di Ezio Mauro
La Repubblica, 1 luglio 2021
Il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ma lo Stato dov'era? Mancava del tutto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, durante il pestaggio organizzato il 6 aprile dello scorso anno dagli agenti di polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti che il giorno prima avevano organizzato una protesta per chiedere mascherine e tamponi dopo la comparsa del virus Covid nel penitenziario. Mancava la fedeltà alla Costituzione, che prescrive il senso di umanità nel trattamento dei prigionieri, l'ubbidienza alle leggi che regolano i diritti di ognuno, l'osservanza dei regolamenti che governano una comunità anomala e complessa come il carcere: e infine il rispetto per la democrazia e i suoi principi, e la coscienza della civiltà in cui viviamo, che è la cornice d'obbligo dentro la quale lo Stato opera a tutela del bene comune.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Difficile trovare un compromesso tra diritto di cronaca e rispetto delle regole. Ma una cosa dobbiamo chiedercela: chi ha fatto arrivare alla stampa quelle immagini di Santa Maria Capua Vetere?
È innegabile la portata di drammaticità emersa dal video pubblicato dal quotidiano Domani in cui si vedono chiaramente le violenze subìte dai detenuti lo scorso 6 aprile 2020 per mano di centinaia di agenti di polizia penitenziaria. Quelle sequenze di aggressività e sopraffazione dei (finti) custodi verso i loro custoditi, la riproposizione del "sistema Poggioreale" come metodo illegale di punizione, lo svilimento della dignità dei detenuti: tutto ciò è stato un pugno nello stomaco per moltissimi di noi, che pure da anni ci occupiamo di queste vicende, ma soprattutto per altri colleghi che spesso si mostrano indifferenti alle criticità dell'esecuzione penale, e per una grande fetta della società civile. Probabilmente quelle immagini hanno anche spinto la Ministra Cartabia a prendere una posizione più netta nei confronti di quegli accadimenti.
Sicuramente quel video ha disvelato qualcosa per molti inimmaginabile. Come spesso ricorda il sociologo dei fenomeni politici, Luigi Manconi, "il carcere e la caserma sono istituzioni totali, secondo la classica definizione di Erving Goffman: sono strutture chiuse, sottratte allo sguardo esterno e al controllo dell'opinione pubblica e della rappresentanza democratica". Ora invece tutti possono vedere. Ma nonostante il valore pedagogico, siamo sicuri che quel video andava pubblicato? Ci siamo posti la stessa domanda relativamente alle immagini degli ultimi istanti di vita dei passeggeri nella funivia del Mottarone. Non è semplice dare una risposta: c'è il gioco il diritto di cronaca, la necessità di denunciare pubblicamente misfatti così terribili, ma non dobbiamo dimenticare il rispetto delle regole e del codice di rito. Si tratta di un documento che, seppur non coperto da segreto istruttorio, ai sensi dell'articolo 114 comma 2 c.p.p. non può essere pubblicato, in quanto relativo a procedimento in fase di indagine preliminare. E allora ci si chiede: chi ha fatto arrivare ai colleghi del Domani il video? La procura aprirà un fascicolo di indagine per stabilire eventuali responsabilità?
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 luglio 2021
I video dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, gli agenti che manganellano i carcerati e la dipendenza che dà un gesto simile. Per uscirne occorre una terapia forte (e un ministro della Giustizia diverso da Bonafede). Ho guardato i video di Santa Maria Capua Vetere avendo in mente la frase del disgraziato che gli scherzi della vita avevano fatto ministro della Giustizia: "Una doverosa azione di ripristino della legalità".
Li ho guardati vedendovi attraverso gli innumerevoli episodi analoghi di cui non ci sono video. Il diavolo, amico dei prigionieri, ci ha messo la coda: gli agenti credevano di aver manomesso le telecamere di sorveglianza, ma erano stati maldestri. Qualcuno ha detto che episodi così bestiali non si dovranno più vedere. Qualcuno si è detto che per la prossima volta bisogna imparare a metterle davvero fuori uso, le telecamere di sorveglianza. Del resto i tempi nuovi entrano anche in galera: già qualche anno fa un pestaggio nei sotterranei di un carcere era stato ripreso e poi pubblicato dal telefono di un agente. Modernità ambigua: può esserci un agente che si sottrae a violenza e omertà, o uno che di botte e torture si vuole far bello. Ad Abu Ghraib, le torture fecero il giro del mondo perché una giovane torturatrice le filmò e si filmò per vantarsene coi suoi a casa. Nel filmato, viene manganellato anche un anziano detenuto sulla sedia a rotelle: la giustizia è uguale per tutti.
Anch'io tendo ad augurarmi che non si protragga la carcerazione preventiva degli agenti impiegati per la mattanza. Manca il pericolo di fuga - dove potrebbero fuggire? E a vivere di che? - o quello di inquinare le prove - le avranno già inquinate meglio che potevano, dopo quindici mesi. Ma non si dica che non sussiste nemmeno il rischio della reiterazione del reato. Picchiare i detenuti è una di quelle cose che, una volta fatte, diventano un'abitudine, pressoché una dipendenza. Una droga pesante. Occorre una terapia forte, per uscirne. E non avere più grossisti delle doverose azioni di ripristino della legalità.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Non c'è attenuante che regga: lo stress, le proteste dei giorni precedenti, il virus. Quella che abbiamo visto è una pratica pianificata di violenza machista di massa che coinvolge decine e decine di poliziotti.
Le immagini interne al carcere di Santa Maria Capua Vetere parlano chiaro. Tutti abbiamo potuto vedere le violenze gratuite e brutali commesse da agenti di Polizia Penitenziaria su qualunque detenuto gli passasse sotto mano, finanche se su sedia a rotelle. È' stata una rappresaglia indiscriminata, illegale, disumana che non ammette alcuna giustificazione. Non c'è attenuante che regga: lo stress, le proteste dei giorni precedenti, il virus. Quella che abbiamo visto è una pratica pianificata di violenza machista di massa che coinvolge decine e decine di poliziotti. È qualcosa che ci porta dentro l'antropologia della pena e della tortura.
Ogni difesa acritica del loro comportamento è inammissibile in uno Stato costituzionale di diritto. Ogni sottovalutazione o tentativo di circoscriverne la portata non aiuta a riportare il sistema penitenziario nell'arco della legalità. In quel video non abbiamo visto mele marce al lavoro. Erano troppo numerosi i responsabili delle violenze e non si intravedevano mele sane che provavano a riportare i colleghi alla ragionevolezza. Questo non significa che le mele sane non vi siano. Sono fortunatamente tante, lavorano in silenzio, non vomitano odio sui social, non si fanno condizionare da chi inneggia alle forze di polizia russe o brasiliane, non fanno carriera quanto meriterebbero. La quantità di poliziotti coinvolti ci porta però dentro valutazioni di tipo sistemico.
Dunque, in attesa del processo penale, proviamo a definire alcune vie di uscita da questo meccanismo di auto-esaltazione. In primo luogo vorremmo che le più alte cariche dello Stato dicano un no secco e senza eccezioni alla tortura e alla violenza istituzionale, preannunciando non solo un'indagine rapida amministrativa interna che porti a sanzioni disciplinari ma anche la volontà di costituirsi parte civile nel futuro procedimento penale. I provvedimenti del Dap di sospensione degli agenti coinvolti vanno in questa direzione. Così come le parole inequivoche della ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha parlato di "tradimento della Costituzione" nonché "di oltraggio alla dignità della persona dei detenuti".
In secondo luogo vorremmo che l'organizzazione penitenziaria rimetta al centro figure professionali quali educatori, assistenti sociali, animatori, mediatori, psicologi e che si riapra dappertutto il carcere alla società esterna. C'è chi per motivi economici avrebbe voluto cooptare gli educatori nel corpo di Polizia. Un errore di visione che avrebbe cambiato la fisionomia del carcere, a scapito della trasparenza e delle finalità costituzionali. Ogni occhio che arriva da fuori le mura è una forma di prevenzione dalla tentazione di maltrattamenti. Il direttore di carcere deve essere inequivocabilmente messo al vertice della gerarchia interna, senza cedere alle pressioni corporative delle organizzazioni sindacali autonome di Polizia penitenziaria. I sindacati confederali devono essere un'avanguardia democratica e mai cedere alla competizione securitaria con quelli che chiedono più taser per tutti. È necessario che si adottino linee guida nazionali su come gestire situazioni di rischio, affidandosi anche a una formazione interdisciplinare e interprofessionale.
La video-sorveglianza deve coprire tutte le aree del carcere, anche quelle oscure, come le scale o le sezioni di isolamento. I medici non devono mai sentirsi costretti dentro rapporti di tipo gerarchico con chi ha funzioni di controllo. Devono essere messi nelle condizioni di visitare in libertà e riservatezza le persone che hanno subito violenza. Infine vorremmo che vi fosse una visione costituzionale e condivisa della pena. La Costituzione non va tollerata, elusa, ridicolizzata. La Costituzione va rispettata, applicata. Sarebbe un gran bel segnale se all'indomani dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere fosse adottato un nuovo regolamento di vita penitenziaria (il precedente è del 2000) ispirato ai principi di responsabilità, integrazione, normalità e rispetto della dignità umana.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 1 luglio 2021
Parla Salvatore, uno dei detenuti picchiati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Io nel video sono quello incappucciato, quello che prende botte in testa, alla schiena, alle gambe, al volto". "Arrivarono con i caschi per non farsi riconoscere. Mi colpirono in testa e sulla schiena. Nelle celle tremavano tutti".
Salvatore Q. detto Sasà, 45 anni, accusato di spaccio, è uno di quei detenuti pestati al Reparto Nilo, carcere di Santa Maria Capua Vetere, in quelle ore d'inferno del 6 aprile 2020. Accetta di parlare con Repubblica perché, dice, "per fortuna sono uscito da lì, ora sono agli arresti domiciliari, ma gli abusi devono finire, quello che è successo è stato uno schifo. E infanga le buone divise". Il suo racconto è agli atti, piccolo rivolo nella maxi indagine che conta 27 faldoni, una ventina di video (per 4 ore di maltrattamenti), 2300 pagine di ordinanza del Gip che tirano dentro 117 indagati. Proprio i mesi più cupi del primo lockdown - con la giustizia alla quasi totale paralisi nella primavera 2020 - hanno visto invece totalmente mobilitata la Procura di Santa Maria Capua Vetere guidata da Antonietta Troncone, con l'aggiunto Alessandro Milita e i pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto, impegnati in una corsa contro il tempo, e contro depistaggi e falsi, che alla fine ha mostrato lo squarcio raggelante già anticipato dalle denunce del garante Samuele Ciambriello e dell'associazione Antigone. Ieri, i primi 9 interrogatori del gip Sergio Enea: e qualche prima ammissione. "Sono stati commessi gravi errori".
Il buco nero in cui è entrato Salvatore, uno dei pochi a denunciare autonomamente i maltrattamenti, è lo stesso descritto nelle varie "sommarie informazioni" rese agli inquirenti da decine di altri reclusi picchiati a sangue. Come il povero algerino Hakimi Lamine: che a 28 anni, nonostante i suoi problemi di schizofrenia, durante la "carica" di torture, subì la frattura del naso e dopo un mese di abbandono in isolamento, la fece finita con un mix di psicofarmaci. Oppure, ancora, come Vincenzo Cacace, altro ex detenuto ormai scarcerato: è lui l'uomo che si vede, sempre nei fotogrammi dell'orrore, picchiato alla testa e al petto col manganello, nonostante sedesse su una sedia a rotelle. Ora dice: "Sono stati disumani".
Salvatore, come sta adesso?
"Quello che è successo non lo posso dimenticare. Alcuni segni li porto sulla pelle, altri stanno dentro e non me li levo più di dosso".
Quale è stato il suo referto, quali danni conserva?
"La mia schiena era diventata un bersaglio. Lividi, ematomi, versamento di liquidi portati per mesi. Ma parliamo degli effetti che si vedono. Poi ci sono quelli che non si vedono".
Si riferisce alle conseguenze psicologiche.
"Parlo del fatto che, anche quando sono andato fuori dal carcere di Santa Maria, non ho più dormito per settimane. La rabbia, la paura, lo choc, l'impotenza. Non lo so che cosa è stato. So di avere visto, in quelle ore, in carcere, molti che tremavano vicino a me, nelle celle. E forse tremavo pure io e non lo sapevo".
Che cosa successe, quindi, il pomeriggio del 6 aprile, al Reparto Nilo?
"Vennero queste guardie da fuori... Lo so, non si chiamano guardie né secondini, ma tra noi sapete c'è il linguaggio del carcere. Comunque un gruppo che si vedeva subito: intenzionato al peggio. Venuto per fare squadrismo".
Da cosa si vedeva?
"Con i caschi, i manganelli, tutti coperti per non farsi riconoscere. Già quando li vedi così capisci subito che non stanno venendo in pace".
Può fare lo sforzo di ricordare, ancora una volta?
"Ci presero con la forza. Alcuni li portarono in una sala ricreativa, a noi ci vennero a prendere nelle celle, uno per uno. Si fiondarono innanzitutto nei nostri armadietti: hanno preso i nostri rasoi, ci hanno tagliato le barbe".
Perché?
"Dicevano: volete fare i boss? Ora ve li tagliamo noi questi peli".
E poi?
"Si concentrarono su quasi tutti i piani del Reparto Nilo. Ci costringevano a uscire e ci buttavano nei corridoi. Dove c'erano decine di loro a destra e a sinistra. Noi passavamo in mezzo: arrivavano manganelli, calci, pugni. Io ho preso un sacco di cazzotti e colpi alla schiena, me l'hanno fotografata, sta agli atti...".
Impossibile reagire.
"Ma ha capito che 300 detenuti in mano loro erano niente? Io li ho guardati negli occhi. Ma ci riempivano di maleparole. Mi dicevano: "Vi uccidiamo. Non vi illudete, qui comandiamo noi"".
Lei è stato uno dei pochissimi a denunciare, perché?
"Perché io ho avuto la fortuna di uscire da lì dentro il 10 aprile, solo quattro giorni dopo che mi hanno abboffato di mazzate. Ho scritto su Facebook un post. Ho detto che era stata fatta un'infamia ai detenuti".
Lei ricorda dell'algerino Lamine?
"Lo ricordo bene, era un mio compagno di cella: stava dentro per reati scemi, un bravo guaglione"
Del tipo?
"Furto. Invece le guardie lo hanno ammazzato di botte".
Non ha mai avuto paura di denunciare.
"No, voglio raccontare. Io i miei conti con la giustizia li pago, di errori ne ho fatti. Ma non voglio essere un sacco di patate su cui si devono sfogare gli altri. La mia dignità deve restare a me".
di Riccardo Noury*
Il Domani, 1 luglio 2021
Le immagini diffuse da Domani su ciò che avvenne il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e che il giudice per le indagini preliminari ha definito "una orribile mattanza" lasciano senza fiato. Vedendole e rivedendole, ho sperato che arrivassero da un luogo lontano: dalla Colombia in stato d'emergenza, da Myanmar dopo il colpo di stato. Invece, provenivano da un luogo distante neanche 200 chilometri da Roma. Come 19 anni prima a Bolzaneto, funzionari dello stato italiano hanno infierito su persone in loro custodia immaginando che quei comportamenti non sarebbero diventati pubblici o comunque confidando nell'impunità. Nel primo caso, immaginarono male ma confidarono bene.
L'impunità di Genova - Come già ricordato da Domani attraverso una serie di articoli sul ventesimo anniversario del G8 di Genova, nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto attrezzata a centro provvisorio di detenzione, venne praticata la tortura: pestaggi violentissimi (la "macelleria messicana" descritta dall'allora vicequestore di Genova Michelangelo Fournier), atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni degradanti. Sappiamo com'è andata a finire: col trionfo dell'impunità. Quella parola, tortura, ripetuta infinite volte nei dibattimenti giudiziari sui fatti di Genova non trovò spazio nelle sentenze perché nel codice penale ancora non era menzionata. E non sarebbe stata menzionata fino al luglio 2017 quando, grazie a un'ostinata campagna delle organizzazioni non governative, all'impegno di diversi parlamentari e a un'importante sentenza della Corte europea dei diritti umani dello stesso anno, il parlamento colmò un ritardo quasi trentennale e introdusse finalmente nell'ordinamento italiano il reato di tortura.
La legge sulla tortura - La legge non è perfetta: è ridondante e infarcita di locuzioni e aggettivi inutili come se il legislatore, dopo 28 anni e mezzo di continui ostacoli all'approvazione di un testo, si fosse arreso a votarne uno sperando che la sua ampollosità ne avrebbe reso problematica l'applicazione. Ma da allora la legge contro la tortura è stata applicata. Due processi, relativi a episodi avvenuti nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si sono chiusi con condanne per tortura.
Altre indagini sono in corso per presunte torture avvenute in altri istituti di pena italiani. C'è da sperare che la legge sarà applicata anche rispetto ai fatti, terribili, di Santa Maria Capua Vetere. Così lascia sperare la decisione del giudice per le indagini preliminari di disporre l'esecuzione di 52 misure cautelari, molte delle quali nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, per vari reati tra cui, per l'appunto, torture pluriaggravate: l'"abbattimento dei vitelli", come veniva descritta l'azione punitiva del 6 aprile 2020 nelle conversazioni tra gli agenti. Resta il fatto che c'è qualcosa, nel nostro paese, che da sole le leggi non saranno sufficienti a cambiare: stiamo assistendo, da anni, a una profonda erosione dell'idea di universalità dei diritti.
Ribadita nei comizi e amplificata praticamente ogni giorno sui social, sta diventando sempre più accreditata la pericolosa teoria che i diritti non siano innati ma si abbiano comportandosi bene. Si meritino, dunque. E poiché chi è in carcere si suppone si sia comportato male, non merita diritti, ne è automaticamente privato. Così diventa un "vitello da abbattere".
Così accade che leader politici solidarizzino immediatamente con funzionari dello stato accusati di aver praticato torture e inequivocabilmente ripresi nell'atto di compierle. Sebbene accompagnate dal plauso dei social, si tratta di dichiarazioni irresponsabili che, oltretutto, procurano un danno enorme a tutti gli operatori delle forze di polizia che quotidianamente svolgono il loro lavoro, in condizioni spesso difficili, nel pieno rispetto dei diritti umani.
P.S. Per una drammatica coincidenza, le immagini di Santa Maria Capua Vetere sono state diffuse mentre erano da poco in rete le riprese di un brutale intervento dei carabinieri a Milano, all'alba del 27 giugno. Sebbene le ricostruzioni di quanto accaduto nei minuti precedenti siano parziali e contraddittorie, le manganellate che si vedono costituiscono comportamenti inaccettabili.
*Amnesty Italia
di Federico Marconi
Il Domani, 1 luglio 2021
Non tutta la politica condanna fermamente le violenze e le torture avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. C'è il silenzio del Movimento 5 Stelle, alle prese con i problemi interni sì, ma che allora era al governo con il Pd ed esprimeva il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. E poi ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni: i due leader di Lega e Fratelli d'Italia si sono schierati al fianco degli agenti arrestati. Non solo loro: anche i sindacati più che prendersela con i loro colleghi, se la prendono con i quotidiani che informano sulla "orribile mattanza" avvenuta nell'istituto di pena campano e annunciano provvedimenti.
Il silenzio del Movimento 5 Stelle - La "spedizione punitiva" degli agenti della polizia penitenziaria è avvenuta il 6 aprile 2020. Allora al governo c'era il Movimento 5 Stelle con il Partito democratico. Dopo l'uscita delle prime notizie sui pestaggi, il loro esecutivo aveva risposto a un'interrogazione parlamentare del 16 ottobre scorso dicendo che ciò che era successo era solo una "doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto". Allora ministro della Giustizia era un pentastellato, Alfonso Bonafede. Domani ha chiesto all'ex capo del Dap Francesco Basentini - fortemente voluto proprio da Bonafede e che era stato informato della "perquisizione straordinaria" dal provveditore Antonio Fullone - se il ministro ne fosse stato messo al corrente, ma non ha voluto rispondere. Forse è per questo motivo, o forse perché è alle prese con la querelle Grillo-Conte, che dal Movimento non si è levata ancora nessuna ferma condanna dalle personalità di vertice. Dopo la pubblicazione dei video, abbiamo chiesto una dichiarazione al capo politico ad interim Vito Crimi, ma il suo portavoce ha detto che era irreperibile per le vicende interne ai 5 Stelle.
La destra con i poliziotti - Non solo condanne e silenzi, c'è anche chi sta con i poliziotti. Come il segretario della Lega Matteo Salvini, che oggi alle 17 è atteso fuori dal carcere di Santa Maria Capua Vetere per testimoniare la sua solidarietà agli uomini delle forze dell'ordine coinvolti nell'inchiesta. Dopo la pubblicazione dei video, il segretario della Lega non ha voluto commentare su Domani le violenze perpetrate dagli agenti nel carcere campano. Si è espresso solo ieri mattina, affermando che "Serve rispetto per uomini in divisa che ci proteggono in strada, i singoli errori vanno puniti. Conosco quei padri di famiglia sotto accusa e sono convinto che non avrebbero fatto nulla di male". E per dimostrare il suo sostegno si presenterà proprio fuori la prigione del "massacro".
Nessun commento invece dalla presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che si è limitata a dare sostegno agli agenti arrestati nella giornata di lunedì, a cui aveva espresso "solidarietà e vicinanza": "Fratelli d'Italia ha piena fiducia nella Polizia Penitenziaria, negli agenti e nei funzionari del Dap intervenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per reprimere la gravissima rivolta organizzata dai detenuti durante il lockdown", aveva affermato in una nota alle agenzie lunedì. Il vicepresidente della Camera di Fdi, Fabio Rampelli, era stato ancora più netto esprimendo il suo "sconcerto" per gli arresti: "Qualcuno ha la memoria corta. Gli agenti furono completamente abbandonati dalle istituzioni. La magistratura forse dovrebbe indagare su quello e non su agenti che compiono quotidianamente il loro dovere senza risorse umane sufficienti, senza dotazioni adeguate".
I sindacati all'attacco (dei giornali) - Chi difende a spada tratta gli autori dei pestaggi sono i sindacati. Dopo gli arresti, tutte le sigle - dal Sappe, alla UilPa, fino alla Fp Cgil - avevano espresso la loro solidarietà ai 52 poliziotti arrestati. Nessuna marcia indietro c'è stata dopo la pubblicazione dei video e delle prove a carico dei loro colleghi. Al contrario, i vari segretari se la sono presa con quei quotidiani che hanno raccontato le violenze e hanno dato conto all'opinione pubblica dei funzionari di polizia coinvolti. Sia il segretario del Sappe, Donato Capece, sia quello di Fp Cgil, Stefano Branchi, hanno scritto due diverse lettere. Branchi protesta con il capo del Dap: "Appare del tutto discutibile ed aberrante, tenendo altresì conto delle eventuali violazioni normative in materia di privacy", stigmatizzando "la diffusione mediatica, specie a mezzo stampa locale, delle specifiche generalità (compreso foto) dei poliziotti penitenziari coinvolti nei fatti argomenti".
Donato Capece invece parla di "gogna mediatica": "La polizia penitenziaria è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d'identità e d'orgoglio". Poi annuncia una reazione: "Il Sappe intende anche costituirsi parte civile nei confronti di coloro i quali, con il loro scorretto comportamento professionale, hanno di fatto prodotto ed alimentato una campagna denigratoria verso tutta l'istituzione penitenziaria, che ogni giorno svolge delicati compiti istituzionali, e messo in serio pericolo l'incolumità delle persone".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Le telecamere interne agli istituti di detenzione sono fondamentali, dice Mauro Palma, ma non sempre ci sono e soprattutto quando servono le registrazioni molto spesso sono già state cancellate.
Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, si è chiesto che impressione fanno all'estero le immagini dei detenuti massacrati dalla polizia penitenziaria in un carcere italiano?
Sono immagini distruttive la cui portata e gravità è comparabile alle vicende del G8 di Genova, giusto venti anni fa. Quei video testimoniano di un'operazione progettata a freddo, sotto gli occhi delle telecamere quindi con la certezza della impunità. Sono immagini che certo gireranno all'estero, credo che la questione sarà portata davanti al parlamento europeo e alla commissione Ue. Ce ne chiederanno conto, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione si apre con un richiamo alla dignità umana e l'articolo 4 vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.
Lei pensa che l'operazione sia stata fatta malgrado l'impianto video, non perché gli agenti pensavano fosse disattivato?
Credo entrambe le cose. Può esserci una sensazione di impunità anche con il circuito interno attivo perché queste registrazioni vengono molto presto cancellate. Lo spazio di archiviazione è limitato, quando le si cerca non ci sono più. Merito della magistratura di sorveglianza, questa volta, è averle messe in sicurezza per tempo. (Nell'ordinanza del Gip di Santa Maria Capua Vetere si legge che i carabinieri hanno cercato di acquisire i filmati interni al carcere il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo i fatti, ma sono riusciti a farlo solo il 14, con qualche buco, a causa degli ostacoli tecnici avanzati dalla polizia penitenziaria, ndr).
In generale le carceri italiane sono controllate da telecamere interne affidabili?
Purtroppo no. Non tutti gli istituti sono coperti e anche quelli che lo sono presentano zone oscure. Le telecamere sono spesso decisive, lo sono state recentemente a San Gimignano e a Torino. Ovviamente non si possono tenere sotto osservazioni le celle perché si violerebbe la privacy dei detenuti, ma quando i corridoi e gli ambienti comuni sono sotto sorveglianza si riescono a ricostruire bene gli episodi. Puoi capire dove viene portato un detenuto e in quali condizioni è. Nella riunione di emergenza che abbiamo tenuto al ministero si è parlato di estendere le video registrazioni. Bene. Aggiungo che va creato un archivio capiente in maniera che queste registrazioni siano sempre utili. Stavolta siamo di fronte a un gravissimo episodio collettivo, ma è difficile che il maltrattamento di un singolo venga denunciato subito e quando serve il video non è più disponibile.
Gli agenti protagonisti di queste violenze sono indagati da oltre un anno, c'era bisogno del video per intervenire?
Sicuramente qualcosa nella catena di comunicazione non ha funzionato, considerando che a ottobre dello scorso anno il ministero della giustizia rispose in parlamento che a S. M. Capua Vetere c'era stata una normale e regolare operazione per riportare l'ordine. A meno che il ministro Bonafede non abbia considerato "normale" quello che è successo, e francamente mi sento di escluderlo, bisogna pensare che non era stato informato. Non gli avevano mostrato i video e dunque la comunicazione interna non aveva minimamente funzionato. Questo apre degli interrogativi sulla responsabilità del Dap di allora. Dobbiamo rimediare, episodi come questa cosiddetta "perquisizione straordinaria" bisogna che siano riportati immediatamente e formalmente. Ho letto che invece non c'è nulla di scritto, ma il ministro e il parlamento devono conoscere gli elementi oggettivi, anche per evitare al paese pesanti censure. Si sottovaluta il colpo che questa vicenda assesta all'immagine e agli interessi nazionali.
Nella riunione di emergenza al ministero è stata decisa la sospensione degli agenti coinvolti. Che però sono indagati da oltre un anno. Il Dap non poteva intervenire prima?
In effetti è grave che sia andata in questo modo. Confesso che in un primo momento anche io mi ero posto la domanda se la custodia cautelare per questi agenti non fosse eccessiva, visto che è trascorso tanto tempo dai fatti. Ma quando ho visto che molte delle persone accusate e riprese dalle telecamere in azioni violente erano rimaste nello stesso istituto ho cambiato idea. Forse se fossero stati trasferiti non ci sarebbe stato bisogno di arrestarli.
La sensazione di impunità degli agenti ha a che vedere con la sottovalutazione che c'è stata a livello politico dell'emergenza Covid nelle carceri? I detenuti erano terrorizzati, molte proteste si spiegano così, e fuori c'era chi definiva le carceri il luogo più sicuro contro il virus...
A partire dalla rivolta di Modena non si è voluto capire cosa ha prodotto la paura del contagio in un ambiente già teso. Il Covid nelle carceri ha creato il panico. L'idea che gli istituti fossero sicuri perché sigillati è crollata di fronte ai primi contagi, come appunto a S. M. Capua Vetere. L'effetto è stato deflagrante. Certamente anche a causa di un discorso pubblico, all'esterno del carcere, assai irresponsabile.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Walter Verini, tesoriere e deputato dem, spiega che le immagini delle violenze in carcere "rischiano di far perdere credibilità non solo ai protagonisti di quei fatti, ma all'intero corpo che invece è di straordinaria importanza per il paese e per la sua sicurezza" e che "stavolta la propaganda di Salvini rischia di incendiare la situazione nelle carceri".
Onorevole Verini, cosa farà il Pd perché si accerti la verità sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere?
Il Pd ha chiesto che la ministra venga prima possibile a riferire in Aula, così come chiedemmo all'allora ministro Bonafede. È giusto che vicende come queste vengano affrontate alla luce del sole.
Oggi Salvini sarà nella cittadina campana, cosa si aspetta?
I primi annunci, le prime dichiarazioni del leader della Lega, rischiano di essere qualcosa di incendiario. Sottolineo che qui non sono in discussione il ruolo e la credibilità della Polizia penitenziaria. Tutti noi proviamo ammirazione per il lavoro quotidiano che oltre 37mila agenti svolgono ogni giorno in situazioni difficilissime. Ma alla luce dei video diffusi emergono comportamenti di una gravità intollerabile e inaccettabile per un paese civile. Quelle immagini rischiano di far perdere credibilità non solo ai protagonisti di quei fatti, ma all'intero corpo che invece è di straordinaria importanza per il Paese e per la sua sicurezza. Salvini non può soffiare sul fuoco, perché se dentro le carceri si crea un clima particolarmente acceso si rischiano situazioni di enorme gravità.
Oltre alle immagini sono state rese pubbliche anche le foto degli agenti indagati. Occorre evitare la gogna?
Condivido quanto ha detto il garante nazionale per i diritti dei detenuti. Guai a mettere qualcuno alla gogna ed è grave pubblicare le foto degli agenti coinvolti. E va ribadito che dal punto di vista penale fino a sentenza definitiva c'è la presunzione d'innocenza. Noi non siamo un tribunale ma è del tutto evidente che quei video dimostrano comportamenti che non hanno nulla a che vedere con politiche di trattamento in linea con l'articolo 27 della Costituzione.
Eppure Salvini dice di voler esprimere solidarietà alla Polizia penitenziaria...
Non si può andare lì per esprimere solidarietà indistintamente, perché significa esprimere solidarietà anche per quei comportamenti e questo non è accettabile. Al di là del rilievo penale, quei video chiedono, impongono una presa di distanza. L'allora Capo della Polizia Manganelli, che purtroppo non c'è più, qualche tempo dopo la Diaz chiese scusa per quei fatti. Quando rappresentanti dello Stato compiono errori, sbagli, reati, o commettono gesti inaccettabili, chiedere scusa da parte dello Stato stesso è segno di forza e autorevolezza, non di debolezza.
Cosa contestate al leader della Lega?
Un leader politico che sostiene il governo ha il dovere non di scaldare ulteriormente gli animi ma di pretendere l'accertamento dei fatti, evitando gogne ma al tempo stesso lasciando che la giustizia faccia pienamente il suo corso. Il garantismo cui si è convertito Salvini, che va nelle piazze a promuovere i referendum, deve essere verso tutti, anche nei confronti di chi è detenuto. Salvini è sempre propagandistico, ma stavolta è una propaganda che rischia di incendiare la situazione nelle carceri.
Cosa chiedete alla ministra Cartabia?
Di venire a riferire quanto di sua conoscenza. Tra l'altro lei - come ruolo e come persona - dimostra sensibilità ai temi del trattamento dei detenuti e del rapporto con la Polizia penitenziaria. Ad esempio, quella spedizione era a conoscenza degli allora vertici del Dap? Oggi in quei ruoli ci sono persone come Petralia e Tartaglia, di grande affidabilità. Ma è importante sapere quali gangli della filiera, all'epoca dei fatti, fossero a conoscenza dell'iniziativa nel carcere. In secondo luogo, occorre fare in modo che accanto ai necessari provvedimenti di sospensione ci sia rapidità nel dare una sorta di corsia preferenziale agli aspetti giudiziari. Se ci sono stati comportanti gravi e inaccettabili, quei comportamenti vengano accertati e giudicati. Non possiamo rimanere appesi a delle immagini, pur gravi. Nel tempo tra oggi e l'ultimo grado di giudizio si possono creare tensioni e speculazioni come quella di Salvini che possono mettere in discussione la situazione interna alle carceri.
Con quali rischi?
Se c'è tensione nelle carceri si rischia anche che settori della criminalità organizzata possano utilizzarla per causare rivolte insostenibili che mettono in discussione la sicurezza del personale, dei detenuti e infine degli stessi cittadini come accaduto dopo la rivolta di Foggia. L'approccio deve essere radicalmente diverso.
Quali provvedimenti e misure dovrebbero essere adottati?
Dovrebbe essere completata la dotazione organica della Polizia penitenziaria, aumentando numero di figure come psicologi, medici e mediatori culturali in carcere, animatori, volontari. Un lavoro già iniziato dallo scorso governo grazie al lavoro del sottosegretario Giorgis, che ne aveva la delega. Bisogna accelerare anche sul telecontrollo, perché sviluppare il controllo a distanza attraverso le telecamere significa avere maggior consapevolezza della situazione in vigilanza dinamica ma anche contrastare la piaga dell'autolesionismo e dei suicidi in carcere. Più in generale, il carcere deve essere riservato a reati gravi. Occorre sviluppare pene alternative, e sia dentro che all'esterno, sviluppare formazione, lavoro, socialità, recupero. Un cittadino che sconta una pena ed esce rieducato, socializzato, difficilmente torna a delinquere. Lo ripetiamo: investire in pene certe e carceri umane significa investire anche nella sicurezza di chi lavora nelle carceri e di tutta la società.
Teme che le tensioni di questi giorni con Cinque Stelle e Lega possano rallentare la riforma della giustizia?
Mi auguro di no, perché l'Italia secondo noi ha l'occasione di riformare il civile, il penale e il Csm, dando finalmente una giustizia europea al nostro Paese. Mettere i bastoni tra le ruote del governo significa essere poco responsabili davanti ai cittadini. In secondo luogo, anche alla luce del finto garantismo che vediamo su questa drammatica vicenda carceraria, mi chiedo: cosa c'entra Salvini con i referendum radicali quando sul tema carceri ha una visione così incendiaria?
camerepenali.it, 1 luglio 2021
La nota della Giunta con l'Osservatorio Carcere Ucpi. I gravissimi fatti di violenza avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, da subito denunziati dai detenuti e dai loro familiari, nonché dai loro difensori, devono essere accertati con la massima rapidità possibile. Si tratta di una inconcepibile violazione del diritto delle persone detenute ad un trattamento rispettoso della loro persona, della loro integrità fisica e della loro dignità, oltre che del dovere delle istituzioni penitenziarie di garantire la sicurezza delle persone loro affidate, nella prospettiva del percorso rieducativo della pena voluto dalla Costituzione repubblicana.
Atti di brutale violenza contro persone detenute da parte di chi ha il compito di sorvegliarne la incolumità violano in radice il principio di affidamento che la intera comunità sociale sa di dover riconoscere allo Stato. Questa vicenda conferma l'urgente necessità della profonda riforma del sistema della esecuzione penale, irresponsabilmente abbandonata sin dal primo Governo di questa legislatura, che affronti e risolva le drammatiche condizioni di vita nelle carceri dei detenuti e degli stessi operatori penitenziari, rispetto alla cui struttura organizzativa si impongono interventi urgenti per assicurare un continuo ed efficace controllo.
Al tempo stesso, l'Unione delle Camere Penali denunzia l'ennesimo caso di indebita spettacolarizzazione di una indagine penale. La diffusione di foto e video dei denunciati atti di violenza -certamente raccapriccianti ed indegni per un paese civile- che hanno accompagnato l'esecuzione dei numerosi provvedimenti cautelari, prima ancora di qualsiasi forma di contraddittorio con le difese degli indagati, resta inammissibile e gravemente lesiva del principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza. I diritti e le garanzie delle persone indagate restano intangibili, quale che sia l'accusa, così come deve essere ribadita la più ferma condanna di ogni forma di esposizione mediatica delle ragioni dell'Accusa. È inderogabile principio di civiltà che il processo si celebri nelle aule di giustizia, e non sui media, e che dunque sia sempre respinta la tentazione di anticipare giudizi di colpevolezza prima ancora dell'intervento della difesa e della valutazione delle prove da parte di un giudice.
- Dal carcere, al ddl Zan e alle droghe: così la giustizia torna a polarizzarsi
- I Garanti territoriali: "Preoccupazione per i gravi episodi di Santa Maria Capua Vetere"
- Vent'anni dopo Genova, la tortura esiste ancora. Ma ora c'è la legge per punirla
- Reggio Calabria. Detenuti, parla la Garante comunale: le persone prima delle "carte"
- Parità di genere. Le donne hanno bisogno di risultati e non di retorica











