di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2021
Cresce in Italia l'attività pro bono degli avvocati, vale a dire la consulenza e l'assistenza legale prestate volontariamente e gratuitamente a enti non profit e a persone in difficoltà. Lo dimostrano i dati dell'associazione Pro Bono Italia, costituita nel 2017 (ma le prime attività risalgono al 2014) per promuovere la cultura del pro bono e che oggi conta su 46 associati, tra avvocati e studi legali (erano 29 due anni fa), e su una rete di oltre 800 persone. E lo provano anche i risultati della ricerca Pro bono Index 2020 condotta da Trustlaw, il programma dedicato al pro bono legale della Thomson Reuters Foundation: nelle 18 law firm operative in Italia che hanno risposto al questionario, nel 2020 i professionisti hanno dedicato in media 21 ore all'attività pro bono, contro le 9 ore del 2016. Partiranno da questi dati le analisi che si faranno durante la quarta edizione dell'Italy pro bono day, che si svolgerà dopodomani, mercoledì 24 novembre, dalle 10 alle 18 a Milano (presso lo studio Latham & Watkins con accesso limitato) e in streaming.
Le ragioni del pro bono - Ma perché gli avvocati decidono di prestare la propria attività professionale gratuitamente a favore di chi è in difficoltà? Secondo il Pro bono Index 2020 di Trustlaw, la ragione principale è quella di sostenere la comunità, seguita da esigenze di formazione e di sviluppo delle competenze. E l'attività pro bono si rivela utile anche a fini di marketing e di staff retention. Non solo. "Stiamo raccogliendo in Italia le tendenze che vengono dall'estero - ragiona Giovanni Carotenuto, presidente dell'associazione Pro Bono Italia -: la sensibilità per il pro bono è stata portata dagli studi stranieri e dalle società clienti". Basti pensare, ad esempio, che il rispetto dei parametri Esg (environmental, social and governance), in cui sono incluse anche le attività pro bono, è entrato nei beauty contest per l'affidamento di servizi legali. Così, prosegue, "stanno cadendo le barriere culturali: ci si rende conto che i diritti garantiti dalla Costituzione, a partire dal patrocinio a spese dello Stato, non bastano più per assicurare ai più deboli l'accesso alla giustizia".
L'attività dell'associazione - Pro bono Italia ha esteso negli ultimi due anni il raggio dei suoi interventi, realizzati con le due "clearing house" istituite presso gli enti Cild e Csvnet. Nei fatti, le clearing house hanno il compito di "filtrare" le richieste di assistenza legale gratuita che ricevono e di inoltrarle alla rete di avvocati pro bono per la presa in carico.
Il servizio, disponibile in origine solo per associazioni ed enti non profit (che chiedono consulenze soprattutto su diritto delle associazioni, contrattualistica, privacy, diritto del lavoro, riforma del Terzo settore), accoglie dal febbraio 2020 anche le richieste dei singoli individui (che vertono perlopiù su diritto del lavoro, di famiglia e dell'immigrazione). E proprio l'apertura alle persone fisiche ha fatto impennare le domande: dalle 66 del 2019 si è passati alle 122 del 2020. Quest'anno sono state 158, di cui l'80% presentate da individui, ma solo 43 sono state inoltrate alla rete. "Tante richieste individuali - spiega Carotenuto - si fermano a un primo contatto e non vengono fornite le informazioni sulla situazione finanziaria, che peraltro non sono dirimenti: diamo assistenza pro bono anche a chi non rientra nella soglia fissata per il gratuito patrocinio ma presenta una richiesta meritevole".
Da giugno, poi, è online la piattaforma di Pro Bono Italia, attraverso la quale è possibile presentare e gestire le richieste di assistenza legale. E a gennaio 2022 debutterà la nuova clearing house dell'associazione: per sostenerla Pro Bono Italia ha lanciato una raccolta fondi e si affiderà inoltre all'aumento delle fee annuali versate dagli associati, che andranno dai 150 euro per i singoli avvocati ai 3.500 euro per le law firm globali con più di 50 legali in Italia (somme comunque sotto la media europea).
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2021
Cresce in Italia l'attività pro bono degli avvocati, vale a dire la consulenza e l'assistenza legale prestate volontariamente e gratuitamente a enti non profit e a persone in difficoltà. Lo dimostrano i dati dell'associazione Pro Bono Italia, costituita nel 2017 (ma le prime attività risalgono al 2014) per promuovere la cultura del pro bono e che oggi conta su 46 associati, tra avvocati e studi legali (erano 29 due anni fa), e su una rete di oltre 800 persone. E lo provano anche i risultati della ricerca Pro bono Index 2020 condotta da Trustlaw, il programma dedicato al pro bono legale della Thomson Reuters Foundation: nelle 18 law firm operative in Italia che hanno risposto al questionario, nel 2020 i professionisti hanno dedicato in media 21 ore all'attività pro bono, contro le 9 ore del 2016. Partiranno da questi dati le analisi che si faranno durante la quarta edizione dell'Italy pro bono day, che si svolgerà dopodomani, mercoledì 24 novembre, dalle 10 alle 18 a Milano (presso lo studio Latham & Watkins con accesso limitato) e in streaming.
Le ragioni del pro bono - Ma perché gli avvocati decidono di prestare la propria attività professionale gratuitamente a favore di chi è in difficoltà? Secondo il Pro bono Index 2020 di Trustlaw, la ragione principale è quella di sostenere la comunità, seguita da esigenze di formazione e di sviluppo delle competenze. E l'attività pro bono si rivela utile anche a fini di marketing e di staff retention. Non solo. "Stiamo raccogliendo in Italia le tendenze che vengono dall'estero - ragiona Giovanni Carotenuto, presidente dell'associazione Pro Bono Italia -: la sensibilità per il pro bono è stata portata dagli studi stranieri e dalle società clienti". Basti pensare, ad esempio, che il rispetto dei parametri Esg (environmental, social and governance), in cui sono incluse anche le attività pro bono, è entrato nei beauty contest per l'affidamento di servizi legali. Così, prosegue, "stanno cadendo le barriere culturali: ci si rende conto che i diritti garantiti dalla Costituzione, a partire dal patrocinio a spese dello Stato, non bastano più per assicurare ai più deboli l'accesso alla giustizia".
L'attività dell'associazione - Pro bono Italia ha esteso negli ultimi due anni il raggio dei suoi interventi, realizzati con le due "clearing house" istituite presso gli enti Cild e Csvnet. Nei fatti, le clearing house hanno il compito di "filtrare" le richieste di assistenza legale gratuita che ricevono e di inoltrarle alla rete di avvocati pro bono per la presa in carico.
Il servizio, disponibile in origine solo per associazioni ed enti non profit (che chiedono consulenze soprattutto su diritto delle associazioni, contrattualistica, privacy, diritto del lavoro, riforma del Terzo settore), accoglie dal febbraio 2020 anche le richieste dei singoli individui (che vertono perlopiù su diritto del lavoro, di famiglia e dell'immigrazione). E proprio l'apertura alle persone fisiche ha fatto impennare le domande: dalle 66 del 2019 si è passati alle 122 del 2020. Quest'anno sono state 158, di cui l'80% presentate da individui, ma solo 43 sono state inoltrate alla rete. "Tante richieste individuali - spiega Carotenuto - si fermano a un primo contatto e non vengono fornite le informazioni sulla situazione finanziaria, che peraltro non sono dirimenti: diamo assistenza pro bono anche a chi non rientra nella soglia fissata per il gratuito patrocinio ma presenta una richiesta meritevole".
Da giugno, poi, è online la piattaforma di Pro Bono Italia, attraverso la quale è possibile presentare e gestire le richieste di assistenza legale. E a gennaio 2022 debutterà la nuova clearing house dell'associazione: per sostenerla Pro Bono Italia ha lanciato una raccolta fondi e si affiderà inoltre all'aumento delle fee annuali versate dagli associati, che andranno dai 150 euro per i singoli avvocati ai 3.500 euro per le law firm globali con più di 50 legali in Italia (somme comunque sotto la media europea).
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 23 novembre 2021
Il presidente vicario del tribunale di Milano e componente dell'Osservatorio sulla violenza contro le donne: "L'incremento tra i 18-35 anni è figlio della cultura patriarcale. In classe una materia ad hoc". Troppi giovani uomini pronti a minacciare, picchiare, perseguitare, uccidere le donne che ritengono oggetto di loro proprietà, su cui poter esercitare una qualsiasi forma di possesso e supremazia.
Fabio Roia, presidente vicario del tribunale di Milano, e componente dell'Osservatorio sulla violenza contro le donne, è preoccupato. "Dalla nostra analisi - dice - viene fuori un notevole aumento dei casi nella fascia d'età tra i 18 e i 35 anni, con vittime donne ovviamente di età simile o ancora più giovani. E questo è un dato molto rilevante".
Uomini così giovani non dovrebbero essere condizionati da un simile retaggio culturale. Cosa ne deduce?
"Infatti. E dunque se, vista dal lato delle donne può essere incoraggiante perché ci fa pensare che ragazze più giovani siano pronte a dire no e a denunciare, dal punto di vista degli uomini vuol dire solo che all'interno della famiglia si continua a trasmettere una cultura patriarcale maschilista. Vuol dire che i figli della cultura del delitto d'onore continuano a lasciare dietro di sé un modello fondato sul predominio dell'uomo sulla donna. Non si riesce a sradicare questa mentalità. E se questi sono i nostri giovani adulti, significa che la nostra opera di prevenzione in famiglia e a scuola è fallimentare"
Cosa manca? E come si può davvero intervenire in modo efficace?
"La scuola, innanzitutto. Dobbiamo introdurre una vera materia. La chiamerei "rispetto della diversità di genere" per usare una formula che non spaventi le famiglie magari preoccupate dai possibili contenuti. Una materia che insegni a rispettare i coetanei di genere diverso, mettendoci dentro nozioni di psicologia, storia, il diritto pubblico delle altre nazioni, ma innanzitutto l'educazione. Ed è necessario che nelle scuole intervenga personale formato a dovere, un altro vulnus dell'intero sistema di prevenzione della violenza contro le donne".
Alcuni degli ultimi femminicidi sono stati commessi da uomini lasciati in libertà nonostante le denunce delle vittime. Cosa non ha funzionato?
"C'è un grande problema di assenza di professionalità tra magistrati e forze dell'ordine. I giudici che hanno esaminato queste situazioni non hanno ben valutato gli indici di rischio a carico di questi uomini. È necessario che chi si occupa di questa materia sia formato su scienze complementari, dalla psicologia all'esperienza quotidiana degli operatori dei centri antiviolenza, devono essere in grado di comprendere il ruolo della donna nel ciclo della violenza. Le leggi che abbiamo sono buone, ma non vengono applicate con competenza. Occorre fare un investimento di risorse sulla formazione. La magistratura ha una scopertura di organico del 13 per cento che non ci consente di specializzare i gip, i giudici che danno le misure cautelari".
Alcune ministre hanno suggerito di assegnare una scorta alle donne che denunciano. Lei è d'accordo?
"È una proposta che non condivido affatto, la considero di retroguardia. Dobbiamo essere in grado di proteggere le donne che denunciano senza limitare la loro libertà. Le donne stanno sei mesi chiuse nelle case rifugio in attesa che i giudici decidano eventuali misure cautelari nei confronti degli uomini che le minacciano. Ma non dobbiamo sradicarle dalle loro case e dal loro quotidiano, sono gli uomini che dobbiamo togliere dalla circolazione".
E come raggiungere l'obiettivo? Con la riforma delle norme che per ora prevedono solo l'arresto in flagranza?
"Questa è una proposta condivisa da tutta la commissione del Senato sui femminicidi. E compresa nella relazione che verrà sottoposta domani all'attenzione delle ministre Bonetti, Cartabia e Lamorgese, in occasione della presentazione delle conclusioni dell'inchiesta".
di Roxy Tomasicchio
Italia Oggi, 23 novembre 2021
A livello mondiale il cybercrime divora il 6% del Pil. Gli attacchi verso l'Europa erano l'11% due anni fa, oggi sono il 25% del totale. Nel primo semestre sono stati 1.053 quelli gravi, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2020. L'allarme lanciato dal rapporto Clusit 2021.
Si affina la tecnica dei pirati informatici: gli attacchi diventano mirati, per obiettivo e area geografica, e le tecniche diventano sempre più efficaci, tanto che crescono gli attacchi classificati come gravi. Trasformando le parole in cifre: nei primi sei mesi del 2021, il 25% degli attacchi mappati è stato diretto verso l'Europa (senza contare gli attacchi multipli); nel 2020 la quota era al 17% ed era all'11% nel 2019. Sono stati 1.053 gli attacchi gravi, cioè quelli con un impatto in diversi aspetti della società, della politica, dell'economia e della geopolitica.
È il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2020, con una media mensile pari a 170 attacchi, contro i 156 del 2020. Una crescita comunque sottostimata, se si considera che il campione comprende solo gli attacchi denunciati e resi noti. A delineare il quadro è la nuova edizione del rapporto Clusit 2021, presentata nel corso di Security Summit Streaming Edition, l'evento di riferimento per la cybersecurity in Italia organizzato da Clusit, Associazione italiana per la sicurezza informatica, con Astrea, agenzia specializzata nell'organizzazione di eventi nell'ambito della sicurezza informatica. Siamo, secondo gli esperti dell'associazione, in una emergenza globale: le perdite stimate per le falle della cybersecurity sono pari a 6 trilioni di dollari per il 2021 e incidono ormai per una percentuale significativa del Gdp mondiale (oltre il 6%), con un tasso di peggioramento annuale a 2 cifre e un valore pari a 3 volte il Pil italiano.
Cosa sta succedendo, in particolare in Italia ed Europa? Forse i criminali hanno scoperto che è più redditizio attaccare qui rispetto ad altre zone del mondo? "Io non credo", spiega Gabriele Faggioli, presidente Clusit, "penso che in realtà i dati derivino da altri elementi e in particolare dalla spinta delle normative che hanno costretto chi subisce attacchi che comportano violazioni dei dati a segnalarlo, quando dovuto per legge, non solo alle Autorità ma anche agli interessati oggetto della violazione. Queste comunicazioni agli interessati unitamente al fatto che sempre più spesso i criminali rendono noti gli attacchi soprattutto ransomware fa sì che sia sempre più difficile nascondere i fatti che accadono.
Nel frattempo", aggiunge, "abbiamo una grandissima occasione: il Pnrr e i fondi che saranno riversati in innovazione digitale nei prossimi anni. Al di là del capitolo di spesa specifico, si deve pensare a tutto il resto. Non esiste innovazione senza sicurezza". Gli ha fatto eco Andrea Zapparoli Manzoni, co-autore del rapporto Clusit e membro del comitato direttivo Clusit: "Da anni siamo di fronte a problematiche che per natura, gravità e dimensione travalicano costantemente i confini dell'Ict e della stessa cybersecurity. Auspichiamo che il Pnrr, che complessivamente alloca circa 45 miliardi di euro per la transizione digitale, possa rappresentare per l'Italia l'occasione di mettersi al passo e colmare le proprie lacune anche in ambito cyber".
I dati. Sono cresciuti del 21% gli attacchi gravi compiuti per finalità di cybercrime, ossia per estorcere denaro alle vittime, e oggi rappresentano l'88% del totale. Mentre sono aumentati del 18% gli attacchi riferibili alla cosiddetta "guerra delle informazioni", la information warfare. Calano, invece, quelli classificati come attività di cyber espionage, spionaggio cibernetico, (-36,7%), dopo il picco straordinario del 2020 dovuto principalmente allo spionaggio relativo allo sviluppo di vaccini e cure per il Covid-19.
Nel rapporto si misura la cosiddetta "severity" degli attacchi, cioè la gravità secondo quattro categorie. Le variabili sono molteplici e includono l'impatto geopolitico, sociale, economico (diretto e indiretto) e di immagine. Nel primo semestre 2021 gli attacchi gravi con effetti "molto importanti" e "critici" sono il 74% del totale (erano il 49% nel 2020). Il 22% degli attacchi analizzati sono di impatto significativo, quelli con impatto basso solo il 4%.
In merito agli obiettivi, in termini assoluti, rispetto al secondo semestre 2020, da gennaio a giugno 2021 si osserva l'incremento più elevato degli attacchi gravi nelle categorie: trasporti e stoccaggio (transportation / storage, +108,7%), servizi professionali, scientifici e tecnici (professional, scientific, technical, +85,2%) e informazione e multimedia (news & multimedia, +65,2%), seguite da commercio all'ingrosso e dettaglio (wholesale / retail, +61,3%) e produzione manifatturiera (manufacturing, +46,9%). Aumentano anche gli attacchi verso le categorie energia e servizi pubblici (energy / utilities, +46,2%), settore pubblico (government, +39,2%), arti e intrattenimento (arts / entertainment, +36,8%) e sanità (healthcare, +18,8%)
La categoria dei bersagli multipli, i multiple targets (si tratta di attacchi gravi compiuti in parallelo dallo stesso gruppo di attaccanti contro numerose organizzazioni appartenenti a categorie differenti), registra invece una diminuzione del 23,4% rispetto al secondo semestre 2020. Siamo di fronte a un cambio di strategia da parte degli attaccanti rispetto allo scorso anno: secondo gli esperti Clusit l'aumento di attacchi gravi mirati verso singoli bersagli rappresenta un importante campanello di allarme, in particolare perché caratterizzati da tecniche di tipo ransomware con l'aggravante della "double extortion", la doppia estorsione, cioè della minaccia di diffondere i dati rubati alle vittime qualora non paghino il riscatto.
In termini percentuali la categoria government rappresenta il 16% del totale e si conferma al primo posto, come nel precedente semestre. Al secondo posto, ancora la sanità, con il 13% degli attacchi totali, e al terzo i multiple targets, che in questo semestre rappresentano il 12% delle vittime.
Sotto l'aspetto delle tecniche di attacco, secondo gli esperti Clusit, gli attaccanti possono ancora fare affidamento sull'efficacia del malware, prodotto industrialmente a costi decrescenti, e sullo sfruttamento di vulnerabilità note, per colpire più della metà dei loro obiettivi, ovvero il 59% dei casi analizzati.
Il malware, quindi, è la categoria che nei primi sei mesi di quest'anno mostra numeri assoluti maggiori: rappresenta infatti il 43% del totale, in crescita del 10,5%. Le tecniche sconosciute sono al secondo posto, in aumento del 13,9% rispetto al secondo semestre 2020, superando la categoria "vulnerabilità note", che è per altro in preoccupante crescita (+41,4%). Il 22% di attacchi realizzati con "tecniche sconosciute" (che crescono del 13,9%) è dovuto al fatto che un quinto degli attacchi diventano di dominio pubblico a seguito di un data breach: in questo caso, le normative impongono una notifica agli interessati, ma non di fornire una descrizione precisa delle modalità dell'attacco.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 23 novembre 2021
I dati della Direzione anticrimine della polizia. Già 109 femminicidi, aumento dell'otto per cento rispetto al 2020. Ma cresce il numero delle vittime che denunciano abusi e vessazioni.
È uno stillicidio che sembra non avere fine. Ogni giorno, in Italia, 89 donne sono vittime di reati di genere. Commessi soprattutto da mariti e compagni, nel 34 per cento dei casi; oppure dagli ex, è il 28 per cento delle aggressioni. Donne vittime di atti persecutori e abusi di ogni tipo: psicologici, fisici, sessuali. Fino al femminicidio.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2021
Il diniego del Gip non è impugnabile per cassazione senza l'assistenza tecnica di un difensore abilitato. È inammissibile il ricorso presentato personalmente dal detenuto contro il diniego del Gip all'autorizzazione a colloqui telefonici col figlio anche lui recluso in altro carcere.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 42665/2021, rilevata l'inammissibile presentazione del ricorso "personale" in Cassazione respinge comunque come inammissibili le doglianze del ricorrente che faceva rilevare l'illegittimità della negata possibilità di telefonare al figlio detenuto in un altro istituto di pena, in quanto non era stato adottato nei loro confronti alcun divieto di scambi epistolari o di incontro tra i due familiari. Lamentava il ricorrente l'emergere di un danno per i rapporti affettivi tra padre e figlio. La Corte "costretta" comunque a far rilevare l'inammissibilità del ricorso presentato senza l'assistenza tecnica di un difensore cassazionista precisa in risposta alle lamentele del ricorrente che esse sono state poste ai giudici di legittimità di maniera del tutto generica.
Infine la Cassazione precisa che non vi è alcun dubbio di legittimità costituzionale sulla modifica apportata dalla legge 103/2017 all'articolo 613 del Codice di procedura penale dove dal comma 1 della norma codicistica è stata espunta la frase "Salvo che la parte non vi provveda personalmente". Cioè, conferma la Corte, rientra nella piena discrezionalità del Legislatore riservare ai difensori abilitati la sottoscrizione dell'atto introduttivo del giudizio per cassazione.
La Sicilia, 23 novembre 2021
Angelo Minnì, 63 anni, è deceduto il 16 ottobre scorso dopo un mese di coma a seguito di una caduta dal letto a castello nella cella del Casa circondariale calatina. La famiglia ha presentato denuncia. La Procura di Caltagirone ha aperto un fascicolo per la morte di un detenuto, Angelo Minnì, 63 anni, avvenuta il 16 ottobre scorso dopo un mese di coma a seguito di una caduta dal letto a castello nella cella del carcere di Caltagirone in cui l'uomo era ristretto. La famiglia, assistita dall'avvocato Vincenzo Franzone, secondo la denuncia presentata dalla figlia Jessica, sarebbe stata informata con ritardo della caduta.
Nella telefonata di comunicazione alla famiglia, gli operatori penitenziari avrebbero minimizzato l'accaduto, non comunicando la gravità delle condizioni del Minnì. I familiari pensano che il congiunto potrebbe essere stato ucciso in cella così come è stato ucciso, sempre nello stesso carcere, un altro detenuto, Angelo Calcagno, lo scorso 3 gennaio.
All'inizio la morte di Calcagno era sembrata per cause naturali ma gli accertamenti medico legali hanno stabilito che è stato strangolato da un compagno di cella. Minnì, trasportato prima all'ospedale di Caltagirone e poi con l'elisoccorso al Cannizzaro di Catania, nei giorni successivi, è stato sottoposto ad un delicato intervento che ha provato ad arginare l'emorragia cerebrale riportata per la caduta dalla branda. Da quell'intervento Angelo Minnì non si è più risvegliato entrando in coma irreversibile, fino alla morte.
di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril
Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2021
La direttiva 2016/343/Ue vieta di presentare in pubblico l'imputato come colpevole ed esiste un ormai risalente indirizzo della Corte europea che impone alle autorità pubbliche, nell'informare, di non lasciar trasparire un giudizio di colpevolezza prima dell'accertamento definitivo.
In questo contesto il decreto legislativo nazionale, in ritardo di quasi cinque anni, ha evitato al Paese una altrimenti certa procedura di infrazione. Processo e informazione, si sa, sono sposi litigiosi Gli interessi non di rado sono in conflitto: da un lato la libertà di manifestazione del pensiero; dall'altro reputazione, riservatezza, dignità, equo processo, presunzione di non colpevolezza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 novembre 2021
La relazione di Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, dopo una visita al reparto in cui sono tenuti i detenuti con problemi psichiatrici descrive una situazione di degrado incredibile. Chi viene tenuto al buio in cella, chi non riesce a scaricare le feci da quattro giorni a causa della turca guasta, in un'altra cella c'è un giovane ragazzo che fa fatica ad articolare i suoni perché imbottito di psicofarmaci. Un ragazzo di 25 anni chiede aiuto in lacrime, perché non sa per quale motivo fosse recluso. Poi si è appurato che era in attesa che si liberasse un posto nella residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).
Scene da terzo mondo, ma siamo in Italia. Precisamente la sezione del carcere di Torino che funge da articolazione psichiatrica. A descrivere questo inferno è Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, dopo che ha appena visitato la sezione della casa circondariale Lorusso e Cutugno in cui sono tenuti i detenuti con problemi psichiatrici.
"Al Sestante - ha scritto Marietti - si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L'intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio".
Oltre alla condizione della struttura, la situazione drammatica è quella del trattamento dei detenuti: "Qualcuno si è avvicinato alle sbarre al nostro passaggio - ha denunciato la coordinatrice di Antigone - Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. Un altro uomo era al buio. Si è sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po' di luce. Il poliziotto che era con me, un po' imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l'interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all'alba del giorno dopo".
Un inferno, in realtà, già denunciato da tempo. Ma tutto è rimasto come prima. La prima segnalazione alle autorità competenti è giunta tramite la raccomandazione del Garante nazionale delle persone private della libertà formulata il 29 novembre 2016. Ma nulla da fare. Arriva l'ennesima segnalazione nel 2017, questa volta da parte di Emilia Rossi, componente del collegio del garante nazionale. Ha effettuato una visita al reparto psichiatrico del carcere torinese assieme a Bruno Mellano, Garante Regionale del Piemonte, e della Garante del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo. Durante la visita, la delegazione guidata da Emilia Rossi, ha riscontrato nel Reparto Osservazione che le camere si presentano in condizioni strutturali e igieniche molto scadenti, sporcizia diffusa, prive di doccia e servizi igienici a vista.
Il reparto Il Sestante viene Istituito dalla Asl To 2 Nord, attraverso il Dipartimento sanitario mentale "Giulio Maccacaro", collocato nel padiglione A. E' suddiviso in due articolazioni: la Sezione VII che ospita il reparto osservazione, a cui sono destinate persone sottoposte ad osservazione ex art. 112 o pazienti provenienti anche da altri istituti e persone in fase acuta o sub - acuta che richiedono assistenza temporanea non terapica, e la Sezione VIII in cui è stato costituito il reparto trattamentale, destinato ad accogliere persone sofferenti di patologia psichica accertata, anche provenienti dalla settima sezione, ed ove si realizzano percorsi di adattamento alla detenzione ordinaria.
Ma nonostante la segnalazione da parte del Garante Nazionale fatta nel 2018, la situazione è rimasta invariata, se non peggiorata visto la descrizione infernale da parte dell'associazione Antigone che vi ha fatto visita di recente. Ma tale sezione è salita recentemente agli onori della cronaca grazie al rapporto di Antigone stesso. La vicenda viene narrata da un familiare che si rivolge all'avvocato Elia De Caro, il Difensore Civico di Antigone. Un caso riportato da Il Dubbio. Un ragazzo avrebbe tentato il suicidio, per questo sarebbe stato trasferito in una cella liscia, denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. Per quest'ultimo motivo, si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del wc. La sua situazione peggiora, si agita, e la prassi sarebbe stata quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedarlo. Parliamo di M., un detenuto di 24 anni che espiava la pena presso il famigerato Il Sestante della Casa Circondariale di Torino.
Nel 2019, sempre nella medesima sezione, è avvenuto un suicidio. Si chiamava Roberto Del Gaudio e doveva essere controllato a vista. È rimasto fermo immobile, con il cappio intorno al collo e appeso sull'angolo di una finestra aperta dodici interminabili minuti, prima che nella cella entri un primo agente della polizia penitenziaria e si renda conto di che cosa è accaduto mentre chi doveva sorvegliare era distratto altrove. La procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre agenti che erano in servizio quella sera nella settima sezione del reparto psichiatrico Sestante. Sempre la stessa sezione degli orrori.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 23 novembre 2021
Petralia: il carcere Lorusso e Cutugno sotto osservazione speciale, insieme a Sollicciano. La struttura era già stata ispezionata nel 2019 dopo le denunce per abusi degli agenti. La premessa è una notizia: il reparto psichiatrico del carcere di Torino Lorusso e Cutugno, soprannominato "Sestante" al centro di denunce, inchieste giudiziarie, visite qualificate e ispezioni dall'esito tremebondo, sarà ricostruito da cima a fondo.
Con un cantiere che durerà mesi e con gli attuali 16 detenuti che verranno alloggiati altrove - molto probabilmente all'interno di Rems (residenze sanitarie assistite) - fino al termine dell'opera di riqualificazione. Lo ha annunciato a La Stampa il capo del Dap Bernardo Petralia all'indomani dell'approfondimento giornalistico che ne sollevava le condizioni inumane e degradanti: "Oggi (ieri, ndr) è stato sottoscritto il contratto con la ditta aggiudicataria dell'appalto", dice il capo dell'amministrazione penitenziaria.
"È un'opera su cui abbiamo lavorato fin dall'inizio del nostro insediamento e che oggi realizziamo conoscendo benissimo la situazione in cui versa la sezione del penitenziario in questione". Petralia non va per il sottile: "Al momento, il carcere di Torino e quello di Firenze (Sollicciano, ndr) sono i primi due osservati speciali e particolarissimi del Dap".
Prova ne è che "entro dicembre o io personalmente o il mio vice e il direttore generale del dipartimento faremo un'ispezione a Torino". L'attenzione verso il Lorusso e Cutugno del capo del Dap è provata dal fatto che qui, nel carcere al centro di complesse e inquietanti (negli esiti supposti dall'accusa) inchieste giudiziarie, fece la prima visita dopo la nomina del 2019. Era il tempo in cui divenne pubblica l'inchiesta su una serie di presunte torture a carico dei detenuti che a breve arriverà in aula. Botte, umiliazioni, pestaggi che hanno portato la magistratura a chiedere il rinvio a giudizio di più di 20 tra agenti e ispettori.
Tra questi - per favoreggiamento - figurano indagati l'ex direttore dell'istituto Domenico Minervini e l'allora comandante della penitenziaria della struttura Giovanni Battista Alberotanza. Petralia li sospese immediatamente, nominando una reggente (Rosalia Marino) che adesso ha i giorni contati. Già perché nella "particolarissima osservazione" che il Dap riserva al carcere di Torino è maturata nei giorni scorsi la chiusura dell'istruttoria del bando per il nuovo responsabile del penitenziario: "A ore il nome sarà ufficiale" assicura Petralia. Che ha anche chiesto alla provveditrice regionale Rita Russo di avocare a sé "tutte le dinamiche e le scelte in materia sanitaria sulle carceri piemontesi chiaramente in un'ottica torinocentrica".
Che cosa non funziona? "La gestione amministrativa di questo settore non è stata soddisfacente. Soprattutto nelle interlocuzioni con le Asl e la sanità penitenziaria. Accentrando si lavorerà meglio" assicura Petralia. Sulle condizioni "inumane e degradanti" del Sestante è tornato ieri il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Un attacco frontale "all'inerzia finora riscontrata nonostante i numerosi solleciti rispetto al tema della dignità di chi ha bisogno di cura".
Anche perché l'ultima visita al Sestante di Torino "datata giugno aveva confermato le condizioni immutate in una considerevole parte del Reparto". Ieri anche il Parlamento è intervenuto sulle vergognose condizioni in cui i detenuti psichiatrici sono ristretti. Con due interrogazioni, una del deputato del gruppo Liberi e uguali, Federico Fornaro e un'altra della senatrice Anna Rossomando, responsabile Giustizia del Pd. Chiedono alla ministra Cartabia "se non ritenga necessario e urgente, accertare la situazione esistente nella sezione e quali conseguenti provvedimenti intenda assumere in merito".
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