di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 25 novembre 2021
Oggi si decide il presidente della polizia internazionale. Elezione turbolenta: il generale emiratino in corsa potrebbe avere autorizzato torture. La candidata ceca: "Impossibile ignorare le accuse". "Benvenuti all'Interpol", dice il cartello che all'aeroporto di Istanbul accoglie i delegati dell'organizzazione internazionale della polizia criminale.
In un centro congressi lontano dal centro città e blindato dalla polizia, i rappresentanti dei 190 stati membri dell'organizzazione internazionale sono chiamati a scegliere il sostituto del sudcoreano Kim Jong Yang, presidente uscente, in una disputa tra le più discusse negli ultimi anni. L'elezione è stata criticata prima ancora di arrivare al nome del nuovo capo: le organizzazioni per i diritti umani si sono mobilitate contro la candidatura del generale degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Naser al Raisi, accusato di avere approvato torture contro prigionieri e dissidenti nelle carceri emiratine. Quella di al Raisi non è l'unica candidatura controversa.
Hu Binchen, un funzionario della pubblica sicurezza cinese, è in corsa per un posto nel comitato esecutivo dell'Interpol, un organo di 13 rappresentanti che imposta i lavori dell'Assemblea generale. Il timore è che attraverso Binchen, che otterrebbe più poteri esecutivi, la Cina possa perseguitare all'estero i suoi cittadini accusati di reati politici. Dopo anni di critiche e richieste di riforme, l'assemblea generale dell'Interpol ha approvato il 23 novembre delle modifiche per garantire maggiore trasparenza sui candidati.
La candidata - Tra uomini, generali e funzionari della sicurezza che corrono per la presidenza, c'è anche una donna: la ceca Šárka Havránková, attuale vicepresidente dell'organizzazione poliziesca. Dopo aver ottenuto nel 1998 il diploma dell'accademia di polizia, si è laureata in diritto pubblico internazionale e ha iniziato a lavorare nel dipartimento di sicurezza della Repubblica Ceca a Praga. Dal 2004 è membro del Consiglio dell'Unione europea e nel 2008 è diventata delegata dell'Europol. È entrata nell'Interpol nel 2018 come componente del comitato europeo ed è diventata vicepresidente un anno più tardi. Una scalata rapida.
"Se dovessi vincere, il mio obiettivo primario sarà quello di rafforzare le voci dei paesi membri e le loro esigenze all'interno della governance dell'organizzazione", dice Havránková. La sua campagna per la presidenza ruota attorno a tre elementi chiave: "Migliorare la comunicazione tra il comitato esecutivo e i paesi membri; assicurare che le attività e il supporto dell'Interpol corrispondano ai bisogni concreti dei membri; accrescere l'importanza dell'impegno dei membri nella definizione delle priorità".
Per questo, secondo la Havránková, è importante accrescere il numero di agenti di polizia distaccati da tutte le regioni e avere una maggiore trasparenza nelle attività del Segretario generale. La vicepresidente si è espressa anche sulla candidatura del generale al Raisi. "È impossibile ignorare le accuse di crimini molto gravi affrontate da uno dei nostri colleghi in diversi paesi. Questa situazione mette l'intera organizzazione sotto un'enorme pressione e porta a una perdita di fiducia nei confronti della nostra istituzione", dice.
Havránková critica anche i viaggi istituzionali che il generale emiratino ha effettuato quest'estate in Africa e in Asia alla ricerca di voti per la sua elezione: "Non si può comprare il rispetto, bisogna guadagnarselo attraverso azioni specifiche. Il denaro, la ricchezza o il potere politico del paese non dovrebbero mai influenzare le prestazioni indipendenti della polizia".
Le "red notice" - Secondo avvocati di criminalità internazionale ed esperti di estradizione, uno dei nodi più controversi che l'Interpol deve risolvere è l'utilizzo delle "red notice", ovvero gli avvisi di arresto internazionali che gli stati membri sottopongono all'organizzazione. Gli "avvisi rossi" sono richieste inviate dall'Interpol alle forze dell'ordine di tutto il mondo in cui si chiede di localizzare e arrestare provvisoriamente una persona in attesa di estradizione o altri azioni legali.
Ong e associazioni a difesa dei diritti umani sostengono da anni che stati autoritari come Cina, Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Turchia si sono serviti di questo sistema per colpire i dissidenti residenti all'estero. Non tutti però vogliono rimuovere le "red notice", tra questi c'è Havránková: "Il sistema degli avvisi rossi è uno dei meccanismi più efficaci e più conosciuti di Interpol. Non spetta a me commentare i singoli casi, né commentare se gli Stati membri ne abusano o meno. Tuttavia, posso assicurarvi che Interpol fa molta attenzione a garantire che l'emissione di tutti gli avvisi siano controllati molto rigorosamente".
La strana coincidenza - Il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed al Nahyan, ha visitato il 24 novembre il presidente turco Erdogan. Un meeting definito storico dato che l'ala dei Fratelli musulmani rappresentata da Erdogan è molto vicina al Qatar, paese finito sotto embargo dal 2017 fino al gennaio del 2021 dagli altri paesi del Golfo Persico (tra cui gli Emirati) e dall'Egitto.
La visita del principe al Nahyan, quindi, può essere interpretata in diversi modi: come una missione diplomatica per mettere pressione ai delegati ed eleggere il suo uomo (al Raisi), oppure per essere già pronto a celebrare una sua eventuale vittoria. "Questo lavoro è minato da individui che non capiscono cosa significa essere un vero agente di polizia. Il sistema Interpol deve capire questa vulnerabilità. È tempo di una riforma seria", dice Havránková. Oggi si saprà se avrà vinto la sfida e diventerà la seconda donna a capo della più importante agenzia poliziesca di cooperazione al mondo. Prima di lei ci è riuscita solo la francese Mireille Ballestrazzi, in carica dal 2012 al 2016.
di Bernard-Henri Lévy*
La Repubblica, 25 novembre 2021
Dobbiamo prendere di petto la questione dell'accoglienza. Bisogna ricordare agli europei che l'ospitalità ha delle leggi (che portano il sigillo dell'inevitabile finitezza di questo o quel luogo di adozione) ma anche dei principi (che sono invece infiniti e quindi incondizionati).
Prima di tutto, lo stupore. Non che questa sia la prima volta. Gheddafi faceva altrettanto quando, ogni anno alla fine dell'estate, negoziava con Roma la salvaguardia delle sue frontiere. Né ragiona diversamente il suo quasi gemello Erdogan, quando dice agli europei: "Trattenetemi o saranno dolori; pagatemi la mia rendita annua o non trattengo più nessuno e scarico sulle vostre coste i milioni di ostaggi che ho". Ma la cosa non era mai stata così chiara.
Mai prima d'ora si era andati a cercare i migranti in questa maniera. Mai prima d'ora si erano noleggiati aerei, mobilitate reti sociali, agenzie di viaggio locali, veri e falsi trafficanti, mai prima d'ora si erano impiegati così tanti mezzi per attirare gli esuli, per far balenare il miraggio di un El Dorado o di un festino e spedirli contro le frontiere europee. Mai dei dittatori, in questo caso Lukashenko e Putin, avevano pianificato così freddamente la trasformazione di una colonna di disperati in un cavallo di Troia. È il massimo del cinismo.
E in questi speculatori della miseria che giocano con gli esseri umani come se fossero pedine e reinventano, in definitiva, una nuova forma di commercio triangolare troviamo la quintessenza dell'abiezione.
Questo è un evento. È un supplemento senza precedenti all'arte della guerra, ed è letteralmente un evento. L'altro evento è che l'Europa, di fronte a questo atto di belligeranza senza precedenti e destinato, in piena logica clausewitziana, a disorientarla, ha cominciato a vacillare, a chinarsi, a tremare di fronte ai russi, a ringraziare (ci chiediamo di cosa!) la Turchia, ma alla fine ha visto la trappola e, a essere onesti, non ci è veramente caduta.
Dobbiamo darne credito al presidente Macron che ha subito indicato la mano di Putin? O alla cancelliera Merkel che, forte del gesto kantiano che le fece accogliere un milione di rifugiati nel 2015, non ha voluto uscire di scena sotto i fischi e il sarcasmo degli illiberali trionfanti? È stato il calpestio di stivali sul confine ucraino che, al momento opportuno, ha ricordato ai padri coscritti del Senato di Bruxelles che la guerra, quella vera, era alle porte? È stata la diplomazia lituana che, avvezza alle prove di forza con i suoi temibili vicini, ha capito che il ricatto dei bielorussi e dei russi che minacciavano di tagliarci il gas era un bluff?
Il fatto è che Lukashenko ha dimostrato di essere una tigre di carta senza mezzi, né giuridici, né tecnici, per chiudere i rubinetti. Il re Putin è apparso nudo, tanto spaventato di rimanere senza i nostri euro quanto noi di patire il freddo quest'inverno. E abbiamo riscoperto la legge secondo la quale la nostra debolezza morale è spesso la principale fonte per la forza delle tirannie. L'Europa si è scossa. Si è, come è di moda dire, leggermente risvegliata. E aumentando il livello delle sanzioni e rendendosi opportunamente conto che mancavano dei dettagli alla montagna di contratti per la convalida del gasdotto Nord Stream 2, che trasporterà miliardi di metri cubi di gas russo e a cui il Cremlino tiene tanto, sembra aver fatto riflettere Putin e il suo valletto Lukashenko.
Ma, da questa crisi, si trae purtroppo anche una terza lezione. Avremmo potuto benissimo, mentre alzavamo la voce contro i russi, abbassare la guardia nei confronti di queste migliaia di migranti, una goccia d'acqua nell'oceano del benessere di 300 milioni di europei. Ci siamo invece barricati in casa nostra. Ovunque, si è cercato solo di arginare "l'ondata" e non di creare uno "sfogo". Abbiamo picchiato. Abbiamo minacciato di sparare. E, se pure il ricatto ci ha scosso, ci siamo poi allineati a una visione delle cose che riconosceva in questi rifugiati non degli esseri umani, ma armi, nemici per vocazione e destinazione, oggetti.
Bisognerà riconsiderare tutto questo. Dobbiamo prendere di petto, una buona volta, la questione dell'accoglienza che è nel cuore della patria di Omero, di Dante, di Victor Hugo e di Edmund Husserl. Bisognerà ricordare agli europei che l'ospitalità ha delle leggi (che portano il sigillo dell'inevitabile finitezza di questo o quel luogo di adozione) ma anche dei principi (che sono invece infiniti e quindi incondizionati).
E sarà necessario, a metà strada tra questa finitezza politica e la parte infinita dell'esigenza etica, trovare un posto in questo mondo per coloro che non possono vivere dove il destino li ha fatti nascere - bisognerà preoccuparsi dei diritti degli uomini che sono solo uomini perché non sono più, o non ancora, soggetti di diritto.
Nell'attesa, la situazione è questa. Donne e bambini si sono aggirati, e si aggirano ancora, nel buio delle foreste. Alcuni di loro erano curdi e avevano combattuto al nostro fianco contro l'Isis. E mentre ci perdevamo in ignobili discussioni, non sulla miseria concreta che avevamo davanti agli occhi e che era così facile alleviare, ma su questa famosa "miseria del mondo" che "non possiamo accogliere tutta" ma che, come l'universale astratto dei filosofi, non ha mai altra esistenza se non quella delle ombre, alcuni sono morti sulla nostra sacra soglia. E questo è imperdonabile.
*Traduzione di Luis E. Moriones
di Franco Corleone
Il Manifesto, 25 novembre 2021
Il 27 e 28 novembre si svolgerà a Genova la conferenza nazionale sui problemi relativi alle sostanze stupefacenti e psicotrope. Ufficialmente è la sesta conferenza, ma è il caso di precisare che la quarta convocata a Palermo da Carlo Giovanardi fu un flop gigantesco e che la quinta organizzata a Trieste nel 2009 dall'allora capo del Dipartimento antidroga, Giovanni Serpelloni, fu un evento blindato, senza la possibilità di un confronto di idee. Il movimento di riforma della politica delle droghe ebbe la forza di organizzare una controconferenza, con Andrea Gallo. Proprio in quella occasione, reduci dall'appuntamento Onu di Vienna (dove il Presidente boliviano Evo Morales sul palco masticò foglie di coca), presentammo il primo Libro Bianco sugli effetti di tre anni di applicazione della legge iperproibizionista e punitiva, la Fini-Giovanardi. Dunque, l'ultimo vero dibattito risale alla terza conferenza che si tenne proprio a Genova nel novembre del 2000, convocata dalla ministra della Solidarietà Livia Turco. Ventuno anni dopo dobbiamo ancora fare i conti con le resistenze, assai simili, verso un'altra politica delle droghe, intelligente e umana, e perfino alla riduzione del danno (si vedano i trattamenti con eroina ignorati e il drug checking ancora controverso).
Le premesse di Genova I erano fosche, perché veniva esclusa la centralità della questione carcere, allora come ora contenitore di persone colpevoli di consumo e di piccolo spaccio; tanto meno si parlava di decriminalizzare il consumo e di legalizzare la canapa. Ma la rete costruita negli anni era forte e si fece sentire fuori, con cortei di migliaia di attivisti e operatori nella città, fino al carcere di Marassi; e anche dentro, con la presentazione di una associazione per la canapa medica e con la illustrazione ai ministri della piattaforma del movimento (lo fece Cecilia D'Elia, presidente di Forum Droghe a nome della coalizione).
La Conferenza che pareva segnata da un'impostazione burocratica e narcotizzata esplose per merito dell'intervento del ministro della sanità Umberto Veronesi. Una grande lezione di verità a favore della distinzione fra le droghe e della smitizzazione dei danni della cannabis: che fece indispettire il Presidente del Consiglio Amato rendendo plateale l'incapacità del centrosinistra di affrontare un tema cavalcato spregiudicatamente dalla destra. Amato definì l'intervento di Veronesi come tecnico, in realtà la delegittimazione non scalfì il peso tutto politico di una dichiarazione di fallimento della "guerra alla droga". Seguì poi l'ubriacatura di "la droga è droga", con la legge Fini Giovanardi (che nel 2014 fu cancellata dalla Corte Costituzionale).
Negli ultimi anni, nel mondo ha cominciato a soffiare il vento del cambiamento: la cannabis è legale in Uruguay, in Canada e in molti Stati degli Usa.
In Italia, un gruppo di associazioni ha cercato di tenere il passo ai cambiamenti: si sono denunciati i danni inconfutabili della legge antidroga redigendo ogni anno il Libro Bianco (giunto alla dodicesima edizione). È stata elaborata una riforma completa e radicale del Dpr 309/90 sia nella parte penale che in quella dei servizi e anche una proposta specifica di legalizzazione della canapa.
Nel frattempo, nella società italiana molto è cambiato. A settembre, quando si è offerta la possibilità di firmare il referendum "niente più carcere per la cannabis", per porre fine alla persecuzione e allo stigma per chi consuma e coltiva cannabis per sé, si è verificata una valanga di consensi. A Genova, il 26 novembre lanceremo come associazioni promotrici del referendum la campagna contro l'inerzia del Parlamento e perché la prossima primavera si possa votare con libertà e responsabilità. Tutte e tutti dobbiamo avere come bussola il monito di don Andrea Gallo: è l'ora di pensare in grande.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 25 novembre 2021
Così rapidi e sensibili nel difendere il carattere "parlamentare" della Repubblica ogni volta che qualcuno propone il presidenzialismo o il semipresidenzialismo, magari accontentandosi di quello di fatto intravisto, a torto o a ragione, dietro certi passaggi politici come quello del governo in carica presieduto da Mario Draghi, costituzionalisti e politici dal palato fine, anzi finissimo, assistono senza fiatare, o quasi, a uno spettacolo paradossale come quello in corso di un suicidio assistito autorizzato dalle strutture sanitarie nelle Marche in esecuzione di una sentenza della Corte Costituzionale, non di una legge. Sulla quale, per quanto chiesta dalla stessa Corte con un'abrogazione parziale o praticamente virtuale dell'articolo 580 del codice penale, il Parlamento non è riuscito a fare altro che giocare a palla, cioè rinviare.
Ora, di fronte al clamore provocato dal dramma del tetraplegico marchigiano si profila un più o memo miracoloso approdo in aula, a Montecitorio, di una legge troppo a lungo giocata appunta come una palla in commissione. Ma con quante poche prospettive che qualcuno riesca a segnare davvero un gol è facile immaginare considerando la fase dei lavori parlamentari contrassegnata dal percorso del bilancio e quella successiva in cui su tutti gli altri problemi o scadenze prevarrà la successione a Mattarella - se sarà davvero successione al Quirinale.
Non vorrei sembrare irriverente verso l'istituto parlamentare e dintorni ma in occasioni sempre più frequenti la Repubblica sembra diventata quella di Pinocchio. Il cui naso notoriamente si allungava con le bugie. Non è solo il problema del suicidio assistito ad avere impantanato il Parlamento. È tutto un impantanamento tra problemi generali della giustizia, per esempio, per quanto chiasso politico abbia prodotto l'intervento recente sulla durata del processo penale, e l'adeguamento della legge elettorale alle Camere che deriveranno la prossima volta, massimo fra un anno e mezzo, dal taglio dei seggi.
In un gioco a dir poco perverso di pigrizie, furbizie, opportunismi e simili si rinviano le decisioni, si allungano i brodi e si lascia il campo, volenti o nolenti, alla supplenza dei referendum abrogativi. Che non a caso sono stati promossi in gran numero negli ultimi tempi per cercare di fare sciogliere direttamente dagli elettori, abrogando appunto o confermando le norme in vigore, i nodi irrisolti dai gruppi parlamentari e dai partiti di riferimento.
Il guaio è che nella loro ormai intrinseca debolezza, per quanto enfatici siano i richiami al carattere - ripeto - parlamentare della Repubblica, le Camere riescono anche a uccidersi pur di non decidere, passando alle nuove le loro debolezze. Il tanto sempre temuto scioglimento anticipato, precluso a Mattarella da luglio scorso per i limiti derivanti dal cosiddetto semestre bianco del suo mandato, tornerà a incombere con l'elezione del nuovo presidente, o la pur ormai sempre più improbabile conferma del presidente uscente. Ma non è per niente detto che continuerà a essere una prospettiva temuta, per quanto siano tanti i parlamentari uscenti senza più alcuna possibilità di essere ricandidati o rieletti per mancanza di posti o di voti: i primi tagliati forse troppo imprudentemente dagli stessi interessati e i secondi perduti il più delle volte meritatamente per strada a causa degli errori compiuti.
Lo scioglimento anticipato è ormai dal lontano 1972 - l'anno in cui fu costretto a ricorrervi per la prima volta nella storia della Repubblica l'appena eletto presidente Giovanni Leone - una buona occasione per gli interessati di turno a evitare referendum abrogativi ai quali non ci si sente preparati a livello di partiti. I cui elettorati sono generalmente spaccati dai quesiti referendari.
Il buon Renzi, si fa per dire, ha appena fatto una polemica rassegna di tutti quelli che sarebbero interessati alla fine prematura di questa legislatura, di cui lui invece vorrebbe la prosecuzione per il peso che riesce ad avere con la sua quarantina fra deputati e soprattutto senatori. Ed ha indicato le ragioni di tanta voglia di elezioni anticipate in interessi, diciamo così, di bottega: Enrico Letta, per esempio, per fare lui le liste dei candidati del Pd e disporre finalmente di gruppi parlamentari fidati, come lo stesso Renzi fece nel 2018 perdendo tuttavia le elezioni; Giuseppe Conte per le difficoltà analoghe che ha nei gruppi parlamentari delle 5 Stelle, o in ciò che ne è rimasto; Matteo Salvini per cercare di fermare la crescita di Giorgia Meloni nel centrodestra e via discorrendo.
Il povero Renzi, a questo punto, pur avendo ormai preso il posto che fu prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi nella difficoltà o drammaticità dei rapporti con la magistratura, si è dimenticato della principale ragione che potrebbero avere i suoi nemici sulla strada delle elezioni anticipate. Essa consiste nel comune interesse a evitare, rinviandoli per effetto appunto delle elezioni, i referendum sulla giustizia in cui rischiano di rimettere i loro privilegi, o solo le loro brutte abitudini, i magistrati più politicizzati. O quelli - per ripetere la formula abituale di Mattarella quando ne parla, come ha appena fatto al Quirinale incontrando le toghe della Corte dei Conti - che svolgono il loro lavoro condizionati più da "logiche corporative" che dalla legge.
di Elena Basso
Il Manifesto, 25 novembre 2021
Cile. Reinhard Doring Falkenberg, tedesco-cileno arrestato a Forte dei Marmi lo scorso settembre, era in procinto di essere estradato a Santiago. Torturatore e fondatore insieme ad altri nazisti della Colonia Dignidad, è stato liberato per motivi di salute. La Questura di Lucca al Manifesto: "Rilasciato da cittadino libero, ha fatto ritorno a casa sua in Germania".
La giustizia italiana ha rilasciato Doring Falkenberg Reinhard, un cittadino tedesco-cileno accusato di essere stato un torturatore del regime di Pinochet. Falkenberg, uno dei 10 cileni ricercati dall'Interpol più pericolosi al mondo, era stato arrestato il 22 settembre scorso a Forte dei Marmi, mentre si trovava in vacanza.
L'uomo, che oggi ha 75 anni, è accusato di crimini di lesa umanità ed era scappato dal Cile nel 2005 quando si era aperto un processo per il sequestro e la sparizione di Elizabeth Rekas, Antonio Ormaechea e del cittadino italocileno Juan Maino. Il 19 novembre - secondo i legali della famiglia Maino - è stata depositata negli uffici di competenza del Ministero della Giustizia italiana la richiesta di estradizione per Falkenberg da parte del governo cileno. La Corte d'Appello di Firenze il 18 novembre ha deciso però di revocare la custodia in carcere dell'uomo per motivi di salute e perché non risultava ancora essere pervenuta la richiesta di estradizione.
Falkenberg era uno degli imputati del processo per la scomparsa di Maino, Rekas e Ormaeche perché è stato uno dei leader di Colonia Dignidad, uno dei luoghi più oscuri della storia recente cilena: creata da un gruppo di nazisti scappati dalla Germania alla fine della guerra, Colonia Dignidad è stata una vera e propria setta che si è macchiata dei più atroci delitti, dall'assassinio all'abuso sistematico di minori.
Durante la dittatura di Pinochet la Colonia è stata adibita a centro clandestino di tortura per gli oppositori politici del regime. Maino, Rekas e Ormaeche, studenti e militanti, sono stati sequestrati il 26 maggio del 1976 e dopo essere stati condotti a Villa Grimaldi, centro di tortura a Santiago, sono stati portati a Colonia Dignidad, per poi scomparire. Grazie alla confessione di un colono fuggito dal Cile è stato possibile ritrovare l'auto di Juan che era stato sotterrata all'interno della Colonia.
Raggiunti telefonicamente dal manifesto i responsabili della Questura di Lucca hanno confermato che Falkenberg è stato rilasciato, come ordinato dalla Corte di appello di Firenze, il 18 novembre, e che si è regolarmente presentato in caserma tutti i giorni come previsto dal provvedimento fino al 22 novembre, giorno in cui scadevano i tempi che aveva a disposizione il governo cileno per presentare la richiesta di estradizione. Come dichiarato dai legali di Maino però la richiesta di estradizione è stata depositata negli uffici competenti della giustizia italiana il 19 novembre scorso.
I responsabili della Questura di Lucca hanno dichiarato che: "Come da provvedimento emanato dalla Corte d'Appello di Firenze Falkenberg si è presentato tutti i giorni in Questura fino al giorno 22 novembre, giorno in cui è stato rilasciato da cittadino libero e ha fatto ritorno a casa sua in Germania, domicilio di cui abbiamo l'indirizzo. La Corte d'Appello ha notificato di continuare la misura cautelare nei confronti di Falkenberg solo dopo la scadenza del provvedimento, quando Falkenberg non si trovava più nel territorio di Lucca".
Falkenberg nel 2005, quando si è aperto il processo contro di lui in Cile è scappato in Germania, Paese di cui ha la nazionalità e da cui non può essere estradato. Il provvedimento della Corte d'appello di Firenze del 18 novembre scorso, con cui si revoca la custodia in carcere di Falkenber è stata emanata dai magistrati Paola Masi, Alberto Panu e Anna Favi. La Corte d'Appello di Firenze, contattata telefonicamente, non ha per il momento voluto rilasciare dichiarazioni, così come i funzionari dell'Ambasciata cilena in Italia.
Da Santiago del Cile Margarita Maino, sorella di Juan, dice: "Non ho parole per esprimere la rabbia e il dolore che provo. Mi sento impotente. Questa è una gravissima mancanza di rispetto verso le migliaia di persone che sono state torturate e fatte sparire dal regime di Pinochet. Falkenberg era l'unico che poteva dirci, finalmente dopo 45 anni, cosa è successo a mio fratello. Poteva raccontare cosa è successo a lui e a tutti gli altri desaparecidos di Colonia Dignidad. E questa era l'unica occasione che avevamo per riportarlo in Cile per processarlo".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 novembre 2021
Annibali (Italia Viva): "Ho subito attacchi vergognosi dai grillini per aver criticato il loro testo". Che per i giuristi è incostituzionale. Articolo 1 bis del testo base sull'ergastolo ostativo: potranno essere concessi i benefici ai detenuti, anche di mafia, "purché oltre alla regolare condotta carceraria e alla partecipazione al percorso rieducativo, dimostrino l'integrale adempimento delle obbligazioni civili e delle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato o l'assoluta impossibilità di tale adempimento". Lunedì 22 novembre: audizioni in commissione Giustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 novembre 2021
La Procura di Torino ha aperto un fascicolo contro ignoti per maltrattamenti sui detenuti della sezione psichiatrica "Il Sestante" del carcere di Torino. L'inchiesta arriva dopo la lettera- denuncia dei giorni scorsi della presidente nazionale dell'associazione Antigone, Susanna Marietti, che aveva visitato la sezione definendola un 'luogo vergognoso in cui si rinuncia a vite umane come se valessero niente'.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 24 novembre 2021
"Nell'ultima cella prima dell'uscita c'era un ragazzino. Avrà avuto 25 anni. Le lacrime hanno cominciato a scendergli dagli occhi. Mi ha detto che non capiva perché fosse lì, che gli mancava sua madre e che aveva tanta paura tutte le notti. Gli operatori mi hanno spiegato che erano in attesa che si liberasse un posto in una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) per i pazienti psichiatrici. Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi lì, non c'era titolo per la sua detenzione. Sono uscita e ho chiamato la madre. Era contenta che almeno qualcuno avesse visto suo figlio. Lei non ci era riuscita, nessuno le aveva detto dove lo avessero portato". Così Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, che qualche giorno fa ha visitato la sezione psichiatrica del carcere di Torino.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 24 novembre 2021
Torino. Dopo la testimonianza della coordinatrice nazionale di Antigone nel carcere Lorusso e Cotugno. Trattamenti inumani e degradanti, la procura apre un'inchiesta.
Era il 1998 quando Antigone per la prima volta ricevette l'autorizzazione dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a visitare tutti gli istituti di pena italiani. Allora ai vertici dell'Amministrazione c'era quel magistrato gentiluomo che era Sandro Margara. A lui sembrava naturale che un'organizzazione della società civile potesse avere una funzione di monitoraggio delle condizioni di detenzione. Da allora abbiamo visitato più volte tutte le carceri d'Italia. Lo abbiamo fatto sempre con uno spirito costruttivo e con discrezione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 novembre 2021
Nella commissione Giustizia di Montecitorio si discute sulla legge che deve recepire il mandato della Corte costituzionale: consentire anche agli ergastolani di mafia e terrorismo di accedere, prima o poi, alla liberazione condizionale anche se non collaborano con la giustizia. Miceli (Pd) e Zanettin (FI) assicurano di voler cambiare il testo base del 5S Perantoni. Ma incombe il rischio che pentastellati e FdI replichino con l'accusa di voler "scarcerare i boss".
- Mattarella: "Le logiche corporative deprimono la figura del magistrato"
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