di Francesca Mambro
Il Riformista, 26 novembre 2021
In occasione delle celebrazioni per il granduca Leopoldo di Lorena, il 30 novembre a Cecina si racconterà l'esperienza del "Teatro legislativo": una storia di riconciliazione e rinascita. Leopoldo di Lorena, granduca di Toscana, probabilmente non è il primo nome che viene in mente ai nostri ragazzi e nemmeno ai nostri politici.
In realtà fu protagonista, in un fazzoletto d'Italia, di una vera e propria rivoluzione copernicana perché il suo governo, dal 1765 al 1790, abolì per la prima volta nel mondo la pena capitale ed eresse un vero e proprio monumento legislativo a quel diritto umano fondamentale e inalienabile che 200 anni dopo la Carta dei Diritti Umani afferma.
La Toscana ne va particolarmente orgogliosa e fa bene a ricordarlo ogni anno con una festa importante a cui, giustamente, viene dato un grande rilievo perché questo gesto, profondamente illuminista, avvenne ben prima della decantata Rivoluzione Francese. Il 30 novembre, nel Teatro Comunale De Filippo, a Cecina, per la direzione organizzativa di Maurizio Canovaro, Nessuno tocchi Caino partecipa a questa festa con Rita Bernardini e Porzia Addabbo, la quale porta la sua esperienza sul "Teatro Legislativo", argomento sconosciuto ai più ma che ha una storia di riconciliazione e rinascita di cui ogni comunità potrebbe far tesoro per affrontare i conflitti umani e sociali che la definiscono.
Ci sono storie che nascono e invitano ad agire non dove c'è soddisfazione, ma ferite e vuoti, e sono quella zona franca della vita in cui l'Arte prende posizione e quanto vissuto sulla scena serve per comprendere, discutere e cambiare i valori della società intorno a noi.
Pensiamo a quanto accaduto in Sudafrica quando nel 2003 la Commissione Verità e Riconciliazione chiede alla drammaturga e regista Yael Farber di mettere in scena un testo attinente al percorso di giustizia riparativa. Far - ber parte dalla Orestea, un ritorno ai classici per raccontare il presente. Gli archetipi consolidati consentono all'Arte di sedersi nei posti riservati al dissenso e sovvertono il ruolo dello spettatore.
Da passivo in attivo. Lo spazio scenico non è convenzionale, né convenzionale lo svolgimento, che necessita di azioni concrete da parte della corte di esperti e legali che dovranno restituire soluzioni ai problemi esposti dalla comunità. Dal Teatro al Parlamento. La scelta del Direttore Artistico di "SconfinaMenti", Alessio Pizzech, di proiettare il film Bohème al Carcere di Maiano è un'occasione importante per restituire al mezzo teatrale il potere di democrazia transitiva in cui l'elemento culturale e quello politico sociale si fondono.
La Bohème di Maiano, non è un film sul carcere, è il racconto dell'allestimento di un'opera lirica all'intenso di un supercarcere. La storia di una micro-comunità all'interno della Polis. E se ogni Polis è una comunità, riguarda noi tutti, perché gli studi sociali affermano che, per una persona che si trovi in condizione di isolamento, dopo tre settimane il mondo circostante non esiste più. Dopo un anno non esiste più nemmeno una realtà interiore.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce salute uno stato di benessere fisico e sociale. Ci sentiamo ancora più non in salute se la nostra vita sociale non è gratificante. Qual è, allora, il nostro stato se viviamo nel mondo a-sociale?
Se, come dice il legislatore, il fine ultimo della detenzione è il recupero alla società, il Teatro che è la più concreta imitazione artistica della realtà, diventa l'anti-struttura necessaria, lo strumento per esercitare il pensiero e il processo creativo.
L'atto performativo ha il potere di rendere pubblico e sociale ciò che pensiamo privato, personale e rende udibili, visibili, tangibili; ogni artista ha l'obbligo di raccontare "cosa succederebbe se..." affidando poi alla società civile l'elaborazione di soluzioni diverse riguardo alle necessità che il risultato della messinscena propone. Restored Behaviour è il termine con il quale si concludono le corti di Teatro Legislativo nell'ambito della Giustizia Riparativa. "SconfinaMenti" chiama a raccolta Pedagogia, Politica, Arti della Scena per costruire il Nuovo Umanesimo Europeo.
Da qui dovremo pensare a un Teatro di Testimonianza, di intervento, che affronti temi attuali e sia mirato alla partecipazione e inclusione delle communitas, che siano "regolate" o no. Ricordando il passato, con Eschilo, Agamennone: "Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno".
di Flaminia Savelli
Il Messaggero, 26 novembre 2021
Il progetto dell'università Roma Tre: i tre detenuti sono usciti ieri per la prima volta in 28 anni. Si sono esibiti nell'aula magna dell'Università degli studi di Roma Tre portando in scena la Divina Commedia di Dante Alighieri. Gli attori sono tre detenuti di Rebibbia, reclusi in regime di massima sicurezza, che ieri pomeriggio per la prima volta dopo 28 anni hanno avuto il permesso di lasciare il penitenziario per tre ore. Sono usciti sotto scorta con un'autorizzazione per lavoro all'esterno in occasione, appunto, dello spettacolo del regista Fabio Cavalli.
"Portiamo l'inferno in paradiso" ha commentato il rettore Luca Pietromarchi annunciando l'incontro. Una prima assoluta. Ma non per gli interpreti già protagonisti di Cesare deve morire. La pluripremiata pellicola del 2012 di Paolo e Vittorio Tavani. Il film narra la messa in scena di un altro classico della letteratura, Giulio Cesare di William Shakespeare, dai carcerati di Rebibbia. Gli stessi che fanno parte della compagnia del Teatro Libero di Rebibbia e che ieri hanno prestato la loro voce al Conte Ugolino, a Ulisse e a Paolo e Francesca. Per la rappresentazione che si inserisce nel convegno internazionale Dante e le grandi questioni escatologiche, a cura della Pontificia commissione dantesca. "Un'esperienza significativa quella del teatro nel carcere - ha sottolineato il cardinale Gianfranco Ravasi- per questo abbiamo voluto una rappresentazione di un'opera fondamentale per la cultura universale".
I protagonisti - Filippo Rigano, Giovanni Colonia, Francesco De Masi - si sono alternati accompagnati al pianoforte dal maestro Franco Moretti portando in scena non una semplice lettura, ma una recitazione attraverso le traduzioni dialettali.
Quindi le interpretazioni in dialetto napoletano, calabrese e siciliano "per rendere ancora più realistico il parallelismo tra condannati e dannati" ha spiegato il rettore Pietromarchi. "La realtà del carcere - ha aggiunto il rettore- è dolore, paura e rimorso. Ma è anche il senso di un percorso, un cammino di liberazione e oggi Dante vi ha portato fuori dal carcere".
I detenuti hanno aperto la scena con i versi del Purgatorio del cavaliere Manfredi: "Orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei".
Hanno poi via via narrato i canti dell'Inferno dantesco, spiegando: "La descrizione delle colpe nella cantica è minuziosa, come un codice penale. Esistono categorie e sotto categorie come in carcere. Nel sistema giudiziario dantesco saremo i dannati, i diavoli. Eppure oggi siamo qui davanti a voi. Quindi tanto dannati non siamo e il nostro carcere non è l'inferno, piuttosto è un purgatorio".
Per chiudere lo spettacolo, gli attori hanno rappresentato - in dialetto napoletano - il V canto dell'Inferno dove il poeta fiorentino confina i lussuriosi. Hanno perciò ripercorso recitando i versi più celebri della drammatica storia degli innamorati, Paolo e Francesca: "Anche noi in carcere siamo come Paolo e Francesca - hanno spiegato - perché in galera l'amore è proibito per legge. Quando incontriamo le nostre mogli in parlatorio un'ora a settimana e ci stringiamo le mani, in quel momento ognuno di noi è Paolo". Al termine dello spettacolo, commossi e ancora emozionati, i detenuti sono stati scortati nel penitenziario.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 26 novembre 2021
Ieri, come ogni anno, è stata la giornata dei numeri e delle promesse... ma la vera promessa non sono nuove norme e neppure più fondi. È stata, quella di giovedì 25 novembre, la giornata contro la violenza domestica? O è stata l'ennesima giornata delle promesse? Purtroppo, i dati sulla violenza domestica, in particolare contro le donne, non sono buoni. Il numero degli omicidi è in leggera diminuzione; ma resta stabile se si considerano quelli in cui la vittima è una donna. La parola "femminicidio" genera spesso reazioni di insofferenza. Non sarà una bella parola. Ma è ancora peggio la sostanza. E la sostanza rimane questa: a dispetto delle parole, degli impegni, dei finanziamenti, delle promesse appunto, ogni giorno migliaia di donne si trovano in pericolo, e non per strada al buio la notte; all'interno delle loro case, delle loro famiglie, tra le persone che dovrebbero essere le persone care.
Cosa possiamo fare per contrastare questa vergogna? È un fatto di norme; e quelle per il codice rosso, che aprono una corsia d'emergenza per le denunce delle donne, sono senz'altro positive. Ma la violenza domestica è innanzitutto un fatto culturale. E la cultura non cambierà fino a quando noi uomini non ci renderemo conto che siamo proprio noi a dover cambiare. Perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne soltanto; è un problema di noi uomini. Siamo noi che dobbiamo cambiare e far cambiare i violenti: coloro che non accettano un No o un Basta, un rifiuto o un abbandono; coloro che si considerano proprietari del corpo e dell'anima della donna, e non sono disposti a riconoscere la sacrosanta libertà della donna di uscire con chi vuole, di amare chi vuole, di sposare chi vuole.
Fino a non molto tempo fa, in Italia esisteva il matrimonio riparatore: chi voleva una donna se la prendeva, e lei era moralmente obbligata dalla comunità e dalla famiglia a sposare l'uomo che l'aveva violentata. Il matrimonio cominciava con la violenza, e spesso nella violenza proseguiva. Fino a quando una giovane siciliana, Franca Viola, rifiutò il matrimonio riparatore, aprendo una via che tante altre donne non soltanto al Sud hanno seguito. Ora il problema si ripropone spesso nelle famiglie degli immigrati, dei nuovi italiani. Negarlo nel timore di passare per razzisti sarebbe un'ipocrisia inaccettabile (anche se è importante notare che nel 2019 l'ampia maggioranza dei femminicidi è stata commessa da italiani).
Non dobbiamo avere paura della verità. Lo dobbiamo alle nostre madri, che si sono emancipate attraverso un percorso decennale di coraggio e di riscatto. E lo dobbiamo alle nostre figlie e nipoti, che dovranno abitare un Paese e un mondo in cui non si farà più caso se il capo è maschio o femmina, ma se è competente o non lo è, se è onesto o non lo è, se è violento o non lo è. Questa sì è una promessa che dobbiamo fare a noi stessi; e che dobbiamo rispettare.
ilgiunco.net, 26 novembre 2021
Dare una nuova vita ai propri giocattoli e regalare un sorriso a chi ne ha bisogno. È l'iniziativa "Una seconda possibilità per i propri giocattoli" promossa dal Gruppo di Solidarietà Heos e dalla cooperativa Coopthc (Together let's Help the Community!) in collaborazione con l'Istituto penitenziario di Massa Marittima.
Si potrà donare un proprio giocattolo - in buone condizioni e che non preveda l'uso di batterie - contattando al numero 370.3792052 il Gruppo Solidarietà Heos che provvederà, dopo la necessaria sanificazione, a consegnarlo al carcere massetano. Gli ospiti della struttura potranno a loro volta regalarlo ai propri figli in occasione del prossimo Natale. L'iniziativa andrà avanti non soltanto in occasione del 25 dicembre, ma sarà costante durante l'anno. I bambini e le bambine che durante le festività e anche successivamente entreranno nell'istituto penitenziario per far visita al proprio papà porteranno a casa il bellissimo ricordo di un abbraccio e anche un piccolo e certamente gradito dono.
Chi volesse partecipare attivamente all'iniziativa donando i propri giocattoli potrà rivolgersi al numero 370.3792052 o scrivere alla mail
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 novembre 2021
Frontex quest'anno è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea per violazione dei diritti fondamentali e abusi ai danni dei migranti. Frontex, l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, è stata fondata nel 2004 per assistere gli Stati membri dell'Ue e i paesi associati a Schengen nella protezione delle frontiere esterne dello spazio di libera circolazione dell'Ue. In quanto Agenzia dell'Ue, Frontex è finanziata dal bilancio dell'Unione e dai contribùuti dei paesi associati Schengen. Ma è sotto i riflettori sia su sospette violazioni dei diritti dei migranti, sia per bilanci poco trasparenti e non virtuosi come denunciano molteplici associazioni, ong e gruppi del Parlamento europeo.
Frontex è la più odiata delle agenzie dell'Unione europea - Come ha scritto recentemente la giornalista Francesca Spinelli in un articolo de L'Internazionale, Frontex è la più odiata delle agenzie dell'Unione europea: nei suoi sedici anni di esistenza, è stata accusata di violazioni di diritti fondamentali così tante volte da fare concorrenza al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Con la differenza che, essendo eletto, Orbán può far valere una sua legittimità. A questo, si aggiunge anche il discorso di presunte "spese pazze".
Secondo "EUobserver", Frontex ha organizzato cinque eventi in quattro anni per 2,1 milioni di euro - Secondo la testata EUobserver, Frontex ha organizzato cinque eventi in quattro anni ai quali hanno partecipato in centinaia tra dipendenti e ospiti. Il conto totale dei budget per le feste in quel periodo ammonta a un totale di 2,1 milioni di euro. EUobserve, che ha avuto accesso ai documenti interni, snocciola i dati: si va dai 94.000 euro spesi nel 2015 per una cena per 800 persone presso l'elegante ristorante Belvedere di Varsavia, città dove ha sede l'agenzia, ai 580 mila euro spesi per una festa in trasferta sul Mar Baltico presso la località balenare di Sopot.
Resta il fatto che Frontex, nel corso di quest'anno, per ben due volte è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea. L'ultimo risale al mese scorso. Secondo gli avvocati olandesi che hanno presentato la causa, l'agenzia di frontiera dell'Ue avrebbe violato i diritti fondamentali dei rifugiati siriani che sono stati respinti dalla Grecia alla Turchia nell'ottobre 2016.
Frontex dovrà rispondere di abusi e respingimenti indiscriminati - La prima causa, invece, risale a maggio scorso. Frontex dovrà rispondere abusi ai danni di migranti, comprese violazioni dei diritti umani, tra cui respingimenti indiscriminati. Parliamo della prima azione legale contro l'Agenzia da parte della ong Front-lex con le organizzazioni Progress Lawyers Network e Greek Helsinki Monitor, presso la Corte di Giustizia Europea.
La causa è stata presentata per conto di due richiedenti asilo (un minore non accompagnato e una donna) mentre cercavano asilo in territorio Ue sull'isola di Lesbo, in Grecia. Le accuse mosse contro Frontex traggono fonte da molteplici testimonianze che ricostruiscono gli eventi passati dalle vittime.
Tra i fatti presentati si trovano anche prove di altre operazioni di respingimenti senza giusta causa durante i loro tentativi di cercare protezione in Unione europea. Dalle testimonianze presenti nell'azione legale, un membro del presunto gruppo di migranti respinti indiscriminatamente, minorenne e amico del richiedente, anche lui minore, è caduto in acqua ed è morto annegato. Front-lex e il team di avvocati che hanno presentato l'azione legale, sostengono la responsabilità di Frontex in questi event: l'Agenzia dovrebbe svolgere un ruolo di monitoraggio regolare della gestione delle frontiere esterne, compreso il rispetto dei diritti fondamentali.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 novembre 2021
"Era l'unico compromesso possibile" dice il Dem Bazoli. Che però non porterà al voto favorevole del centrodestra. Subito polemico Magi di Più Europa: "Hanno vinto quelli che vogliono mandare la legge sul binario morto e che non sono solo nel centrodestra".
Alla fine, almeno per fissare una data sul calendario della Camera, ce l'hanno fatta. La legge sulla morte medicalmente assistita arriverà in aula il 13 dicembre. Merito dell'insistenza del presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni di M5S, e dei due relatori, il Dem Alfredo Bazoli e il grillino Nicola Provenza, che hanno cercato una mediazione sulle richieste del centrodestra che non assicurano però il loro voto favorevole, ma almeno garantiscono "l'approdo in aula". Un risultato che però suscita subito la reazione fortemente polemica di Riccardo Magi di PiùEuropa che dice: "Hanno prevalso quelli che vogliono mandare la legge sul binario morto e che non sono solo nel centrodestra".
E dunque in aula a Montecitorio, il testo sulla "morte volontaria medicalmente assistita", approderà il 13 dicembre. Con quale esito? Bazoli la racconta così: "Abbiamo raggiunto l'unico compromesso possibile che garantisce, appunto, l'arrivo in aula, e non il muro contro muro anche su questo. Ma certo non offre garanzie sul voto favorevole del centrodestra". Alla domanda cosa faranno Lega e Forza Italia, Bazoli risponde con sincerità: "Certo non voteranno a favore". Si asterranno? "Vedremo". Di sicuro c'è che il centrosinistra, Pd, M5S e Leu, ha i voti per mandare il testo al Senato, ma lì il destino del provvedimento sul fine vita si preannuncia negativamente segnato, com'è avvenuto per la legge Zan, proprio per via dei numeri risicati del centrosinistra. In più Italia viva è divisa anche alla Camera: rispetto al sì convinto di deputate come Lucia Annibali e Lisa Noja, che lo hanno espressamente detto nelle commissioni, rispetto al sì di Roberto Giachetti, ci sono anche molti no.
Ma è proprio sulla data, il 13 dicembre, che Riccardo Magi protesta. Per lui il giorno giusto per cominciare avrebbe dovuto essere, al massimo, quello del 3 dicembre, passare al 13 invece significa segnare comunque il destino della legge anche a Montecitorio. Perché, spiega Magi, che parla di "binario morto", "con la sessione di bilancio e gli altri provvedimenti urgenti, e con la pausa di Natale, a quel punto si arriva all'elezione del presidente della Repubblica". Cioè a febbraio. Magi non nasconde neppure di essere polemico con le concessioni fatte al centrodestra sugli emendamenti.
Ma quali sono state, in concreto, queste "concessioni" dei relatori? Sicuramente respinta l'ipotesi di rendere obbligatorie le cause palliative, che anzi potranno essere rifiutate da chi chiede la morte medicalmente assistita. Ma il centrosinistra accetta che chi chiede di morire non solo sia affetto da "una patologia irreversibile", ma per lui sia stata già preannunciata "una prognosi infausta". Non solo, le sue sofferenze non dovranno essere solo "fisiche", ma anche "psicologiche". A queste concessioni se ne aggiungono anche altre formali lungo l'intero testo della legge.
Bazoli, dal suo punto di vista, si dichiara "soddisfatto", perché il muro contro muro è caduto. L'arrivo in aula è stato sbloccato, ha vinto quella che lui chiama "una decisa volontà di mediazione" che però "non garantisce il voto favorevole". In compenso, dopo una giornata di estrema tensione, quella di mercoledì, viene meno "il clima di scontro frontale, almeno non ci si affronta all'arma bianca". Frutto di 24 in cui i relatori Bazoli e Provenza, dal loro punto di vista, hanno fatto di tutto per evitare che la futura legge sul fine vita potesse saltare del tutto all'anno nuovo. Ma secondo Magi ci finirà lo stesso perché al massimo il 13 dicembre partirà la discussione generale, poi ci sarà il necessario rinvio a gennaio, e a quel punto le elezioni del capo dello Stato.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 26 novembre 2021
VI Conferenza nazionale sulle droghe. L'appuntamento triennale governativo fu richiesto dalle opposizioni per valutare gli effetti criminogeni della legge punitiva del 1990. Alla vigilia della Conferenza governativa sulle droghe di Genova ripercorriamo la ratio, le finalità, la storia di questo appuntamento, per avere un metro di giudizio politico più solido sull'evento che ci sta davanti. L'appuntamento triennale della Conferenza fu introdotto nella legge del 1990, la Jervolino-Vassalli. Insieme alla Relazione Annuale al Parlamento, fu il frutto della battaglia delle opposizioni durante la discussione parlamentare. Poiché il disegno di legge del governo introduceva un giro di vite proibizionista (in particolare punendo il semplice consumatore), le opposizioni chiesero strumenti per monitorare gli effetti delle nuove norme. Il Presidente del Consiglio deve convocare ogni tre anni la Conferenza, le cui conclusioni "sono comunicate al Parlamento anche al fine di individuare eventuali correzioni alla legislazione antidroga dettate dall'esperienza applicativa" (art.1, comma 15). Il primo obiettivo della Conferenza è la verifica della legge penale, ricordiamolo bene. Tanto più perché, dopo l'abrogazione da parte della Corte Costituzionale delle modifiche della Fini-Giovanardi, la normativa attualmente vigente è ancora quella del 1990 (senza le sanzioni penali per il consumo abolite dal referendum, ma con le sanzioni amministrative).
Palermo 1993, il referendum spinge - Palermo è il primo grande appuntamento politico sulle droghe dopo il referendum popolare del 1993, che aveva bocciato la svolta punitiva della legge Jervolino Vassalli (vedi: la norma manifesto di divieto di assunzione di sostanze stupefacenti, le sanzioni penali per il consumo, le norme che limitavano la libertà terapeutica). Nel clima post referendario, il termine "riduzione del danno" compare ufficialmente per la prima volta nelle parole della ministra Fernanda Contri. Scompare la comunità terapeutica vista come "la soluzione" alla dipendenza: le comunità mantengono un posto di rilievo nella cura, ma i servizi pubblici diventano il fulcro del sistema e i trattamenti con metadone "a mantenimento" sono finalmente legittimati. Il cambio di passo si registra anche nelle parole dell'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, a suo tempo uno dei sostenitori dell'approccio proibizionista duro: egli cita positivamente l'esperienza dell'Olanda "in cui il giudice non applica la sanzione penale e può contare sul medico al quale risulta affidato il compito di somministrare anche droga al giovane assuntore in maniera controllata" (il riferimento è ai trattamenti con eroina medica).
Il gruppo di lavoro sulla riduzione del danno, coordinato da Luigi Manconi, stende un programma articolato di riforme: dal potenziamento dei programmi con metadone, alla sperimentazione di trattamenti con eroina, agli interventi di prevenzione dell'Aids in carcere, fino all'alleggerimento del trattamento penale per la cannabis). Palermo, sotto la spinta del referendum popolare, rappresenta dunque una rottura con l'approccio tough on drugs.
Napoli 1997, la riduzione del danno - La Conferenza di Napoli in gran parte si concentra sulla riduzione del danno, dietro la spinta degli sviluppi europei ma anche di un movimento diffuso: molte sono le prese di posizione dei consigli comunali (da Torino a Venezia, da Bologna a Firenze e molte altre) a favore di un mutamento di rotta. All'ipotesi riformista dà voce un documento delle Ong, elaborato proprio in vista della Conferenza. Si propone: il completamento della depenalizzazione del consumo personale iniziato col referendum, la legalizzazione della cannabis, l'espansione della riduzione del danno e la sperimentazione di nuovi interventi (in specie, i trattamenti con eroina). Si propone anche di innovare i processi della decisione politica, dando nuove competenze ai Comuni e prevedendo la partecipazione vasta di soggetti sociali, in primis i consumatori di droghe.
A livello governativo, l'obiettivo è di "sdoganare" la riduzione del danno, facendo sì che sia accettata il più largamente possibile dal vasto mondo delle comunità terapeutiche, molte delle quali ancora riluttanti a rinunciare all'obiettivo unico dell'astinenza e ad accettare i trattamenti con metadone non finalizzati al passaggio veloce all'astinenza. Si cerca un difficile equilibrio fra continuità e discontinuità, fra "lotta alla droga" e governo pragmatico e umanitario del fenomeno, come è evidente dallo slogan dell'evento: "Contro le droghe, cura la vita".
Pur con questi limiti, Napoli 1997 rimane una tappa importante. È attivato un gruppo sulle politiche della cannabis, che conclude i lavori proponendo di sperimentare forme di regolazione legale. La proposta non passa, ma la Conferenza si pronuncia positivamente sulla completa depenalizzazione del consumo: su questo si impegna il governo, come anche sul rafforzamento della riduzione del danno.
Genova 2000, la scienza e la riforma - Nonostante gli impegni della Conferenza di Napoli, la depenalizzazione completa del consumo trova un ostacolo nelle campagne di allarme sul tema sicurezza, cui il governo e le forze politiche, anche a sinistra, sostanzialmente soggiacciono. Anche sul fronte della riduzione del danno permangono le resistenze ideologiche. In questo clima, il movimento rialza la posta. Si forma un ampio Cartello di associazioni (Per un'altra politica delle droghe) e nasce una rete antiproibizionista di centri sociali (Mdma). Il Cartello "Per un'altra politica delle droghe" promuove spazi di dibattito paralleli su temi scottanti, oltre quelli ufficiali, come "carcere, depenalizzazione e decriminalizzazione della vita quotidiana dei consumatori".
Genova passa alla storia per la ricchezza del dibattito e per lo scontro nel governo: da una parte il ministro Umberto Veronesi apre alla cannabis legale e caldeggia la sperimentazione dei trattamenti con eroina; dall'altra, il presidente del Consiglio Amato frena il dibattito sul nascere. Interessante lo scambio fra i due esponenti governativi, poiché si confrontano due concezioni della politica. Veronesi affronta il merito delle questioni e trae indicazioni per le politiche dalle evidenze scientifiche disponibili. Amato definisce il suo approccio "tecnico", contrapposto al "politico" inteso come pura negoziazione fra le forze politiche (nel governo non c'è accordo sulla depenalizzazione, fa sapere il presidente del Consiglio). Quanto al movimento, rischia di diventare una "anomalia di sistema", in una politica ormai distaccata dalla scienza, dalla cultura, dall'esperienza.
Da Genova 2000 a Genova 2021 - Le conferenze di Palermo II, del 2005, e di Trieste del 2009 non hanno storia: la prima finalizzata a propagandare il disegno di legge Fini-Giovanardi, contrastato sia nel parlamento che nel Paese; la seconda, a legge approvata grazie a forzature anticostituzionali, tesa solo a legittimare a posteriori la svolta punitiva. Il movimento non ci sta e organizza spazi di discussione e mobilitazione fuori Conferenza.
Che dire oggi di Genova II? A giudicare dal programma, pare una conferenza che "parla d'altro". Fuoriluogo, soprattutto fuori tempo. Invece di affrontare il nodo della legge e i suoi effetti criminogeni sui consumatori, si parla della "realtà penale e penitenziaria della dipendenza". Invece di parlare di consumi e del governo sociale degli stessi, ci si concentra esclusivamente sulle "dipendenze patologiche". Perfino la ricerca è limitata alle dipendenze, con ospite di riguardo Nora Volkow, principale sostenitrice della addiction come brain disease: proprio oggi che i limiti del modello neurobiologico sono sempre più esplicitamente denunciati.
Quanto alla riduzione del danno, se ne parla, ma rigorosamente entro il recinto dei servizi. Le politiche della cannabis neanche sono nominate, né per gli sviluppi di legalizzazione in ambito internazionale, né in ambito nazionale (vedi il successo delle firme per il referendum). Per discutere sul serio, meglio affidarsi al "Fuoriconferenza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 novembre 2021
L'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione denuncia che, il 6 novembre, malgrado la regolarità dei documenti, 4 italiani sono stati costretti ad abbandonare a piedi il territorio dell'Unione Europea. "Un gruppo di soci dell'Asgi, nel corso di un sopralluogo al confine greco-macedone nei pressi di Idomeni in Grecia, ha subìto un fermo da parte di una pattuglia mista di poliziotti greci, polizia di frontiera e agenti di Frontex ed è stata costretta a fare ritorno a piedi in territorio macedone". È la stessa Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), a denunciare il trattamento subìto dai quattro cittadini italiani allontanati dal territorio dell'Unione Europea senza motivazione, in modo illegittimo e con procedure informali, ed esprime allarme nei riguardi delle violazioni dei diritti e la sistematica violenza anche nei confronti di cittadini extra europei.
L'Asgi ha effettuato una visita al confine macedone-greco - L'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione ripercorre ciò che è accaduto sabato 6 novembre. La sua delegazione ha effettuato una visita al confine macedone-greco, sia dal lato macedone che nel territorio frontaliero greco. Dopo aver raggiunto e attraversato il valico di frontiera denominato Evzoni in taxi, munita dei necessari documenti per l'attraversamento della frontiera greca, la delegazione si è recata dapprima a Polykastro e, successivamente, a Idomeni.
I volontari fermati dagli agenti di Frontex - Raggiunta la piccola cittadina di Idomeni il gruppo - come denuncia l'Asgi - ha effettuato un rapido sopralluogo esplorativo nei pressi della stazione ferroviaria, luogo strategico per comprendere e analizzare le dinamiche di attraversamento della frontiera, le violazioni e le procedure di push-back condotte dalle polizie di frontiera. Dopo aver percorso alcune decine di metri lungo i binari che dalla stazione ferroviaria conducono verso la Macedonia del Nord e senza fare ingresso nella zona di transito visibilmente delimitata da una recinzione di filo spinato, la delegazione è tornata verso la stazione costeggiando la ferrovia. Mentre percorreva questo breve tratto, un agente che indossava l'uniforme di Frontex ha raggiunto il gruppo e ha chiesto i documenti e i motivi della visita in quel luogo. Subito dopo è apparso un agente della polizia greca il quale - con tono decisamente più alterato, sottolinea l'Asgi - ha chiesto spiegazioni della presenza in quel luogo, sostenendo che la delegazione si trovava in un'area militare e, dunque, interdetta, nonostante non ci fosse alcun cartello di interdizione al passaggio.
Aggrediti verbalmente dagli agenti di Frontex - Nel giro di pochissimi minuti - prosegue nella denuncia l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione - il gruppo è stato accerchiato da una decina di agenti (almeno 3 di Frontex, 1 con tuta mimetica nera e adesivo raffigurante un'aquila e almeno 3 poliziotti greci) e accusato di aver attraversato in modo irregolare la frontiera, nonostante il passaggio attraverso il valico, punto di attraversamento autorizzato, avrebbe potuto essere facilmente verificabile. Poco dopo è giunta sul posto una camionetta della polizia greca, blindata e con i vetri posteriori oscurati.
Il gruppo è stato costretto a salire con modalità verbalmente violente; inoltre, i documenti di identità di tutti i componenti sono stati trattenuti dalle forze di polizia senza che fosse fornita alcuna informazione circa le ragioni del fermo. I soci dell'Asgi è stato condotto alla stazione locale di polizia all'interno della quale era presente anche una grande baracca con dei materassi posizionati a terra, dove sono stati rinchiusi un gruppo di sei migranti, evidentemente intercettati durante le operazioni di controllo della frontiera, fatti scendere dalla parte posteriore della medesima camionetta.
Inviata una richiesta di chiarimenti al Parlamento, alla Commissione Europea e ai ministeri italiani - L'Asgi rivela che, dopo essere stata aggredita verbalmente anche dal poliziotto presente presso la stazione di polizia, la delegazione ha atteso nello spazio esterno antistante lo svolgimento dei controlli.
Malgrado la regolarità dei documenti d'identità per l'attraversamento della frontiera greca, i quattro cittadini italiani sono stati portati con la camionetta al valico di frontiera Evzoni, scortata da due autovetture di Frontex, sono stati costretti a lasciare il territorio dell'Unione Europea proseguendo a piedi fino al valico di frontiera in Macedonia. L'Asgi ha inviato una richiesta di chiarimenti al Parlamento Europeo, alla Commissione Europea, al ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, al ministero dell'Interno, all'Ambasciata d'Italia in Atene, all'Agenzia della guardia di frontiera e costiera europea (Frontex), al ministro delle Politiche europee.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 26 novembre 2021
VI Conferenza nazionale sulle droghe. La marijuana entra nella discussione solo se "terapeutica". Le dimensioni culturali della canapa e dei suoi derivati sono state totalmente silenziate ed escluse dai tavoli. A metà novembre il Corriere della Sera ha ritenuto opportuno pubblicare in prima pagina una lettera che accusava il Comitato promotore del referendum cannabis legale di vilipendio alla bandiera per aver osato sovrimporre la foglia a sette punte nel bianco del tricolore.
Da quando alla fine del 2006 l'Italia ha legalizzato la prescrizione di cannabinoidi per uso terapeutico, la cannabis è entrata nella vita di migliaia di persone con problemi di salute e che, magari, fino ad allora, l'avevano considerata una droga. Forse "leggera" ma sicuramente l'avevano sentita presentare sempre come una droga. Il neutro "cannabis" al posto del criminale "marijuana" o l'esotico "hashish" ha contribuito a rendere la pianta il simbolo di scelte mediche, o auto-terapeutiche, sempre più diffuse e rivendicate.
Negli ultimi anni, sempre più frequentemente, la musica hip hop, trap e trip hop, quella con miliardi di streaming e visualizzazioni su youtube, ha fatto emergere la presenza della pianta in quelle che una volta si sarebbero chiamate contro o subculture giovanili ma che oggi sono presenze scontate nella quotidianità di milioni di persone.
Cantanti e produttori, raramente oltre la trentina, da meri influencer sono diventati maître à penser che preoccupano la politica e i media vecchio stampo perché con uditori paralleli rispetto a quelli tradizionali. La potenza di questi messaggi è tale e tanta da scavalcare i blocchi imposti dai social network a determinate parole o immagini. Malgrado le tradizionali rigidità istituzionali, la cannabis è tornata a essere una componente strutturale e sempre più visibile della cultura italiana oltre che delle nostre colture tipiche.
Non sappiamo quante siano le ricette che da 15 anni prescrivono cannabis per fini terapeutici; è invece noto che dal 2014 presso lo Stabilimento Farmaceutico Militare di Firenze è iniziata una produzione di infiorescenze. Il timido progetto pilota è stato poi confermato con risorse crescenti ma con una produzione largamente insufficiente. La domanda diffusa ha portato il fabbisogno stimato dall'Onu per l'Italia a tre tonnellate. Nonostante l'aumento dell'importazione dall'Olanda e l'indizione di gare d'appalto straordinarie vinte da aziende non europee, lo Stato non riesce a garantire quantità costanti di prodotti creando problemi a migliaia di persone che grazie alla pianta hanno migliorato la qualità della loro vita o la convivenza con la malattia.
Dal 2016 è stata di nuovo resa legale la coltivazione di canapa con bassissimi livelli di principi attivi per fini industriali recuperando così una tradizione che negli anni Cinquanta vedeva l'Italia seconda solo all'Urss, in quanto a produzione per cordami, tele e altro. La storia patria racconta come Cavour la coltivasse nelle sue tenute, mentre le brache di Garibaldi, ora custodite al Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano, sono un esempio di impiego non psicoattivo della pianta.
Sempre nel 2016, a sostegno dei vari disegni di legge sulla cannabis presentati in Parlamento e dell'intergruppo arrivato a superare le 300 adesioni, le associazioni che annualmente pubblicano il Libro Bianco sulle Droghe consegnarono alla Camera oltre 67.000 firme a sostegno di una proposta di legge d'iniziativa popolare per una regolamentazione legale della produzione, uso, scambio e commercio della cannabis e dei suoi derivati. Anche se l'allora maggioranza decise di non portare a termine l'iter parlamentare, per la prima volta nella storia della Repubblica si arrivò a un dibattito in Aula alla Camera.
Di tutto questo non si trova traccia nei lavori della VI Conferenza Nazionale sulle droghe del 27 e 28 novembre. Si è tenuto un tavolo sulla cannabis terapeutica, ma niente di più. Le dimensioni culturali della pianta sono state totalmente silenziate. E, stando a quanto discusso, la mancanza cronica di prodotti, la qualità e la quantità della cannabis "made in Italy" o di quella importata, le licenze per la distribuzione o la promozione di formazione, e l'informazione del personale specializzato o dell'utenza in generale sono rimasti auspici. Forse si parlerà di un'agenzia nazionale per la cannabis.
Stesso trattamento è stato riservato al ritaglio in tre parti della 309/90 previsto dal Referendum sulla cannabis che, col sostegno di oltre 630.000 firme, è stato depositato in Cassazione un mese prima della tenuta della Conferenza nazionale. Vista quest'assenza non sapremo come si porrà il Governo di fronte al referendum. La Ministra Dadone non ha firmato il referendum, questa sua "neutralità" caratterizzerà l'esecutivo in Corte Costituzionale quando dovrà esser decisa l'ammissibilità del quesito?
Ragionevolmente, se non razionalmente, l'onere della prova dovrebbe esser in capo a chi ha creato buona parte dei problemi di cui si discute e non su chi da anni elabora proposte di governo di un fenomeno di massa come quello dell'uso della cannabis. Il Corriere della Sera, qualche giorno dopo, ha ospitato una replica del Comitato per il referendum. A pagina 37. Fino a quando la gerarchia della visibilità resterà questa, il confronto non potrà essere ad armi pari.
di Rita Rapisardi
Il Domani, 26 novembre 2021
Voluta dalla ministra Dadone si svolge, domani e domenica, la Conferenza nazionale sulle droghe. Oggi la "Fuori conferenza" delle associazioni. Dopo dodici anni questo sarà il week end della Conferenza nazionale sulle droghe. Per legge, secondo il Testo unico sugli stupefacenti, sarebbe da convocare ogni tre anni, ma nessuno degli ultimi governi si è preoccupato di farlo.
Il titolo dato alla due giorni, che si terrà appunto il 27 e il 28 novembre, è "Oltre le fragilità" e conta di approfondire le problematiche connesse alla diffusione di sostanze stupefacenti e psicotrope. A volere l'evento è stata la ministra per le Politiche giovanili, titolare della delega sulle droghe, Fabiana Dadone, che a ridosso della sua nomina aveva anticipato questa volontà: "Negli anni ci siamo abituati a facile propaganda su temi delicati a scapito dei numerosi appelli, è doveroso accogliere il dialogo, il confronto, la statistica e la scienza", ha dichiarato la ministra spiegando come la preparazione, durata mesi, ha interessato oltre ai rappresentanti delle istituzioni, la società civile e del privato sociale. "Auspico il confronto sull'annoso problema delle dipendenze, della criminalità e delle sofferenze quotidiane che molti sono costretti a vivere in Italia", ha aggiunto.
I sette tavoli di confronto e i ben dieci ministri presenti, affronteranno numerosi aspetti, che superano il discorso legato alla dipendenza o alla pericolosità delle sostanze, e riguardano la società tutta. Un appuntamento atteso e decisivo, perché le relazioni conclusive saranno il terreno sul quale pensare una riforma del Testo unico, vecchio di trent'anni, scritto e pensato per esigenze diverse e incapace ormai di rispondere alle sfide contemporanee. Il tema delle droghe è stato spesso ricondotto a slogan e opportunità politiche: la destra che negli anni si è arroccata nel proibizionismo e in un "no alla droga" generico, mentre a sinistra resta un argomento divisivo. Intanto gli operatori del settore reclamano da anni un passo avanti nel trattare queste tematiche: la riduzione del danno fatica a trovare spazio - in un primo momento addirittura esclusa dai lavori di preparazione della conferenza - i servizi sanitari sono talvolta carenti e le carceri sono affollate di tossicomani lasciati a loro stessi. Una situazione che si differenzia da regione a regione per l'assenza di un'amministrazione unica dovuta al Titolo V: accanto a regioni virtuose, in cui Asl, SerD e SerT funzionano su volontà di pochi, ce ne sono altre in cui gli sono gravi le mancanze e farne le spese sono i consumatori. Tutto questo mentre nel dibattito pubblico si discute sul referendum per la depenalizzazione della cannabis, per cui hanno firmato oltre 620mila persone, dimostrando che il tema è sentito e merita una risposta da parte delle istituzioni.
Trieste 2009. L'ultima Conferenza nazionale è stata a Trieste nel 2009, un'edizione blindata in cui è stata denunciata una forte chiusura istituzionale. Mentre la più importante, almeno secondo gli operatori, si è tenuta sempre a Genova nel 2000, convocata dall'allora ministra della Solidarietà, Livia Turco. In quell'occasione si è aperta una discussione sulle nuove droghe e sul mondo della notte, e Sandro Veronesi, ministro della Salute, con un intervento criticato dal presidente del Consiglio, Giuliano Amato, aveva proposto di sperimentare la legalizzazione della cannabis. Un appello ancora inascoltato. La peggiore è invece considerata quella di Palermo, convocata da Carlo Giovanardi. Allora, il movimento di riforma della politica delle droghe aveva organizzato una contro conferenza guidata da Andrea Gallo, in cui era stato presentato il primo Libro bianco, promosso, tra le altre, da Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), Associazione Luca Coscioni e Forum droghe. Una lunga accusa alla Fini-Giovanardi, una legge proibizionista e punitiva che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori, senza intaccare veramente i grandi mercati, dichiarata incostituzionale nel 2014.
Anche in quest'occasione la rete ha deciso di richiamare l'attenzione con una "Fuori conferenza", oggi, sempre a Genova. Saranno al centro del dibattito, scrivono su Forum droghe, "approcci pragmatici e convenienti per tutti, per fare pace con le droghe e chi le usa, verso un modello alternativo di regolazione sociale del consumo di sostanze, promozione della salute e un sistema di interventi alternativo all'attuale modello repressivo, penale e patologico". Sarà anche previsto un confronto con la ministra Dadone, con l'obiettivo di lanciare una campagna contro l'inerzia del parlamento sul referendum sulla cannabis. Come motto le parole di don Andrea Gallo: "È l'ora di pensare in grande".
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