di Liana Milella
La Repubblica, 28 giugno 2021
L'ufficio del processo, cioè l'affiancamento di collaboratori dei magistrati ha contribuito a tagliare della metà i tempi dei procedimenti giudiziari. Nel civile una causa che durava 2.273 giorni, pari a sei anni e mezzo, si è chiusa in 1.052 giorni, poco meno di tre anni.
di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2021
"La Giustizia come professione" è il titolo dell'ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky. Avrebbe potuto essere anche "Confessioni di un giurista": il saggio è una guida ragionata attorno al diritto come traduzione mondana di una virtù morale, la giustizia. Ma è anche una lunga lettera d'amore al mestiere di giurista, non priva d'amarezze come accade sempre nei rapporti duraturi.
di Marta Cartabia*
Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2021
"Questo consesso io istituisco, intatto da lucro, venerando, severo. Dopo aver scelto i migliori dei miei cittadini". È l'energia di reiterazione dei testi classici a portarmi ancora una volta qui, all'acme delle Eumenidi di Eschilo. E qui ritrovo quel sostrato immutabile delle umane società, di cui parla Nicole Loraux.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 giugno 2021
L'onorevole Bruno Bossio commenta così a caldo la notizia: "Sono soddisfatta di questo trasferimento ma mi auguro che adesso a Ferrara possa vivere una detenzione dignitosa, in un regime ordinario. Se così non fosse mi impegnerò a conoscere le motivazioni di un'assegnazione diversa da quella del regime ordinario".
di Luca Liverani
Avvenire, 27 giugno 2021
È la prima volta di un ministro della Giustizia a Ventotene. Marta Cartabia arriva in elicottero in questa isola pontina, tanto piccola quanto carica di storia antica e moderna, culla del pensiero europeista di Altero Spinelli, Rossi e Colorni.
di Davide Varì
Il Dubbio, 27 giugno 2021
L'ex magistrato del pool non si capacita della decisione del leader leghista di appoggiare i referendum radicali. Soprattutto quello sulla carcerazione preventiva. L'appello ha un tono drammatico, a tratti struggente. Il mittente è Piercamillo Davigo, l'ex magistrato più potente d'Italia caduto in disgrazia dopo il penoso caso Amara: quella strana fuga di notizie che ha terremotato la già instabile magistratura italiana. Ma questa è un'altra storia.
Il destinatario, invece, è Matteo Salvini, l'ex Capitano che voleva buttare le chiavi delle patrie galere e che ora si ritrova al fianco dei radicali nella promozione dei referendum più garantisti della storia della Repubblica. E così, Davigo, dalle pagine del Fatto Quotidiano di Travaglio chiede al leader leghista di rinsavire... "Ma come - gli dice - non ti rendi conto che il referendum sulla carcerazione preventiva metterà a piede libero migliaia di immigrati irregolari?".
Il che, peraltro, la dice lunga sui motivi per cui le nostre carceri sono così sovraffollate: sono piene di poveri disgraziati colpevoli di fuggire da fame, guerra e povertà. Ma questo Davigo preferisce non dirlo.
Fatto sta che l'ex magistrato del pool milanese non si rassegna e rivolge il suo appello al Salvini di un tempo, quello che fermava le navi cariche di migranti per giorni e giorni impedendo lo sbarco a bambini, donne e uomini fiaccati da giorni di navigazione su barconi clandestini pronti a colare a picco al minimo sbotto di mare; al Salvini del "marciscano in galera", sentenziato dalla "bestia" social in occasione di ogni fattaccio di cronaca.
Ma Matteo, ingrato, ormai è sulla nave radicale e non sente le suppliche del povero Davigo il quale appare come una sirena afona che prova a ricordare al vecchio amico di bisbocce i bei tempi andati, quando un paio di giorno di galera preventiva non si negavano a nessuno, neanche a un "presunto innocente".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 27 giugno 2021
Giovedì a Roma in Piazza Cavour è accaduto che alla manifestazione dei penalisti italiani per il rilancio del percorso parlamentare della loro proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere in magistratura, sottoscritta da 75mila cittadini, si sono presentati i più autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, ad eccezione di M5S e Partito Democratico. Da Italia Viva (con Maria Elena Boschi) alla Lega (con Matteo Salvini), da Azione (con Carlo Calenda ed Enrico Costa) e + Europa (Riccardo Magi) fino ad una folta e qualificata rappresentanza di Fratelli D'Italia con il responsabile Giustizia Del Mastro ed il vice-Presidente della Commissione Giustizia del Senato Balboni (la cui leader Giorgia Meloni ha voluto far sapere che avrebbe personalmente partecipato, se non fosse stata all'estero).
di Giulia Antenucci
abruzzolive.it, 27 giugno 2021
"Abbiamo scelto la Carovana dei Diritti", si legge nel comunicato dei sindacati, "per praticare un nuovo modello di azione sindacale che si richiama alla formula di "Sindacato di Strada" e che vuole dare il senso della vicinanza della nostra organizzazione alle cittadine e i cittadini, attraverso un percorso in movimento.
La Carovana dei diritti vuole essere un momento di ascolto e di condivisione "con le nostre comunità", spiegano, "un momento di confronto anche con le istituzioni locali per capire quale modello di sviluppo costruire insieme. Un modello che parta dai diritti e dal senso di appartenenza ad un territorio, dalla salvaguardia e conservazione ambientale, dal senso di giustizia sociale e di equità. Un modello utile a ricostruire un legame solidaristico tra le persone. Il sindacato deve essere un soggetto attivo e deve rappresentare un luogo aperto di discussione e di incontro, propositivo e di prospettiva. Il cambiamento passa anche dalla capacità di rappresentare i bisogni, di farli emergere da un oblio costruito sulla retorica, di rappresentarli e soddisfarli".
"Ascolteremo tutte le voci e condivideremo con loro le nostre idee, raccogliendo le varie necessità che vengono espresse dalle diverse comunità. Saremo a fianco di tutte e tutti, nessuno escluso: casa per casa, azienda per azienda, strada per strada", continuano. Lunedì, dalle 10 alle 11, il primo appuntamento con assemblee all'esterno delle strutture della Casa di Reclusione di Sulmona e a seguire, dalle 11.30 alle 12.30, all'Ospedale dell'Annunziata. "Nei giorni prossimi attraverseremo le zone più interne", concludono, "nei diversi luoghi del lavoro e del non lavoro, delle cure e dell'istruzione, dell'aggregazione, della cultura e della ricostruzione".
di Daria Bonfietti*
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Il 27 giugno 1980 il DC9 Itavia fu abbattuto e sprofondato nel mar Tirreno. L'evento fu compreso subito: lo dice il documento sopravvissuto del tracciato radar: una chiara manovra d'attacco.
Io credo che ricordando il 27 giugno, la strage di Ustica, proprio a 41 dalla tragica vicenda si debba chiedere la definitiva verità, quella verità che è stata fatta sprofondare. Come il DC9 Itavia che abbattuto, è sprofondato nel mar Tirreno. Oggi dopo tutte le indagini effettuate possiamo ben dire che l'evento è stato "seguito" e compreso nell'immediatezza. Basta ricordare il tracciato radar, con una evidente manovra d'attacco al DC9, unico documento sopravvissuto alla distruzione totale di ogni documentazione.
Ma in qualche luogo fu presa la decisione che i cittadini non dovevano sapere e i parenti delle vittime rimasero soli nel loro dolore. Si disse che l'aereo era caduto per un cedimento strutturale, la tragica ovvietà che gli aerei cadono, si fece fallire la compagnia Itavia, proprietaria del velivolo, le indagini passate da Palermo alla Procura di Roma persero determinazione e mordente, i governi e il parlamento rimasero silenziosi e indifferenti aspettando una verità che però nessuno cercava.
Solo voci isolate di giornalisti e poi poco alla volta negli anni l'impegno di politici e intellettuali, attorno all'ex presidente della Corte Costituzionale Bonifacio, e ancora la presa di coscienza dei parenti con la nascita dell'associazione. Si creò una grande mobilitazione dal basso della società civile che riportò all'attenzione la tragedia. Voglio solo citare che il film "Il Muro di Gomma" di Marco Risi con l'interpretazione di Corso Salani e le musiche di De Gregori arrivò al Festival di Venezia nel 1990. Al culmine di questo impegno civile il Sen. Gualtieri presidente della Commissione Stragi poteva affermare nell'aprile 1992: "Quando è stato chiesto sono venute le risposte dovute...Quando il parlamento, con la nomina di questa commissione, ha preteso le risposte dovute, ecco che la magistratura si è riattivata, le inchieste sono ripartite, gli approfondimenti tecnici sono stati fatti e sono venute meno le protezioni e le impunità fino ad allora garantite".
Ma poi sono passati ancora anni, questa volta di lavoro di inchiesta e peritale molto accurato, che ha permesso al giudice Priore di darci nel 1999, con la sua Sentenza ordinanza, la prima verità: il DC9 è stato abbattuto all'interno di un episodio di guerra aerea. Poi è venuta la stagione dei processi, certamente non sulle cause della strage i vertici dell'aeronautica sono stati assolti in sede penale dall'imputazione di altro tradimento per fatti avvenuti dopo il 27 giugno, per non aver informato il governo, degli elementi in loro possesso e per aver sostenuto ufficialmente la tesi del cedimento strutturale. I tribunali civili in via definitiva hanno condannato invece il Ministro dei Trasporti per non aver tutelato la vita dei cittadini e il Ministero della Difesa per aver ostacolato l'accertamento della verità sulla tragedia. Mentre i Ministeri sono stati condannati anche a risarcire la società Itavia fatta fallire per la falsità del cedimento strutturale.
Ma nel 2007 il presidente emerito Cossiga afferma in interviste pubbliche e poi davanti ai magistrati che il DC9 è stato abbattuto da aerei francesi che avevano come obiettivo il leader libico Gheddafi e si aprono nuove indagini - finalmente per avere un quadro definitivo e sapere chi ha sparato il missile - quelle di cui oggi dobbiamo chiedere le conclusioni.
Lo facciamo con forza in questo anniversario consapevoli però che il grande ostacolo davanti ai giudici è la scarsa collaborazione internazionale. Proprio quei Paesi amici e alleati che pur avevano aerei in volo nei pressi del DC9, non forniscono adeguate informazioni e non rispondono appropriatamente alle rogatorie internazionali.
E ancora una volta è la politica, l'azione della diplomazia che bisogna chiamare in causa. Il presidente del Consiglio Draghi deve formulare una precisa richiesta di impegno per la messa a disposizione di tutta la documentazione necessaria e proprio rimanendo al bisogno di documentazione, il presidente Draghi si deve anche attivare perché in Italia si dia effettiva attuazione alla Direttiva Renzi, direttiva per la declassifica e per il versamento straordinario di tutti i documenti riguardanti le Stragi all'Archivio centrale dello Stato. Uno sforzo determinato per la documentazione, sia per la verità definitiva sulla morte di 81 cittadini innocenti, sia per la Storia stessa del nostro Paese. È il grande impegno che chiedo al Presidente Draghi in questo 41 anniversario della strage di Ustica.
*Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica
Di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 27 giugno 2021
Senza studi e lavoro cercano nel branco orgoglio e violenza. Secondo l'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, il 6,5 per cento dei minorenni fa parte di una banda, il 16 per cento ha commesso atti vandalici, mentre tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. Un fenomeno, quello delle baby-gang, che in Veneto ha subito un'escalation negli ultimi anni, con un'ulteriore impennata durante la pandemia. "Episodi che, spesso, sono figli del disagio causato dall'emergenza sanitaria nelle fasce più giovani della popolazione, con i ragazzi costretti per mesi a casa da scuola e da attività positive come lo sport" ha spiegato l'assessore alla Sicurezza di Verona, Marco Padovani.
Secondo l'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, il 6,5 per cento dei minorenni fa parte di una banda, il 16 per cento ha commesso atti vandalici, mentre tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. Un fenomeno, quello delle baby-gang, che in Veneto ha subito un'escalation negli ultimi anni, con un'ulteriore impennata durante la pandemia. "Episodi che, spesso, sono figli del disagio causato dall'emergenza sanitaria nelle fasce più giovani della popolazione, con i ragazzi costretti per mesi a casa da scuola e da attività positive come lo sport" ha spiegato poche settimane fa l'assessore alla Sicurezza di Verona, Marco Padovani, intervenendo di fronte alla Commissione consiliare per la sicurezza.
Nella città di Giulietta e Romeo si respira aria di emergenza, le bande giovanili imperversano nei quartieri a ridosso del centro ma anche nei paesini di periferia, spacciando droga, minacciando e rapinando coetanei. Al punto che la polizia locale ha dovuto correre ai ripari organizzando dei servizi mirati, che in quattro mesi hanno portato all'identificazione di 299 minorenni e decine di sequestri di sostanze stupefacenti. A Verona alcune "gang" ricordano quelle dei latinos, con tanto di segni distintivi, ad esempio indossano delle tute di una precisa griffe. Si sono perfino dati dei nomi: c'è la "QBR" - forse una contrazione di "Quei Bravi Ragazzi", il leggendario film di mafia diretto da Martin Scorsese - dove militano prevalentemente giovani di seconda o terza generazione con le famiglie originarie dei Paesi dell'Est o dei Balcani; e c'è l'"USK", un tributo alla cultura hip-hop, composto da africani di seconda o terza generazione.
Anche il prefetto di Verona, Donato Cafagna, ai consiglieri comunali ha confermato che a influire è stata anche "la sospensione dell'attività scolastica in presenza e dei centri di aggregazione giovanili dove c'erano regole da rispettare". Non è una buona notizia, ora che l'anno scolastico è finito.
L'allarme più recente riguarda il lago di Garda, dove nei giorni scorsi un 23enne è annegato sotto gli occhi dei turisti: mentre intervenivano i soccorsi, una ventina di ragazzini si è scatenata sulla spiaggia. Non solo hanno rubato lo zaino della vittima ma hanno anche fatto sparire i portafogli dei villeggianti che stavano tentando di salvarlo. Hanno tra i 16 e i 20 anni e, in realtà, sono un esercito composto da "pendolari" del crimine. Lo conferma anche Giovanni Dal Cero, il sindaco di Castelnuovo: "Arrivano dalla Lombardia e si dirigono alla spiaggia libera che è ormai il loro territorio: minacciano i bagnanti, aizzano contro i cani e lanciano sabbia fino a quando la gente non va via. Nel fine settimana arrivano anche in trecento, si danno appuntamento in chat e poi tornano a casa con l'ultimo treno".
Prima di indagare il fenomeno, è bene darne una definizione precisa, considerato che spesso il termine è abusato o confuso con bullismo o disagio minorile. Per baby-gang si intende un gruppo composto da minorenni (anche di 11 o 12 anni) o da ragazzi poco più che diciottenni che si aggregano in un territorio preciso diventando "visibili" e venendo percepiti come causa di insicurezza per i loro comportamenti aggressivi. Spesso riescono a darsi un'organizzazione ben precisa. Un'inchiesta della squadra mobile di Venezia originata da una serie di aggressioni a negozianti bengalesi avvenute alcuni anni fa a Marghera, portò ad arresti e denunce di giovanissimi, quasi tutti italiani.
Per mesi gli investigatori hanno studiato la banda, composta da una trentina di adolescenti tra i 12 e i 18 anni. Dalla relazione consegnata alla procura, si scopre che la "gang" aveva una struttura quasi militaresca: c'era il "sovrintendente", che teneva d'occhio l'evolversi della situazione ed eventualmente dava l'allarme, e l'"attendente", quello cioè che si limitava ad assistere alle aggressioni. Oltre al comandante, ovviamente, che era un ragazzotto di 17 anni con precedenti per danneggiamento, furto e rapina a mano armata. Al suo fianco, una squadra di picchiatori.
La Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza di recente si è concentrata proprio sul fenomeno baby-gang. Dal dossier emerge, ad esempio, la preoccupazione per la nascita di bande giovanili composte da cinesi che stanno prendendo forza anche a Padova e Venezia: "Si connotano per la spiccata propensione all'uso della violenza (...). I locali pubblici quali internet-point, karaoke-center e night club sono spesso utilizzati come basi logistiche (...). Tra gli altri interessi criminali si evidenziano la gestione del gioco d'azzardo, lo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali e lo spaccio di stupefacenti come ketamina, ecstasy, shaboo e cocaina".
Se si esclude l'eccezionalità delle gang orientali, a Venezia l'elemento etnico "non sembra costituire un fattore aggregante". L'ingresso di giovani elementi provenienti dai Paesi dell'Est (anche di seconda generazione) e da giovani di etnia rom o sinti, ha tuttavia influito "sulla qualità degli atti compiuti": le condotte - ha rilevato il prefetto Vittorio Zappalorto, parlandone alla Commissione - "si sono fatte via-via più gravi, affiancando ai reati contro il patrimonio anche reati contro la persona".
La relazione parlamentare conferma come, specie nel Veneto orientale, a partire dalla seconda metà del 2018 si stia assistendo "a un significativo aumento di episodi di violenza compiuti da bande di giovani". Difficile tracciare un preciso identikit: si tratta di "minori appartenenti a tutte le classi sociali, accomunati da una situazione di abbandono e di trascuratezza da parte delle famiglie". Altra costante "destinata a incidere sull'aggressività delle condotte, è rappresentata dal rilevante consumo di stupefacenti accompagnato da abuso di alcolici". Di certo, c'è che nel capoluogo la situazione è preoccupante perché agiscono "in branco, il più delle volte motivati da futili e abietti motivi". Per questo, le contromisure non si sono fatte attendere e Zappalorto ha ricordato l'attivazione di iniziative in sinergia con forze dell'ordine, scuole e famiglie. "Questa importante attività di rete - annotano i parlamentari - ha consentito di ottenere positivi risultati, consegnando all'autorità giudiziaria gran parte dei responsabili".
Gli investigatori fanno ciò che possono per mettere un freno al dilagare delle bande: arresti e denunce di minorenni sono all'ordine del giorno anche in Veneto. I dati elaborati dal Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del ministero sono impressionanti. I minorenni fermati, accompagnati o arrestati in flagranza di reato vengono portati nei Centri di prima accoglienza (Cpa), dove rimangono fino all'udienza di convalida, per un tempo massimo di novantasei ore. L'unico Cpa del Veneto si trova a Treviso dove nei primi cinque mesi di quest'anno si sono già registrati quattordici ingressi.
E sempre a Treviso ha sede il carcere minorile (Ipm), nel quale i ragazzi finiscono in custodia cautelare o scontano la pena detentiva: sedici gli ingressi, solo quest'anno, e al 15 di maggio erano presenti tredici detenuti: quattro tra i 18 e 20 anni, otto tra i 16 e i 17 anni, e un quindicenne. Sono "dentro" per tentato omicidio, aggressione, spaccio di droga.
Esistono poi diverse comunità sparse per la regione, dove i giovani finiti nei guai con la giustizia hanno maggior libertà di movimento e vengono trasferiti dopo il processo, per scontare la "messa alla prova": il 15 maggio le strutture venete ne ospitavano sessantuno. "Forse in carcere trovano finalmente quelle regole che nessun familiare impone loro", riflette un assistente sociale."Ci troviamo di fronte a gruppi di ragazzini che non hanno paura di niente e non rispettano le più elementari regole di civiltà" assicura Alessandra Bocchi, legale che tutela i familiari di Ahmed Fdil, un senzatetto che un paio d'anni fa, nel Veronese, fu arso vivo da due bulletti di 13 e 17 anni che da tempo lo tormentavano "per noia".
Lo pensa anche l'avvocato Valentina Calzavara, che ha difeso molti minorenni incappati in inchieste giudiziarie. "Quelli delle baby-gang, quasi sempre sono ragazzi che non studiano e non lavorano, col benestare dei genitori. Parlo con loro e mi sorprendo a scoprire la totale assenza di progetti per il futuro: sono adolescenti che hanno smesso di sognare, o forse non l'hanno mai fatto". Giovani senza ambizioni, se non quella di proiettare sugli altri un'immagine di invincibilità. "Ricordo un cliente di 17 anni, che faceva parte di un gruppo accusato di spaccio di droga, rapine, rissa e lesioni. Alla fine dell'udienza gli dissi che la sua posizione processuale era critica, probabilmente peggiore di quella di tutti i suoi amici. Non disse nulla ma sorrise con uno sguardo gonfio di orgoglio...".
Il ruolo della famiglia, può essere determinante nel trasformare dei bulletti in veri e propri criminali. "Spesso mamme e papà minimizzano - conclude Calzavara - sostenendo che in fondo è stata solo una bravata. Sono gli stessi genitori che poi si premurano di far avere sigarette e abiti firmati al figlio anche quando si trova in comunità. Li giustificano in tutto ciò che fanno. E forse sono quelli, gli unici ragazzi davvero irrecuperabili".
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