di Daniele Mencarelli*
Il Domani, 2 luglio 2021
Le violenze riprese dalle telecamere nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenute nell'aprile del 2020 per mano degli agenti penitenziari ai danni dei detenuti, sono di quelle che rimandano ad altre epoche della nostra storia, quando il potere dell'istituzione poteva tutto e il contrario di tutto ai danni del singolo. Sarebbe bello poterle considerare un incidente di carattere residuale, un anacronismo, ma purtroppo questo non corrisponde alla verità. Quello che abbiamo visto è qualcos'altro. È l'equivoco di sempre. La confusione del rappresentante dello Stato che smarrisce, per autoesaltazione, i confini del suo ruolo. Non più, dunque, agente di un potere che gli viene conferito, ma titolare unico del potere che esercita. Un padre padrone. Capace di un giudizio secondo solo a quello universale.
La violenza che diventa così un atto domestico, fisiologico, capace di obbedire soltanto al cuore di tenebra che la brandisce. Si dirà: è una lotta fra disperati. Niente figli di papà contro quelli di mamma. La retorica che vuole guardie e ladri in fondo maledettamente simili. No. Le immagini mostrano altro. Mostrano individui che usano violenza contro altri individui, solo che i primi sono protetti dallo scudo e dal manganello dello Stato. Nel teatro della civiltà, e come giusto che sia in uno stato democratico, molti hanno iniziato a fare il loro dovere: difendere gli indagati. Questa volta sarà un compito davvero gravoso. Altrettanto impegnativo sarà smuovere compassione nei confronti di tutta quella violenza esercitata senza compassione alcuna. Il tempo e un'aula di tribunale metteranno nero su bianco responsabilità e pene. Ma il portato giudiziario non è il solo, ma uno dei tanti, e forse nemmeno il più rilevante, di questa vicenda.
Quello che molto spesso sfugge a chi rappresenta lo stato è la portata sociale di notizie come questa. Ogni volta che escono testimonianze del genere, il rapporto tra individuo e istituzione si frantuma. Poco importa quale sia l'istituzione. Il succo resta sempre lo stesso. Ovvero il terrore di varcare una porta, che sia d'ospedale o carcere, palazzo di giustizia o caserma, e ritrovarsi davanti un individuo convinto di poterci fare qualsiasi cosa, in totale disprezzo della legge, e dello stato e della natura, con la ferma sicurezza che nessuno gli verrà mai a dire niente.
I primi a essere sconvolti da quanto emerso da quei video saranno senz'altro le decine di migliaia di rappresentanti dello Stato degni di questo nome, molti di loro di fronte a quelle immagini avranno masticato la stessa rabbia di ogni altra persona per bene. Sta a loro, a chi presta la propria opera nei luoghi dello Stato, ricordare a ognuno di noi che per un episodio come quello accaduto a Santa Maria Capua Vetere rispondono quotidianamente centinaia e centinaia di gesti contrari, dettati dal rispetto della legge e della vita umana. Molti di loro avranno affrontato queste giornate proprio con lo spirito di chi vuole dimostrare che le istituzioni del nostro paese sono un'altra cosa. Non possiamo non crederci.
*Poeta e narratore. Il suo ultimo romanzo è Tutto chiede salvezza (Mondadori), finalista al premio Strega e vincitore del premio Strega giovani.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 luglio 2021
Pestaggio in carcere, incontro a Palazzo Chigi fra Draghi e il Garante delle persone private della libertà. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato a Palazzo Chigi Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà. Lo ha reso noto l'uffico dello stesso Garante. Il contenuto del colloquio non è stato comunicato, ma visto il clamore che sta suscitando il caso del pestaggio dei detenuti dello scorso anno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è molto probabile che il premier e il garante abbiano discusso della vicenda.
In mattinata Palma aveva chiesto un "radicale intervento sui percorsi formativi", della Polizia penitenziaria che "sappia estirpare quella cultura del branco che emerge troppo spesso e che si ritrova anche negli atti del provvedimento della Procura di Santa Maria Capua Vetere". Palma definisce le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere comportamenti incompatibili con il fondamento democratico del nostro Paese", e auspica "interventi rapidi che incidano su più fronti".
Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà serve "l'assoluta intransigenza verso messaggi, anche indiretti, di sottovalutazione degli episodi, con il rischio di veicolare altrimenti una sensazione di impunità". E dunque occorrono "interventi che, al di là del piano penale, siano inequivocabili anche sul piano disciplinare". In questo quadro, aggiunge, sarebbe "opportuno affrontare in modo efficace la questione della riconoscibilità degli operatori delle forze di polizia".
Palma indica anche un secondo fronte di azione che riguarda "la ridefinizione di una catena di trasmissione delle informazioni agli organi superiori tale da evitare in futuro che esponenti del Governo rispondano al Parlamento qualificando quale doverosa operazione di ripristino della legalità un'azione che la documentazione disponibile mostra chiaramente al di fuori di quanto il nostro ordinamento costituzionale possa accettare". Un chiaro riferimento alla risposta del sottosegretario grillino Ferraresi ad un atto ispettivo. Infine, secondo Palma occorre "ricostruire un percorso condiviso dell'esecuzione penale e delle sue attuali criticità che valorizzi le professionalità esistenti e che rassicuri anche la comunità esterna, oggi frastornata e rischiosamente propensa a generalizzazioni ingiuste".
Quanto avvenuto nell'Istituto di Santa Maria Capua Vetere, al di là degli esiti degli accertamenti dell'Autorità giudiziaria, conclude il Garante, rischia di "generare più vittime: coloro che hanno visto calpestata la propria dignità e la propria integrità fisica e psichica; il Corpo di Polizia penitenziaria che certamente non merita di essere identificato nella sua totalità con tali comportamenti; il Paese stesso che vede anche aggredita la propria immagine democratica in ambito internazionale attraverso comportamenti di taluni che sono chiaramente dimentichi della funzione istituzionale loro affidata".
di Antonio Averaimo
Avvenire, 2 luglio 2021
L'appello dell'ispettore generale dei cappellani, don Grimaldi: riportare subito umanità e dignità dietro le sbarre. Agli agenti spesso manca formazione. Non è ancora finita. Anzi. Oltre alla bufera politica - in cui finisce anche l'ex ministro della Giustizia Bonafede - emergono altri particolari su quanto avvenne il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. A raccontarli, in un nuovo video che fa il giro di tutte le tv, è Vincenzo Cacace, detenuto in sedia a rotelle presente il giorno della perquisizione straordinaria degenerata in violenza di massa: "Sono stato il primo ad essere tirato fuori dalla cella insieme con il mio piantone, dato che sono in queste condizioni. Ci hanno massacrato, hanno ammazzato un ragazzo (il riferimento è a un detenuto oggetto del pestaggio e messo in isolamento, poi in realtà deceduto per abuso di sostanze stupefacenti, ndr). Hanno abusato di un detenuto. Mi hanno distrutto, mentalmente mi hanno ucciso. Volevano farci perdere la dignità". Il racconto è concitato, tanto che l'uomo finisce col confondere la funzionaria presente ("Anche lei aveva il manganello") con la direttrice Elisabetta Palmieri, assente invece per malattia il 6 aprile 2020 e nei giorni successivi.
Al vaglio della procura di Santa Maria Capua Vetere, in ogni caso, ci sono anche le comunicazioni che intercorsero all'epoca dei fatti tra l'allora direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, e il provveditore alle carceri della Campania, Antonio Fullone, che è coinvolto nelle indagini. "Hai fatto benissimo", scriveva l'ex capo del Dap a Fullone in riferimento alla perquisizione straordinaria disposta dal provveditore nel carcere di Santa Maria a poche ore di distanza da una rivolta dei detenuti. In quelle chat Fullone parla di "segnale forte" da dare all'interno dell'istituto, senza fare però riferimento alle violenze accertate dalla procura attraverso l'impianto di videosorveglianza del penitenziario.
Ma le violenze nel carcere campano stanno diventando a ogni ora che passa un affare sempre più politico. Prova ne sia l'arrivo all'istituto, ieri pomeriggio, del segretario della Lega Matteo Salvini. Che si è intrattenuto a lungo con gli agenti della polizia penitenziaria e con i loro rappresentanti sindacali. "Sono qui a ricordare che chi sbaglia paga, soprattutto se indossa una divisa - ha detto il leader della Lega. Questo però non vuol dire infangare e mettere a rischio la vita di 40mila agenti della polizia penitenziaria che rendono il Paese più sicuro. La giustizia faccia il suo corso, e se ci sono stati abusi e violenze vanno puniti con nomi e cognomi. Però non accetto gli insulti, gli attacchi agli agenti, che stanno arrivando in queste ore anche dai clan della camorra".
Tra gli applausi degli agenti di custodia, Salvini ha ricordato che "mattanza" (questo il termine utilizzato dal giudice per le indagini preliminari per definire le violenze perpetrate dagli agenti ai danni detenuti, ndr) sono anche le 400 aggressioni subite dagli agenti della penitenziaria nelle carceri italiane". È la sponda che cercava il segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, Emilio Fattorello: Respingiamo la gogna mediatica, pur prendendo le distanze da quelle immagini, nelle quali si vede la frustrazione della polizia penitenziaria. La situazione è tecnicamente sfuggita di mano, come a Bolzaneto". Anche la direttrice del carcere, Elisabetta Palmieri, ha definito "inammissibili" le violenze, pur contestualizzando l'episodio: "Nei giorni precedenti, i detenuti in rivolta si erano impadroniti di alcune sezioni".
Pesante, invece, il richiamo dell'ispettore generale dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi: occorre ripensare subito il carcere "non come luogo di repressione ma luogo di riscatto, per aiutare i ristretti a vivere il cambiamento, favorendo il più possibile le misure alternative alla detenzione". Dall'altro lato non bisogna abbandonare a se stessa la polizia penitenziaria, "che svolge una difficile missione". Gli agenti "hanno bisogno di sostegno, di vicinanza, ma soprattutto una formazione permanente e un confronto franco di come gestire le criticità, senza commettere illegalità rispettando le leggi". "Il sovraffollamento poi "rende le nostre carceri polveriere di rabbia difficili da gestire". L'impegno da perseguire è allora, scandisce il sacerdote, "riportare umanità e dignità nei nostri istituti".
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 2 luglio 2021
I video e i frame pubblicati sul sito internet di "Domani" ci consegnano la solita immagine di un Paese ormai divaricato dallo Stato del diritto. Nel senso che lo Stato di diritto sta da una parte, il nostro Paese da quella opposta. Quel che è successo nell'aprile 2020 con le rivolte carcerarie causate dal panico Covid - e magari fomentate almeno in parte da qualche esponente della criminalità organizzata - grida vendetta o almeno giustizia. Quattordici persone morirono nelle carceri di mezza Italia e solo dopo quasi un anno e mezzo la magistratura si è messa in moto. Prima al Governo c'era Giuseppe Conte e il garantismo era un optional mentre la giustizia era in mano all'allora ministro Alfonso Bonafede, il che è tutto dire.
Adesso queste immagini delle videocamere di sorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere rischiano di disegnare un quadro disonorevole e vergognoso per tutti gli agenti coinvolti, compresi quelli che sapevano e hanno insabbiato il tutto, cercando di fare passare quei pestaggi e i morti che ci sono scappati come una sorta di incidente di percorso. Verrà fuori che non è vero al cento per cento che tutti e quattordici i detenuti sono morti di overdose come hanno detto in un primo momento.
E questa storia inevitabilmente si trasformerà in una sorta di "caso Cucchi" della Polizia penitenziaria italiana. Cosa che dovrebbe suggerire a un politico ormai accorto come Matteo Salvini, per differenziarsi dal becerismo di repertorio che lo contraddistingueva e che adesso è stato ereditato da un'ala dura e pura di Fratelli d'Italia, di essere molto prudente nelle manifestazioni di solidarietà agli indagati. Che - per carità - sono tutti innocenti fino a sentenza in giudicato, e con la magistratura italiana di questi tempi non sono da escludere sviste o errori di ogni tipo, ma che, nel caso delle persone riconoscibili nei video senza possibilità di sbagliarsi con altri agenti, sono individui che hanno disonorato la divisa e forse anche il genere umano. Non si può essere garantisti solo con i propri amici, con i politici della propria parte, con i figli dei propri capi. Sennò si fa la fine dei Cinque Stelle.
C'è da chiedersi invece cosa sia ormai diventata l'Italia di oggi, con la sua "giustizia" e il suo "cuore di tenebra" carcerario. A forza di sostanzialismo, cioè di fine che giustifica i mezzi, la dottrina giuridica dei Piercamillo Davigo e dei Marco Travaglio, a forza di irridere chi invoca lo Stato di diritto e il rispetto delle regole pure per i criminali ci stiamo riducendo a diventare un Paese autoritario come la Cina di Xi Jinping o la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Se siamo diversi - come lo siamo - dobbiamo, senza inutili inginocchiamenti di facciata, fare giustizia e verità senza riguardi per nessuno. E cerchiamo di evitare coperture e omissioni che nel caso della morte di Stefano Cucchi sono arrivate a infangare i vertici dell'Arma dei carabinieri. La Polizia penitenziaria deve avere il coraggio e, se vogliamo, anche la furbizia, di non fare la stessa fine. Perché poi quando il fuoco divampa non si salva più nessuno.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 2 luglio 2021
Comincerò facendo gli auguri ai miei amici Radicali, che oggi inaugurano la raccolta di firme per il referendum sulla giustizia, contando finalmente di farcela, grazie all'intervento di Salvini e della sua Lega: non 500 mila ne raccoglieremo, ma un milione, dicono, e prima di loro l'aveva detto Salvini. Avranno messo in conto l'effetto della mosca e del bue: "Ariamo".
Il bue ha trascorso la vigilia, ieri, a Santa Maria Capua Vetere, per solidarizzare con la Polizia penitenziaria. Auguri, auguri. Non scherzo, lo sapete. Salvini ieri ha perfino rettificato leggermente, nel senso delle mele marce, l'automatismo della sua solidarietà con chi picchia e tortura indossando una divisa - è un tipo invidioso delle divise. Come nei selfie a San Gimignano, già passata in giudizio.
Detto questo, per una volta commetto l'indiscrezione di immaginare che cosa avrebbe fatto Marco Pannella. Mi è facile, perché è quello che farei io. Andrei a Santa Maria C.V., ad abbracciare i detenuti, certo, e anche a solidarizzare con quegli agenti penitenziari. Non perché dubiti di quello che hanno fatto, ma proprio perché l'hanno fatto. È grottesco additarli come mele marce: non si è trovata una mela sana fra loro. È ridicolo, e vile, immaginarli cattivi. Vuol dire non aver capito niente della storia, delle brave persone, degli uomini ordinari che diventano a gara fra loro carnefici obbedienti e volenterosi.
Del branco, che quando ha dalla sua, oltre all'emulazione e all'eccitazione reciproca, l'autorizzazione dell'uniforme di servizio e lo sprone dei superiori e l'incoraggiamento del pubblico, non sa come smettere di pestare e umiliare. Branco maschile, ma ci sono anche donne, e questo li esalta. A Bolzaneto, nei tre giorni di tortura vera, organizzata, nazifascista nei gesti e negli slogan, disgustosamente sessuale com'è al fondo la tortura (com'è stata anche a Santa Maria C.V.), fu la polizia penitenziaria ad avere mano libera, furono poliziotte penitenziarie a schernire e brutalizzare giovani donne sanguinanti di botte e di mestruazioni.
Non erano agenti "speciali" quelli di Santa Maria C.V.: guardate il video, ci sono uomini di mezza età, pesanti di corporatura - padri di famiglia (gli agenti speciali possono fare molto male, ma sanno fermarsi, c'è qualcuno a fermarli, quando non sia indetto il mattatoio d'eccezione come a Genova). Porterei loro la mia solidarietà, perché sono scandalizzato che si dica che sono "un'eccezione", che sono malvagi. Decine e decine, centinaia addirittura, reclutati all'ingrosso in una notte, eccezionali e cattivi?
"È successa ai detenuti una cosa orribile. Sono stati picchiati e umiliati da chi rappresentava la legge. Però è successa anche a quegli agenti picchiatori una cosa orribile. Sono stati condotti, con indosso una divisa, a malmenare e seviziare persone in quel momento indifese... Dopo aver saputo, la prima cosa che ho pensato è stata: avrei potuto essere anch'io fra i bastonati. Il secondo pensiero è stato: avrei potuto essere anch'io fra i bastonatori? So che cosa sono le "squadrette" carcerarie, gli specialisti dei pestaggi.
Gentaglia, cui piace. Anche le autorità le conoscono. Li disprezzano, probabilmente, e li usano. Ma qui si sono messi assieme agenti normali. Ora, i loro colleghi dicono che i detenuti avevano fatto una rivolta... Il punto è nell'ammissione che la dignità degli agenti è legata alla dignità dei detenuti. L'odio e il disprezzo reciproci fra guardie e ladri sono la condizione perché la barbarie delle galere non sia scalfita. È una verità più difficile da dire, ma ancora più vera, nel momento in cui qualche guardia è ruzzolata dall'altra parte delle sbarre".
Ho messo fra virgolette quest'ultimo brano, perché l'ho scritto ventuno anni fa, dopo che a Sassari era successa una cosa come a Santa Maria C.V., ancora più grossa, più numerosa, per mano di agenti penitenziari "normali", chiamati da tutte le galere sarde. Era intitolato, il mio pezzo di allora, "Dalla parte dei detenuti e degli agenti picchiatori".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 2 luglio 2021
Una terribile e inquietante coincidenza. Che speriamo resti solo una coincidenza. Venti anni fa, il 21 luglio 2001, decine di poliziotti fecero irruzione nella scuola Diaz di Genova che ospitava tante persone che avevano partecipato alle manifestazioni di contestazione del G8, sfociate in durissimi scontri e nella morte del giovane Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere 'sotto pressionè. Un'irruzione violentissima, "una macelleria messicana" la definì uno dei poliziotti che vi parteciparono, Michelangelo Fournier, all'epoca dei fatti vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. Dopo venti anni abbiamo letto parole analoghe. "Un'orribile mattanza", ha infatti definito il Gip di Santa Maria Capua Vetere quanto accaduto il 6 aprile 2020 nel carcere della città casertana e che due giorni fa ha fatto finire in cella o agli arresti domiciliari decine di agenti penitenziari, accusati di "molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti". Sì, proprio torture, parola che venne evocata anche per i fatti della Diaz.
Esagerazioni? Venti anni fa la vicenda si basò su testimonianze, sui referti medici, sulle indagini successive. Ma bastò per far condannare i responsabili, alcuni anche noti e brillanti investigatori. Questa volta le immagini delle violenze sono entrate con la loro forza diretta nei social e nelle televisioni. Immagini che non hanno bisogno di interpretazioni per spiegare o convincere. Immagini di violenza organizzata, non reazioni ad altre violenze. Ricordiamo. In quei giorni all'inizio della pandemia e del lockdown le carceri furono attraversate da proteste, spesso molto violente, causate dalle restrizioni per gli incontri coi familiari, ma anche dai timori dei detenuti di fronte al virus, in condizioni sicuramente non favorevoli, basti pensare il mai risolto sovraffollamento. Le violenze, ovviamente, sono sempre ingiustificate, da qualunque parte vengano. Ma ancora di più se vengono da rappresentanti delle istituzioni, in particolare delle Forze dell'ordine che dovrebbero combattere la violenza e non utilizzarla.
Certo, alla violenza spesso è necessario rispondere con forza, ma questa non può e non deve diventare vendetta, umiliazione, sopraffazione. E ancora meno con modalità organizzate. Ed è invece quello che abbiamo visto nelle immagini delle telecamere del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una violenza sistematica, a freddo, non come reazione ad altre violenze. Quelle due file di agenti tra i quali i detenuti erano costretti a passare per essere colpiti con calci, pugni e manganelli, ricorda più un lager che una struttura che la nostra Costituzione prevede destinata alla riabilitazione. O sembrano atteggiamenti dal clan criminale, da punizione contro lo sconfitto.
Ma anche contro l'inerme, addirittura colpendo chi è a terra, o chi è stato fatto inginocchiare e addirittura chi è in carrozzina. Certo lo sappiamo bene, soprattutto noi di 'Avvenirè che al carcere dedichiamo tanti articoli e approfondimenti, che il lavoro degli agenti penitenziari non è facile, che la loro vita è quasi da detenuti, che spesso hanno a che fare con persone pericolose, violente, che non accettano le regole. Ma tutto questo non giustifica l'"orribile mattanza". Anche perché conosciamo bene, e lo abbiamo spesso raccontato su queste pagine, storie belle e positive che vengono dalle carceri. Storie che vedono protagonisti non solo cappellani, volontari, operatori, ma anche direttori e gli stessi agenti.
Un altro carcere è possibile. Per questo fanno ancor più male quelle immagini, quegli intollerabili fatti. E preoccupano. Perché altrettanto inquietanti sono stati i tentativi di depistare, di inquinare le prove, di creare prove false. Proprio come per la Diaz. Allora furono delle molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e un falso accoltellamento. Oggi sono state spranghe o bastoni che dovevano comparire nelle celle per giustificare le violenze. Depistaggi che hanno visto come protagonisti non solo i semplici agenti, ma anche responsabili superiori. E non è certo tranquillizzante se il 'marcio' sale la catena di comando.
Ora sarà la giustizia a individuare e sanzionare le responsabilità, e toccherà anche all'Amministrazione penitenziaria e allo stesso Ministero della Giustizia - ieri la ministra Cartabia è stata chiarissima - fare pulizia e chiedere scusa, non solo ai detenuti vittime della violenza ma anche ai tanti agenti che ogni giorno svolgono il loro difficile e importante lavoro con impegno, correttezza, passione e dignità. La democrazia è anche riconoscere gli errori, per migliorarsi. Tacciano, invece, quei politici che subito hanno provato a buttare benzina sul fuoco, difendendo l'indifendibile, per un pugno di voti. Guardino meglio quelle immagini e si impegnino anche loro, in silenzio, perché non accada più.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 2 luglio 2021
"Non ha senso provare indignazione e pietà per i detenuti maltrattati se non si è disposti a mutare radicalmente i paradigmi su cui si fonda l'istituzione carceraria. Il carcere deve essere un luogo per pochi, anzi pochissimi, in cui il rapporto tra detenuti ed educatori, psichiatri, operatori sia di uno a uno. E la pena deve avere una durata sufficiente a che il reo riacquisti la capacità di vivere in società da uomo libero". La Camera penale di Napoli interviene così nel dibattito sul carcere che si è riacceso all'indomani della svolta nell'inchiesta sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
"Oggi - spiega il presidente Marco Campora - nelle nostre prigioni ci sono uomini che da anni hanno concluso il processo di risocializzazione, ma restano reclusi perché le pene sono spesso legate ad astratti titoli di reato, senza alcuna seria valutazione sul percorso degli uomini. E l'inutile sovraffollamento carcerario impedisce a monte ogni possibilità di dare attuazione all'articolo 27 della Costituzione". Urge, dunque, una seria riforma del sistema. "Il progetto di riforma recentemente avanzato, che si propone di potenziare al massimo le misure alternative alla detenzione, e la storia personale del ministro Cartabia fanno sperare che il carcere possa uscire dalla logica vendicativa e immorale. Che smetta - sottolinea Campora - di essere un recinto finalizzato esclusivamente a contenere i devianti per diventare un luogo di progresso, sviluppo e uguaglianza".
"Prima o poi - proseguono i penalisti - il carcere sarà abolito così come tutte le istituzioni totali del passato che oggi a noi contemporanei provocano ribrezzo. È il momento per iniziare questa opera di graduale demolizione". Oggi il carcere è soprattutto un luogo di sofferenza e diritti compressi. "La realtà, chiara da decenni ma rivelatasi in modo deflagrante durante l'emergenza pandemica, è che l'istituzione carcere, dopo qualche secolo di disonorata carriera, mostra dei limiti evidentissimi che la rendono ormai incompatibile con una società democratica - osserva il presidente dei penalisti napoletani - Non sembra del resto un caso che, proprio nel momento in cui il discorso pubblico sul carcere si è imbandito e incrudelito e sono riemerse parole d'ordine che sembravano bandite per sempre come "devono marcire in galera!" o "buttate la chiave!", si sono verificati eventi (rivolte e relative repressioni) che ci hanno fatto ripiombare in un orrendo passato".
di Nicola Graziano
Il Riformista, 2 luglio 2021
La vicenda dei pestaggi e delle inaudite violenze consumate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere lasciano inorridito chiunque sente la forza di una vigliacca violenza come polo opposto del senso profondo dello Stato e fanno venire in mente, biasimandola, ogni violenza di Stato che, in quanto tale, merita una condanna secca e senza appello, al di là ovviamente della verifica della responsabilità personale dei soggetti che ne risultano coinvolti e che sarà affidata ad un giudizio che la accerterà. Ma il tema agita le coscienze perché pone la condanna di gesti che significano autorità nel senso più deleterio della parola così gettando gravissime ombre sulla autorevolezza che deve caratterizzare uno Stato democratico.
Non è tollerabile una risposta violenta a una ribellione violenta perché non esiste giustificazione alcuna, anche in considerazione della natura chiaramente punitivo-dimostrativa della reazione a freddo avvenuta nel microcosmo carcerario sammaritano. Eppure nella Costituzione è detto che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, il che rende ancora più gravi e imperdonabili gesti di vera e propria tortura o - per usare le parole agghiaccianti della ordinanza applicativa delle misure cautelari - gesti concretizzatisi in una "mattanza". E di questo credo che debba parlarsi, interrogando le nostre coscienze. Che funzione oggi continua a svolgere il carcere? In che condizione si sconta una pena (anche se la più meritata di tutte)? E, soprattutto, nel carcere si riesce ad assolvere quella funzione rieducativa della pena come delineata nei suoi contorni costituzionali?
Io credo che il tema nella discussione politica, ma anche sociale, non possa più essere rimandato perché in Italia troppo spesso è stato rinviato indietro, nonostante le numerose condanne europee sulla violazione dei diritti fondamentali della popolazione carceraria. Non è questo il contesto per richiamare la motivazione posta a base della cosiddetta sentenza Torreggiani che apre al tema del sovraffollamento carcerario, ma forse è necessario affrontare una volta per tutte il tema dell'amnistia e/o dell'indulto che possono avere una funzione utile e necessaria per liberare il mondo carcerario da (a volte un inutile) sovraffollamento. Ci vuole un coraggio politico che il Parlamento non può non esercitare in scelte che si auspicano immediate perché solo così si può mettere un punto fermo e ripartire.
Chi scrive è stato protagonista di un'esperienza civile importante vivendo gli ultimi giorni di esistenza degli ospedali psichiatrico-giudiziari come internato volontario e così può oggi raccontare di quanto a volte era inutile una detenzione collegata a una pericolosità sociale che ben poteva essere gestita da strutture esterne alle sbarre, ma soprattutto essere presa di coscienza della società. È chiaro che non si può proporre il totale superamento del carcere, ma credo che non sia più rinviabile una riforma della custodia cautelare e dei suoi presupposti (come auspicato da uno dei referendum giustizia da poco depositati in Cassazione) laddove la carcerazione preventiva deve essere davvero e assolutamente necessaria e non svolgere altro fine. Certamente bisogna rivedere anche il tema della obbligatorietà dell'azione penale e arrivare a una punizione che sia meritata e proporzionata al valore dei beni giuridici effettivamente rilevanti la cui lesione giustifica la sanzione più aspra che incide sulla libertà personale.
Questo è un tema centrale, non strettamente giuridico ma di civiltà, se si vuole che uno Stato resti autorevole e capace di realizzare con pienezza il principio di rieducazione della pena. Non scendo nei dettagli dei fatti sammaritani, ma essi esemplificano in modo forte e chiaro la necessità di una nuova visione dei diritti dei reclusi e del rapporto che quotidianamente si svolge in un braccio carcerario. È un rapporto difficilissimo - ne sono assolutamente certo - che evidentemente non fa pendere il giudizio da una parte o piuttosto dall'altra parte; tuttavia, se uno Stato deve essere definito democratico, come lo è per fortuna il nostro, non può non trarre da gesti oscuri la luce di una riforma davvero pregnante che possa far pensare a un futuro migliore.
Le grida del dolore provocato dalla reclusione dei miei involontari compagni di cella rimbomba ancora (e lo farà per sempre) dentro la mia anima e a esse, mentre scrivo, fanno eco i rumori della mattanza oggi svelata e forse anche il silenzio della negazione quotidiana di alcuni diritti fondamentali sempre e comunque spettanti ai reclusi. Lo Stato non può permettersi tale battuta d'arresto. Ci vuole un colpo d'ala per lavare il doloroso sangue che schizza della ferita inferta alla nostra Costituzione e alla nostra democrazia. Ora o mai più. Ora e per sempre.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 luglio 2021
Mentre arrivava il virus e le rivolte erano soffocate nel sangue, un premio letterario raccoglieva i racconti scritti dai detenuti. Sono il ritratto di un dramma, accentuato dalla convivenza con un nemico invisibile. Il 2020 è stato un anno terribile per tutti. Per le carceri in particolare. Al Covid si è unito il dramma delle rivolte.
Tra detenuti impauriti dall'ondata pandemica che stava contagiando il paese. Il fatto che la terza edizione del Sognalib(e)ro si sia svolta e infine conclusa possiede dunque un valore simbolico preziosissimo. Perché i manganelli alzati a Santa Maria Capua Vetere non sono stati i soli. Ventuno carceri in rivolta. 13 morti, tutti carcerati. Tre a Rieti, uno a Bologna, cinque a Modena, altri quattro trasferiti da Modena e deceduti ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli, 107 agenti feriti, 69 detenuti ricoverati. Sono passati 15 mesi. Non una sola responsabilità è stata accertata.
Soltanto i nomi di persone morte mentre erano sotto la custodia dello Stato. Sognalib(e)ro è un premio promosso dal Comune di Modena, dal Ministero della Giustizia e da Bper Banca, coordinato da Bruno Ventavoli, il responsabile di "Tuttolibri", l'inserto del sabato della Stampa, che ha coinvolto molte carceri italiane. Lo scopo: fare leggere e scrivere i detenuti.
Dalle rispettive sedi, i detenuti hanno assistito alla autopresentazione dei tre scrittori in lizza per l'edizione 2020: Gianrico Carofiglio, con La misura del tempo, Einaudi; Valeria Parrella, con Almarina, Einaudi; Maria Attanasio, con Lo splendore del niente e altre storie, Sellerio. Ha vinto Parrella che farà un insolito book-tour per le carceri italiane presentando il suo romanzo.
Per l'edizione 2020 sono stati individuati dal ministero 17 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o scrittura creativi: la Casa circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, le Case di reclusione Milano Opera, e Pisa, Brindisi, Trapani, Verona, Cosenza, Saluzzo, Pescara, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna, e Castelfranco Emilia; e quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
I detenuti sono stati invitati non solo a leggere ma anche a scrivere e ora Il Dondolo, la casa editrice digitale del comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi, pubblica un volume digitale che seleziona e raccoglie gli scritti pervenuti. Questo ebook si può ora leggere e scaricare gratuitamente sulla piattaforma Mlol che digitalizza tutte le biblioteche pubbliche italiane e su cui si può leggere anche Domani oppure su www.comune.modena.it/ildondolo. Sono poesie, racconti, semplici "sfoghi" sul tema "il mio lato migliore".
C'è anche un romanzo breve, Un po' dentro, un po' fuori, di Daniele Oriolo, dal carcere di Torino, di cui la giuria tecnica, composta da Barbara Baraldi, Simona Sparaco e Paolo di Paolo, ha apprezzato lo sforzo di costruire una trama complessa, ricca di colpi di scena, cercando anche di sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne. Valeria Parrella, la vincitrice, apre l'antologia, indicando le letture importanti della sua vita. Resurrezione di Tolstoj, L'Agente segreto di Conrad, Jane Eyre di Charlotte Brontë, I Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci e, tra i nuovi libri, La città dei vivi di Nicola Lagioia. I testi che ha suggerito verranno acquistati e regalati con il contributo di Bper alle biblioteche degli istituti che hanno partecipato al premio.
Ecco uno dei testi scritti nelle carceri italiane, realizzato da Marco Casonato dalla Casa circondariale "Don Bosco" di Pisa e pubblicato dal Dondolo.
Io e Lui: il virus - Nel 2020 il virus divenne una sorta di compagno immaginario che popolava invisibilmente l'ambiente circostante alle persone e a cui si guardava con qualche circospezione e cautela al punto da cambiare molte abitudini inveterate e richiedere molti cambiamenti agli ambienti e alle modalità di vita più elementari.
Infermeria - Nell'angusta infermeria arredata di vecchie sedie dalle cui screpolature emergeva l'imbottitura di spugna giallastra, seduto alla scrivania di paniforte e formica sbrecciata, il dottor G aveva deciso di indossare il completo azzurro. Quello da sala operatoria per fare fronte al caldo afoso da cui gli indumenti forniti dal Presidio sanitario, composti com'erano di fibra sintetica scelta dall'amministrazione così attenta al risparmio, non parevano assolutamente in grado di proteggerlo.
La stanza, come al solito, era affollatissima: due medici, due infermiere, due pazienti tutti provenienti da zone indeterminabili senza soprascarpe, né altre precauzioni minori. La pala del ventilatore all'americana si allungava dal soffitto ed era striata dal nero delle muffe e per le colonizzazioni batteriche allargatesi nel tempo. La pala girava pigramente rimescolando l'alito afoso dei presenti col pulviscolo. Gli alimentatori dei vecchi computer ronzavano affannati aspirando la polvere che poi espellevano dai loro pertugi nascosti. Ma il dottor G è allegro, il completo azzurro gli dona molto dicono le infermiere, e poi, soprattutto, non percepisce più il fastidio costante, come un prurito mentale causato dall'improprio tessuto sintetico fornito dall'amministrazione sempre micragnosa rispetto a quanto è necessario per il personale sanitario: ciò lo rende nervoso, ora respira e sorride alla giornata.
Gli avvisi e i promemoria di servizio polverosi sembrano suppurare sulle quattro pareti ove sono affissi con cerotto per medicazioni. Tuttavia l'atmosfera è allegra; il medico di ottimo umore sembra spandere attorno a sé il suo ottimismo. L'équipe è in certo qual modo raggiante anch'essa nella luce trasversa che filtra a fatica dalla stretta finestra che non si può aprire. Luminosa come una foto ricordo. Oggi l'indice Rt è 0,98: una sorta di nuova quotazione di borsa che si accompagna ai dati del campionato di calcio e a quelli della volatilità della borsa di Tokyo. Uno dei tanti dati che si ascoltano distrattamente mentre si prende il caffè. Eppure nell'afosa calura d'agosto qualcosa circola invisibile spinto da pale cariche di muffa, da vecchi computer sbuffanti, dal via vai di suole provenienti da chissà dove.
Riesame - Un giudice sudato maneggia con distratto fastidio il fascicolo del Riesame, l'auletta angusta si raggiunge tramite un tortuoso corridoio ove transitano lentamente agenti di polizia accaldati che provengono da ogni parte della regione. Le scarpe della polizia spremono camminando la suola cotta dal sudore che ha conosciuto i sudici corridoi di ogni istituto del comprensorio. Anche nell'auletta del Riesame le pale del ventilatore all'americana rimescolano svogliatamente i sudori di magistrati assiepati nella stanza troppo stretta, del cancelliere, di un'uditrice visibilmente a disagio, con quelli di avvocati e scorta. La moltitudine di deodoranti, le polveri, gli aliti si sedimentano sulle lucide superfici dei banchi e sulla balaustrina di legno finto-antico da ufficio giudiziario semi-dirigenziale che cerca di regalare dignità a quell'assembramento affannato. Come i furgoni-taxi del Medio Oriente.
La ricrescita delle ascelle della sostituta procuratore generale stilla lentamente gocce silenziose durante l'udienza camerale. Mentre si consuma velocemente il tempo contingentato con un susseguirsi di mute mimiche nei momenti cruciali in cui sono esposte frettolosamente tesi e contro-argomenti, la pala del ventilatore all'americana gira lenta e instancabile come la ruota delle Parche. Si riservano. Infine: La situazione epidemica è oramai sotto-controllo. Giugno 2020.
Didattica a distanza - In una stretta aula nobilitata dai nuovissimi banchi a rotelle. Mi sente? Un po', però, non la vedo. Come? Io vedo bene. Io no, un punto colorato col nome. Ah, ecco, ora si vede, ma non la sento più. Potrebbe parlare più forte? No, forse devo allontanarmi dal microfono. Cosi la vedo a metà. Ecco, forse ci siamo. Si parte? Procediamo. Dovevate scrivere un commentino al libro che avete scelto. Come vi è parso? Mi sentite? Mi sentite? Sì, ah, mi pareva... andiamo avanti. Brrblurg... Non sento più! Non sento più! Noi la vediamo bene, ma il suono va e viene. Scrrbg... Il commentino lo avete scritto? Ora si sente. Andiamo avanti. Apri la finestra, ché siamo un assembramento. Ma è freddo. Ammazza il virus. Ma se viene da fuori? Boh, andiamo. Io il commento non ho fatto in tempo a scriverlo, ma lo faccio la prossima volta. Come hai detto? ... prossima volta. Ah, va bene, va bene. Mi sente? Io ho letto quel libro di storie siciliane. Mi è piaciuto, soprattutto... Come? Mi sente? Ah, ecco, sì. Storie siciliane, sì. Ti è piaciuto? L'ambientazione, l'atmosfera di paese. Mi sentite sempre? Sì. Quella autrice ha fatto un bel lavoro: è partita da antichi documenti di archivio e poi ha romanzato le scarne informazioni. Come? Come? Ma, mi sentite o è caduta di nuovo la connessione? Va e viene... Forse bisogna parlare vicino a questo microfono aggiuntivo. Ah, allora i banchi a rotelle servono, uno si sposta verso il microfono, pagaiando coi piedi... La carta e l'edizione sono raffinate, eleganti. Ma il libro è una riedizione di alcune storie raccolte in precedenza, cui ne sono stati aggiunti di nuovi. Eh sì, ha trovato "un genere" l'autrice! Mi ha sentito? Che ne pensa? Mi sente? Che ne pensa? Ora sento, che dicevi? Che è il secondo libro. Ah sì, certo. Aggiunte delle storie al primo. Uh, forse, eh sì, ha ragione, il libro era esaurito e l'autrice invece di una ristampa, ne ha fatto uno parzialmente nuovo. E a voi che è sembrato? Dice? Si sente? Sì, sentiamo, ci è piaciuto in generale. Di nuovo va e viene la voce, proprio a metà, la frase tagliata a metà, sul più bello.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 luglio 2021
Gli episodi nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020, ma le immagini risultano inutilizzabili. L'avvocata Simona Filippi, dell'Associazione Antigone, si è opposta alla richiesta di archiviazione dell'esposto. Detenuti del carcere di Melfi legati con le fascette ai polsi, denudati, inginocchiati e messi con la faccia a terra o rivolta al muro. A quel punto schiaffi, umiliazioni e manganellate da parte di un gruppo consistente di agenti penitenziari che, secondo le testimonianze, apparterrebbero ai Gom.
Le immagini delle telecamere risultano inutilizzabili - Le telecamere di video sorveglianza del carcere di Melfi, però, risultano inutilizzabili per l'acquisizione delle immagini a causa di un backup periodico. Diversi detenuti della sezione di Alta Sicurezza di Melfi sarebbero stati messi con la faccia a terra e tenuti fermi con gli anfibi. Altri ancora, per condurli nel pullman, sono dovuti passare tramite un cordone formato dagli agenti e al passaggio sarebbero stati manganellati e insultati. Alcuni testimoniano di aver visto detenuti con la testa sanguinante, occhi tumefatti e nasi rotti.
I fatti sarebbero avvenuti nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020 - Parliamo del carcere di Melfi e sono le 3 di notte del 17 marzo 2020. Un gruppo rilevante di agenti incappucciati in tenuta antisommossa con caschi, scudi e manganelli irrompono nelle celle della sezione AS1 per far uscire i detenuti. Alcuni di loro li avrebbero preso a calci, schiaffi e a manganellate quando erano legati e inginocchiati con la faccia rivolta al muro. Altri ancora, mentre si dirigevano verso il pullman per trasferirli in altre carceri, sarebbero stati presi a manganellate dagli agenti che avevano formato un cordone.
"Venivo messo con la faccia rivolta verso il muro del corridoio della sezione dove era ubicata la cella detentiva e in attesa che arrivassero gli altri detenuti, venivo percosso con il manganello mentre mi insultavano".
Le testimonianze dei detenuti concordano sulla modalità dei pestaggi - È una delle tante testimonianze dei detenuti del carcere di Melfi relative a presunti pestaggi avvenuti alle 3 di notte del 17 marzo 2020. Una situazione simile a quello che è accaduto al carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Un altro detenuto racconta: "Durante tutto il tragitto l'agente della scorta mi ha preso a manganellate fino al locale colloqui, qui arrivati mi ha fatto entrare nella stanza dei colloqui era presente anche l'ispettore dei colloqui, uno bassino pelato, ed era presente anche l'appuntato dei colloqui che mi aveva fatto uscire dalla cella. Sempre il poliziotto che mi ha preso a manganellate mi ha detto mettiti faccia al muro e spogliato, ogni indumento che mi toglievo avevo una manganellata".
Circostanza confermata anche da un altro detenuto, il quale ha ricordato che, mentre era in attesa di effettuare la perquisizione, ha sentito che il ristretto "veniva malmenato nello stanzino dei colloqui", tanto che lo stesso chiedeva "al personale in servizio di lasciarlo stare perché lo stavano massacrando".
Un altro detenuto racconta di essere stato bruscamente svegliato da alcuni poliziotti penitenziari in tenuta antisommossa, muniti alcuni di caschi protettivi altri da passamontagna, i quali gli hanno chiesto di vestirsi ed uscire velocemente dalla cella. Nel contempo, sia a lui che al compagno di cella, gli avrebbero applicato delle fascette in plastica ai polsi, dietro la schiena, in modo da impedire qualsiasi movimento.
Faccia al muro e costretti a passare in un "cordone umano" - Usciti fuori dalla cella, ovvero nel corridoio, li avrebbero messi faccia al muro in attesa di essere trasferiti ai piani inferiori. "Lungo il tragitto che ci avrebbe portato all'interno dei pullman -prosegue il racconto del detenuto -, gli agenti intimandovi di tenere la testa bassa, avevano formato un cordone umano e alcuni di loro ci colpivano con dei calci nel sedere e in altre parti del corpo".
Tutte testimonianze che raccontano lo stesso evento. Un altro detenuto ancora racconta di essersi svegliato a causa delle urla di altri detenuti. Aperto gli occhi ha visto 5 agenti antisommossa dentro la sua cella. Uno di loro si è rivolto a lui e l'altro compagno di cella, intimandogli di vestirsi. Una volta uscito dalla cella, il solito modus operandi con le fascette di plastica ai polsi.
"Una volta immobilizzato - racconta il detenuto -, due agenti di Polizia penitenziaria, mi hanno fatto inginocchiare e mi tenevano bloccato, faccia a terra, con gli anfibi. Durante queste fasi, venivo percosso dai predetti agenti di Polizia penitenziaria, con calci e sfollagente, gli stessi mi colpivano ripetutamente alla schiena, in testa, vicino alle gambe e nelle altreparti del corpo".
Il caso seguito da Antigone - È Antigone ad occuparsi di questo caso. In particolar modo l'avvocata Simona Filippi, sempre in prima fila per i casi di pestaggi e tortura che purtroppo avvengono in alcuni penitenziari.
A marzo del 2020 Antigone viene contattata dai familiari di diverse persone detenute presso la Casa Circondariale di Melfi. Questi denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai propri familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020.Si tratterebbe, esattamente come il caso di Santa Maria Capua Vetere, di una punizione per la protesta scoppiata il 9 marzo 2020. Le testimonianze, come abbiamo riportato nello specifico, parlano di detenuti denudati, picchiati, insultati e messi in isolamento.
L'avvocata Simona Filippo ha presentato un esposto, ma la procura ha chiesto l'archiviazione - Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite. Ai detenuti sarebbero poi state fatte firmare delle dichiarazioni in cui avrebbero riferito di essere accidentalmente caduti, a spiegazione dei segni e delle ferite riportate.
Il 7 aprile 2020 l'avvocata Filippi di Antigone ha presentato un esposto contro agenti di polizia penitenziaria e medici per violenze, abusi e torture. Ma la procura di Potenza ha avanzato richiesta di archiviazione.
Presentata opposizione e chiesto di sentire i compagni di cella - L'avvocata Simona Filippi di Antigone non ci sta e ha presentato opposizione. Secondo il legale, la procura non ha approfondito fondamentali circostante. Innanzitutto chiede di sentire i compagni di cella dei denuncianti. Secondo l'opposizione all'archiviazione, questi potranno confermare il racconto reso dalle persone offese sia rispetto alla dinamica di quanto posto in essere dagli agenti di polizia penitenziaria intervenuti sia rispetto alle lesioni riportate dalle vittime.
Per quanto riguarda il riconoscimento degli agenti, Antigone chiede di procedere all'acquisizione dell'elenco degli agenti appartenenti al reparto Gom ed intervenuto nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020.
Un agente in servizio sarebbe stato riconosciuto - Risultano infatti acquisiti tra gli atti di indagine gli elenchi del personale intervenuto facente riferimento al Provveditorato territoriale. C'è anche un detenuto, compagno di cella di una delle presunte vittime dei pestaggi, che ha riconosciuto un agente in servizio nel carcere. Quest'ultimo, secondo la testimonianza, avrebbe detto ai Gom di andarci piano con quel detenuto, perché aveva seri problemi fisici.
In sostanza, mancherebbero accertamenti fondamentali per avere riscontri. Ci sono diversi detenuti da sentire che sono testimoni dell'accaduto. C'è l'elenco dei Gom per individuare chi è intervenuto quella notte. Magari sentendo anche il Comandante che ha coordinato le operazioni, per approfondire in quali reparti e in quali celle sono andati gli agenti di polizia penitenziaria in servizio e anche gli agenti di polizia penitenziaria appartenenti ai Gom.
Il Gip accoglierà l'opposizione dell'avvocata di Antigone? - La dinamica denunciata è uguale a quella che è avvenuta nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Con la sola differenza che non è stato possibile dare corso all'acquisizione delle riprese video, in quanto, come emerso dall'esito degli approfondimenti, le telecamere poste all'interno del carcere, consente solo alla visione diretta, ma non la registrazione.
Non solo. Quelle che avrebbero potuto registrare i trasferimenti, risultavano danneggiate dalla rivolta. Per le sole telecamere che hanno registrato tutto, allocate nella fascia perimetrale, il caso vuole che il backup periodico ne ha impedito l'acquisizione. Il gip accoglierà l'opposizione dell'avvocata Filippi di Antigone? Di sicuro, ci sono ancora tanti accertamenti da compiere.
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