di Gaetano De Monte
Il Domani, 29 giugno 2021
È il 23 maggio del 2020, una domenica mattina. Sette cittadini stranieri di nazionalità turca, di etnia curda, tra cui una donna, arrivano al porto di Bari nascosti all'interno di un camion. Quando la polizia di frontiera li scopre, li riporta immediatamente indietro verso Igoumenitsa, il porto greco da cui erano partiti. "Hanno riferito di essere stati costretti con la forza a salire sul traghetto che li avrebbe portati in Grecia e di aver subìto abusi e violenze da parte della polizia italiana nel corso della procedura di riammissione". A denunciarlo è il Network porti adriatici, una rete di associazioni di cui fanno parte l'Ambasciata dei diritti delle Marche, l'Asgi, l'Associazione studi giuridici immigrazione, Lungo la rotta balcanica e S. O. S diritti di Venezia, organizzazioni che dal 2017 garantiscono tutela legale ai cittadini stranieri che arrivano in Italia attraverso i porti dell'Adriatico, dalla Grecia o da altri paesi dell'area dei Balcani, quali l'Albania, la Croazia e il Montenegro.
Le cifre dell'esclusione - I respingimenti dei richiedenti asilo ai valichi di frontiera italiani non sono, tuttavia, episodi isolati, ma sono il frutto di una precisa strategia politica. Come si legge nell'ultimo rapporto di Migrantes, la fondazione della Conferenza episcopale italiana: "Le persone respinte ai valichi di frontiera italiani nel 2019 sono state 9.943, 8.138 alle frontiere aeree e 1.805 alle marittime". Cifre, queste, che si sommano agli altri 6mila richiedenti asilo respinti da gennaio al luglio del 2020. Come si legge in un altro report di Rivolti ai Balcani, una rete di 32 organizzazioni di cui fa parte anche Amnesty International: "secondo i dati forniti dal Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell'Interno dal primo gennaio al 15 aprile 2020, complessivamente, risultano essere state respinte 1.432 persone presso i valichi di frontiera aerea e 421 presso i valichi di frontiera marittima". Rispetto ai porti adriatici di Ancona, Bari, Brindisi, Trieste e Venezia, nello stesso periodo considerato, i funzionari del Viminale hanno riferito alle organizzazioni che si sono verificati "400 respingimenti ai valichi di frontiera marittima". Ed è proprio il porto di Bari, a conti fatti, la frontiera adriatica con il più elevato numero di stranieri respinti.
Bari frontiera d'Europa - Oltre i numeri, ci sono le storie delle persone che raccontano di un modus operandi da parte della polizia di frontiera che continua ancora oggi. Tornando a quello che è successo il 23 maggio scorso, al porto di Bari: i migranti "sono stati privati in modo arbitrario della libertà personale e trattenuti all'interno di un vano tecnico, privo di finestre e di servizi igienici, talmente piccolo da doversi alternare per restare seduti in terra", hanno riferito dal Network porti adriatici: "Nei momenti che hanno preceduto la chiusura del suddetto vano, uno di loro è stato colto da una crisi epilettica ed è stato portato fuori dal traghetto solo dopo insistenze e proteste da parte dei suoi compagni di viaggio che gli hanno prestato un primo soccorso, prevenendone il soffocamento. Successivamente soccorso da un'ambulanza, è stato trasferito in ospedale dove è stato ricoverato".
Non solo. Secondo quanto hanno raccontato i giuristi dell'Asgi che seguono il caso: "I sei richiedenti asilo sono stati trattenuti per tutta la durata del viaggio di ritorno, di circa 12 ore, in condizioni inumane e degradanti, al freddo, senza ricevere né cibo né acqua". E poi ancora, i giuristi hanno riferito che le sei persone respinte dal porto di Bari "dopo essere arrivati nel porto di Igoumenitsa in Grecia, sono stati ulteriormente trattenuti per 24 ore in un luogo fatiscente e dallo spazio ristretto, nonché privo di qualunque misura che garantisse un adeguato distanziamento, insieme ad altri cittadini stranieri, senza che potessero comunicare ai familiari e alle associazioni dove si trovassero e senza che l'Unhcr, cui la situazione era stata segnalata, ricevesse informazioni dalle autorità italiane".
Le istituzioni italiane le chiamano riammissioni, ammettendo anche che, a volte, avvengono per i richiedenti asilo; nella pratica, però, sono respingimenti. Proprio come quelle della polizia di frontiera al confine tra il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia, attuate in maniera completamente informale, senza la consegna di un provvedimento scritto.
A Bari succede ormai da qualche anno, nel silenzio generale, a centinaia di afgani, bengalesi, curdi, turchi, anche minori, che arrivano in Italia nascosti nei camion e vengono rispediti in Grecia, senza poter chiedere asilo politico. Avviene in quasi tutti i porti adriatici italiani, sulla base di un accordo di riammissione bilaterale firmato nel 1999 tra Italia e Grecia che, nella realtà dei fatti, produce espulsioni collettive di cittadini stranieri richiedenti asilo, nella più completa informalità, senza consentire l'accesso a un ricorso effettivo, anche con trattamenti inumani e degradanti. Prassi illegittime per cui l'Italia e la Grecia sono state già condannate il 21 Ottobre del 2014, nel cosiddetto caso Sharifi, dalla Cedu, la Corte europea per i diritti dell'uomo, nel ricorso partito dall'espulsione avvenuta al porto di Ancona di 32 cittadini afgani, 2 sudanesi e 1 eritreo.
Il gioco dell'oca - Prima ancora dei respingimenti del 23 maggio, il 30 marzo scorso un ragazzo di 25 anni di nazionalità afgana è stato riportato in Grecia e scaricato a Patrasso, dopo essere stato respinto a Bari. L'uomo ha raccontato la sua odissea agli operatori della Ong No Name Kitchen. Così: "Mi sono nascosto nella parte superiore di un camion nel porto di Patrasso il 29 marzo; il camion era a bordo di un traghetto Superfast che è arrivato il giorno successivo a Bari, in Italia, intorno alle 9 del mattino. Lì sono stato svegliato da tre uomini e una donna e portato in un commissariato, dove mi hanno preso le impronte digitali. Alle 16 dello stesso giorno, il 30 marzo, la polizia mi ha riaccompagnato al porto, dove un agente della sicurezza mi ha sequestrato il cellulare". E ancora: "Mi hanno fatto alloggiare in una cella che aveva il pavimento bagnato. Lì dentro non riuscivo a dormire a causa del freddo, nonostante non lo facessi da 36 ore. Non mi sono stati offerti né acqua né cibo". Quando poi il traghetto è arrivato nel porto di Patrasso intorno alle 13 del 31 marzo, la polizia greca lo ha trattenuto ancora un altro po' di tempo in una cella del commissariato del porto, prima di restituirgli il cellulare e rilasciarlo.
È il gioco dell'oca dei migranti tra Italia e Grecia, un pezzo della catena dei respingimenti che avvengono lungo la rotta balcanica in cui è pienamente coinvolta anche l'Italia. Accade lungo la frontiera adriatica: anche nel porto di Venezia, dove i migranti rintracciati, poi, impiegano 32 ore per ritornare scortati in Grecia. Quattro giorni di viaggio, andata e ritorno, per tornare indietro alla casella di partenza, a Patrasso, uno dei tanti buchi neri dove finisce l'idea di Europa. Al porto di Bari il gioco dell'oca termina e poi ancora ricomincia. È il luogo in cui un minore di 17 anni di origine afgana ha raccontato alla stessa Ong Name Kitchen: "Sono stato circondato da 6 o 7 poliziotti italiani che discutevano tra di loro su cosa avrebbero dovuto fare con me. Uno di loro ha detto che potevano portarmi in un campo profughi in campagna. Ma poi un altro ha detto no, riportalo in Grecia".
Era il 20 novembre del 2020. "Mi sono trovato di nuovo su una nave Superfast. Chiuso in una piccola stanza, simile a quella in cui ero stato rinchiuso soltanto dieci giorni prima. Perché era la seconda volta che venivo respinto in pochi giorni e in quel modo". Un altro testimone ha rivelato ciò che gli è accaduto nel respingimento tra Italia e Grecia avvenuto tra il 7 e il 9 novembre del 2020. "In Italia hanno picchiato il mio amico. In Grecia, invece, siamo stati picchiati entrambi. La polizia greca mi ha colpito con un pugno, chiedendomi perché fossi andato in Italia, minacciandomi di riportarmi indietro in Turchia. Dopo questo interrogatorio subìto nel quartiere generale della polizia di Patrasso, il mio amico è stato rilasciato. Io ho trascorso la notte in cella, ma alle ore 10 del 9 novembre mi hanno detto che potevo andare e mi hanno dato indietro i vestiti che mi avevano sequestrato".
Stessa sorte e stesso giorno, il 7 novembre del 2020, identico porto (di Bari) e destino (respingimento) quello condiviso da un altro giovane proveniente dall'Afghanistan, che ha riferito alla Ong No Name Kitchen: "Quando sono entrati nel camion al porto di Bari, i poliziotti italiani mi hanno svegliato gettandomi l'acqua in faccia. Poi mi hanno tolto le scarpe per vedere se nascondessi qualcosa all'interno. E mi hanno detto: vuoi andare in Germania o a Parigi? Ti aiuteremo, nessun problema, siediti. Invece mi hanno ammanettato e riportato sulla barca, chiudendomi in una stanza. Ho dormito sul pavimento e dopo circa una decina di ore di viaggio ho trovato alcuni agenti greci, molto violenti, con le mani e anche con le parole, che mi hanno dato il benvenuto a Patrasso, il porto da cui ero partito".
Il caso delle riammissioni collettive dei richiedenti asilo disposte lo scorso 23 maggio dal porto di Bari è approdato alla Camera, dove il deputato di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha chiesto spiegazioni sul comportamento della polizia alla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese. Fratoianni ha posto l'accento, in particolare, sul fatto che le riammissioni avvengono informalmente, senza un provvedimento scritto e senza alcuna possibilità che la persona possa presentare un ricorso giurisdizionale. Lamorgese ha negato che ci siano stati abusi e violenze da parte della polizia al porto di Bari. Ha riferito che "le persone in questione sono state soccorse e rifocillate e che nessuno di loro ha espresso la volontà di chiedere asilo in Italia, bensì hanno dichiarato di voler andare in Germania o in Svizzera". La ministra dell'Interno ha difeso gli accordi di riammissione "voluti dalla Commissione Europea per contrastare i movimenti secondari".
di Paola Di Caro
Corriere della Sera, 29 giugno 2021
Il leader leghista: grave non accetti il dialogo, così strumentalizza le persone. Nuova capigruppo per cercare un'intesa su modifiche e calendario. Il Pd non cede, IV media. Resta altissima la tensione nella maggioranza sul ddl Zan contro l'omotransfobia, con Pd, M5S, Leu e solo in parte Italia viva (che lavora ad una difficile mediazione) ferme sulla difesa del testo, e Lega e Forza Italia che insistono perché venga modificato in più punti. È ancora muro contro muro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta. Il primo da giorni ha chiesto, pubblicamente e con messaggio privato, al leader del Pd di incontrarsi per decidere assieme possibili modifiche e assieme valutare il tema complessivo delle riforme. Il secondo non crede alla buona fede e tiene duro.
"Scriverò un WhatsApp di risposta a Salvini, gli dirò: siamo persone serie, andiamo in Parlamento e lì ci confronteremo, non mi sono mai sottratto al confronto, mi aspetto che chi parteciperà sia lì non per affossare la legge ma per discutere del merito", dice Letta. E aggiunge: "La nostra tesi è che oggi c'è una grande occasione per potere approvare quella legge, la nostra linea è: andiamo avanti. Ascolteremo quello che diranno gli altri, ma le dichiarazioni della Lega sono per affossarlo". Insomma, il leader del Pd vuole "capire se questa offerta di Salvini di dialogo rappresenta un girare completamente strada, ma mi sembra strano e improbabile".
Salvini invece si fa forte della posizione del Vaticano, del centrodestra e dei dubbi che albergano anche nel centrosinistra e non molla: "Ddl Zan, incredibile che Letta rifiuti dialogo e confronto, invocati anche dalla Santa Sede, sul tema dei diritti e delle libertà. Io invece insisto, vediamoci e troviamo una soluzione condivisa. Letta non fa gli interessi di chi vuol difendere, anzi usa strumentalmente le persone". Posizione sostenuta da FI. Lucio Malan spera che ci sia un "ripensamento rispetto alla faccia dura mostrata dal Pd in Commissione Giustizia (dove il ddl si sta esaminando, ndr). Anche perché anche tra loro ci sono molti dubbi, e mi aspetto che dopo il Vaticano arriveranno altre prese di posizione. Questa legge è scritta male".
Che succederà adesso? Domani è prevista una riunione con tutti i capigruppo, convocata dal presidente della commissione Giustizia e relatore al Senato del provvedimento, il leghista Andrea Ostellari, per cercare un'intesa prima del voto del 6 luglio sulla calendarizzazione del testo in aula per il 13 luglio. Sulla carta la maggioranza per la calendarizzazione c'è, come per approvare il provvedimento, ma con i voti segreti c'è anche il rischio di andare sotto, nonostante anche nel centrodestra si discuta (l'azzurro Elio Vito sprona i suoi: "Se vogliamo davvero essere europei, il ddl Zan diventi subito legge").
Alla riunione parteciperanno per il Pd sia la capogruppo al Senato Simona Malpezzi, sia quello in Commissione Franco Mirabelli, secondo il quale "se ci saranno proposte serie le valuteremo, ma non stravolgeremo un impianto che funziona. Vogliamo andare avanti, non accettare posizioni pretestuose". E se anche Alessandra Maiorino per il M5S, che ha partecipato alla stesura del ddl Zan, assicura che il suo gruppo sarà compatto e avverte che "qualunque modifica rallenterebbe il lavoro, e le presunte criticità che il centrodestra lamenta non possono essere accolte perché renderebbero la legge monca", chi cerca di favorire un'intesa è Italia viva. Lo conferma il capogruppo in Commissione giustizia Giuseppe Cucca: "Bisogna fare un ragionamento serio, perché il rischio è quello di imboscate in Aula. È importante che la legge passi, ed è sempre meglio poco che nulla".
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 29 giugno 2021
Monsignor Redaelli, presidente dell'ente voluto dalla Cei e da Paolo VI nel 1971: "Sostituiamo l'assistenza con le altre "4A". Cosa vorrei ora? Che non servisse più". "La Caritas non fa assistenza. Sono altre quattro le "A" che ci caratterizzano: ascolto, accoglienza, aiuto, amore. Le persone hanno bisogno di essere ascoltate, perché da lì poi arriva l'accoglienza". Le persone, tutte: "Liberiamoci dalle etichette, come ha detto papa Francesco. La carità può e deve abbracciare tutti". Monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli è dal maggio 2019 il presidente di Caritas nazionale che celebra i suoi 50 anni di attività: e questa analisi dei bisogni (e delle risposte ai bisogni) parte proprio da allora.
Monsignore, come è cambiata la domanda?
"La Caritas all'inizio ha fatto un grosso lavoro per le emergenze: il terremoto del Friuli era stato un po' il battesimo perché a quei tempi non esisteva ancora la Protezione civile e andavano coordinati i soccorsi e gli aiuti. E poi c'era la necessità di avviare un intervento nazionale perché questi compiti venivano assolti da istituti religiosi e strutture parrocchiali, penso alla San Vincenzo, ma tutto restava molto relegato all'ambito locale. Fin dall'inizio si era cercato di fare attenzione ai nuovi fenomeni andando dove nessuno arrivava: a Milano, per esempio, il primo centro per l'accoglienza dei malati di Aids fu realizzato da Caritas. E poi sui temi della disabilità, soprattutto quella psichica: molte esperienze di accompagnamento e assistenza sono nate qui".
Questa attenzione ai bisogni è la vostra cifra anche oggi?
"Esattamente: capacità di elasticità e adattamento. Quando è scattato il lockdown quasi tutte le nostre Caritas, che hanno dormitori per i senza fissa dimora, in poco tempo li hanno trasformati in centri di accoglienza h/24, organizzando pasti interni e spazi comuni per non lasciarli al loro letto. E poi anche sul tema delle povertà alimentari, in crescita continua, stiamo potenziando la diffusione degli empori solidali: non abbiamo la pretesa di risolvere i problemi, ma di esserci".
Torniamo alla missione iniziale.
"La Pontificia opera di assistenza attiva fino al 1968 era una struttura del Vaticano che aiutava l'Italia a uscire dalla Seconda guerra mondiale: collegata a questa c'erano le Opere diocesane, molto autonome, che organizzavano anche servizi come le colonie per i bambini e altre attività complementari. Fu papa Paolo VI insieme con monsignor Nervo e altri a cambiare il passo: non più assistenza ma promozione della carità per lo sviluppo profetico della società. A Milano il cardinal Martini con il convegno Farsi Prossimo volle che ogni parrocchia aprisse un centro di ascolto e da lì, dai bisogni, presero vita progetti strutturati".
Come si preparano i volontari?
"Serve competenza: da sempre garantiamo una formazione di base per i centri di ascolto. Mentre per tematiche specifiche, penso ai disabili, alla psichiatria, ai migranti, ricorriamo a competenze specifiche".
C'è differenza fra la Caritas italiana e quelle straniere?
"Beh, sì. In Germania gestiscono l'aspetto socio assistenziale e socio sanitario: hanno 600mila dipendenti e un milione di volontari; anche in Francia la struttura è verticistica. Da noi Caritas italiana è il riferimento centrale delle Caritas, dove ogni parrocchia ha la sua, riferita a quella diocesana e il vescovo ne è responsabile. Ovvio che poi c'è un rapporto con i delegati regionali. Ma non esiste una struttura di dipendenza, perché l'idea è favorire l'attenzione ai bisogni che possono essere diversi da territorio a territorio. E poi in questo modo ogni comunità può crescere nell'attenzione di carità e anche questo è scopo della Caritas".
Nel vostro ultimo rapporto elencate nuove emergenze: quali?
"Abbiamo sempre i senza fissa dimora, ma l'emergenza sanitaria ha aggiunto persone che non trovano lavoro o che lo hanno perso. Molte famiglie che vivevano con due piccoli stipendi perdendone uno vengono a chiedere il pacco alimentare. Sono aumentati i numeri delle donne in difficoltà e dei giovani senza prospettiva. E poi stiamo gestendo il tema dei migranti: molti di loro avevano occupazioni precarie e sono rimasti a casa".
La "dimensione caritativa" di cui parla è cresciuta?
"Nel concreto sì, la risposta c'è. Ma se si parla in generale il tema dell'accoglienza non scatta subito. Per questo dicevo che dobbiamo liberarci dalle etichette e insistiamo sul far incontrare le persone: perché quell'incontro cambia l'opinione. Lo dice anche il Papa nella sua enciclica Fratelli tutti: la strada è quella".
Come è il rapporto con le istituzioni?
"A livello locale e sugli interventi direi che funziona con efficacia e correttezza e va molto bene anche il sistema di convenzioni. Forse abbiamo avuto qualche criticità su alcuni progetti per i migranti ma alla fine sono superate".
E nelle emergenze?
"Da quando c'è la Protezione civile noi non dobbiamo più arrivare con roulotte e tende ma svolgiamo un compito complementare: creiamo centri di comunità, stiamo vicino alle prime necessità delle persone, attiviamo gemellaggi".
Il volontariato resiste?
"Sì, e abbiamo anche un bel ricambio generazionale che è stato accelerato dal Covid quando molti ultra sessantenni per sicurezza sono stati fermati: ma sono subito arrivati i ventenni a sostituirli e questo è davvero un bel segnale".
Come garantite trasparenza nell'utilizzo dei fondi?
"Caritas italiana presta grande attenzione al tema: tutti i fondi che arrivano sono destinati a un progetto e vengono usati solo per quello come dimostriamo alla fine con una rendicontazione puntuale. Poi Caritas da qualche anno riceve una fetta consistente dell'8 per mille: attraverso le chiese i fondi vengono destinati alle Caritas diocesane ma anche qui legati a un progetto specifico che alla fine va rendicontato. Per esempio ultimamente c'è poca attenzione al mondo del carcere e mettiamo soldi a disposizione di progetti legati a questo tema: così incentiviamo anche le Caritas a intraprendere strade nuove. Comunque stiamo lavorando perché secondo me queste cose andrebbero raccontate di più e meglio".
C'è un calo di fiducia nei donatori che volete recuperare?
"La gente continua a fidarsi e a sostenerci, ma proprio per questo dobbiamo stare molto attenti e spiegare bene come vengono usati i soldi donati".
Cosa le piacerebbe che facesse Caritas nei prossimi 50 anni?
"Intanto le dico una cosa sulla organizzazione: gli attuali direttori di Caritas sono quasi tutti uomini, anche perché il loro percorso è molto spesso partito dal servizio civile quando era legato all'obiezione di coscienza. Abbiamo tante donne molto impegnate a livello di base, ma non nella dirigenza e questo mi dispiace perché le loro potenzialità vanno valorizzate meglio. Un altro tema è che il venir meno di molti istituti religiosi che coprivano un ambito di assistenza lascia un po' un vuoto: intendo dire che se i camilliani chiudono una clinica, Caritas non riesce a subentrare. E il venir meno di tali realtà, a causa del calo delle vocazioni, sta impoverendo la chiesa italiana".
Ma la sfida del futuro?
"Le nostre iniziative si chiamano opere-segno. Perché un'opera deve diventare un segno: non ha la pretesa di risolvere tutto ma è significativa anche per altre realtà e per far partire un'attenzione. Papa Francesco parlava della santità della porta accanto, ma c'è anche la carità della porta accanto e lì non c'è bisogno dello sportello della Caritas. Ecco: in futuro mi piacerebbe non ci fosse più bisogno della Caritas: significherebbe che i bisogni sono diminuiti, le fragilità sono accompagnate e che ciascuno ha imparato a esercitare la carità della porta accanto".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 29 giugno 2021
Presentato ieri mattina nel carcere di Vercelli il progetto "Liberare lo sguardo". Si parte con la proiezione di "Papa Francesco - Un uomo di Parola". Il cinema per uscire dalle mura del carcere, le storie per confrontarsi con il mondo esterno e per imparare a guardare. Si intitola "Liberare lo sguardo" il percorso di formazione e di promozione della cultura cinematografica dedicato alla Casa Circondariale di Vercelli, presentato questa mattina nella Sala Convegni della Fondazione Cassa di Risparmio della provincia piemontese. Il progetto è promosso dall'Associazione di Cultura Cinematografica "Officina Cultura e Territorio" che da ormai quindici anni opera nel settore culturale e sociale attraverso l'utilizzo di linguaggi audiovisivi, sia nel territorio di origine, quello bergamasco, sia a livello nazionale.
Esperienza di bello e di bene - Si parte dalla proiezione di "Papa Francesco - Un uomo di Parola" il film di Wim Wenders, che ruota attorno ad un lungo dialogo col Pontefice che si sofferma su diversi temi offrendo risposte alle principali sfide globali del mondo contemporaneo: la morte, la giustizia sociale, l'immigrazione, l'ecologia, la diseguaglianza, il materialismo e il ruolo della famiglia. La scelta della pellicola del regista tedesco non è casuale perché, secondo Mons. Dario Edoardo Viganò, Vice Cancelliere della Pontificia Accademia della Scienze e Scienze Sociali, che questa mattina ha presentato l'iniziativa "l'obiettivo è far sì che questa diventi una esperienza di bello e di bene in un carcere. Vogliamo che gli ospiti che sceglieranno di aderire, apprendano l'importanza del guardare, che è ben diverso dal vedere, quale esercizio di libertà e di responsabilità".
Il cinema come strumento formativo - Il progetto nasce dalla volontà di investire in un'iniziativa di cultura, bellezza e rieducazione di una fascia considerata debole della società come quella dei detenuti, in totale continuità con le attività già messe in campo dal territorio e, nello specifico, dalle case circondariali molto attente alla promozione culturale e da iniziative attente alle persone detenute. Secondo i promotori, infatti "La cinematografia rappresenterà un efficace strumento formativo, nello stesso modo dei percorsi educativi già attivati dall'istituto. Il modello del progetto, una volta consolidato, potrà essere facilmente applicato ad altre carceri e realtà del territorio".
Testimoniare la propria unicità davanti a Dio - "La visione del film di Wenders aiuterà i ragazzi a prendere consapevolezza del proprio percorso detentivo, ma anche di vita" osserva Antonella Giordano, Direttrice del carcere di Vercelli. "Siamo abituati a posare lo sguardo solo sulle cose che ci interessano, oppure su quelle che ci sono davanti, senza pensare che andare oltre lo sguardo significa toccare le anime delle persone che ci circondano. Il cinema diventa uno strumento per testimoniare la propria unicità davanti a Dio".
Educare allo sguardo - La parte formativa prevede due corsi tenuti da docenti universitari che avranno lo scopo di favorire una discussione tra i detenuti perché elaborino, attraverso le loro personali esperienze e le culture d'origine, i messaggi lanciati dai film. "Sono percorsi di educazione allo sguardo affinché i cuori possano parlarsi" spiega Mons. Viganò. Alla presentazione hanno preso parte, tra gli altri, Pierluigi Pianta, Procuratore Capo di Vercelli; Aldo Casalini, Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli; Antonello Monti, Consigliere d'Amministrazione Fondazione CRT e il prof. Fabrizio Buratto, dell'equipe dei formatori.
di Sepideh Gholian
Corriere della Sera, 29 giugno 2021
L'attivista iraniana Sepideh Gholian era stata arrestata alla protesta sindacale. Nel suo racconto dalla cella le torture, le confessioni forzate e la solidarietà. I diari di Sepideh usciranno in Italia per iniziativa del festival Vicino/lontano e delle Librerie in Comune di Udine, con il patrocinio di Amnesty International.
Ci picchiano da mezzogiorno alle 10 di sera. Temo che non resterò in vita. Dire che sono terrorizzata non basta davvero a esprimere ciò che provo. Sento qualcosa di caldo fuoriuscire dal mio corpo. Resto completamente muta, persino quando mi picchiano non riesco neppure a gemere. Sono certa che uccideranno Esmail e che questa oscurità non avrà mai fine (Esmail Bakhshi è un sindacalista della raffineria Haft Tappeh, imprigionato e torturato per il suo ruolo nella mobilitazione del 2018, ndr).
Viaggiamo su una strada che sembra in salita, dopo un po' la macchina si ferma. Dalle voci attorno a me capisco che hanno buttato a terra Esmail e lo stanno trascinando via. È morto? Sono morta, io? D'improvviso riattaccano dalla mia parte e mi colpiscono nuovamente. Scendo dalla macchina. Mi accusano: "Hai insudiciato l'auto con il tuo sangue". Poi, tirando un pezzo di cartone che mi mettono in mano mi dirigono da un'altra parte. Sono bendata e non posso vedere bene dove vado. So solo che mi guidano per un declivio fino a una stanza. Sto tremando, e imploro che mi lascino vedere una guardia donna, ma in risposta mi urlano: "Una donna, e perché? Qui dentro ci muori".
Sono circondata solo da voci maschili, e questo mi fa tremare ancora di più. Mi portano da qualche parte, ignoro dove. Mi danno un cambio di vestiti, "Va' dentro e cambiati i vestiti". È una vecchia e sporca uniforme blu scuro, così grande che sono costretta a tenere su i pantaloni con la mano. La mia perdita di sangue è molto intensa. È da stamattina che mi stanno insultando. Ho paura di chiedere degli assorbenti. Ho paura di essere insultata e picchiata di nuovo. La guardia mi spinge avanti reggendo il pezzo di cartone, che chiamano il "bastone". Il bastone mi mette paura, non so perché. Mi spingono in un angolo. "Resta qui qualche minuto finché la tua cella non è pronta. E intanto, non parlare con le altre donne nelle celle!". Mio Dio! Allora alla fine vedrò un'altra donna? Entro nella cella. Il mio corpo è coperto di lividi. Arranco faticosamente, la porta della cella si chiude alle mie spalle.
Alzo la mia benda e vedo una donna con la stessa uniforme, il velo e la benda sollevata dagli occhi. Una coperta le copre la parte inferiore del corpo. Dopo dieci ore di torture e di terrore, non appena la vedo sento come se tutto fosse passato. La abbraccio e, senza farci domande, singhiozziamo una nelle braccia dell'altra. Chiede il mio nome.
"Goli... No, Sepideh" rispondo. Piangiamo ancora.
"Hanno ucciso Esmail" dico.
Invece di chiedere chi è Esmail, mi accarezza la testa e dice: "Stanno uccidendo tutta la mia famiglia".
Le chiedo il suo nome. Risponde: "Mi chiamo Makieh... Makieh Nisi. Sono qui da ventun giorni".
Makieh capisce che mi fanno male testa e collo. Mi massaggia il collo e mi chiede: "Perché sei qui?"
"Perché ero alla protesta sindacale. Tu perché sei qui?"
"Non ti spaventi se te lo dico?"
"No, dimmelo".
"Ci accusano di essere membri dell'Isis. Non sei spaventata?"
"Perché dovrei essere spaventata? Oggi l'ho visto, l'Isis. Sono loro l'Isis, non tu". Improvvisamente un carceriere apre la porta. (...) Mi porta nella cella accanto. Prima di rinchiudermi dentro, mi dice: "Domani informerò il tuo interrogatore che quelli dell'Isis ti hanno sedotta".
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 29 giugno 2021
Sarebbero circa 50 i potenziali candidati attualmente detenuti nelle carceri tedesche. La Spd protesta: "La Siria è ancora devastata da una feroce guerra civile: eventuali migranti respinti lì sarebbero esposti a rischi enormi per la propria vita". Una proposta del ministero dell'Interno tedesco ha suscitato un'ondata di indignazione e sta spaccando il governo Merkel. Il sottosegretario Helmut Teichmann ha rivelato che il ministero guidato da Horst Seehofer (Csu) starebbe pensando di "offrire ai siriani che sono attualmente in carcere uno sconto della pena se lasciano la Germania" per tornare in patria.
Sarebbero circa 50 i potenziali candidati attualmente detenuti nelle carceri tedesche. E dal 2020 gli uomini dell'ex governatore della Baviera starebbero anche riflettendo su come respingere obbligatoriamente criminali, sospetti terroristi o migranti che hanno dichiarato un'identità falsa "nelle aree della Siria non controllate dall'esercito siriano". Il prerequisito, ha aggiunto, è che "i procuratori diano l'assenso". Una proposta che ha prevedibilmente sollevato polemiche, anzitutto nella Grande coalizione. Il vicecapogruppo della Spd, Dirk Wiese, ha ricordato al ministro che "la Siria è ancora devastata da una feroce guerra civile: eventuali migranti respinti lì sarebbero esposti a rischi enormi per la propria vita". Anche dall'opposizione arrivano critiche dure. Ulla Jelpke, responsabile delle politiche migratorie della Linke, parla di una "proposta cinica dai presupposti legali discutibili".
I liberali non sono contrari, anzi, sostengono che "criminali e persone pericolose dovrebbero essere respinte", come sottolinea il vicecapogruppo Stephan Domae. Ma anche la Fdp nutre dubbi sulla fattibilità legale di una misura del genere. L'ultradestra Afd sostiene invece che sia stato "insufficiente decidere una sospensione del divieto dei respingimenti in Siria". Per il responsabile delle politiche interne dell'Afd Gottfried Curio "è tempo di essere onesti e di riprendere i rapporti con il governo siriano". Aver interrotto le relazioni con il sanguinario dittatore siriano Bashar Assad è stato un errore "contrario all'interesse della Germania", secondo l'esponente della destra radicale tedesca. Al di là delle polemiche, secondo dati del ministero dell'Interno, 347 siriani hanno già accettato un incentivo finanziario per tornare volontariamente in Siria. L'anno scorso, nonostante la pandemia, sono stati 83 siriani a tornare in patria, nei primi cinque mesi di quest'anno 42.
di Luisa Morgantini*
Il Manifesto, 29 giugno 2021
Ci auguriamo che la sollevazione popolare e l'indignazione contro questo crimine possa portare ad un cambiamento dei metodi usati dalle Forze di Sicurezza Preventive e del Mukhabarat Palestinese. È un dolore ed una ferita profonda per tutto il popolo palestinese, l'assassinio da parte delle Forze di Sicurezza Palestinese, di Nizar Banat, militante e attivista indomito per la libertà del Villaggio di Dura.
Un dolore ed una ferita profonda per tutti noi e per me che conoscevo Nizar da molti anni, sono stata ospite della sua famiglia, nel suo villaggio ed abbiamo, varie volte manifestato insieme ad Hebron nella campagna Open Shuhada Street.
AssoPacePalestina porge alla famiglia di Nizar e ai palestinesi tutti le più sentite condoglianze, con l'impegno di continuare ad esigere con Nizar il rinnovamento, la trasparenza, la democrazia e la partecipazione popolare per liberarsi dall'occupazione, dalla colonizzazione e dall'apartheid israeliana. Ci auguriamo che la sollevazione popolare e l'indignazione contro questo crimine possa portare ad un cambiamento dei metodi usati dalle Forze di Sicurezza Preventive e del Mukhabarat Palestinese, non è possibile che per un "reato d'opinione" si faccia incursione nelle case nelle prime ore del mattino, si facciano saltare porte con ordigni, si terrorizzi la famiglia e si uccida di botte una persona.
Certo succede anche in Italia che si muoia durante gli interrogatori o gli arresti fatti dalla polizia, quest'anno in Italia, ricorderemo i 20 anni dal massacro di Genova compiuto dalla nostra polizia contro inermi manifestanti. Ci auguriamo che l'Anp, il Presidente, il primo Ministro e il Capo del General Intelligence Service (GIS) si assumano la responsabilità di questo tragico evento, cessando ogni tipo di intimidazione e repressione verso chi esprime critiche alla leadership palestinese o manifesta pacificamente subendo gli attacchi e gli arresti, non solo dei servizi di sicurezza in divisa, ma anche da individui in abiti civili.
Per onore della franchezza, dobbiamo dire che ci stupisce che Hamas si faccia paladino della libertà nella Cisgiordania, visto che a Gaza dove ha preso il potere, pratica la pena di morte ed in questi anni ha ucciso e incarcerato molti militanti e attivisti. Fratelli che uccidono fratelli. Ci auguriamo, ed abbiamo la speranza, che il popolo palestinese sappia trovare l'unità, non perdendosi in reciproci discrediti o accuse, non cercando in Fatah il facile capro espiatorio ma mettendo in discussione tutta la rappresentanza dei partiti e perché no anche dei movimenti, ed invece di delegare la ricerca dell'unità solo alle vecchie rappresentanze formi una commissione di riconciliazione che possa trovare una mediazione e soluzione alle divisioni così profonde che indeboliscono tutti i palestinesi, nei territori occupati, in Israele e nella diaspora.
Confidiamo anche in nuove elezioni nelle quali la popolazione palestinese possa liberamente scegliere le proprie rappresentanze capaci di essere il rinnovamento necessario per la costruzione di un paese che sappia riconciliarsi e raggiungere la libertà. Noi di AssoPacePalestina ci sentiamo responsabili, in quanto italiani ed europei, della iniquità della politica del nostro governo e dell'Unione Europea, che permette ad Israele di essere totalmente impunita per le violazioni continue dei diritti del popolo palestinese. Per questo, continueremo, insieme a tutti quelli che hanno amore per un mondo giusto ed umano ad agire per la libertà e autodeterminazione del popolo palestinese.
*Già Vicepresidente del Parlamento Europeo, Presidente AssoPacePalestina
di Francesco Ciampa
news48.it, 29 giugno 2021
Scrivere della propria vita con gli occhi di chi osserva l'ambiente sociale e le mentalità cui si appartiene o si è appartenuti. Narrare se stessi per comprendere il significato delle proprie azioni, ma anche per allenare la consapevolezza e vedere con più chiarezza le strategie di adattamento praticate. Un modo per estrarre dal "pozzo" della propria interiorità caratteristiche utili ad andare avanti anche nel presente, almeno "qui e ora".
Un percorso introspettivo sperimentato da due persone detenute nel carcere di Catanzaro, in Calabria. Si tratta di due uomini condannati all'ergastolo e ora prossimi alla laurea in sociologia con tesi a carattere auto-biografico per mettere a fuoco risorse psicologiche e creative servite per la propria sopravvivenza prima del carcere e nella condizione di detenuti.
Cos'è l'auto-etnografia - "L'approccio è quello dell'auto-etnografia", sottolinea per News48.it Charlie Barnao, docente di sociologia della sopravvivenza all'Università "Magna Graecia" di Catanzaro e relatore che affianca i due studenti nel lavoro di tesi. "In pratica - spiega Barnao - con l'etnografia il ricercatore si avvicina all'oggetto di ricerca per studiare le "culture altre" e comprendere attraverso processi di immedesimazione il soggetto che agisce; mentre con l'auto-etnografia c'è di più che il ricercatore fa parte lui stesso della cultura che vuole studiare. L'auto-etnografia è una forma di auto-narrazione che posiziona il sé all'interno del contesto sociale; l'auto-etnografo è allo stesso tempo l'autore e il focus della storia, colui che racconta e che vive l'esperienza, l'osservatore e l'osservato" specifica il professore per la rivista Sociologia Italiana - AIS Journal of Sociology, numero 10, ottobre 2017.
Sempre per la rivista, il sociologo definisce il processo auto-etnografico come "un processo lungo, aperto, flessibile, spesso molto faticoso, di comprensione della realtà". E non si escludono le cosiddette "epifanie", possibili esperienze di questo cammino "che modificano radicalmente e modellano i significati che la gente attribuisce a sé ed ai propri progetti di vita".
Recuperate qualità del passato - Nel caso di queste due tesi di laurea il risultato consiste intanto nell'individuazione di "qualità straordinarie di adattamento in situazioni estreme". Sono emerse "competenze particolari filo conduttore per la vita di persone che la letteratura considera spesso allo sbando e prive di strategie (per esempio, persone che si prostituiscono, senzatetto eccetera, nda)".
In entrambi i lavori, inoltre, l'auto-etnografia "è servita a non buttar via tutto il passato" e a evitare la "scissione" netta tra la vita prima del carcere e quella nel carcere. Sono stati quindi riconsiderati e rimessi in ballo tratti di personalità e punti di forza alla base della carriera criminale: "Alcune caratteristiche che hanno consentito a queste persone di eccellere nei gruppi criminali" prima della detenzione "sono le stesse che oggi permettono loro di sopravvivere in contesti diversi, con finalità diverse". Un'azione di recupero possibile se il lavoro di ricerca - sostiene Barnao - è libero da giudizio morale: "Ho dovuto chiedere ai miei tesisti di seguire un approccio il più possibile non giudicante per potersi esprimere al meglio; ciò ha fatto sì che venissero fuori qualità del percorso criminale importanti anche oggi".
Salvatore Curatolo e il ruolo dello studio - Uno dei due tesisti si chiama Salvatore Curatolo, sessantacinque anni, da quasi un trentennio in carcere, condannato per reati di mafia all'ergastolo ostativo, che vuol dire possibilità di richiedere la libertà condizionale solo attraverso la via della collaborazione con la giustizia. A proposito di questo suo lavoro da osservatore di se stesso in chiave auto-etnografica, Curatolo - esame di laurea il 20 luglio 2021 - parla di "un percorso difficile e doloroso" descrivendolo in una testimonianza rilasciata per News48.it.
L'idea di diventare etnografo del proprio sé arriva "quando il professore Barnao legge alcuni file", documenti in cui "spiegavo che avevo iniziato a leggere e studiare per amore delle mie figlie, su consiglio di mia moglie, per mantenere le relazioni con loro" che nel frattempo crescevano e diventavano persone istruite e colte. L'amore per lo studio come risorsa per la sopravvivenza; il sapere come prezioso capitale per mantenere e consolidare importanti relazioni familiari e affettive. Una risorsa - osserva dal canto suo Barnao - venuta meglio alla luce attraverso la scrittura capace di accendere i riflettori della consapevolezza su questa storia di adattamento alla vita prima del carcere e a quella da ergastolano.
Scrivere della propria vita, delle proprie azioni e credenze spiegandole in relazione ai contesti culturali di appartenenza richiede però impegno emotivo per sospendere il giudizio su sé stessi: "Quando sono entrato nel "ciclone" dell'auto-etnografia il dolore aumentava ogni giorno", racconta Curatolo ricordando "il tempo tolto alle mie figlie e a mia moglie come tempo pieno di dolore". In questo viaggio di ricordi riaffiora anche il "rosso della vergogna" di quando un professore universitario lo definisce pubblicamente suo amico sentendo di "non essere degno di un'amicizia così grande". Poi la meraviglia di quando un altro docente universitario si proclama suo alleato appoggiandone la decisione di iscriversi all'università: "Un'alleanza alla quale non ero abituato, perché non mi si chiedeva nulla in cambio; mentre nelle alleanze della cultura a cui appartenevo, prima o poi dovevi ricambiare". Insomma: altra cosa rispetto a "zu Cicciu, mentore di cultura criminale nella mia precedente vita".
All'inizio di questo suo cammino prevale quindi la tentazione di guardare al passato "paragonando le amicizie di un tempo a quelle dentro il carcere", giudicando e giudicandosi. Una tentazione sfumata passo passo, fino a quando "ho trovato la forza e la naturalezza di raccontarmi senza rinnegare il vissuto che mi ha portato ad essere un ergastolano"; fino a quando "l'auto-etnografia ti trascina fuori dal tunnel, ti rende più libero intellettualmente e il racconto diventa catarsi".
A commento di questo lavoro interviene sempre Barnao: "In questo processo auto-etnografico, Salvatore Curatolo ha scoperto quanto fossero importanti i libri per la sua sopravvivenza psicologica all'interno del carcere. Dopo tantissimi anni di 41 bis (cioè in regime di carcere duro e con misure di elevata sicurezza, nda) Curatolo, che non aveva neanche la quinta elementare, si rende conto della distanza culturale tra lui e le figlie, ormai iscritte all'università; decide quindi di studiare per trovare nuovi argomenti di discussione. I libri, inoltre, lo aiutano a entrare in contatto con agenti di polizia penitenziaria e con detenuti politici, persone culturalmente e ideologicamente distanti dai detenuti per mafia, andando al di là dei pregiudizi tipici in questi casi".
Sergio Ferraro: leader e tutor in carcere - "L'esperienza auto-etnografica è stata estremamente significativa per il mio percorso universitario e di vita", dice per News48.it Sergio Ferraro, quarantaquattro anni, da ventuno in carcere, condannato all'ergastolo con l'accusa di affiliazione al clan camorristico dei Casalesi. "Questo approccio -prosegue la testimonianza - "mi ha fatto capire che noi esseri umani ci distinguiamo gli uni dagli altri non solo sotto il profilo biologico (colore dei capelli, colore degli occhi, colore della pelle, altezza eccetera), ma anche in base al contesto culturale da cui veniamo".
"Una delle cose più orrende che può commettere un essere umano è uccidere un suo simile, ma oggi mi vergogno di dire che molte volte è il contesto culturale che ti "impone" tale efferato crimine, che per quella cultura crimine non è", sostiene Ferraro in riferimento all'approccio metodologico dell'etnografia che guarda ai comportamenti e ai valori secondo il significato culturale di chi li pone in essere.
Attraverso questa chiave di lettura 'non giudicante' è possibile aprire le porte all'accettazione di se stessi. Per la storia di Ferraro - esame di laurea autunno 2021 - significa far emergere i tratti descritti da Barnao in questi termini: "Si sta rendendo conto che le qualità carismatiche di leader affidabile, pronto a tutto per il gruppo criminale" per cui era attivo oltre la cella, "sono le stesse qualità che lo valorizzano per le varie attività in carcere e che lo vedono 'tutor alla pari' per aiutare, coinvolgere e spronare altri detenuti studenti universitari come lui". Il ruolo di tutor didattico alla pari è peraltro centrale per l'università "Magna Graecia", "il primo ateneo d'Italia ad aver istituito formalmente questa figura", dice Barnao parlando di "traguardo particolarmente significativo per il percorso di apprendimento e rieducativo dei detenuti". Un ruolo già sperimentato in via informale e "basato sulla cooperazione tra pari, tra persone con caratteristiche simili": qualcosa di diverso, con potenzialità diverse - sostiene il sociologo - rispetto ai tutor esterni, di solito dottorandi o assegnisti di ricerca, "comunque distanti culturalmente da detenuti, specie se uomini e magari condannati all'ergastolo".
Potenzialità educative ed effetti psicologici - Rispetto agli obiettivi scientifici di queste tesi di laurea, Barnao chiarisce subito un punto: "Il mio approccio di docente non è quello di rieducare qualcuno. Il mio obiettivo di professore è quello di educare" rispetto a determinate forme di sapere "fuori e dentro il carcere". Ciò detto, questi lavori di auto-etnografia - che partono dalla logica di sospensione del giudizio morale per spiegare il senso di scelte e forme di resilienza in determinati contesti culturali e di mentalità - "possono nei fatti tradursi in aspetti rieducativi. Sono convinto che valorizzare aspetti della personalità senza gettar via ogni cosa del passato possa avere una valenza significativa anche nell'ambito dei percorsi di risocializzazione" laddove, ad esempio, persone detenute aprano a punti di vista e valori diversi da quelli considerati socialmente pericolosi e condannati dal diritto penale dello stato. In ogni caso - è il ragionamento del sociologo - questa impostazione scientifica favorisce la consapevolezza del sé, "un aspetto importantissimo per chiunque", a prescindere da eventuali scelte di pentimento e di redenzione; a prescindere dal fatto che questi momenti di autoriflessione riguardino persone criminali o persone che nulla hanno a che fare col crimine.
"Lo stimolo maggiore di questi lavori è dato dall'aiuto alla riflessività: una conquista di non poco conto sia all'interno che all'esterno del carcere", sostiene dal canto suo Giuseppe Napoli, responsabile dell'area educativa per la Casa circondariale di Catanzaro, struttura carceraria dove si trovano Curatolo e Ferraro. In particolare, i due studenti fanno leva sull'auto-etnografia per arrivare - secondo Napoli - a "una serissima rivisitazione in chiave sociologica del loro passato che può avere rilevanza dal punto di vista educativo".
Manola Albanese, psicologa e psicoterapeuta, definisce la strada dell'auto-etnografia "uno strumento per riscoprire il senso di eventi e comportamenti". "l guadagno che si può avere - spiega - è quello di riqualificare la propria esistenza dandole un significato che magari fino a quel momento non era stato dato"; un'opportunità "per sentirsi vivi pur in un ambiente mortifero come il carcere". Questo percorso di tesi inoltre "corona un lavoro che restituisce la dignità persa socialmente". E ancora: "Quando una persona riesce a trovare in sé stessa frutti, risorse preziose e creatività, non è più il fuori che riempie, ma il dentro; si può essere mai più soli, mai più con il vuoto".
Una possibile via per prevenire gesti estremi come il suicidio? "Credo che ogni persona, se conosce meglio se stessa e conosce meglio la vita, può difendersi meglio da se stessa e dalla vita", risponde Albanese. "Il suicidio - ragiona - non è altro che una fuga estrema, disperata, da una vita angosciante. Però è certo: più strumenti conosciamo, più possibilità abbiamo di trovare la strada piuttosto che andare via".
Un percorso replicabile ma con molti limiti da considerare - Questo metodo "è innovativo e replicabile" anche in altri contesti, sottolinea Barnao. Ad esempio, per restare nel circuito della giustizia penale, dal Tribunale per i minorenni di Trento "c'è l'interesse a replicare questo approccio nell'ambito di un percorso di messa alla prova" per un neo-maggiorenne pronto a un cammino di cambiamento.
Per seguire questa linea di ricerca e renderla robusta è importante però acquisire saperi ben precisi: "Bisogna essere attrezzati con competenze specifiche come quelle elaborate al corso di laurea in sociologia da questi studenti, che inoltre hanno potuto comprendere cos'è la sopravvivenza in condizioni di vita estreme", dice Manola Albanese portando l'esempio di Curatolo e Ferraro.
Delimita il perimetro di applicabilità anche Giuseppe Napoli: "Tesi di questo livello non sono proponibili a tutti. Si richiede una certa preparazione scientifica, un certo impegno e una guida costante. Senza la presenza costante del professor Barnao non si sarebbe potuto portare a compimento il lavoro in questo modo". C'è poi l'aspetto economico-organizzativo: "Questo percorso - continua l'educatore - nasce da una forte interazione tra l'Amministrazione penitenziaria e l'Università. Si tratta di un percorso validissimo, ma non facilmente replicabile soprattutto per un discorso di risorse disponibili".
Barnao fa un bilancio delle condizioni favorevoli e sfavorevoli: "Una situazione favorevole è rappresentata dall'Amministrazione penitenziaria di Catanzaro, da una decina di anni guidata da una direttrice illuminata che ha dato impulso fortissimo all'istruzione. C'è stata la disponibilità dell'ateneo "Magna Graecia", c'è stata la mia disponibilità, si sono create tra me e i due studenti relazioni di rispetto reciproco che hanno permesso di ridurre la fatica, c'è stata la collaborazione fortissima degli agenti di polizia penitenziaria".
D'altro canto, "esiste il limite della fatica di maneggiare le parti più profonde del sé soprattutto per vite travagliate come queste". In parallelo "c'è la fatica del relatore: sarebbe impensabile per me seguire più di due o tre tesi l'anno per un approccio come questo che richiede incontri in presenza quasi tutte le settimane, due-tre volte a settimana". Più in generale, "è una cosa complicata visto che l'università italiana non brilla per investimenti particolarmente significativi nella ricerca". Inoltre, se da una parte in Italia "la rete dei poli universitari penitenziari sta crescendo", dall'altra "ci sono ancora difficoltà di relazione tra le istituzioni carcerarie e l'Università caratterizzata da burocrazia eccessiva e talvolta chiusa rispetto alle logiche esterne".
L'importanza di garantire il diritto allo studio in tutte le carceri - Secondo il sociologo, anche altri aspetti frenano le iniziative per la crescita personale e l'eventuale rinascita a partire dal carcere e oltre il carcere. "Purtroppo - afferma Barnao - il diritto allo studio non è garantito alla stessa maniera in tutte le carceri; tant'è che fino a poco tempo fa il polo universitario di Catanzaro era quello più a Sud d'Italia". Il professore dell'ateneo catanzarese dice questo citando il caso di Bruno Pizzata, sessant'anni, condannato per reati di 'ndrangheta e traffico di droga, morto dopo essere risultato positivo al Covid-19 a seguito di un focolaio nel carcere di Catanzaro. Il detenuto - racconta Barnao - "stava iniziando un interessante progetto di tesi sui pastori calabresi". Da qui la sua opposizione all'ordine di trasferimento; un appello accordato e la possibilità di proseguire la propria attività universitaria senza punti di rottura; "dopo poche settimane però scoppia il focolaio: molto probabilmente, Pizzata non sarebbe morto se non avesse avuto interesse a studiare da persona appassionata di sociologia quale era".
Inoltre, per Barnao, le finalità rieducative e di cambiamento personale vengono contrastate dal clima culturale di questa fase storica "caratterizzata da una crisi della democrazia e da una maggiore richiesta di ordine su base autoritaria. È il populismo penale del buttare via la chiave", cioè del sollecitare pene più dure e/o anche il "no" a ogni via d'uscita dal carcere; "è il giustizialismo in cui siamo profondamente immersi". "Aspetti culturali per cui le carceri italiane sono tra le peggiori nel contesto europeo", continua Barnao. Che poi si sofferma sull'ergastolo ostativo per dire che "è espressione incostituzionale e disumana di una cultura di cui facciamo fatica a liberarci". Un istituto del diritto italiano su cui la Corte europea dei diritti dell'uomo è intervenuta chiedendo una riforma dell'attuale assetto normativo che limiterebbe in eccesso le prospettive di rilascio delle persone detenute e la possibilità di riesaminare la pena. Su basi analoghe la decisione della Corte costituzionale, che parla di "incompatibilità con la Costituzione" e fissa una nuova udienza a maggio del 2022 "dando così al Parlamento un congruo tempo per affrontare la materia". Intanto, sullo sfondo restano le storie di sopravvivenza e i tentativi di rinascita, nonostante tutto.
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 29 giugno 2021
Per il Sinappe, "nessun bambino dovrebbe andare in carcere. Ma arrivano comunque: giusto, allora, accoglierli in maniera adeguata". Per la Fp-Cgil, "la Dozza è sovraffollata. Mancano gli spazi, la struttura è in sofferenza". Ancora bloccati i fondi ministeriali per per l'accoglienza in case protette
"Siamo convinti che nessun bambino dovrebbe varcare il cancello di un carcere per restarvi assieme a un adulto con un regolare provvedimento restrittivo, ma bisogna ammettere che in questi spazi c'è stata un'attenzione alla cura dei particolari che merita un plauso". Lo scrivono in una nota Antonio Fellone, Segretario nazionale Sinappe, Anna La Marca e Nicola d'Amore, vice segretari regionali dopo una visita alla Dozza per conoscere lo stato d'avanzamento dei lavori per la realizzazione del nido all'interno della sezione femminile. La nota è indirizzata alla direttrice Claudia Clementi: "Abbiamo notato come sia stato creato un ambiente 'casalingo' ma ricco di comfort e sicurezza per l'incolumità dei minori che saranno ospitati". Dall'uso dei colori ai vari accessori, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria mette l'accento sui dettagli: "La cucina comune è davvero molto funzionale e la stanza dei giochi è ricca di particolari: complimenti davvero, l'attesa è stata ampiamente ripagata".
"Non condividiamo posizioni ostative all'apertura del nido - sottolineano -. Lo ribadiamo, i bambini non dovrebbero mai entrare in carcere. Ma siamo convinti che, se il legislatore ha disciplinato la materia, la Polizia penitenziaria non può che eseguirla al meglio delle proprie potenzialità. Non sappiamo se e quando entrerà un minore a Bologna, ma porsi con pregiudizio dinanzi a un'esigenza organizzativa che riguarda un minore è mettere in risalto un analfabetismo e un inguardabile individualismo, che mette da parte ogni briciolo di coscienza".
Dubbi sull'apertura del nido nella sezione femminile sono stati espressi dalla Fp-Cgil: "Non siamo contrari, ma molto preoccupati - spiega Salvatore Bianco -. Gli spazi sono molto ristretti, il sovraffollamento è un problema costante, con l'apertura del nido gli spazi sono destinati a ridursi ulteriormente. A fronte di un sacrosanto adeguamento alle procedure necessarie, bisogno poi fare i conti con la realtà. La struttura è obsoleta, già in sofferenza.
Chiediamo che questa scelta venga approfondita perché possa funzionare davvero e non rimanere sulla carta. Diciamo no a prese di posizioni nobili ma astratte. Chiediamo, poi, che venga promosso un ragionamento più avanzato, verso la promozione delle case famiglia, per far sì che questi nuclei familiari possano godere di un regime più idoneo alle loro necessità e condizioni".
Nei giorni scorsi, Carla Garlatti, Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, in una nota al ministero della Giustizia e al ministero dell'Economia ha chiesto di sbloccare quanto prima i 4,5 milioni di euro per accogliere i genitori detenuti con bambini in case famiglia protette e in case alloggio. I due dicasteri, infatti, avrebbero dovuto adottare un decreto entro due mesi dall'entrata in vigore della legge 30 dicembre 2020, n. 178 (legge di bilancio 2021) - dunque entro febbraio 2021 - per poter utilizzare a tale scopo 1,5 milioni di euro per ogni annualità fino al 2023. "A oggi il provvedimento, necessario a finanziare la predisposizione di case famiglia protette, non risulta ancora approvato - denuncia Garlatti -. Occorre procedere alla sua adozione quanto prima, per evitare l'ingresso in strutture penitenziarie a bambini piccoli, che hanno diritto a non essere vittime dello stato di detenzione dei loro genitori".
expartibus.it, 29 giugno 2021
Il Ministero dei diritti umani yemenita denuncia che sono stati uccisi sotto tortura nelle carceri della milizia, mentre più di 1.450 tra rapiti e prigionieri sono stati torturati. Una statistica yemenita ha rivelato cifre scioccanti sul numero di persone morte a causa delle torture all'interno delle carceri della milizia Houthi, braccio armato dell'Iran nello Yemen. Il Ministero yemenita dei diritti umani ha riferito che più di 300 uomini rapiti dal gruppo sono stati uccisi sotto tortura nelle carceri della milizia Houthi, mentre più di 1.450 tra rapiti e prigionieri sono stati torturati.
Il Sottosegretario al Ministero dei Diritti Umani e membro del team governativo del Comitato sui prigionieri, i rapiti e gli scomparsi forzati, Majed Fadhil, ha confermato che più di 1.450 rapiti e prigionieri sono stati sottoposti a gravi torture fisiche e psicologiche nelle carceri di Houthi, e molti sono ancora sottoposti a vari tipi di tortura in queste carceri.
Il funzionario yemenita, in un tweet in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, che cade il 26 giugno, ha ricordato le vittime dei miliziani Houthi. In questo contesto, la Yemeni Coalition to Monitor Human Rights Violations, Rasd Coalition, ha rivelato di aver documentato più di 1.600 casi di rapiti che sono stati sottoposti a vari tipi di torture fisiche e psicologiche e trattamenti crudeli all'interno delle carceri della milizia golpista Houthi, durante i sei anni precedenti. In una statistica in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, il funzionario dell'Unità di monitoraggio e documentazione della Coalizione Rassd, Riyadh Al-Dabai, ha affermato che la Coalizione ha documentato 1.635 rapiti che sono stati sottoposti a vari tipi di torture all'interno delle carceri di Houthi durante i sei anni precedenti, tra cui 109 bambini, 33 donne e 78 anziani, distribuiti in 17 governatorati yemeniti.
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