di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 27 novembre 2021
Giustizia. Dopo tredici anni Magistratura democratica correrà autonomamente alle prossime elezioni per le sezioni Anm di Roma e Napoli. È l'esito di una frattura a sinistra di vecchia data, approfondita dal caso Palamara. Un segnale in vista del prossimo Csm, ma anche una conseguenza del sistema elettorale.
La magistratura di sinistra si divide. Alle prossime elezioni per le giunte esecutive sezionali dell'Associazione magistrati, a Napoli e a Roma, ci saranno liste contrapposte delle toghe progressiste: Area Democratica per la giustizia contro Md. La prima è stata per sette anni "il gruppo dei gruppi", la sigla che ha riunito la storica corrente di sinistra Magistratura democratica con i "verdi" dei Movimenti e alla quale Md ha delegato la rappresentanza nel Csm e nell'Anm.
La seconda, la corrente, nell'ultimo congresso di Firenze ha deciso di riprendersi la sua autonomia dopo un periodo di difficoltà culminato, esattamente un anno fa, in clamorose dimissioni di una parte del gruppo dirigente di Area da Md. Al fondo la convinzione degli ultimi gruppi dirigenti di Magistratura democratica che vada recuperata una radicalità nella critica della giurisdizione e dell'organizzazione della giustizia che, spiegano, negli ultimi anni si è persa.
Area nel congresso di Cagliari, a settembre, ha deciso di chiudere l'associazione ai gruppi organizzati, consentendo solo adesioni di singoli. Reazione obbligata, dicono, alla decisione di Md di non affidare più la rappresentanza ad Area: "Abbiamo adeguato lo statuto alle realtà dei fatti". La cesura definitiva potrebbe essere il divieto di doppia iscrizione, che non è dietro l'angolo tanto che in queste elezioni ci sono candidati di Area iscritti a Md (che si candidano contro Md) e candidati di Md iscritti ad Area (che si candidano contro Area). Da molto tempo ormai il lavoro associativo si è divaricato, i magistrati progressisti si impegnano o in Area o in Md. L'elemento scatenante delle tensioni è stato, anche qui, l'esplosione della questione morale nel Csm. Dopo il caso Palamara le toghe di sinistra - i cui rappresentanti non sono rimasti fuori dalla valanga di intercettazioni raccolte dal trojan - si sono divise sul grado di rinnovamento necessario per salvare l'associazionismo giudiziario. La critica delle degenerazioni, per Md avrebbe dovuto essere ancor di più un'autocritica.
La spaccatura di Napoli e Roma prelude logicamente a una corsa separata delle "toghe rosse" alle elezioni di luglio 2022 per il Csm. Ma non è detto, visto che il sistema elettorale cambierà certamente e ancora non si sa in quale direzione. Le fratture in vista del voto, persino questa che non si vedeva da tredici anni, si spiegano anche con le leggi elettorali. Per le giunte esecutive di sezione si vota con il proporzionale puro: un invito a marciare divisi e massimizzare i consensi. A patto che poi si riesca a colpire uniti, come in effetti non escludono i rappresentanti delle due parti. "L'importante è l'azione concreta nell'Anm e nel Csm, la base culturale è comune e comuni sono le differenze che sentiamo rispetto agli altri gruppi, il percorso unitario si può riprendere oltre la guerra di sigle", dice Eugenio Albamonte, segretario di Area. "La nostra proposta di alleanza elettorale è stata respinta, ma non mancheremo l'obiettivo di coltivare un'alleanza strategica che garantisca adeguata rappresentanza a tutta la magistratura progressista", dice Stefano Musolino, segretario di Md.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2021
Non va autorizzato dal giudice al pari di appostamenti di polizia e non viola il domicilio se registra solo spazi esposti al pubblico di un edificio. La videoripresa di comportamenti non comunicativi è prova atipica nel processo e ad essa non si applica il regime "garantista" delle intercettazioni. La registrazione non captativa dello scambio di messaggi tra le persone inquadrate non contrasta né con l'inviolabilità del domicilio né con le regole autorizzatorie delle intercettazioni.
La ripresa di comportamenti non comunicativi costituisce prova atipica nel processo e non necessita dell'autorizzazione del giudice delle indagini. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 43609/2021, ha perciò respinto il ricorso che contestava la legittimità della deposizione dell'agente di polizia giudiziaria relativa a delle videoriprese effettuate da edificio adiacente a quello oggetto di indagine.
La Corte sostanzialmente le equipara alla lecita attività di indagine svolta dalla polizia tramite appostamenti. Rientrano cioè nell'autonoma iniziativa degli investigatori, che possono procedervi senza bisogno di essere autorizzati: per cui sottratte alla necessaria autorizzazione da parte del Gip, come previsto per le captazioni delle comunicazioni tra persone nel mirino di un'indagine.
Inoltre, la Cassazione nega la lamentata illegittimità delle videoriprese oggetto del ricorso anche sul piano del rispetto della vita privata e quindi del domicilio su cui ogni individuo ha pieno diritto excludendi verso i terzi. Spiega, infatti, la Cassazione che la videoripresa delle parti esposte al pubblico - anche di quello che possa costituire una privata dimora - non viola il diritto costituzionale posto a tutela del domicilio. Per cui la ripresa del piazzale, delle finestre e delle porte di ingresso di un luogo di lavoro è pienamente legittima anche se si tratta di luogo che garantisce la riservatezza dell'esplicazione di atti della vita privata del titolare.
Nel caso specifico la polizia indagava sull'illecito trattamento e sversamento di rifiuti all'interno di un opificio. La finalità della videoripresa era quella di osservare i movimenti di mezzi e uomini all'esterno dell'opificio. La videocamera era stata piazzata al vertice di un edificio adiacente a quello sotto indagine al fine di superare le barriere poste a escludere la visione dall'esterno. Su tale punto la Cassazione chiarisce che la parte esposta al pubblico - per quanto schermata da barriere architettoniche - non fa assurgere a domicilio i luoghi esterni a un edificio. La necessità di dover posizionare la videocamera sulla sommità di altro edificio - come avvenuto nel caso concreto - non muta la natura dei luoghi come "esposti al pubblico".
Infine, conclude la Cassazione, la videoripresa di comportamenti non comunicativi effettuata dagli investigatori equivale alle riprese delle telecamere posizionate a fini di sicurezza all'esterno di un edificio che hanno registrato i movimenti avvenuti nel suo raggio d'azione e sono acquisibili senza essere state preventivamente autorizzate.
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 27 novembre 2021
Qualche settimana fa, tre operazioni coordinate delle Direzioni distrettuali antimafia di Milano, Firenze e Reggio Calabria hanno portato all'arresto di 104 persone, al sequestro di beni immobili e aziende, nonché al ritrovamento - parte a Gioia Tauro, parte al porto di Livorno - di quasi 1000 chilogrammi di cocaina.
Risultati notevolissimi ma che, fermo restando l'accertamento processuale delle singole responsabilità, suggeriscono una prima amara riflessione: a undici anni dall'indagine Crimine-Infinito (luglio 2010) appare immutato il quadro allora delineato sulla presenza della 'ndrangheta calabrese nel Nord del Paese. Nonostante le condanne inflitte, le centinaia di arresti e di processi che si sono susseguiti, la 'ndrangheta ha continuato a rafforzare la sua presenza nelle regioni settentrionali, soprattutto in Lombardia. Presenza dominante nelle attività illegali - a cominciare dal traffico di stupefacenti, la prima fonte della potenza economica delle mafie - ma significativa anche in quelle legali. È doveroso chiedersi come sia stato possibile.
Un punto fondamentale, confermato da tutte le indagini, sta nella disponibilità di operatori economici e commerciali e di professionisti a entrare in affari con gli 'ndranghetisti, fornendo loro know how (persino in materia di evasione fiscale) e offrendo "facce pulite" dietro cui nascondere la loro presenza.
Questa disponibilità viene talvolta motivata con la necessità di far fronte alle pretese estorsive dei mafiosi, pronti a intervenire là dove le banche negano i finanziamenti. Ma sempre più spesso il collegamento con i criminali deriva unicamente dalla volontà di fare affari, di arricchirsi. Come se mettersi in società con un mafioso fosse una cosa normale e non un'avventura gravida di rischi, come peraltro dimostrano decine di processi. Oltretutto, grazie a queste disponibilità, la 'ndrangheta si rafforza e si espande acquisendo la rete di relazioni economiche, sociali e anche politiche che appartengono a ogni nuovo "socio".
Sono gli stessi malcapitati imprenditori a mettere a verbale che i boss "avevano necessità di soggetti puliti che potessero essere credibili per avere lavoro in Lombardia e, da questo punto di vista, io e... (un altro indagato, n.d.r.) eravamo perfetti, in quanto avevamo contatti sul territorio ed entrambi avevamo rivestito cariche pubbliche. Io avevo anche l'esperienza di funzionario di banca per ottenere fidi e la fiducia del sistema creditizio".
Lo stesso schema si ripete nelle altre regioni del Centro-Nord. La Dda di Firenze ha scoperto che le cosche reggine avevano fatto transitare ingenti quantitativi di cocaina dal porto di Livorno giovandosi della complicità di un dipendente della Compagnia portuali, così come investimenti mafiosi sono stati individuati anche in Toscana, in Umbria e nel Lazio.
L'attività della 'ndrangheta si estende anche oltre confine, per esempio in Svizzera. Un Paese - si ascolta in una intercettazione - in cui conviene stare "perché non c'è il 416 bis" cioè il reato di associazione mafiosa. E infatti un imprenditore intercettato rivela che gli 'ndranghetisti (di cui peraltro è socio), "hanno trasferito grandissima parte della loro attività in modo legale al Nord, dove loro non compaiono più. Hanno i contatti, hanno le cose. Le società sono nel Nord, sono sparse nell'Europa, sono sparse nel mondo. Perché dipende poi dalla quantità di contanti che riescono a mettere insieme".
La preoccupazione per la presenza delle mafie nell'economia legale non può che crescere nel momento in cui si devono investire gli ingenti fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e ci sono molti segnali della volontà delle organizzazioni criminali di acquisirne una parte. Nonostante tutto, però, va ricordato che la situazione nelle altre regioni d'Italia è ben diversa da quella calabrese.
Come ha detto il Procuratore di Milano, nel Nord "le mafie hanno più difficoltà a prendere il controllo, anche politico: ma rischiano di arrivare a prenderlo se non si alza la soglia di allerta". In buona sostanza, i criminali fanno ovunque il loro mestiere e dipenderà solo da noi riprodurre quella sinergia tra forza repressiva dello Stato (che funziona e ottiene risultati), capacità di reazione politica, etica professionale e senso civico espressi da ogni singolo cittadino: la stessa sinergia che ha sconfitto la mafia siciliana delle stragi.
Il Dubbio, 27 novembre 2021
La lettera di denuncia di don Vincenzo Russo dopo l'ultima relazione del Garante dei detenuti: in quel resoconto manca un "bilancio sociale", scrive, che fotografi il disagio reale vissuto ogni giorno in cella.
Gentile direttore, ho letto il resoconto del garante territoriale dei detenuti di Firenze e apprezzato soprattutto lo sforzo di mettere in relazione le varie competenze e le diverse responsabilità istituzionali. Il quadro presentato non è privo di spunti che lasciano trapelare intenzioni e prospettive positive. Ma lo sguardo prospettico, a mio avviso, non può da solo dare senso ad una riflessione approfondita sulle attuali condizioni che le detenute e i detenuti delle strutture fiorentine si trovano a vivere oggi. Si, oggi! Perché è l'oggi che conta più di tutto e che deve essere al centro delle preoccupazioni e degli sforzi delle persone a ciò preposte.
Per questo sono rimasto un po' deluso dalla relazione presentata dal Garante al Consiglio Comunale, ricca di progetti e proposte interessanti, ma nella quale non ho trovato un solo accenno alle specifiche condizioni che i detenuti e le detenute vivono sulla loro pelle. Su questo mi sono trovato più in sintonia con quanto affermato a suo tempo dal Sindaco Nardella quando ha parlato della comunità carceraria come di una comunità "afflitta da impotenza e depressione", e il carcere (di Sollicciano in particolare, più da chiudere che da restaurare). Nella relazione del garante non ci sono notizie sui numeri, le presenze, le provenienze, i reati, le ammissioni alle misure alternative, le recidive. Queste notizie non possono essere secondarie, ma punto di partenza fondamentale per una conoscenza puntuale della realtà di queste strutture.
Una relazione sugli interventi in carcere non può prescindere da una sorta di "bilancio", nella fattispecie un bilancio sociale per avere una fotografia precisa della realtà e di quanto fatto per modificarla, risolverla o quant'altro. Dove incardinare altrimenti progetti credibili e realizzabili? Dalla visita del Sindaco Nardella e dalle sue dichiarazioni drastiche ma pragmatiche nulla è cambiato. Le criticità e le emergenze sono continuate, si sono susseguite senza interventi di sorta, quasi si fosse rassegnati ad un inevitabile decorso negativo. Parlo del caldo asfissiante durante l'estate, del freddo e dell'umido durante gli inverni, del degrado strutturale con crolli e pericoli, dei servizi non funzionanti, della presenza più volte denunciata di cimici ed altri animaletti non proprio salubri. Ma voglio parlare anche e soprattutto dei problemi di salute fisica e psichica, delle detenute e dei detenuti, degli episodi di autolesionismo, delle morti, dei suicidi. Notizia di un giorno e poi più niente.
Voglio parlare delle difficoltà con cui si affronta una malattia in carcere, e non solo quella da Covid. Voglio parlare del disagio dei lavoratori, delle carenze di numero e di possibilità di affiancamento ai detenuti nei loro percorsi di riemersione dall'illegalità verso un ritorno nella società che non sia peggiore dell'andata. Faccio quotidianamente esperienza di tutto questo, come, credo, tutti coloro che con una certa sensibilità sociale entrano e lavorano nelle strutture penitenziarie di questa città. Anche fuori l'aria che si respira non è molto diversa: anche fuori la povertà è crescente, la forbice sociale si allarga, c'è disoccupazione, carenza di cultura, di possibilità, di solidarietà. Ho sempre considerato il carcere come parte ed espressione del territorio, quel che accade "fuori" non è mai tanto diverso da quanto si ritrova "dentro". I problemi del fuori sono sotto gli occhi di tutti, non servono relazioni, basta guardarsi attorno e dentro. E dunque come è possibile che dentro sia tutto così positivo ed avviato a soluzione concreta?
Invidio lo sguardo così ottimista del Garante, ma fatico a condividerlo. Certo non voglio imputare al Garante responsabilità che sono enormemente più estese. Ma preferirei una descrizione più concreta anche se forse meno piacevole. Se non si parte dal concreto non si arriva da nessuna parte, ce lo dice la logica e l'esperienza. Dato il punto di arrivo (di non ritorno come dicono i nostri giovani nelle piazze del mondo) non è una impresa facile. Comunque sia bisognerà cominciare, a piccoli passi, con pazienza e perseveranza, partendo da quanto (poco? Tanto?) realizzato per migliorare, allargare. Questo deve essere l'impegno di tutti ed il mio pensiero va immediatamente alle associazioni, al volontariato, alle imprese, agli artigiani impegnati in questo cammino che non è di solidarietà ma di reciproco sostegno, di reciproco arricchimento, di conoscenze, di energie e di forza.
Tra queste non posso non ricordare quella che insieme a me nella realtà di casa Caciolle dell'Opera Madonnina del Grappa, offre strade alternative a chi sconta una pena o ha espiato la condanna, col lavoro ed il servizio agli altri. A Caciolle proviamo ad esercitare l'arte del vivere sociale nella costruzione di un percorso di formazione e di arricchimento culturale. Una educazione, non, permettetemi, unanime rieducazione, perché non cancelliamo il passato, le esperienze passate delle persone, anzi le vogliamo valorizzare facendole diventare un unicum di realizzazione piena. Con piccoli gesti e passaggi quotidiani si prova a riedificare quanto, sovente, è stato distrutto dalle condizioni vissute in carcere,
Vincenzo Russo, Cappellano della casa circondariale Sollicciano di Firenze
di Pasquale Annicchiarico*
Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2021
Con la sentenza n. 36353 depositata il 7 ottobre 2021, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione si è nuovamente pronunciata sulla dibattuta vicenda dell'inutilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi.
In particolare, tale recente pronuncia degli Ermellini ha inteso chiarire che "i risultati delle captazioni disposte nell'ambito di un procedimento non possono essere utilizzati in procedimenti diversi, tali dovendo intendersi quelli instaurati in relazione ad una notizia di reato che deriva da un fatto storicamente diverso da quello oggetto dell'indagine nel corso della quale il mezzo di ricerca della prova sia stato autorizzato, anche se tale fatto è emerso dalle stesse intercettazioni, salvo che tra i fatti-reato, nonostante la differenza storica, sussista una connessione ex art. 12 c.p.p. o, comunque, un collegamento ex art. 371, comma 2, lett. b) e c), c.p.p., sotto il profilo oggettivo, probatorio e finalistico, che vale a ricondurre ad unitarietà i procedimenti".
L'utilizzo è invece ammesso invece quando i procedimenti a carico dell'indagato nascono da una stessa notizia di reato, e ciò che muta è esclusivamente la diversa qualificazione giuridica del fatto. Nel caso di specie, il ricorrente deduceva vizio di violazione di legge con riguardo all'inutilizzabilità delle intercettazioni, anche in considerazione di quanto recentemente statuito dalla nota sentenza delle Sezioni Unite n. 51 del 2020.
Nello specifico, la difesa osservava che le intercettazioni erano state autorizzate nel procedimento presso la D.D.A. di Trento per i reati di cui all'art. 416 bis c.p. e di contrabbando, e successivamente gli atti erano stati trasmessi per competenza alla Procura di Bolzano, che apriva un nuovo fascicolo per altro reato (art. 416 c.p.).
L'insussistenza dell'iniziale reato ipotizzato (art. 416 bis c.p.), secondo la tesi difensiva, farebbe venir meno il presupposto della connessione, ed inoltre i reati contestati non avrebbero permesso l'arresto obbligatorio in flagranza.
Secondo i giudici di legittimità, il ricorso non meritava accoglimento, in quanto la notizia di reato (nonché i fatti) erano gli stessi sia per il procedimento iniziato dalla D.D.A. di Trento (per la ipotizzabilità del reato ex art. 416 bis c.p.) e sia per il procedimento poi proseguito dalla Procura della Repubblica di Bolzano dopo la trasmissione degli atti da parte della D.D.A. di Trento. Trattandosi di un procedimento unico, non trovava dunque applicazione l'art. 270 c.p.p. come interpretato dalla citata sentenza delle Sezioni Unite, che individua l'inutilizzabilità delle intercettazioni "in procedimenti diversi". Di fatto, i due procedimenti in oggetto nascevano da una stessa notizia di reato, e ciò che era mutato, secondo la Suprema Corte, era solo la diversa qualificazione giuridica del fatto associativo.
di Alessandro Venticinque
lavocealessandrina.it, 27 novembre 2021
La dottoressa Elena Lombardi Vallauri, 54 anni, dal dicembre 2017 è direttrice delle due carceri alessandrine, casa circondariale "Cantiello e Gaeta" (detta anche "Don Soria") e casa di reclusione "San Michele". La pandemia ha cambiato radicalmente il mondo esterno, e inevitabilmente ha cambiato la vita anche di chi sta "dentro". Un'emergenza dentro l'emergenza, che va sommata alle difficoltà esistenti già prima del Covid. Oggi, mentre il periodo più brutto sembra essere passato, gli istituti penitenziari, stanchi e a corto di "ossigeno", provano a ripartire.
Dottoressa Vallauri, le nostre carceri come hanno vissuto l'emergenza Covid?
"Veniamo da periodi difficili, la pandemia è stata una prova molto dura, imprevista e preoccupante, che ha stravolto completamente tutte le procedure del carcere. Tutte, dalla prima all'ultima. Dalla sicurezza, sanitaria e di ordine, alla possibilità di ricevere persone dall'esterno, per le diverse attività, fino alla impossibilità di incontrare i familiari. Questa è una delle cose a cui tengono di più, mantenere i rapporti con la propria famiglia è necessario nel percorso di reinserimento. Era tanta la preoccupazione dei detenuti, ma anche di tutti noi, dagli operatori al personale, perché nessuno sapeva nulla di questa malattia".
Oggi, invece?
"Direi che gli istituti sono "stanchi", sia per quello che hanno dovuto affrontare, sia per questa limitazione che c'è e continua a pesare sulla quotidianità e anche sulle prospettive. Il personale e i detenuti hanno aderito alla campagna vaccinale, compattamente, e si spera di ritornare alla normalità. Sono veramente pochi coloro che non hanno accettato di vaccinarsi, ma questo non condiziona la vita di ciascuno di noi. Condizionano ancora le norme sul distanziamento, le mascherine, le procedure di sanificazione. Ma a questo un po' di abitudine l'abbiamo fatta".
Durante l'emergenza sanitaria ci sono state anche diverse proteste all'interno dei nostri istituti...
"Ci sono state delle proteste, e anche forti, ad Alessandria. Momenti difficili e tristi, per quanto mi riguarda, generati dalla paura, scomposta, senza razionalità, per l'arrivo di una pandemia sconosciuta. Rivedendoli, alla luce del tempo che è passato, sono eventi molto tristi, dove è emersa questa rabbia, che è comprensibile ma che non ha risolto il problema pandemico. Dobbiamo pensare che l'esplosione del Covid è stata scioccante per tutti all'esterno, ma lo è stata ancora di più per chi vive in un ambiente chiuso come il carcere".
Dopo queste proteste si è tornati a parlare di sovraffollamento. Nelle carceri italiane sono recluse poco più di 53 mila persone, a fronte di una capienza di 47.445. Ad Alessandria quali sono i dati?
"Qui per fortuna non c'è questo problema. Negli ultimi due anni i numeri sono molto diminuiti. Contiamo circa 500 persone, nel complesso dei due istituti: 200 al Don Soria e 300 a San Michele".
Solo nel 2020, in Italia, si contano 62 detenuti che si sono tolti la vita in carcere, uno dei numeri più alti degli ultimi 20 anni. Nel 2021 siamo a 48 (fonte: ristretti.it). Sono numeri complessi da comprendere...
"È difficile dare una lettura generalizzata per eventi individuali. Immagino che la disperazione che coglie l'individuo non possa che essere aggravata da ciò che vede intorno a sé. Il carcere è un luogo a rischio, lo sappiamo. Uno degli aspetti di maggiore impegno, da parte dell'amministrazione e del personale, è intercettare e cogliere questo disagio, per prevenire affinché la disperazione non abbia il sopravvento. E poi occorrerebbe pensare, all'interno del percorso del detenuto, anche a una rete sanitaria di supporto".
Queste per voi sono sconfitte?
"Io non faccio questo lavoro con l'idea di vincere o di perdere. Chi fa questo mestiere è qui per dare delle opportunità, ma siamo essere umani e non siamo sempre così bravi a cambiare e migliorare. E, soprattutto, è difficile dare una svolta a determinate storie di vita, con ambienti e contesti particolari. Sarebbe fin troppo presuntuoso... Certamente, mi domando se avremmo potuto fare di più e come si poteva intervenite in modo diverso. Ma i bisogni sono tanti, servirebbe un accompagnamento personalizzato, attento e curato".
Dottoressa, a fine ottobre sono state depositate in Cassazione 630 mila firme per un referendum sulla depenalizzazione della cannabis, che renderebbe legale la coltivazione per uso personale eliminando tutte le pene detentive, a eccezione dei casi riferibili ad associazioni finalizzate al traffico illecito. Secondo i dati di cui disponiamo, il 35% dei detenuti è "dentro" per reati legati alla droga. Depenalizzandola si svuoterebbero le carceri?
"Svuotare non lo so, ma sicuramente si alleggerirebbe la situazione. Lavorare in sovraffollamento rende tutto sempre più difficile: non si ha spazio, si è sempre con qualcuno che ti pesta i piedi. Il tutto amplificato anche dalla pandemia. Non mi permetto di prendere una posizione... penso che negli istituti penitenziari ci debbano stare coloro per i quali la carcerazione ha una utilità. Il mio desiderio è che, per le persone che mi sono affidate, il carcere diventi un'occasione, una sanzione che porti a un rinnovamento, un'occasione concreta di provare a mettersi in gioco. In un altro modo".
Secondo il "Libro Bianco sulle droghe", oltre il 36% di chi entra in carcere è consumatore problematico di sostanze. Mentre si parla di 16.934 detenuti "tossicodipendenti", pari circa al 27% del totale...
"Un numero molto alto... Sicuramente sono tanti i detenuti che hanno problemi di tossicodipendenza, difficili da affrontare in carcere. Spesso queste persone hanno reati di spaccio, accompagnati da altri reati connessi a questo stile di vita. Il carcere, però, non è attrezzato adeguatamente per gestire queste situazioni. Si devono pensare percorsi differenti, aiutati da un supporto medico e psichiatrico, per portare risultati positivi. Questo aspetto chiaramente condiziona anche la partecipazione alle attività del carcere: spesso l'astinenza porta al malessere, e appiattisce tutti gli altri stimoli".
L'Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa a costruire carceri. Perché?
"A vederla in modo ottimistico, possiamo pensare che lo Stato italiano abbia intenzione di intervenire con misure alternative, dando la risposta giusta in base al bisogno della persona. Sicuramente il sovraffollamento è determinante, in negativo, sulla qualità del nostro lavoro. Quale sia lo strumento per farlo bene, è complesso da dire. Occorrerebbe capire quali e quante sono le risorse che lo Stato ha a disposizione per operare con qualità. Non è una questione solo di numeri e spazi".
Le vostre attività come sono cambiate con il Covid?
"Per molti il carcere è un luogo di rinascita. E svolgere queste attività, oltre al recupero di queste persone, vuol dire anche dar loro un futuro. Durante i mesi più duri della pandemia è andata avanti la scuola, con tutte le sue difficoltà. Il forno e la falegnameria hanno continuato a funzionare, con interventi organizzativi e sugli spazi per cautelare la salute di tutti. Poi, riducendo le visite dei familiari, è nata la possibilità di attivare i collegamenti in video. Questo ha consentito a persone che hanno i parenti lontani di vedersi anche dopo anni. Mi hanno raccontato di momenti davvero commoventi. Non hanno mai smesso di aiutarci le associazioni di volontariato e tutte le risorse "esterne". La rete non si è mai interrotta, hanno continuato a starci vicini, anche distanti eravamo presenti l'uno all'altro. La pandemia non ha creato fratture ma ha unito ancora di più. Adesso, con le misure di distanziamento, le attività stanno riprendendo tutte. Spero che la gestione dei problemi collettivi sia meno pressante e consenta di concentrare più energie sui bisogni dei singoli, operatori e persone detenute".
Un augurio, da qui ai prossimi anni, per le nostre carceri...
"L'augurio è che si possa lavorare sempre meglio. Se c'è una cosa che il carcere deve fare è migliorare, ogni giorno di più, la propria qualità".
Cosa vuol dire per lei fare questo lavoro?
"Vuol dire cercare di dare il mio contributo a questa società, provare a essere utile dando un'opportunità a chi la vuole cogliere. Personalmente sono piena di speranze. Credo nelle persone, nella loro debolezza e, soprattutto, nella loro forza di ricominciare da zero. Anche quando farlo sembra impossibile".
Il Mattino, 27 novembre 2021
"Siamo stati al padiglione Milano - primo piano - per farci raccontare come sono andate le cose durante l'ora d'aria dell'altro giorno. Due detenuti stranieri di 34 anni e di 23 anni, tossicodipendenti e con problemi psichici, durante il passeggio hanno scatenato una rissa con coltelli rudimentali, causando ferite a tre detenuti. I detenuti incontrati al Milano, presenti in celle da otto e nove persone e ambienti socio-sanitari raccapriccianti, ci hanno raccontato che non si è trattato di una rissa tra bande criminali, quanto piuttosto di un episodio dovuto alla mancanza di ambienti di socialità, all'insofferenza per i ritardi nelle decisioni della magistratura, ai problemi connessi al Covid.
Il sovraffollamento mette a serio rischio ogni ipotesi di attività trattamentale finalizzata al recupero dei detenuti. Abbiamo visto anche uno dei due detenuti in questione che veniva medicato in infermeria perchè si era procurato dei tagli con forme di autolesionismo nella giornata di ieri". Così il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello e quello di Napoli Pietro Ioia all'uscita del carcere di Poggioreale. I due garanti sono stati, poi, al reparto Firenze, sia per incontrare delle volontarie che hanno promosso un corso settimanale di giovedì, dal titolo Libera-mente, sia per incontrare una delegazione di detenuti. Anche al Firenze, che è un reparto di detenuti che per la prima volta entrano in carcere, ci sono celle da nove e dieci.
Ciambriello e Ioia così concludono: "A Poggioreale mancano agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, psichiatri, mediatori culturali e linguistici. I detenuti immigrati che entrano per la prima volta in istituto, vengono mandati in padiglioni con reclusi recidivi. Dall'inizio dell'anno ci sono stati 185 atti di autolesionismo, 15 tentativi di suicidio sventati prontamente dagli agenti di Polizia penitenziaria, un suicidio e 132 colluttazioni. I sindacati di polizia dicono che Poggioreale è una pentola a pressione, noi aggiungiamo che è una polveriera con miccia corta. Il governo e il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria devono intervenire, così come la politica che vive - ad oggi - un distanziamento carcerario".
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 27 novembre 2021
Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, fa sapere di aver inviato alla Procura di Modena la lettera (anticipata dalla Gazzetta) che gli aveva mandato un detenuto straniero raccontando scene di brutalità e violenza gratuita subite dopo la rivolta di Sant'Anna avvenuta l'8 marzo 2020 e terminata con la morte di nove detenuti (ufficialmente per overdose). Il manoscritto parlava esplicitamente di fatti molto gravi.
Il detenuto, allora trasferito altrove, si esprimeva in questi termini: "Siamo stati ammazzati di botte". "La più grande macelleria che ho visto nella mia vita". Raccontava di essere stato denudato e messo contro il muro a gambe allargate e bastonato senza motivo.
"Mi hanno picchiato con pugni e calci vicino al muro e tenuto su col manganello alla gola. Sputavo sangue dalla bocca". Anche nel nuovo carcere dopo il trasferimento lamentava di aver subito soprusi di ogni genere. Denunciava anche il fatto che a Modena gli erano stati presi in consegna soldi e preziosi che non gli sono mai stati restituiti.
Il Garante ha chiesto alla direzione di Sant'Anna di far luce sulla scomparsa di questi effetti personali di valore. Intanto ha inviato la lettera del detenuto in Procura. Lettera che si aggiunge alla denuncia firmata dai cinque detenuti e ad altre testimonianze di pestaggi di detenuti estranei alla rivolta ora la vaglio delle pm Francesca Graziano e Lucia De Santis, titolari delle indagini.
La Repubblica, 27 novembre 2021
"Ecco perché anche per noi è importante aiutare chi sta fuori e soffre". La raccolta fondi dei detenuti di Opera: "L'aiuto è una moneta corrente "dentro" e la Colletta che orienta a farlo anche per "fuori" è solo un'altra occasione".
Ha un senso proporre la Colletta Alimentare in carcere? Anche quest'anno l'associazione Incontro e Presenza chiede ai detenuti, che hanno già i loro guai, di fare la spesa per aiutare i poveri. Può sembrare una proposta folle: chi è "fuori" è immensamente più ricco di chi vive "dentro", se non altro perché gode della libertà.
Dunque, perché aiutarlo? È proprio ciò che mi ha detto qualcuno dei miei compagni che mi vedeva appendere in bacheca la locandina con l'invito a partecipare alla Colletta. Lì per lì ho dato risposte generiche ricordando che c'è sempre chi sta peggio, che "fuori" esistono persone che muoiono di fame, che il Covid ha peggiorato la situazione, eccetera. Ma non nascondo che quei commenti mi hanno amareggiato.
Nella società comoda e benestante del mondo di oggi - almeno in Occidente - sembra che sempre più si affermi un silenzioso pensiero per cui la compassione non c'è più. Sembra morta la capacità di farsi carico del dolore altrui, di accorgersi della sofferenza se non è la nostra: non si "compatisce", che vuole dire proprio sentire il dolore altrui come nostro. Questa qualità degli esseri umani viene dileggiata e bollata come buonismo. La solidarietà o quello che una volta si chiamava "mutuo soccorso" ed era un sostenersi a vicenda, si è trasformata nel cercare di stare bene da soli, senza gli altri e addirittura contro gli altri.
Ma a guardar bene, in carcere la situazione è differente. Nella realtà le persone si aiutano molto dentro queste mura: è difficile che uno sia abbandonato. C'è un gran cucinare per chi non sa o non può farlo; ci si presta o regala scarpe e vestiti, nessuno va a colloquio con i parenti a mani vuote, qualcosa da portare per fare festa con loro c'è sempre. I volontari in questo sono di esempio e spingono per una specie di "resistenza" contro l'egoismo, che fa sì che qui il "com-patire" sia decisamente attuale. Lo vivono in tanti, anche senza accorgersene.
Allora ho capito che vale la pena spendersi per farlo notare, sottolineando che la compassione e l'aiuto sono moneta corrente "dentro", e che dunque la Colletta che orienta a farlo anche per "fuori" è solo un'altra occasione. Sembra cosa troppo grossa da dire ma si coglie proprio qui, dove il dolore è di casa, che la dignità è vera dove anche un solo essere umano ne riconosce un altro, si china su di lui e lo abbraccia. E' un piccolo miracolo che la Colletta alimentare ha ricreato anche quest'anno. Ancora una volta noi detenuti di Opera abbiamo guardato "fuori", non sognando ma vedendo cosa c'è. Quanto noi si sia stati capaci non so: i "conti" della raccolta li faranno al Banco Alimentare. Intanto, grazie agli amici di Incontro e Presenza che ci hanno offerto l'occasione e grazie a quanti l'hanno colta.
Alessandro
Il Dubbio, 27 novembre 2021
"Canzone per un ergastolano", musica e canto di Marco Chiavistrelli, su liriche liberamente tratte da poesie di Carmelo Musumeci. Regia di Monica Chiaroni. "Canzone per un ergastolano", è un brano nato dalla collaborazione tra Marco Chiavistrelli e Carmelo Musumeci che compaiono insieme nel video a suggellare un profondo rispetto e una bella amicizia.
Carmelo Musumeci, arrestato nel 1991 e condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, ha intrapreso una lunga e coraggiosa battaglia per la eliminazione dell'ergastolo ostativo e l'umanizzazione dell'istituto carcerario, con una nuova visione di rieducazione per detenuti che sono anche vittime di disagio ed emarginazione sociale.
La canzone solidarizza con questa battaglia, esprime e rappresenta il dramma, l'agonia lenta e inesorabile dell'ergastolo. Le bestie catturate dal male rinchiuse per sempre nel recinto. Umiliate pestate torturate battute isolate sedate. Ma il vero male è della società così altrimenti non si spiega il fatto che la maggior parte dei detenuti provenga da situazioni di tremendo degrado e miseria, da quartieri emarginati, da vite spezzate, da condizioni di miseria, povertà, abbandono, dove i bambini già si identificano in strutture mentali di arrangiamento, privazione della cultura, devianza".









