di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 21 novembre 2021
Renzi applaude all'intervento sulla giustizia di Costa (Azione) e commenta: "Non riesco a capire come alle prossime elezioni potremo andare divisi". "Il garantismo sta al giustizialismo come la democrazia sta alla dittatura". È il giorno dedicato alla giustizia alla Leopolda e Matteo Renzi introduce così l'argomento. Sul palco si alternano oratori "tecnici": Enrico Costa, Annamaria Bernardini de Pace, Gian Domenico Caiazza, Sabino Cassese, Carlo Nordio, Alessandro Barbano.
di Ernesto Ferrara
La Repubblica, 21 novembre 2021
Alla Leopolda di Firenze duro intervento sull'inchiesta Open: "Non decidono i magistrati cosa è politica e cosa no, parlerò in tutte le udienze del processo. Dal Pd nessuna solidarietà, ringrazio solo Tinagli". "Stanno violando la Costituzione. Per sequestrare i nostri telefonini hanno usato 300 persone all'alba, nell'ultima retata contro Messina Denaro erano in 150. Hanno sbagliato Matteo". A testa bassa, duro come mai. Assediato dall'indagine Open Matteo Renzi reagisce rilanciando. Sparando a zero. Trasforma la Leopolda nel palco della sua requisitoria su Open, per cui è indagato insieme ad altre 10 persone per reati che vanno dal finanziamento illecito alla corruzione.
di Nicoletta Tempera
Il Resto del Carlino, 21 novembre 2021
Il magistrato dispone l'autopsia. Fateh Daas, 42 anni, era al secondo piano del padiglione giudiziario. È stato il compagno di cella, ieri mattina alle 9,30, ad accorgersi che non respirava più e dare l'allarme alla penitenziaria. Fateh Daas aveva 42 anni. Algerino, era detenuto al secondo piano giudiziario dal 10 ottobre scorso per spaccio, in attesa di primo giudizio.
E la morte, stando alle prime indiscrezioni, sarebbe avvenuta a causa di un malore che lo ha colto nel sonno. Ma per fugare ogni dubbio verrà comunque effettuata l'autopsia. In un primo momento, infatti, si è sospettato si potesse trattare anche di un suicidio o di un malore legato all'assunzione di qualche tipo di sostanza.
Come denunciano da tempo i sindacati di penitenziaria, infatti, nel padiglione dove ha trovato la morte Fateh, oltre alla abitudine di alcuni detenuti di distillare artigianalmente una sorta di grappa, molto pericolosa, gira anche della sostanza stupefacente. Pochi giorni fa è stato trovato dell'hashish all'interno della cinta muraria del carcere.
Un po' di settimane prima, addirittura, una palla di eroina. E poco dopo, un altro detenuto era finito in overdose ed era stato salvato all'ultimo momento dall'intervento tempestivo degli agenti del reparto infermeria. Una situazione difficile, in un reparto dove è altissima la concentrazione di detenuti con dipendenze, sia da droghe che da alcol. L'ultimo allarme, importato dai detenuti sudamericani, è lo sniffing: ma tra le mura della Dozza, in mancanza di colla, ad essere sniffato è il gas dei bomboloni utilizzati in cella per cucinare.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 21 novembre 2021
Il dossier di Action Aid: in ritardo anche le erogazioni per l'emergenza coronavirus. Stanziati 3 milioni, ma per aiutare tutte le donne in difficoltà ne servirebbero 48.
La curva sembrava invertita, finalmente. Sembrava più veloce e meno burocratico il percorso di sostegno che dalla politica porta alle donne che subiscono violenza. Ma era un'illusione. Perché i dati di quest'ultimo anno ci riportano indietro e ci ricordano che non è riuscita a migliorare il sistema antiviolenza nemmeno la pandemia, che pure doveva essere il motore potente di un nuovo corso e che a un certo punto aveva imposto l'argomento fra le priorità dell'agenda di governo.
Una premessa. La facciamo con le parole del professor Carlo Rimini che all'inizio del 2021, da queste pagine, centrò il punto. Si parlava ovviamente di donne che subiscono violenza e "per proteggerle - scrisse lui - occorrono risorse, competenze e formazione; per far sentire braccati i loro persecutori". Però, obiettò, "tutto ciò non si fa con i proclami ma con il denaro, tanto denaro". Si potrebbe discutere a lungo su quanto sia "tanto denaro" per questa causa, ma qui siamo un passo più indietro: parliamo non di quantità (i fondi sono certamente insufficienti) ma dei tempi esasperanti per far arrivare a destinazione gli stanziamenti.
Ce lo racconta "Cronache di un'occasione mancata", l'ultimo dossier di ActionAid, l'ong internazionale che da anni monitora con precisione chirurgica la filiera dei fondi statali antiviolenza su tutto il territorio nazionale (escluse le province di Trento e Bolzano). Al 15 ottobre 2021, per dire, le Regioni hanno erogato alle Case rifugio e ai Centri antiviolenza il 71% dei fondi dell'anno 2017 (che erano 12,4 milioni di euro); il 67% di quelli previsti per il 2018 (19,6 milioni); il 56% dei soldi disponibili nel 2019 (29,4 milioni) e soltanto il 2% dei 27,5 milioni messi a disposizione nel 2020. Cioè: nel 2020 - come sempre in un giorno di novembre vicino al 25, giornata internazionale contro la violenza sulle donne - è stata annunciata la cifra stanziata per l'anno che stava per finire e, da allora ad oggi, un anno dopo, di quella cifra solo un misero 2% è approdato ai Centri e alle Case, tra l'altro di due sole regioni: Liguria e Umbria.
In questo accumularsi di ritardi c'è stato un tempo in cui si è osato sperare che tutto cambiasse in meglio : è stato quando, in piena pandemia, nella primavera del 2020, la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti ha risposto agli appelli che arrivavano dalle strutture del territorio di fronte alle difficoltà legate all'emergenza sanitaria. Lo ha fatto imponendo al secondo governo Conte la procedura accelerata per sbloccare i fondi che erano stati stanziati nel novembre del 2019. Risultato: un'impennata dei soldi arrivati e spesi dai Centri e dalle Case e tempi dimezzati nel passaggio dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni (da 8 a 4 mesi). Segno evidente che, volendo, esiste il modo di velocizzare tutto. Peccato che la procedura accelerata sia valsa soltanto per il 2020. E infatti nel 2021 siamo tornati indietro: 7 mesi per il passaggio Stato-Regioni.
L'emergenza sanitaria aveva stabilito a marzo 2020 uno stanziamento di 3 milioni di euro per le spese straordinarie sostenute dalle Case rifugio per la pandemia. Al momento - svelano i dati ActionAid - ne risulta liquidato l'1%. La ministra Bonetti si era attivata, inoltre, ad aprile 2020, per un fondo da 5,5 milioni di euro sempre a sostegno degli enti che gestiscono Case e Centri. Ma su 342 Centri e 286 Case recensite dalle Regioni come destinatarie dei fondi del Piano nazionale antiviolenza, ne hanno usufruito soltanto in 142. Perché per avere quel sostegno era prevista una fidejussione pari all'80% dell'importo e molte strutture, specie le più piccole, non riescono a ottenerla dalle banche.
C'era un'altra misura voluta per fronteggiare la pandemia il "reddito di libertà" per sostenere le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, con un massimo di 400 euro al mese per 12 mesi. Stanziamento previsto: 3 milioni (dovrebbero essere rifinanziati con altri due milioni) decisi a maggio 2020, però mai distribuiti perché mancava la circolare dell'Inps per modalità e requisiti di accesso. L'Inps ha deciso i dettagli pochi giorni fa e la rete D.i.Re, che tiene assieme 84 organizzazioni di donne (gestiscono più di 100 centri antiviolenza e 50 case rifugio) ha fatto due conti: ne potranno beneficiare 625 donne in tutta Italia ma per farlo arrivare alla platea di tutte le donne che ne avrebbe bisogno servirebbero almeno 48 milioni di euro. Tutto questo aspettando di conoscere la cifra degli stanziamenti 2021 e la parte operativa (cioè il chi fa cosa e in quali tempi) del nuovo Piano nazionale antiviolenza 2021-20123, pubblicato tre giorni fa sul sito del Dipartimento pari opportunità.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 21 novembre 2021
Sarà dura quest'anno celebrare il 25 novembre. Sarà dura ricordare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, mentre all'obitorio di Modena ci sono i corpi ancora non sepolti di Elisa Mulas, dei suoi due bimbi Sami e Ismael e della loro nonna Simonetta.
Un'intera famiglia sterminata con un coltello da cucina dal compagno di Elisa e padre di Sami e Ismael. Sarà dura sentire - come ogni anno - l'annuncio di nuovi disegni di legge, di nuove strategie repressive, nell'onda spesso retorica delle giornate "dedicate", mentre a Vetralla in centinaia piangono sulla bara di Matias, 10 anni, assassinato dal padre per colpire la moglie, Mariola Rapaj, nell'affetto più sacro: un figlio.
Di fronte a tanto orrore, il sentimento più umano è lo sgomento, unito a un senso di disfatta. L'Italia ha il corpus di leggi e provvedimenti contro i maschi violenti, contro gli stalker e i maltrattanti, tra i migliori d'Europa. Eppure soltanto nell'ultima settimana abbiamo dovuto piangere la morte di quattro donne (l'ultima ieri a Reggio Emilia) e di tre bambini. Perché dunque questo 25 novembre non sia unicamente una ricorrenza in cui commuoversi e indignarsi, per poi ricominciare il giorno dopo a contare le vittime, non solo le donne, sempre di più anche i bambini, forse bisognerebbe chiedersi dove abbiamo sbagliato. Tutti e tutte. Non una di meno, non uno di meno. La violenza di genere, la sopraffazione dell'uomo sulla donna, è infatti una cattiva pianta che ha radici nella cultura diffusa, nell'educazione familiare, nell'asimmetria del lavoro e degli stipendi, sono gli occhi di un bambino maschio che vede il padre maltrattare la madre e introietterà, purtroppo, quella violenza come comportamento naturale. Patriarcato si chiama.
Ed è qui che l'Italia paga il ritardo di aver definito, ad esempio, lo stupro, un reato contro la persona e non contro la morale, soltanto 25 anni fa, nel 1996. Se quel delitto, lungo tutto il Novecento del femminismo e delle conquiste delle donne, ha continuato a essere punito come reato minore (o quasi), forse oggi non dovremo stupirci di vivere in un Paese maschilista.
Dove spesso la giustizia non crede alle donne che denunciano, dove i tribunali tolgono i figli alle madri pur in presenza di padri violenti e condannati. Con uno sforzo titanico, dovuto alla militanza incessante dei centri anti-violenza che non hanno permesso alla politica di girare la testa dall'altra parte, dal 2013 ad oggi l'Italia si è dotata di leggi sempre più efficaci e rigorose. Dalla legge antistalking al Codice Rosso. Dov'è allora l'errore? La mancanza di formazione di forze dell'ordine e magistratura? La sottovalutazione delle denunce? Sì, ma non basta. Il nodo è qui. Di fronte alla strage che abbiamo sotto gli occhi, dovremmo ammettere che la violenza di genere è uno di quei delitti dove la repressione, pur fondamentale, non porta sempre alla dissuasione. Perché la dissuasione nasce dallo sradicamento culturale della sopraffazione maschile sulle donne.
La commissione d'inchiesta del Senato ha pubblicato una importante indagine su 200 casi di femminicidio dal 2017 al 2019. Da cui emerge che il 65% delle donne maltrattate e abusate non solo non denuncia, ma non parla del proprio dramma nemmeno con le amiche. Perché pur essendo vittime si sentono colpevolizzate e giudicate. Ancora oggi. Quasi da non credere. Dunque, accanto alla repressione, è di una strategia culturale tenace e capillare che c'è bisogno, a cominciare dalle scuole d'infanzia, sulla parità e l'educazione al sentimento. Quando negli anni Novanta l'Italia capì che per sconfiggere l'Aids era necessario parlare senza tabù di sesso sicuro e di preservativi, le campagne furono battenti, quasi ossessive. Mettiamoci lo stesso impegno nello smascherare tutti quei retaggi patriarcali che armano le mani dei killer di donne e bambini.
Messaggero Veneto, 21 novembre 2021
C'è un focolaio Covid anche nel carcere di Udine. Sette detenuti (dei 141 attualmente presenti) sono risultati positivi al tampone e anche un agente di polizia penitenziaria. Tutti quanti stanno abbastanza bene e, come spiega la direttrice, Tiziana Paoloni, non hanno sintomi importanti, ma all'interno della casa circondariale sono scattate tutta una serie di misure precauzionali in accordo con il Dipartimento di prevenzione dell'Azienda sanitaria. Tutte le attività in presenza, in attesa dell'esito dello screening di controllo sia per la popolazione carceraria sia per il personale, sono state sospese. "I tamponi saranno effettuati in due fasi - sottolinea la direttrice - e dopo la prima decideremo come procedere. E tutto con il costante monitoraggio dell'Azienda sanitaria". I dati sulla copertura vaccinale a metà settimana erano i seguenti: polizia penitenziaria: vaccinati 86 su 91 (94,5%); detenuti, vaccinati 97 su 141 (69%).
di Clemente Pistilli
La Repubblica, 21 novembre 2021
"Avevano in ostaggio mio figlio". La denuncia del poliziotto della penitenziaria apre nuovi scenari sulla sparatoria dello scorso 19 settembre. Ora è agli atti degli inquirenti che indagano sul regolamento di conti tra clan dietro alle sbarre della sezione di massima sicurezza.
"Avevano sequestrato mia moglie e i miei figli. Li tenevano con una pistola puntata alla testa. Sono stato costretto a farlo. Ho portato io nella sezione alta sicurezza del carcere quell'arma". Un racconto agghiacciante quello fatto da un agente della Polizia penitenziaria di Frosinone, che ha denunciato di aver consegnato lui ad Alessio Peluso la semiautomatica che il 29enne, ritenuto un esponente della camorra, ha utilizzato lo scorso 19 settembre nel capoluogo ciociaro per cercare di uccidere altri detenuti da cui era stato aggredito. Smentita così la tesi che quella Berardinelli semiautomatica sia entrata in una delle celle con un drone, come subito dopo i fatti aveva assicurato anche il Dap. Ma quanto avvenuto è un giallo, su cui sono in corso accertamenti delicati e portati avanti con grande circospezione. Una situazione talmente intricata e inquietante che circa due settimane fa è stato smantellato il reparto alta sicurezza del carcere di Frosinone, trasferendo decine di detenuti, tutti accusati di mafia o di narcotraffico, nei diversi penitenziari italiani, dalle Alpi alla Sicilia.
Il sequestro della famiglia dell'agente penitenziario - L'agente della Penitenziaria che ha denunciato il sequestro della sua famiglia e le minacce nei suoi confronti avrebbe specificato di essere stato avvicinato mentre stava entrando in carcere per prendere servizio. "Devi portare dentro questa pistola. Se non lo fai uccidiamo tua moglie e i tuoi figli. Sono in mano nostra", gli avrebbero detto. A quel punto l'uomo che lo ha fermato gli avrebbe passato il telefonino, facendogli sentire la voce dei suoi familiari, terrorizzati nella loro casa in un paese nei pressi del capoluogo ciociaro. "Avevano le armi puntate alla testa. Non potevo rifiutarmi", avrebbe precisato. L'agente avrebbe così consegnato la pistola a Peluso e gli avrebbe aperto la cella. Perché però ha presentato la denuncia solo il giorno dopo, 24 ore dopo un episodio che non ha precedenti negli ultimi 50 anni nelle carceri italiane? "Ero minacciato", avrebbe assicurato.
La guerra tra i ras dello spaccio - Le indagini sono in corso, ma proprio chi indaga continua a portare avanti la tesi del drone, con la convinzione che il tentato omicidio non sia scaturito da un litigio banale, ma da contrasti profondi esplosi per affari di grande rilevanza. Il 16 settembre 2021, tre giorni prima che Alessio Peluso, detto 'O Niro, 29 anni, ras del quartiere nord di Miano, iniziasse a sparare, lo stesso Peluso era stato vittima di un pestaggio. Un'aggressione per cui la Procura di Frosinone si prepara a chiedere il rinvio a giudizio di cinque indagati: Genny Esposito, 32 anni, di Napoli, figlio di Luigi, boss del clan Licciardi, figura emergente tra i narcos romani, nella piazza di spaccio di San Basilio, e legato a Michele Senese, l'albanese Andrea Kercanaj, 44 anni, detto Sandro, da tempo residente a Frosinone, accusato di aver messo in piedi l'organizzazione che gestisce il traffico di droga tra le case popolari del capoluogo ciociaro, Marco Corona, 35 anni, di Napoli, esponente del clan Lo Russo, Mario Avolio, 55 anni, di Napoli, e l'albanese Blerim Sulejmani, di 37 anni, accusati di lesioni personali pluriaggravate e sequestro di persona. 'O Niro voleva vendicarsi e a quanto pare con grande facilità è riuscito a chiedere all'esterno una pistola e a farsela recapitare direttamente nella sua cella nel giro di tre giorni, uscendo poi con la scusa di una doccia, sparando quattro colpi di 7.65. contro altri tre detenuti e riuscendo solo a ferire lievemente una delle vittime. Tutto per qualche insulto e un'aggressione? Gli investigatori non ci credono.
La vendetta per uno sgarro - Corona, che è stato definito pericoloso e spregiudicato persino dal capo del suo clan diventato collaboratore di giustizia, e Peluso erano molto legati quando insieme trafficavano droga in Campania. Per gli inquirenti c'è altro. C'è qualche grosso affare appunto, che ha portato a una resa dei conti feroce e a investire somme indubbiamente ingenti per mettere in piedi un'organizzazione capace persino di far arrivare una pistola in un braccio di alta sicurezza grazie a un drone. Gli investigatori continuano così a essere certi che l'arma sia stata recapitata con un drone. "Il velivolo senza pilota è stato inquadrato dalle telecamere di sorveglianza del carcere", aveva subito assicurato il provveditore delle carceri del Lazio, Carmelo Cantone, anche se nessuna telecamera avrebbe inquadrato la semiautomatica. "Conto a breve si possa dare una risposta a questa incursione di droni che mi è stato detto essere addirittura settimanale" aveva aggiunto il capo del Dap, Bernardo Petralia, inviato dalla ministra della giustizia Marta Cartabia a Frosinone all'indomani della sparatoria.
L'inchiesta dopo la nuova rivelazione - E il racconto dell'agente della polizia penitenziaria? Le indagini sono in corso per chiarire il ruolo nella vicenda dello stesso agente e potrebbero portare anche a scenari diversi. Dopo gli spari la questura è stata avvertita con una certa calma e Peluso ha avuto persino il tempo di usare un telefonino e chiamare il suo avvocato, chiedendo consigli su come comportarsi. Sono tante le domande a cui dare una risposta. Tutto in una struttura dove sono stati in passato arrestati agenti della polizia penitenziaria, si sono verificate evasioni, sono stati sequestrati telefonini e droga, sono state compiute aggressioni e appiccati incendi. Per qualche tempo in quelle celle si sarebbe persino aggirato un serial killer, Daniele Cestra, attualmente imputato davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Frosinone con l'accusa di aver ucciso due compagni di cella e di averne poi simulato il suicidio. Abbastanza per far chiudere un reparto alta sicurezza.
di Roberto Monteforte
, 21 novembre 2021
Oltre due ore intense di incontro sulla vita dei detenuti in un carcere romano, quello di Rebibbia, prima e durante il Covid è stato quello tenuto lo scorso 18 novembre presso la sede nazionale dell'Usmi (Unione Superiore Maggiori d'Italia) a via Zanardelli a Roma.
Una sferzata di umanità ha arricchito il percorso di formazione delle religiose "novizie" - una quarantina quelle presenti nell'aula magna dell'istituto, tante altre collegate da remoto - grazie alla testimonianza di suor Emma Zordan, della Congregazione delle Adoratrici del sangue di Cristo, che da oltre sette anni presta servizio di volontariato nel carcere romano, animando un laboratorio di scrittura creativa.
La religiosa ha raccontato tutto il percorso che l'ha condotta a Rebibbia. Le sue inquietudini, il coraggio e la forza ritrovati dopo aver varcato il cancello del carcere e i tanti che si sono aperti e richiusi prima che arrivasse alla sezione penale, quella dove avrebbe svolto la sua attività di volontaria. Tutto è più forte e intenso "dentro" le mura, dove nulla è scontato.
I rapporti tra le persone si fanno profondi, autentici, ma solo quando scatta la fiducia. È stato così per suor Emma. Da alcuni anni vive a Latina dove è responsabile della comunità "san Gaspare" di 29 suore anziane, ma ogni sabato mattina alle otto, immancabilmente, è lì, a Rebibbia, con i pacchi per i suoi amici detenuti. Lo dice apertamente alle consorelle che l'ascoltano attente: "Quella è ora la mia famiglia!".
E in effetti è amica, madre e sorella per tanti detenuti. Anche un piccolo suo gesto, come "portare le caramelle" ha per loro un grande significato. È come una carezza dell'anima.
Lo conferma l'altro protagonista dell'incontro all'Usmi: Carmine C., detenuto in regime di semilibertà dopo 16 anni scontati in vari istituti di pena. È stato tra i primi ad incontrare la religiosa "volontaria" a Rebibbia e a collaborare con lei. Proprio il confronto tra i due, a volte intenso, altre volte scherzoso, ha consentito di "far vivere" ai presenti la durezza della vita carceraria e quanto sia importante la presenza di una persona che "da fuori" sappia portare ascolto, affetto, attenzione, speranza.
In una condizione come quella carceraria che limita non solo gli spazi fisici, ma anche la dignità della persona, la testimonianza di quella suora - all'apparenza così esile e minuta, aperta e sorridente, ma anche esigente e severa - ha aiutato tanti reclusi a recuperare la propria dignità, insieme alla consapevolezza degli errori commessi e alla speranza di futuro, di perdono, di vita nuova. Lo racconta con emozione Carmine, senza nascondere l'affetto e la riconoscenza per questa donna di Dio, che senza chiedere nulla di loro, della loro vita precedente, né delle colpe di cui si erano macchiati, senza chiedere nulla in cambio, ha offerto la sua umanità. Si è presa cura delle loro ferite testimoniando così, nella carità, la sua fede.
Lo strumento di questo percorso è stato il "laboratorio di scrittura creativa". Nel suo intervento la religiosa ha ripercorso le tappe di questi anni di lavoro, ricordando i titoli dei libri che hanno raccolto le testimonianze dei detenuti.
Un video, "Non siamo soli..." realizzato dagli stessi detenuti, ha accompagnato questa riflessione. Sino ad arrivare all'ultima fatica: la presentazione del libro "Non tutti sanno...La voce dei detenuti di Rebibbia" che è stata l'altra ragione dell'incontro. Il volume propone alcune testimonianze dei carcerati sulla speranza, raccolte prima e durante la pandemia. Questa volta il libro è stato pubblicato dalla Lev Libreria Editrice Vaticana e con una prefazione del cardinale Giuseppe Petrocchi arcivescovo de l'Aquila.
La ragione di questa scelta la spiega il giornalista Roberto Monteforte che ha collaborato con suor Emma alla realizzazione del libro: "Le testimonianze sono proposte a chi è fuori le sbarre, alle persone comuni che si considerano "libere" e che, invece, troppo spesso sono prigioniere dei loro pregiudizi che le rendono incapaci di accogliere". Su questo punto interviene anche l'avvocato Antonella Pacifico, coinvolta anche lei da suor Emma nel progetto "laboratorio di scrittura in carcere". Lo fa ricordando la "paura del dopo" espressa da tanti detenuti.
"A preoccupare è la violenza che c'è fuori dal carcere, fatta di pregiudizio e prevenzione. Così la pena che non si finisce mai di scontarla perché - lo sottolinea citando passi di una testimonianza del libro - lo stigma del carcerato è impresso come un marchio a fuoco indelebile sulla pelle". Perché la pena non deve avere fine? Perché a pagare devono essere anche le famiglie innocenti di chi la sta scontando? Come si affronta il dopo? Una volta fuori, cosa sarà il reinserimento sociale del detenuto? Il tema si presenta in ogni parte del mondo e coinvolge le "novizie" giunte a Roma da tutti i continenti. C'è chi ricorda l'esperienza positive maturata in uno stato del Brasile. Ma il tema più sentito è l'appello lanciato da suor Emma. "Siamo troppo poche. Venite anche voi a dare testimonianza di fede nel servizio ai carcerati".
"Quante corone del Rosario mi chiedono! - aggiunge la religiosa - E io li invito a recitare il Padre Nostro". Perché si può evangelizzare anche in questo modo: offrendo ascolto e amicizia. La testimonianza di Carmine commuove. Racconta del suo dialogo nelle notti di solitudine in cella con il Crocifisso. "Lo prego, ci parlo, mi confido, ci litigo...". Suor Rosanna Costantini responsabile dell'area formativa dell'Usmi lo aveva già sottolineato all'apertura dell'incontro: la missione oggi è offrire testimonianza nella vita concreta, nell'amore per gli ultimi, "Come ci ha insegnato papa Francesco che ha celebrato la sua prima Coena Domini non in Vaticano, ma nel carcere minorile di Casal di Marmo lavando i piedi ai ragazzi detenuti. Questa è la Chiesa in uscita al servizio degli scartati!".
È grande l'attenzione nell'aula magna dell'Usmi ed anche per chi era collegato a distanza. Arrivano domande, richieste di chiarimenti, testimonianze e tanta disponibilità. C'è chi ha assicurato che chiederà alla madre generale della propria Congregazione la possibilità di seguire la strada indicata da suor Emma. Ecco quando una testimonianza arriva al cuore! Verrebbe da dire un obiettivo è stato raggiunto. Ma resta quello più difficile: arrivare al cuore di chi è abituato a giudicare senza compassione e aiutarlo a scoprire la fraternità. Anche verso i fratelli delle carceri. È proprio l'obiettivo del volume "Non tutti sanno...". Aiutare a capire e a sapere per essere tutti più umani.
antennaradioesse.it, 21 novembre 2021
Il prossimo lunedì 22 novembre 2021, alle ore 12,00, presso la sala di attesa del centro Emotrasfusionale del Policlinico Universitario "Santa Maria alle Scotte" di Siena, si terrà la cerimonia di consegna del quadro realizzato dai partecipanti al laboratorio di pittura presso la Casa Circondariale di Siena, nell'ambito del progetto "Siena, comunicare da dentro. laboratorio di pittura in carcere" curato da Monica Minucci per l'Associazione Culturing APS, realizzato grazie al contributo di Fondazione Chianti Banca.
Saranno presenti alla cerimonia Antonio Davide Barretta, direttore generale dell'Aou Senese, Sergio La Montagna, direttore della Casa Circondariale di Siena, la docente del corso Monica Minucci e la presidente dell'Associazione Culturing APS Carolin Angerbauer. Parteciperà all'evento anche uno degli autori dell'opera.
Il laboratorio, a cadenza settimanale, è andato avanti dal 1° febbraio al 30 aprile 2021 grazie all'impegno della docente di pittura Monica Minucci, e ha visto impegnati circa dieci detenuti. Il progetto è nato proprio con l'idea di realizzare un'opera durante il laboratorio da destinare al Policlinico "Santa Maria alle Scotte" di Siena, cui l'opera è stata poi donata e allestita, a cura dell'Aou Senese, nella sala di attesa del centro Emotrasfusionale del Policlinico, luogo altamente simbolico.
L'opera (tela di cotone dipinta ad acrilico, misure 1,80 x 2,00 mt) è stata intitolata "Siena. Comunicare da dentro" e rappresenta l'immagine di Siena con in primo piano il profilo stilizzato di Guidoriccio, un messaggero di emozione e libertà.
Le attività svolte durante il corso, ritardate per il sopraggiungere dell'emergenza sanitaria da Covid-19, sono state: disegni preparatori su carta, pittura su tela, fotografia come strumento di documentazione dell'attività svolta, raccolta di documenti inerenti al tema oggetto del programma del laboratorio.
L'obiettivo principale del progetto è stato quello di favorire la risocializzazione, aiutare i detenuti a sentirsi meno esclusi, a ritrovare il piacere di avere contatti con altre persone. Magari anche a prendere per la prima volta in mano una matita o dei colori per fare un disegno, proprio sotto la guida dei compagni di cella partecipanti al laboratorio. Questo serve molto a migliorare la vita in carcere, a promuovere scambi relazionali, agevolando, poi, il reinserimento nella Società dopo che si è scontata la pena. L'Arteterapia aiuta i detenuti a ritrovare la libertà di esprimersi e a uscire dall'isolamento, ristabilendo rapporti con gli altri e incanalando positivamente e in maniera costruttiva le tensioni in attività legate alla pittura.
La presente attività ha voluto portare fuori dal contesto penitenziario quelle che sono le risultanze di un lavoro realizzato dai detenuti e finalizzato a realtà esterne e che ne andranno a beneficiare, in questo caso spazi espositivi ospedalieri, per creare un ponte comunicativo con l'esterno attraverso il lavoro artistico dei partecipanti all'opera.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 21 novembre 2021
Bene la diminuzione degli "inattivi", meno bene che quasi tutti i nuovi contratti siano a termine
(353 mila su 422 mila totali). E a chi sostiene che la flessibilità sia volano di occupazione, la replica del Primo Cittadino è che "precarietà e frammentarietà aumentano le diseguaglianze".
La domanda sbagliata è chiedersi se alla fine, preso atto della delicatezza del momento, Sergio Mattarella si lascerà convincere ad allungare di un altro po' il suo mandato. In realtà, ogni atto di questo suo periodo conclusivo sembra segnato da due evidenti certezze.
La prima è che non concederà, per rispetto della Costituzione e anche per non dare alibi ai partiti, alcuna proroga al proprio settennato, che onorerà fino al 31 gennaio 2022, non oltre. La seconda è che nell'ultimo giro d'onore, tra incontri all'estero e occasioni pubbliche nazionali, il Presidente sta indicando una serie di priorità che sarebbe utile ascoltare, e possibilmente tradurre in atti o almeno intenzioni di governo, piuttosto che sciupare tempo a porsi la domanda sbagliata. E invece i suoi richiami rimbalzano flebili, come se il distacco che in tanti vorrebbero scongiurare fosse di fatto già avvenuto e le indicazioni di rotta che provengono dal Quirinale somigliassero alle raccomandazioni di un professore a fine scuola. Sì, certo, giusto, grazie.
Così è stato dopo alcuni interventi dove Mattarella ha messo di peso sul tavolo un tema forse non abbastanza centrale nel dibattito politico: lo stato del lavoro. Il Presidente ha detto cose incontestabili e durissime, senza però che il giorno dopo ne restasse una traccia visibile nelle dichiarazioni di qualche leader (partitico o sindacale o confindustriale) né nell'impegno di qualche membro dell'Esecutivo.
Vero che la ripartenza ha preso slancio, che il Pil sta toccando punte come mai da mezzo secolo e che la produzione industriale ormai supera stabilmente i livelli pre-Covid. Vero anche che, stando all'Istat, a settembre si sono registrati quasi mezzo milione di lavoratori e lavoratrici in più sull'anno prima, con un recupero che ridurrebbe a meno 300 mila il ritorno al totale di posti del febbraio 2020, inizio della grande depressione da pandemia. Calcoli approssimativi, che non tengono conto per esempio delle 150 mila occupazioni in meno nel segmento del lavoro autonomo, come osservato ieri su questo giornale da Dario Di Vico. Nel complesso, comunque, tutto vero, tutto incoraggiante. Ma.
Ecco, i "ma" sollevati dal Presidente sono puntuali e impegnativi. Bene la diminuzione degli "inattivi", meno bene che quasi tutti i nuovi contratti siano a termine (353 mila su 422 mila totali). E a chi sostiene che la flessibilità sia volano di occupazione, la replica del Primo Cittadino, indiretta naturalmente visto l'incarico che ricopre, è che "precarietà e frammentarietà aumentano le diseguaglianze", anche perché si assiste "a un allargamento dei poveri da lavoro, con salari bassi, impieghi intermittenti e part-time involontari", cioè subìti invece che richiesti.
Negli ultimi trent'anni, l'Italia è l'unico Paese europeo in cui gli stipendi sono diminuiti invece che adeguarsi all'aumentato costo della vita: -2,9 per cento, con un'ulteriore discesa di altri 6 punti per l'effetto pandemia. Persino il commissario europeo al Lavoro, Nicolas Schmit, ha di recente osservato che i nostri salari annui (27.900 euro medi, ma più di 5 milioni di persone guadagnano meno di 10 mila euro l'anno) sono effettivamente molto bassi, e anche se non si è spinto a suggerire la soluzione del salario minimo (siamo uno dei 6 Paesi dell'Unione che ancora non lo ha adottato), ha apprezzato che almeno si sia cominciato a discuterne. Il punto è trovare un rimedio a quella "povertà da lavoro" che, sommata alla disoccupazione ufficiale (e fermiamoci a quella), rischia di trasformare l'attesa ripartenza in un destino a portata di pochi. E tra i pochi faticano molto a entrare le donne e i giovani, i più penalizzati anche nei programmi post virus.
È un'angoscia diffusa, quella di un futuro ad accesso limitato, a cui proprio il presidente Mattarella sta dando contorno e voce: "È un dovere inderogabile delle Istituzioni, a ogni livello, combattere la marginalità dovuta al non lavoro, al lavoro mal retribuito, al lavoro nero, alle forme illegali di reclutamento che sfociano in sfruttamento, quando non addirittura in schiavitù contemporanee inammissibili".
Per concludere con una sollecitazione, e il destinatario è inequivocabilmente il governo, a cogliere la grande opportunità offerta dai fondi europei per il nostro Piano di rilancio: "Il lavoro sarà la misura del successo del Pnrr". E andrebbe messa nel conto anche la spinta ad affrontare con vigore e da subito una deriva non secondaria di questa enorme emergenza: le due o tre morti al giorno in fabbriche, campi o cantieri, che ci sfilano davanti da inizio anno senza che si sia ancora attivata una massiccia opera di reale protezione e prevenzione.
Dopo queste preoccupate denunce di Mattarella, dopo parole così sfidanti per chiunque abbia una parte nella gestione del caso Italia, sarebbe stato lecito aspettarsi almeno reazioni di ricevuto allarme. Non ne risultano di rimarchevoli. Anzi sì, una, coincidente con il rischio paventato dal Capo dello Stato. È del primo banchiere nazionale, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo: "La priorità assoluta è la lotta alla povertà.
Nell'ultimo anno la situazione si è ulteriormente aggravata. Immaginiamo cosa comporta avere 5 milioni di poveri che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, a soddisfare bisogni elementari. È indispensabile accelerare sulla crescita, che porta posti di lavoro e dignità". Ancora meglio: una crescita che porti posti di lavoro dignitosi. Insieme al contenimento della quarta ondata del virus, è questa la sfida dal cui esito si misurerà non solo la riuscita della missione del governo Draghi ma la bontà delle scelte in opera per uscire dal tunnel un po' meglio di come ci siamo entrati. Le risorse ora ci sono, molto dipende dalla volontà di utilizzarle per colmare disparità e marginalità sempre più evidenti, almeno per il Presidente ormai a termine di questo Stato. La domanda giusta non è soltanto chi prenderà il suo posto al Colle, ma chi sarà in grado di raccoglierne l'eredità, compresa la capacità di indirizzo e anche, quando serve, di indignazione.
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