di Alessandra Borre
aostasera.it, 28 novembre 2021
Benedetta nella casa circondariale di Brissogne la statua frutto del laboratorio di artigianato a cui hanno partecipato alcuni detenuti. Una statuetta di legno, posta in un'edicola all'entrata della Casa circondariale di Brissogne. Questo è il nuovo segno di riscatto e redenzione di coloro che in carcere stanno scontando la loro pena. Svelata e inaugurata nella mattina di sabato 27 novembre, la rappresentazione lignea della Madonna è stata benedetta dal cappellano Don Nicola e dal vescovo Monsignor Don Franco Lovignana.
La statua è stata poi esposta nell'edicola all'ingresso del penitenziario, l'ingresso che si trova dopo i due cancelli verdi scorrevoli che, con il loro inconfondibile rumore, separano il mondo esterno e quella realtà che le persone che a Brissogne scontano la loro pena: "Affidiamo alla Madonna - ha recitato Don Nicola -, questo luogo di pena, perché sia sempre di più luogo di redenzione e di vita". Il laboratorio che si è concluso con la realizzazione della Madonna di legno e di altre statue per ora non esposte, è stato curato da Arnaldo Seris, scultore di Saint-Vincent, ma soprattutto, da dieci anni, volontario in carcere: "Appena ho iniziato questa attività non è stato semplice, devo ammettere che la percezione che si ha del carcere al di fuori è spesso sfasata. Io ho incontrato sulla mia strada persone consapevoli che devono scontare una pena, ma sempre aperte, educate e predisposte all'apprendimento. Per me è stata un'esperienza arricchente, ogni laboratorio mi lascia dentro tanto e, questa volta, anche un risultato tangibile: una statua che spero possa essere un simbolo del penitenziario e un segnale importante di speranza per chi qui deve scontare la sua pena".
Arnaldo non è l'unico volontario che opera nel carcere, così come spiega Maurizio Bergamini, presidente dell'AVVC (Associazione Valdostana Volontariato Carcerario), che ha sottolineato l'importanza dell'attività svolta dai volontari per quanto riguarda i laboratori e la costruzione di un ambiente positivo e sano all'interno della casa circondariale: "Negli ultimi 30 anni la presenza e l'attività dei volontari sono state costanti e fondamentali e hanno aiutato a creare un'ambiente migliore nel penitenziario. Queste persone hanno dedicato buona parte della loro esistenza a queste attività di promozione sociale e questa giornata è importante non solo per i detenuti, ma anche per loro, per il riconoscimento del loro operato. I volontari sono presenti con diverse attività, tra i quali il laboratorio di apicoltura e quello di coltivazione dello zafferano, tra i tanti, momenti che saranno preziosi e spendibili per i detenuti una volta fuori dal penitenziario. Abbiamo istituito anche un gruppo di parola per la ricostruzione morale, che possa servire a chi è qui e deve attraversare un processo di redenzione".
L'importanza di queste attività è stata sottolineata anche dalla direttrice della casa circondariale, Antonella Giordano: "Qui a Brissogne ho trovato un ambiente positivo, sano, in cui è stato possibile organizzare diverse attività. Quelle dei volontari sono senza dubbio importanti perché ci sia uno scambio proficuo, ma devo ammettere che molto fa quello che qui già ho trovato, ovvero personale qualificato e preparato e in grado di lavorare in sinergia con i detenuti. Il risultato del laboratorio di artigianato, questa Madonna lignea è un segnale importante e un esempio di come assicuriamo opportunità e diritti a detenuti".
primalamartesana.it, 28 novembre 2021
Protocollo d'intesa tra l'Amministrazione di Cologno Monzese, il ministero della Giustizia e il carcere di Opera. Da una parte la manutenzione del verde nei giardini e parchi pubblici della città di Cologno, dall'altra l'attività di rimozione di tag e scritte sui muri (anche di abitazioni private) della città, simbolo di degrado.
Il tutto gratuitamente, come prevedono i lavori di pubblica utilità. Mansioni che per i carcerati a fine pena della casa circondariale di Opera diventeranno "strumenti" per agevolare il loro ritorno alla libertà, una volta finito di scontare la pena. I contenuti del progetto di inclusione sociale sono stati messi nero su bianco in un protocollo d'intesa, che ha già ottenuto l'ok dalla Giunta guidata dal sindaco Angelo Rocchi e che ora dovrà essere siglato.
Poi per ogni detenuto dovrà essere stilato un preciso progetto ed ecco allora che potranno iniziare a svolgere i compiti. Tra gli obiettivi del progetto c'è sicuramente quello di ridurre il rischio di recidiva, ossia che una volta fuori dalle sbarre i detenuti tornino a commettere reati e che quindi facciano di nuovo ingresso nelle patrie galere.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 28 novembre 2021
Sotto il ponte del fiume Roja ci sono giacche a vento, sacchi a pelo, imballaggi di cartone, e una pozza di sangue rappreso. Non c'era bisogno dell'ennesima tragedia per capire che i migranti alla vana ricerca del passaggio in Francia, non hanno più un posto dove andare, e dove aspettare. E quindi si fermano qui dopo essere stati respinti dalla polizia di frontiera. La scorsa notte un giovane ancora senza nome, nemmeno trentenne dicono i Carabinieri, forse di origine sudanese, è stato ucciso a coltellate da un suo compagno di disgrazia. Lo hanno ritrovato riverso sul suo giaciglio, e forse proprio la titolarità di quel posto dove passare la notte è all'origine della lite con il suo assassino. Intanto, a Ventimiglia. Ancora una volta, ancora di più. Nel 2021 gli episodi di violenza tra profughi sono aumentati a ritmo vertiginoso, quasi uno alla settimana. L'edizione locale del Secolo XIX titola "La città ostaggio dei disperati", ed è una buona sintesi.
L'atrio della stazione sembra un dormitorio, una lunga fila di corpi sdraiati ai quali nessuno ormai fa più attenzione, come fossero diventati elementi abituali del paesaggio. I migranti hanno ripreso a bivaccare sul greto del fiume, davanti al cimitero, e adesso anche nella città vecchia, tra gli sguardi indifferenti dei pochi turisti francesi. La Asl ordina al Comune la bonifica dell'intera frazione di San Secondo, "a causa dei problemi di carattere igienico-sanitario derivanti dalla presenza di decine di persone migranti nelle aree ferroviarie". I treni sono l'unico mezzo per evadere da un Paese nel quale non vogliono stare, perché i gendarmi francesi esercitano un controllo draconiano e spesso violento sui valichi di terra. Li rimandano sempre indietro, non prima di avere tagliato a metà le loro scarpe con una fresa. Tre mesi fa, due adolescenti sono morti folgorati sul tetto del vagone dove si erano rifugiati. Negli ultimi due anni, sono almeno venti le persone che hanno subìto questa sorte. Alcuni sono invece annegati, altri sono stati investiti in autostrada. I commercianti protestano in piazza, mentre il Comune organizza ronde notturne nei quartieri. La distribuzione dei pasti avviene sotto la campata del ponte, la stessa dove la scorsa notte è avvenuto il delitto. La fila è così lunga che quando piove non c'è spazio per proteggere le persone in attesa. Se ne occupano pochi gruppi di volontariato, la Caritas, la Diaconia Valdese e l'associazione We world.
Perché dall'inizio della pandemia non c'è più nulla a regolare il flusso e le necessità dei migranti. Negli ultimi giorni, don Ferruccio Bortolotto ha aperto le porte della chiesa di Sant'Agostino, nel centro del paese, per ospitare una decina di migranti che gli sono stati consegnati dalla Polizia. "Non c'è più un luogo dove poter accogliere queste persone in transito. Mi chiedo spesso come sia possibile parlare sempre di emergenza ed esser così impreparati". Quel posto esisteva. Il campo di prima accoglienza della Croce Rossa era arrivato a ospitare anche seicento persone. Non è mai stato una soluzione definitiva, ma aveva almeno attutito le tensioni tra gli abitanti e i locali. Ognuno per sé, a ognuno il suo spazio. Nell'agosto del 2020, il centro di prima accoglienza è stato chiuso, su decisione della prefettura. Gaetano Scullino, civico sostenuto da tutti i partiti del centrodestra, lo aveva promesso alla cittadinanza durante la campagna elettorale. "Premesso che io non ho imposto nulla, è vero che non funzionava più, ormai era diventato un albergo". L'attuale sindaco rivendica i risultati ottenuti a colpi di ordinanze che proibiscono il bivacco, la vendita di alcolici ai migranti, il divieto di abbeverarsi alle fontane pubbliche per i non residenti. Ma adesso è tornato il casino, ammette con il suo linguaggio colorito, arrivando a riconoscere che sotto il profilo dell'accoglienza "la nostra città non sta dando una risposta adeguata". "Per molto tempo si è scelto di stare fermi in base a una semplice motivazione ideologica" sostiene invece Enrico Ioculano, consigliere regionale Pd e predecessore di Scullino. Comunque sia, il risultato è un eterno ritorno casella di partenza. La soluzione individuata per risolvere una emergenza perpetua che si sta aggravando con l'arrivo dei profughi afgani è l'apertura di un altro centro di prima accoglienza, chiesta anche dalla attuale amministrazione. Come quello che c'era prima, solo un po' più lontano. Oltre i famosi giardini Hanbury, quasi al confine con la Francia. Anche se poi ci sarà da convincere gli ospiti a salire fin lassù. La nuova struttura aprirà tra sei mesi, forse. Mentre lasciamo Ventimiglia, due elicotteri volano nel buio alla ricerca di un giovane migrante disperso nei boschi.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 28 novembre 2021
La revisione del Testo unico sulle droghe in Parlamento procede a rilento per i veti incrociati. Come nel caso del suicidio assistito. Un referendum che ha raccolto seicentomila firme. Una revisione della legge, il "Testo unico sulle droghe" del 1990, che procede, in commissione Giustizia, a passi da formica. È simile alle altre leggi sui diritti civili il percorso parlamentare, anzi extraparlamentare, che potrebbe portare, se non alla legalizzazione, certamente alla depenalizzazione del consumo di marijuana. Come l'eutanasia, appunto. Da una parte c'è il referendum dell'Associazione Coscioni che conquista migliaia di firme e punta ad abrogare l'articolo 579 del codice penale che prevede sanzioni per "l'omicidio del consenziente", dunque a depenalizzarlo. Dall'altra una legge in Parlamento sul suicidio assistito, sul quale i veti incrociati sono così forti che la meta appare lontana se non impossibile.
Così è per la cannabis. Mentre il referendum proposto dai Radicali italiani, Associazione Coscioni ed Europa più, per abrogare il reato di coltivazione di Cannabis per uso personale, ha raccolto e superato in tempi record le firme necessarie per essere accolto e validato dalla Cassazione, la legge in Parlamento è ferma. Procede a rilento cioè la revisione del "Testo unico sulle droghe" la cui inattualità è stata sottolineata durante la conferenza di Genova. Il testo è la legge Iervolino Vassalli, numero 309 del 1990 che introduceva la differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti, con pene diversificate per lo spaccio a seconda delle sostanze. E introduceva il concetto comunque di "lieve entità", che mitigava le sanzioni. La legge viene poi riscritta nel 2006, dal ticket Fini-Giovanardi, diventando in materia di stupefacenti la legge più repressiva d'Europa. Scompare, all'articolo 73, la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, lo spaccio è punito da 6 a 20 anni. Le critiche sono pesantissime, le carceri si riempiono non di narcotrafficanti ma di tossicodipendenti, migliaia di ragazzini con un po' di hashish in tasca per consumo personale si ritrovano con la fedina penale sporca.
Sono gli anni della tolleranza zero che l'Italia copia (in ritardo) al modello americano di Rudolph Giuliani. Gli effetti di quella legge sono così drammatici che nel 2014 la Consulta dichiara incostituzionale l'articolo 73 riscritto da Fini e Giovanardi. Dunque la nostra attuale legge in materia di stupefacenti è tornata ad essere la Iervolino Vassalli del 1990 con alcune variazioni. Una legge vecchia di oltre trent'anni, mentre il panorama del consumo e del mercato delle droghe è radicalmente cambiato. In commissione Giustizia oggi giacciono diversi disegni di legge di revisione (a firma Radicali italiani, Lega e Pd), ma è stato di recente adottato un testo unico proprio sulla coltivazione della Cannabis per uso personale. Lo stesso punto previsto dal quesito referendario dei radicali, che prevede la non punibilità per chi coltiva per uso personale. Se il referendum passasse diventerebbe lecito far crescere sul proprio balcone circa 4 piantine di Cannabis. Ma come per l'eutanasia l'iter parlamentare è un campo di battaglia che blocca tutto. Mentre la navicella dei referendum corre veloce e racconta un Paese sideralmente lontano dal Palazzo.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 novembre 2021
Genova. Al via la VI Conferenza nazionale sugli stupefacenti. Senza la cannabis. Forte contrasto tra gli interventi degli esperti e quelli dei ministri. L'impostazione della VI Conferenza nazionale sulle dipendenze che si è aperta ieri a Genova, è - per volontà della ministra alle politiche giovanili Fabiana Dadone - un timido, disperato ma non impossibile tentativo di affrontare il nodo delle sostanze stupefacenti e delle dipendenze in modo razionale e de-ideologizzato.
E di voltare pagina rispetto all'ultima Conferenza tenutasi a Trieste nel 2009, quella dove, come ricordavano alla Fuoriconferenza degli autoconvocati, "si è celebrato il matrimonio tra patologizzazione e repressione" (Susanna Ronconi). Ci proverebbe, la ministra, a cogliere l'esortazione di "pensare alla grande" che don Andrea Gallo aveva espresso proprio qui a Genova vent'anni fa, alla terza conferenza governativa.
Il "prete da marciapiede" per eccellenza viene evocato in molti interventi, anche dall'arcivescovo di Genova che va giù diretto più di tanti ministri: "I tabù non servono più a nessuno", dice alla platea ammessa nella magnifica Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, affollata da prelati e divise d'ordinanza (ma i giornalisti non possono entrare). Il senatore azzurro Gasparri e l'ex Giovanardi (autore della legge carcerocentrica e incostituzionale che porta il suo nome), seduti in prima fila, soffrono, non applaudono mai, tranne che alla ministra Gelmini quando condanna la legalizzazione della cannabis. Ma la titolare degli Affari regionali, se non altro, evoca il tema tabù. Il referendum sulla legalizzazione della cannabis che ha raccolto 630 mila firme, infatti, non viene neppure ricordato dalla Conferenza governativa nata per fare il check alle politiche sulle droghe.
Chissà che non sia proprio questo il motivo per il quale la poltrona riservata al ministro della Salute Roberto Speranza rimane vuota. E, mentre intervengono dal vivo o con videomessaggi ben 20 tra ministri e rappresentanti delle istituzioni, Speranza non invia neppure un breve testo registrato di saluto.
In questo contesto, il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha gioco facile nel fare la parte del leone, quando dice che con "la tolleranza zero non si è certo vinta la guerra alle dipendenze", che è ora di smettere di strumentalizzare il tema droghe a fini elettorali, che "l'approccio meramente repressivo è stato pregiudizievole e respingente, e non si è fatto carico delle fragilità", che la questione droghe non riguarda solo i giovani e "le fasce vulnerabili della società", ma anche "le élite", e che auspica "una pietra tombale su una stravagante tentazione di immaginare una via solo italiana di lotta alle droghe". Perché "non possiamo ignorare" le nuove politiche europee, tanto più se "un partner importante come la Germania sta pensando di cambiare linea su questo fronte". La parola cannabis però non riesce proprio a pronunciarla (ma fa infuriare lo stesso Salvini che gli suggerisce di occuparsi di lavoro).
Quello che salta agli occhi nel primo giorno dei lavori della Conferenza intitolata "Oltre le fragilità" - che si conclude oggi con (forse) una bozza di relazione da inviare al Parlamento per una messa a punto della legge - è la forte distanza tra le dichiarazioni ingessate dei politici, quasi immutate nel tempo, che non restituiscono le trasformazioni totali cui abbiamo assistito in questi dodici anni, e i tavoli tecnici come quello sulla "Realtà penale e penitenziaria della dipendenza" coordinato da Leopoldo Grosso (Gruppo Abele), dove esperti del calibro di Cafiero De Raho (procuratore nazionale antimafia), don Ciotti (Libera), Patrizio Gonnella (Antigone), Luciano Lucania (Società italiana sanità penitenziaria), Mauro Palma (Garante nazionale detenuti) e Ferdinando Ofria (economista dell'università di Messina) mettono il dito nella piaga, chiedendo in modo netto e con dati, slide e studi dettagliati, la modifica dell'attuale Testo unico sulle droghe del 1990. Legge che, come fanno notare dal mondo dell'associazionismo, non ha affatto fallito, avendo ottenuto forse proprio quel risultato che i suoi estensori si proponevano: incentrare tutte le politiche sulle sostanze e non sulle persone; allineare ogni tipo di consumo alla dipendenza patologica, semplificare la questione anziché riconoscerne tutta la sua complessità, come sollecita Gonnella.
La ministra Dadone pone le scuse istituzionali per questi dodici anni di latitanza governativa, auspica di "arrivare alla stesura del piano nazionale di azione" e all'"innovazione di quello che oggi è chiamato ancora Dipartimento delle politiche antidroga, per provare a estendere la definizione di dipendenze". Spiega che a motivarla ancora di più sono stati alcuni tossicodipendenti e operatori recentemente incontrati, come quelli di "una comunità dove si usano metodi innovativi come l'arrampicata a scopi terapeutici", struttura che "ha espresso un solo auspicio: diventare un modello per tutta Italia". La ministra infatti la scorsa settimana ha visitato la storica Comunità semi-residenziale "La Tenda" di Roma, dove ha potuto verificare che senza fondi ad essere fragili non sono solo i tossicodipendenti ma anche chi se ne prende cura. In manovra, però, annuncia Dadone, "abbiamo già ottenuto due milioni di euro per la prevenzione alle dipendenze quest'anno, e due milioni per l'anno prossimo".
In pochi, però, sembrano seguirla nel suo timido tentativo di voltare pagina. Un supporto lo trova naturalmente nei suoi colleghi di partito, il presidente della Camera Fico e il ministro degli esteri Di Maio che ricordano l'immenso patrimonio gestito dal mercato illegale delle droghe e l'altrettanto grande danno procurato alle vite delle persone, e invitano a seguire le indicazioni delle organizzazioni internazionali nel contrasto ai traffici. Anche Cafiero de Raho, il procuratore antimafia che già auspicò la legalizzazione della cannabis per combattere le narcomafie, ha riferito ieri che "nell'ultima riunione della conferenza Onu si è espresso un forte orientamento di modifica alle politiche del proibizionismo", e ha indicato il testo di legge sulla depenalizzazione dei fatti di lieve entità firmato dal deputato di +Europa, Magi, come un "testo meritevole di considerazione". Peccato che dal governo, nella Sala del Maggior consiglio, non sia arrivato altro meritevole di considerazione.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 28 novembre 2021
Una marea di pañuelos fuxia, i fazzoletti di stoffa simbolo di lotte delle donne, ha invaso le strade del centro di Roma, in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Sono stati organizzati pullman da 20 città italiane - Bologna, Brescia, Genova, Mantova, Reggio, Calabria - e voli da Palermo, confluiti nella capitale per gridare che "ci vogliamo vive" e ricordare che il patriarcato è frutto della nostra cultura e la violenza è strutturale. "Noi oggi siamo qui per tantissime ragioni", dice Alessia Piermarini del Collettivo Malelingue di Teramo, "per la violenza del patriarcato a tutto tondo, perché non è una violenza solo fisica, è anche psicologica".
Partito alle 14 da piazza della Repubblica un lungo corteo femminista e transfemminista si è diretto a piazza San Giovanni, dove una distesa di candele ha simbolicamente ricordato tutti i femminicidi, i lesbicidi e i transicidi. "Noi siamo da sempre in piazza contro la violenza. Personalmente dal 1971 a oggi", dice Giuliana Pinselli, 81 anni, della Casa delle donne di Modena. "In questo momento è importante esserci, perché c'è un attacco generale contro le donne che si unisce al disastro del Covid. C'è un bisogno estremo di farci sentire, per reclamare e per imporre", continua. In cinquant'anni la situazione per i diritti delle donne è cambiata, ma a volte "anche in peggio", dice Pinselli, che sottolinea un elemento che rimane costante nel tempo: "Tutta la società capitalistica si regge sul lavoro non pagato di noi donne ed è una situazione che va affrontata. È una delle cause della violenza in famiglia".
Le chiavi di casa - La violenza avviene nella maggior parte dei casi tra le mura domestiche. "Sono qua perché ho subito violenza dalla persona che pensavo che più mi amasse al mondo", racconta B.L. (le iniziali sono a tutela della persona intervistata). "La violenza si compone nel quotidiano", continua, "nel possesso. È subdola, perché entra dentro la tua vita e non te ne accorgi, o te ne accorgi troppo tardi". B.L. evidenzia quindi l'importanza di partire dalla prevenzione nelle scuole, dove lavora, nell'educare bambine e bambini alla diversità, perché "alcune professoresse dicono che non hanno tempo per poter intervenire" a favore di un'educazione che contrasti la violenza maschile contro le donne.
Per questi motivi all'ingresso di via Cavour migliaia di persone hanno preso in mano e agitato le chiavi di casa, perché "l'assassino ha le chiavi di casa", le stesse che "la sera teniamo in mano anche come strumento di autodifesa", dicono le attiviste di Non una di meno.
L'osservatorio - Nel 46 per cento dei casi infatti, secondo i dati dell'Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transicidi, l'assassino era il partner, mentre nel 15 per cento dei casi l'uccisione è avvenuta per mano dell'ex partner. Gli osservatori istituzionali e le statistiche nazionali non bastano. Per questo Non una di meno il 25 novembre scorso ha reso pubblico l'Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transicidi, che raccoglie dati e analizza le caratteristiche dei femminicidi. "È emerso che molte donne sono state uccise con un'arma da fuoco e che si tratta nella maggior parte dei casi di uomini italiani", dice Serena di Non una di meno Roma. Il nuovo osservatorio ha l'obiettivo di "produrre una narrazione dal basso del fenomeno dei femminicidi, che ancora si affrontano come un'emergenza che riguarda il privato delle case. E invece è solo la punta di un iceberg di violenza che attraversa ogni ambito della nostra esistenza", continua.
Il reddito di libertà - Il reddito di libertà per le donne che intraprendono un percorso di fuoriuscita dalla violenza è essenziale e, secondo i movimenti femministi, le politiche messe in campo dalle istituzioni sono ancora insufficienti. "Noi chiediamo un reddito di autodeterminazione per liberare le donne dal ricatto della precarietà e della violenza, che non sia condizionato e che non sia vincolato al reddito familiare, né alla ricerca del lavoro", spiega Serena di Non una di meno Roma. Secondo D.i.R.e., Donne in rete contro la violenza, la circolare INPS che definisce requisiti e modalità di accesso rimane un intervento di facciata.
"Le istituzioni si sono appropriate del nostro linguaggio, delle nostre parole, dei nostri temi. Ritroviamo nei dispositivi legislativi e nel nuovo Piano nazionale antiviolenza le nostre parole prive, però, dei contenuti", dice Antonella Veltri, presidente di D.i.R.e., alla piazza. "Manca un piano attuativo. La Convenzione di Istanbul viene citata dalle istituzioni ma non viene applicata. Dobbiamo cambiare la cultura di questa società", continua Veltri.
Donne migranti - Associazioni e movimenti che prendono parte al corteo portano in piazza anche le istanze delle donne migranti, che più di tutte subiscono violenza. "Noi siamo donne, ma siamo bianche, etero e abbiamo dei privilegi rispetto alle donne migranti", dice Alessia Piermarini, del collettivo Malelingue. L'associazione Differenza Donna a Roma ha un centro per vittime di tratta e ospita Leila (nome di fantasia), afghana, che ricorda che la situazione in Afghanistan per le donne è sempre più difficile. "Erano già trattate come schiave prima, ma oggi per le donne è ancora più difficile lavorare, uscire, ricevere un'educazione. Per me è un'opportunità essere qui e vedere così tanti uomini che partecipano a questa manifestazione", dice. Migena Lahi è la responsabile del centro per le vittime di tratta di Differenza Donna e ha dedicato il suo cartello "alle 20mila donne kosovare, alle donne bosniache e croate stuprate durante la guerra, che non hanno ancora ottenuto giustizia. Lo stupro è un crimine di guerra", denuncia Lahi.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 28 novembre 2021
Il ministro del Lavoro guarda all'esempio tedesco. Gelmini: "No alla libertà di drogarsi". Salvini: "Il ministro pensi piuttosto a cassintegrati e precari. Sarebbe bastata la foto di don Andrea Gallo davanti alla sala della conferenza sulle droghe per capire che qualcosa è cambiato. Il sorriso del "don" (nel ricordo dei 20 anni dal G8 di Genova) fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto, strenuo oppositore delle politiche di repressione dei tossicodipendenti, soccorritore degli ultimi, descrive infatti il tentativo, a 12 anni dall'ultima conferenza sulle droghe, dove la parola d'ordine era "tolleranza zero", di cambiare, finalmente, il linguaggio.
Invece è sulla Cannabis, oggi come ieri che la conferenza e la maggioranza di Governo si sono spaccate. Fabiana Dadone, convinta antiproibizionista, ha provato a costruire il grande meeting di Genova, portando sul tavolo temi assai concreti pur tentando, di evitare (ma non era possibile), il dibattito sulla legalizzazione della Cannabis.
Dal fallimento della "tolleranza zero" verso chi consuma alla inattualità del testo unico sulle droghe del 1990, dallo spaventoso numero di tossicodipendenti in carcere, alle mafie del narcotraffico sempre più aggressive e invincibili. Invece è sulla legalizzazione, o meno, che il dibattito è planato, perché oggi la questione non è più rinviabile, con un referendum per l'autocoltivazione di marijuana che ha raccolto oltre seicentomila firme e un ragazzo su quattro che ammette di farne uso. Sono state le parole del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, (dopo l'intervista di Repubblica in cui la ministra Dadone ha affermato "basta proibizionismo sulle droghe leggere") a riaprire il dibattito.
Riferendosi alla imminente decisione della Germania di legalizzare la Cannabis, Orlando ha rilanciato: "Nel momento in cui una parte non proprio irrilevante e un alleato non proprio trascurabile dell'Italia, come la Germania, sembra cambiare profondamente linea su questo fronte, credo che sia inevitabile che una qualche riflessione la si faccia anche nel nostro Paese". Del resto Orlando aveva iniziato il suo intervento citando proprio don Andrea Gallo e Fabrizio De Andrè che la fragilità di chi si droga hanno raccontato e cantato.
Immediata la reazione di buona parte della Destra, a cominciare dalla ministra per gli Affari Regionali di Forza Italia, Maria Stella Gelmini. In apertura del suo intervento ha subito precisato di essere "contraria alla legalizzazione di ogni tipo di sostanza stupefacente", avvertendo che "nel Governo su questo tema ci sono sensibilità diverse". Sulla stessa linea, naturalmente, Massimiliano Fedriga, leghista e presidente della Conferenza delle regioni.
Orlando e Dadone da una parte, quindi, M5S e Pd, Lega e Forza Italia dall'altra. Un netto scontro all'interno della maggioranza che su temi sensibili e diritti civili, dal Ddl Zan al suicidio assistito, non sembra avere alcuna concordia. Con posizioni diversificate all'interno degli stessi partiti. Matteo Salvini ha poi attaccato frontalmente Andrea Orlando. "È molto preoccupante che un ministro, anziché ascoltare le tante comunità di recupero che eroicamente salvano migliaia di ragazzi parli con leggerezza di droga. Pensi piuttosto a cassintegrati e precari".
Dadone, poi, a Palazzo Ducale, ha ribadito che "il Parlamento dovrebbe valutare la legalizzazione", trovando autorevole sponda nella posizione del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho: "Sono orientamenti che cominciano farsi strada a livello internazionale. Nell'ultima riunione della commissione Onu c'è stata una direzione forte verso le modifiche della politica del proibizionismo". Un dibattito dai toni già noti che ha in parte oscurato lo sforzo di questa sesta conferenza sulle dipendenze, di utilizzare un linguaggio nuovo nel parlare delle droghe. Puntando sulla "fragilità" e il bisogno di ascolto di chi si droga (300 morti di eroina l'anno) piuttosto che di emarginazione e carcere.
di Francesco Castagna
L'Espresso, 28 novembre 2021
Un giro d'affari di oltre 16 miliardi di euro, un consumo crescente delle droghe sintetiche. Il lockdown ha cambiato il mercato e sono saltati i parametri per valutare la diffusione. In tre anni cresciuto del 2,5 per cento il consumo di cocaina.
Non solo Covid19. Lo stato di emergenza, il Pnrr e le dosi booster rischiano di far dimenticare la piaga silenziosa della droga. Mentre il consumo galoppa e il mercato cresce. Alimentando un business che in Italia ha un valore stimato in di 16,2 miliardi di euro (dati della relazione al Parlamento del 2021). Quasi il 40 per cento riguarda la cannabis e il 32 per cento la cocaina, con un incremento di quest'ultima del 2,5 per cento rispetto agli ultimi tre anni. Non bastassero i canali tradizionali, con una tecnologia sempre più alla portata delle nuove generazioni, è molto facile accedere al dark web. Basta scaricare sul pc di casa un programma come Tor e una Vpn, in grado di anonimizzare la propria connessione in rete, e poi trovare online i link giusti per accedere a piazze di spaccio sconfinate.
Nella prima fase della pandemia, gli effetti del lockdown hanno influito in maniera sostanziale sull'attività dei SerD (servizi pubblici per le dipendenze patologiche), che si sono dovuti riorganizzare secondo le nuove disposizioni di sicurezza. Parallelamente, la criminalità lavora sottotraccia sui nuovi canali. Dark web e piattaforme di messaggistica come Telegram e Wickr me sono i nuovi strumenti dei pusher, che le usano per il loro commercio su chat cifrate dove si paga esclusivamente con cripto-valute.
A Genova, il 27 e 28 novembre si terrà "Oltre le fragilità", la VI Conferenza nazionale sulle politiche antidroga per provare a fare il punto su diffusione e consumo. E per far tornare a dialogare a 12 anni di distanza dall'ultimo incontro di Trieste del 2009, rappresentanti delle istituzioni, società civile e privato sociale. In questi anni infatti i ministeri, il dipartimento per le politiche antidroga e le regioni sono stati responsabili di uno scaricabarile. Le difficoltà di capire chi debba mettere in campo delle soluzioni e monitorare con esattezza chi fa uso di sostanze stupefacenti e psicotrope riflettono la confusione.
Nell'ultima relazione governativa (dati del 2020), su tutto il territorio sono state individuate 44 nuove sostanze psicoattive. Tutte riconducibili nella maggior parte ai catinoni sintetici, cioè analoghe alla molecola presente nella pianta psicoattiva del khat. Unico elemento positivo, il calo della diffusione di cocaina tra gli studenti, fermo all'1 per cento.
Ma non esiste un metodo preciso per definire quanta droga le organizzazioni criminali producano e a quanto ammonti con certezza il traffico. Si parte dal basso, analizzando i dati degli acquirenti, quindi il consumo della sostanza stessa. In pieno lockdown il computo è saltato. Le istituzioni, l'associazionismo e i centri di recupero hanno dovuto reinventarsi. Le attività di prevenzione selettiva, ad esempio, hanno assunto una vera e propria funzione di riduzione del rischio e del danno.
Il sistema di contenimento dei guasti da stupefacenti fu l'argomento centrale del forum del 2009 sotto il ministero di Carlo Giovanardi, che aveva la delega alle politiche antidroga nel governo Berlusconi, e che con Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio aveva firmato la legge del 2006 che annullava la differenza tra droghe pesanti e leggere, poi bocciata dalla Corte Costituzionale nel 2014. E su cui ha rimesso le mani, da posizioni diametralmente opposte, la ministra della Salute del secondo governo Prodi, Livia Turco.
Del dibattito di allora restano strumenti ancora in uso. Dall'"Allerta Rapido", ad opera di Giovanardi, per monitorare la comparsa di nuove droghe e intervenire tempestivamente dal punto di vista della profilassi alla legge di Livia Turco sul fondo antidroga per attivare servizi di prevenzione, cura e presa in carico. Di droghe si occupò anche Beatrice Lorenzin, ministra della Salute dal 2013 al 2018, per la quale l'inefficienza del Dipartimento antidroghe è frutto dello spostamento di quest'organo dal ministero della Salute alla presidenza del Consiglio dei ministri. Da lì in poi si è fatta un'attività più di analisi dei dati che di azione sui territori.
Ora la conferenza sotto l'egida della ministra del governo Draghi, Fabiana Dadone. "Il governo ha stanziato in legge di Bilancio 2 milioni per il 2022 e altrettanti per il 2023, sotto consiglio anche di enti, addetti ai lavori e istituzioni.", dice la Ministra per le politiche giovanili: "Questo fondo non era stato rifinanziato negli ultimi anni".
La sesta conferenza dovrà affrontare, causa pandemia, le problematiche legate ai giovani: "L'essere stati chiusi in casa per mesi ha alimentato questi mercati e di conseguenza si è reso necessario approfondire il tema della fragilità individuale e dell'isolamento che poi portano i giovani a determinate scelte", dice la ministra Dadone in base alle competenze del suo ministero. Sul tema della legalizzazione della cannabis, la ministra fa parte del gruppo parlamentare dei Cinque Stelle che si è più volte espresso a favore ed è firmataria di una proposta di legge antiproibizionista. In piena campagna referendaria, c'è da giurare che al forum, il dibattito finirà per polarizzarsi anche su questo.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 28 novembre 2021
L'escalation di atti secessionisti del leader nazionalista serbo Dadik minaccia gli accordi di Dayton. Ma come trent'anni fa a Banja Luka sono pochi ad ammettere la crisi. All'ipotesi di un'altra guerra balcanica qui non vuol credere nessuno. E se non ci trovassimo nella Repubblica serba di Bosnia sarebbe una notizia confortante. Anche trent'anni fa, però, quando cominciarono i primi ammazzamenti dalle parti di Vukovar sul Danubio (maggio 1991) e quando i serbi di Sarajevo presero a scavare trincee nel quartiere vicino all'aeroporto (giugno 1991), da queste parti non ci credeva nessuno. Sappiamo poi come è finita: solo in Bosnia più di 100 mila morti e due milioni di profughi.
Proprio per questo va preso con estrema serietà l'ultimo report dell'Alto rappresentate Onu Christian Schmidt, garante degli accordi di pace di Dayton siglati nel 1995. Non più tardi di un mese e mezzo fa, di fronte alla ricostituzione di un esercito indipendente deciso dai separatisti serbi, Schmidt ha avvertito le Nazioni Unite che, nella complicata terra dei Balcani, "il rischio di un nuovo conflitto civile è concreto".
Eppure nella gelida Banja Luka si finge di non vedere, si nega, si parla d'altro. All'eventualità che l'escalation di provocazioni, atti e dichiarazioni secessioniste da parte del sessantaduenne Milorad Dodik, componente serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, conduca a un altro conflitto non crede Bojan. È uno dei camerieri del Balkon, il più famoso e frequentato bar ristorante di Banja Luka, la capitale della Repubblica serbo-bosniaca. "Dodik è un brav'uomo e sa quello che fa, nessuno qui pensa che ci trascinerà in un altro conflitto", dice Bojan, mentre regge un vassoio con quattro bicchieri di Rakija, il distillato locale col 70 per cento di contenuto alcolico.
Sono le 5 del pomeriggio, il Balkon è pieno di giovani, avvolto da una cappa di fumo di sigaretta. Le mascherine per proteggersi dal Covid non le indossa nessuno. Un violinista suona per strada. Si va per negozi a fare shopping. La crisi diplomatica interessa poco. Che Dodik abbia incassato il supporto della Serbia e della Russia di Putin, cosa che dà sostanza e credibilità ai suoi proclami, interessa anche meno. "Se l'Ue ci darà sanzioni, proclameremo l'indipendenza e ci difenderemo da soli", afferma il leader serbo. "Se ci risponderanno minacciando l'intervento Nato chiederemo ai nostri amici, che ci hanno fatto capire che non ci abbandoneranno - di aiutarci".
Sfide e allusioni, per testare fin quanto può tirare la corda. L'analista politico ed ex diplomatico Luciano Kaluza, che si professa "di sinistra e non nazionalista", ritiene lo scontro armato una possibilità assai remota. "Bojan non è un separatista - dice a Repubblica - sta soltanto difendendo la Srpska (la Repubblica serba, l'entità a maggioranza serbo-ortodossa che con la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza invece bosgnacca, compone lo Stato, ndr) dall'aggressione dei politici di Sarajevo che vogliono togliere autonomia e potere ai serbi".
A Banja Luka, capitale della Srpska, la città che durante la guerra "sapeva di kerosene", come la ricorda Paolo Rumiz nel suo libro-reportage Maschere per un massacro, si tende a minimizzare. Se non addirittura a ribaltare la lettura che fanno a Bruxelles delle manovre spregiudicate di Dodik, già presidente della Srpska (2010-2018) e leader del partito nazionalista serbo maggioritario.
Pochi giorni fa nove europarlamentari in rappresentanza di quattro partiti (Popolari, Verdi, Socialisti Democratici e i liberali di Renew) hanno scritto una lettera ai ministri degli Esteri dell'Unione per chiedere urgentemente sanzioni contro Dodik, e chiunque lo sostenga, per violazione dell'accordo di Dayton.
"Siamo indubbiamente di fronte alla più seria crisi politica dai tempi della fine del conflitto", scrivono. "Il boicottaggio alla legge che punisce i negazionisti del genocidio e dei crimini di guerra, la creazione di un esercito autonomo della Repubblica Serba e le esercitazioni paramilitari vicino a Sarajevo dimostrano che Dodik sta portando avanti la sua agenda separatista, con il supporto indiretto di Serbia e Russia e nell'assenza di risposta da parte dell'Unione Europea". La Commissione, sulla questione Bosnia, continua a essere afona.
Dodik paventa la secessione da almeno 15 anni, però a questo giro alle parole hanno cominiciato a seguire i fatti. La temperatura si è alzata quando quest'estate l'Alto rappresentante Onu ha imposto, nell'ordinamento normativo bosniaco, un emendamento che punisca i negazionisti del genocidio di Srebenica (8.000 civili massacrati), ordinato dal criminale di guerra Radko Mladic nel 1995 e tuttora messo in discussione da una parte dei nazionalisti serbi.
"C'è chi sostiene che non sia mai avvenuto e che le vittime erano già morte prima - spiega l'analista di Ispi Giorgio Fruscione, che segue da anni il quadrante dei Balcani - altri dicono che le cifre dei morti sono molto inferiori, altri ancora che è stata solo una normale operazione militare".
La legge sul negazionismo è stata il pretesto per Dodik per riaffermare la dannosità del cappello Onu, annunciare la messa al bando della magistratura, delle forze di sicurezza e dell'intelligence bosniache, e avviare così l'escalation. Non prima, però, di essersi incontrato l'11 ottobre a Belgrado con il ministro degli Esteri Serghej Lavrov in occasione del summit dei Paesi non allineati. Il 20 ottobre è la data dell primo atto concreto: l'assemblea dell'entità serba approva la creazione di un'agenzia per l'approvvigionamento dei medicinali. Autonoma, separata dal resto delle istituzioni, serb only. "Non voglio la guerra e non voglio la secessione", va ripetendo Dodik. "Ma l'autorità dei serbi deve rimanere ai serbi".
Vojin Mijatovic, che nell'assemblea di Banja Luka siede sui banchi dell'opposizione in quanto membro dei Social-democratici, conosce bene Dodik. Non foss'altro perché ne è stato il braccio destro per anni, prima di rompere. "Quell'uomo è uno dei più ricchi d'Europa - dice oggi - non vuole la guerra. Il suo vero intento è un altro: coprire più di vent'anni di malefatte, per evitare di essere arrestato".
di Luca Celada
Il Manifesto, 28 novembre 2021
Da Ahmaud Arbery a Malcolm X, l'apartheid giudiziario verso i neri è una costante ineludibile della storia americana. Sui gradini del tribunale della Georgia dove sono stati condannati i suoi assassini, la madre di Ahmaud Arbery ha ringraziato Dio per il verdetto che non avrebbe mai immaginato di vedere emesso.
È un'affermazione che può sembrare singolare per chi abbia visto il video, girato dagli stessi carnefici, che documenta come il giovane jogger Afroamericano sia stato braccato in pickup da tre uomini bianchi che gli hanno poi sparato a bruciapelo perché ritenevano sospetto il suo fare.
Ma il sollievo con cui è il verdetto è stato accolto non solo dai famigliari, ma dall'America civile e dagli Afroamericani che hanno seguito il processo col fiato sospeso, dà la misura della trepidazione con cui il paese affronta ancora fantasmi profondamente radicati ed agitati negli ultimi anni dalla recrudescenza razzista.
Il verdetto Arbery è giunto infatti un paio di giorni appena dopo quello che ha assolto Kyle Rittenhouse, il vigilante adolescente che ha ammazzato due manifestanti anti razzisti in Wisconsin dopo essersi autonominato difensore di Kenosha e recatosi a "pattugliare" quella città del Wisconsin imbracciando un AR 15.
Quella sentenza è stata osannata dalla destra suprematista che ha fatto del ragazzo un simulacro di una "autodifesa armata" che oggi viene apparentemente sancita dai tribunali (come lo sarebbe in tutta probabilità dalla Corte Suprema blindata dai togati a vita istallati da Trump). È un filone che anche senza voler ricorrere a stereotipi rimanda inevitabilmente al retaggio di violenza sommaria del paese fondato su individualismo, schiavismo e pulizia etnica.
Il verdetto Arbery - come aveva fatto qualche mese fa la condanna del poliziotto assassino di George Floyd - costituisce una rara incrinatura della pretesa di impunità bianca che fino ad oggi è stata la norma. Senza scomodare complessi di superiorità che i sovranismi sdoganati nella fortezza Europa rendono a oggi vieppiù ingiustificati, sono avvenimenti che in America hanno un'immediatezza che rimanda ad una storia razziale antica e recente che il nazional populismo ha pericolosamente rimestato.
Parallelamente ai verdetti a sfondo politico-razziale (fra cui bisogna annoverare anche quello civile contro i neo nazisti organizzatori della mortifera manifestazione di Charlottesville, condannati martedì a risarcirne le vittime), la scorsa settimana ha registrato anche casi clamorosi di "errori" giudiziari.
Prima lo scagionamento dei due uomini falsamente accusati dell'assassinio di Malcolm X, Muhammad Aziz e Khalil Islam che hanno entrambi scontato pene di decenni in prigione. Pochi giorni dopo è stato rimesso in libertà Kevin Strickland, scagionato 43 anni dopo la falsa condanna per omicidio che la polizia di St Louis gli aveva cucito addosso quando era 22enne.
In questi casi si ravvisa la trama un vecchio film, la replica permanente in cui le vittime che di rado vengono liberate dopo decenni trascorsi ingiustamente in galera, o più spesso continuano a marcirvi, hanno sempre lo stesso colore di pelle. Frequentemente, come per Khalil Islam nel caso Malcolm X, la sentenza che lo scagiona arriva solo postuma.
Dal 1989 l'Innocence Project, un consorzio di avvocati volontari e studenti di legge, lavora per il riesame dei casi mediante analisi sul Dna dei condannati, molti dei quali, spesso a meno di 21 anni di età, erano stati indotti a firmare confessioni imposte dalla polizia.
Ad oggi in 37 stati americani 375 detenuti sono stati scagionati - in media avevano trascorso in prigione 14 anni, e 21di questi si trovavano nel braccio della morte. L'ultimo e più inquietante dato conferma una tragica e accettata verità: negli Stati uniti un numero imprecisato ma sicuramente consistente di innocenti sono stati, e vengono tuttora, messi a morte.
Non si tratta quindi di occasionali "errori" ma di un problema sistemico dall'innegabile sfondo razziale: il 60% dei casi riesaminati ha riguardato afroamericani (mentre nella popolazione generale i neri costituiscono poco più del 10%). Protagonisti e martiri di una storia al contempo secolare e sempre attuale dai linciati del "Jim Crow" ad Emmett Till alle Pantere Nere uccise o rinchiuse dal programma Cointepro del FBI (ricordo l'uscita di prigione dopo 27 anni di Geronimo Pratt giovane dirigente delle Pantere di Los Angeles quando venne incastrato da una testimonianza procurata dalla polizia nel 1972).
E poi di volta in volta i Groveland four, i Central Park five...le storie che scandiscono l'ingiustizia sedimentata come sistema. Questa è la storia che oggi non solo la destra ma anche molti "moderati" chiedono di non riesumare o magari insegnare per non turbare la pace (e gli fanno eco le controparti che in Europa si ergono a paladini della cultura occidentale contro la correttezza politica multiculturale). La storia invece è ineludibile - ma non irripetibile, come conferma in qualche modo il "rapporto sullo stato globale della democrazia" pubblicato sempre questa settimana da International Institute for Democracy and Electoral assistance di Stoccolma che ha per la prima volta inserito gli Stati uniti fra i paesi caratterizzati da una "regressione democratica," specificamente in virtù delle manovre repubblicane volte a consolidare il potere di minoranza mediante la soppressione e l'inibizione del voto di Neri e minoranze - adattamento odierno delle operazioni messe in campo dal Sud segregazionismo per mantenere l'apartheid per un secolo dopo la fine della guerra civile.
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