di Sandro Bonvissuto
La Stampa, 27 novembre 2021
Il lavoro ha perso di dignità e denaro, quindi si torna a emigrare, ricominciando da dove avevamo finito; è un cerchio che si chiude. Era già successo a chi ci ha preceduti, ci si mette in viaggio per cercare qualcosa che qui non c'è o non c'è più. Credo sia la felicità. Come famiglia discendiamo da emigrati (mio nonno italiano è morto ed è sepolto in Sud America), e i figli di questi hanno poi a loro volta avuto modo di tornare in Italia.
I figli loro, nipoti dei primi espatriati, fra cui io, sono riusciti infine a restarci. Ma i figli nostri ora, proprio come avevano fatto i loro bisnonni, prendono di nuovo le valigie, le riempiono con quello che possono, e vanno via. Non sono più bagagli di cartone legati con lo spago, ma il concetto è lo stesso: puoi portarti dietro solo una parte dei tuoi affetti.
Ogni trasloco è una perdita, ogni addio una mutilazione, ogni partenza ha un fardello fatto di oblio, e la zavorra più pesante è sempre quella invisibile. Si tratta della storia di molte famiglie come la mia, e me ne ricordo perché è da stolti restare nella propria vita personale e basta, credere come solo all'interno di questa debba compiersi per intero il nostro destino. Bisogna affacciarsi alla storia, abbracciare almeno le epoche che corrispondono alle generazioni con le quali siamo ci siamo sovrapposti, accavallati. Le facce delle quali si ha ricordo e sentimento, persone da cui si può avere una narrazione incarnata di ciò che è accaduto. Parlare del passato, all'interno della propria comunità familiare costituisce la più antica e nobile forma di cultura mai sperimentata dalla specie umana, e questa verte da sempre sul racconto orale.
Se solo voi capiste la differenza tra la testimonianza che i nostri nonni possono farci della loro vita, e le notizie che del medesimo arco storico sono riportate in un documentario televisivo, scoprireste di trovarvi di fronte a due categorie completamente diverse del sapere: una è conoscenza, l'altra informazione. Quando mia nonna mi racconta della guerra o dell'emigrazione quello è un processo morale che attraverso una colleganza affettiva con chi narra fonda l'etica di chi ascolta, mentre quando leggi un articolo come questo ti limiti ad avere un semplice ragguaglio su certe cose, nozioni che dimenticherai al primo starnuto.
Nel racconto di un anziano c'è conoscenza principalmente perché chi trasferisce sa quello che dice, cioè la conoscenza ce la deve avere prima di tutto chi parla perché la si possa poi far transitare a chi ascolta. I veterani delle nostre comunità sono quindi un patrimonio vivente, e parlare con loro è avere accesso a l'unica forma di cultura ancora libera, non assoggettata a concetti strumentali di produttività, fatturato, prodotto interno lordo: "Voi vivete per acquistare, a noi non ci serve niente".
La sera cenano con un piatto di verdura e un bicchiere di vino. Il racconto di questa gente recuperabile direttamente all'interno delle nostre famiglie dentro casa nostra, è avulso da ogni tipo di propaganda e di interesse, libero dal politicamente corretto, dalla menzogna degli ideali meritocratici del tipo: "Se ti impegni puoi farcela", ascoltati anche per bocca di presidenti americani insigniti col premio Nobel.
Certo che se mi impegno ce la faccio, solo che non ho capito a fare che cosa. Si tratta di slogan al servizio della moderna disciplina del lavoro, fatti a sua stessa immagine, somiglianza e utilità. Ma adesso lavori lavori lavori e non succede niente.
Una volta i giovani si chiamavano come i loro nonni, proprio per creare a priori la possibilità che venisse mantenuto un legame fra queste due generazioni, fra le quali ce n'è una terza. E poi perché trionfasse l'individualismo è bastato smettere di mangiare insieme, di raccontarsi a vicenda, parlare senza fini di lucro, cose che da questo progresso sono considerate inutili. Per la società contemporanea tutto quello che sembra trascendente deve essere rinnegato perché incerto, e le tradizioni consolidate ignorate perché a matrice collettiva anziché privata.
È la morte del sacro di cui parlava qualcuno. Gli antenati vedono con chiarezza la definitiva eclissi di ogni valore e speranza nelle moderne società industriali, votate al tornaconto, all'arricchimento, schiave del guadagno e del profitto. L'idea di paese sovrano è tramontata, traslata nel concetto di mercato, e nessuna nazione governa più a casa sua, il mondo globale è un'azienda acefala, i cui destini sono in mano a capitali senza bandiera.
Che cosa sia stato dei nostri avi ancora precedenti non lo so, perché degli antenati di prima non è rimasta traccia, due guerre mondiali hanno provveduto a cancellare tutto. In mezzo a queste quattro generazioni, circa cento anni a oggi, non c'è stata solo la guerra però, c'è stata pure la Liberazione, la pace, la Costituzione. E proprio in questa c'è scritto che l'Italia avrebbe dovuto essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
E invece ha finito per essere fondata sullo sfruttamento del lavoro; l'era contemporanea del nostro paese vive sotto lo scacco dell'ennesimo tradimento. Mio nonno lavorava in fabbrica, ci andava col tram e faceva il gelataio, mia nonna stava a casa, hanno avuto sei figli e pagato sempre l'affitto: "Ma non lo capisci che oggi vai a lavorare, per comprarti la macchina, per andare a lavorare?". Parlano dall'alto di un sapere che è stato capace di salvare loro la vita, e che gli era stato insegnato dalla vita stessa, alla quale preme più di tutto di autoconservarsi.
Di fronte ai processi disumani della società capitalistica, di fronte allo sviluppo tecnologico che ha creato il mito della rapidità e dell'efficienza, mi ricordo dei pensionati che avevano la senile abitudine di dormire con la valigia sotto al letto, perché può sempre succedere di doversi rimettere in cammino nella vita. Anzi sbaglia chi ha creduto di potersi fermare. L'esistenza ribolle di continuo, la storia è spesso violenta nelle sue maniere. L'uomo è nomade, la donna pure, altrimenti saremmo nati con le radici come gli ulivi. Per l'ennesima volta avevano ragione i vecchi: non è mai vero che la felicità ci viene incontro, siamo noi che dobbiamo inseguirla.
di Michele Ainis
La Repubblica, 27 novembre 2021
Per il vasto popolo dei non vaccinati (8 milioni), il Green Pass è un cappio al collo. Sempre più stretto, man mano che le sue condizioni s'inaspriscono, generando Maxi o Super Green Pass. Ma fin dove può stringersi la corda? C'è un limite, un punto di rottura, che rompe al contempo la legalità costituzionale?
Sta di fatto che le misure di contrasto al virus stanno cambiando segno: dalla persuasione all'induzione, dall'induzione alla costrizione. E l'ultimo decreto battezzato dal governo aggiunge altre cinque spine. Primo: la durata del Green Pass si riduce (da 12 a 9 mesi). Secondo: il certificato verde diventa obbligatorio anche per accedere ai treni regionali, agli autobus, ai tram, alla metropolitana, oltre che negli alberghi e negli spogliatoi per l'attività sportiva. Terzo: non basterà più il tampone per assistere a spettacoli e cerimonie pubbliche, per entrare in discoteca, per pranzare al ristorante (queste attività vengono ormai riservate ai guariti e ai vaccinati). Quarto: l'obbligo vaccinale s'estende alla terza dose. Quinto: alle categorie già sottoposte all'obbligo s'aggiungono i militari, le forze di polizia, gli agenti del soccorso pubblico, il personale amministrativo della sanità, i docenti e gli altri lavoratori della scuola.
Diciamolo: è un cambio di strategia, un nuovo paradigma. A questo punto la regola non sta più nella libertà di non vaccinarsi (a eccezione delle categorie obbligate), bensì nel suo opposto. Regola è l'obbligo vaccinale, da cui alcune categorie (per il momento) vengono esentate. Però sempre di meno, e sopportando ulteriori restrizioni. Dunque il vaccino è già obbligatorio, benché gli italiani non ne siano stati informati. Nessuno scandalo, il governo talvolta dev'essere insincero, per non allarmare i cittadini. D'altronde la politica - diceva Valéry - è l'arte d'impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda. E d'altronde sono insinceri pure partiti e intellettuali che s'oppongono al Green Pass, reclamando casomai una scelta chiara, l'obbligo vaccinale timbrato dalla legge. Ora l'obbligo c'è, ma loro continuano ad opporsi. Invece il Green Pass ha superato il vaglio della Corte europea dei diritti dell'uomo, del Tribunale Ue, del Conseil constitutionnel francese, di varie magistrature anche italiane. Mentre la vaccinazione obbligatoria è una decisione consentita dalla Costituzione, e già oggi esercitata in 10 casi, nei riguardi dei minori.
No, il problema non sta nella sostanza, bensì piuttosto nelle forme di quest'obbligo mascherato. L'articolo 32 della nostra Carta pretende l'uso della legge, per imporre un trattamento sanitario. Mercoledì scorso l'esecutivo è intervenuto con un decreto legge; provvedimento provvisorio - dice l'articolo 77 - che perde efficacia "sin dall'inizio", se le Camere non lo convertono in legge entro 60 giorni. Tuttavia stavolta i suoi effetti sono irreversibili, permangono anche se il Parlamento rifiuti la conversione del decreto. Perché si consumeranno dal 6 dicembre al 15 gennaio, e perché dunque l'eventuale bocciatura parlamentare - alla fine di gennaio - non potrà riaprire le porte d'una trattoria o uno stadio a chi le trovò sbarrate. Il diritto non è una macchina del tempo. Ma un decreto non è una legge, anzi può divenire lo strumento per eludere la riserva di legge prescritta dall'articolo 32 della Costituzione.
Da qui un paradosso, giacché ogni emergenza sollecita risposte immediate, per decreto. Paradosso doppio, rispetto al modo obliquo con cui il governo sta introducendo l'obbligo della vaccinazione. Una strategia dettata dalla preoccupazione di non esacerbare gli animi, di non accendere nuove rimostranze. Invece le proteste si moltiplicano, attraverso il conto dei sommersi e dei salvati. Così, gli albergatori denunciano una discriminazione rispetto agli affitti brevi. Altri indicano un'incongruenza fra assembramenti liberi (nei supermercati o nelle chiese) e controllati (per esempio in un concerto). E via via, l'elenco sarebbe più lungo d'un lenzuolo. Ma il lenzuolo è la conseguenza della via italiana per la vaccinazione: un obbligo non obbligatorio.
di Riccardo Fratini
Il Domani, 27 novembre 2021
Per quanto si possa ritenere criticabile la scelta sostanziale, non si può che ammettere la profonda democraticità di questo procedimento, che obbliga l'élite giuridica di un Paese a tenere conto del sentimento che alberga nei cuori della maggioranza, mentre, senza controllo, una minoranza potrebbe imporre, a colpi di sentenze, ciò che il popolo non ha avuto il tempo di maturare come pensiero diffuso.
I fatti degli ultimi anni hanno molto cambiato la percezione italiana sul ruolo del ramo giudiziario sulla vita del paese. Se dopo Tangentopoli e le mafie era diffusa la convinzione che la classe dei giudici potesse essere la garanzia della legalità, oggi questa immagine luminosa della categoria si è molto adombrata. Naturalmente le massimizzazioni sono sempre erronee, ma è evidente che la magistratura, e tutto il mondo legale di cui essa è il fulcro, vive una forte crisi reputazionale. Un problema che deriva in parte dalla sensazione di "politicizzazione" che investe il mondo giudiziario. Molti si sono fatti - a ragione o a torto - questa idea che l'autogoverno dei magistrati produca frutti non sempre eccellenti, se non altro perché, come diceva anche Montesquieu in tempi non sospetti, "anche la virtù ha bisogno di limiti".
L'esperienza degli Stati Uniti - Una questione del tutto analoga si era posta negli Stati Uniti già alla metà del secolo XIX, quando la rapida espansione aveva generato una molteplicità di "nuove" costituzioni statali che ricalcavano il sistema di nomina già vigente nella Costituzione federale americana: i giudici venivano nominati dal Governatore, così come quelli delle Corti federali dal Presidente. Nel panorama locale (che al tempo era davvero ristretto in un'America poco abitata), tuttavia, le dinamiche della politica locale finivano per influenzare troppo profondamente le nomine e questo si traduceva in una connivenza profonda tra una parte politica (quella che nominava o confermava) e il giudice che sedeva sulla sbarra.
La stagione delle riforme del 1848, quando l'Europa iniziava a dotarsi di costituzioni nazionali, significava per gli Stati Uniti l'inizio di questa riflessione. Una conclusione possibile era il passaggio ad un sistema concorsuale di nomina tecnica simile a quello di stampo francese (e al nostro), che avrebbe annullato ogni influenza politica sul braccio giudiziario e con essa, secondo le discussioni del tempo, anche ogni controllo democratico sui giudici.
La soluzione di mezzo veniva ideata e fortemente sostenuta dal Presidente Andrew Jackson, secondo cui "i Giudici non dovrebbero essere indipendenti dal popolo e non dovrebbero restare in carica più di sette anni. il popolo rieleggerà sempre i giudici capaci". Moltissimi lettori si trovano quantomai in disaccordo con questa affermazione quando vi incappano, ma per giudicarla bene occorre chiedersi se il concetto di "capace" che declinava Jackson coincida con quello che oggi noi giudichiamo un giudice "capace".
Basti dire che le preoccupazioni non mancavano anche negli Stati Uniti oltre un secolo fa e che certi deputati della Convenzione di New York, primo Stato ad adottare il sistema, ritenevano che il sistema elettivo avrebbe condotto i Giudici a "conformarsi ai capricci popolari, ai pregiudizi, o alle momentanee passioni del pubblico".
Nonostante queste perplessità, tra il 1846 e il 1853 venti Stati della Federazione adottarono il sistema elettivo: i giudici erano legittimati direttamente dalle nuove Costituzioni statali, ma da esse venivano anche le regole che ne stabilivano i limiti di mandato, di solito di sette anni, e le modalità di elezione, di solito stabilite nell'elezione diretta a due candidati contrapposti in quel sistema sostanzialmente bipartito. Era il nuovo modello di controlli e contrappesi, che limitava tutte le parti del governo e quindi anche il braccio giudiziario.
Il piano per il merito o "missouri plan" - Come tutti i sistemi umani, anche quello dell'elezione diretta della magistratura portava con sé una serie di problemi. Nel corso degli anni '30 del XX secolo, il pubblico americano stava diventando sempre più insofferente verso i partiti e, di conseguenza, verso il ruolo che questi avevano nella selezione dei giudici nel modello originario. I partiti potevano direzionare i voti della propria maggioranza su un candidato, anche quando non si trattava di una esplicita votazione partitica.
Questo influenzava non solo la selezione delle persone dei giudici, ma anche le loro singole decisioni, che venivano sempre "controllate", in ultima analisi, dal sistema dei partiti. In ultimo, problema non minore, i giudici dovevano spendere così tanto tempo a fare le campagne elettorali l'uno contro l'altro da lasciarne ben poco al lavoro, con conseguente congestionamento del casellario che si riempiva di cause mai decise. Così, nel novembre del 1940, si provava a correggere questi problemi, ma senza modificare la possibilità di controllo del popolo sui giudici: l'obiettivo era rendere le elezioni meno politicizzate e più attinenti al gradimento del popolo per il lavoro del Giudice.
Era una legge di iniziativa popolare ad emendare la Costituzione del Missouri, con l'adozione del Nonpartisan Selection of Judges Court Plan, piano per la selezione non partitica dei giudici, che passò poi alla storia con il nome di Missouri Plan. Da quel momento il piano fu adottato in oltre trenta degli Stati americani ed è diventato il modello più diffuso dell'elezione giudiziale.
Il senso più profondo del piano è la selezione dei giudici sulla base del merito professionale, senza sottrazione di sovranità popolare sull'organo. Di conseguenza, ai fini della selezione dei nuovi giudici, in un primo momento, una commissione non politica, di solito composta a sua volta di giudici, valuta i candidati, fa i colloqui e seleziona un gruppo di tre candidati eleggibili per solo criterio di merito. Tra questi tre, a questo punto, quando la professionalità dei candidati è garantita, la scelta tra i tre è rimessa al Governatore di uno Stato o comunque ad un rappresentante dell'esecutivo. A questo punto, il fortunato che è stato selezionato dal Governatore diventa giudice e il lettore comincerà a chiedersi dove sia l'elezione. L'elezione arriva dopo certo tempo, quando il giudice ha potuto lavorare e dare prova di sé alla sbarra, senza spendere soldi e tempo nella campagna elettorale. Dopo un certo periodo, però, le scelte fatte alla sbarra diventano abbastanza per valutare il lavoro svolto. Solo a quel punto si va all'elezione ed il giudice può essere votato per proseguire il lavoro oppure lasciarlo.
Le differenze - Le differenze sono molte: innanzi tutto il giudice non corre contro un avversario, ma solo contro la sua storia di decisioni. Decisioni che al Popolo potrebbero apparire contrarie al proprio sentimento oppure anche solo irragionevoli. Comunque, non essendoci un avversario, non si crea quella polarizzazione che è propria delle elezioni dirette. In secondo luogo, anche qualora il giudice fosse votato per non restare al suo posto, l'elettorato vedrebbe sempre garantita la competenza del suo successore attraverso il meccanismo di selezione della scelta per merito. Questo tipo di elezione viene comunemente definita retention election, che letteralmente significa elezione di "trattenimento" dell'ufficio, e che, per evitare questo orrore di cacofonia, chiameremo, nel seguito, solo "conferma". Essa rendeva enormemente più attenuata la rilevanza dei partiti nel sistema elettivo, che invece tornava ad essere in auge solo quando il giudice per primo si carica di decisioni ad alto valore politico.
Il 3 aprile del 2009, un gruppo di tre giudici della Corte Suprema dell'Iowa appoggiavano l'opinione della Corte Distrettuale di garantire a sei coppie dello stesso sesso di poter accedere al matrimonio omosessuale, che era già presente in molti altri Stati americani. L'Iowa è, però, uno stato singolare in cui, nonostante non sia vigente alcuna discriminazione nei confronti delle persone con quell'orientamento sessuale, l'elettorato era, almeno a quel tempo, scarsamente avvezzo a concepire un matrimonio del genere. La decisione, peraltro, era estremamente discrezionale, dato che i Giudici avevano tratto il principio dall'interpretazione della clausola di uguaglianza davanti alla legge contenuta nella Costituzione dello Stato, che nulla diceva esplicitamente sul tema. L'anno successivo, due dei tre giudici che avevano preso la decisione vennero sottoposti al vaglio delle urne secondo il sistema del Missouri Plan ed il sentimento conservatore dell'elettorato prevalse, rimuovendoli dall'ufficio.
Era la prima volta nella storia dello Stato dell'Iowa che un giudice perdeva un'elezione. Per quanto si possa ritenere criticabile la scelta sostanziale, non si può che ammettere la profonda democraticità di questo procedimento, che obbliga l'élite giuridica di un Paese a tenere conto del sentimento che alberga nei cuori della maggioranza del popolo, mentre, senza controllo, una minoranza che si ritenga più "illuminata" del Popolo a cui appartiene potrebbe cadere nel tranello di imporre, a colpi di sentenze, ciò che il popolo non ha avuto il tempo di maturare come pensiero diffuso.
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 27 novembre 2021
Le informazioni che arrivano dal Mediterraneo centrale - si sottolinea in un dossier diffuso dall'ISPI, l'Istituto per gli studi di politica internazionale - lo fanno sempre più assomigliare a una zona di guerra, dove la percezione può più della realtà.
Sono quintuplicati gli sbarchi di immigrati negli ultimi due anni e ci sono stati naufragi mortali a poche miglia dalle coste italiane ed europee: l'ultimo è stato quello avvenuto nel Canale della manica mercoledì scorso. E poi: speronamenti da parte delle motovedette della cosiddetta guardia costiera libica, oltre alla tragedia dei migranti e richiedenti asilo ai confini tra la Bielorussia, la Polonia e la Lituania. Dunque, le informazioni che arrivano dal Mediterraneo centrale - come sottolinea Matteo Villa nel suo lavoro diffuso dall'ISPI, l'Istituto per gli studi di politica internazionale - "lo fanno sempre più assomigliare a una zona di guerra e, come in tutte le guerre, la percezione può più della realtà. Quanto c'è di vero nella narrazione che raccontano l'Italia come 'inondati' dagli sbarchi da Tunisia e Libia? - ci si chiede nella nota dell'ISPI - Quanto ha contato Covid-19 sull'aumento delle partenze? L'Italia è lasciata sola dall'Europa?"
La realtà e le percezioni nel confronto col passato. La verifica dei fatti a proposito di migrazioni mostra, senza alcun dubbio, che gli sbarchi in Italia sono aumentati rispetto al 2019, e che con l'impulso impresso dalla pandemia c'è anche stata una notevole accelerazione dei flussi migratori. C'è sicuramente stato un balzo significativo degli sbarchi che da 11.000 sono arrivati a circa 45.000 negli ultimi 12 mesi.
La prima domanda. "Ma una prima domanda da porsi - si legge ancora nel documento dell'ISPI - è se gli sbarchi siano ancora in aumento rispetto ai numeri attuali: al momento diversi indicatori fanno pensare, al contrario, che i numeri si stiano stabilizzando intorno ai 50.000 l'anno.
E la seconda. Una seconda domanda da porsi è: cosa significa che gli sbarchi si stiano avvicinando alla soglia delle 50.000 persone l'anno? Si tratta di qualcosa di inaudito? La risposta è no - è la conclusione dello studio realizzato dall'Istituto - infatti già nel 2011, nel corso delle Primavere arabe e in particolare della Rivoluzione tunisina, circa 60.000 persone sbarcarono sulle coste italiane". E ancora: "nel periodo 2014- 2017 si registrarono tra i 110.000 e i 180.000 sbarchi l'anno. Insomma, malgrado la pandemia abbia aggravato le condizioni nei Paesi di partenza e contribuito a un rapido aumento degli sbarchi, siamo ancora molto lontani dal periodo degli "alti sbarchi" in Italia".
Lo stato di salute del sistema d'accoglienza italiano. Lo studio dell'ISPI prosegue poi analizzando la situazione del sistema d'accoglienza in Italia, domandandosi se è o non è sotto pressione. La risposta - in estrema sintesi - è che la condizione delle strutture di accoglienza italiane "è lontanissima dal numero massimo di migranti accolti, fatto registrare a ottobre 2017: allora erano 191.000, oggi sono 76.000 (-60%). C'è tuttavia da notare - si sottolinea - che, anche se il sistema di accoglienza italiano ha dimostrato di saper gestire numeri ampiamente più elevati di quelli odierni, ancora oggi circa due migranti su tre sono ospitati nei CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria pensati più per far fronte all'arrivo di grandi numeri che per gestire l'accoglienza ordinaria. Il sistema dell'accoglienza diffusa, con piccoli numeri e progetti d'integrazione più mirati ai loro ospiti (e che nel tempo ha cambiato nome diverse volte, da SPRAR a SIPROIMI a SAI), accoglie solo circa 25.000 persone sulle 76.000 presenti".
Il ruolo delle ONG tutt'altro che colluse con i trafficanti. Altro argomento affrontato dallo studio dell'ISPI ruota attorno ad un'altra domanda: "L'aumento degli sbarchi c'entra con l'attività delle ONG?" La risposta anche in questo caso smentisce i numerosi tentativi di imporre una narrazione che tende a considerare collusive con i trafficanti le attività delle ONG, soprattutto di fronte alle coste libiche. La realtà è ancora una volta un'altra. Infatti, l'opera di salvataggio dei migranti da parte delle organizzazioni umanitarie "Non incide in misura significativa sul numero di migranti che partono da quelle coste. A maggior ragione, dunque, le Ong non dovrebbero avere molto a che vedere con il numero di sbarchi in Italia, dal momento che a raggiungere l'Italia non è solo chi parte dalla Libia, ma anche chi si imbarca da Tunisia, Algeria, Egitto, e persino Grecia o Turchia".
Il confronto Salvini-Lamorgese. E viene fatto un confronto tra il periodo della "gestione Salvini" del Ministero dell'Interno quando sbarcavano in media circa 1.000 migranti ogni mese, e il periodo della "gestione Lamorgese", quando gli sbarchi mensili sono quasi triplicati, arrivando a 2.600, "ma il ruolo delle Ong ha continuato a rimanere molto marginale, inferiore al 15% del totale degli sbarchi". E questo in pratica "Significa che quasi 9 migranti su 10 raggiungono le coste italiane senza l'aiuto delle imbarcazioni delle Ong e che, quindi, anche senza Ong in mare queste persone sarebbero arrivate lo stesso in Italia".
I nessi tra flussi migratori e pandemia. Un altro capitolo del lungo Fact-Checking proposto da Matteo Villa per l'ISPI riguarda il nesso diretto tra gli sbarchi e la pandemia. Un nesso che, come si precisa nello studio, " ha contribuito all'aumento della pressione migratoria irregolare alle frontiere Sud d'Europa", con un cospicuo aumento degli arrivi sia in Spagna che in Italia. Ma la diffusione del virus ha anche generato un altro trend, secondo il dossier dell'ISPI: quello cioè della "regionalizzazione delle rotte irregolari", a dimostrazione del fatto che "i migranti irregolari tendono a compiere tragitti più brevi rispetto a prima. Per l'Italia, infatti, l'aumento più consistente è stato quello dei migranti arrivati dalla Tunisia, e in particolare proprio di tunisini, passati dai 2.600 del 2019 a quasi 13.000 nel 2020. Anche gli sbarchi di chi proviene dalla Libia - si legge nel documento - riguardano sempre più spesso persone che si trovano nel Paese africano da molto tempo, spesso da anni, e non arrivi recenti".
Libia: le migliaia di migranti detenuti "ufficiali" e non. C'è poi la parte dello studio che riguarda la Libia. "In Libia le cose vanno meglio?", è la domanda che dà avvio alla ricerca. "Malgrado l'arrivo del nuovo Governo di unità nazionale a marzo di quest'anno 2021 - si legge nel dossier dell'ISPI - il numero dei migranti ospitati nei centri di detenzione ufficiale in Libia è tornato a crescere. Questo numero, che aveva conosciuto un crollo dalla seconda metà del 2019 (da oltre 6.000 a circa 1.000 persone) è tornato a impennarsi e, oggi, ha superato le 5.000 persone". Ma a preoccupare sono soprattutto le migliaia di persone migranti di cui si sa poco, moltissimi dei quali avrebbero diritto d'asilo e alla protezione internazionale, ma non sono nelle condizioni neanche di avanzare regolare richiesta. Infatti, "accanto alle cifre ufficiali, si stima che diverse altre migliaia di migranti siano trattenuti in centri di detenzione non ufficiali".
"L'Italia lasciata è sola dall'Europa?" E' questo l'altra domanda dell'articolato "Fact Checking". "Malgrado la proposta della Commissione europea per un Nuovo patto sulla migrazione e l'asilo - si legge nel dossier - la riforma delle regole Dublino è in alto mare. E, malgrado il Governo italiano abbia ottenuto che il tema delle migrazioni fosse inserito nell'agenda del Consiglio europeo del 24-25 giugno scorso, dal vertice non sono uscite nuove proposte rispetto alla riattivazione degli accordi sui ricollocamenti. Né su quelli obbligatori che avevano suscitato cause legali e polemiche tra il 2015 e il 2018, né su quelli volontari dei migranti soccorsi in mare conosciuti come 'accordi di Malta' attivati nel settembre 2019". Nonostante tutti questi momenti d'intesa (reale o presunta) rimane il fatto che dei circa 53.000 migranti sbarcati tra ottobre 2019 e maggio 2021, solo circa 990 persone sono state ricollocate in altri Paesi europei, meno del 2% del totale. In altre parole significa che rimangono in Italia quasi 9 persone migranti su 10 soccorse in mare.
Le quattro domande finali del Fact Checking.
- è vero o no che il numero di stranieri in Italia aumenta?";
- le persone che arrivano sono protette dall'Italia come prima?
- il processo di integrazione nel tessuto sociale è davvero così difficile?
- esistono canali regolari sufficienti d'ingresso?
Il numero di migranti. "Tra il 2014 e il 2021 - si afferma nel documento dell'ISPI - in Italia sono sbarcati più di 700.000 migranti. Con tutta l'attenzione mediatica concentrata sugli sbarchi, è naturale pensare che negli stessi anni il numero di stranieri presenti in Italia sia aumentato in maniera significativa. La realtà, invece, è molto diversa. Proprio dal 2014, infatti, il numero di stranieri regolarmente presenti in Italia (che nel decennio precedente era più che raddoppiato, passando da 1,9 a 4,9 milioni di persone) è rimasto praticamente stabile, crescendo solo del 2% (da 4,92 a 5,04 milioni di persone). Anche includendo gli stranieri irregolari, dal 2014 la presenza straniera in Italia è aumentata solo del 6% (da 5,27 a 5,56 milioni di persone)". Tutto ciò ha molto a che fare con il fatto che in quello stesso arco di tempo 900.000 stranieri sono diventati cittadini italiani ("4 su 10 sono persone nate in Italia da genitori stranieri"). Ma ha a che fare anche con un altro fatto, relativo allo stesso arco di tempo: e cioè che circa 320.000 persone regolarmente residenti in Italia hanno preferito andarsene, chi nei Paesi d'origine e chi, indipendentemente da accordi di distribuzione dei migranti, in altri Paesi europei.
Proteggiamo gli stranieri, concedendo loro asilo? "Il cosiddetto 'Decreto sicurezza' (poi convertito in legge il 1° dicembre 2018) - dice ancora il dossier - ha di fatto abolito la protezione umanitaria, introducendo al suo posto una nuova 'protezione speciale'", ponendo vincoli ristrettivi e precisi". Dunque, le autorizzazioni per la protezione internazionale hanno subito un calo netto medio del 28% negli anni 2015- 2017 e una assai frequente tendenza a negare la protezione internazionale: "se prima l'Italia concedeva una protezione (tra asilo, protezione sussidiaria e umanitaria) a circa 4 richiedenti asilo su 10 (il 42% nel 2017), il tasso di protezione è sceso a circa 2 richiedenti asilo su 10 (il 21% nel 2019)". Tuttavia, per tentare di riequilibrare la situazione "che in due anni ha lasciato nell'irregolarità in Italia più di 40.000 stranieri", un anno fa il Governo Conte II° ha adottato il "Decreto immigrazione" (convertito in legge il 18 dicembre 2020) attraverso il quale, sebbene non reintroduca il permesso di soggiorno per motivi umanitari, "è di fatto tornato ad allargare le maglie della protezione".
Il processo di integrazione. I dati più recenti a disposizione ci dicono che i cosiddetti "migranti economici" - vale a dire le persone non europee entrate nel Continente in modo regolare - nell'80% dei casi riescono a trovare lavoro entro 5 anni dal loro ingresso, sebbene il grado di occupazione risulta più alto nei primi 2 anni per poi tendere a calare un po' nel prosieguo della permanenza. Discorso diverso - rivela il documento dell'ISPI - è per i rifugiati e coloro i quali viaggiano per ricongiungersi con la famiglia che riescono invece a trovare un lavoro solo nel 30% dei casi, entro i primi 5 anni dal loro arrivo.
Esistono canali regolari d'ingresso? No, non esistono è la risposta in estrema sintesi. Sebbene sia difficile - come sottolinea il dossier - "dare una definizione di 'sufficienti'". E' comunque evidente che i canali regolari verso l'Unione europea, nel corso dell'ultimo decennio, non si sono per niente allargati, ma "fortemente ristretti". L'Italia, ad esempio regola l'ingresso nei propri confini per i cittadini extra comunitari "attraverso i cosiddetti decreti flussi annuali, che stabiliscono quote d'ingresso". Escludendo quindi le quote "riservate ai lavoratori stagionali, che ogni anno possono fare il proprio ingresso in Italia per poi tornare nel proprio paese d'origine (di solito dopo circa 6 mesi), i flussi di ingresso di maggiore permanenza sul territorio nazionale si sono notevolmente ridotti". Un dato esemplificativo: le quote annue dal 2011 ad oggi sono scese dell'85%.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 27 novembre 2021
VI Conferenza nazionale sulle droghe. La Ministra Fabiana Dadone interviene alla Fuoriconferenza degli autoconvocati. Don Ciotti: "Il testo unico del '90 non serve più, neppure modificato, perché è cambiato tutto".
La vigente legge sulle droghe, quella del 1990 con successive modifiche, "non serve più". "Non solo è invecchiata, ma proprio non serve, perché nel frattempo tutto è cambiato: le strategie e le rotte delle narcomafie, le sostanze, gli assuntori, il mondo dei servizi sociosanitari inclusi quelli dedicati alle nuove dipendenze, l'atteggiamento della società verso le sostanze legali e illegali". È netto il giudizio di Don Luigi Ciotti, intervenuto ieri alla Fuoriconferenza organizzata dalla "Rete per la riforma delle politiche", l'insieme di associazioni e personalità "autoconvocate", non contro la Conferenza nazionale governativa sulle dipendenze che si apre oggi a Genova, ma in supporto.
Per pungolare, criticare, lottare - "a favore di tutti, non solo dei fruitori di sostanze stupefacenti", come sottolinea Peter Cohen, uno dei maggiori esperti internazionali presenti qui, a Palazzo San Giorgio. Forse come don Ciotti la pensa anche la ministra alle politiche giovanili Fabiana Dadone, che ha la delega alle droghe e che a sera raggiunge la sala degli antiproibizionisti per dire che l'obiettivo di combattere le narcomafie è anche il suo. E che la legge "andrebbe" cambiata. Lo dice ma mentre parla sembra che si muova su un tappeto di fragili uova.
"Uso il condizionale non per insicurezza, la mia posizione già la conoscete, ma potete comprendere la mia difficoltà che è sotto gli occhi di tutti", ammette la ministra pentastellata. "Io credo che il Testo unico sulle droghe vada rivisto da tutti i punti di vista, anche perché ha la mia stessa età. Ma non è facile. D'altronde se la Conferenza non l'hanno convocata per dodici anni, un motivo ci sarà. Vediamo cosa verrà fuori in questi due giorni di dibattito, credo che anche in questo contesto molto frammentato e complicato si possa riuscire ad intervenire, ma non voglio che si arrivi ad uno scontro tra proibizionisti e antiproibizionisti".
La ministra Dadone (che ai microfoni di Radio 24 ha detto che andrà a votare al referendum per la legalizzazione della cannabis) ascolta, durante la tavola rotonda, i tanti che le pongono domande e sollevano questioni, compresa la rappresentante dei consumatori di sostanze. Prende appunti, perché sa di essere seduta tra i maggiori esperti europei di politica delle droghe. "Voi che vi occupate di questi temi da molto più tempo di me...", ammette. "La mia è una delega di coordinamento, non posso certo risolvere da sola tutte le questioni che mi avete posto, ma da lunedì, dopo la conferenza - promette - possiamo costruire ulteriori tavoli per cercare di andare avanti. Ci sono punti, come quello delle pene imposte ai minori di cui mi avete parlato, che non sono poi così divisivi. Su altri punti sarà più difficile, ma credo che si possa spingere il parlamento ad andare oltre le posizioni precostituite. Con dati alla mano, non ci si può più nascondere dietro a un dito. Almeno questo è il mio auspicio".
La conferenza autoconvocata si prefigge lo "Stop war on drugs", "facciamo la pace con le droghe e con chi le usa", ma la ministra Dadone sa che non c'è processo di pace più difficile di questo, nel suo governo. E, come spiega Cohen, "senza repressione, il mercato dei narcotici difficilmente sarebbe redditizio". Per questo "esistono potentissime lobby per la proibizione, mentre soprattutto nelle grandi città l'uso di alcune sostanze è normalizzato". Che è il contrario di legalizzato.
Decine di interventi hanno mostrato, dati alla mano, gli effetti nefasti della legge attuale. Il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma snocciola i dati dell'impatto penale sulle carceri. Franco Corleone ci tiene a "demitizzare le misure alternative che non hanno funzionato". Come lui, anche Riccardo Magi ricorda che la ministra Lamorgese prima del Covid aveva annunciato un inasprimento delle pene per i fatti di lieve entità legati alle sostanze, quelli che il referendum vorrebbe depenalizzare.
Come se ne esce lo spiegano in tanti, dalla Cnca ai Radicali italiani, dalla Cgil ad Antigone, dall'Ass. Coscioni alla Società della Ragione, dalla Lila ai Serd. E anche, in collegamento, dall'Uruguay, dagli Usa, dal Canada e da alcuni network internazionali di studio sull'uso e l'abuso delle sostanze che dialogano con Marco Perduca. Oggi la parola passa ai tavoli istituzionali e poi alla politica. Sperando che possa nutrirsi della linfa vitale della Fuoriconferenza.
di Vanessa Roghi
Il Domani, 27 novembre 2021
Da decenni il problema viene trattato in Italia e altrove facendosi influenzare da stereotipi e generalizzazioni. Ma la trasformazione e l'allargamento abnorme del mercato delle sostanze ora richiedono un nuovo approccio. Si tiene oggi e domani a Genova la conferenza nazionale sulle droghe. Un appuntamento atteso dal 2009, anche se per legge avrebbe dovuto essere convocato ogni tre anni.
"Un po' come Dorothy quando realizza di non trovarsi più nel Kansas ma nel mondo di Oz, così anche gli americani a un certo punto si sono accorti di non trovarsi più negli anni Cinquanta". Così lo storico David Musto ha descritto la brusca presa di coscienza dei cittadini statunitensi di fronte alle trasformazioni sociali degli anni Sessanta fra le quali, la più scioccante, è stata il fatto che le persone che conoscevano avevano iniziato a usare droghe illegali. Una metafora perfetta, quella del brusco risveglio, che prendo in prestito per descrivere la sorpresa degli osservatori politici, della stampa, della pubblica opinione, di fronte alla nuova ondata di consumo di eroina che ha investito, negli ultimi vent'anni, l'occidente e quindi anche l'Italia.
A partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, si è andata diffondendo l'idea che l'eroina fosse scomparsa, non fosse più un problema, riguardasse solo fasce marginali di disperati. Non era vero e accanto all'eroina erano comparsi nuovi derivati dell'oppio, normalmente legali. Oggi, di fronte alle notizie allarmanti che arrivano dagli Stati Uniti (due giorni fa il New York Times per ultimo ha lanciato il suo grido d'allarme sul consumo di fentanyl) i giornali italiani, invece di interrogarsi su quello che accade da noi, approfittando dell'allarme d'oltreoceano, riprendono la notizia tale e quale, come se fosse un dato che ci riguarda nello specifico. Ma non è così. Per fortuna in Italia, come sottolinea Pino Di Pino, operatore del Sert di Mestre, in strada, non vi sono tracce di uso di questo potente anestetico, che per ora viene usato solo da chi vuole sperimentare. L'allarmismo senza informazione non serve a niente. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza.
"Sapere intuitivo" - "Il campo delle opinioni sul problema della droga è largamente dominato in Italia come altrove, da ciò che si potrebbe chiamare "il sapere intuitivo": da quell'insieme di valutazioni basate sul senso comune, ma che tutti reputano ben ponderate, circa una serie di intricate questioni quali le "ragioni che spingono i giovani alla tossicodipendenza", le dimensioni dell'economia e dei profitti clandestini, le responsabilità della criminalità organizzata, il "che fare" per risolvere, ridimensionare o semplicemente convivere col problema".
Così Pino Arlacchi introduceva, nel 1990, il suo studio su Verona e le tossicodipendenze nel quale sottolineava come il discorso sulle droghe va continuamente aggiornato, pena la totale incomprensione del fenomeno. A rileggerla oggi, la riflessione di Pino Arlacchi appare quasi profetica, visto quello che è accaduto dopo, negli anni Novanta, quando si è andato ridisegnando complessivamente non solo il consumo delle droghe illecite, ma anche il posizionamento dell'eroina entro la gerarchia delle stesse. Mentre avveniva questa trasformazione, malgrado ogni evidenza, il "senso comune" stabiliva che l'eroina non era più un tema degno di interesse, essendo l'inevitabile corollario di ambienti marginali o degradati, cosicché anche i giornalisti avevano smesso di occuparsene.
Come ha scritto uno di loro, Aldo Cazzullo, qualche anno fa: "Ricordo bene il giorno in cui, praticante alle cronache italiane della Stampa (sono passati trent'anni), ricevetti la disposizione di non passare più le "brevi" sui morti per overdose: erano troppi, e non facevano più notizia".
Il ricordo è del 2018, dunque il calo dell'attenzione risale più o meno intorno alla data in cui Arlacchi sta conducendo la sua inchiesta, agli inizi degli anni Novanta.
L'eroina scompare dai radar dell'informazione per un cambio di paradigma che non ha niente a che vedere con la diffusione reale della sostanza, ma con alcuni fattori di tipo culturale e, possiamo dire, merceologici. Cito quelli che ritengo i due principali: l'impatto che la diffusione dell'Aids ha avuto sui consumi di sostanze e sulla lettura delle stesse, (nonché sulla costruzione culturale della figura del drogato), e la diffusione di sostanze psicotrope nuove, non sempre catalogabili come illegali. Inoltre la diffusione capillare di un sistema di servizi territoriali nei fatti funzionante che ha salvato la vita e tolto dalla strada migliaia di persone.
In questo scenario in trasformazione è intervenuta la legge 309 del 1990, una vera sciagura che ha criminalizzato nuovamente la figura del consumatore riportando indietro la società italiana agli anni che precedono la legge del 1975 quando, per l'appunto, il drogato era sempre un soggetto patologico o criminale. Questa lettura manichea non ha aiutato certo il dibattito pubblico a cogliere quello che stava accadendo: una vera a propria rivoluzione nel consumo delle sostanze per cui se prima esisteva una relazione che potremmo definire monogamica con la singola droga (l'eroinomane e il cocainomane erano due icone molto ben definite e distinguibili) non era più così.
La ricerca che aveva fatto passi in avanti giganteschi fino a quel momento, ha subìto le conseguenze di questo restringimento di punto di vista. Come non manca di farmi notare Claudio Cippitelli, sociologo ed esperto di questi temi, in Italia per ricerca si intende solo tabellatura di sostanze psicotrope al fine di definirle illegali. La ricerca sociale e qualitativa non viene in alcun modo incoraggiata e finanziata. Mancano le parole, le categorie, per capire quello che accade perché ogni ragionamento sulle sostanze è schiacciato su un presentismo intollerabile.
Cambiare approccio - Per questo appare veramente prezioso il volume La minaccia stupefacente di Paolo Nencini pubblicato dal Mulino qualche anno fa, perché da farmacologo si è accorto che per essere davvero scientifici non basta riportare dati quantitativi. L'approccio alle sostanze deve mutare nel tempo e prendere in considerazione anche la storia della loro diffusione del loro consumo, una cosa che si fa negli Stati Uniti ma che in Italia fa fatica a passare.
Ma solo così è possibile capire e intervenire. Le persone che consumano sostanze, salvo rare eccezioni, non sono devote a una sola (per usare il titolo del bel romanzo di Antonella Lattanzi, Devozione, appunto). Possiamo parlare di un culto politeista, semmai, dove gli idola sono diversi, e spesso legali: si passa dall'analgesico all'anfetaminico dalla cocaina all'eroina. Ho chiesto a una amica tossicodipendente di mandarmi l'elenco delle sostanze che ha usato da quando, a 13 anni, ha iniziato a usarle. Ketamina, lsd, eroina, micropunte, ecstasy, cocaina, mdma, salvia divinorum, ayausca, anfetamina, shaboo. Alcune sostanze legali altre illegali. Del resto l'allarme che arriva dagli Stati Uniti proprio in questi giorni, come accennavo, riguarda proprio una sostanza legale, che sta mietendo vittime in modo preoccupante.
Il fentanyl è stato sintetizzato per la prima volta nel 1959 come sostituto della morfina. L'oppioide sintetico è prescritto per trattare il dolore, anche per i malati di cancro. È spesso somministrato in un cerotto; gli abusatori hanno scoperto come masticare o fumare i cerotti o farne aderire delle strisce alle gengive. Come riporta il New York Times, l'allarme fentanyl preoccupa moltissimo la società americana che dagli anni Novanta ha assistito alla nuova ondata di morti per uso di oppioidi sintetici come oxycontin, anch'esso antidolorifico perfettamente legale.
Ma come fa notare Sam Quinones nel suo libro Dreamland, l'uso e l'abuso di queste sostanze ha a che vedere con una mentalità e un sistema sanitario che noi in Italia semplicemente non abbiamo. Basta entrare in una farmacia americana e chiedere una pillola per il mal di testa per accorgersi che da noi i blister hanno 20 pasticche qui 200. Questo non significa che in Italia i problemi non esistano, ma sono di natura diversa e bisogna stare attenti ad affrontarli nel giusto modo. Preoccuparsi per il fentanyl senza invece dire niente, per esempio, sulla progressiva chiusura negli anni dei centri per la riduzione del danno operati da diverse amministrazioni pubbliche è quantomeno ridicolo. In Italia infatti questa assenza uccide più del fentanyl.
Anche questo ha a che vedere con l'affermarsi di una cultura punitiva, che storicamente possiamo far risalire al concetto di war on drugs, che da Nixon in poi ha dominato le politiche pubbliche statunitensi con risultati fallimentari come è evidente. Come mi fa notare ancora una volta Pino Di Pino: "È la 309 che prevede che se trovi qualcuno con sostanze illegali devi segnalarlo in prefettura e poi ai servizi.
Ma questo passaggio deve essere cancellato perché il sistema dei servizi diventa un apparato punitivo e nei servizi stessi c'è la percezione di un servizio di cura fatto di premi e sanzioni. Gli articoli che riguardano le condotte illegali sono di gran lunga superiori di quelli che regolano strutture che dovrebbero essere al servizio della salute pubblica e non alternative al carcere".
Aspettative - L'allarme da oltreoceano arriva comunque quasi provvidenziale per obbligare l'opinione pubblica a prestare attenzione alla Conferenza nazionale sulle droghe che si terrà a Genova oggi e domani. Una conferenza attesa dal 2009, anche se per legge avrebbe dovuto essere convocata ogni tre anni, (e davvero grazie alla ministra Dadone per essersene resa conto).
Chiedo a Claudio Cippitelli quali aspettative hanno gli operatori impegnati sul campo: "Finalmente questa conferenza ci offre la possibilità di trovare uno spazio di riflessione comune e di fare il punto sulle politiche pubbliche sulle droghe. Importante fin dalle premesse che intanto siamo riusciti a far passare: l'idea che non si parla più di tossicodipendenti ma di più persone che usano droghe. Fin dall'ultima conferenza infatti il dato più eclatante si conferma la trasformazione e l'allargamento abnorme del mercato delle sostanze e le nuove culture di consumo, che impone di ripensare completamente la struttura dei servizi, l'impianto normativo e la regolazione del fenomeno". Speriamo che serva davvero a portare il discorso a un livello più alto e serio.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 27 novembre 2021
Saif al Islam si è presentato. Sulla carta, così come chiesto dall'Onu, la Libia andrà alle urne il 24 dicembre, ma la tensione tra i concorrenti è altissima e il rinvio più di una ipotesi. Torna un Gheddafi al centro dell'imbroglio libico. Per molti aspetti le controversie che accompagnano la candidatura di Saif al Islam alle elezioni presidenziali ben rispecchiano le enormi difficoltà sul percorso del voto. Sulla carta, così come chiesto dall'Onu, la Libia andrà alle urne il 24 dicembre. La speranza del rappresentante Onu, il neo-dimissionario Jan Kubis, era si effettuassero nello stesso giorno due scrutini: uno per scegliere i 200 parlamentari e l'altro per designare il presidente.
Tuttavia, dopo lunghe schermaglie, si è optato per il primo turno delle presidenziali subito (con 98 candidati, di cui 5 predominanti, sarà impossibile un vincente subito con più della metà dei suffragi) e dopo 52 giorni le parlamentari assieme al ballottaggio delle presidenziali. Ad oggi, tuttavia, è guerra aperta tra i candidati presidenti.
Con una mossa annunciata da tempo, il 49enne Saif, noto come il figlio più politico di Muammar Gheddafi, ha presentato la sua documentazione all'ufficio elettorale. Con lui stanno i fedelissimi del Colonnello linciato alle porte di Sirte dieci anni fa, assieme a tanti disillusi dal caos in cui è piombato il Paese e i nostalgici di un nuovo uomo forte. Ma subito la Commissione elettorale centrale di Tripoli, controllata dalle forze legate al fronte islamico, l'ha bocciato, mentre le milizie di Misurata ne chiedono l'arresto immediato.
Come se non bastasse, una squadraccia legata all'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, ha impedito con la forza ai rappresentanti di Saif di fare ricorso. La cosa non è strana: Haftar, la cui candidatura è stata invece accettata ma ora viene rifiutata dalle milizie di Misurata, vede nel rampollo di Gheddafi un concorrente che "pesca" nel suo stesso elettorato. Mosca, che una volta sosteneva Haftar, oggi sta con Saif e chiede il rinvio del voto. Il premier uscente Abdul Hamid Dbeibah preme invece per essere confermato. La via resta in salita e il rinvio possibile.
di Massimo Razzi
La Stampa, 26 novembre 2021
"Chiusi dentro" è un viaggio nel sistema carcerario italiano. Questo podcast parte dal pensiero di Voltaire secondo il quale "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri". Dopo oltre un anno di lavoro, una quarantina di interviste e i gravi fatti accaduti (come le rivolte di marzo 2020 e la tragedia di Santa Maria Capua Vetere) possiamo dire di aver capito qualcosa. Proviamo a riassumere.
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 26 novembre 2021
La lotta alla mafia è una cosa seria e immiserendola con l'allarmismo e la propaganda non si rende onore e servigio a quanti hanno sempre ritenuto che fosse un nemico da poter sconfiggere; descrivendola come invincibile, in fondo, ci si iscrive al partito dei conniventi, ossia di quanti la vogliono in esistenza per motivi che troppo hanno a che fare con le proprie fortune.
di Ilaria Sesana
altreconomia.it, 26 novembre 2021
La proposta di legge che prevede il finanziamento delle case-famiglia protette si è bloccata a otto mesi dall'avvio dell'iter. Al 31 ottobre 2021 nelle carceri italiane erano detenute 19 madri con 22 figli al seguito. L'allarme dell'associazione Cittadinanzattiva.
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