di Francesco Castagna
L'Espresso, 28 novembre 2021
Un giro d'affari di oltre 16 miliardi di euro, un consumo crescente delle droghe sintetiche. Il lockdown ha cambiato il mercato e sono saltati i parametri per valutare la diffusione. In tre anni cresciuto del 2,5 per cento il consumo di cocaina.
Non solo Covid19. Lo stato di emergenza, il Pnrr e le dosi booster rischiano di far dimenticare la piaga silenziosa della droga. Mentre il consumo galoppa e il mercato cresce. Alimentando un business che in Italia ha un valore stimato in di 16,2 miliardi di euro (dati della relazione al Parlamento del 2021). Quasi il 40 per cento riguarda la cannabis e il 32 per cento la cocaina, con un incremento di quest'ultima del 2,5 per cento rispetto agli ultimi tre anni. Non bastassero i canali tradizionali, con una tecnologia sempre più alla portata delle nuove generazioni, è molto facile accedere al dark web. Basta scaricare sul pc di casa un programma come Tor e una Vpn, in grado di anonimizzare la propria connessione in rete, e poi trovare online i link giusti per accedere a piazze di spaccio sconfinate.
Nella prima fase della pandemia, gli effetti del lockdown hanno influito in maniera sostanziale sull'attività dei SerD (servizi pubblici per le dipendenze patologiche), che si sono dovuti riorganizzare secondo le nuove disposizioni di sicurezza. Parallelamente, la criminalità lavora sottotraccia sui nuovi canali. Dark web e piattaforme di messaggistica come Telegram e Wickr me sono i nuovi strumenti dei pusher, che le usano per il loro commercio su chat cifrate dove si paga esclusivamente con cripto-valute.
A Genova, il 27 e 28 novembre si terrà "Oltre le fragilità", la VI Conferenza nazionale sulle politiche antidroga per provare a fare il punto su diffusione e consumo. E per far tornare a dialogare a 12 anni di distanza dall'ultimo incontro di Trieste del 2009, rappresentanti delle istituzioni, società civile e privato sociale. In questi anni infatti i ministeri, il dipartimento per le politiche antidroga e le regioni sono stati responsabili di uno scaricabarile. Le difficoltà di capire chi debba mettere in campo delle soluzioni e monitorare con esattezza chi fa uso di sostanze stupefacenti e psicotrope riflettono la confusione.
Nell'ultima relazione governativa (dati del 2020), su tutto il territorio sono state individuate 44 nuove sostanze psicoattive. Tutte riconducibili nella maggior parte ai catinoni sintetici, cioè analoghe alla molecola presente nella pianta psicoattiva del khat. Unico elemento positivo, il calo della diffusione di cocaina tra gli studenti, fermo all'1 per cento.
Ma non esiste un metodo preciso per definire quanta droga le organizzazioni criminali producano e a quanto ammonti con certezza il traffico. Si parte dal basso, analizzando i dati degli acquirenti, quindi il consumo della sostanza stessa. In pieno lockdown il computo è saltato. Le istituzioni, l'associazionismo e i centri di recupero hanno dovuto reinventarsi. Le attività di prevenzione selettiva, ad esempio, hanno assunto una vera e propria funzione di riduzione del rischio e del danno.
Il sistema di contenimento dei guasti da stupefacenti fu l'argomento centrale del forum del 2009 sotto il ministero di Carlo Giovanardi, che aveva la delega alle politiche antidroga nel governo Berlusconi, e che con Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio aveva firmato la legge del 2006 che annullava la differenza tra droghe pesanti e leggere, poi bocciata dalla Corte Costituzionale nel 2014. E su cui ha rimesso le mani, da posizioni diametralmente opposte, la ministra della Salute del secondo governo Prodi, Livia Turco.
Del dibattito di allora restano strumenti ancora in uso. Dall'"Allerta Rapido", ad opera di Giovanardi, per monitorare la comparsa di nuove droghe e intervenire tempestivamente dal punto di vista della profilassi alla legge di Livia Turco sul fondo antidroga per attivare servizi di prevenzione, cura e presa in carico. Di droghe si occupò anche Beatrice Lorenzin, ministra della Salute dal 2013 al 2018, per la quale l'inefficienza del Dipartimento antidroghe è frutto dello spostamento di quest'organo dal ministero della Salute alla presidenza del Consiglio dei ministri. Da lì in poi si è fatta un'attività più di analisi dei dati che di azione sui territori.
Ora la conferenza sotto l'egida della ministra del governo Draghi, Fabiana Dadone. "Il governo ha stanziato in legge di Bilancio 2 milioni per il 2022 e altrettanti per il 2023, sotto consiglio anche di enti, addetti ai lavori e istituzioni.", dice la Ministra per le politiche giovanili: "Questo fondo non era stato rifinanziato negli ultimi anni".
La sesta conferenza dovrà affrontare, causa pandemia, le problematiche legate ai giovani: "L'essere stati chiusi in casa per mesi ha alimentato questi mercati e di conseguenza si è reso necessario approfondire il tema della fragilità individuale e dell'isolamento che poi portano i giovani a determinate scelte", dice la ministra Dadone in base alle competenze del suo ministero. Sul tema della legalizzazione della cannabis, la ministra fa parte del gruppo parlamentare dei Cinque Stelle che si è più volte espresso a favore ed è firmataria di una proposta di legge antiproibizionista. In piena campagna referendaria, c'è da giurare che al forum, il dibattito finirà per polarizzarsi anche su questo.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 28 novembre 2021
L'escalation di atti secessionisti del leader nazionalista serbo Dadik minaccia gli accordi di Dayton. Ma come trent'anni fa a Banja Luka sono pochi ad ammettere la crisi. All'ipotesi di un'altra guerra balcanica qui non vuol credere nessuno. E se non ci trovassimo nella Repubblica serba di Bosnia sarebbe una notizia confortante. Anche trent'anni fa, però, quando cominciarono i primi ammazzamenti dalle parti di Vukovar sul Danubio (maggio 1991) e quando i serbi di Sarajevo presero a scavare trincee nel quartiere vicino all'aeroporto (giugno 1991), da queste parti non ci credeva nessuno. Sappiamo poi come è finita: solo in Bosnia più di 100 mila morti e due milioni di profughi.
Proprio per questo va preso con estrema serietà l'ultimo report dell'Alto rappresentate Onu Christian Schmidt, garante degli accordi di pace di Dayton siglati nel 1995. Non più tardi di un mese e mezzo fa, di fronte alla ricostituzione di un esercito indipendente deciso dai separatisti serbi, Schmidt ha avvertito le Nazioni Unite che, nella complicata terra dei Balcani, "il rischio di un nuovo conflitto civile è concreto".
Eppure nella gelida Banja Luka si finge di non vedere, si nega, si parla d'altro. All'eventualità che l'escalation di provocazioni, atti e dichiarazioni secessioniste da parte del sessantaduenne Milorad Dodik, componente serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, conduca a un altro conflitto non crede Bojan. È uno dei camerieri del Balkon, il più famoso e frequentato bar ristorante di Banja Luka, la capitale della Repubblica serbo-bosniaca. "Dodik è un brav'uomo e sa quello che fa, nessuno qui pensa che ci trascinerà in un altro conflitto", dice Bojan, mentre regge un vassoio con quattro bicchieri di Rakija, il distillato locale col 70 per cento di contenuto alcolico.
Sono le 5 del pomeriggio, il Balkon è pieno di giovani, avvolto da una cappa di fumo di sigaretta. Le mascherine per proteggersi dal Covid non le indossa nessuno. Un violinista suona per strada. Si va per negozi a fare shopping. La crisi diplomatica interessa poco. Che Dodik abbia incassato il supporto della Serbia e della Russia di Putin, cosa che dà sostanza e credibilità ai suoi proclami, interessa anche meno. "Se l'Ue ci darà sanzioni, proclameremo l'indipendenza e ci difenderemo da soli", afferma il leader serbo. "Se ci risponderanno minacciando l'intervento Nato chiederemo ai nostri amici, che ci hanno fatto capire che non ci abbandoneranno - di aiutarci".
Sfide e allusioni, per testare fin quanto può tirare la corda. L'analista politico ed ex diplomatico Luciano Kaluza, che si professa "di sinistra e non nazionalista", ritiene lo scontro armato una possibilità assai remota. "Bojan non è un separatista - dice a Repubblica - sta soltanto difendendo la Srpska (la Repubblica serba, l'entità a maggioranza serbo-ortodossa che con la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza invece bosgnacca, compone lo Stato, ndr) dall'aggressione dei politici di Sarajevo che vogliono togliere autonomia e potere ai serbi".
A Banja Luka, capitale della Srpska, la città che durante la guerra "sapeva di kerosene", come la ricorda Paolo Rumiz nel suo libro-reportage Maschere per un massacro, si tende a minimizzare. Se non addirittura a ribaltare la lettura che fanno a Bruxelles delle manovre spregiudicate di Dodik, già presidente della Srpska (2010-2018) e leader del partito nazionalista serbo maggioritario.
Pochi giorni fa nove europarlamentari in rappresentanza di quattro partiti (Popolari, Verdi, Socialisti Democratici e i liberali di Renew) hanno scritto una lettera ai ministri degli Esteri dell'Unione per chiedere urgentemente sanzioni contro Dodik, e chiunque lo sostenga, per violazione dell'accordo di Dayton.
"Siamo indubbiamente di fronte alla più seria crisi politica dai tempi della fine del conflitto", scrivono. "Il boicottaggio alla legge che punisce i negazionisti del genocidio e dei crimini di guerra, la creazione di un esercito autonomo della Repubblica Serba e le esercitazioni paramilitari vicino a Sarajevo dimostrano che Dodik sta portando avanti la sua agenda separatista, con il supporto indiretto di Serbia e Russia e nell'assenza di risposta da parte dell'Unione Europea". La Commissione, sulla questione Bosnia, continua a essere afona.
Dodik paventa la secessione da almeno 15 anni, però a questo giro alle parole hanno cominiciato a seguire i fatti. La temperatura si è alzata quando quest'estate l'Alto rappresentante Onu ha imposto, nell'ordinamento normativo bosniaco, un emendamento che punisca i negazionisti del genocidio di Srebenica (8.000 civili massacrati), ordinato dal criminale di guerra Radko Mladic nel 1995 e tuttora messo in discussione da una parte dei nazionalisti serbi.
"C'è chi sostiene che non sia mai avvenuto e che le vittime erano già morte prima - spiega l'analista di Ispi Giorgio Fruscione, che segue da anni il quadrante dei Balcani - altri dicono che le cifre dei morti sono molto inferiori, altri ancora che è stata solo una normale operazione militare".
La legge sul negazionismo è stata il pretesto per Dodik per riaffermare la dannosità del cappello Onu, annunciare la messa al bando della magistratura, delle forze di sicurezza e dell'intelligence bosniache, e avviare così l'escalation. Non prima, però, di essersi incontrato l'11 ottobre a Belgrado con il ministro degli Esteri Serghej Lavrov in occasione del summit dei Paesi non allineati. Il 20 ottobre è la data dell primo atto concreto: l'assemblea dell'entità serba approva la creazione di un'agenzia per l'approvvigionamento dei medicinali. Autonoma, separata dal resto delle istituzioni, serb only. "Non voglio la guerra e non voglio la secessione", va ripetendo Dodik. "Ma l'autorità dei serbi deve rimanere ai serbi".
Vojin Mijatovic, che nell'assemblea di Banja Luka siede sui banchi dell'opposizione in quanto membro dei Social-democratici, conosce bene Dodik. Non foss'altro perché ne è stato il braccio destro per anni, prima di rompere. "Quell'uomo è uno dei più ricchi d'Europa - dice oggi - non vuole la guerra. Il suo vero intento è un altro: coprire più di vent'anni di malefatte, per evitare di essere arrestato".
di Luca Celada
Il Manifesto, 28 novembre 2021
Da Ahmaud Arbery a Malcolm X, l'apartheid giudiziario verso i neri è una costante ineludibile della storia americana. Sui gradini del tribunale della Georgia dove sono stati condannati i suoi assassini, la madre di Ahmaud Arbery ha ringraziato Dio per il verdetto che non avrebbe mai immaginato di vedere emesso.
È un'affermazione che può sembrare singolare per chi abbia visto il video, girato dagli stessi carnefici, che documenta come il giovane jogger Afroamericano sia stato braccato in pickup da tre uomini bianchi che gli hanno poi sparato a bruciapelo perché ritenevano sospetto il suo fare.
Ma il sollievo con cui è il verdetto è stato accolto non solo dai famigliari, ma dall'America civile e dagli Afroamericani che hanno seguito il processo col fiato sospeso, dà la misura della trepidazione con cui il paese affronta ancora fantasmi profondamente radicati ed agitati negli ultimi anni dalla recrudescenza razzista.
Il verdetto Arbery è giunto infatti un paio di giorni appena dopo quello che ha assolto Kyle Rittenhouse, il vigilante adolescente che ha ammazzato due manifestanti anti razzisti in Wisconsin dopo essersi autonominato difensore di Kenosha e recatosi a "pattugliare" quella città del Wisconsin imbracciando un AR 15.
Quella sentenza è stata osannata dalla destra suprematista che ha fatto del ragazzo un simulacro di una "autodifesa armata" che oggi viene apparentemente sancita dai tribunali (come lo sarebbe in tutta probabilità dalla Corte Suprema blindata dai togati a vita istallati da Trump). È un filone che anche senza voler ricorrere a stereotipi rimanda inevitabilmente al retaggio di violenza sommaria del paese fondato su individualismo, schiavismo e pulizia etnica.
Il verdetto Arbery - come aveva fatto qualche mese fa la condanna del poliziotto assassino di George Floyd - costituisce una rara incrinatura della pretesa di impunità bianca che fino ad oggi è stata la norma. Senza scomodare complessi di superiorità che i sovranismi sdoganati nella fortezza Europa rendono a oggi vieppiù ingiustificati, sono avvenimenti che in America hanno un'immediatezza che rimanda ad una storia razziale antica e recente che il nazional populismo ha pericolosamente rimestato.
Parallelamente ai verdetti a sfondo politico-razziale (fra cui bisogna annoverare anche quello civile contro i neo nazisti organizzatori della mortifera manifestazione di Charlottesville, condannati martedì a risarcirne le vittime), la scorsa settimana ha registrato anche casi clamorosi di "errori" giudiziari.
Prima lo scagionamento dei due uomini falsamente accusati dell'assassinio di Malcolm X, Muhammad Aziz e Khalil Islam che hanno entrambi scontato pene di decenni in prigione. Pochi giorni dopo è stato rimesso in libertà Kevin Strickland, scagionato 43 anni dopo la falsa condanna per omicidio che la polizia di St Louis gli aveva cucito addosso quando era 22enne.
In questi casi si ravvisa la trama un vecchio film, la replica permanente in cui le vittime che di rado vengono liberate dopo decenni trascorsi ingiustamente in galera, o più spesso continuano a marcirvi, hanno sempre lo stesso colore di pelle. Frequentemente, come per Khalil Islam nel caso Malcolm X, la sentenza che lo scagiona arriva solo postuma.
Dal 1989 l'Innocence Project, un consorzio di avvocati volontari e studenti di legge, lavora per il riesame dei casi mediante analisi sul Dna dei condannati, molti dei quali, spesso a meno di 21 anni di età, erano stati indotti a firmare confessioni imposte dalla polizia.
Ad oggi in 37 stati americani 375 detenuti sono stati scagionati - in media avevano trascorso in prigione 14 anni, e 21di questi si trovavano nel braccio della morte. L'ultimo e più inquietante dato conferma una tragica e accettata verità: negli Stati uniti un numero imprecisato ma sicuramente consistente di innocenti sono stati, e vengono tuttora, messi a morte.
Non si tratta quindi di occasionali "errori" ma di un problema sistemico dall'innegabile sfondo razziale: il 60% dei casi riesaminati ha riguardato afroamericani (mentre nella popolazione generale i neri costituiscono poco più del 10%). Protagonisti e martiri di una storia al contempo secolare e sempre attuale dai linciati del "Jim Crow" ad Emmett Till alle Pantere Nere uccise o rinchiuse dal programma Cointepro del FBI (ricordo l'uscita di prigione dopo 27 anni di Geronimo Pratt giovane dirigente delle Pantere di Los Angeles quando venne incastrato da una testimonianza procurata dalla polizia nel 1972).
E poi di volta in volta i Groveland four, i Central Park five...le storie che scandiscono l'ingiustizia sedimentata come sistema. Questa è la storia che oggi non solo la destra ma anche molti "moderati" chiedono di non riesumare o magari insegnare per non turbare la pace (e gli fanno eco le controparti che in Europa si ergono a paladini della cultura occidentale contro la correttezza politica multiculturale). La storia invece è ineludibile - ma non irripetibile, come conferma in qualche modo il "rapporto sullo stato globale della democrazia" pubblicato sempre questa settimana da International Institute for Democracy and Electoral assistance di Stoccolma che ha per la prima volta inserito gli Stati uniti fra i paesi caratterizzati da una "regressione democratica," specificamente in virtù delle manovre repubblicane volte a consolidare il potere di minoranza mediante la soppressione e l'inibizione del voto di Neri e minoranze - adattamento odierno delle operazioni messe in campo dal Sud segregazionismo per mantenere l'apartheid per un secolo dopo la fine della guerra civile.
La Repubblica, 28 novembre 2021
Per il suo rilascio si erano mobilitati dieci ambasciatori europei e gli Stati Uniti. Osman Kavala resta in carcere, così ha deciso venerdì un tribunale turco estendendo la detenzione del filantropo la cui reclusione ha rischiato di scatenare una crisi diplomatica tra la Turchia e gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali.
Kavala è in carcere in attesa di processo da più di quattro anni: molti in Turchia lo considerano un perseguitato politico di Ankara. "Questo processo è l'ennesimo episodio sfacciato dell'incessante persecuzione politica per la quale la Corte europea ha condannato la Turchia", ha affermato Nils Muiznieks, direttore per l'Europa di Amnesty International. "Quando uno stato mostra tale disprezzo per i suoi obblighi ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, il Consiglio d'Europa deve agire e avviare una procedura di infrazione".
Il Consiglio d'Europa aveva avvertito la Turchia a settembre che avrebbe avviato procedimenti a carico del Paese se Kavala non fosse stato rilasciato. Il processo potrebbe portare alla sospensione dell'adesione o dei diritti di voto della Turchia, isolando ulteriormente Ankara e minacciando il rapporto con l'Europa.
Gli ambasciatori di 10 Paesi, tra cui Stati Uniti, Germania e Francia, il mese scorso avevano chiesto l'immediato rilascio di Kavala in linea con una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 2019. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di espellere gli ambasciatori prima di fare marcia indietro. Le decisioni della Corte europea sono vincolanti per i suoi membri e due anni fa la Corte aveva chiesto il rilascio di Kavala in attesa del processo, affermando che la sua detenzione non era supportata da prove di un reato.
Kavala, 64 anni, è accusato di aver finanziato le proteste anti-governative del 2013 a Getzi Park e di aver contribuito a orchestrare un tentativo di colpo di stato tre anni dopo. Ha sempre negato le accuse, che comportano l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale: Kavala non ha partecipato all'udienza di venerdì presso l'Alta Corte Penale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 novembre 2021
I detenuti continuano a suicidarsi. L'ultimo è avvenuto nel carcere Torre del Gallo di Pavia. Parliamo di un 46enne che stava scontando una pena a 5 anni e 4 mesi di reclusione per violenze e maltrattamenti. Si trovava in isolamento nel reparto protetti, dopo essere rientrato nella casa circondariale in seguito a una visita in ospedale. L'uomo si è suicidato con un lenzuolo annodato, approfittando proprio del suo stato di solitudine in cella e di un momento di mancanza di sorveglianza.
di Enrico Ferro
La Repubblica, 27 novembre 2021
Oggi la raccolta di cibo a lunga conservazione che sarà poi distribuito alle associazioni che sostengono quasi 1.700.000 persone. Venticinque anni di vita e 170 mila tonnellate di cibo distribuite alle persone in difficoltà. Si potrebbero citare anche gli 11 mila supermercati coinvolti o i 145 mila volontari, ma non sono i numeri il tesoro di Fondazione Banco Alimentare. Il patrimonio di questa realtà con ramificazioni in tutta Italia è l'onda di generosità che si genera ormai da cinque lustri e che prende forma in questo straordinario moto di altruismo che è la Giornata nazionale della Colletta alimentare. Fare del bene per chi ha poco. In questo meccanismo virtuoso è stato coinvolto anche chi ha meno delle persone stesse da aiutare: i carcerati. Il debutto è stato nel 2010 a San Vittore, Opera e Monza, ma poi l'esperienza si è diffusa fino a coinvolgere diversi istituti di pena in tutta Italia, con centinaia di detenuti che sperimentano l'educazione alla gratuità.
di Andrea Valesini
L'Eco di Bergamo, 27 novembre 2021
In Italia attualmente ci sono 29 bambini da zero a sei anni che non stanno crescendo tra le mura protettive di una casa, ma in un carcere, figli di donne che scontano una pena. Sono mamme che hanno rotto i rapporti con i parenti a cui potrebbero affidare la prole o che per scelta preferiscono tenere i piccoli con loro, in anni decisivi per la formazione del legame affettivo con i figli.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 novembre 2021
Intervista al vicepresidente del Csm David Ermini: "È il segnale di cambiamento e di cesura che i cittadini si aspettano. Giusto l'appello di Mattarella". A pochi giorni dal monito del Capo dello Stato in merito alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario, oggi raccogliamo il pensiero del vicepresidente del Csm David Ermini il quale, commentando la reazione che le correnti dell'Anm hanno espresso su questo giornale al discorso di Mattarella, ci dice causticamente: "Penso che l'unica trincea che vada difesa sia il principio dell'indipendenza e autonomia della magistratura quale condizione essenziale e irrinunciabile per un ordinamento autenticamente democratico".
Su uno degli snodi cruciali della riforma, ossia le valutazioni di professionalità dei magistrati, aggiunge: "Ho sempre pensato, ma la mia è un'opinione del tutto personale, che la valutazione di professionalità dovrebbe prevedere controlli sulla qualità e sulla tenuta dei provvedimenti". Ritiene infine che "la normativa sui fuori ruolo possa essere rivista, peraltro sarebbe opportuno ricorrere anche a figure diverse come gli avvocati nei diversi ruoli dell'amministrazione".
Vice presidente, lei ha l'impressione che le parole del Capo dello Stato Sergio Mattarella alla Scuola superiore della magistratura abbiano evitato un compromesso al ribasso, sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario? Ritiene cioè che sia stato un messaggio decisivo inviato alla politica e alla stessa magistratura per indirizzarle verso una ambiziosa riforma?
Le parole del Presidente della Repubblica sono importanti e come sempre puntuali. La riforma del Csm fa parte del pacchetto delle riforme della giustizia che servono per il Pnrr, ma ha anche una valenza per segnare una cesura tra un passato che non può essere dimenticato e un futuro di credibilità e autorevolezza della magistratura. La riforma del Csm è il segnale di cambiamento che i cittadini si aspettano.
Ieri sul nostro giornale abbiamo raccolto le reazioni di varie correnti dell'Anm alle parole del Presidente Mattarella. Che chiave di lettura ne dà? Crede che la magistratura ancora voglia difendere alcune trincee?
L'Anm è una associazione di categoria che svolge, pur sempre, le funzioni di una associazione. Il Csm è un organo di rilievo costituzionale che ha il compito di governo autonomo della magistratura. Sono due piani completamente diversi. Io dico solo che i magistrati hanno oggi l'opportunità, anche alla luce delle riforme della giustizia civile e penale che auspicabilmente ridurranno i tempi dei processi, di risintonizzarsi con la collettività, e penso che l'unica trincea che vada difesa sia il principio dell'indipendenza e autonomia della magistratura quale condizione essenziale e irrinunciabile per un ordinamento autenticamente democratico.
Come giudica il silenzio della politica nei confronti del discorso del Presidente Mattarella? Potrebbe celare il timore dei partiti di affrontare una riforma che dovrebbe avere una valenza epocale?
Io non giudico il comportamento della politica, chiedo solo, come ormai faccio da più di due anni, che la riforma venga approvata in tempo utile per il rinnovo del Consiglio sulla base di nuove regole. Considerato che prima bisognerà anche provvedere alla modifica dei regolamenti interni, è evidente che ormai stiamo entrando in zona Cesarini. Le parole del Capo dello Stato sono inequivocabili: il rischio che il prossimo Consiglio sia eletto con le attuali regole è semplicemente inaccettabile.
Dal Governo ancora non arrivano proposte di riforma concrete su Csm e ordinamento giudiziario. Ricordiamo che a maggio è stato reso noto il lavoro della Commissione Luciani e ci sono state quindi un paio di interlocuzioni con i partiti da parte della ministra Cartabia. Poi nulla più. La magistratura associata teme che alla fine si farà in fretta e male, come è avvenuto per la riforma del processo penale. Condivide questa preoccupazione?
In realtà il Consiglio superiore ha già dato il proprio parere sulla proposta di riforma dell'ordinamento giudiziario all'esame della Camera, non appena saranno presentati i nuovi emendamenti provvederemo a dare il nostro contributo tecnico anche su questi. Io penso che ci sia stato sufficiente tempo per elaborare soluzioni proficue e condivise. E tuttavia, mai dimenticarlo, la riforma è essenziale e indispensabile, ma nessuna riforma può avere successo senza un profondo rinnovamento culturale e morale a cui sono chiamati tutti i magistrati.
Un nodo cruciale della riforma riguarda le valutazioni di professionalità dei magistrati. A chiederne la modifica non è solo il centrodestra, ma anche il Partito democratico insieme all'Unione delle Camere penali. Qual è il suo parere in merito?
Sono già intervenuto durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario chiedendo la modifica della normativa sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Nelle proposte della commissione Luciani vi sono interessanti innovazioni, vedremo quello che sarà presentato in Parlamento. Io ho sempre pensato, ma la mia è un'opinione del tutto personale, che la valutazione di professionalità dovrebbe prevedere controlli sulla qualità e sulla tenuta dei provvedimenti, in modo da consentire la necessaria valorizzazione del merito e del rilievo delle attitudini nei giudizi.
In un dibattito pubblico organizzato dal Dubbio abbiamo messo a confronto il presidente dell'Unione Camere penali, Caiazza, con il segretario di Area, Albamonte, anche sul tema dei magistrati fuori ruolo. Per il primo deve finire il distacco, soprattutto presso gli uffici legislativi di via Arenula, per il secondo si potrebbe pensare invece di aprire le porte agli avvocati. Qual è il suo pensiero in merito?
Io ritengo che la normativa sui fuori ruolo possa essere rivista, peraltro sarebbe opportuno ricorrere anche a figure diverse come gli avvocati nei diversi ruoli dell'amministrazione. Non dimentichiamo però che per alcune funzioni è la legge che richiede un magistrato. Osservo poi, e non è infrequente, che a chiedere al Csm di avere magistrati nei ministeri o in commissioni parlamentari sono proprio il governo e il Parlamento.
Il recepimento della direttiva europea sulla presunzione d'innocenza, a suo parere, riuscirà a frenare gli eccessi di protagonismo di alcuni magistrati?
Qualche anno fa il presidente Mattarella disse che la toga non è un abito di scena: è il miglior monito contro gli eccessi di protagonismo. Dai magistrati i cittadini si aspettano professionalità, dedizione, sobrietà, autorevolezza e imparzialità. Ben vengano le regole, ma anche qui vale il discorso che rifuggire dai protagonismi deve innanzitutto essere una forma mentale di ogni magistrato. Ritengo però che una buona parte di colpa ce l'hanno anche i media. Il protagonismo è direttamente proporzionale alla spettacolarizzazione della giustizia. Vorrei che lo stesso senso di responsabilità che si chiede ai magistrati lo si chieda anche ai giornalisti.
di Rosario Russo*
Il Dubbio, 27 novembre 2021
Poiché le lungaggini dei processi erano oggettivamente insostenibili, anche i giudici accettarono perfino di preferire la celeritas alla iustitia e di avallare riforme volte a contenere la domanda di giustizia, dimenticando che la Giustizia non produce frigoriferi.
"L'errore italiano è stato quello di dire sempre: "Aspettiamo le sentenze". Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo" (Camillo Davigo).
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 novembre 2021
Il decreto che attua la direttiva Ue finirà per favorire il "mercato nero" delle notizie che vorrebbe stroncare. "Stop alla giustizia-show dei pm": viene spacciata così l'attuazione governativa della direttiva 2016/343 del Parlamento europeo del 9 marzo 2016 sul "rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza".
- Toghe rosse spaccate: guerra di liste tra Md e Area
- La videoripresa di azioni non comunicative è atto d'indagine diverso dalle intercettazioni
- Guerra alle cosche, il fronte si sposta al Nord
- Firenze. Io, cappellano di Sollicciano, dico: non dimentichiamo chi vive e muore in carcere
- Diversa qualificazione del fatto ma stessa notizia di reato, ammesso l'uso delle intercettazioni









