di Susanna Ronconi
dirittiglobali.it, 4 luglio 2021
L'avvocato Luca Sebastiani è il difensore di Hafedh Chouchane, morto al carcere Sant'Anna di Modena. Ha portato avanti con tenacia la battaglia perché si facesse chiarezza e giustizia, e contro l'ipotesi di archiviazione. Oggi fa un bilancio di questa brutta pagina della giustizia italiana e promette che non finisce qui. La morte di Hafedh finirà alla Corte europea.
SR: Colpisce, nella lettura delle motivazioni dell'archiviazione, proprio la parte che riguarda Hafedh, che lascia un interrogativo più che mai aperto: cosa è accaduto in quei 50 minuti, dalle 19.30 alle 20.20, tra quando i suoi compagni lo hanno portato, grave ma vivo, davanti agli agenti a quando il medico ne ha certificato la morte? Del resto, questo è uno dei nodi di tutta la vicenda: perché non sono stati salvati?
LS: Ha perfettamente ragione, questo è il punto fondamentale che non è stato adeguatamente risolto. Premesso che nell'atto di opposizione avevamo evidenziato come nella richiesta di archiviazione, e quindi negli atti di indagine, emergevano tre versioni differenti sui soccorsi ad Hafedh in relazione sia al posto dove lo stesso è stato consegnato dai detenuti non identificati agli agenti della penitenziaria, sia all'orario in cui questo è avvenuto. E stiamo parlando di differenze macroscopiche, che dunque dovevano essere chiarite. Ad ogni modo, pur prendendo in considerazione la ricostruzione avallata dalla Procura che lei ha citato, nessuno ha spiegato cosa sia successo in quei 50 minuti nei quali poteva essere salvato. Anche perché alle 19.30 pare sia stato consegnato agli agenti della polizia penitenziaria nei pressi dell'uscita del carcere e il medico era collocato immediatamente all'esterno, dunque a poche decine di metri.
SR: Il giudice insiste molto sul "rischio eccentrico", se interpretiamo correttamente significa che una tale situazione di emergenza giustifica che si sia posta la massima attenzione al controllo e alla repressione ben più che ad altri aspetti, quali la tutela dei reclusi. Non è un modo, per altro sbrigativo, per aggirare ogni responsabilità della catena di comando?
LS: Dal nostro punto di vista è discutibile ravvedere il "rischio eccentrico" quando si parla di una rivolta all'interno di un carcere. L'abbiamo ripetuto in più occasioni: la rivolta in un carcere è un evento che deve essere previsto e, nei limiti del possibile, evitato: è chiaro che in presenza di un tasso di sovraffollamento carcerario così elevato e di una presenza numerica della polizia penitenziaria ridotta rispetto a quando dovrebbe essere previsto, una rivolta può scoppiare e degenerare. Ma a mio avviso questa non è una giustificazione per chi aveva obblighi di protezione e garanzia nei confronti dei detenuti. Sono certo che questo tema sarà affrontato con estrema attenzione dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che saremo costretti ad adire e dove su queste tematiche il nostro Paese è stato condannato in più di un'occasione.
SR: Il Garante nazionale e l'associazione Antigone non sono stati ammessi, è una scelta che mina la possibilità per chi è recluso di avere tutela, sostegno e difesa. Che valutazione fa di questa scelta e, come avvocato, quanto pensa sia importante che le associazioni per i diritti di chi è recluso possano essere attori attivi in casi come questo?
LS: È una domanda che dovrebbe rivolgere ai legali delle associazioni che sono certo avranno molto da dire su questo aspetto. A mio avviso è una decisione che non può essere accettata, in quanto quelle associazioni nascono proprio per tutelare i diritti dei soggetti privati della libertà personale e in una vicenda dove sono morti otto detenuti all'interno di un carcere italiano, quello di Modena [per la nona vittima, Salvatore Piscitelli, l'inchiesta è stata stralciata ed è ancora aperta, Ndr], appare quantomeno singolare che a tali associazioni non sia stata riconosciuta la legittimità a intervenire.
SR: Cosa succede adesso, è possibile che questa vicenda non si chiuda così? Ci sono possibilità sul piano giuridico di ricorrere?
LS: Questa vicenda non si chiuderà così. Per quanto riguarda le posizioni che assisto, avendo esperito ogni rimedio nazionale, siamo pronti, come dicevo, a presentarci davanti la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che già in passato è intervenuta in vicende simili e che sono convinto valuterà con attenzione le perplessità che abbiamo evidenziato.
SR: Se possiamo porre una domanda sul piano più personale, cosa le lascia, in termini di riflessioni ma anche di sentimenti, la storia di Hafedh e degli altri?
LS: Tanta tristezza e delusione. È stato già molto doloroso affrontare la notizia della morte di Hafedh, al quale ero particolarmente affezionato; è stato ancor più doloroso dover informare personalmente i familiari, che non conoscevo, ma che se non era per me chissà quando lo avrebbero saputo; lo è stato vederlo sepolto in un cimitero vicino Modena in condizioni che vi lascio immaginare ed è davvero angosciante sentire ancora oggi la madre che non riesce a farsi una ragione e non ha ancora la possibilità di avere la salma di suo figlio in Tunisia. Per fortuna ci sono tanti cittadini che ci stanno dando una mano, costituendo comitati e raccogliendo fondi per rimpatriare la salma di Hafedh, ai quali va un sentito grazie da parte nostra.
Ci aspettavamo altro e per questo siamo delusi e amareggiati, ma tutto questo è ciò che ci anima e che ci consente di portare avanti una battaglia così triste e solitaria.
Avvenire, 4 luglio 2021
Il governo propone di aumentare gli stanziamenti, pagati dai contribuenti italiani, nonostante che Tripoli non rispetti i diritti umani e lasci campo libero a detenzioni disumane e ai trafficanti
Colpi di mitraglia dalla motovedetta libica verso il barcone con una quarantina di migranti a bordo, poi i tentativi di speronamento col rischio che le persone finissero in mare. Sono le drammatiche immagini del video diffuso da Sea watch (le riprese sono fatte dal velivolo dell'organizzazione), che ha dato la notizia degli spari contro i migranti in area Sar maltese, a 45 miglia da Lampedusa, il 1° luglio.
Mentre in Libia i migranti continuano a essere detenuti in condizioni inumane, sfruttati e poi messi in mare su imbarcazioni strapiene e insicure. E mentre continuano a morire nel Mediterrraneo e vengono inseguiti, con grave pericolo per loro, dalla cosiddetta Guardia costiera libica, che ne approfitta per allargare il raggio di mare che i libici (sostenuti dalla Turchia) intendono controllare, anche a danno dei nostri interessi nazionali, ecco che l'Italia aumenta i finanziamenti proprio alla cosiddetta Guardia costiera libica, dopo avere già fornito navi militari.
Crescono, infatti, di mezzo milione di euro i finanziamenti destinati al blocco dei flussi migratori: passati da 10 milioni nel 2020 a 10,5 nel 2021. In totale 32,6 milioni destinati alla cosiddetta Guardia costiera libica dal 2017, salgono a 271 i milioni spesi dall'Italia per le missioni nel paese nord africano. Questo nonostante che anche le Nazioni Unite e le associazioni che si occupano di diritti umani abbiano ormai messo chiaramente in evidenza che in questo Paese il rispetto delle persone migranti sia inesistente e che Tripoli non può essere considerato un approdo sicuro.
Avvenire ha già più volte denunciato le mancanze della politica di Roma nei confronti della Libia. Adesso le denunce e gli appelli si moltiplicano. Anche Oxfam interviene con un appello a cambiare rotta. E segnala che nel testo deliberato dal Governo, che andrà in Parlamento, rispetto al 2020 si registra un'impennata delle risorse destinate alle missioni navali che non prevedono il salvataggio dei migranti in mare: +17 milioni per Mare Sicuro e +15 milioni per Irini. Tutto questo mentre, dall'inizio dell'anno, si contano oltre 720 vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale, almeno 7.135 dalla firma dell'accordo tra Italia e Libia. Oltre 13 mila i migranti riportati in Libia.
Alla vigilia del dibattito in Parlamento, quindi, Oxfam lancia un appello urgente per un'immediata interruzione degli stanziamenti alla cosiddetta Guardia costiera libica e la revisione delle missioni che contengono iniziative italiane di formazione e supporto. In quanto ai numeri sale a 960 milioni il costo sostenuto dai contribuenti italiani per le missioni navali nel Mediterraneo, (nessuna delle quali ha compiti di ricerca e soccorso in mare) e nel paese nord africano, con un aumento di 17 milioni rispetto al 2020 per la missione Mare Sicuro e 15 milioni per Irini. Quello cha lascia perplessi, spiega Oxfam, è che "il governo Draghi stia agendo in perfetta continuità con gli esecutivi precedenti sulle politiche migratorie nonostante che la Libia sia un paese dove l'industria del contrabbando e tratta è stata in parte convertita in industria della detenzione, con abusi e violenze oramai note a tutti, anche grazie a questo considerevole flusso di denaro".
L'appello all'Italia - "A pochi giorni dalla discussione parlamentare sul rinnovo delle missioni militari italiane all'estero, - afferma Paolo Pezzati, responsabile per le emergenze umanitarie di Oxfam - chiediamo perciò ai partiti di maggioranza di interrompere immediatamente gli stanziamenti per il 2021 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest'anno ha intercettato e riportato in un Paese non sicuro il triplo dei migranti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Assieme è necessaria una revisione delle missioni che contengono iniziative legate alla sua formazione e al suo supporto. Quello che serve è un cambio deciso di approccio, una gestione diretta dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia".
Una direzione che Oxfam ritiene possa essere intrapresa solo con una serie di interventi diretti a: 1) superare la legge Bossi-Fini ed estendere i canali di ingresso regolari per i migranti in Italia e in Unione europea; 2) approvare un piano di evacuazione delle persone detenute illegalmente in Libia; 3) istituire una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare; 4) riconoscere il ruolo fondamentale delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare;
5) interrompere l'accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo alla fine della fase di transizione politica nel paese, nonché alle necessarie riforme che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione, in particolare per migranti e rifugiati.
di Stefano Cappellini
La Repubblica, 4 luglio 2021
Il dibattito sul ddl Zan torna ad accendersi sull'identità di genere ma si porta appresso lo scontro sull'identità politica. Di Italia viva, nello specifico, dato che il partito di Matto Renzi, con una mossa che non si può certo definire sorprendente, ha proposto di apportare in Senato alcune modifiche al testo della legge che vuole combattere le discriminazioni omo e transfobiche.
Proposta che ha fatto infuriare Pd e M5S, gli ex soci di Matteo Renzi nel Conte bis, e in compenso ha raccolto l'applauso di Matteo Salvini e di buona parte del centrodestra. Lo scontro sulla Zan si carica insomma di nuovi risvolti politici oltre quelli che già da mesi dividono il Parlamento.
Il sospetto dei detrattori di Renzi è che la mossa sul ddl sia il passaggio decisivo per aprire una fase di avvicinamento al centrodestra, la prima di una serie di convergenze che potrebbero passare anche dal voto sul nuovo presidente della Repubblica all'inizio del prossimo anno e concludersi con un accordo alle politiche nel 2023. Forse il sospetto, al momento, non reggerebbe il vaglio di un processo. Ma gli indizi non mancano e certo la tesi difensiva dei renziani - che si dicono decisi a trovare un'intesa con la destra sulla legge per evitare che il testo così com'è finisca impallinato dal voto segreto in aula - non è solidissima. Anche perché Renzi e i senatori Iv fin qui hanno giurato di non essere loro i franchi tiratori in agguato pronti a giocare uno scherzo alla Zan.
Quindi bisognerebbe credere che si siano appassionati alla possibilità di modificare la legge insieme alla destra solo per scongiurare che siano i presunti franchi tiratori di Pd e M5S ad affossarla. Una forma di machiavellismo altruistico, non proprio il genere più praticato dalle parti di Italia viva. Il problema che complica la vicenda è l'esistenza di un altro fondato sospetto, cioè che la Lega non abbia tanto a cuore l'idea di un compromesso sul testo quanto quella di spedire la legge su un binario morto. Una possibilità così concreta che lo stesso capogruppo al Senato di Iv, Davide Faraone, ha proposto di aggirarla così: accordo su un nuovo testo in Senato e fiducia alla Camera, dove il ddl dovrebbe inevitabilmente tornare per una nuova lettura.
Le reali intenzioni della destra sono un punto chiave della vicenda, perché è ovvio che non è in sé blasfemo né inaccettabile ipotizzare aggiustamenti. Alcuni passaggi, per esempio quello nell'articolo che "fa salva" la libertà di espressione, potrebbero certamente essere scritti meglio. La stessa "identità di genere", che Iv propone di cassare dalla legge lasciando solo il riferimento alla discriminazione omo e transfobica, potrebbe uscire senza gravi danni rispetto alla finalità della legge, che è prevenire e punire più severamente gli atti di aggressione alla comunità lgbtq+.
Lo stesso Zan, nel respingere la proposta di Iv, ha ricordato ieri che l'identità di genere "è già tutelata da sentenze costituzionali e trattati internazionali come diritto fondamentale della persona". È chiaro che c'è una distinzione tra identità sessuale e orientamento sessuale, ma onestamente è arduo sostenere che la differenza abbia un peso nello smuovere l'odio e gli atti ostili di violenti e intolleranti, né si rischierebbe di lasciare impuniti i trasgressori.
Ma è evidente che chi aspetta con ansia una norma ispirata a criteri di civiltà fa giustamente fatica ad accettare che tutto salti in aria per questioni di pulizia formale del provvedimento, soprattutto se tali questioni potrebbero nascondere semplicemente l'intento di tenere l'Italia agganciata all'Europa di Orbàn, con cui Salvini e Meloni hanno appena firmato un manifesto reazionario, piuttosto che all'Europa dei diritti e del progresso civile.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 4 luglio 2021
Dopo che i renziani si sono smarcati dai giallorossi proponendo di stralciare la definizione di identità di genere, di fatto in Senato la legge contro l'omotransfobia non ha più i numeri per passare così com'è. Si apre la strada alla riscrittura del testo. Cirinnà: "Ridicole le proposte renziane, cercano di prepararsi a future alleanze con il centrodestra".
"Penso a questo punto ci sia una maggioranza parlamentare che vuole modificare il ddl Zan". Massimiliano Romeo, il capogruppo leghista al Senato, canta (quasi) vittoria. I renziani fanno la differenza. Sulla legge contro l'omotransfobia si sono smarcati dai giallorossi. Ieri hanno presentato modifiche al testo che porta il nome del deputato dem e attivista lgbt, Alessandro Zan, come ha sollecitato il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, il leghista Andrea Ostellari nel tavolo politico di confronto. Italia Viva ha riproposto il testo presentato nella passata legislatura da Ivan Scalfarotto, sottosegretario renziano, e che naufragò. Ma ora sono sicuri che sia la strada giusta, in particolare dopo la nota diplomatica di contrarietà del Vaticano che chiede riformulazioni sin dall'articolo uno del ddl Zan. In un botta e risposta social tra il capogruppo di IV, Davide Faraone, e Zan, il nuovo corso renziano è confermato: via il riferimento all'identità di genere; cassato l'articolo 4 sulla libertà d'espressione e religiosa; iniziative contro le discriminazioni nelle scuole sì, ma solo nel rispetto dell'autonomia didattica e quindi della libertà d'insegnamento delle scuole cattoliche paritarie come da Concordato. La "blindatura" della legge contro l'omofobia, così come è stata approvata alla Camera il 4 novembre scorso, non c'è più. Perché quella ventina di voti che facevano la differenza giallorossa (arrivando a circa 158 a favore del ddl Zan a Palazzo Madama), vengono a mancare. La maggioranza si ribalta.
Interviene anche il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico in un post per invitare, nel giorno del Pride a Napoli, a fare in fretta per una legge condivisa, indicando proprio il ddl Zan: "Un contributo contro le discriminazioni può essere fornito dalla legge già approvata a Montecitorio e ora al Senato...". I leghisti sono soddisfatti di questo pre-partita: l'esame del ddl infatti non è ancora iniziato e comunque il centrosinistra (renziani inclusi) ha promesso di portarlo in aula il 13 luglio. Matteo Salvini si spinge a dichiarare: "Sì, spero che la legge contro l'omofobia sia in dirittura d'arrivo.
La gente ci chiede soluzioni ai problemi del lavoro, non polemiche. Quindi colpire di discrimina o aggredisce qualcuno solo per scelta d'amore è un dovere. Mandare l'ideologia gender sui banchi di scuola e inventarsi reati di opinione, censure e bavagli, invece, non fa parte delle mie priorità". Contrattacco del M5S e del Pd. "Le proposte di modifica di Italia Viva sono veri cavalli di Troia", è la reazione indignata della pentastellata Alessandra Maiorino. Franco Mirabelli afferma che non c'è un'altra strada se non il ddl Zan, se davvero si vuole portare a casa la legge. Laura Boldrini rincara: "IV sta proponendo lo svuotamento del ddl Zan". Monica Cirinnà, responsabile diritti dem, si dice indignata: "Ridicole le proposte renziane, cercano di prepararsi a future alleanze con il centrodestra".
Alessandro Zan chiede a Faraone come può pensare a un accordo con la Lega che sta con Orban e il suo manifesto di valori. Scrive Zan sui social: "Caro Davide, abbiamo approvato insieme le unioni civili e abbiamo approvato insieme il ddl Zan alla Camera come sintesi condivisa di diverse proposte compresa quella di Scalfarotto. Rifare tutto significherebbe affossare la legge". Replica Faraone: "Con la fiducia alla Camera la mettiamo in sicurezza, senza certezze sui numeri in aula al Senato e con i voti segreti l'affossiamo. Io voglio una legge contro le discriminazioni omotransfobiche, non mi accontento di essermi battuto. Su temi così sensibili e con il M5S balcanizzato impossibile avere certezze". Aggiunge che non c'è nulla di nuovo, casomai Zan può accusare i renziani di plagio perché hanno ripreso un pezzo della proposta Scalfarotto, che lo stesso deputato dem aveva sottoscritto.
L'altra idea di Faraone è appunto di mettere la fiducia alla Camera. Significa chiamare il governo Draghi a scendere in prima linea. Lo farebbe? Il dem Mirabelli ricorda che siamo in un'altra stagione politica rispetto a quando il governo Renzi mise la fiducia sulle unioni civili: è improbabile. Simone Pillon, ultrà leghista, senatore, apre alle proposte renziane ("Sono migliorative anche se non sono perfette"), però avverte: "Non credo opportuno che il governo si occupi di un tema tanto divisivo, e che oltretutto non è nel programma". Fa pressing la forzista Licia Ronzulli, che ha sottoscritto con Salvini, un ddl anti Zan: "L'incomprensibile intransigenza della sinistra ad approvare una norma condivisa contro l'omofobia rischia non solo di affossare il ddl Zan, ma di bloccare qualsiasi legge contro le discriminazioni".
Martedì il tavolo del confronto di Ostellari farà il punto, mentre in aula dovrebbe esserci la decisione sul calendario di esame del ddl Zan. Solo allora si entra nel vivo della partita. Elio Vito, forzista liberal e pro Zan avverte: "Non è possibile mediare sui diritti, il ddl Zan diventi subito legge".
di Declan Walsh*
La Repubblica, 4 luglio 2021
Migliaia di prigionieri di guerra etiopi sono stati fatti sfilare venerdì nella capitale regionale del Tigray, con la folla esultante che si accalcava lungo le strade per schernirli e per applaudire le milizie, che pochi giorni fa hanno sbaragliato uno degli eserciti più potenti d'Africa. Molti dei soldati erano a testa china, guardavano per terra. Alcuni dovevano essere trasportati su barelle, altri portavano bende macchiate di sangue. La repentina sconfitta delle forze etiopi ha ribaltato in modo sorprendente la situazione in una guerra civile che ha provocato quasi due milioni di sfollati nella regione del Tigray, dove la popolazione ha sofferto fame, atrocità e stupri.
La sfilata dei prigionieri è stata la risposta al primo ministro etiope, Abiy Ahmed, che martedì scorso, nella capitale nazionale, Addis Abeba, aveva definito "una bugia" sostenere che le sue truppe fossero state sconfitte, e aveva aggiunto di aver dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per motivi umanitari. Abiy ha proclamato la vittoria l'anno scorso, circa un mese dopo aver avviato, a novembre, l'operazione militare nel Tigray, ma i combattimenti sono proseguiti per altri sette mesi.
Affiancate dai miliziani tigrini, le ingenti colonne di soldati etiopi sconfitti hanno marciato per quattro giorni dai campi di prigionia fino alla capitale del Tigray, Macallè. Tra la folla, molti schernivano i soldati, mentre altri concentravano la loro rabbia soprattutto sul primo ministro etiope.
Circa otto mesi fa, Abiy aveva inviato le sue forze a Macallè per strappare il potere ai leader della regione, dichiarando di doverlo fare perché i tigrini avevano tenuto elezioni locali senza il permesso del governo federale. Ora i leader tigrini vittoriosi sono tornati a Macallè. Debretsion Gebremichael, il leader del partito di governo, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, ci dice che i suoi miliziani hanno fatto prigionieri più di 6mila soldati etiopi. Ma nella regione la situazione resta difficile: da quando, lunedì, l'Etiopia ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale e ritirato le sue truppe da Macallè, nel Tigray ci sono state interruzioni nella fornitura di energia elettrica, nelle telecomunicazioni e in Internet. Il tutto esacerba una situazione umanitaria già definita terribile dalle Nazioni Unite.
Le agenzie umanitarie internazionali avvertono che sulla regione incombe una catastrofe umanitaria: non è ancora chiaro se la vittoria dei ribelli permetterà di raggiungere i più bisognosi. E secondo l'Onu centinaia di migliaia di persone sono state colpite dalla carestia. Giovedì è stato inoltre distrutto un ponte sul fiume Tekeze, che forniva un accesso vitale alla città di Shire, nel Tigray centrale, dove l'Onu stima che ci siano tra i 400mila e i 600mila sfollati che vivono in condizioni terribili. L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari ha detto che il ponte è stato distrutto da truppe appartenenti alle Forze speciali Amhara e all'esercito dell'Eritrea, il Paese a nord del Tigray che ha combattuto come alleato delle truppe etiopi.
"La distruzione del ponte avrà pesanti conseguenze", dice Claire Nevill, portavoce del Programma alimentare mondiale. Redwan Hussein, portavoce del governo etiope, ammette che due ponti che collegano la regione del Tigray sono stati distrutti, ma nega che il governo o le forze sue alleate ne siano responsabili.
Un operatore di un'agenzia umanitaria ci racconta che nella regione entra "poco o nulla" e che le truppe lungo il confine con la regione di Amhara non lasciano passare i camion carichi di aiuti alimentari.
Nell'intervista, Debretsion ha detto che i leader del Tigray stanno lavorando per far arrivare gli aiuti internazionali il prima possibile, ma sul terreno lo scontro prosegue: uno dei più importanti leader militari della regione, Getachew Reda, sostiene che le forze del Tigray non esiterebbero ad entrare in Eritrea se fosse necessario a impedire alle truppe eritree di attaccare di nuovo. "Vogliamo colpire il più possibile il potenziale offensivo del nemico", dice Getachew.
Mentre marciano verso la prigione, i soldati etiopi sembrano affamati ed esausti. Una volta arrivati, uomini e donne sono stati separati e messi in celle. Ma prima di fermarsi sono passati per le forche caudine dei tigrini esultanti per la loro cattura. Adanay Hagos, 23 anni, dopo aver inveito contro le colonne di militari, spiega di essere così arrabbiato perché alcuni dei suoi amici sono stati uccisi dalle truppe eritree alleate con l'esercito etiope. "Questo è solo il primo passo", ha detto. "Hanno invaso la nostra terra da ovest e da sud. Finché non se ne andranno, la guerra non sarà finita".
*Traduzione di Luis Moriones
di Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Ristretti Orizzonti, 3 luglio 2021
I pestaggi, le violenze inaccettabili ai danni delle persone detenute presso l'Istituto di Santa Maria Capua Vetere che - ora - tutti abbiamo potuto vedere nella loro brutalità e crudezza ci devono indurre alla riflessione e ci dovremmo tutti interrogare - come cittadini - su quelle che sono le reali condizioni del mondo della realtà delle carceri senza pregiudizi e senza la presunzione di conoscere una realtà che fa comodo relegare dietro a mura che tutto anestetizzano. Fa quasi sorridere, ma è un riso amaro, vedere ora l'indignazione di certe persone e Istituzioni, quando segnali evidenti di una stortura del sistema erano già leggibili, ma le immagini non lasciano scampo.
redattoresociale.it, 3 luglio 2021
La ripartenza dei colloqui annunciata dalla ministra Cartabia e i fatti di Santa Maria Capua Vetere al centro del dibattito in seno alla Conferenza dei Garanti territoriali, assieme ai temi delle Rems e delle Case famiglia protette. Chiesto un incontro con il Dap e con la Conferenza delle Regioni. La Conferenza dei Garanti territoriali si è riunita oggi in modalità telematica per fare il punto sul ritorno alla normalità nelle carceri italiane, alla luce delle importanti dichiarazioni della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha recentemente preannunciato la ripresa dei colloqui in presenza, a seguito del parere favorevole del Comitato tecnico scientifico (Cts) per l'emergenza epidemiologica.
Il Domani, 3 luglio 2021
Bisogna riformare il sistema nel solco tracciato dai lavori della Commissione Giostra e dai più recenti approdi della giurisprudenza costituzionale. Al contempo urge un'azione perentoria tesa ad estirpare quella subcultura autoritaria che si annida in una parte del paese e delle sue Istituzioni democratiche. Umanità della pena. Rieducazione del reo. Dignità della persona come diritto primario di chiunque; perciò, anche dei rei. Questo l'art. 27 della Costituzione. Un mantra nella sua granitica sintesi lessicale. Comprensibile a tutti. Un principio culturale prim'ancora che giuridico. Un patrimonio di inestimabile valore per le coscienze civili del nostro Paese. A presidio di ciascuno di noi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Dopo il via libera dell'autorità giudiziaria è arrivata anche la firma all' l'ispezione nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che partirà nei prossimi giorni. A capo della commissione ispettiva, è stato indicato il direttore generale detenuti e trattamento, Gianfranco De Gesù. Un fatto eccezionale perché solitamente la commissione ispettiva è composta da personale territoriale e un segnale della volontà del Dap di seguire in via diretta a livello centrale le attività ispettive. Il direttore generale riferisce infatti solo ai vertici del Dap.
E intanto emergono nuovi particolari raccapriccianti sui pestaggi ai detenuti: "Dobbiamo ancora temporeggiare qualche giorno così non avranno più segni", è una delle frasi estrapolata da una chat tra agenti, riportata nell'ordinanza del gip nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte violenze. Per l'accusa, ai detenuti sarebbe stata negata la possibilità di usufruire di visite e cure mediche dopo la perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020. "Si volevano far refertare", "Non far scendere i detenuti in infermeria è stata una mia decisione", "Ho dovuto bloccare i colleghi", "Non abbiamo fatto refertare nessuno", "Ma è ovvio che non devono farsi refertare", sono alcune delle dichiarazioni che gli inquirenti avrebbero estrapolato dalle chat intercorse fra gli indagati.
di Ilario Ammendolia
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Premesso che chi è garantista lo è con tutti quindi anche con gli agenti della polizia penitenziaria che si sarebbero macchiati di reati gravissimi oltre che di codardia e viltà. Sarà il processo a stabilire le responsabilità che, comunque, non possono che essere individuali e che non devono lambire i moltissimi agenti di custodia che svolgono il loro lavoro con correttezza.











