da Napoli per la "perquisizione straordinaria" e che adesso è in custodia cautelare in carcere, visionò i filmati delle proteste dei detenuti del 5 aprile. E visionandoli li riprese con il suo telefono su incarico del provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone. Poi inviò cinque spezzoni video a un altro agente di polizia penitenziaria, Massimo Oliva, chiedendogli di togliere l'audio e di cambiare la data del file, retrodatando la sua ripresa del video dal 9 al 6 aprile 2020. Alla fine questi file sono stati consegnati ai carabinieri come prova che la "perquisizione straordinaria" era stata decisa come reazione spontanea e immediata alla rivolta dei detenuti del Nilo
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 4 luglio 2021
Le tappe dopo il pestaggio: nessuno degli agenti coinvolti è stato trasferito né sospeso, tutti sono rimasti a contatto con i detenuti che li avevano denunciati. Venerdì, invece, una trentina di detenuti sono stati improvvisamente trasferiti, anche fuori dalla Regione. Il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria conosceva da un anno i nomi degli agenti in servizio nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere indagati per i pestaggi ai detenuti del 6 aprile 2020 ma non ha adottato alcun provvedimento, né di sospensione né di trasferimento.
Lo si deduce con chiarezza dalle parole che il 16 ottobre 2020 l'allora sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi pronunciò in Parlamento rispondendo all'interrogazione del deputato di +Europa Riccardo Magi sui fatti accaduti nel carcere casertano. "Con riferimento agli agenti attinti dagli avvisi di garanzia e da decreti di perquisizione - disse Ferraresi - si evidenzia che, con nota 3 luglio 2020, il locale provveditore ha trasmesso al Dap l'elenco del personale del Corpo nei confronti del quale è stata data formale comunicazione dell'avvio di procedimento penale da parte della procura".
Viene quindi da chiedersi perché gli indagati rimasero tutti al proprio posto, quotidianamente a contatto con i detenuti che li avevano denunciati. La motivazione, secondo quanto trapela dal Dap, sarebbe da ricercare nell'impossibilità da parte del dipartimento di conoscere i reati che venivano contestati agli agenti. Dalla Campania era stato mandato l'elenco dei nomi, ma non le singole posizioni. Né chiarimenti in questo senso sarebbero arrivati successivamente, quando tre ulteriori richieste di informazioni inviate, tra luglio e ottobre direttamente ai magistrati inquirenti, rimasero senza alcuna risposta. In mancanza di questi elementi il Dap non avrebbe potuto motivare i trasferimenti con precise contestazioni. E inoltre trasferire un poliziotto sotto inchiesta avrebbe potuto interferire con il lavoro investigativo di magistrati e carabinieri e con la loro ricerca di ulteriori elementi d'accusa per ognuno degli indagati.
In parte queste cose erano già spiegate nella risposta di Ferraresi all'interrogazione di Magi: "Con nota 8 luglio 2020, la competente Direzione generale del personale e delle risorse ha chiesto alla direzione dell'istituto di acquisire, presso la competente autorità giudiziaria, copia integrale degli avvisi di garanzia a carico del personale di polizia penitenziaria coinvolto, al fine di conoscere le contestazioni. In assenza di riscontro, con nota 28 settembre 2020, n. 336014, la competente direzione generale del personale e delle risorse del Dap ha chiesto direttamente alla procura della repubblica-tribunale di Santa Maria Capua Vetere copia integrale degli avvisi di garanzia, evidenziando che la richiesta costituisce elemento indispensabile ai fini di ogni determinazione da parte di questa amministrazione. Infatti, come sa, se un'indagine è aperta, ovviamente, il Dap o la direzione del carcere, per eventuali accertamenti, deve prima chiedere all'autorità giudiziaria l'assenso. Anche per tale ragione, allo stato, non risulta intrapresa alcuna iniziativa, sia di natura cautelare sia disciplinare, a carico del personale coinvolto".
Quindi sono rimasti tutti lì, denuncianti e denunciati. E gli spostamenti, solo dei denuncianti, però, sono cronaca di queste ore. Venerdì sera, infatti, una trentina di detenuti del reparto Nilo sono stati improvvisamente trasferiti in vari istituti di pena, anche di regioni diverse dalla Campania. Il provvedimento, disposto come da prassi dal Dap, stavolta è stato adottato in parte anche d'intesa con la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, perché coinvolge alcuni dei reclusi le cui testimonianze sono agli atti dell'inchiesta.
Si tratterebbe quindi di provvedimenti a tutela degli stessi reclusi, ma ci sarebbe anche un altro motivo: dopo gli arresti e le altre misure cautelari emesse dal gip, il dipartimento ha sospeso non soltanto, come era ovvio, chi è finito in carcere o ai domiciliari e che è stato interdetto, ma anche altri venticinque appartenenti all'amministrazione penitenziaria coinvolti in questa inchiesta che conta complessivamente più di centocinquanta indagati. Di conseguenza negli ultimi giorni il personale in servizio al Nilo si è decisamente ridotto, e il rapporto numerico tra agenti e detenuti ne è risultato sbilanciato. I trasferimenti servirebbero quindi anche a ristabilire l'equilibrio necessario per la gestione delle otto sezioni del reparto secondo gli abituali standard.
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