di Paolo Nencioni
Il Tirreno, 23 novembre 2021
Doveva rimanere in carcere solo una settimana per un furto ai danni di parenti ma la detenzione si è trasformata in un calvario. Presto il processo agli aguzzini. È finito in carcere per un furto compiuto ai danni di alcuni parenti e alla Dogaia ha trovato l'inferno. Doveva rimanere in cella non più di una settimana un giovane detenuto pratese, giusto il tempo di accedere alla misura dell'affidamento in prova, ma quella settimana gli è stata fatale e non potrà più cancellarla dalla mente, perché lo hanno messo in cella con altri due detenuti che ora sono accusati di averlo violentato e torturato per giorni.
Questa terribile storia è stata rievocata venerdì 19 novembre in Tribunale, nell'aula del giudice per le indagini preliminari, dove era fissato l'incidente probatorio per cristallizzare il racconto della parte lesa, assistita dall'avvocato Olivia Nati. Il giovane, ora fuori dal carcere, è stato chiamato a rinnovare le accuse che aveva già verbalizzato con gli agenti della polizia penitenziaria dopo la sua disavventura. E ha confermato quanto detto all'epoca dei fatti.
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il detenuto alcuni mesi fa è stato rinchiuso nella casa circondariale della Dogaia. Doveva scontare una condanna definitiva a un anno e quattro mesi di carcere essendo stato riconosciuto responsabile di un furto ai danni di alcuni parenti. Ma il passaggio in carcere doveva essere una semplice formalità, perché c'era già l'accordo per l'affidamento in prova ai servizi sociali. Essendogli però stata contestata un'aggravante, era necessario che prima dell'affidamento dovesse passare qualche giorno in carcere.
E lì, secondo il suo racconto, è iniziato il calvario. I suoi compagni di cella, due detenuti italiani, lo hanno preso di mira con continue vessazioni, schiaffi, calci, bastonate. Ma questo era ancora niente in confronto a quanto sarebbe accaduto subito dopo. In un'occasione, ha detto il giovane ex detenuto, i due gli avrebbero messo in testa una pentola ancora bollente dopo averla passata sul fornellino. E alla fine lo hanno violentato.
Per questo ora i due detenuti sono chiamati a rispondere di tortura, un reato di cui raramente si discute nei tribunali italiani nel terzo millennio, e violenza sessuale di gruppo, un reato che è punito con una pena da 8 a 14 anni di reclusione.
Al culmine delle sevizie il giovane detenuto ha trovato la forza di denunciare quanto gli era successo agli agenti di polizia penitenziaria, che lo hanno messo in un'altra cella e hanno avviato le procedure per trasferire in un altro carcere i due detenuti accusati dal primo. Poi finalmente il giovane detenuto è potuto uscire dal carcere e ora sta cercando di lasciarsi alle spalle quanto gli è accaduto. Il suo racconto messo nero su bianco nel corso dell'incidente probatorio davanti al pubblico ministero Valentina Cosci potrà essere usato come prova nel processo che presto verrà disposto nei confronti dei suoi aguzzini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 novembre 2021
Fin dal novembre 2016 il Garante nazionale ha messo a conoscenza del ministero della Giustizia la situazione del Sestante chiedendo di intervenire. La sezione psichiatrica degli orrori Il Sestante del carcere di Torino è stata, come ribadito nella stessa pagina de Il Dubbio, già messa a conoscenza del ministero della Giustizia fin dal novembre 2016 dal Garante nazionale delle persone private della libertà. A distanza di sei mesi, la componente del Collegio del Garante Emilia Rossi, ha effettuato una visita per vedere se le raccomandazioni hanno dato i loro frutti. Ma nulla da fare.
A quel punto, con l'ennesima raccomandazione alle autorità del maggio 2017, il Garante Nazionale ha scritto senza mezzi termini: "La loro ristrutturazione e il ripristino di condizioni di manutenzione che assicurino almeno l'igiene e il decoro si rendono improcrastinabili". Pertanto, Il Garante ha raccomandato alle autorità di provvedere con urgenza ai lavori di ristrutturazione delle stanze di pernottamento prevedendo, oltre al resto, l'eliminazione dei servizi igienici a vista; predisporre, nell'immediato, interventi di risanamento di tutti gli ambienti che mettano fine alle costanti infiltrazioni d'acqua nel soffitto e sulle pareti e alla diffusione della muffa; provvedere alla costante manutenzione delle stanze di pernottamento e al quotidiano mantenimento della pulizia e dell'igiene al loro interno, anche a prescindere dalla collaborazione dell'ospite; provvedere immediatamente alla sostituzione dei materassi scaduti o in condizioni di cattiva manutenzione.
Nella medesima raccomandazione di quattro anni fa, il Garante ha evidenziato con serio disappunto la constatazione che a distanza di oltre sei mesi dalla precedente segnalazione e malgrado l'attivazione del Dipartimento e della Direzione Generale detenuti e trattamento, la situazione sia rimasta invariata e sia stata riscontrata la mancanza di lenzuola in 4 delle 16 stanze occupate. Per tale ragione, il Garante nazionale ha ribadito la raccomandazione formulata con rapporto 29 novembre 2016 e, conseguentemente ha raccomandato che nel caso considerato e in tutti gli altri simili nel territorio nazionale, l'Amministrazione penitenziaria provveda a fornire gli Istituti di lenzuola, reperibili in commercio, di materiale idoneo a evitare un uso autolesivo e che nessuna persona detenuta venga tenuta, soprattutto per periodi prolungati, sistemata nella propria camera con il solo materasso e coperta. Siamo quasi nel 2022 e al Sestante nulla e cambiato, visto la descrizione dopo la recente visita effettuata da Susanna Marietti di Antigone.
met.provincia.fi.it, 23 novembre 2021
Oggi, martedì 23 novembre a partire dalle 10, presso l'Auditorium Spadolini di palazzo del Pegaso, presentazione della ricerca realizzata dalla Fondazione Giovanni Michelucci in collaborazione con il Garante regionale Giuseppe Fanfani. C'è una proposta di legge della Regione Toscana, depositata in Senato, per dare riconoscimento normativo all'affettività e alla sessualità in carcere. Una ricerca della Fondazione Michelucci, intitolata 'La dimensione affettiva delle persone in detenzione', si interroga sulle effettive potenzialità del sistema penitenziario regionale di dare concreta attuazione al dispositivo di legge una volta approvato.
La ricerca, voluta dal Garante per i diritti dei detenuti, Giuseppe Fanfani, sarà presentata domani, martedì 23 novembre 2021, alle ore 10, nell'Auditorium Spadolini in Palazzo del Pegaso, via Cavour 4 a Firenze. Ai saluti istituzionali di Antonio Mazzeo, presidente dell'Assemblea legislativa, seguiranno quelli di Serena Spinelli, assessore regionale al Welfare, Pierpaolo D'Andria, provveditore dell'amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, Silvia Botti, presidente della fondazione Giovanni Michelucci.
Si entrerà poi nel cuore della ricerca, con un'analisi puntuale degli spazi per l'affettività in carcere. Sarà Saverio Migliori ad introdurre e coordinare i lavori, che si articoleranno sulle relazioni di Chiara Babetto (L'affettività in carcere e la proposta di legge toscana), Serena Franchi (Genere e carcere), Massimo Colombo (Gli spazi per l'affettività: dalle esperienze internazionali allo scenario locale), seguite dagli interventi programmati di Stefano Anastasia, Marcello Bortolato, Sofia Ciuffoletti, Franco Corleone, Patrizia Meringolo, Katia Poneti, Grazia Zuffa. Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Fanfani. L'incontro, aperto al pubblico con prenotazione obbligatoria per la partecipazione in presenza, sarà' trasmesso anche in diretta streaming sulla Pagina Facebook CRToscana e sul Canale YouTube Consiglio regionale della Toscana.
di Giuseppe Pietrobelli
Il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2021
Verificherà se la gestione dell'emergenza ha violato i diritti umani. La delegazione incontrerà non solo autorità ed enti locali, regionali e nazionali, ma anche chi "ha vissuto e vive sulla propria pelle la sfida di abitare in un territorio che è teatro di uno dei più gravi casi di inquinamento a livello internazionale".
È in arrivo in Veneto una missione delle Nazioni Unite per verificare se la gestione dell'emergenza Pfas abbia costituito una violazione dei diritti umani. Da anni tre province (Vicenza, Verona e Padova) devono fare i conti con il gravissimo inquinamento della falda che scorre sotto la superficie del Veneto e, conseguentemente, con l'adulterazione degli acquedotti. La colpa è stata individuata nello sversamento di sostanze industriale costituite da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) che si attaccano alle cellule dell'organismo creando gravi danni alla salute. A causa di questo inquinamento è in corso a Vicenza un processo che vede sul banco degli imputati i proprietari della Miteni di Trissino, l'azienda che viene indicata come la causa principale del fenomeno. Adesso però la vicenda si apre a una dimensione internazionale.
"Noi madri non siamo armate, non facciamo la guerra. Ma il nostro istinto è l'arma più potente che esista, un'arma che è strumento di cambiamento, che crea e ricostruisce, questo è quanto desideriamo ogni giorno e vogliamo insegnare ai nostri figli". Così dichiara una delle mamme No Pfas, Michela Piccoli, animatrice del movimento nato spontaneamente e impegnato a chiedere più salute e maggiore informazione, commentando la notizia della missione Onu che dal 30 novembre al 4 dicembre sarà operativa in Veneto. L'appello di genitori e cittadini, sottoscritto a settembre e riassunto in una lettera di denuncia, è stato raccolto. Sarà una missione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a verificare la situazione che si è creata in Veneto. "Quello che è successo nel nostro territorio è certamente un crimine ambientale, ma quali sono gli effetti sulla popolazione di un disastro di tale portata? Siamo certi che siano stati rispettati i diritti delle centinaia di migliaia di cittadini che vivono in quest'area? Soprattutto il diritto all'informazione, alla salute, al rimedio effettivo?". È quello che si chiedono le Mamme No Pfas, citando gli articoli della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo in materia di salute e informazione. Non è un caso che vi sia un riferimento alla trasparenza dei dati, vista la fatica con cui hanno ottenuto dalla Regione Veneto (con ricorso al Tar) i risultati delle analisi riguardanti la presenza dei Pfas negli alimenti e nelle coltivazioni.
Le Mamme No Pfas citano anche lo spostamento della produzione del C6O4 (un nuovo composto chimico che ha sostituito il Pfoa) alla Solvay di Spinetta Marengo e degli impianti della Miteni in India. "Chiediamo un processo-indagine e l'attenzione internazionale. Il crimine ambientale è un crimine sociale e la violenza multispecie e multiverso di questo crimine non deve essere trascurata. Questa è la nostra tesi. Cambiando l'approccio cambia il mondo" concludono citando la lettera all'Onu scritta da Alberto Peruffo, di Pfas.land, e inviata all'Alto commissario delle Nazioni Unite Marcos Orellanus, su invito di Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia.
La missione incontrerà non solo autorità ed enti locali, regionali e nazionali, ma anche chi "ha vissuto e vive sulla propria pelle la sfida di abitare in un territorio che è teatro di uno dei più gravi casi di inquinamento a livello internazionale". Cristina Guarda, consigliere regionale di Europa Verde, che vive in una delle zone più contaminate nel Vicentino, ha dichiarato: "È significativo come le mamme No Pfas e Pfas.land si siano dovuti rivolgere all'Onu per esigere quelle risposte che non sono giunte dalle istituzioni. La notizia dona speranza ai cittadini e scuote anche il mondo politico". Di fronte all'illusione che la situazione sia risolta, Cristina Guarda osserva: "Non lo è affatto. Mi riferisco al diritto alla salute dei cittadini che vivono nelle aree inquinate, anche quelle finora escluse da controlli ad hoc come le Zone Arancioni. Non da meno è poi il diritto all'informazione. Non dimentichiamo che ancora oggi molti cittadini non hanno accesso allo screening per conoscere il livello di Pfas presente nel proprio corpo".
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 23 novembre 2021
Sofia, una ragazza italiana raccontava come è entrata in corrispondenza con Mike, un condannato del braccio della morte in America. Si scrivono lettere, sebbene non si conoscano. Ma dalla corrispondenza nasce una amicizia commovente. I due prima sono impacciati, trovandosi così diversi, così lontani, con un destino che va in direzioni opposte.
Ogni critica dovrebbe essere accompagnata da una proposta. Hai individuato il male? allora, subito, cosa proponi come rimedio? È troppo facile criticare a fondo perduto. Tutti vogliamo la libertà, un mondo felice, dove la gente non muore, dove i bambini sono sereni, dove le cose funzionano perfettamente. Ma se il presente non ti soddisfa, dimmi, come lo cambieresti?
Ecco, io vorrei che chi rifiuta i vaccini, mi dicesse con voce serena che cosa proporrebbe di fronte a una malattia così invasiva che sta portando morte e disastri in tutto il mondo. Se mi risponde che il virus non esiste, mi verrà da abbracciare lo struzzo che mi trovo davanti, per dirgli in un orecchio che, sebbene nasconda con ostinazione la testa sotto terra, il suo corpo rimane esposto a tutti gli attacchi. Gli direi che faccia attenzione e cacci fuori la testa per guardare in faccia a una realtà che è più semplice e profonda di quanto pensi.
La mattina mentre mi vesto e faccio colazione ascolto la radio. Da Radio 3 mi arrivano le voci di Prima pagina, utilissime per capire l'aria che tira. Di solito, poi, mi metto a scrivere e quindi chiudo. Ma stamattina ho proseguito di poco l'ascolto: Sofia, una ragazza italiana raccontava come è entrata in corrispondenza con Mike, un condannato del braccio della morte in America. Si scrivono lettere, sebbene non si conoscano. Ma dalla corrispondenza nasce una amicizia commovente. I due prima sono impacciati, trovandosi così diversi, così lontani, con un destino che va in direzioni opposte. Eppure piano piano le loro voci si fanno fiduciose, i loro discorsi confidenti, le loro parole affettuose. Ecco che lui parla della malattia che incombe, ma senza paura, con il coraggio di chi sa che la morte lo aspetta dietro la porta.
Lei pure gli parla della malattia, ma con la voce serena di una persona saggia e razionale che è capace di provare empatia e comprensione per chi soffre. Si rimane stupiti dalle meraviglie che possono compiere la curiosità e l'amicizia. Sentimenti poco coltivati in questo momento di sospetti e odi insensati. Sofia e Mark ci insegnano come potrebbe essere usato il social, che permette conoscenze lontane, complicità, affiatamento, ricerca intelligente dell'altro. Due voci che, con semplicità e umanità, riescono a superare gli oceani e le pandemie, invitandoci a creare reti di intesa.
di Angelo Agrippa
Corriere del Mezzogiorno, 23 novembre 2021
L'ex vice direttore di Poggioreale ucciso per vendetta e l'ultima intervista al boss Nco. Si chiama "La vendetta del boss - l'omicidio di Giuseppe Salvia" (Guida editori) e racconta, con un contributo documentale assolutamente rilevante, la storia dell'ex vice direttore del carcere di Poggioreale che fu ammazzato, su ordine di Raffaele Cutolo, il 14 aprile del 1981: due settimane prima del sequestro dell'allora assessore regionale dc Ciro Cirillo.
Forse questa premessa che connette temporalmente i due avvenimenti spiega già in parte perché l'omicidio di Salvia sia rimasto sepolto così a lungo nella memoria collettiva e istituzionale. Il libro scritto da Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant'Egidio ed egli stesso volontario nel carcere di Poggioreale, è frutto di oltre cinque anni di ricerche affrontate con instancabile impegno nei polverosi archivi ministeriali, in quelli fuligginosi e abbandonati dell'istituto di pena napoletano, e di implacabile caccia a persone e testimoni che hanno vissuto gli anni bui e insanguinati degli anni '70 e '80 del secolo scorso, in quello stesso mondo dove il trentottenne Salvia si aggirava con mitezza, ma soprattutto nel pieno rispetto delle regole, e per questo fu eliminato. Tanti di quei testimoni ancora oggi si sono rifiutati di raccontare ciò che sanno e hanno custodito in tutto questo tempo (vogliamo sperare per l'impossibilità di liberarsi dagli artigli della colpa affondati nella carne delle loro coscienze) come racconta l'autore in alcune memorabili pagine.
Le ricerche di Mattone - Ma tutto è ripartito una decina di anni fa, quando Mattone - che con la Comunità di Sant'Egidio organizza ogni anno il pranzo di Natale a Poggioreale - riceve la telefonata di uno dei due figli di Salvia, il quale gli chiede di partecipare al pranzo con i detenuti assieme alla mamma, la vedova dell'ex vice direttore. Ed è da quel momento che il racconto si trasforma in Storia, cresce fino a diventare maiuscola, ad imporsi ed a soffiare sulle pagine, gonfiandole di volti e ricordi, di prove e documenti, di domande ancora senza risposte.
Il libro di Mattone contiene in sé una serie di pregevoli e diversi elementi compositivi: accoglie l'ultima intervista-confessione di Raffaele Cutolo, nella quale il boss rivela di essere stato il mandante dell'assassinio di Giuseppe Salvia. Si dipana, inoltre, come meticolosa ricognizione storica nel permeabile mondo carcerario di quegli anni: riflesso di una società slabbrata ed in continua balia di tensioni sociali e violente, nella quale il confine tra legalità e illegalità svaniva nell'opportunismo politico e nel cinismo di buona parte di quella classe dirigente a vocazione parassitaria. Ed è infine un commovente tentativo di strappare all'oblio la memoria dell'ex vice direttore di Poggioreale, di cui lo Stato si è ricordato soltanto pochi anni fa, quando finalmente ha conferito all'istituto di pena il suo nome, e di salvare il valore del suo estremo sacrificio.
Venerdì la presentazione a Milano - Una storia amara e drammatica, identica a quella di tanti martiri civili di quegli anni, uccisi dalla criminalità o dal terrorismo, ma ammazzati una seconda volta dalla neghittosa indolenza delle istituzioni pubbliche e di chi le governava. Venerdì 26 novembre, il libro "La vendetta del boss - L'omicidio di Giuseppe Salvia" sarà presentato a Milano in via Olivetani, 3, presso la Comunità di Sant'Egidio, alla presenza di Lucia Castellano, direttore generale del ministero della Giustizia; di Claudio Salvia, figlio di Giuseppe Salvia; Armando Spataro, già magistrato; e dell'autore, Antonio Mattone. Modera Alessandra Coppola del Corriere della Sera.
tltonline.it, 23 novembre 2021
Il Reparto Carabinieri Biodiversità di Isernia dona "l'Albero di Falcone" alla speciale sezione carceraria dell'Istituto Agrario "San Pardo" di Larino.
Nel corso di una sentita e partecipata cerimonia di consegna, tenutasi nella Casa Circondariale e Reclusione di Larino, il Col. Federico Padovano, Comandante del Reparto Carabinieri Biodiversità di Isernia, ha affidato il prezioso albero alle cure dei detenuti iscritti al corso di studi per il conseguimento del diploma di perito agrario. Partecipi e co-promotori dell'evento il Direttore dell'Istituto Carcerario, Dott.ssa Rosa La Ginestra, ed il Prof. Antonio Vesce, Dirigente dell'Istituto Omnicomprensivo "Magliano", accompagnati dai loro più stretti collaboratori e da una rappresentanza del Comando Compagnia CC di Larino.
L'Iniziativa, inserita nell'ambito del Progetto Nazionale di educazione ambientale "Un Albero per il Futuro": importante attività ecologica che vede protagonisti i Carabinieri Forestali dei Reparti Biodiversità e gli studenti delle scuole d'Italia nella creazione di un grande "Bosco diffuso" su tutto il territorio nazionale, è promossa dal Raggruppamento Carabinieri Biodiversità che, in accordo con la Fondazione "Falcone", ha da tempo avviato le attività di duplicazione del Ficus macrophilla columnaris magnoleides situato all'ingresso della abitazione palermitana del giudice assassinato dalla mafia nel 1992, divenuto celebre come "l'Albero di Falcone".
Attraverso complesse procedure di laboratorio sono state portate a radicazione circa 1.000 piantine con lo stesso genoma della pianta madre, con l'intento di donarle e metterle a dimora nelle Scuole e negli Enti che ne fanno richiesta. In questa cornice è stata organizzata la consegna simultanea delle prime 100 piante nel corso della manifestazione che sabato 20 novembre si è tenuta a Palermo all'interno dell'aula Bunker del carcere dell'Ucciardone e, nella stessa giornata, nelle Scuole e negli Enti che hanno aderito all'iniziativa nel territorio di appartenenza dei vari Comandi
Regione Carabinieri Forestale - In occasione dell'evento, sono state consegnate anche le prime 20 piante delle oltre 1000 previste per la seconda fase del Progetto "Un Albero per il Futuro" e che nelle prossime settimane saranno messe a dimora nei tanti Istituti Scolastici e Comuni del Molise che hanno entusiasticamente aderito alla "sfida" lanciata dai Carabinieri Forestali, dal Ministero della Transizione Ecologica e dal Ministero dell'Istruzione. Arma dei Carabinieri, Scuola e Amministrazione Penitenziaria insieme per la legalità, per un futuro più verde ed un mondo più pulito e sano da consegnare in eredità alle prossime generazioni.
La Repubblica, 23 novembre 2021
Il giornalista investigativo sotto processo per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione e per il suo attivismo. È accusato di reati informatici, "diffusione di notizie false" e "uso di un profilo social per commettere reati".
Quarantasei Ong hanno chiesto alle autorità egiziane di porre fine alla persecuzione di Hossam Bahgat, noto difensore dei diritti umani e giornalista investigativo, attualmente sotto processo solo per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione e per il suo attivismo in favore dei diritti umani. Bahgat, direttore e fondatore dell'Iniziativa egiziana per i diritti personali, è accusato, ai sensi del codice penale e della legge sui reati informatici del 2018, di "insulto alla Commissione elettorale", "diffusione di notizie false" e "uso di un profilo social per commettere detti reati" per aver espresso critiche su Twitter riguardo allo svolgimento delle elezioni parlamentari. Il verdetto sarà reso noto il 29 novembre. Bahgat rischia fino a tre anni di carcere e una multa equivalente a quasi 20.000 euro.
Il divieto di viaggiare e il congelamento dei beni. Questa è solo l'ultima di una serie di persecuzioni subite da Bahgat negli ultimi anni. Nel 2015 è stato tenuto in stato d'arresto per tre giorni con l'accusa di "diffusione di notizie false", dopo che il portale indipendente Mada Masr aveva pubblicato un suo servizio sui processi in corte marziale contro un gruppo di militari accusato di aver complottato per rovesciare il governo. Nel 2016 le autorità egiziane gli hanno imposto un arbitrario divieto di viaggio e hanno congelato i suoi beni in relazione al "caso 173", la famigerata indagine sui finanziamenti dall'estero che ha preso di mira decine di Ong. Nel luglio 2021, uno dei giudici del "caso 173" lo ha interrogato sulla base di una relazione segreta dell'Agenzia per la sicurezza nazionale e lo ha accusato di incitamento contro le istituzioni dello stato.
"Le accuse infondate di terrorismo". Se gli sviluppi nel "caso 173" hanno visto chiudere le indagini nei confronti di 75 Ong e 220 attivisti e impiegati, la parte che riguarda Bahgat e l'Iniziativa egiziana per i diritti personali resta aperta. Per di più, nel novembre 2020, tre dirigenti dell'Iniziativa egiziana per i diritti personali - Gasser Abdel-Razek, Karim Ennarah e Mohamed Basheer - sono stati arrestati e detenuti per parecchi giorni per infondate accuse di terrorismo, dopo che avevano discusso sulla crisi dei diritti umani in Egitto con un gruppo di diplomatici europei. Nonostante siano stati scarcerati a seguito di una grande mobilitazione internazionale, nei loro confronti restano in vigore il divieto di viaggio e il congelamento dei beni. Il caso di Patrick Zaki. Un importante ricercatore dell'Iniziativa egiziana per i diritti personali, Patrick Zaki, è stato arrestato nel febbraio 2020 all'aeroporto del Cairo, dove era arrivato da Bologna, la città in cui studiava. Dopo 19 mesi di detenzione preventiva, è stato rinviato a giudizio per l'infondata accusa di "diffusione di notizie false". La prossima udienza del processo, di fronte a un tribunale d'emergenza, è prevista il 7 dicembre.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 23 novembre 2021
A protestare è una generazione di giovani che spazzerà via, attraverso la partecipazione attiva e il voto, tutti coloro che al Senato festeggiavano la morte del ddl Zan". A parlare è il giornalista e scrittore Simone Alliva - autore della prima inchiesta sull'omofobia in Italia, "Caccia all'omo. Viaggio nel paese dell'omofobia" (Fandango, 2020) - in riferimento alla mobilitazione di piazza che accompagna la fine del ddl Zan, il cui iter parlamentare si è arrestato mercoledì 27 ottobre nell'aula di Palazzo Madama in seguito all'approvazione a scrutinio segreto della richiesta di Lega e Fratelli d'Italia di non passare all'esame degli emendamenti sul disegno di legge.
Alliva, la lotta contro l'omotransfobia si è spostata nelle piazze?
Da quando il ddl Zan è stato affossato, in tutta Italia si sono riempite tantissime piazze, affollate da persone che, quando si tratterà di andare a votare, non concederanno il proprio consenso elettorale a quanti hanno sancito la fine del percorso del ddl Zan. Durante le ultime amministrative si è parlato tanto di astensionismo e non ci si rende conto che queste piazze stanno dicendo qualcosa alla politica, mentre la politica, sbagliando, le sta ignorando.
Come giudica quanto accaduto?
In realtà era prevedibile, sin da quando Italia Viva ha deciso di aprire una mediazione sul ddl Zan dopo averla invece approvata alla Camera senza modifiche. Il problema vero è stato cercare delle mediazioni con chi si è sempre opposto a questo disegno di legge. A ciò si aggiunge un'altra questione che è stata poco sottolineata dai giornali: questo ddl non ha mai avuto il sostegno del governo, il Presidente del Consiglio Draghi non ha mai preso posizione al riguardo. È ormai un dato di fatto: il Parlamento ha ormai un ruolo marginale e senza la spinta del presidente del Consiglio difficilmente il processo legislativo va a buon fine.
Lo stesso Alessandro Zan, deputato Pd e primo firmatario del ddl, ha accusato che "una forza politica, Italia Viva, si è sfilata e ha flirtato con la destra sovranista solo per un gioco legato alla partita del Quirinale". Concorda?
È verosimile. Premesso che il voto è segreto, dai conti fatti emerge che effettivamente i franchi tiratori sono stati di più rispetto a quelli che ci aspettavamo. Il centrodestra non ha i numeri per eleggere il Presidente della Repubblica, quindi deve per forza stringere alleanze. Insieme a Italia Viva e a una parte del Misto potrebbe quindi formare una nuova maggioranza in grado di giocare una partita importante per l'elezione del Presidente della Repubblica. La lettura di Zan mi sembra abbastanza aderente alla realtà.
Come giudica invece la posizione della Chiesa?
Ricordo che nel 2019, quando è stato incardinato il ddl Zan in Commissione Giustizia alla Camera, la Cei aveva già assunto una posizione contraria e parlava già di ostacolo alla libertà di espressione. La posizione della Chiesa rappresenta tuttavia un sottofondo, qualcosa che sentiamo ormai da venticinque anni, non dovrebbe sorprenderci. Penso che chi ha voltato le spalle a questo ddl non l'ha fatto con gli occhi rivolti a Oltretevere, come succedeva anni fa, ma per altre ragioni. Il Vaticano, infatti, oggi non influenza più di tanto la politica e soprattutto una destra che su tantissime tematiche, migranti in primis, si rivela antitetica rispetto al pensiero della Chiesa. Potrebbe costituire al massimo un alibi.
Il percorso legislativo contro l'omotransfobia si è concluso per sempre o in futuro si potrà fare qualcosa al riguardo?
Il ddl Zan è morto per sempre: questa legge, in questi termini, non si può più ripresentare. Ho letto che Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo di Forza Italia al Senato, ha affermato che si potrebbe ripartire dal suo disegno di legge che preveda semplicemente delle aggravanti penali per le aggressioni. Innanzitutto, oggettivamente non c'è il tempo materiale per produrre un progetto di legge e poi sottoporlo ad approvazione. Anche se fosse, non è questo il modo corretto per combattere il fenomeno dell'omotransfobia. Il ddl Zan era composto da dieci articoli, di cui i primi tre proponevano la cosiddetta aggravante, ma non è tanto questa che può fermare l'omotransfobia in Italia, quanto la cultura, la formazione e l'informazione nelle scuole. Il ddl non è andato avanti perché chi era contrario si opponeva proprio a tale componente culturale e formativa. Aggiungo che, tutte le volte che non si approva una legge sui diritti o che la si approva monca - come è avvenuto per le unioni civili senza la step child -, si tende sempre a rimandare alla volta successiva, ma poi non si arriva mai alla fine. È una tecnica di distrazione di massa, che conosciamo bene.
Fa ancora molto spavento un percorso culturale volto alla tolleranza e all'inclusione?
A respingere una legge che combatta l'omofobia da un punto di vista culturale sono stati coloro che applaudivano e festeggiavano in Senato la caduta del ddl Zan. Approfittando di un deficit culturale nel nostro paese enorme su certe questioni, hanno alimentato tre menzogne: la minaccia alla libertà d'espressione, la fake news del gender e trasformato un termine giuridico ben presente nel nostro ordinamento, cioè identità di genere, in un grimaldello che apre alle peggiori nefandezze dell'umano.
Fantasmi creati da loro stessi per ottenere consenso. Va da sé che durante le audizioni c'è stato chi ha definito la pedofilia un orientamento sessuale e quindi protetta dal ddl Zan. Sono state tutte discussioni che riflettevano la scarsa cultura di questa classe politica fuori tempo. Durante le dichiarazioni di voto hanno affermato chiaramente che si sarebbero opposti a un disegno di legge che portasse la cultura della tolleranza e dell'accettazione all'interno delle scuole. Ha influito, inoltre, anche una distorsione dell'informazione sul ddl Zan, nel punto in cui esso prevedeva una giornata contro l'omotransfobia - celebrata ogni anno dal Presidente della Repubblica, del Senato e della Camera - da svolgersi in autonomia nelle scuole, senza alcun obbligo, come invece riportato da una certa narrazione alquanto diffusa.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 23 novembre 2021
L'associazione Coscioni: "Il primo sì in Italia al suicidio assistito". Tetraplegico da dieci anni, per lui è arrivato l'ok dall'Azienda Sanitaria delle Marche che ha seguito le indicazioni date dalla Consulta nella sentenza del sul caso del dj Fabo . L'annuncio della Coscioni: "Il suo calvario è quasi finito". Mario: "Adesso mi sento più leggero".
"Mario" potrà morire. Il paziente marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni, che aveva chiesto da oltre un anno all'azienda ospedaliera delle Marche che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere, legalmente, in Italia, ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze, ha ottenuto il via libera dal Comitato Etico. Lo ha annunciato l'Associazione Coscioni, che dopo la sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019 sul caso di Dj Fabo, si è battuta affinché nel rispetto delle condizioni indicate dalla Consulta, il suicidio assistito, a cominciare dal caso di Mario, 43 anni camionista di Pesaro, immobilizzato al letto dopo un incidente stradale, potesse essere effettuato anche in Italia. Potesse essere cioè considerato non punibile, se quelle condizioni tra cui l'irreversibilità della malattia, l'insostenibilità del dolore e naturalmente la chiara volontà del paziente, fossero state evidenti. Mario, nome di fantasia, sarà infatti, così si legge nel comunicato diffuso dall'Associazione Coscioni, "il primo malato a ottenere il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia".
"Il Comitato Etico ha riscontrato che l'uomo rientra nelle condizioni stabilite dalla Consulta per l'accesso al suicidio assistito. Restano da individuare ora le modalità di attuazione". Questi i passaggi della battaglia giudiziaria che segna una pagina storica verso la libertà di scelta sul fine vita nel nostro Paese. "Dopo il diniego dell'Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche, una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona, due diffide legali all'Asur Marche, Mario ha finalmente ottenuto il parere del Comitato etico, che a seguito di verifica delle sue condizioni tramite un gruppo di medici specialisti nominati dall'Azienda sanitaria regionale, ha confermato che Mario possiede i requisiti per l'accesso legale al suicidio assistito". Mario dopo aver letto il parere ha commentato: "Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni". Accudito dalla madre, Mario (il nome è di fantasia) sarebbe potuto andare in Svizzera, ma ha scelto di combattere per cambiare la legislazione italiana.
Dichiara Filomena Gallo, codifensore di Mario, Segretaria dell'Associazione Luca Coscioni: "Il comitato etico ha esaminato la relazione dei medici che nelle scorse settimane hanno attestato la presenza delle 4 condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale nella sentenza Capato-Dj Fabo. Ovvero che Mario è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. È quindi affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. E' pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e che non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda. E' molto grave che ci sia voluto tanto tempo, ma finalmente per la prima volta in Italia un Comitato etico ha confermato per una persona malata, l'esistenza delle condizioni per il suicidio assistito".
"Su indicazione di Mario - continua Gallo - procederemo ora alla risposta all'Asur Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della scelta di Mario, affinché la sentenza Costituzionale e la decisione del Tribunale di Ancona siano rispettate. Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni".
Il suicidio assistito consiste nell'aiutare un paziente terminale a suicidarsi, appunto, cioè a ingerire da solo il farmaco letale. A differenza dell'eutanasia con la quale il paziente muore attraverso un'iniezione letale che gli viene praticata da un medico.
"Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, nessun malato ha finora potuto beneficiarne, in quanto il Servizio Sanitario Nazionale si nasconde dietro l'assenza di una legge che definisca le procedure" aggiunge Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni. "Mario sta comunque andando avanti grazie ai tribunali, rendendo così evidente lo scaricabarile". Manca ora la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico.
"Tale tortuoso percorso - chiarisce Cappato - è anche dovuto alla paralisi del Parla-mento, che ancora dopo tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale non riesce a votare nemmeno una legge che definisca le procedure di applicazione della sentenza della Corte stessa. Il risultato di questo scaricabarile istituzionale è che persone come Mario sono costrette a sostenere persino un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione. È possibile però che la decisione del Comitato etico consentirà presto a Mario di ottenere ciò che chiede da 14 mesi".
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