di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 26 giugno 2021
Il provvisorio differimento della pena non solo ha il merito di rimettere transitoriamente sui binari un convoglio deragliato, ma ha il valore esemplare di un atto di giustizia giusta. Adesso dovrà decidere il Quirinale sulla domanda di clemenza fatta dalla moglie.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 26 giugno 2021
Su tutto il territorio nazionale sono presenti solo trenta "Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" (Rems) per un totale di 709 posti a disposizione di detenuti affetti da malattie psichiche. Ma con la pandemia da Covid-19 la domanda di ricoveri nelle strutture che hanno preso il posto degli ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi definitivamente nel 2015, è sempre crescente.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 26 giugno 2021
Ho deciso di aderire allo sciopero della fame a staffetta per Cesare Battisti promosso da Folsom Prison Blues e coordinato da Umberto Baccolo ed Elisa Torresin. Sperando - forse, contro ogni speranza - che lui cambi il segno e il senso della sua lotta. Un digiuno - per motivi politici o per motivi di salute - non può essere fatto contro qualcuno o contro qualcosa, meno che mai può essere "fino alla morte". Quindi, aderisco per chiedere a Cesare Battisti di convertirlo in sciopero "fino alla vita", la sua vita, la vita dei suoi carcerieri, in poche parole, la vita del diritto.
Braccato in giro per il mondo come la più grave minaccia alla pace e alla sicurezza del nostro paese.
Catturato come un criminale di guerra in uno dei paradisi penali per i veri criminali di guerra. Deportato in Italia in spregio a regole e convenzioni sui diritti umani. Esposto alla gogna e al pubblico ludibrio nel passaggio coatto sotto le forche caudine di Via Arenula e del Viminale. Sottoposto al regime di isolamento in un carcere sperduto e privato dei significativi contatti umani che le Regole di Mandela considerano essenziali per evitare la tortura dei detenenti e la pazzia del detenuto. Alla fine, tolto dall'isolamento e messo in socialità - ironia della sorte o legge del contrappasso - insieme a detenuti per terrorismo di matrice islamica.
Cesare Battisti è il "tipo d'autore" perfetto per un processo in contumacia che continua anche quando la contumacia è finita. È un caso emblematico di uso integrale e spietato del "diritto penale del nemico" che ha segnato il regime di emergenza che, al di là di ogni emergenza, vige in Italia da quasi mezzo secolo. Ma, di fronte a tanta ingiustizia e inimicizia, la risposta non può essere di segno uguale e contrario: la lotta "fino alla morte" contro la morte per pena; l'arma di un corpo morto scagliato contro il nemico che lo ha sequestrato e deprivato dei più elementari sensi umani.
Il carcere è strutturalmente un luogo di pena, dolore, deprivazione. Non può essere migliorato. A voler essere umani va solo abolito.
Ciò nonostante, anche - innanzitutto - in carcere, di fronte ai "cattivi" è giusto diventare "buoni". Capire che, nel dare corpo alle idee di giustizia, di pace e di libertà, occorre operare prefigurando nell'oggi il domani che vuoi realizzare. Capire che i mezzi devono essere coerenti coi fini, che il corpo occorre darlo alla felicità, al dialogo, all'amore, alla gente e al diritto, non immolarlo, il corpo altrui e il proprio, sull'altare di un'etica del sacrificio e della morte, liberatrice e redentrice. Fare lo sciopero della fame "fino alla morte" è l'opposto della nonviolenza, è la continuazione della violenza con altri mezzi. Non v'è coerenza, non vedo coraggio. L'unica coerenza che occorre osservare in sé ed esigere dagli altri non è quella di chi non cambia mai idea, sentimenti, comportamenti. È quella che crei e t'imponi tra mezzi e fini. L'unico coraggio che bisogna avere nella vita non è quello di combattere fino alla morte, ma quello di amare fino alla vita... anche del tuo nemico.
Così Marco Pannella interpretava lo sciopero della fame: un atto d'amore, unilaterale, gratuito, nei confronti dell'avversario, del potere dal quale esigere il rispetto, non della tua volontà, ma delle sue stesse leggi. Questa è la nonviolenza che ho capito: la forza sottile e invisibile, tagliente come la luce di un laser e dura come un filo d'acciaio, che distingue e tiene insieme, che rispetta e lega le persone più diverse. La nonviolenza è la forza del cambiamento, della coscienza, del dialogo, dell'amore, non è mai "contro" qualcosa o qualcuno, ma sempre "per" e "con".
Quando - nel mondo che ti circonda e nel tuo mondo interiore - sembrano prevalere disperazione, indifferenza e rassegnazione, è allora che devi essere tu stesso speranza e perciò creare, anticipare la fine dell'isolamento, essere la realtà diversa che vuoi per te e per le persone che ami e ti amano.
Su questo, Ambrogio Crespi ha realizzato un'opera straordinaria, "Spes contra Spem - Liberi dentro", che racconta il mondo carcerario dove vige ancora l'isolamento e il "fine pena mai", il 41 bis e l'ergastolo "ostativo". Le storie dei condannati a vita testimoniano che il carcere può annientare ma anche rigenerare, può essere un luogo e un tempo in cui ci si può perdere per sempre, ma anche il luogo e il tempo in cui è possibile ritrovarsi per sempre, rinascere a nuova vita. Sul senso - creativo, il contrario di mortifero; religioso, l'opposto di diabolico - del digiuno, Mariateresa Di Lascia ha scritto parole bellissime che, Cesare, ti regalo. "Non si può usare in politica uno strumento come il digiuno senza avere amore per l'avversario, senza avere la consapevolezza che la crescita, se ci sarà, avverrà dentro e fuori di noi... Il successo di un digiuno in terapia come in politica è legato alla capacità di liberare la parte migliore di sé, di perdonare e di perdonarsi, di percepirsi come protagonista autentico della propria vita, in una parola: di amare".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 26 giugno 2021
Enza Bruno Bossio in visita nel carcere dove è detenuto: "Una delle ragioni del suo digiuno è che viene tenuto nell'alta sicurezza 2, dove ci sono solo jihadisti". "Cesare Battisti è in sciopero della fame dal 2 giugno, sta molto male fisicamente e psicologicamente, e a mala pena si regge in piedi. Le motivazioni per cui lo fa sono molto serie e giustificate". A riferirlo al Dubbio è stata l'onorevole del Pd Enza Bruno Bossio che ieri mattina, nell'ambito dell'attività ispettiva propria di un parlamentare all'interno degli istituti di pena, ha visitato il carcere di Rossano, in provincia di Cosenza, dove ha anche incontrato l'ex terrorista dei Pac e ne ha verificato le condizioni di salute e detenzione.
"Una delle ragioni del digiuno, che ormai dura da 24 giorni, è che l'uomo viene tenuto nell'alta sicurezza 2, dove ci sono solo terroristi jihadisti, e un solo italiano ma che comunque ha aderito all'Islam. La loro socializzazione esclude automaticamente Battisti. Non è una questione di razzismo, come hanno scritto su Libero, ma di aggregazione. Lui è sostanzialmente isolato e non è in grado di avere una socialità. Ha con sé dei libri e da poco gli è stato dato un computer ma che non si può ricaricare in cella per problemi di voltaggio. L'ora d'aria la fa in una specie di quadrato sostanzialmente un po' più grande della cella piccolissima dove vive. Non ha ricevuto neanche la visita del cappellano, pur avendola richiesta a suo dire. A ciò si aggiunge il fatto che i parenti sono lontani e hanno difficoltà a raggiungerlo lì".
Battisti vorrebbe sapere inoltre, prosegue Bossio, "quali sono le motivazioni per cui il Dap lo ha assegnato all'alta sicurezza 2, considerato che esse sono state secretate e non sono state comunicate mai nemmeno al suo avvocato. Nei suoi confronti non si sta applicando la legge. Si badi bene: lui non rifiuta il carcere, ha commesso dei crimini di cui si è assunto la responsabilità. Ma pretende una carcerazione dignitosa e legale. Questa è la battaglia che sta facendo e la porterà avanti fino a quando lo Stato non gli darà una risposta. Lo sciopero della fame non vuole essere un ricatto ma una richiesta di chiarezza.
È legittimo quello che sta subendo o qualcuno vuole farlo "marcire" in carcere? Esiste, come mi ha detto, un "regime speciale Battisti"? Io voglio sostenerlo in questa sua battaglia. Mi impegnerò, anche attraverso una interrogazione, perché si conoscano le motivazioni fino ad ora ignote del trasferimento. L'Italia con Cesare Battisti può dimostrare di essere uno Stato di Diritto. C'è invece la preoccupazione che nei suoi confronti lo Stato sia vendicativo e non lo può essere nei confronti di nessuno. Non lo è stato nei confronti di Brusca, non capisco perché dovrebbe esserlo nei confronti di Battisti".
Insieme all'onorevole Bossio c'era anche l'avvocato Adriano D'Amico, in rappresentanza del Comitato di Solidarietà Internazionale a Cesare Battisti: "Battisti sta subendo una vera e propria vendetta. È di fatto in un regime ostativo e temo seriamente per la sua vita. Eppure una ordinanza della Corte di Appello di Milano ha stabilito che Battisti deve scontare la sua pena in un regime ordinario di detenzione con diritto ai benefici, non essendogli applicabile l'articolo 4bis".
Qualche giorno fa Battisti, difeso dall'avvocato Davide Steccanella, in una lettera aveva spiegato ai suoi familiari le ragioni sottese al digiuno: "Il 2 giugno ho iniziato uno sciopero della fame, sapendo che non sarei tornato indietro, perciò cosciente di recarvi un grande dolore. Ma avendo la certezza che voi converreste con me che questo era l'atto più degno che potessi fare per evitare di morire in ginocchio, dopo essere stato spremuto e usato per ogni scopo ignobile del potere. Sarebbe così tradire i valori di un passato in cui ho creduto, fino alla deriva armata. Non mi sono mai sentito un criminale allora, né mi sento di esserlo oggi pur nella consapevolezza di aver sbagliato. Seguivo, come tanti altri, dei valori fondamentali di diritto per la persona, non posso permettermi di tradirli sulla linea di arrivo. Ecco perché vi chiedo un'ultima volta di aiutarmi ad essere me stesso e di perdonarmi per il dolore che vi reco".
L'uomo aveva indirizzato una lettera anche alla ministra Cartabia: "nel rispetto delle leggi e della Costituzione chiedo di essere ascoltato almeno una volta senza il filtro o l'ostruzione derivante dall'immagine del "mostro". Senza attizzare polemiche, provocare ingiurie o suscitare sentimenti deplorevoli, da ovunque essi vengano. Invito solo a concentrarsi sulle garanzie, i diritti e i doveri propri di una democrazia repubblicana della quale lo Stato è garante. Le leggi esistono per essere applicate, indifferentemente dalla personalità o il carattere politico culturale dell'individuo che le ha infrante. Non è umano né legalmente accettabile continuare a trattarmi da nemico in un Paese che non è in guerra; è trascorso mezzo secolo!".
Proprio la ministra Cartabia, senza mai citare il nome di Battisti, rispondendo domenica scorsa alla sollecitazione di Benedetta Tobagi nel corso del dialogo su "Un punto di giustizia" a Taobuk di Taormina, aveva detto: "Ho già da tempo chiesto di fare delle verifiche sulle condizioni e la situazione complessiva dell'esecuzione della pena in quella situazione. Come deve esserlo di fronte a tutte le persone che hanno una certa età, una certa storia, condizioni di salute e quant'altro".
di Giulia Merlo
Il Domani, 26 giugno 2021
Il penale è bloccato dalla politica, il civile invece vede l'opposizione soprattutto dei gli avvocati, la riforma del Csm è vista con sospetto dalla magistratura, soprattutto dopo la presentazione del referendum di Lega e partito radicale. Le tre maxi riforme della giustizia - ddl penale; civile e dell'ordinamento giudiziario - sono uno dei pilastri del Pnrr, ovvero il lasciapassare dell'Italia per incassare i fondi del Recovery.
Il documento approvato a livello europeo contiene una road-map precisa per l'approvazione dei tre testi di riforma, che hanno l'obiettivo di velocizzare e rendere più efficiente la giustizia italiana. Il progetto è ambizioso e il presidente del Consiglio Mario Draghi ne ha affidato la realizzazione alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che però si è presto scontrata con gli ostacoli che fino ad oggi hanno impedito l'approvazione di riforme organiche: la litigiosità della componente politica e la crisi di quella tecnica, in particolare della magistratura.
Tuttavia i tempi sono fissati e sono categorici: entro fine 2021 vanno approvate le leggi di delega al governo, entro il 2022 i decreti ed entro il 2023 eventuali ulteriori regolamenti. La prima scadenza è ormai vicina, ma l'iter dei ddl è ancora accidentato. Tuttavia il governo non può farsi distrarre nè allungare i tempi, dunque a via Arenula nessuno ha dubbi sul fatto che, se la "strategia Cartabia" dei piccoli passi concertati non funzionasse, interverrà direttamente Draghi per ultimare la sintesi.
Ddl penale - Il ddl penale ha come ostacolo maggiore quello opposto dalla politica, perché contiene la modifica alla prescrizione. Il testo base, attualmente in commissione Giustizia alla Camera, è stato redatto nel precedente governo, i partiti hanno presentato i loro emendamenti e anche la commissione di esperti nominata dalla ministra e presieduta da Giorgio Lattanzi ha presentato le sue conclusioni.
È atteso entro la settimana prossima il maxi emendamento del governo, che dovrebbe essere una sintesi che raccolga gli spunti del lavoro in commissione e degli emendamenti parlamentari. Approvato quello, il testo poi approderà in Aula. La ministra sperava di riuscire già a farlo a fine giugno, ma ora la scadenza è slittata a luglio.
Il partito che ha sollevato dubbi maggiori è il Movimento 5 Stelle, che non vuole arretrare sulla prescrizione targata Alfonso Bonafede, che attualmente prevede lo stop al decorso della prescrizione dopo il primo grado. L'unica mediazione (elaborata con il Pd e Leu alla fine del Conte 2) che sarebbe disposto ad accettare è che si dividano i binari tra assolti e condannati: per i primi la prescrizione tornerebbe a decorrere dopo l'assoluzione in primo grado. La commissione Lattanzi, invece, ha elaborato due proposte. La prima prevede che la prescrizione si sospenda per due anni in seguito alla sentenza di primo grado e per un anno in seguito a quella di appello. La seconda invece, prevede che, dopo 4 anni dall'esercizio dell'azione penale senza che si sia giunti alla sentenza di primo grado, l'azione penale diventi improcedibile. Lo stesso avviene in caso di mancata definizione del giudizio di appello entro il termine di tre anni dalla presentazione dell'atto di appello e in caso di mancata definizione del giudizio di cassazione entro il termine di due anni.
Anche il Pd, che è il principale alleato dei 5 Stelle, ha presentato un emendamento che cancella la prescrizione di Bonafede e introduce una prescrizione processuale, che scatti dunque per fasi processuali e in particolare dopo due anni di giudizio d'appello. La riforma del processo penale, tuttavia, punta ad essere una riforma di sistema, come ha spiegato Lattanzi in commissione Giustizia. Vale a dire che la riforma della prescrizione è solo un tassello, ma la velocizzazione dei processi si ottiene attraverso una serie di modifiche che riguardano i riti alternativi, la modifica del regime delle impugnazioni e la digitalizzazione.
Ddl Civile - La riforma del civile è quella il cui iter è attualmente il più avanzato. I partiti hanno presentato i loro emendamenti, la commissione di esperti presieduta da Francesco Luiso ha depositato la sua relazione e la ministra ha anche depositato in commissione al Senato i suoi 24 emendamenti al testo base, frutto della sintesi tra emendamenti parlamentari e relazione. La riforma, il cui obiettivo è l'abbattimento del 40 per cento del tempo di definizione dei processi civili, secondo l'impegno assunto dal Governo con l'Ue con il Pnrr, tocca in particolare: la valorizzazione delle Adr (giustizia alternativa come la mediazione); la semplificazione del procedimento civile, anche stabilizzando le innovazioni tecnologiche; rafforzare il processo esecutivo; semplificazione del rito lavoro; introduzione di un rito unico per il procedimento minorile. Se dal punto di vista politico il ddl civile non ha creato particolari problemi, tanto che il Movimento 5 Stelle ha chiesto alla ministra di anteporlo al ddl penale proprio perché di più facile approvazione, le critiche sono arrivate dagli operatori del diritto.
Molto negativo è stato il giudizio degli avvocati: la presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense, Maria Masi, ha parlato di una riforma che "disattende le aspettative legittime dell'avvocatura", avendo detto alla ministra nelle varie interlocuzioni che "una riforma della giustizia non poteva esaurirsi in una modifica delle norme di rito soprattutto se non in grado di garantire migliore e maggiore efficienza al processo. È inaccettabile una riduzione dei tempi del processo se va a danno delle garanzie di difesa e del potere dispositivo delle parti, configurando regimi di preclusioni, sanzioni e filtri che non possono trovare giustificazione alcuna soprattutto se proposti in un'ottica di miglioramento". Anche l'Unione nazionale camere civili ha espresso ferma contrarietà agli emendamenti perché la disciplina delle preclusioni moltiplicherà il numero dei processi; il potenziamento delle ADR riguarda soltanto la mediazione, mentre la negoziazione assistita viene fortemente depotenziata; l'arbitrato non riceve alcuna agevolazione fiscale.
Ddl ordinamento giudiziario - La riforma dell'ordinamento giudiziario, che comprende la revisione della legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura, è l'altro scoglio difficile da superare sia sul piano politico che interno alla magistratura. Il lavoro della commissione di esperti presieduta da Massimo Luciani è concluso e il governo ha presentato anche il suo pacchetto di emendamenti al testo base.
La riforma prevede una riforma della legge elettorale, modificando il meccanismo dei collegi di voto, l'introduzione di limiti alle porte girevoli dei magistrati in politica e un limite alla possibilità di pm e giudici di cambiare ruolo. Tuttavia, a rendere più complicato il tutto è stata la presentazione dei referendum sulla giustizia promossi dal partito radicale e dalla Lega. Quattro dei sei quesiti riguardano proprio l'ordinamento giudiziario: la responsabilità civile dei magistrati; la separazione delle carriere; lo stop alle firme per candidarsi al Csm e il voto dei laici nei consigli giudiziari. Il tema rimane fortemente controverso, soprattutto dentro la magistratura, che tuttavia in questa fase si è opposta al referendum ma non si è ancora pronunciata chiaramente sulla riforma a cui sta lavorando il parlamento. Quanto ai tempi, la ministra punta ad approvare il tutto entro luglio in commissione e poi portarla in aula alla Camera.
di Franco Corleone
Il Riformista, 26 giugno 2021
Ho incontrato la ministra insieme al deputato Riccardo Magi. Le abbiamo parlato della pdl sulle droghe, per evitare carcerazioni immotivate, di quella per restituire il potere di clemenza al Parlamento. E di come un codice orientato all'inclusione non va considerato un'utopia.
Lunedì scorso sono rientrato nella sede del Ministero della Giustizia in via Arenula per un incontro concesso dalla ministra Marta Cartabia a Riccardo Magi, deputato di Più Europa, presentatore delle proposte più significative elaborate dalla associazione La Società della Ragione il quale, con grande sensibilità, ha voluto che lo accompagnassi.
L'incontro si è svolto nella grande stanza dei ministri, caratterizzata da una penombra che contrasta con una visione della giustizia luminosa e trasparente e da affreschi alle pareti frutto del realismo del regime. È ancora presente la scrivania di Togliatti recuperata da Diliberto quando era ministro come cimelio storico; chissà se il cinismo del Migliore ispirò la decisione di licenziare Alessandro Margara da Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. In questa stanza per cinque anni mi confrontai da sottosegretario con i tre ministri, Flick prima e poi Diliberto e Fassino. Anni straordinari soprattutto per l'iniziale tensione riformatrice e per l'eccezionale livello dei responsabili delle direzioni generali e dei loro collaboratori.
Ricordo per primo Loris D'Ambrosio, mitico Capo di gabinetto e poi cito a caso Giorgio Lattanzi, Vladimiro Zagrebelsky, Emilio Lupo, Luigi Scotti, Franco Ippolito, Luigi Marini, il mio capo segreteria Giuseppe Cascini, Domenico Carcano, Giorgio Fibelbo e il capo del Dap prima di Margara, Michele Coiro, autorevole personalità di giurista e garantista. Magi ha esordito con un apprezzamento per le parole usate dalla ministra in occasione della presentazione della Relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, in favore delle misure alternative e di preoccupazione per il rinnovato sovraffollamento carcerario.
A tale riguardo abbiamo messo in luce la causa di questa condizione: l'art. 73 della legge antidroga che, per piccolo spaccio e detenzione di sostanze illegali, provoca l'ingresso e la permanenza in carcere di oltre il 30% dei detenuti ai quali vanno aggiunti altrettanti soggetti qualificati come tossicodipendenti. In totale oltre il 50% dei ristretti lo sono per una sola legge e per una questione non criminale ma sociale.
Magi ha fortemente sottolineato che è in discussione presso la Commissione Giustizia della Camera la proposta di rendere il comma relativo ai fatti di lieve entità come articolo autonomo per evitare arresti e detenzioni ingiustificate. A confortare questa visione abbiamo consegnato alla ministra, in anteprima, una copia del XII Libro Bianco sugli effetti della legge Iervolino- Vassalli (non più Fini-Giovanardi proprio grazie alla decisione della Consulta del 2014, la sentenza 32 di cui giudice relatore e redattore fu proprio Marta Cartabia) sulla giustizia e sul carcere.
Abbiamo anche rimarcato che presso la Commissione Giustizia al Senato è iniziata la discussione sul disegno di legge votato dal Consiglio regionale della Toscana e inviato al Parlamento per garantire il diritto costituzionale alla affettività in carcere, auspicando una azione di persuasione per giungere a un risultato di civiltà e umanità. Certamente l'annuncio che presto si tornerà ai colloqui con le famiglie in presenza e senza le barriere di plexiglas è cosa buona, ma non basta tornare a prima della pandemia.
Occorre garantire l'applicazione del Regolamento del 2000 e condizioni igienico-sanitarie tali da assicurare dignità ai detenuti e spazi per studio, lavoro e cultura che offrano chance per il loro reinserimento sociale. L'impegno per luoghi di abitazione, progetti di housing sociale e occasioni di lavoro vero deve coinvolgere istituzioni locali, volontariato e magistratura di sorveglianza.
Non è intelligente tenere in carcere fino all'ultimo giorno le persone senza sperimentare la prova della libertà. Abbiamo segnalato la proposta per la modifica dell'articolo 79 della Costituzione per un nuovo statuto di amnistia e indulto che consenta al Parlamento, a determinate condizioni, di esercitare il potere di clemenza. Infine ho ricordato che la chiusura degli Opg impone una riforma del doppio binario del Codice Rocco per respingere le nostalgie del manicomio. Sullo sfondo è rimasta la questione dell'ergastolo ostativo: in merito, ho informato la ministra che a giorni sarà stampato il volume "Contro gli ergastoli" curato da Andrea Pugiotto, Stefano Anastasia e da me, con prefazione di Valerio Onida, per la collana della Società della Ragione edita da Ediesse/Futura.
Mi è venuto spontaneo ricordare che il nodo della giustizia non è riducibile a interventi organizzativi, seppure indispensabili. C'è bisogno soprattutto di un supplemento d'anima per ricostruire un patto di convivenza e di riconciliazione nella società disgregata. Per questo l'obiettivo di un nuovo codice repubblicano per un diritto penale minimo e mite, capace di superare il Codice Rocco dopo novanta anni di vigenza, non può essere confinato nel regno dell'utopia. Abbiamo capito che la ministra Cartabia ha l'assillo di chiudere la partita dei sei provvedimenti in cantiere.
Noi ci auguriamo che cessi presto il cicaleccio e la lite tra comari e che si chiuda una partita tutta di schieramento e di potere. Così si potrà parlare finalmente dei valori di fondo e della Costituzione. È stato un colloquio intenso, piacevole e con un carattere simpatetico. Uscendo, Riccardo Magi e io ci siamo guardati e ci siamo detti che per un'ora la buona politica era tornata a vivere. Sarebbe un delitto sprecare questa occasione. Ci auguriamo che i partiti orientati a ricreare un clima di inclusione sociale dove nessuno è mai perduto per sempre, abbiano consapevolezza della sfida e ne siano all'altezza. Come lo è la ministra.
di Giulia Merlo
Il Domani, 26 giugno 2021
Ma l'iniziativa non sarebbe piaciuta all'Associazione nazionale magistrati, che al momento della pubblicazione aveva espresso parere favorevole verso la relazione degli esperti sulla riforma del ddl penale. La lettera è stata inviata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia nei giorni scorsi e porta alla firma di 127 magistrati, anche se altri si stanno aggiungendo in queste ore. Contiene dieci proposte di riforma del penale, che vorrebbero essere - nell'intenzione degli scriventi - uno strumento in più per integrare la riforma a cui il governo sta lavorando.
L'iniziativa, nata inizialmente nelle chat vicine al gruppo di Articolo 101, si è poi spostata nelle mailing list dei magistrati ed è stata appoggiata da nomi di toghe anche esterne alle correnti, con adesioni individuali. Nel testo si legge che "siamo un gruppo di magistrati che lavorano ogni giorno, tra mille difficoltà, negli uffici giudiziari; lo facciamo in silenzio, con "disciplina e onore", nella consapevolezza di rappresentare, per i tanti cittadini che si rivolgono a noi, l'Istituzione statale alla quale si chiede di riparare torti". Per questo "ci sentiamo in dovere di suggerire 10 interventi legislativi, a costo zero, che consentirebbero, a nostro avviso, di accelerare non poco i processi penali".
La missiva contiene un giudizio anche sul lavoro della commissione Lattanzi, che ha elaborato il parere sul ddl penale e che è stato positivamente accolto dall'Associazione nazionale magistrati. "Pur apprezzando alcune proposte che sono state formulate, temiamo che, dopo le tante riforme di questi anni, anche quella legata al riconoscimento delle risorse economiche del "Recovery fund" possa costituire l'ennesima "occasione mancata" per incidere in maniera davvero efficace".
Le dieci proposte
Ecco dunque le dieci proposte che vengono definite "a costo zero", ovvero che non comportano alcun costo per l'amministrazione della giustizia.
1) razionalizzare il sistema delle notifiche (prevedendo la domiciliazione ex lege dell'imputato presso il difensore di fiducia, come nel processo civile);
2) introdurre l'archiviazione dei procedimenti a carico degli irreperibili (stabilendo che il PM possa esercitare l'azione penale soltanto qualora sussistano le condizioni per procedere in assenza);
3) prevedere la possibilità di emettere sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 cpp, in tutti i casi in cui il gup ritenga improbabile che l'imputato, in caso di rinvio a giudizio, possa essere condannato;
4) prevedere il giudizio abbreviato come giudizio "ordinario" (e che il dibattimento debba essere richiesto dall'imputato personalmente o dal difensore munito di procura speciale);
5) prevedere che il patteggiamento possa essere chiesto senza limiti di penae di tempo (anche nel corso del dibattimento, in modo da limitare i casi in cui il giudice deve motivare la sentenza di primo grado e l'imputato possa proporre appello);
6) introdurre la possibilità per il giudice della cognizione di condannare l'imputato ad eseguire lavori di pubblica utilità o alla detenzione domiciliare (senza dover aspettare che lo faccia il magistrato di sorveglianza);
7) prevedere che per proporre opposizione alla richiesta di archiviazione debba essere pagata una marca da bollo e, soprattutto, che il Gip - in caso di rigetto - possa condannare l'opponente al pagamento di un'ammenda, specie nei casi di abuso del diritto;
8) prevedere l'abolizione del divieto di "reformatio in peius" in materia di impugnazioni;
9) stabilire che, qualora si decida di abolire la disciplina recentemente introdotta (c.d. "riforma Bonafede"), il termine ordinario minimo per la prescrizione dei reati sia fissato in 10 anni;
10) depenalizzare la maggior parte delle contravvenzioni (come, ad esempio, quelle relative al codice della strada) e introdurre soglie di punibilità per i reati contro il patrimonio, prevedendo che tali condotte siano trasformate in illeciti amministrativi.
Le reazioni - Senza entrare nel merito delle singole proposte, sul fronte della politica interna alla categoria l'iniziativa non è stata ovunque gradita. In particolare, la giunta dell'Anm non avrebbe apprezzato il fatto che un gruppo di toghe si sia autonomamente rivolto al Ministero, nonostante l'interlocuzione con Cartabia sia da tempo avviata proprio con l'associazione magistrati, che dovrebbe essere organo di rappresentanza sindacale delle toghe. Il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, infatti, aveva condiviso l'impostazione di lavoro della commissione Lattanzi e mandato segnali di distensione al governo proprio sul ddl penale.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2021
I lavori della Commissione ministeriale sono stati prorogati al prossimo 21 luglio. Presto in Cdm gli emendamenti la riforma del processo penale. Prima dell'estate la riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Si allungano i tempi della Commissione ministeriale sulla magistratura onoraria. È stato infatti prorogato al prossimo 21 luglio il termine dei lavori a causa della "necessità di approfondire a livello tecnico trattamento e prospettive previdenziali del personale con una indispensabile interlocuzione con Inps e Ministero del Lavoro". La Commissione, con una nota firmata dal Presidente Claudio Castelli, rende noto che è comunque in corso "una interlocuzione con tutte le (numerose) associazioni sindacali e culturali di categoria". E che i lavori procedono "serrati e spediti e sono già approdati ad ipotesi di lavoro in fase di verifica". Infine, la Commissione auspica di non utilizzare "tutto il tempo della proroga giungendo al risultato richiesto prima della nuova scadenza".
A stretto giro la replica della Consulta della magistratura onoraria che in una lettera indirizzata alla Ministra Cartabia sottolinea le "gravissime problematiche che gravano su oltre 4.700 suoi componenti, divenute drammatiche a seguito della pandemia". La Consulta ricorda che la Commissione sta ormai lavorando dal 7 maggio scorso e che la notizia del differimento dei lavori ha provocato "sconcerto in tutta la categoria".
In particolare preoccupa la possibilità di una "proroga dello stato attuale di servizio, a cottimo e senza tutele". Secondo le toghe infatti non si comprendono le ragioni del rinvio considerato che la sentenza UX della Cgue, per un verso, quelle della Corte Costituzionale n. 267/2020 e n. 41/2021, per l'altro, hanno reso ormai "acclarata" la condizione giuridica dei magistrati onorari. Ragion per cui viene chiesto un "intervento di urgenza" per evitare di arrivare impreparati alla scadenza di agosto che se non scongiurata porterà ad uno scenario "fortemente lesivo dei diritti fondamentali dei magistrati onorari e dei cittadini, utenti del servizio giustizia, ciò sia nel caso di proroga dell'entrata in vigore della c.d. riforma Orlando sia in caso di sua entrata in vigore". Secondo gli onorari infatti non c'è spazio per una proroga della entrata in vigore del regime previsto dal Dlgs. 116/2017, "a meno di incorrere nella procedura di infrazione".
"Analogamente e paradossalmente - aggiungono - l'entrata in vigore del Dlgs 116/2017, senza la pronta riforma su cui sta lavorando la Commissione ministeriale, darà comunque adito a responsabilità erariale di chi non ha inteso l'urgenza di provvedere per evitare la perdita dei fondi del Recovery Plan". Inoltre, prosegue la lettera firmata da Maria Flora Di Giovanni, presidente Unagipa, il reclutamento di giovani risorse per l'Ufficio per il processo, con un investimento di oltre 2 miliardi nel PNRR, "risulterà completamente vano se contemporaneamente si elimina o riduce l'apporto di chi è abilitato da anni, accanto alla magistratura professionale, a decidere".
Mentre il mantenimento dello status quo, sia per effetto della proroga dell'entrata in vigore del Dlgs 116/2017 sia con la sua piena attuazione, "comporterà il perdurare della situazione di irregolarità previdenziale, contributiva e assistenziale dei magistrati onorari in servizio", qualificabili come "lavoratori" per il diritto dell'Unione, ingenerando un "incontenibile florilegio di controversie giudiziarie ed astensioni". Sul fonte delle altre riforme, nella giornata di ieri, intervenendo al convegno "Giovani per la Giustizia" all'Università Roma tre, la Ministra ha reso noto che "A breve, a brevissimo, ci saranno gli emendamenti alla riforma del processo penale". "Poi - ha aggiunto - seguiranno quelli su riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario, prima dell'estate".
di Giuseppe Rossodivita
Il Riformista, 26 giugno 2021
Il 22 giugno l'assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, grazie alla tenacia di Matteo Angioli, del Sen. Roberto Rampi (Pd) e di Andrè Gattolin - vicepresidente del Consiglio Generale il primo e consiglieri generali del Partito Radicale gli ultimi due - ha approvato una risoluzione che cristallizza il "diritto alla conoscenza" come diritto umano fondamentale. Una delle due battaglie alle quali Marco Pannella ha dedicato gli ultimi anni della sua vita. L'altra era quella, più antica, per ottenere una "giustizia giusta". Cosa c'entra il diritto alla conoscenza con i referendum sulla giustizia promossi dal Partito Radicale e dalla Lega? C'entra eccome.
Per gli addetti ai lavori il sistema di (auto)governo della magistratura era faccenda nota. La politica sapeva come funzionava (e funziona) e ha cercato, per timore e per convenienza, con alterne fortune, di entrarci in contatto, di ricavarsi strapuntini di impunità o occasioni di aggressione all'avversario di turno. Il quarto potere, quello dei media, tanto ne conosceva i meccanismi che lo ha sostenuto e fatto crescere nel tempo, nascondendolo agli occhi dell'opinione pubblica, anche in questo caso per timore, per ricavarsi strapuntini di impunità o di privilegi sul versante delle inchieste da sparare in prima pagina con il mostro di turno. La magistratura non allineata pure ne era perfettamente a conoscenza, così come l'avvocatura, ma di rivolte non se ne sono viste in tanti anni, meglio conviverci, fare spallucce, bofonchiare qualcosa, purché sottovoce e farsi amico qualche potente, tanto questo è il paese di "io speriamo che me la cavo". Ebbri di questo immenso potere di condizionamento di tutta la vita democratica del Paese, i nostri hanno commesso un errore, come tutti gli errori determinati dalla eccessiva consapevolezza di sé stessi.
Quando sono uscite le chat e le intercettazioni di Luca Palamara, i tenutari del potere dentro la magistratura hanno pensato di agire more solito: un paio di importanti giornali nazionali amici pronti a mettere all'angolo "il cattivo" di turno eletto a capro espiatorio di tutti i peccati; i Tg della concessionaria del servizio pubblico in ordinata scia; un paio di processi disciplinari lampo per Anm e Csm, senza dar la parola a 133 testi chiesti dalla difesa con conseguente espulsione "della causa di tutti mali" da Anm e Csm. Partita chiusa e si torna a fare come prima senza doverne mai rispondere a chicchessia. Qualcosa è andato storto, però, perché se da un lato era evidente a tutti che Palamara non è che chattava o parlava da solo, dall'altro è stata anche evidente l'opera di copertura ed insabbiamento delle responsabilità di una intera categoria: la classe dirigente interna alla magistratura, con i suoi metodi di selezione. Ed è la classe dirigente più potente del Paese.
Fatto di tanta imbarazzante evidenza che è deflagrato non appena Palamara ha annunciato, dalla sede del Partito Radicale, di volersi mettere a disposizione per raccontare come sono andate le cose per tanti anni, nelle segrete stanze (e nei sottoscala) del Csm e dell'Anm. E i racconti del libro Il Sistema - al di là delle singole vicende e dei personaggi coinvolti che il grande pubblico neanche conosce - hanno profondamente indignato l'opinione pubblica. Una parte della stampa ha capito che dietro l'inaspettato successo editoriale - un libro che il Segretario del Pr Maurizio Turco ha definito uno strumento di lotta politica - c'era e c'è la volontà dell'opinione pubblica di conoscere e di sapere come funziona quel mondo dal quale escono indagini e sentenze che possono distruggere la vita delle persone, di conoscere quel mondo che, da tangentopoli in poi, gli era stato raccontato come un mondo di eroi senza macchia e senza paura, che a colpi di inchieste e di arresti, stava "smontando" l'Italia (Governi, Regioni, Comuni) dell'illegalità e dell'immoralità.
Si è aperto così un varco di conoscenza e di indignazione che ha scompaginato vecchi equilibri determinando, a valanga, altri racconti: quello di Storari e quello di Davigo, quello del senatore Morra e quello di Ardita e via elencando. E il potere della conoscenza, quando viene consentita, si è dimostrato quello di una bomba atomica, che ha portato ai minimi termini la credibilità dell'intero sistema della giustizia italiana. Lo stesso Salvini, pronto ad intercettare gli umori dell'opinione pubblica, ha scritto sui suoi social, insieme a Giulia Bongiorno, che il racconto di Palamara ha consentito alla gente e alla Lega di rendersi conto dell'urgenza delle riforme. Ed è un dato di fatto che un anno fa i referendum non sarebbe stato possibile convocarli: non c'erano le condizioni e la stessa Lega, un anno fa, non ci sarebbe stata.
Oggi si registra invece una amplissima convergenza di forze politiche e sociali. Ed è per questo che oggi la classe dirigente dell'autogoverno della magistratura è terrorizzata dai referendum: ha ragione, ha fallito e farebbe bene a farsi da parte lasciando spazio alle nuove leve, nell'interesse del Paese e della Giustizia. La ministra Marta Cartabia è lacerata dalla domanda che gli viene posta più frequentemente di questi tempi: "Ministra, come facciamo a tornare ad avere fiducia nella Giustizia in Italia?". Per Piero Calamandrei, il giudice era colui che nell'unica trattoria del paese, siede da solo all'ultimo tavolo, con sua unica commensale la sua indipendenza. Quanto è distante questa figura anelata da Calamandrei con lo spettacolo penoso che finalmente l'opinione pubblica ha potuto conoscere? Il patto sociale sulla giustizia è venuto meno, si è sgretolato. Perché mai il cittadino messo sotto processo dallo Stato dovrebbe accettare sentenze pronunciate da persone a cui non viene più riconosciuta quella autorevolezza del giudice austero e rigoroso di Calamandrei o del giudice che soffre il potere di togliere la libertà di Sciascia, piuttosto che goderne ed abusarne? Se c'è una cosa che gli italiani non perdonano è quella di essere giudicati da chierici che predicano bene e razzolano male, almeno quanto quelli che condannano riservandosi per loro solo autoassoluzioni.
Cosa c'entrano i referendum con queste riflessioni? Cosa c'entra l'abrogazione di quelle norme che impediscono di citare a giudizio il giudice in caso di danni cagionati nell'esercizio delle funzioni o l'abrogazione delle norme che consentono ai pm di diventare giudici e viceversa nello sviluppo della loro carriera, o ancora di quelle norme che impediscono agli avvocati di partecipare alla valutazione della professionalità dei magistrati in quei mini Csm che sono i Consigli giudiziari, solo per fare tre esempi: cosa c'entrano con quanto abbiamo appena visto? Sono riforme sufficienti, quelle proposte con i sei quesiti referendari, per rimettere in ordine un sistema impazzito, dove l'unica parola che conta è potere, dove non c'è traccia di responsabilità, di qualsiasi specie e natura, civile, professionale, disciplinare? Ovvio che no, non sono riforme sufficienti, non possono essere altro che l'inizio di un percorso riformatore di un sistema che ha consentito abusi e soprusi senza controlli e contrappesi.
È un sistema, che anche a livello Costituzionale non ha retto al trascorrere del tempo e alla trasformazione profonda della società: i tempi di Calamandrei sono lontani e sono lontani anche i modelli di giudici a cui i nostri padri costituenti si riferivano. Ed è per questo che i sei referendum sulla giustizia sono l'occasione per ricostruire il patto sociale su cui si fonda l'amministrazione della giustizia. La politica ha fallito, non è stata capace e non ha avuto la forza di evitare quel degrado che per la prima volta è stato fatto conoscere. Ora i cittadini pretendono di dire la propria, di decidere direttamente, non solo sull'abrogazione di quelle norme indicate nei quesiti, ma evidentemente pretendono di indicare una direzione di marcia che alla politica converrà seguire. Come si ricostruisce la fiducia dei cittadini nella giustizia? Dandogli ascolto senza tradire la loro volontà. Per questo i referendum, in questo momento storico, sono un'occasione irripetibile, sono l'occasione per restituire ai cittadini parola, voce e fiducia nei confronti della giustizia.
di Simona Musco
Il Dubbio, 26 giugno 2021
Il caso Cavallotti arriva alla Camera: Forza Italia propone un fondo per le vittime dell'antimafia. Il tema delle misure di prevenzione entra in Parlamento, per la prima volta, dal punto di vista delle vittime dei sequestri ingiusti. Che "strappano" un impegno alla politica: modificare il codice antimafia e istituire un fondo per le aziende dissequestrate.
Tutto è accaduto alla Camera, presso il gruppo di Forza Italia, dove, alla presenza di diversi parlamentari e del sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, Pietro Cavallotti, vittima di sequestro ingiusto da parte dello Stato, ha raccontato la sua storia. Sisto si è impegnato a rivedere i rapporti tra il processo penale e il processo di prevenzione, "perché è inammissibile che nel 2021 una persona assolta con sentenza definitiva perché non ha commesso nessun reato si ritrovi, per lo stesso motivo, con i beni confiscati", ha sottolineato l'imprenditore. L'idea è quella di estendere le garanzie del contraddittorio e dell'onere della prova al processo di prevenzione. Altro punto su cui è stata manifestata disponibilità al confronto è quello di costituire un fondo per le aziende dissequestrate, proposta contenuta in un emendamento della deputata Matilde Siracusano al Decreto Ristori, che ha superato il vaglio di ammissibilità e che dovrà essere valutato dalle Commissioni, per l'istituzione di un fondo di 10 milioni di euro destinato alle aziende dissequestrate.
"La storia giudiziaria della famiglia Cavallotti non è degna di un Paese civile - ha commentato Siracusano -. Un'azienda sequestrata a seguito dell'accusa di associazione mafiosa poi risultata del tutto infondata ma con un'impresa ormai destinata al fallimento per mano dello Stato. Oltre al danno la beffa: nonostante l'assoluzione questa famiglia ha continuato a subire l'accanimento giudiziario con la confisca dell'azienda". Ora, per la prima volta nella storia, c'è la possibilità che lo Stato si impegni a riconoscere il dovere di risarcire le vittime delle misure di prevenzione. Siracusano ha anche presentato un disegno di legge di revisione complessiva delle misure di prevenzione, a partire dai presupposti, dal procedimento e dal ruolo dell'amministratore giudiziario, idea che riprende molti dei punti già contenuti in una precedente proposta di legge del Partito Radicale.
Cavallotti ha raccontato la sua storia, una storia che gli stessi parlamentari hanno ascoltato con stupore: l'azienda di famiglia, la Euroimpianti plus srl, è stata tenuta sotto sigilli dallo Stato per otto anni, durante i quali, sotto amministrazione giudiziaria, ha subito danni - certificati dal commercialista Giovanni Allotta - per oltre 11 milioni di euro. Nel 2011, nonostante il definitivo proscioglimento dal concorso esterno, il sequestro è tramutato in confisca da un collegio presieduto da Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, radiata dalla magistratura, condannata a 8 anni e mezzo per l'illecita gestione dei beni confiscati alle cosche. Motivo? Vengono considerati indizi di pericolosità quegli stessi elementi che i giudici penali avevano ritenuto incapaci di provare l'accusa di mafia.
Lo Stato riconosce l'errore solo nel 2019, certificando la provenienza lecita di quei beni. Dopo il dissequestro dei beni, la procura si è appellata, ma nelle more dell'appello è arrivata un'istanza di fallimento da parte di Eni, che è creditrice di circa 80mila euro di carburante non pagato dall'amministratore giudiziario. "Passeremo dalla sezione misure di prevenzione alla sezione fallimentare - continua Cavallotti -, questo è l'epilogo della vicenda. Quindi, materialmente, non avremo alcunché, perché le nostre cose passeranno al curatore fallimentare che è un altro amministratore giudiziario. E questa è la storia delle aziende dissequestrate. Ma sono cose che si devono sapere: non è possibile che non ne parli nessuno. Lo Stato distrugge persone che non c'entrano nulla, sequestra, dissequestra, ma poi non aiuta le vittime, mentre nel frattempo le aziende falliscono per debiti accumulati dall'amministrazione giudiziaria. Parliamo di mancati pagamenti di Iva, fornitori, erario, banche... Peccato, però, che le aziende possono essere dissequestrate e in quel caso tocca al proprietario accollarsi i debiti maturati con gli interessi. L'amministrazione giudiziaria va fatta nell'ottica che quell'azienda possa anche essere dissequestrata. Ma ciò non avviene". Il risultato è che lievitano i compensi per gli amministratori giudiziari, mentre rimangono a bocca asciutta Stato, fornitori e dipendenti. "La verità è che la legge antimafia è stata appaltata ai magistrati e il Parlamento approva cose di cui nemmeno capisce il funzionamento. E ne ho avuto la conferma - aggiunge Cavallotti -. Ma non si possono dare deleghe in bianco ai magistrati, bisogna legiferare con equilibrio". All'incontro era presente anche la senatrice Gabriella Giammanco che, dal canto suo, si è impegnata a presentare la pdl di Siracusano al Senato. "Mai era successo, prima d'ora, che il Parlamento sentisse l'opinione di un imprenditore destinatario di un provvedimento di sequestro. Eravamo banditi dal mondo - conclude Cavallotti. In qualche modo siamo stati "riabilitati". Sono consapevole che le cose non cambieranno subito, ma è un passo importante, anche a livello simbolico".
All'incontro era presente anche il deputato forzista dell'Ars Mario Caputo, che ha presentato un disegno di legge voto per l'istituzione di un fondo di solidarietà per le imprese sequestrate alla criminalità organizzata e in seguito dissequestrate. "Vogliamo garantire un sostegno concreto a chi ha subito procedimenti giudiziari poi risolti in un dissequestro delle attività - ha dichiarato nei giorni scorsi -. Ricordo che il 70% di tali imprese a livello nazionale, ha sede in Sicilia. Dunque si tratterebbe di una boccata d'ossigeno per il territorio, che permetta una ripresa, che a cascata coinvolgerebbe tutto l'indotto regionale. Con la discussione di tale disegno di legge voto, vogliamo sollecitare il Parlamento nazionale affinché prenda una netta e definitiva posizione in merito alla delicata vicenda".
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