di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 3 luglio 2021
Il giorno dopo le condanne in primo grado di cinque dei sei carabinieri di Piacenza accusati di spaccio e tortura per la vicenda della caserma Levante (il sesto ha scelto il rito ordinario), il sottosegretario al Ministero dell'Interno della Lega Nicola Molteni arriva in città. "Chi sbaglia paga", dice Molteni. Poi però aggiunge dell'altro: "Detto ciò esprimo vicinanza e solidarietà all'Arma perché è un corpo sano. Dobbiamo tutelare anche l'incolumità delle forze dell'ordine per questo credo che a breve sarà consentito l'utilizzo del taser".
Viene da chiedersi che cosa avrebbero potuto fare quei carabinieri col taser in mano. L'intera caserma, e un fatto del genere non era mai successo in Italia, fu messa sotto sequestro nell'estate 2020 dopo di indagini e pedinamenti che hanno raccontato di militari che si credevano boss di quartiere.
È passato un anno, la caserma è ormai tornata operativa, e il sottosegretario Molteni a una manciata di ore dalle condanne sceglie di annunciare i taser per tutti. "Benissimo dire che 'chi sbaglia paga' - commenta il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury - Però a quelle tre parole il sottosegretario ne ha aggiunte altre 200, compreso l'annuncio dei taser, cosa che ci preoccupa molto". "Le condanne di Piacenza - conclude Noury - sono un segnale importante perché riconoscono che è successo qualcosa di molto grave".
A prendere posizione in maniera netta di fronte alla sentenza di primo grado è l'Arma dei Carabinieri. "Con responsabilità accertata, non ci saranno sconti per nessuno - si legge in una nota - Chi sbaglia pagherà oltre che sul piano penale anche su quello civile (anche con risarcimento dei danni economici) e disciplinare". L'Arma si è costituita parte civile e annuncia la creazione di "una struttura con compiti di audit, per rafforzare la costante attività di verifica sul funzionamento dei reparti sino a livello di stazione e adottate iniziative per la formazione del personale".
A chiedere trasparenza e controllo è anche la Cgil. La ricetta del sindacato è però diversa da quella dell'Arma, perché la Cgil chiede di separare "le funzioni del controllore da quelle del controllato". Come si fa? "Con interventi profondi capaci di conquistare trasparenza e vivere democratico e di rendere pienamente esigibile, con i limiti che la Costituzione indica, l'agire sindacale", scrive il responsabile nazionale Legalità e Sicurezza della Cgil, Luciano Silvestri, che nel ragionamento mette in fila proprio le condanne di Piacenza, il raid punitivo degli agenti carcerari di Santa Maria Capua Vetere, e anche la morte di Stefano Cucchi.
"Se ci fosse stato un esercizio sindacale minimamente democratico queste cose non sarebbero accadute", spiega Silvestri, che racconta di un processo di sindacalizzazione nell'Arma ancora agli albori, iniziato dopo una sentenza della Corte costituzionale del 2018 e per ora solo sulla carta, tant'è che le varie sigle non hanno rappresentanza sui territori e non vengono nemmeno convocate. Un sindacato che funziona, è invece il ragionamento, può garantire standard di controllo e trasparenza sul posto di lavoro, anche in una caserma dei carabinieri dove la gerarchia è ferrea e gli ordini non si discutono. Al momento però "resta ancora tutto da fare", in attesa di una riforma parlamentare complessiva della materia "che però speriamo non peggiori la situazione visti i testi in discussione tra Camera e Senato".
Soddisfatti dalle condanne di primo grado i neonati sindacati di categoria, che nel processo appena concluso hanno trovato - attraverso un tribunale e la sua sentenza - uno dei loro primissimi riconoscimenti essendo stati accettati come parti civili. "Viene confermato il ruolo del sindacato quale presidio dei valori democratici ed il suo compito a tutela della legalità e soprattutto del rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori, anche nel contesto del lavoro militare", dice Corrado Bortoli, segretario generale del Silca, il sindacato lavoratori carabinieri.
di Nello Scavo
Avvenire, 3 luglio 2021
Nel fascicolo della procura anche l'esposto dei legali di Sea Watch. Saranno ascoltati i sopravvissuti all'aggressione, sbarcati a Lampedusa. Colpi di mitraglia dalla motovedetta libica verso il barcone con una quarantina di migranti a bordo, poi i tentativi di speronamento col rischio che le persone finiscano in acqua in alto mare. Sono le drammatiche immagini che si vedono nel video diffuso da Sea Watch che ieri aveva dato la notizia degli spari contro i migranti in area Sar maltese, 1 luglio 2021.
Hanno sparato e tentato di speronare in acque internazionali, ma l'arrivo a Lampedusa dei migranti scampati all'aggressione della motovedetta libica ha fatto aprire un'inchiesta sulla mancata strage in mare aperto. La procura di Agrigento, che da subito aveva monitorato l'episodio, dopo avere ricevuto un esposto da Sea Watch dovrà ora accertare la dinamica della fallita cattura dei migranti.
Un'inchiesta che si preannuncia tutta in salita, quella coordinata dal procuratore Luigi Patronaggio. Tra Italia e Libia, infatti, non vi sono patti di cooperazione giudiziaria e difficilmente Tripoli consegnerà i nomi degli ufficiali a bordo della motovedetta fornita dall'Italia né le testimonianze dei guardacoste a presenti a bordo.
Fino ad ora le autorità del Paese nordafricano non hanno mai cooperato nelle inchieste per le violazioni dei diritti umani, offrendo così un riparo a trafficanti di uomini e torturatori. Lo scorso anno proprio un'inchiesta di Agrigento aveva permesso di identificare e far condannare a 20 anni di carcere ciascuno tre torturatori del campo di prigionia ufficiale di Zawyah, diretto dal clan al-Nasr. Uno dei principali esponenti della cosca è il comandante Abdurahman al Milad, quel Bija rilasciato senza processo dopo una detenzione farsa di sei mesi e promosso al grado di maggiore della Marina militare.
Nel fascicolo di Agrigento si trovano la denuncia redatta dal legale di Sea Watch, Leonardo Marino, con i filmati integrali girati a bordo di Seabird, il pattugliatore aereo dell'Ong tedesca, la ricostruzione di Avvenire e i tracciati aerei e navali elaborati dal giornalista di Radio Radicale, Sergio Scandura.
E per la prima volta anche la Guardia Costiera libica ha aperto un'indagine interna dopo che la sua motovedetta ha sparato alcuni colpi verso un barcone con circa 50 migranti e rischiato più volte lo speronamento. In una insolita nota la Marina libica afferma di aver deciso di investigare dopo aver esaminato le immagini in cui si vede la motovedetta che insegue i migranti "mettendo in pericolo le loro vite, così come quelle dei membri dell'equipaggio della motovedetta stessa, in quanto non sono state seguite le misure di sicurezza e sono stati utilizzati anche dei colpi di avvertimento".
In soccorso di Tripoli arriva Malta che parla di operazione "adeguata alle circostanze". Alla stampa locale la Marina de La Valletta ha spiegato che "in questi casi sono permessi i colpi di avvertimento". Versione contraddetta però dalla nota delle autorità di Tripoli che parlano di "mancanza di un giusto comportamento".
I guardacoste libici si sono allontanati per oltre 110 miglia dal porto di Tripoli e sono arrivati a sole 45 miglia da Lampedusa, a poca distanza dall'area di ricerca e soccorso italiana. Non era mai successo che una motovedetta tripolina si spingesse così a Nord per inseguire dei migranti, lasciando però che altri barconi raggiungessero indisturbati Lampedusa. Una decisione costata almeno 8 ore di navigazione. "Abbiamo visto il video e stiamo verificando le circostanze ad esso legate. Sicuramente chiederemo spiegazioni ai nostri partner libici", ha detto Peter Stano, portavoce della Commissione europea.
La notizia dell'indagine di Agrigento e di quella di Tripoli arriva a pochi giorni dal voto italiano per il rifinanziamento delle missioni in Libia, che prevede il sostegno diretto ai guardacoste con la permanenza a Tripoli di una nave officina della Marina militare italiana incaricata di svolgere, a spese dell'Italia, la manutenzione delle motovedette libiche donate dal nostro Paese.
La Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra per i Diritti dell'Uomo e, come ha ricordato di nuovo ieri l'Onu, il Paese non è riconosciuto come "luogo sicuro di sbarco" e perciò riportare a terra i migranti, destinati ai campi di prigionia, costituisce una violazione che però in Libia non è perseguibile.
Corriere di Bologna, 3 luglio 2021
Noi detenuti del carcere di Bologna appartenenti al coro Papageno siamo venuti a conoscenza, solo attraverso i giornali, che le attività del coro all'interno del carcere sono state definitivamente sospese per problemi di natura economica.
Cosa che, dopo un'attesa di oltre un anno in cui, per via dle Covid, tutto era stato sospeso, proprio adesso che aspettavamo di poter riprendere si ha lasciati del tutto sorpresi e, a dir poco, allibiti. Nessun'altra esperienza carceraria, per quanto importante, bella e significativa, è mai stata invitata nell'Aula del Senato della Repubblica a rappresentare sì il coro Papageno, ma anche con orgoglio tutti i detenuti, i volontari, le associazioni che seguono esperienze socializzanti in tutte le carceri d'Italia. Come dimenticare la toccante esperienza di cantare in San Pietro in Vaticano davanti al Papa, nell'anno del Giubileo? Siamo sicuri che la stessa città di Bologna non dimenticherà mai l'uscita di oltre trenta detenuti per partecipare a un concerto al teatro Manzoni per cantare insieme al famosissimo jazzista americano Uri Caine.
Come dimenticare l'entrata in carcere del famoso cantante pop Mika per registrare uno show televisivo con il coro Papageno? L'avere registrato un Dvd (Shalom) che è stato fatto girare in alcuni cinema e nelle sale di quasi tutte le carceri d'Italia? Che senso ha cancellare un'esperienza così positiva?
Collettivamente e individualmente a ognuno di noi il coro Papageno ha dato la cosa più importante alla quale un detenuto possa aspirare, la consapevolezza che anche il carcere con tutte i suoi problemi può offrire possibilità reali di riscatto. Vorremmo che nessuno dimenticasse che durante la recente rivolta del carcere della Dozza, la maggior parte dei detenuti, donne e uomini, iscritti al coro si sono astenuti dal parteciparvi e non pe un caso, ma perché consapevoli che il recupero oltre che dall'impegno personale passa attraverso questo tipo di attività socializzanti e determinanti per avvicinarci a una futura libertà.
Facciamo appello a tutte le parsone sensibili che vorranno aiutarci, a partire dal Presidente della Repubblica, dal direttore generale degli istituti penitenziari, dal presidente del tribunale di sorveglianza, dalla direzione del carcere all'associazione Mozart stessa e dal tessuto sociale che ancora che anche ai detenuti debba sempre essere data la maggior possibilità possibile di riscattarsi dal proprio passato, impegnandosi in qualcosa di estremamente positivo, come il "nostro" coro Papageno.
di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 3 luglio 2021
"In ricordo di don Fausto Resmini". Sette borse di studio ognuna dal valore di 500 € che hanno premiato gli studenti di tutti gli ordini della scuola del carcere bergamasco.
Una cerimonia molto toccante ed emozionante: carica di parole, ricordi, rimpianti e sogni. Quella che si è svolta nel pomeriggio di giovedì 1 luglio nella casa circondariale di Bergamo. Nel teatro del carcere bergamasco si sono riuniti alcuni dei detenuti, le autorità delle istituzioni più vicine alla realtà carceraria cittadina, la direttrice del carcere Teresa Mazzotta e alcune delle docenti della scuola che ogni giorno si svolge dentro quelle pesanti mura. Qui, forse, l'istruzione assume il suo più alto significato. Fonte di libertà, evasione, apprendimento e futuro: salde radici su cui costruire una nuova vita.
Si tratta della missione che appartiene non solo all'istituzione scolastica, ma anche all'associazione bergamasca Carcere e Territorio che ha come suo obiettivo quello di aiutare i detenuti e le detenute al reinserimento sociale. Ed è per questo che, insieme all'Opera Pia Caleppio, l'associazione ha deciso di elargire sette borse di studio a sei studenti e una studentessa detenuti nel carcere bergamasco.
"Con Don Fausto Resmini ci dicevamo sempre che dovevamo fare due cose: sistemare la palestra e far partire le prime borse di studio. E finalmente ci siamo riusciti e il mio pensiero oggi va a lui", ha dichiarato Pierguido Piazzini dell'Opera Pia Caleppio. Sette borse di studio ognuna dal valore di 500€ che hanno premiato gli studenti di tutti gli ordini della scuola in carcere: uno studente del corso alfabetizzazione, tre dell'indirizzo d'istruzione di primo grado gestito dal Cpia dell'Istituto Pesenti di Bergamo e tre della scuola superiore dell'istituto alberghiero Sonzogni di Nembro che, quest'anno, hanno svolto gli esami di maturità con ottimi risultati.
"Ci tenevamo a dare queste borse di studio per premiare chi, pur nella difficoltà del contesto e dalla vita in carcere, ha portato avanti con impegno, intelligenza e sensibilità la scuola", ha commentato Gino Gelmi, vicepresidente di Carcere e Territorio, insieme al presidente Fausto Gritti. Commossa la direttrice del carcere Mazzotta che con il cuore ha voluto ringraziare gli studenti premiati che hanno dimostrato con i fatti quanto il carcere possa produrre cultura e formazione scolastica. La consegna delle borse di studio si è svolta nel corso anche della premiazione del 23° concorso letterario della casa circondariale generosamente sostenuta dall'associazione Homo: "Risultato del duro lavoro delle docenti che hanno sempre lavorato e mantenuto sempre la scuola aperta, nonostante tutto", ha commentato l'insegnante del CPIA Nicla Pilla.
Settanta prose e trenta poesie: questo è il prezioso materiale interamente scritto dai detenuti e dalle detenute del carcere bergamasco. Tutto raccolto in un libro fatto di abbandono, morte, perdita, viaggi, paura, lunghe traversate per mare, famiglia, sogni, la pandemia da Covid e libertà. Quattro le poesie premiate e tre, invece, le prose. Un premio anche uno speciale manufatto: un veliero di legno costruito da un artista detenuto. I testi sono stati letti e cantati dal duo di Seriate Francesco Solari e Giovanni Stucchi: mezz'ora in cui era impossibile trattenere le lacrime e la commozione. Sognando la bellezza, i baci, il mare, la sabbia, l'aria aperta e la notte stellata così magistralmente raccontata negli scritti.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Il procuratore generale Merrick Garland ha annunciato la moratoria sulle esecuzioni. Durante l'amministrazione Trump il record di giustiziati in 200 anni Le Ong abolizioniste: "Bene, ora si riformi tutto il sistema giudiziario". "Se uniamo la misericordia con la forza e la forza con il diritto, allora l'amore diventa la nostra eredità e cambia il diritto di nascita dei nostri figli".
In occasione della cerimonia d'insediamento del presidente Joe Biden a Washington, nel gennaio scorso, la giovane poetessa afroamericana Amanda Gorman pronunciò queste parole. Un discorso potente ma che poteva anche cadere nel vuoto della retorica in un momento di massima enfasi. Forse però qualcosa di così ispirato è rimasto nella testa dell'inquilino della Casa Bianca. La notizia è infatti che mentre si discute di una possibile revisione della pena di morte negli Usa, tutte le esecuzioni a livello federale sono state sospese.
Lo ha annunciato con una nota ufficiale il procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland spiegando che il Dipartimento di Giustizia sta prendendo concretamente in esame i termini per la fine o quantomeno una modifica della pena capitale. Secondo Garland "il Dipartimento di Giustizia deve garantire che a tutti nel sistema di giustizia penale federale non solo vengano concessi i diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, ma siano anche trattati in modo equo e umano" e - ha aggiunto significativamente - "Questo obbligo ha una forza speciale nei casi capitali".
Il predecessore di Garland, William Barr, aveva dato un forte impulso alla ripresa delle esecuzioni federali ferme da 17 anni, durante gli ultimi mesi dell'amministrazione Trump, il Bureau of Prisons (BOP) aveva eseguito 13 messe a morte, nonostante la pandemia di Covid-19 infuriasse in tutto il sistema carcerario federale facendo ammalare alcuni dei prigionieri nel braccio della morte e persino alcuni dei loro avvocati.
Le condanne eseguite a partire da luglio 2020 fino a pochi giorni prima che Trump lasciasse l'incarico, il 20 gennaio 2021, hanno superato quelle intraprese da qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti dal 19° secolo. Una catena di morti della quale l'ultimo anello è stato Dustin Higgs, giustiziato nel complesso della prigione federale di Terre Haute, Indiana, a meno di una settimana dal termine dell'incarico di Trump. Questo creò spaccature nella stessa Corte Suprema, la giudice Sonia Sotomayor condannò l'amministrazione repubblicana definendo il suo operato "una corsa per uccidere i detenuti".
In realtà la pena di morte fu usata come una vera e propria clava politica, da ciò la sua accelerazione dell'epoca con la segretezza che circondava gli aspetti delle esecuzioni, il rigorosissimo anonimato dei carnefici. Ma soprattutto a restare avvolte nell'oblio sono le notizie riportate da diversi avvocati circa le modalità "dolorose" delle esecuzioni. Il riferimento è al pentobarbital, il farmaco usato per dare la morte e i cui effetti sono apparsi pesantemente lesivi. La sensazione di annegamento, per il rapido danneggiamento dei capillari polmonari, è stata acclarata dalle autopsie dei condannati.
Garland ha incaricato la vice procuratore generale, Lisa Monaco, di condurre una revisione che valuterà, tra le altre cose, il protocollo sui farmaci del Dipartimento di Giustizia a partire dal 2019. Il Federal Bureau of Prisons ha fino ad ora rifiutato di spiegare come ha ottenuto il pentobarbital sebbene i farmaci usati siano diventati sempre più difficili da reperire. Le aziende farmaceutiche negli anni duemila hanno iniziato a vietare l'uso dei loro prodotti per le esecuzioni, affermando che erano destinati a salvare vite umane.
Ruth Friedman, direttrice del Federal Capital Habeas Project saluta la decisione ma invita Biden a riformare tutto il sistema giudiziario: "È un passo nella giusta direzione, ma non è sufficiente. Sappiamo che il sistema federale della pena di morte è guastato da pregiudizi razziali, arbitrarietà, esagerazioni e gravi errori degli avvocati della difesa e dei pubblici ministeri che lo rendono irreparabile".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Lo ha stabilito la Corte costituzionale per i condannati che hanno i benefici della detenzione domiciliare. "Sebbene queste persone abbiano gravemente violato il patto di solidarietà sociale che è alla base della convivenza civile, attiene a questa stessa convivenza civile che ad essi siano comunque assicurati i mezzi necessari per vivere". Sono le parole scolpite dalla Corte Costituzionale per dichiarare illegittima la revoca dei trattamenti assistenziali ai condannati per mafia e terrorismo.
È stato il tribunale ordinario di Fermo, sezione lavoro, a sollevare questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, della legge del 2012, relativa alle "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita". La disposizione censurata prevede che: "entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il ministro della Giustizia, d'intesa con il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, trasmette agli enti titolari dei relativi rapporti l'elenco dei soggetti già condannati con sentenza passata in giudicato per i reati di cui al comma 58, ai fini della revoca, con effetto non retroattivo, delle prestazioni di cui al medesimo comma 58, primo periodo".
La questione sollevata trae origine dai provvedimenti di sospensione, prima, e di revoca, poi, delle prestazioni assistenziali concesse, adottati dall'Inps nei confronti di G. T. Parliamo di un ex collaboratore di giustizia, condannato per reati commessi dal 1995 al 2003 e attualmente in regime di detenzione domiciliare, nonché portatore di handicap e invalido totale e permanente, con conseguente inabilità lavorativa. In virtù delle condizioni di assoluta indigenza economica, inoltre, allo stesso è stato riconosciuto il diritto a percepire la pensione d'invalidità civile. Ma a decorrere da maggio 2017 è stata revocata detta prestazione, con la richiesta di restituzione delle mensilità versate dal 1° marzo 2017.
Per la Consulta, con la sentenza numero 137, relatore Giuliano Amato, è "irragionevole che lo Stato valuti un soggetto meritevole di accedere a tale modalità di detenzione e lo privi dei mezzi per vivere, quando questi sono ottenibili solo dalle prestazioni assistenziali", perché "sebbene queste persone abbiano gravemente violato il patto di solidarietà sociale che è alla base della convivenza civile, attiene a questa stessa convivenza civile che ad essi siano comunque assicurati i mezzi necessari per vivere".
Per questo la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzione del comma 61, e, in via consequenziale, del comma 58 dell'articolo 2 della legge n. 92 del 2012. Il comma 58 prevede che con la sentenza di condanna per i reati più gravi, il giudice dispone la sanzione accessoria della revoca delle prestazioni dell'Inps. Mentre il comma 61 stabilisce che tale revoca, con effetto non retroattivo, è disposta dall'ente erogatore nei confronti dei soggetti già condannati con sentenza passata in giudicato all'entrata in vigore della legge del 2012. Tutto ciò è incostituzionale.
di Luca Sofri
ilpost.it, 3 luglio 2021
Le indagini sulle morti di 9 detenuti nel marzo 2020 sono state archiviate, ma per gli avvocati delle famiglie mancano dei pezzi. Il pestaggio dei detenuti da parte della polizia penitenziaria nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere dell'aprile del 2020, al centro di un caso politico in questi giorni per via delle decine di arresti nelle forze dell'ordine e della diffusione di un video che le documenta, avvenne circa un mese dopo che in diverse altre prigioni italiane ci furono violente rivolte tra i detenuti e dure repressioni, nei primi giorni dell'epidemia da coronavirus. Tra il 7 e il 10 marzo ci furono 13 morti: tre a Rieti, uno a Bologna e nove nella Casa Circondariale Sant'Anna di Modena, direttamente nell'istituto penitenziario o mentre i detenuti, in condizioni d'emergenza senza che però nessuno li ritenesse in pericolo di vita, venivano trasportati verso altri istituti.
Su ciò che accadde in quelle circa 60 ore sono state svolte indagini contro ignoti, con le ipotesi di reato di omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto. Il gip Andrea Romito, il 17 giugno, ha deciso l'archiviazione del caso su richiesta degli stessi pubblici ministeri. Secondo il gip la causa "unica ed esclusiva" del decesso dei carcerati fu "l'asportazione violenta e l'assunzione di estesi quantitativi di medicinali correttamente custoditi all'interno del locale a ciò preposto". In pratica, riassumendo: i detenuti hanno fatto tutto da soli.
Ma gli avvocati delle famiglie dei detenuti morti, e altri esperti che hanno seguito la vicenda, ritengono che le cose che ancora non sappiamo di quanto successe in quei giorni siano molte, e che servirebbero altre indagini per chiarire come siano morte almeno alcune di quelle persone.
In tre giorni, da venerdì 7 a lunedì 9 marzo 2020, l'Italia entrò nell'emergenza coronavirus. Nella notte tra il 7 e l'8 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte firmò il primo dei tanti DPCM presentandolo, in diretta televisiva, con queste parole: "Sto per firmare un provvedimento che possiamo riassumere con l'espressione "Io resto a casa". L'Italia sarà interamente zona protetta". Queste parole vennero ascoltate in ogni casa italiana, e in ogni carcere: dove non si può "restare a casa", e dove non esistono "zone protette".
Secondo i dati del ministero della Giustizia, in Italia i detenuti sono circa 62.000 mentre la capienza regolare delle carceri non dovrebbe superare il numero di 50.931. Per fare due esempi: nel carcere romano di Regina Coeli sono ospitate normalmente 1070 persone mentre la capienza è di poco superiore a 600. A Brescia i detenuti sono il doppio della capienza: 360 per 189 posti.
È in questa situazione di sovraffollamento che dalle televisioni presenti nelle celle arrivarono le notizie di un virus mortale, altamente contagioso. L'invito, difficile da accogliere in un carcere, era a "non assembrarsi". Nel frattempo venivano sospese le visite dei familiari e l'ingresso dei volontari. È solo con il passare delle settimane che molti istituti di pena, spesso su sollecitazione degli stessi direttori, si attrezzarono per garantire colloqui con videochiamate. Ma era comunque troppo tardi. Nei primi giorni dell'emergenza da coronavirus nessuno, a livello istituzionale, si attivò per prevenire l'emergenza che stava prendendo forma nelle carceri.
La rivolta scoppiò in 70 istituti penitenziari. Dal carcere di Foggia riuscirono a fuggire in 60. A Milano tutto partì dal reparto La Nave, dove risiedono i detenuti tossicodipendenti. Molti salirono sul tetto, altri aprirono a forza le porte dell'infermeria portando via metadone e psicofarmaci. Le stesse scene si ripeterono ovunque; solo nelle carceri della Calabria e della Sicilia, dove il controllo ferreo è esercitato da 'ndrangheta e mafia, la situazione rimase relativamente tranquilla.
A morire, o a rischiare la morte, furono soprattutto quelli che nel linguaggio carcerario sono i detenuti di terzo letto. Quelli che nei letti a castello stanno all'ultimo piano appunto, quello in alto: al primo ci sono i capi, in mezzo le seconde file e nel terzo letto la manovalanza, spesso con problemi di tossicodipendenza.
La rivolta a Modena iniziò l'8 marzo e fu particolarmente violenta. Venne appiccato il fuoco ai materassi, in un'ala del carcere l'incendio si sviluppò forte e veloce. I detenuti poi assaltarono la farmacia. Furono rubate ingenti quantità di metadone e moltissime sostanze psicotrope. In un primo tempo venne detto che i detenuti avevano aperto la cassaforte dove erano custodite le scorte dei farmaci grazie a un flessibile. In realtà durante l'inchiesta vennero avanzate due altre ipotesi: che l'armadio blindato non fosse stato chiuso dagli infermieri di turno o che fu aperto con una chiave recuperata in una cassetta di sicurezza che era stata aperta dai rivoltosi.
Tra l'8 e il 10 marzo morirono Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu e Abdellha Rouan. Alcuni all'interno del carcere Sant'Anna, altri durante il trasporto oppure quando già erano arrivati in altri istituti, ad Alessandria, Parma, Verona. Un altro detenuto, Salvatore Piscitelli, morì ad Ascoli dopo il trasferimento, il 10 marzo. La sua vicenda, anche giudiziaria, è un caso a parte rispetto a quella degli altri detenuti morti.
"Avevamo evidenziato che negli atti di indagine emergevano tre versioni differenti in relazione ai soccorsi ad Hafedh" dice al Post Luca Sebastiani, avvocato della famiglia di Hafedh Chouchane, il primo detenuto di cui fu riscontrato il decesso. "Sia con riguardo al posto dove lo stesso veniva consegnato agli agenti della Penitenziaria, sia all'orario in cui ciò è avvenuto. E stiamo parlando di differenze macroscopiche, che non sono state chiarite".
Hafedh Chouchane è morto per overdose da metadone. Ma è su come e sui tempi con i quali furono prestati i soccorsi, su cosa accadde tra il termine della rivolta e la decisione dell'amministrazione penitenziaria di trasferire in altre carceri 417 detenuti su 546, che ci sono ancora molte cose da chiarire, secondo i legali.
"Ci sono molte perplessità anche prendendo in considerazione la ricostruzione avallata dalla Procura" continua Sebastiani, "ovvero che Hafedh sia stato consegnato alla Penitenziaria alle 19.30 nei pressi del passo carraio interno del carcere, ed è poi arrivato all'attenzione del medico alle 20.20 quando non aveva segni di vita. Parliamo di 50 minuti per effettuare poche decine di metri, nei quali, se soccorso tempestivamente, poteva essere salvato. Questo aspetto, di notevole importanza per la nostra posizione, doveva essere adeguatamente chiarito. Vi sono giganteschi buchi orari. In quel tempo per salvarlo qualcosa si sarebbe potuto fare, si sarebbe dovuto fare".
Secondo l'Osservatorio Diritti, un giornale online che si occupa di diritti umani, al Sant'Anna terminata la rivolta c'erano decine di detenuti da visitare: la situazione venne definita da "campo di guerra". Una dottoressa testimoniò, sempre secondo Osservatorio Diritti, di aver visitato 40 detenuti in circa due ore: tre minuti a testa. Secondo i legali, Sebastiani, Gianpaolo Ronsisvalle del Garante nazionale dei detenuti e Simona Filippi dell'associazione Antigone, si susseguirono errori su errori.
I detenuti furono riportati in cella senza che nessuno decidesse di controllare se avevano con loro le sostanze rubate nell'infermeria. Su questo punto, i pubblici ministeri risposero così: "È evidente come l'esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti, al momento del loro ingresso in cella, non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso in carcere e ad evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua salute, nel caso specifico metadone. Ma al contrario è giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l'ordine e la sicurezza dell'istituto".
Secondo i pm che hanno chiesto l'archiviazione, insomma, la scelta di non perquisire i detenuti fu giustificata dal fatto che con i farmaci avrebbero potuto magari mettere a rischio se stessi, ma non la sicurezza del carcere. Molti detenuti furono poi trasferiti. "Alcuni barcollavano, non stavano in piedi, la situazione era visibile da tutti" dice Simona Filippi, avvocata dell'Associazione Antigone. "Secondo noi non si poteva procedere a quei trasferimenti che invece avvennero". Alcuni detenuti arrivarono a destinazione già deceduti, altri morirono una volta giunti nella nuova cella. È il caso di Salvatore Piscitelli sulla cui morte è stata aperta un'inchiesta dopo la denuncia di alcuni suoi compagni trasferiti anch'essi dal Sant'Anna. Secondo questi detenuti, Piscitelli era stato picchiato e stava malissimo a causa delle sostanze assunte. A più riprese, sempre secondo la loro testimonianza, fu richiesto l'intervento delle guardie carcerarie e quindi del medico senza che avvenisse nulla. Fino a che non venne, semplicemente, constatato il decesso.
Su alcuni detenuti morti a Modena, dice ancora al Post l'avvocata Filippi, "sono stati riscontrati segni di violenza. Le autopsie hanno accertato che tutte le morti sono avvenute per overdose. Solo un'autopsia pare non sia stata effettuata e noi chiediamo da tempo che venga chiarita la vicenda". Dice l'avvocato Sebastiani: "La consulenza del medico legale nominato dalla Procura ha escluso che ci siano state violenze su Hafedh. Purtroppo, non avendo partecipato con il nostro medico all'autopsia, dato che i familiari non sono stati avvisati, non abbiamo elementi per poter mettere in discussione questo aspetto e non l'abbiamo fatto".
Ma perché il gip ha deciso l'archiviazione nonostante le zone d'ombra fossero molte? "In pratica il Giudice per le indagini preliminari ha detto che certo ci furono errori in quelle ore al Sant'Anna di Modena", spiega l'avvocata Filippi, "ma che data l'eccezionalità del caso, la straordinarietà di ciò che stava accadendo, quegli errori sono in pratica legittimati. Noi pensiamo invece che una rivolta in un carcere non può essere considerata un fatto non prevedibile. Quegli errori non dovevano essere fatti. A Modena sono morti otto detenuti. Nove, se consideriamo la vicenda di Piscitelli. In altre carceri dove sono avvenute rivolte non ci sono stati decessi. È la prova che al Sant'Anna molto non ha funzionato".
L'avvocato Sebastiani sta preparando il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo mentre l'Associazione Antigone, i cui atti non sono stati ammessi perché sia l'associazione sia il Garante dei detenuti non sono state considerate "persone offese", ha presentato ricorso.
A Modena e in altre carceri tra il 7 e il 10 marzo la situazione sfuggì completamente al controllo. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, parlando il 10 marzo alla Camera, disse che le violenze erano "ascrivibili a una ristretta parte dei detenuti in quanto la maggior parte ha manifestato difficoltà e paura". Le proteste dei detenuti continuarono anche nelle settimane successive fino ad arrivare al caso dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, un mese dopo, a cui seguì la violenta ritorsione delle guardie penitenziarie con schiaffi, pugni, calci e manganelli.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 3 luglio 2021
I legali delle famiglie e l'associazione Antigone non si arrendono dopo che la magistratura ha
archiviato l'inchiesta sugli otto deceduti nelle proteste in piena pandemia. Tutti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro l'archiviazione dell'inchiesta decisa dal gip di Modena sulla morte di otto detenuti nella rivolta dell'8 marzo del 2020 al penitenziario 'Sant'Anna' per protestare anche contro le restrizioni dovute al Covid. Una scelta, quella di andare fino in fondo, annunciata nei giorni in cui il mondo del carcere è scosso dall'indagine sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere.
"Una rivolta non è una situazione eccezionale" - "È una possibilità che stiamo prendendo in considerazione perché la decisione del gip, che ha sposato la tesi della Procura, non ci convince. L'eccezionalità della situazione non 'coprè, come sostengono i magistrati, le responsabilità del personale medico e degli agenti della polizia penitenziaria" spiega all'AGI Alessia Filippi, avvocato dell'associazione Antigone, una delle più attive nel monitoraggio della situazione carceraria. "Questo perché, argomenta Filippi, "anzitutto una rivolta in carcere non è una situazione eccezionale, non è un terremoto. La gestione della sicurezza in carcere è disciplinata da protocolli e circolari che devono essere seguiti. La situazione che si era creata, e su questo non abbiamo da obbiettare alle conclusioni del gip, imponeva di trasferire i detenuti dal momento che l'istituto era ingestibile perché era stato distrutto tutto". Ma, questo è il punto centrale per Antigone che aveva presentato opposizione alla richiesta dell'archiviazione assieme al Garante dei detenuti, le persone in overdose per l'abuso dei farmaci provenienti dagli armadietti saccheggiati "dovevano essere portate al pronto soccorso ed è su questo che si deve fare un processo per accertare eventuali responsabilità". L'archiviazione dell'inchiesta per i reati di 'omicidio colposo plurimo' e 'morte come conseguenza di altro reato' risale al 17 giugno. Secondo il gip, la vicenda "ha trovato compiuta ricostruzione, nella sua genesi e nel conseguente sviluppo in termini spaziali e temporali, nelle relazioni depositate dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese".
Resta aperta l'inchiesta sui pestaggi raccontati dai reclusi - Chiuso, salvo appendici europee, questo capitolo d'indagine, resta aperto quello sui presunti pestaggi ai detenuti nato da due lettere inviate all'AGI da due detenuti che denunciano di avere subito "abusi". Entrambe le persone che riferiscono di essere state vittime di violenze gratuite hanno viaggiato da Modena ad Ascoli assieme a Salvatore 'Sasà' Piscitelli, il quarantenne per il quale i suoi compagni di teatro di Bollate, dove era recluso prima di Modena, avevano fatto un appello per sapere la "verità" sulla sua scomparsa.
"Ammazzavano la gente" - "A me dispiace molto per quello che è successo - è scritto nella prima delle due missive - Io non c'entravo niente. Ho avuto paura...Ci hanno messo in una saletta dove non c'erano le telecamere. Ammazzavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un'altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell'ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l'ha mantenuta".
In questi mesi sono stati rintracciati e sentiti gli autori delle lettere acquisite dalla Procura. "Ci aspettiamo che questi esposti vengano valutati con massima attenzione ancora di più dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere - afferma l'avvocato Luca Sebastiani, legale di Hafedh Chouchane, morto a 36 anni a pochi giorni dal fine pena -. Anche alla luce di queste denunce non comprendiamo perché non siano state disposte nuove indagine sugli otto decessi. A ogni modo, siamo al lavoro per la redazione del ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo in collaborazione con alcuni dei migliori professori accademici che hanno offerto la loro disponibilità per questa causa. Confidiamo che in quella sede potremo evidenziare le nostre perplessità e ricevere la dovuta attenzione, in particolare riguardo al tema del sovraffollamento che ha avuto un ruolo determinante sia sul potenziale contenimento che sui ritardi nei soccorsi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2021
Sì della Cassazione alla sospensione del procedimento per reato appropriativo in attesa della dichiarazione di fallimento. La bancarotta per distrazione non si differenzia in nulla dall'appropriazione indebita se l'oggetto è il medesimo. Quindi una volta che sia intervenuta la dichiarazione di fallimento non è possibile l'imputazione per bancarotta se vi è stato già giudizio per appropriazione indebita anche se conclusosi con l'assoluzione. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 25350/2021, precisa il rapporto tra i due reati in caso in cui il presupposto delle due diverse imputazioni sia legato al medesimo evento "naturalistico" per condotta, nesso causale e conseguenza.
È possibile un nuovo giudizio solo se il fatto che si intende punire è diverso. E non rileva ai fini del superamento del divieto del ne bis in idem la circostanza che con la medesima condotta siano in ipotesi stati violati più precetti penali. Dunque l'intervenuta dichiarazione di fallimento non costituisce in sé un fatto nuovo, ma soprattutto diverso. E non è di sicuro un fatto nuovo commesso dall'agente in quanto è un presupposto del reato di bancarotta che interviene in via del tutto indipendente dalla sua volontà.
Ma nel caso risolto la Cassazione respinge le lamentele del ricorrente per la disposta sospensione del giudizio conseguente alla citazione per appropriazione indebita. Il giudice in tal caso in applicazione delle disposizioni dell'articolo 479 del Codice penale aveva, infatti, disposto la sospensione del procedimento appena iniziato per appropriazione indebita ai fini di attendere la risoluzione della questione civile sulla dichiarazione di fallimento da cui poteva conseguire una diversa qualificazione del fatto da punire. Un tale atto al momento iniziale del processo non è abnorme e non viola il divieto dell'articolo 649 del Codice di procedura penale che impedisce di sottoporre a nuovo giudizio il medesimo evento naturalistico già giudicato.
di Simona Gatti
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2021
Il parere del Consiglio di Stato su un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto contro un'interdittiva antimafia e contestuale diniego di iscrizione nella white list provinciale di un'impresa individuale. Legittima l'interdittiva antimafia che si basa su precedenti penali del titolare della società interdetta e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il Consiglio di Stato il 18 giugno ha espresso questo parere come richiesto dal ministero dell'Interno in merito a un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto, con istanza sospensiva, contro il provvedimento della Prefettura di Reggio Calabria con cui era stata disposta l'applicazione della misura interdittiva antimafia (ex art 91 d.lgs. 159/11) con contestuale diniego di iscrizione nella white list provinciale di un'impresa individuale.
Ricorda Palazzo Spada che "la legislazione antimafia persegue l'obiettivo di prevenire le infiltrazioni mafiose nell'economia legale pubblica e privata, ovvero nei rapporti dei privati con le pubbliche amministrazioni e nei rapporti tra i privati, con la finalità di tutelare la sicurezza pubblica e contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso. In altri termini, in una prospettiva anticipatoria della difesa della legalità, l'autorità amministrativa ha come obiettivo l'eliminazione dal circuito dell'economia legale dei soggetti economici infiltrati dalle associazioni mafiose che, in quanto tali, esercitano la libertà di iniziativa economica privata assicurata dall'articolo 41 Cost. in contrasto con l'utilità sociale, in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana"
Il sistema della documentazione antimafia si fonda sulla distinzione tra le fondamentali misure di prevenzione amministrative: le comunicazioni antimafia, richieste per l'esercizio di qualsiasi attività dei privati soggetta ad autorizzazione, concessione, abilitazione, iscrizione ad albi, segnalazione certificata di inizio attività (Scia) e cosiddetto silenzio assenso; e le informazioni antimafia che operano nei rapporti dei privati con le pubbliche amministrazioni (come contratti pubblici, concessioni e finanziamenti). Su queste ultime pesa la valutazione discrezionale da parte del Prefetto sul rischio di permeabilità mafiosa capace di condizionare le scelte e gli indirizzi dell'impresa. Così l'autorità prefettizia esprime un motivato giudizio, in chiave preventiva, circa il pericolo di infiltrazione mafiosa all'interno dell'impresa, interdicendole l'inizio o la prosecuzione di qualsivoglia rapporto con l'Amministrazione o l'ottenimento di qualsiasi sussidio, beneficio economico o sovvenzione.
Il pericolo d'infiltrazione mafiosa, infatti, fa venir meno l'affidabilità dell'imprenditore sulla sua capacità di essere impermeabile ai tentativi della criminalità mafiosa di inserirsi nel tessuto economico e commerciale attraverso la sua impresa, di non cooperare né di prestarsi in alcun modo a disegni criminali. E quindi per la giurisprudenza amministrativa, l'interdittiva costituisce una misura preventiva con una funzione di massima anticipazione che punta a colpire l'azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti con la Pa.
Per quanto riguarda poi le motivazioni del provvedimento, il Consiglio di Stato ricorda che "occorre indicare gli elementi di fatto posti alla base della valutazione - elementi che possono essere desunti da provvedimenti giudiziari, atti di indagine o accertamenti svolti dalle Forze di Polizia in sede istruttoria - e che vanno esplicitate le ragioni in base alle quali, secondo la logica causale del "più probabile che non", sia ragionevole dedurre il rischio di infiltrazione mafiosa nell'impresa sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e, se plurimi, anche concordanti".
La motivazione può essere eventualmente fatta per relationem, richiamando i provvedimenti giudiziari o gli atti delle stesse Forze di Polizia, se essi contengono con chiarezza il percorso logico seguito dall'Amministrazione per formulare un giudizio di pericolosità.
Infine sulla forma linguistica viene precisato che non si richiede all'informativa antimafia formalismi né formule sacramentali, basta una spiegazione asciutta, scarna e poco elaborata, dal quale, però emergano chiaramente le ragioni sostanziali che hanno giustificato tale misura.
Nel caso specifico oltre ai precedenti di Polizia e ai procedimenti penali, nell'interdittiva antimafia è sinteticamente esposto il contenuto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, collaboratori che inseriscono il titolare dell'impresa tra gli organici a una cosca mafiosa. Quindi se è vero - conclude il parere - che nel processo penale tali dichiarazioni non possono essere poste alla base del giudizio di colpevolezza se non si acquisiscono i riscontri esterni, in questo caso (anche per la diversità tra la logica del "più probabile che non " e quella dell'"oltre ogni ragionevole dubbio") tali informazioni possono essere giustamente considerate, "ad colorandum, unitamente a tutti gli altri elementi indiziari, di per sé già sufficienti, per il giudizio in ordine al tentativo di infiltrazione mafiosa".











