di Paolo Itri
Il Riformista, 25 giugno 2021
Il recente intervento del presidente Giuseppe Santalucia davanti al parlamentino dell'Anm sui quesiti referendari suscita non lievi perplessità, apparendo quanto meno inopportuno. Santalucia, nell'annunciare una "ferma reazione", ha dichiarato che il fatto di portare avanti il tema referendario "fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura".
Egli paventa, in sostanza, che attraverso l'uso del referendum si vogliano processare i giudici. Non è ben chiaro a quale titolo il rappresentante di un'associazione privata, rappresentativa degli interessi sindacali di una categoria professionale quali sono appunto i magistrati, invece di fare una seria autocritica sulle ragioni dell'attuale grave crisi di credibilità dell'istituzione di cui fa parte, pretenda di stigmatizzare il legittimo esercizio di uno strumento di democrazia diretta, accusando in sostanza di populismo le forze politiche che hanno promosso i referendum. Premessa l'assoluta legittimità del giudizio che i cittadini esprimeranno sui quesiti referendari, qualunque possa essere il loro esito, non possiamo tuttavia esimerci dal formulare una opinione negativa su quasi tutti i quesiti stessi.
Il primo quesito riguarda la responsabilità civile "diretta" dei magistrati. La norma vigente già prevede che, seppure il cittadino danneggiato non possa chiamare direttamente in causa il magistrato, egli possa tuttavia rivolgersi allo Stato (soggetto peraltro ben più solvibile del singolo magistrato) il quale poi si rivarrà (in parte) sul magistrato stesso. I proponenti chiedono invece di introdurre la possibilità per il cittadino di chiedere il risarcimento dei danni direttamente al magistrato. Non possiamo che esprimere contrarietà rispetto a tale ipotesi, non certo per ragioni corporative, ma semplicemente perché ciò che conta, dinanzi a un eventuale errore grave del magistrato, è che egli ne risponda disciplinarmente e anche economicamente, ma sempre e solo nei confronti dello Stato.
L'azione risarcitoria "diretta", invece, rischia di condizionare gravemente la decisione del giudice, a fronte della non piacevole prospettiva di eventuali future azioni intentate da una delle parti in causa, magari ispirate da finalità solo strumentali o ritorsive.
Il secondo quesito è quello sulla separazione delle carriere: la conseguenza dell'eventuale approvazione del referendum sarebbe che il magistrato, una volta scelta la funzione giudicante o quella requirente, non potrebbe più passare dall'una all'altra. L'argomento è complesso e divisivo, ma va detto che ci troviamo di fronte a un falso problema: gli esperti di ordinamento giudiziario sanno bene che la separazione delle carriere, di fatto, già esiste da tempo, e questo grazie a una serie di "paletti" non solo territoriali che già adesso rendono estremamente improbabile che chi abbia fatto il pm possa decidere di passare nei ranghi della magistratura giudicante (e viceversa).
Il terzo quesito riguarda invece la custodia cautelare: i promotori chiedono che venga abrogata la norma del codice che prevede l'applicazione della custodia cautelare in carcere in caso di pericolo di reiterazione del reato. Tale quesito, se passasse, potrebbe segnare un pericoloso arretramento nell'attività di contrasto alla criminalità. Per chiarire la questione, basti un semplice esempio. Tizio, pluripregiudicato, viene identificato come autore di una rapina in banca grazie alle telecamere installate presso l'istituto di credito. Vistosi scoperto, decide di presentarsi in caserma e di confessare il delitto. Nel caso di specie non ci sarebbe il pericolo di fuga, perché il rapinatore si è costituito spontaneamente. Non ci sarebbe nemmeno il pericolo di inquinamento delle prove, perché ha confessato. Se dovesse passare il referendum, nonostante l'indubbio pericolo di reiterazione del reato, nelle more del processo egli verrebbe lasciato in libertà, con la concreta possibilità, quindi, che possa rapinare un'altra banca.
Quarto quesito: oggi un magistrato che vuole candidarsi al Csm deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme di altrettanti elettori iscritti a una corrente. Attraverso il quesito si intende abrogare questo vincolo delle firme e dunque l'obbligo, di fatto, per un candidato di iscriversi a una corrente. I promotori del referendum sottovalutano, però, la pervasività delle correnti e la loro capacità di controllare i voti degli elettori, indipendentemente dal fatto che il candidato risulti o meno apparentato a questa o quella corrente. L'unica soluzione per contrastare la deriva clientelare resta il sorteggio temperato: si estragga a sorte una platea di candidati in possesso di determinati requisiti minimi (professionali e di anzianità) nella quale gli elettori potranno scegliere con il loro voto colui che meglio esprime la loro sensibilità sui delicati temi della giurisdizione e dell'autogoverno.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Sarà online da lunedì, alla vigilia della discussione sulla riforma del processo penale. Ospiterà anche i contributi dei cittadini che vorranno raccontare le loro storie e denunciare le loro esperienze, positive o negative con la macchina della giustizia.
Si chiamerà proprio così, "presunto innocente.com". Un sito trasversale ai partiti che porterà avanti l'offensiva dei garantisti sulla giustizia. Tant'è che il nuovo sito - che sarà già online da lunedì della prossima settimana - vede tra i promotori Enrico Costa di Azione, Giusi Bartolozzi di Forza Italia, Guido Crosetto fondatore con Giorgia Meloni di FdI, Roberto Giachetti di Italia viva, il dem lucano Gianni Pittella, il giornalista Alessandro Barbano.
In coincidenza con le prossime settimane che vedranno i passi avanti della riforma penale, l'idea dei promotori del sito è soprattutto quello di raccontare cosa succede di positivo ma anche di negativo nel mondo della giustizia e ospitare voci anche contrapposte per creare un movimento d'opinione trasversale che vada oltre lo scontro tra i partiti. Lo slogan del sito sarà riassunto nella battuta "stai attento perché potrebbe capitare anche a te" per mettere in evidenza che i temi della giustizia non riguardano solo gli addetti ai lavori oppure chi viene coinvolto in un processo, ma tutti quanti.
Il sito verrà presentato lunedì alla Camera alle 16 con una conferenza stampa e sarà immediatamente operativo. Sarà possibile trovare una nutrita rassegna stampa sull'attuale dibattito sulla giustizia, tutte le sentenze di assoluzione prodotte dal disciplinare del Csm nei confronti di altrettanti magistrati messi sotto inchiesta, le statistiche sulla giustizia, gli attuali provvedimenti in discussione alla Camera. Ma la parte preponderante del sito sarà lasciata ai cittadini che vorranno raccontare le loro storie e denunciare ovviamente le loro esperienze, positive o negative che siano, quando hanno avuto a che fare con la macchina della giustizia.
di Monica Musso
Il Dubbio, 25 giugno 2021
L'uomo è stato assolto martedì sera dalla Corte d'appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena. Dieci anni prima di essere riconosciuto innocente. È quanto accaduto a Luigi Mazzei, imprenditore calabrese assolto martedì sera dalla Corte d'appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena e la non menzione per bancarotta fraudolenta patrimoniale, mentre era stato assolto per altri due capi di accusa per bancarotta fraudolenta. Mazzei era stato arrestato il 30 giugno 2011 per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, false fatturazioni, truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, evasione fiscale, esportazione di capitali all'estero. Nell'inchiesta, coordinata dalla Procura di Lamezia Terme e condotta dalla Guardia di finanza, erano coinvolte a vario titolo altre 9 persone. Mazzei era stato arrestato mentre si trovava in barca, il 30 giugno 2011.
Tre le aziende sequestrate: la Cofain di Falerna, fallita nel settembre del 2010 per quasi 100 mila euro, la Inveco con sede a Roma e filiale a San Ferdinando, a Gioia Tauro, e la Temesa Hotel & Resort proprietaria del Temesa Village, sul litorale lametino. L'ipotesi era che i finanziamenti pubblici ottenuti nel 2006 attraverso la legge 488/ 92 sugli incentivi all'industria dal ministero dell'Economia e il Por Calabria dalla Regione - 7 milioni ottenuti sui 18,6 milioni richiesti - fossero stati concessi grazie a fatturazioni falsificate con sistemi definiti "sofisticati" dal procuratore lametino Salvatore Vitello e dal sostituto Luigi Maffia, che avevano ottenuto i domiciliari per Mazzei, considerato a capo di tutta l'operazione.
Il 13 settembre 2017, a conclusione del processo di primo grado, Mazzei fu condannato dal Tribunale di Lamezia in qualità di amministratore della Cofain, azienda che si occupava della produzione di serramenti, pannelli fotovoltaici ed edilizia, per la sola bancarotta fraudolenta, per aver distratto dalla società, quando era già in dissesto, fondi per 69.029 euro destinandoli alla Forest, una delle sue partecipate. Per il tribunale non era stata provata la restituzione del denaro da parte della Forest alla Cofain come sostenuto dal consulente dell'imputato e da Mazzei. Il 23 gennaio 2018 gli avvocati Francesco Gambardella e Paolo Carnuccio, difensori dell'imprenditore, hanno presentato appello sostenendo, dimostrando che da parte di Mazzei non c'era stata volontà di dissipare fondi della Cofain e che il finanziamento alla Forest non era un espediente.
"Sono stato protagonista di una vicenda dolorosa, che, se da un punto di vista giudiziario si è conclusa in una bolla di sapone, ha avuto, per quanto mi riguarda personalmente, sia da un punto di vista umano che economico costi elevatissimi", ha commentato Mazzei. "Ero un fruitore di finanziamenti agevolati, probabilmente uno dei pochi che ne era riuscito a fare corretto utilizzo. È proprio su questo, a mio avviso, che ci fu nei miei confronti del fumus. Così il mio nome e la mia credibilità vennero offuscati e le mie aziende, che avevano creato posti di lavoro e indotto, generando un importante gettito fiscale nei confronti dello Stato che in questo modo si era ripreso i fondi che aveva loro elargito, andarono in sofferenza fino al fallimento e alla chiusura - ha sottolineato. Oggi è stata riconosciuta l'assoluta legalità della mia condotta. Ma il corso della mia vita ha subito pesanti condizionamenti. La mia è una storia, come quelli di tanti altri, di ingiusta giustizia che ho deciso di raccontare in tutti i risvolti in un libro di prossima pubblicazione".
A Mazzei è arrivata la solidarietà del leader della Lega Matteo Salvini: "Nove anni e otto mesi di calvario, per poi uscire pulito perché il fatto non sussiste - ha commentato -. È la clamorosa vicenda dell'imprenditore Luigi Mazzei, arrestato nel 2011: l'ennesimo esempio di malagiustizia. Anche per questo vogliamo cambiare la giustizia, anche con i referendum".
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
L'informazione antimafia interdittiva, contenuta nel decreto del 10 settembre 2013 del Prefetto di Napoli, sta provocando non pochi problemi alla Clp, società del trasporto pubblico che con i suoi autobus collega Napoli a numerose località della Campania e di altre regioni. Il provvedimento prefettizio in piedi da quasi dieci anni si rese necessario a causa di alcuni "tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata e tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della stessa".
La vicenda, come detto, risale al 2013, e riguardò solo un ex socio con ricadute dirette, che si ripercuotono tuttora, su tutta l'azienda. La "Clp Sviluppo Industriale Spa" (circa 500 dipendenti) ha come socio unico la "G & FRE Società per azioni". L'amministratore unico è Francesco Viale. Dall'azienda segnalano un paradosso: gli interessi e le attività degli ex soci di Clp sono stati lasciati impregiudicati. Tanto che questi nel frattempo sono diventati titolari di altre imprese di trasporto concorrenti proprio di Clp. Per cui, è proprio il caso di dirlo, c'è chi viaggia zavorrato e chi senza il peso di alcun provvedimento.
"Tutti i dipendenti Clp - dice l'avvocato Luigi De Martino - stanno vivendo un'esperienza paradossale unica nel suo genere. L'azienda nel 2012 ha ricevuto dalla Regione Campania l'intero pacchetto di autolinee, impianti e personale della fallita Acms di Caserta. Siamo condizionati in tutto e per tutto dagli impedimenti che impone la legislazione in materia di interdittive, l'impossibilità di poter esprimere tutte le potenzialità di un imprenditore e dei suoi collaboratori, che si esternano con la partecipazione a gare pubbliche, marketing di settore e protocolli d'intesa operativi con i 130 Comuni serviti dai nostri autobus". Dal 2015 la gestione societaria è riunita in un comitato esecutivo con due amministratori straordinari nominati dal Prefetto di Napoli.
Lo sconforto per tale situazione non è poco e potrebbe trasformarsi in rabbia. "Qualsiasi iniziativa - prosegue De Martino è condivisa con i componenti del comitato esecutivo, professionisti prestati ad un'opera che è remunerata dalla stessa società, ma che umilia chi lavora onestamente, con dedizione e con passione, a partire dall'amministratore Viale fino ad arrivare all'ultimo dipendente". All'origine dell'interdittiva vi furono alcune intercettazioni che coinvolsero Carlo Esposito (all'epoca titolare della società), il quale ebbe contatti con personaggi poco raccomandabili. Le intercettazioni, il cui contenuto - riferiscono i legali di Clp - non è conosciuto dall'azienda, riguardavano alcuni affari conclusi in Toscana da Esposito. Su questi fatti si è tra l'altro pronunciata la Corte di Cassazione. La Suprema corte non rilevò reati legati alla camorra.
Ma questo è un aspetto collaterale.
Il punto principale riguarda la prolungata provvisorietà dell'interdittiva antimafia abbattutasi su Clp e qualcuno vede in questo un disegno ben preciso. Quello, cioè, di indebolire una realtà aziendale che continua a muoversi sulle proprie gambe, nonostante le traversie affrontate. La Clp ha chiesto alla Prefettura di Napoli di esprimersi di nuovo per aggiornare i suoi orientamenti. L'auspicio dei vertici dell'azienda è che la revoca dell'interdittiva arrivi quanto prima. Il management è in possesso del requisito dell'onorabilità, unitamente ad una nuova governance monitorata e ai provvedimenti assunti in difesa della legalità. Significherebbe scrollarsi di dosso un fardello pesante e riappropriarsi di una reputazione offuscata per troppo tempo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
La Corte ha disposto un'istruttoria, sulla questione sollevata dal giudice di sorveglianza di Tivoli, con domande ai ministeri della Giustizia e della Salute, alla Conferenza delle Regioni e all'Ufficio parlamentare di bilancio. La Corte costituzionale ha depositato una ordinanza in merito alla questione sollevata dal giudice di sorveglianza di Tivoli sulle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Ha disposto una istruttoria sulle difficoltà dell'applicazione di tali misure, indirizzando un pacchetto di quattordici domande ai ministeri della Giustizia e della Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio.
La Consulta chiede di chiarire se esistano forme di coordinamento - Nei 14 punti elencati nell'ordinanza si chiede, fra l'altro, di chiarire se esistano, allo stato, forme di coordinamento tra il ministero della Giustizia, il ministero della Salute, le Asl e i Dipartimenti di salute mentale volte ad assicurare la pronta ed effettiva esecuzione, su scala regionale o nazionale, dei ricoveri nelle Rems; se sia prevista la possibilità dell'esercizio di poteri sostitutivi del governo nel caso di riscontrata incapacità di assicurare la tempestiva esecuzione di tali provvedimenti nel territorio di specifiche Regioni e se le difficoltà riscontrate siano dovute a ostacoli applicativi, all'inadeguatezza delle risorse finanziarie o ad altre ragioni.
Il Gip di Tivoli ha sollevato la legittimità costituzionale della disciplina sulle Rems - L'intervento della Corte è stato sollecitato da un Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli, che aveva disposto il ricovero di un imputato in una residenza per l'esecuzione di una misura di sicurezza. A distanza di quasi un anno dal provvedimento, la misura era rimasta ineseguita a causa della carenza di posti disponibili nelle Rems della Regione Lazio. Il giudice aveva allora sollevato questione di legittimità costituzionale della disciplina sulle Rems, che affida ai sistemi sanitari regionali una competenza esclusiva nella gestione delle misure di sicurezza privative della libertà personale disposte dal giudice penale. Secondo il giudice, questa disciplina, sollevando il ministro della Giustizia da ogni responsabilità in materia, contrasta in particolare con la sua competenza costituzionale in materia di "organizzazione e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia", prevista dall'articolo 110 della Costituzione.
La Corte vuole acquisire informazioni sul funzionamento delle Rems - La Corte costituzionale ha quindi ritenuto necessario acquisire, ai fini della decisione, una serie di informazioni concernenti il funzionamento concreto del sistema delle Rems, introdotto a partire dal 2012 in sostituzione di quello degli Opg. La questione non è di poco conto. Qui è in gioco lo scopo per il quale sono nate le Rems.
Il Gip di Tivoli reclama il ripristino della competenza al ministero della Giustizia - Ricordiamo che il Gip di Tivoli, attraverso l'ordinanza, reclama dunque il ripristino della competenza in capo al ministro della Giustizia in relazione all'esecuzione della misura di sicurezza detentiva, nel caso di specie provvisoria, per malati psichiatrici autori di reato.
Di fatto mette così in discussione il principio cardine che supera la logica manicomiale: ovvero l'esclusiva gestione sanitaria delle Rems, affidate esclusivamente alla sanità pubblica regionale, senza alcun potere decisionale o organizzativo del ministero della Giustizia; le ridotte dimensioni per evitare l'"effetto-manicomio": la capienza massima di ogni Rems non deve superiore ai 20 posti.
La Corte costituzionale ha disposto che venga depositata una relazione entro 90 giorni - Una dimensione assimilabile a quella delle comunità terapeutiche, ma superiore a quella dei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) ospedalieri.
La Consulta, però, prima di decidere, ha deciso di vederci chiaro. Per questo ha disposto che, "entro novanta giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, il ministro della Giustizia, il ministro della Salute e il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, (...) il presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio (...) depositino una relazione, per quanto di rispettiva competenza", in merito ai quesiti posti.
di Nello Trocchia
Il Domani, 25 giugno 2021
Il 6 aprile 2020, nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, un gruppo di agenti penitenziari, provenienti da altri istituti di pena, ha picchiato brutalmente i detenuti. Fatti che vengono citati in un procedimento giudiziario riguardante violenze perpetrate da 4 detenuti contro i poliziotti. La giudice, respingendo le misure cautelari richieste a carico di quattro cittadini stranieri, aggiunge un particolare riferendosi agli "asseriti maltrattamenti subiti", quelli commessi dalla Polizia penitenziaria precedenti alle violenze dei detenuti: "Profilo rispetto al quale, peraltro, non sono stati fatti approfondimenti di tipo investigativo".
Il 6 aprile, nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, un gruppo di agenti penitenziari, provenienti da altri istituti di pena, ha picchiato brutalmente i detenuti. Domani ha raccontato quanto accaduto, rivelato la presenza di video a riscontro, i "non ricordo" dei vertici del Dap, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. L'indagine in corso riguarda un centinaio di soggetti. La vicenda non ha avuto ancora un esito disciplinare o giudiziario, né attraverso l'esecuzione di misure personali né attraverso la notifica di un avviso di conclusione delle indagini, ma intanto trova un riferimento nelle carte di un'inchiesta che riguarda le violenze commesse, successivamente ai fatti del 6, da alcuni detenuti contro alcuni agenti della polizia penitenziaria che nulla c'entravano con quel pestaggio.
E su queste violenze commesse da alcuni reclusi si consuma uno scontro tra procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, la stessa che indaga sul pestaggio del 6 aprile, e il giudice per le indagini preliminari. Emerge dall'ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che ha accolto il ricorso della procura e ordinato l'esecuzione delle misure cautelari bocciate dal primo giudice. I fatti si sono svolti il 12 giugno dello scorso anno e vedono protagonisti quattro cittadini stranieri, detenuti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Minaccia a pubblico ufficiale, incendio, danneggiamento, lesioni personali sono i reati contestati, a vario titolo, a Houssin Mouamir, Mohamed Chiri, Beladim Mahdi per i quali la procura ha chiesto la misura cautelare in carcere. La pubblica accusa ha poi chiesto per un altro detenuto Dimitar Dimitrov gli arresti domiciliari per fatti avvenuti il 13 giugno, il giorno dopo.
I maltrattamenti - La giudice Rosaria Dello Stritto, nonostante le violenze commesse dai soggetti indagati contro i poliziotti penitenziari, lo scorso ottobre, respinge la richiesta della procura con una motivazione che fa riferimento anche ai pestaggi subiti dai detenuti precedentemente. "Dalle risultanze investigative è emerso che gli indagati si sono determinati a commettere i fatti contestati in ragione del loro stato detentivo, ovvero per protestare a fronte di asseriti maltrattamenti patiti in precedenza a opera degli agenti di polizia penitenziaria", scrive nell'ottobre scorso. E in riferimento agli "asseriti maltrattamenti subiti", scrive: "profilo rispetto al quale, peraltro, non sono stati fatti approfondimenti di tipo investigativo".
La giudice, insomma, bacchetta la procura che non avrebbe svolto indagini sui fatti del 6 aprile, ma non è così. L'indagine c'è, ma è in un altro procedimento penale, precisa la procura negli atti. Per bocciare la richiesta di misure cautelari, la giudice prosegue con un'analisi del contesto. "Deve aggiungersi, come è noto, che dette condotte si inseriscono in un contesto storico-temporale caratterizzato da un clima di particolare tensione negli istituti penitenziari, in ragione della difficoltà di gestire in detti ambienti le problematiche connesse alla diffusione epidemiologica del Covid 19".
La conclusione della giudice è quindi che il carcere non arginerebbe il pericolo di recidiva, ma "lo amplificherebbe", e anche i domiciliari sono inapplicabili perché a casa "non avrebbero ragioni per reiterare le condotte". Ma la pubblica accusa presenta ricorso al riesame.
Condotte ingiustificate - "La fondatezza di eventuali maltrattamenti subiti non giustificherebbe le gravissime condotte poste in essere dagli indagati che non si limitavano a una mera protesta, bensì sfociavano in gravissimi atti di violenza ai danni di agenti penitenziari, senza distinzione alcuna di persona, tant'è che ne veniva investito per lo più personale operante temporaneamente distaccato da altro istituto carcerario, quello di Benevento, che nulla avrebbe in ogni caso avuto a che fare con i paventati maltrattamenti", scrive il riesame riportando il ricorso della procura, guidata da Maria Antonietta Troncone. Riesame che ha accolto il ricorso della procura con un'ordinanza depositata, una settimana fa. I fatti, i profili dei soggetti, gli atti di violenza commessi impongono "massima riprovazione sul piano del disvalore penale dei fatti in contestazione", si legge nel provvedimento del riesame, firmato dai giudici Pietro Carola, Mariaraffaella Caramiello, Elisabetta Catalanotti.
Per i fatti contestati uno dei detenuti, Mohamed Chiri, già condannato per rapina e resistenza, in sede di interrogatorio, ha raccontato il clima molto teso di quei giorni, gli atti di autolesionismo di un altro recluso e la morte di un detenuto, vittima dei pestaggi del 6 aprile, pestaggi che avrebbe visto, ma non subito.
"In sede di interrogatorio ho chiesto la revoca della misura visto che è trascorso, ormai, un anno da fatti, a mio avviso, il primo giudice aveva ragione perché queste vicende sono maturate in un contesto particolare", dice l'avvocato Leonardo Pompili che difende Chiri. Sul punto relativo agli atti di autolesionismo, i giudici del riesame hanno chiarito che erano praticati solo per reiterare richieste di trasferimento prima di parlare di "azioni concertate e premeditate, realizzate con ferocia e inaudita violenza". Così i quattro sono stati arrestati e, oggi, è prevista l'udienza preliminare. Per i fatti, invece, del 6 aprile, a cui si fa riferimento negli atti d'indagine, dopo la notifica del decreto di perquisizione a carico di 57 indagati, non ci sono stati nuovi sviluppi giudiziari, ma l'inchiesta prosegue.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2021
Il riconoscimento ai fini della pena del periodo del trattamento volontario intrapreso prima della condanna si basa su limitazioni della libertà. L'affidamento in prova speciale consente di anticipare l'inizio dell'esecuzione della pena - rispetto alla data del verbale di affidamento del giudice di sorveglianza - ma solo se in precedenza il condannato si era sottoposto a un trattamento terapeutico di disintossicazione che prevedesse misure limitative della libertà personale. E come spiega la sentenza n. 24681/2021, non equivale ad alcuna forma di restrizione personale la circostanza che tale trattamento precedente comportasse incontri cadenzati, psicoterapia o esami clinici.
Secondo la difesa andava invece dato rilievo al positivo atteggiamento del soggetto alcolista consistito nell'essersi adeguato al rispetto degli impegni cadenzati dalla struttura cui si era rivolto e che lo seguiva prima di eseguire la condanna nella forma alternativa dell'affidamento in prova previsto per chi ha dipendenze. Quindi la pena detentiva - convertita in affidamento - conseguente alla condanna per il reato in materia di stupefacenti andava considerata in parte espiata col precedente volontario percorso di recupero.
La norma al centro dell'interpretazione della sentenza di legittimità è l'articolo 94 del Dpr 309/1990 e in particolare il comma che recita: "L'esecuzione della pena si considera iniziata dalla data del verbale di affidamento, tuttavia qualora il programma terapeutico al momento della decisione risulti già positivamente in corso, il tribunale, tenuto conto della durata delle limitazioni alle quali l'interessato si è spontaneamente sottoposto e del suo comportamento, può determinare una diversa, più favorevole data di decorrenza dell'esecuzione".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2021
I ministeri della Giustizia e Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio dovranno fornire informazioni in relazione alle difficoltà registrate nell'applicazione concreta delle misure.
Come funziona nel dettaglio il meccanismo attuativo del ricovero nelle Rems? La Consulta prima di decidere su una ordinanza che ha sollevato questione di legittimità costituzionale sull'attuale assetto che di fatto esclude dal processo decisionale il Ministero della Giustizia, vuole vederci chiaro. La Corte ha così disposto che Via Arenula, il Ministero della Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio forniscano una serie di informazioni sulle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (che hanno sostituito dal 2012 gli Ospedali psichiatrici giudiziari, OPG) in relazione alle difficoltà registrate nell'applicazione concreta delle misure di sicurezza nei confronti degli autori di reato infermi di mente e socialmente pericolosi.
Con l'ordinanza n. 131 (redattore Francesco Viganò), depositata oggi, dunque, si concedono alle Amministrazioni 90 giorni per fornire le informazioni richieste, raggruppate in 14 punti. L'intervento della Corte è stato sollecitato da un Gip del Tribunale di Tivoli, che aveva disposto il ricovero di un imputato in una residenza per l'esecuzione di una misura di sicurezza. A distanza di quasi un anno dal provvedimento, la misura era rimasta ineseguita a causa della carenza di posti disponibili nelle REMS della Regione Lazio.
Il giudice ha dunque sollevato questione di legittimità costituzionale della disciplina sulle REMS, che affida ai sistemi sanitari regionali una competenza esclusiva nella gestione delle misure di sicurezza privative della libertà personale disposte dal giudice penale. Secondo il giudice, questa disciplina, sollevando il ministro della Giustizia da ogni responsabilità in materia, contrasta in particolare con la sua competenza costituzionale in materia di "organizzazione e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia", prevista dall'articolo 110 della Costituzione.
La Corte costituzionale ha dunque ritenuto necessario acquisire, ai fini della decisione, una serie di informazioni concernenti il funzionamento concreto del sistema. Nei 14 punti elencati nell'ordinanza si chiede, fra l'altro, di chiarire se esistano, allo stato, forme di coordinamento tra il ministero della Giustizia, il ministero della Salute, le ASL e i Dipartimenti di salute mentale volte ad assicurare la pronta ed effettiva esecuzione, su scala regionale o nazionale, dei ricoveri nelle REMS; se sia prevista la possibilità dell'esercizio di poteri sostitutivi del Governo nel caso di riscontrata incapacità di assicurare la tempestiva esecuzione di tali provvedimenti nel territorio di specifiche Regioni e se le difficoltà riscontrate siano dovute a ostacoli applicativi, all'inadeguatezza delle risorse finanziarie o ad altre ragioni.
Ma anche quante e quali siano, attualmente, le residenze attive sul territorio di ciascuna Regione e quanti pazienti siano effettivamente ospitati in ciascuna di esse. Quanti pazienti provenienti da Regioni diverse siano ospitati attualmente nelle REMS di ciascuna Regione, e come sia regolamentato il meccanismo di deroga al principio di territorialità dell'esecuzione della misura. Quante persone risultino attualmente collocate, in ciascuna Regione, nelle liste d'attesa e quanto sia il tempo medio di permanenza in tali liste. Quante siano, su scala nazionale, le persone destinatarie di un provvedimento di assegnazione a una REMS ancora non eseguito, adottato in via definitiva o provvisoria dal giudice.
Ma anche quali siano, ovvero siano stati nel caso di persone definitivamente prosciolte per infermità di mente, i titoli di reato contestati. Quante di tali persone risultino allo stato collocate in una struttura penitenziaria sulla base di ordinanze di custodia cautelare, ovvero in reparti ospedalieri di medicina psichiatrica sulla base di ordinanze di custodia cautelare in luogo di cura, o ancora siano sottoposte medio tempore alla misura di sicurezza della libertà vigilata, come nel caso oggetto del giudizio a quo.
E ancora: quali siano le principali difficoltà di funzionamento dei luoghi di cura per la salute mentale esterni alle REMS per gli imputati e le persone prosciolte in via definitiva che siano risultati affetti da infermità mentale; quali specifiche competenze esercitino, in particolare, il ministro della Giustizia e il ministro della Salute rispetto a tale obiettivo; se il ricovero nelle REMS, ove disposto dal giudice, nonché gli altri trattamenti per la salute mentale disposti sulla base di un provvedimento di libertà vigilata rientrino nei livelli essenziali di assistenza (LEA) che le Regioni sono tenute a garantire; se sia attualmente effettuato dal Governo uno specifico monitoraggio sulla tempestiva esecuzione dei provvedimenti di applicazione delle misure di sicurezza in esame. E infine se siano allo studio progetti di riforma legislativa, regolamentare od organizzativa per alle predette difficoltà e rendere complessivamente più efficiente il sistema.
di Frank Cimini
Il Riformista, 25 giugno 2021
Dopo il sequestro dell'archivio storico di Paolo Persichetti dove tra l'altro ci sono le carte per un nuovo libro sul caso Moro sembra esserci un gioco delle parti tra il Tribunale del Riesame e la procura. A fronte dell'istanza di dissequestro presentata dall'avvocato Francesco Romeo i giudici non hanno fissato la data dell'udienza perché la procura di Roma non ha depositato atti a supporto del sequestro e delle accuse di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti, reati per i quali Persichetti appare come l'unico indagato.
Insomma chi indaga e chi dovrebbe controllare il lavoro degli inquirenti prendono tempo senza che Persichetti possa avere la possibilità non solo di ribattere alle accuse ma di cercare di riavere a disposizione il principale strumento del suo lavoro di storico. Il procuratore Michele Prestipino, la cui nomina è stata considerata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale e dal Consiglio di Stato, e il sostituto Eugenio Albamonte ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati hanno scelto la linea del silenzio, di mantenere le carte coperte puntando sul disinteresse quasi generale per la vicenda appena scalfito a quanto pare dall'appello con 500 firme a tutela della ricerca storica indipendente.
Insomma nulla è possibile sapere di questa fantomatica associazione sovversiva che opererebbe secondo le motivazioni scritte nel decreto di perquisizione da almeno sei anni, divulgando molto presunti atti segreti prodotti e/o elaborati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Una commissione che non è stata ricostituita in questa legislatura ma che continua a pendere con una spada di Damocle sulla vita politica e giudiziaria del paese, nonostante le sue teorie dietrologiche e complottarde non abbiano trovato alcun riscontro, a cominciare dalle tonnellate di atti processuali dove persino "pentiti" e "dissociati" affermino che dietro le Brigate Rosse c'erano solo le Brigate Rosse e non pezzi di servizi segreti di mezzo mondo.
Persichetti con la sua attività e i suoi libri ha contribuito enormemente a confutare i dietrologi che però continuano a riscuotere le simpatie delle alte cariche dello Stato perché il più attivo a dire che bisogna ancora cercare "la verità" è il presidente della Repubblica il quale come capo supremo del Csm avrebbe ben diverse e altre trame di cui occuparsi.
A iniziare dalla famosa loggia Ungheria di cui i giornali hanno smesso praticamente di scrivere. La sensazione è che la magistratura e la politica in questo unite nella lotta abbiano un interesse spasmodico a convincere della caratteristica ancora "calda" dell'argomento anni '70, con l'attenzione rivolta soprattutto a Parigi chiamata a decidere sull'estradizione di nove rifugiati, "la banda dei nonni" per fatti di 40 anni fa. Anzi 50 considerando che ieri nella capitale francese c'è stata l'udienza per Giorgio Pietrostefani, condannato per il delitto Calabresi, 17 maggio 1972.
di Manuela Catellani
reggionline.com, 25 giugno 2021
Oggi il carcere di Reggio è Covid Free, ma a febbraio, quando la variante inglese ha superato le mura della casa circondariale, la situazione era diventata critica. Il focolaio è arrivato a contare fino a 217 positivi sui 330 detenuti. In 17 sono stati ricoverati in ospedale, due in terapia intensiva. Gli altri sono stati gestiti all'interno della struttura. Per questo la celebrazione del 204° anniversario della fondazione del corpo di Polizia penitenziaria quest'anno ha assunto un significato importante. "Festa densa di significato - le parole di Lucia Monastero, direttrice del carcere reggiano - Abbiamo superato un periodo di grande criticità che ci aveva investito". Secondo la direttrice Monastero oggi non ci sono problemi di organico: "In questo momento non parliamo di sovraffollamento perché in quei mesi sono state bloccate le assegnazioni agli ingressi. Adesso la popolazione sta tornando a crescere, ma siamo ancora a un livello numerico adeguato".
Il sindacato Sappe denuncia però le gravi carenze del personale, già provato dalla gestione della pandemia. "L'organico prevede 240 agenti, a oggi siamo 175 - dice il segretario provinciale Michele Malorni - A luglio terminerà il corso di formazione, è assolutamente necessario che il ministero della giustizia assegni a Reggio nuove unità".
- Cagliari. Teatro in carcere, 20 detenuti sul palcoscenico a Uta
- Bergamo. Reinserimento sociale e lavoro, in carcere un corso in confezione tessile
- Legge Zan, Flick: "Quella norma può essere criticata ma non da un altro Stato"
- Ddl Zan, il Vaticano non trova sponde. E spera che (alla fine) il governo possa mediare
- Francia. Il Comitato anti-tortura deplora le condizioni di detenzione











