di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 26 novembre 2021
La procura adesso indaga su maltrattamenti ai danni delle persone che fino a ieri mandava lì. Da anni però Antigone e il Garante nazionale denunciavano la vergogna del reparto di osservazione psichiatrica. Chiude finalmente il Sestante, il reparto di osservazione psichiatrica (il nome corretto è Articolazione per la salute mentale), del carcere Le Vallette di Torino. Chiude perché obsoleto, fatiscente, del tutto inadeguato per svolgere quelle attività di osservazione e cura a cui era destinato. Talmente inadeguato che la Procura di Torino, che fino a ieri mandava lì le persone, adesso ha aperto un'indagine per maltrattamenti a danno delle persone lì detenute.
Il Sestante dunque chiude adesso, eppure questa situazione era nota da tempo. Antigone, a cui si deve l'ultima denuncia che ha riaperto il caso, pubblicata da Susanna Marietti subito dopo la nostra ultima visita, segnalava questa la situazione da anni. Denunciavamo le condizioni generali del reparto e quanto accaduto in casi individuali, come quello di M., un giovane che sarebbe stato detenuto per mesi al Sestante, un reparto dove si dovrebbe restare per un massimo di 30 giorni, e che sarebbe stato rinchiuso per giorni in una cella "liscia", priva di tutto, in cui tra l'altro sarebbe stato lasciato senz'acqua e si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del WC.
Anche il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà denunciava da tempo le condizioni del Sestante, ed in particolare della cella "liscia", eppure solo adesso il reparto viene finalmente chiuso per essere ristrutturato e le persone che ci stavano vengono finalmente spostate altrove. Ma come è stato possibile tutto questo? Come è potuta una simile vergogna andare avanti per anni sotto gli occhi di tutti? Andiamo per ordine. Le articolazioni per la salute mentale, previste dal regolamento di esecuzione dell'Ordinamento penitenziario, sono i luoghi in cui si dovrebbe anzitutto accertare l'esistenza o meno di patologie psichiatriche.
Un imputato o un detenuto potrebbero simulare la patologia per evitare la pena o accedere ad alternative alla detenzione, e a questo scopo erano stati istituiti questi reparti, che si chiamavano appunto di osservazione psichiatrica. Basta entrarci una volta per rendersi conto però che il problema in quei luoghi non è certo la simulazione. Si tratta infatti di spazi per lo più dedicati alla gestione della fase acuta della patologia psichiatrica, fase in cui il paziente è di più difficile gestione, a rischio di aggressività e autolesionismo.
In questi luoghi le persone vengono contenute, compensate, e successivamente rimandate da dove vengono, perché la fase acuta è passata e non si avviano percorsi di cura, o indirizzate verso percorsi terapeutici che si svolgeranno altrove. In ogni caso dunque luoghi dove si dovrebbe sostare per un breve periodo, al massimo per 30 giorni, ma dove le persone spesso sono detenute assai più a lungo, in un contesto esclusivamente contenitivo, del tutto inadatto alla cura, ma dal quale senza cure non è facile uscire. E non sono pochi i reparti come il Sestante in Italia.
Certo più piccoli, spesso in condizioni materiali migliori, ma tutti rischiano di svolgere la stessa funzione. Il luogo per contenere le forme più acute del disagio mentale. Non un luogo di cura, ma di alternativa alla cura. Perché, e questo è un punto fondamentale, in carcere la presenza del disagio psichico non ha paragoni rispetto al fuori.
Secondo i nostri dati più recenti, relativi alle 85 visite che abbiamo fatto da settembre 2020 ad oggi, il 39,6% dei detenuti è in terapia psichiatrica. A fronte di questo dato esorbitante, sempre dalle nostre rilevazioni, risulta che in media, per ogni 100 detenuti, ci sono in tutto solo 8,1 ore di presenza settimanale degli psichiatri. Credo che questi numeri parlino da soli.
Il disagio, e la domanda di cura, sono enormi, le risorse per la cura del tutto inadeguate e, in quella comunità "compressa" e difficile che è il carcere, questo si traduce subito in problemi di ordine e sicurezza. Problemi che reparti come il Sestante sono chiamati a risolvere. Perché, se il Sestante era l'alternativa alla cura, la cura è l'alternativa al Sestante.
*Associazione Antigone
radiosienatv.it, 26 novembre 2021
In aula una nuova testimonianza. La difesa dei poliziotti contesta: "Certificati medici doppi e irregolari". È proseguito oggi al tribunale di Siena il processo che vede protagonisti 5 agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Ranza a San Gimignano, accusati di lesioni, torture e falso ideologico in relazione al presunto pestaggio di un detenuto tunisino nell'ottobre del 2018, nel corso di un trasferimento di cella. Un'udienza fiume, iniziata di prima mattina con l'ascolto di una delle dottoresse del carcere in servizio in quel periodo, che visitò i detenuti l'indomani i fatti contestati. Sui successivi referti medici prodotti è nata la contestazione della difesa dei secondini, che ha documentato la presenza di certificati doppi con diversi orari e contenuti, reputati non validi. "La dottoressa - ha detto il legale di 4 dei 5 agenti, Manfredi Biotti - non li ha visitati, ma solo visti, e tre certificati dove si riporta di alcune lesioni risultano doppi".
Successivamente è stato esaminato e contro-esaminato un altro detenuto testimone oculare della presunta aggressione, da 18 anni recluso e in quell'ottobre in isolamento nella sezione di media sicurezza. L'uomo, accompagnato dalle guardie carcerarie di fronte al giudice, ha confermato di aver udito rumori di calci e pugni e di aver visto dalla cella il tunisino a terra urlare in modo straziante, e per questo ha chiesto a gran voce agli agenti di fermarsi. Per tutta risposta avrebbe ricevuto da uno di loro un pugno in fronte che gli ha provocato un trauma cranico. "Dopo avevo paura che venissero a prendere anche me, ebbi una crisi di nervi" ha riferito. Il detenuto non ha avuto difficoltà a riconoscere in aula alcuni degli agenti imputati presenti e coinvolti nei fatti oggetti del processo, sia visivamente che attraverso le immagini di alcuni frame dei video delle telecamere, messe a disposizione dal pubblico ministero Valentina Magnini. "Lui comandava le operazioni, l'altro mi disse che ero un infame, lui invece mi colpì" ha esclamato durante la ricognizione. Il processo riprenderà ad inizio dicembre.
di Alberto Mingardi
Corriere della Sera, 26 novembre 2021
Superate le emergenze, non si torna mai al punto di partenza: è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli. Se il passato ci insegna qualcosa, lo Stato tende a crescere nelle crisi. In emergenza si allargano i cordoni della borsa ma soprattutto si amplia il perimetro dei pubblici poteri. Superato il peggio, non si torna mai al punto di partenza: è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli.
Nell'anno della pandemia, i governi hanno messo in campo ulteriore spesa pubblica per circa il 16% del Pil mondiale. Come giustamente ci ha ricordato l'Economist con la sua copertina della settimana scorsa, si tratta di un picco ma non di un fenomeno nuovo. La spesa tende a aumentare come per inerzia: nei Paesi ricchi, allo Stato chiediamo sempre di più. L'invecchiamento della popolazione si traduce in aumenti di spesa quasi automatici. La burocrazia sostiene pervicacemente che, se qualcosa non funziona nel pubblico, è solo perché non è stato finanziato a sufficienza.
Più grande è lo Stato e più i gruppi d'interesse, che siano "i sindacati favoriti dalla sinistra o gli amici della destra nel mondo degli affari", cercheranno di "catturarlo", volgendolo a proprio vantaggio. Anche per questo un'impronta più vasta del pubblico nell'economia implica meno efficienza, meno dinamismo e più privilegi. Se a questo aggiungiamo il fatto che il crescente debito pubblico costituisce un'ipoteca sulle nuove generazioni, si capisce perché, come sostiene il settimanale britannico, proprio questo è il momento di interrogarsi "su che cosa deve fare lo Stato".
La domanda rischia di cadere nel vuoto. Se continuiamo a parlare di Reagan e Thatcher, e se restano due spauracchi dei partiti di sinistra, è proprio per la loro eccezionalità, in quella lunga marcia che ci ha portato ad avere Stati che pesano grosso modo la metà del prodotto interno lordo. Rispondere a qualsiasi problema aumentando la spesa o facendo una nuova legge richiede poca fantasia e funziona per guadagnare, almeno nel breve termine, consenso. Perché gli uomini politici facciano qualcosa di diverso debbono avere anzitutto l'impressione che gli elettori glielo stiano chiedendo.
In passato, sono stati i cosiddetti "ceti produttivi" e soprattutto la borghesia piccola e media a credere che lo statalismo ne ostacolasse la prosperità. Forse altrove è ancora così: il leader dei liberali tedeschi Lindner farà il ministro dell'economia, nel nuovo governo coi socialdemocratici, anche perché in quel Paese i risparmiatori avvertono la minaccia delle politiche monetarie non convenzionali e delle scelte di spesa che esse rendono possibili.
I liberali alle elezioni tedesche hanno conquistato circa il 20% dei ragazzi che si recavano per la prima volta alle urne, in Italia l'unico a usare ancora l'aggettivo è un ultraottantenne, Berlusconi. Che oggi abbraccia il reddito di cittadinanza non solo per immaginarsi con più convinzione candidato al Quirinale: ma forse perché convinto che i suoi stessi elettori, i quali ieri chiedevano regole più semplici e tasse più basse, oggi hanno bisogno di sentirsi protetti e rassicurati.
Per avere uno Stato leggero serve una società pesante: una società fatta di persone che abbiano voglia di essere più autonome, artefici del proprio destino; e che, se necessario, siano capaci di prendersi cura di chi sta peggio. Cosa che il nostro Stato tentacolare spesso non sa fare. Come testimoniano le sempre nuove richieste di intervento e aiuto, a loro modo rivelatrici dell'incapacità di sintonizzare la spesa sui bisogni. Il nostro è sempre più uno statalismo inerziale: non rivela un Paese solidale, ma la nostra pigrizia intellettuale e l'atrofizzazione dei corpi intermedi.
di Francesca Mambro
Il Riformista, 26 novembre 2021
In occasione delle celebrazioni per il granduca Leopoldo di Lorena, il 30 novembre a Cecina si racconterà l'esperienza del "Teatro legislativo": una storia di riconciliazione e rinascita. Leopoldo di Lorena, granduca di Toscana, probabilmente non è il primo nome che viene in mente ai nostri ragazzi e nemmeno ai nostri politici.
In realtà fu protagonista, in un fazzoletto d'Italia, di una vera e propria rivoluzione copernicana perché il suo governo, dal 1765 al 1790, abolì per la prima volta nel mondo la pena capitale ed eresse un vero e proprio monumento legislativo a quel diritto umano fondamentale e inalienabile che 200 anni dopo la Carta dei Diritti Umani afferma.
La Toscana ne va particolarmente orgogliosa e fa bene a ricordarlo ogni anno con una festa importante a cui, giustamente, viene dato un grande rilievo perché questo gesto, profondamente illuminista, avvenne ben prima della decantata Rivoluzione Francese. Il 30 novembre, nel Teatro Comunale De Filippo, a Cecina, per la direzione organizzativa di Maurizio Canovaro, Nessuno tocchi Caino partecipa a questa festa con Rita Bernardini e Porzia Addabbo, la quale porta la sua esperienza sul "Teatro Legislativo", argomento sconosciuto ai più ma che ha una storia di riconciliazione e rinascita di cui ogni comunità potrebbe far tesoro per affrontare i conflitti umani e sociali che la definiscono.
Ci sono storie che nascono e invitano ad agire non dove c'è soddisfazione, ma ferite e vuoti, e sono quella zona franca della vita in cui l'Arte prende posizione e quanto vissuto sulla scena serve per comprendere, discutere e cambiare i valori della società intorno a noi.
Pensiamo a quanto accaduto in Sudafrica quando nel 2003 la Commissione Verità e Riconciliazione chiede alla drammaturga e regista Yael Farber di mettere in scena un testo attinente al percorso di giustizia riparativa. Far - ber parte dalla Orestea, un ritorno ai classici per raccontare il presente. Gli archetipi consolidati consentono all'Arte di sedersi nei posti riservati al dissenso e sovvertono il ruolo dello spettatore.
Da passivo in attivo. Lo spazio scenico non è convenzionale, né convenzionale lo svolgimento, che necessita di azioni concrete da parte della corte di esperti e legali che dovranno restituire soluzioni ai problemi esposti dalla comunità. Dal Teatro al Parlamento. La scelta del Direttore Artistico di "SconfinaMenti", Alessio Pizzech, di proiettare il film Bohème al Carcere di Maiano è un'occasione importante per restituire al mezzo teatrale il potere di democrazia transitiva in cui l'elemento culturale e quello politico sociale si fondono.
La Bohème di Maiano, non è un film sul carcere, è il racconto dell'allestimento di un'opera lirica all'intenso di un supercarcere. La storia di una micro-comunità all'interno della Polis. E se ogni Polis è una comunità, riguarda noi tutti, perché gli studi sociali affermano che, per una persona che si trovi in condizione di isolamento, dopo tre settimane il mondo circostante non esiste più. Dopo un anno non esiste più nemmeno una realtà interiore.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce salute uno stato di benessere fisico e sociale. Ci sentiamo ancora più non in salute se la nostra vita sociale non è gratificante. Qual è, allora, il nostro stato se viviamo nel mondo a-sociale?
Se, come dice il legislatore, il fine ultimo della detenzione è il recupero alla società, il Teatro che è la più concreta imitazione artistica della realtà, diventa l'anti-struttura necessaria, lo strumento per esercitare il pensiero e il processo creativo.
L'atto performativo ha il potere di rendere pubblico e sociale ciò che pensiamo privato, personale e rende udibili, visibili, tangibili; ogni artista ha l'obbligo di raccontare "cosa succederebbe se..." affidando poi alla società civile l'elaborazione di soluzioni diverse riguardo alle necessità che il risultato della messinscena propone. Restored Behaviour è il termine con il quale si concludono le corti di Teatro Legislativo nell'ambito della Giustizia Riparativa. "SconfinaMenti" chiama a raccolta Pedagogia, Politica, Arti della Scena per costruire il Nuovo Umanesimo Europeo.
Da qui dovremo pensare a un Teatro di Testimonianza, di intervento, che affronti temi attuali e sia mirato alla partecipazione e inclusione delle communitas, che siano "regolate" o no. Ricordando il passato, con Eschilo, Agamennone: "Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno".
di Flaminia Savelli
Il Messaggero, 26 novembre 2021
Il progetto dell'università Roma Tre: i tre detenuti sono usciti ieri per la prima volta in 28 anni. Si sono esibiti nell'aula magna dell'Università degli studi di Roma Tre portando in scena la Divina Commedia di Dante Alighieri. Gli attori sono tre detenuti di Rebibbia, reclusi in regime di massima sicurezza, che ieri pomeriggio per la prima volta dopo 28 anni hanno avuto il permesso di lasciare il penitenziario per tre ore. Sono usciti sotto scorta con un'autorizzazione per lavoro all'esterno in occasione, appunto, dello spettacolo del regista Fabio Cavalli.
"Portiamo l'inferno in paradiso" ha commentato il rettore Luca Pietromarchi annunciando l'incontro. Una prima assoluta. Ma non per gli interpreti già protagonisti di Cesare deve morire. La pluripremiata pellicola del 2012 di Paolo e Vittorio Tavani. Il film narra la messa in scena di un altro classico della letteratura, Giulio Cesare di William Shakespeare, dai carcerati di Rebibbia. Gli stessi che fanno parte della compagnia del Teatro Libero di Rebibbia e che ieri hanno prestato la loro voce al Conte Ugolino, a Ulisse e a Paolo e Francesca. Per la rappresentazione che si inserisce nel convegno internazionale Dante e le grandi questioni escatologiche, a cura della Pontificia commissione dantesca. "Un'esperienza significativa quella del teatro nel carcere - ha sottolineato il cardinale Gianfranco Ravasi- per questo abbiamo voluto una rappresentazione di un'opera fondamentale per la cultura universale".
I protagonisti - Filippo Rigano, Giovanni Colonia, Francesco De Masi - si sono alternati accompagnati al pianoforte dal maestro Franco Moretti portando in scena non una semplice lettura, ma una recitazione attraverso le traduzioni dialettali.
Quindi le interpretazioni in dialetto napoletano, calabrese e siciliano "per rendere ancora più realistico il parallelismo tra condannati e dannati" ha spiegato il rettore Pietromarchi. "La realtà del carcere - ha aggiunto il rettore- è dolore, paura e rimorso. Ma è anche il senso di un percorso, un cammino di liberazione e oggi Dante vi ha portato fuori dal carcere".
I detenuti hanno aperto la scena con i versi del Purgatorio del cavaliere Manfredi: "Orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei".
Hanno poi via via narrato i canti dell'Inferno dantesco, spiegando: "La descrizione delle colpe nella cantica è minuziosa, come un codice penale. Esistono categorie e sotto categorie come in carcere. Nel sistema giudiziario dantesco saremo i dannati, i diavoli. Eppure oggi siamo qui davanti a voi. Quindi tanto dannati non siamo e il nostro carcere non è l'inferno, piuttosto è un purgatorio".
Per chiudere lo spettacolo, gli attori hanno rappresentato - in dialetto napoletano - il V canto dell'Inferno dove il poeta fiorentino confina i lussuriosi. Hanno perciò ripercorso recitando i versi più celebri della drammatica storia degli innamorati, Paolo e Francesca: "Anche noi in carcere siamo come Paolo e Francesca - hanno spiegato - perché in galera l'amore è proibito per legge. Quando incontriamo le nostre mogli in parlatorio un'ora a settimana e ci stringiamo le mani, in quel momento ognuno di noi è Paolo". Al termine dello spettacolo, commossi e ancora emozionati, i detenuti sono stati scortati nel penitenziario.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 26 novembre 2021
Ieri, come ogni anno, è stata la giornata dei numeri e delle promesse... ma la vera promessa non sono nuove norme e neppure più fondi. È stata, quella di giovedì 25 novembre, la giornata contro la violenza domestica? O è stata l'ennesima giornata delle promesse? Purtroppo, i dati sulla violenza domestica, in particolare contro le donne, non sono buoni. Il numero degli omicidi è in leggera diminuzione; ma resta stabile se si considerano quelli in cui la vittima è una donna. La parola "femminicidio" genera spesso reazioni di insofferenza. Non sarà una bella parola. Ma è ancora peggio la sostanza. E la sostanza rimane questa: a dispetto delle parole, degli impegni, dei finanziamenti, delle promesse appunto, ogni giorno migliaia di donne si trovano in pericolo, e non per strada al buio la notte; all'interno delle loro case, delle loro famiglie, tra le persone che dovrebbero essere le persone care.
Cosa possiamo fare per contrastare questa vergogna? È un fatto di norme; e quelle per il codice rosso, che aprono una corsia d'emergenza per le denunce delle donne, sono senz'altro positive. Ma la violenza domestica è innanzitutto un fatto culturale. E la cultura non cambierà fino a quando noi uomini non ci renderemo conto che siamo proprio noi a dover cambiare. Perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne soltanto; è un problema di noi uomini. Siamo noi che dobbiamo cambiare e far cambiare i violenti: coloro che non accettano un No o un Basta, un rifiuto o un abbandono; coloro che si considerano proprietari del corpo e dell'anima della donna, e non sono disposti a riconoscere la sacrosanta libertà della donna di uscire con chi vuole, di amare chi vuole, di sposare chi vuole.
Fino a non molto tempo fa, in Italia esisteva il matrimonio riparatore: chi voleva una donna se la prendeva, e lei era moralmente obbligata dalla comunità e dalla famiglia a sposare l'uomo che l'aveva violentata. Il matrimonio cominciava con la violenza, e spesso nella violenza proseguiva. Fino a quando una giovane siciliana, Franca Viola, rifiutò il matrimonio riparatore, aprendo una via che tante altre donne non soltanto al Sud hanno seguito. Ora il problema si ripropone spesso nelle famiglie degli immigrati, dei nuovi italiani. Negarlo nel timore di passare per razzisti sarebbe un'ipocrisia inaccettabile (anche se è importante notare che nel 2019 l'ampia maggioranza dei femminicidi è stata commessa da italiani).
Non dobbiamo avere paura della verità. Lo dobbiamo alle nostre madri, che si sono emancipate attraverso un percorso decennale di coraggio e di riscatto. E lo dobbiamo alle nostre figlie e nipoti, che dovranno abitare un Paese e un mondo in cui non si farà più caso se il capo è maschio o femmina, ma se è competente o non lo è, se è onesto o non lo è, se è violento o non lo è. Questa sì è una promessa che dobbiamo fare a noi stessi; e che dobbiamo rispettare.
ilgiunco.net, 26 novembre 2021
Dare una nuova vita ai propri giocattoli e regalare un sorriso a chi ne ha bisogno. È l'iniziativa "Una seconda possibilità per i propri giocattoli" promossa dal Gruppo di Solidarietà Heos e dalla cooperativa Coopthc (Together let's Help the Community!) in collaborazione con l'Istituto penitenziario di Massa Marittima.
Si potrà donare un proprio giocattolo - in buone condizioni e che non preveda l'uso di batterie - contattando al numero 370.3792052 il Gruppo Solidarietà Heos che provvederà, dopo la necessaria sanificazione, a consegnarlo al carcere massetano. Gli ospiti della struttura potranno a loro volta regalarlo ai propri figli in occasione del prossimo Natale. L'iniziativa andrà avanti non soltanto in occasione del 25 dicembre, ma sarà costante durante l'anno. I bambini e le bambine che durante le festività e anche successivamente entreranno nell'istituto penitenziario per far visita al proprio papà porteranno a casa il bellissimo ricordo di un abbraccio e anche un piccolo e certamente gradito dono.
Chi volesse partecipare attivamente all'iniziativa donando i propri giocattoli potrà rivolgersi al numero 370.3792052 o scrivere alla mail
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 novembre 2021
Frontex quest'anno è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea per violazione dei diritti fondamentali e abusi ai danni dei migranti. Frontex, l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, è stata fondata nel 2004 per assistere gli Stati membri dell'Ue e i paesi associati a Schengen nella protezione delle frontiere esterne dello spazio di libera circolazione dell'Ue. In quanto Agenzia dell'Ue, Frontex è finanziata dal bilancio dell'Unione e dai contribùuti dei paesi associati Schengen. Ma è sotto i riflettori sia su sospette violazioni dei diritti dei migranti, sia per bilanci poco trasparenti e non virtuosi come denunciano molteplici associazioni, ong e gruppi del Parlamento europeo.
Frontex è la più odiata delle agenzie dell'Unione europea - Come ha scritto recentemente la giornalista Francesca Spinelli in un articolo de L'Internazionale, Frontex è la più odiata delle agenzie dell'Unione europea: nei suoi sedici anni di esistenza, è stata accusata di violazioni di diritti fondamentali così tante volte da fare concorrenza al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Con la differenza che, essendo eletto, Orbán può far valere una sua legittimità. A questo, si aggiunge anche il discorso di presunte "spese pazze".
Secondo "EUobserver", Frontex ha organizzato cinque eventi in quattro anni per 2,1 milioni di euro - Secondo la testata EUobserver, Frontex ha organizzato cinque eventi in quattro anni ai quali hanno partecipato in centinaia tra dipendenti e ospiti. Il conto totale dei budget per le feste in quel periodo ammonta a un totale di 2,1 milioni di euro. EUobserve, che ha avuto accesso ai documenti interni, snocciola i dati: si va dai 94.000 euro spesi nel 2015 per una cena per 800 persone presso l'elegante ristorante Belvedere di Varsavia, città dove ha sede l'agenzia, ai 580 mila euro spesi per una festa in trasferta sul Mar Baltico presso la località balenare di Sopot.
Resta il fatto che Frontex, nel corso di quest'anno, per ben due volte è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea. L'ultimo risale al mese scorso. Secondo gli avvocati olandesi che hanno presentato la causa, l'agenzia di frontiera dell'Ue avrebbe violato i diritti fondamentali dei rifugiati siriani che sono stati respinti dalla Grecia alla Turchia nell'ottobre 2016.
Frontex dovrà rispondere di abusi e respingimenti indiscriminati - La prima causa, invece, risale a maggio scorso. Frontex dovrà rispondere abusi ai danni di migranti, comprese violazioni dei diritti umani, tra cui respingimenti indiscriminati. Parliamo della prima azione legale contro l'Agenzia da parte della ong Front-lex con le organizzazioni Progress Lawyers Network e Greek Helsinki Monitor, presso la Corte di Giustizia Europea.
La causa è stata presentata per conto di due richiedenti asilo (un minore non accompagnato e una donna) mentre cercavano asilo in territorio Ue sull'isola di Lesbo, in Grecia. Le accuse mosse contro Frontex traggono fonte da molteplici testimonianze che ricostruiscono gli eventi passati dalle vittime.
Tra i fatti presentati si trovano anche prove di altre operazioni di respingimenti senza giusta causa durante i loro tentativi di cercare protezione in Unione europea. Dalle testimonianze presenti nell'azione legale, un membro del presunto gruppo di migranti respinti indiscriminatamente, minorenne e amico del richiedente, anche lui minore, è caduto in acqua ed è morto annegato. Front-lex e il team di avvocati che hanno presentato l'azione legale, sostengono la responsabilità di Frontex in questi event: l'Agenzia dovrebbe svolgere un ruolo di monitoraggio regolare della gestione delle frontiere esterne, compreso il rispetto dei diritti fondamentali.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 novembre 2021
"Era l'unico compromesso possibile" dice il Dem Bazoli. Che però non porterà al voto favorevole del centrodestra. Subito polemico Magi di Più Europa: "Hanno vinto quelli che vogliono mandare la legge sul binario morto e che non sono solo nel centrodestra".
Alla fine, almeno per fissare una data sul calendario della Camera, ce l'hanno fatta. La legge sulla morte medicalmente assistita arriverà in aula il 13 dicembre. Merito dell'insistenza del presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni di M5S, e dei due relatori, il Dem Alfredo Bazoli e il grillino Nicola Provenza, che hanno cercato una mediazione sulle richieste del centrodestra che non assicurano però il loro voto favorevole, ma almeno garantiscono "l'approdo in aula". Un risultato che però suscita subito la reazione fortemente polemica di Riccardo Magi di PiùEuropa che dice: "Hanno prevalso quelli che vogliono mandare la legge sul binario morto e che non sono solo nel centrodestra".
E dunque in aula a Montecitorio, il testo sulla "morte volontaria medicalmente assistita", approderà il 13 dicembre. Con quale esito? Bazoli la racconta così: "Abbiamo raggiunto l'unico compromesso possibile che garantisce, appunto, l'arrivo in aula, e non il muro contro muro anche su questo. Ma certo non offre garanzie sul voto favorevole del centrodestra". Alla domanda cosa faranno Lega e Forza Italia, Bazoli risponde con sincerità: "Certo non voteranno a favore". Si asterranno? "Vedremo". Di sicuro c'è che il centrosinistra, Pd, M5S e Leu, ha i voti per mandare il testo al Senato, ma lì il destino del provvedimento sul fine vita si preannuncia negativamente segnato, com'è avvenuto per la legge Zan, proprio per via dei numeri risicati del centrosinistra. In più Italia viva è divisa anche alla Camera: rispetto al sì convinto di deputate come Lucia Annibali e Lisa Noja, che lo hanno espressamente detto nelle commissioni, rispetto al sì di Roberto Giachetti, ci sono anche molti no.
Ma è proprio sulla data, il 13 dicembre, che Riccardo Magi protesta. Per lui il giorno giusto per cominciare avrebbe dovuto essere, al massimo, quello del 3 dicembre, passare al 13 invece significa segnare comunque il destino della legge anche a Montecitorio. Perché, spiega Magi, che parla di "binario morto", "con la sessione di bilancio e gli altri provvedimenti urgenti, e con la pausa di Natale, a quel punto si arriva all'elezione del presidente della Repubblica". Cioè a febbraio. Magi non nasconde neppure di essere polemico con le concessioni fatte al centrodestra sugli emendamenti.
Ma quali sono state, in concreto, queste "concessioni" dei relatori? Sicuramente respinta l'ipotesi di rendere obbligatorie le cause palliative, che anzi potranno essere rifiutate da chi chiede la morte medicalmente assistita. Ma il centrosinistra accetta che chi chiede di morire non solo sia affetto da "una patologia irreversibile", ma per lui sia stata già preannunciata "una prognosi infausta". Non solo, le sue sofferenze non dovranno essere solo "fisiche", ma anche "psicologiche". A queste concessioni se ne aggiungono anche altre formali lungo l'intero testo della legge.
Bazoli, dal suo punto di vista, si dichiara "soddisfatto", perché il muro contro muro è caduto. L'arrivo in aula è stato sbloccato, ha vinto quella che lui chiama "una decisa volontà di mediazione" che però "non garantisce il voto favorevole". In compenso, dopo una giornata di estrema tensione, quella di mercoledì, viene meno "il clima di scontro frontale, almeno non ci si affronta all'arma bianca". Frutto di 24 in cui i relatori Bazoli e Provenza, dal loro punto di vista, hanno fatto di tutto per evitare che la futura legge sul fine vita potesse saltare del tutto all'anno nuovo. Ma secondo Magi ci finirà lo stesso perché al massimo il 13 dicembre partirà la discussione generale, poi ci sarà il necessario rinvio a gennaio, e a quel punto le elezioni del capo dello Stato.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 26 novembre 2021
VI Conferenza nazionale sulle droghe. L'appuntamento triennale governativo fu richiesto dalle opposizioni per valutare gli effetti criminogeni della legge punitiva del 1990. Alla vigilia della Conferenza governativa sulle droghe di Genova ripercorriamo la ratio, le finalità, la storia di questo appuntamento, per avere un metro di giudizio politico più solido sull'evento che ci sta davanti. L'appuntamento triennale della Conferenza fu introdotto nella legge del 1990, la Jervolino-Vassalli. Insieme alla Relazione Annuale al Parlamento, fu il frutto della battaglia delle opposizioni durante la discussione parlamentare. Poiché il disegno di legge del governo introduceva un giro di vite proibizionista (in particolare punendo il semplice consumatore), le opposizioni chiesero strumenti per monitorare gli effetti delle nuove norme. Il Presidente del Consiglio deve convocare ogni tre anni la Conferenza, le cui conclusioni "sono comunicate al Parlamento anche al fine di individuare eventuali correzioni alla legislazione antidroga dettate dall'esperienza applicativa" (art.1, comma 15). Il primo obiettivo della Conferenza è la verifica della legge penale, ricordiamolo bene. Tanto più perché, dopo l'abrogazione da parte della Corte Costituzionale delle modifiche della Fini-Giovanardi, la normativa attualmente vigente è ancora quella del 1990 (senza le sanzioni penali per il consumo abolite dal referendum, ma con le sanzioni amministrative).
Palermo 1993, il referendum spinge - Palermo è il primo grande appuntamento politico sulle droghe dopo il referendum popolare del 1993, che aveva bocciato la svolta punitiva della legge Jervolino Vassalli (vedi: la norma manifesto di divieto di assunzione di sostanze stupefacenti, le sanzioni penali per il consumo, le norme che limitavano la libertà terapeutica). Nel clima post referendario, il termine "riduzione del danno" compare ufficialmente per la prima volta nelle parole della ministra Fernanda Contri. Scompare la comunità terapeutica vista come "la soluzione" alla dipendenza: le comunità mantengono un posto di rilievo nella cura, ma i servizi pubblici diventano il fulcro del sistema e i trattamenti con metadone "a mantenimento" sono finalmente legittimati. Il cambio di passo si registra anche nelle parole dell'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, a suo tempo uno dei sostenitori dell'approccio proibizionista duro: egli cita positivamente l'esperienza dell'Olanda "in cui il giudice non applica la sanzione penale e può contare sul medico al quale risulta affidato il compito di somministrare anche droga al giovane assuntore in maniera controllata" (il riferimento è ai trattamenti con eroina medica).
Il gruppo di lavoro sulla riduzione del danno, coordinato da Luigi Manconi, stende un programma articolato di riforme: dal potenziamento dei programmi con metadone, alla sperimentazione di trattamenti con eroina, agli interventi di prevenzione dell'Aids in carcere, fino all'alleggerimento del trattamento penale per la cannabis). Palermo, sotto la spinta del referendum popolare, rappresenta dunque una rottura con l'approccio tough on drugs.
Napoli 1997, la riduzione del danno - La Conferenza di Napoli in gran parte si concentra sulla riduzione del danno, dietro la spinta degli sviluppi europei ma anche di un movimento diffuso: molte sono le prese di posizione dei consigli comunali (da Torino a Venezia, da Bologna a Firenze e molte altre) a favore di un mutamento di rotta. All'ipotesi riformista dà voce un documento delle Ong, elaborato proprio in vista della Conferenza. Si propone: il completamento della depenalizzazione del consumo personale iniziato col referendum, la legalizzazione della cannabis, l'espansione della riduzione del danno e la sperimentazione di nuovi interventi (in specie, i trattamenti con eroina). Si propone anche di innovare i processi della decisione politica, dando nuove competenze ai Comuni e prevedendo la partecipazione vasta di soggetti sociali, in primis i consumatori di droghe.
A livello governativo, l'obiettivo è di "sdoganare" la riduzione del danno, facendo sì che sia accettata il più largamente possibile dal vasto mondo delle comunità terapeutiche, molte delle quali ancora riluttanti a rinunciare all'obiettivo unico dell'astinenza e ad accettare i trattamenti con metadone non finalizzati al passaggio veloce all'astinenza. Si cerca un difficile equilibrio fra continuità e discontinuità, fra "lotta alla droga" e governo pragmatico e umanitario del fenomeno, come è evidente dallo slogan dell'evento: "Contro le droghe, cura la vita".
Pur con questi limiti, Napoli 1997 rimane una tappa importante. È attivato un gruppo sulle politiche della cannabis, che conclude i lavori proponendo di sperimentare forme di regolazione legale. La proposta non passa, ma la Conferenza si pronuncia positivamente sulla completa depenalizzazione del consumo: su questo si impegna il governo, come anche sul rafforzamento della riduzione del danno.
Genova 2000, la scienza e la riforma - Nonostante gli impegni della Conferenza di Napoli, la depenalizzazione completa del consumo trova un ostacolo nelle campagne di allarme sul tema sicurezza, cui il governo e le forze politiche, anche a sinistra, sostanzialmente soggiacciono. Anche sul fronte della riduzione del danno permangono le resistenze ideologiche. In questo clima, il movimento rialza la posta. Si forma un ampio Cartello di associazioni (Per un'altra politica delle droghe) e nasce una rete antiproibizionista di centri sociali (Mdma). Il Cartello "Per un'altra politica delle droghe" promuove spazi di dibattito paralleli su temi scottanti, oltre quelli ufficiali, come "carcere, depenalizzazione e decriminalizzazione della vita quotidiana dei consumatori".
Genova passa alla storia per la ricchezza del dibattito e per lo scontro nel governo: da una parte il ministro Umberto Veronesi apre alla cannabis legale e caldeggia la sperimentazione dei trattamenti con eroina; dall'altra, il presidente del Consiglio Amato frena il dibattito sul nascere. Interessante lo scambio fra i due esponenti governativi, poiché si confrontano due concezioni della politica. Veronesi affronta il merito delle questioni e trae indicazioni per le politiche dalle evidenze scientifiche disponibili. Amato definisce il suo approccio "tecnico", contrapposto al "politico" inteso come pura negoziazione fra le forze politiche (nel governo non c'è accordo sulla depenalizzazione, fa sapere il presidente del Consiglio). Quanto al movimento, rischia di diventare una "anomalia di sistema", in una politica ormai distaccata dalla scienza, dalla cultura, dall'esperienza.
Da Genova 2000 a Genova 2021 - Le conferenze di Palermo II, del 2005, e di Trieste del 2009 non hanno storia: la prima finalizzata a propagandare il disegno di legge Fini-Giovanardi, contrastato sia nel parlamento che nel Paese; la seconda, a legge approvata grazie a forzature anticostituzionali, tesa solo a legittimare a posteriori la svolta punitiva. Il movimento non ci sta e organizza spazi di discussione e mobilitazione fuori Conferenza.
Che dire oggi di Genova II? A giudicare dal programma, pare una conferenza che "parla d'altro". Fuoriluogo, soprattutto fuori tempo. Invece di affrontare il nodo della legge e i suoi effetti criminogeni sui consumatori, si parla della "realtà penale e penitenziaria della dipendenza". Invece di parlare di consumi e del governo sociale degli stessi, ci si concentra esclusivamente sulle "dipendenze patologiche". Perfino la ricerca è limitata alle dipendenze, con ospite di riguardo Nora Volkow, principale sostenitrice della addiction come brain disease: proprio oggi che i limiti del modello neurobiologico sono sempre più esplicitamente denunciati.
Quanto alla riduzione del danno, se ne parla, ma rigorosamente entro il recinto dei servizi. Le politiche della cannabis neanche sono nominate, né per gli sviluppi di legalizzazione in ambito internazionale, né in ambito nazionale (vedi il successo delle firme per il referendum). Per discutere sul serio, meglio affidarsi al "Fuoriconferenza".









