ansa.it, 25 giugno 2021
Progetto nazionale, in scena Arcipelaghi di Maria Giacobbe. Venti detenuti, quattro nazionalità di provenienza (Algeria, Italia, Nigeria, Venezuela), due laboratori. E poi tutti sul palco, mercoledì 30 giugno al carcere di Uta, per mettere in scena "Arcipelaghi", tratto dal romanzo della scrittrice nuorese Maria Giacobbe.
Dietro, un anno di prove in cui, divisi per classi, hanno seguito con grande attenzione e disciplina i corsi organizzati e tenuti dal Cada Die Teatro. "È un momento che sia noi che i ragazzi aspettavamo da tanto - spiega l'attore Pierpaolo Piludu, ideatore del progetto assieme ad Alessandro Mascia - Sarebbero dovuti andare in scena l'anno scorso, ma per i noti motivi legati alla pandemia abbiamo dovuto posticipare. Si sono preparati con dedizione, hanno studiato durante i laboratori, ma anche da soli, quando poi tornavano nelle loro celle".
L'idea messa a punto dai due artisti del Cada Die è parte del programma nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza" (terza edizione), promosso da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuto da 10 Fondazioni bancarie, tra cui la Fondazione di Sardegna. Approfittando di uno spazio musicale e di una piccola falegnameria a disposizione dei detenuti sono nati anche due laboratori: uno col percussionista Giorgio Del Rio e l'altro di scenografia con Marilena Pittiu.
"Questa bellissima e terribile storia è una riflessione profonda sia sui temi della violenza, della vendetta e della pena, che sulle debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose. È un invito a metterci nei panni di tutti i protagonisti della storia facendoci riflettere sul dolore che ogni nostro comportamento può determinare in altri esseri umani", ha spiegato Piludu. Anche il direttore dell'istituto di Uta, Marco Porcu appoggia il progetto: "Al termine di un lungo periodo reso difficile dalle inevitabili restrizioni in tutti gli Istituti Penitenziari derivanti dal Covid, esprimo grande soddisfazione e gratitudine per la realizzazione dello spettacolo. Il laboratorio teatrale è sempre accolto con entusiasmo dai ristretti".
L'Eco di Bergamo, 25 giugno 2021
Un nuovo progetto di formazione, riabilitazione e reinserimento sociale nel carcere. Ha preso il via un importante progetto rivolto a favorire il reinserimento sociale dei detenuti e delle detenute di Bergamo che vede la collaborazione di Comune di Bergamo - Ambito Territoriale di Bergamo, Casa Circondariale di Bergamo Don Fausto Resmini, ABF - Azienda Bergamasca Formazione, Confindustria Bergamo e Soroptimist International Bergamo nel sostenere percorsi formativi innovativi centrati sul valore sociale del lavoro.
In particolare, si tratta di un percorso formativo in confezione tessile suddiviso in un corso base, previsto tra giugno e luglio, e in uno avanzato da tenersi nell'autunno 2021. Il primo, già in corso, è rivolto a circa 10 detenuti presso la sede di ABF, e a 8/10 detenute impegnate nel nuovo laboratorio di confezione in corso di allestimento nel carcere, grazie al sostegno di Soroptimist.
Tre gli obiettivi del percorso: l'acquisizione di competenze in previsione di un potenziale avvicinamento dei detenuti al mondo del lavoro, una volta scontata la pena; la possibilità di ricevere piccole commesse e lavorarle in carcere, grazie all'allestimento intra moenia del laboratorio di confezione tessile; la necessità di dare un senso alla pena attraverso la rieducazione e il successivo reinserimento nella società.
Ricordiamo che in Italia circa il 70% delle persone che escono dal carcere a pena espiata recidivano contro il 19% delle persone che espiano la pena in misura alternativa al carcere.
"Il lavoro rappresenta un mezzo di risocializzazione e una fonte di sostegno di grande importanza, oltre che uno strumento di riabilitazione per coloro che sono sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria che si dimostra fondamentale per scongiurare la recidiva - dichiara l'assessora alle Politiche sociali Marcella Messina.
La cultura al lavoro è una leva fondamentale per il percorso di riabilitazione e va sostenuta con iniziative come questa che, in più, affermano e consolidano un modello di intervento integrato e multidisciplinare per l'inclusione sociale e lavorativa in cui diversi soggetti territoriali concorrono nel proporre un'offerta di servizi sinergici".
"Il lavoro è veicolo di risocializzazione, di salvaguardia della propria dignità ed è un elemento che consente realmente all'autore di reato di poter scegliere la strada della legalità - afferma la direttrice del Carcere di Bergamo Don Fausto Resmini Teresa Mazzotta. Il principio espresso dall'art. 27, comma 3, della Costituzione fa emergere l'esigenza di concentrare gli sforzi su un'azione di rete tra l'istituzione penitenziaria, il territorio e la magistratura di sorveglianza per il reinserimento della persona privata della libertà personale nella società.
Per questo è indispensabile la mobilitazione congiunta e, ancor prima, destare l'interesse dell'opinione pubblica". "La promozione di percorsi formativi efficaci che favoriscono l'avvicinamento al mondo del lavoro attraverso l'acquisizione di competenze certificate da Regione Lombardia rappresenta una grande opportunità non solo per le persone coinvolte, ma per l'intero sistema territoriale" "aggiunge Erminio Salcuni, direttore di ABF
Il Soroptimist International Club Bergamo continua a sostenere la Casa Circondariale di Bergamo dopo l'esperienza vissuta nel 2019 con l'allestimento del laboratorio Hair Stylist dove si è tenuto un corso per parrucchiera che riprenderà il prossimo settembre. "Aderendo a questo progetto, il Club ha assunto l'impegno di attrezzare il neonato laboratorio di cucito con l'acquisto delle attrezzature per 7 postazioni di cucito più due da stiro e tutti gli accessori necessari. Confartigianato Imprese Bergamo ha espresso l'intenzione di contribuire all'acquisto degli accessori mentre la socia del Club Bergamo Fernanda Maggioni (Azienda Agatex) ha donato 4 rulli di tessuto per camicie e del filo da cucire in diversi colori - racconta la presidente del Soroptimist International Club Bergamo Ivana Suardi -. La Mission della nostra Associazione prevede il sostegno alle donne fragili e in questo caso anche agli uomini ristretti. Tutto questo rientra nel progetto nazionale "Si sostiene in Carcere" che ha coinvolto dal 2019 più di cinquanta Club Italiani".
"Grazie a un'azione corale - sottolinea Chiara Ferraris, presidente del Gruppo Tessili e Moda di Confindustria Bergamo - è stato possibile mettere a punto una proposta di grande serietà, fortemente condivisa da tutti i soggetti in campo, che mette al centro il lavoro e il suo significato sociale. Abbiamo dato il nostro apporto a questo progetto fin dalle primissime fasi, sia in termini di competenze, sia favorendo la donazione dei materiali da parte delle nostre aziende. L'obiettivo è ora dare sempre più corpo a questa esperienza, favorendo concrete opportunità di reinserimento".
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Il presidente emerito della Corte costituzionale: "Il provvedimento è migliorabile, anche se riempie un vuoto rispetto alla Costituzione. Ora il dibattito in Parlamento sarà inasprito e non mi sembra proprio ce ne fosse bisogno".
Professor Flick ha letto la nota del segretario di Stato Vaticano Parolin? La giudica come una marcia indietro?
"Non userei quest'espressione a proposito del rapporto tra due entità sovrane come lo Stato italiano e la Chiesa cattolica...".
E perché? A leggerla pare proprio una lettera di scuse...
"Ho difficoltà, non essendo né un diplomatico, né un esperto di relazioni internazionali, a qualificare quel documento in questo modo. Certamente segnala una volontà di superare il contrasto che si è creato. E ciò è positivo. Rimane però la perplessità di fronte a un'iniziativa di intervento nei lavori parlamentari e nella loro sovranità attraverso suggerimenti e un'anticipazione di preoccupazioni come quelli contenuti nella nota verbale".
Sarà una reazione alla ferma risposta del premier Draghi che ha ribadito non solo la laicità dello Stato italiano, ma anche la piena libertà di legiferare del nostro Parlamento...
"Rimane comunque, al di là della buona volontà del gesto del segretario di Stato, e della bontà di alcune sue osservazioni nel merito, la forte perplessità di fronte a un'iniziativa di questo genere. In sostanza, qualsiasi parlamentare, studioso, cittadino, poteva e può esprimere le sue critiche e le sue valutazioni politiche. Ma non mi pare che le possa invece allo stesso modo esprimere un'entità sovrana nel dialogo ufficiale con una sua pari".
In realtà, mentre si scusa, Parolin insiste e dice addirittura che nell'iter della legge non è stata affrontata la relazione con il Vaticano cui l'Italia è legata dal Concordato. È un ulteriore rimprovero alle nostre Camere?
"Come cittadino italiano, come cattolico, e come studioso di diritto costituzionale devo dire che qui il Concordato non c'entra. Ci vedo piuttosto un messaggio politico sulla cui opportunità non spetta a me pronunziarmi. Rilevo solo che un primo effetto di questo intervento è stata la spinta all'accelerazione per portare subito la legge Zan in aula al Senato".
Il presidente Fico dice che le Camere non possono accettare "ingerenze". Secondo lei dopo questo plateale intervento del Vaticano il dibattito in Parlamento sarà libero o sarà pesantemente condizionato?
"Non drammatizziamo. Ma certamente sarà ulteriormente inasprito, e non mi sembra proprio che ce ne fosse bisogno".
Nel testo della legge Zan lei vede le ragioni, citate dal Vaticano, che possono spiegare questa levata di scudi?
"Non entro nel merito dei contenuti. Ma da esperto di diritto penale rilevo che il primo requisito di una legge è la chiarezza e la comprensibilità. L'aver affiancato al concetto del sesso biologico altre tre categorie (il genere, l'identità di genere, l'orientamento sessuale) rende difficilmente comprensibile il significato del sesso come ostacolo all'eguaglianza".
Sta dicendo che anche lei critica la legge Zan?
"Certo. L'ho criticata e tuttora la critico, pur ribadendo la necessità e il valore di essa nel riempire un vuoto rispetto all'articolo 3 della Costituzione. Lo faccio perché questa legge dovrebbe limitarsi a proporre il sesso in ogni sua espressione e manifestazione al pari della religione e della razza, che non sono certo frammentate in tanti pezzi quando la Costituzione li richiama".
Perché se lei boccia la legge Zan, nello stesso tempo, è contro l'intervento della Chiesa?
"Perché, le ripeto, io come cittadino italiano posso e ho il diritto e forse anche il dovere di esprimere una mia valutazione politica. Ma la Santa sede non lo può fare".
Loro però dicono che era una nota diplomatica non destinata a diventare pubblica.
"Peggio ancora. Io preferisco la trasparenza e la pubblicità dei lavori parlamentari".
Resta il fatto che lei, in più di un'occasione, ha criticato questa legge proprio come adesso fa la Chiesa. Loro, come dicono, perché temono di non poter svolgere la loro missione. Ma lei?
"Per il rispetto di alcune regole fondamentali del diritto penale e costituzionale, prima fra tutte la chiarezza e la comprensibilità del comando contenuto nella legge".
Scusi, ma la legge è chiarissima, si limita ad estendere le norme della Mancino.
"Non è così, lo farebbe se richiamasse il sesso negli stessi termini efficaci e onnicomprensivi con cui la Mancino definisce la razza e la religione affidando al giudice l'interpretazione del concetto. Invece la Zan moltiplica gli elementi del reato con una terminologia difficilmente comprensibile o non conosciuta. Ma non basta".
Cos'altro non le va a genio?
"Il fatto che venga sostituita una garanzia costituzionale e consolidata per cui la manifestazione del pensiero in quanto tale è e dev'essere libera, con una garanzia prevista da una legge ordinaria come la Zan. Quest'ultima può essere cambiata in qualsiasi momento a differenza di quella costituzionale che sarebbe ben più difficile modificare".
Se il Vaticano le chiedesse di far parte di una commissione mista per lavorare su questi temi lei accetterebbe?
"Io non mi occupo mai di ciò che potrà capitare in futuro".
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Il cardinale Pietro Parolin: "Concordo con Draghi, lo Stato italiano è laico. Se il Papa era stato informato? Lo facciamo sempre". "Mario Draghi non poteva che dire quanto ha detto in Parlamento. Sa che il Vaticano vuole una mediazione, e credo sia la stessa intenzione del governo...". Il messaggio che arriva dai vertici della Santa Sede è di chi ritiene di avere compiuto una mossa obbligata, e di avere ricevuto una risposta. E adesso si prepara a una trattativa lunga e difficile, avendo di fronte non Palazzo Chigi ma un Parlamento percorso da fremiti ideologici che al momento sembrano non dare spazio al dialogo; e soprattutto mostrano uno schieramento che va dal M5S al Pd, aggrappato in apparenza alla bandiera della legge Zan sull'omofobia così com'è, quasi fosse una sorta di confine invalicabile tra progresso e reazione.
L'imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche - L'ostacolo più serio sono "le due tifoserie che si combattono a colpi di ideologia", impedendo qualunque passo avanti. Il primo effetto è che si incrina la collaborazione stretta, perfino la subalternità della Chiesa cattolica allo Stato italiano nei mesi della pandemia. E la paura è che questo faccia riemergere un fronte ostile al Concordato. Il paradosso politico è che a difendere il Vaticano sono Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia: partiti considerati non in sintonia con l'attuale pontificato su temi dirimenti come l'immigrazione, il sovranismo, e il modo di intendere l'identità e i valori cristiani. L'imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche è palpabile. Da leader come Matteo Salvini "ci divide un alfabeto culturale diverso", spiega un alto prelato. Il problema è che il lessico della Santa Sede fatica a fare breccia nell'intero arco politico.
La pressione dei vescovi - Colpisce la mancanza di partiti considerati sponde affidabili. "Al massimo ci sono individui in grado di dare voce alle nostre ragioni", si spiega. "Ma sono troppi e insieme troppo deboli". Trasuda l'irritazione nei riguardi del vertice del Pd, oscillante tra aperture e chiusure: viene ritenuto condizionato dalla componente ex comunista e vittima di una "deriva radicale". Quanto al grillismo, l'atteggiamento è stato sempre di profonda diffidenza: sebbene sia emersa a intermittenza la tentazione di utilizzare esponenti che ricoprono ruoli istituzionali.
Ma la questione è drammatizzata dalle divisioni che attraversano lo stesso mondo cattolico. Intorno alla nota ufficiale consegnata il 17 giugno all'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, fioriscono le voci più curiose: indiscrezioni che segnalano confusione e tensioni nelle gerarchie ecclesiastiche. Ma il fatto che sia stata la Santa Sede a compiere il passo ribadisce un principio: è il Vaticano come Stato a chiedere il rispetto del Concordato con l'Italia. I vescovi hanno un ruolo diverso: anche se la pressione è arrivata da lì. Il modo in cui ieri il cardinale Pietro Parolin, "primo ministro" di Francesco, ha rivendicato con Vatican News l'iniziativa, conferma la divisione dei compiti con una Cei accusata di eccessiva timidezza.
Il disagio - L'idea di un Papa defilato, quasi neutrale, è goffa e strumentale; e riceve smentite a tutto tondo. "Il principio è che di tutto quello che si fa si informano sempre i superiori", ha detto Parolin. E a ribadire al Messaggero la sintonia sull'iniziativa tra Francesco e il segretario di Stato è anche Giovanbattista Re, decano del Collegio cardinalizio. L'obiettivo primario è disarmare chi parla di ingerenza: si vedrà con quale esito. Parolin afferma di concordare "pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali". Aggiunge che si trattava di "un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica". Sono toni difensivi che tradiscono un disagio. Cercano di giustificare una mossa che, sebbene definita un "mezzo proprio", rimarca l'assenza di dialogo tra le due sponde del Tevere e la preoccupazione per il testo del deputato del Pd, Alessandro Zan, in discussione in Parlamento.
Il timore per la magistratura - Difensivo è anche il modo in cui Parolin assicura di non voler chiedere "in alcun modo di bloccare la legge"; e di essere "contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale". Il tema, semmai, è come la legge può essere interpretata, con il rischio di "spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è". Traduzione: il Vaticano teme che la magistratura possa usare la legge contro i sacerdoti, e "rendere punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna". Per questo si chiede che venga cambiata in alcuni punti "prima che sia troppo tardi" e si imputi alla Santa Sede "un colpevole silenzio".
Da chi? Evidentemente, dall'interno dello stesso mondo cattolico. La parolina magica è "modulazione". Ma trasferirla in un testo che radicalizza e agita il Parlamento non sarà facile: a meno che alla fine il governo o qualcun altro, con gradualità e cautela, abbandoni la sua "terzietà" e offra un consiglio per uscire da una situazione al momento senza sbocchi.
coe.int, 25 giugno 2021
Il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d'Europa, in un nuovo rapporto sulla sua visita periodica in Francia a dicembre 2019, ha espresso grande preoccupazione per le condizioni materiali di detenzione nelle strutture di polizia, il sovraffollamento delle carceri, le condizioni in cui i detenuti vengono trasferiti e curati in ospedale e la mancanza di posti letto psichiatrici per le persone in cura senza il loro consenso.
Per quanto riguarda le strutture di polizia, sebbene la maggior parte di quelle interpellate non abbia segnalato alcun maltrattamento fisico, diverse persone hanno dichiarato di essere state deliberatamente colpite durante l'arresto o nelle sedi della polizia. Sono state segnalate inoltre accuse di insulti, anche di natura razzista e omofoba, nonché manacce con armi. Il CPT raccomanda di ricordare che l'uso della forza deve essere strettamente necessario e che occorre prendere delle misure per potenziare la lotta contro l'impunità. In generale, il CPT ha espresso grande preoccupazione per le condizioni materiali di detenzione in alcuni commissariati di polizia visitati.
In relazione alle carceri, dal 1991 il CPT constata un sovraffollamento, con tassi di occupazione superiori al 200% in alcuni istituti. Al momento della visita, quasi 1.500 detenuti dormivano su materassi posati a terra. Il CPT chiede alle autorità francesi di prendere misure urgenti per assicurare che ogni detenuto disponga di un letto e di almeno 4 m² di spazio vitale in una cella collettiva, di adottare una strategia per ridurre la popolazione nelle carceri e di prevenire la violenza tra i detenuti.
In ambito psichiatrico, il CPT ha visitato il Centro ospedaliero di Cadillac dove la maggior parte dei pazienti ascoltati dalla delegazione riteneva di ricevere un trattamento corretto da parte del personale sanitario, nonostante la percezione di una mancanza di tempo e disponibilità. Un ridotto numero di pazienti si è tuttavia lamentato per l'utilizzo di un linguaggio offensivo, nonché un uso eccessivo della forza, soprattutto durante l'applicazione di misure di contenzione o isolamento per la gestione dei pazienti in stato di agitazione.
redattoresociale.it, 25 giugno 2021
Libro Bianco sulle droghe. Nuova edizione dello studio promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali. Il 35% dei detenuti è in carcere per la legge sulle droghe e quasi il 40% di chi entra usa droghe, "dato ai massimi storici dalla Fini-Giovanardi".
Presentata ieri mattina la nuova edizione del Libro Bianco sulle droghe, il rapporto indipendente sugli effetti e i danni del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti. Giunto alla dodicesima edizione, il Libro Bianco è promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgil, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud.
Ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, nell'ambito della campagna internazionale di mobilitazione Support! don't Punish. Il rapporto oltre a contenere i dati (2020) relativi agli effetti della war on drugs sul sistema penale e penitenziario italiano presenta una serie di riflessioni sul sistema internazionale di controllo delle droghe, a 60 anni dalla firma della prima convenzione Unica sugli stupefacenti, e sulla Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze mai convocata da 12 anni. Inoltre come ogni edizione contiene riflessioni e approfondimenti sul sistema dei servizi, sulla riduzione del danno e sulle prospettive di riforma delle politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale.
Quest'anno il Libro Bianco pone grande attenzione all'anniversario dei 60 anni dalla firma della convenzione unica sulle droghe del 1961. "Il 30 marzo 1961 a New York infatti gli Stati, firmando la Convenzione Unica sugli stupefacenti, si diedero fra gli altri l'obiettivo di eliminare le produzioni illegali di oppio entro il 1984 e quelle di cannabis e coca entro il 1989 - ricordano i promotori del Rapporto -. 37 anni dopo, nel 1998, di fronte al fallimento se ne diedero un altro: un mondo senza droghe entro 10 anni. Nel frattempo, l'uso di sostanze illegali è aumentato a velocità doppia rispetto alla popolazione mondiale e produzione e narcotraffico sono completamente fuori controllo. 60 anni di politiche proibizioniste non hanno avuto alcun effetto sui mercati illegali e sugli usi personali, mentre la 'War on Drugs' ha provocato più danni di quelli delle sostanze stesse, sia in termini sanitari che sociali, ambientali ed economici".
Nella prima parte del Libro Bianco si ricostruiscono le motivazioni geopolitiche alla base delle convenzioni e la loro evoluzione, affrontando infine il difficile problema della loro riformabilità. "Le ricadute di stigmatizzazione su milioni di giovani, l'ingolfamento del sistema giudiziario e le incarcerazioni di massa con l'esplosione delle prigioni finalmente hanno costretto a rettifiche di giudizio sulla war on drugs, con l'apertura di una interpretazione flessibile delle convenzioni".
Secondo il Libro Bianco, "dopo 60 anni di war on drugs e 31 di applicazione del Testo Unico sulle droghe Jervolino-Vassalli, i devastanti effetti penali (dell'art. 73 in particolare) sono sotto gli occhi di tutti. La legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri".
Dunque, "la legislazione sulle droghe e l'uso che ne viene fatto sono decisivi nella determinazione dei saldi della repressione penale: la decarcerizzazione passa attraverso la decriminalizzazione delle condotte legate alla circolazione delle sostanze stupefacenti così come le politiche di tolleranza zero e di controllo sociale coattivo si fondano sulla loro criminalizzazione. Basti pensare che in assenza di detenuti per art. 73. o di quelli dichiarati tossicodipendenti, non vi sarebbe il problema del sovraffollamento carcerario, come indicato dalle simulazioni prodotte. Dopo 31 anni di applicazione non possiamo più considerare questi come effetti collaterali della legislazione antidroga, ma come effetti evidentemente voluti".
Oltre il 30% dei detenuti entra in carcere per spaccio di droghe: 10.852 dei 35.280 ingressi in carcere nel 2020, infatti, sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio). Si tratta del 30,8% degli ingressi in carcere. Seppur diminuiti in numeri assoluti (gli ingressi in carcere, in calo dal 2018, sono scesi nell'ultimo anno di 10.921 unità (-23,6%). Gli ingressi ex art. 73 (Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) hanno fatto registrare una diminuzione di 2.825 unità, pari al -20,7%. In calo anche gli ingressi di soggetti tossicodipendenti, da 16.842 a 14.092: un calo nominale di 2.750, pari al -16,3%), effetto evidente del lockdown, sono oramai lontani gli effetti della sentenza Torreggiani della CEDU e dell'adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta.
Il 35% dei detenuti è in carcere per la legge sulle droghe: sui 53.364 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2020 ben 12.143 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico. Altri 5.616 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), solo 938 esclusivamente per l'art. 74.
Secondo i dati riportati dal Libro Bianco, restano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti "tossicodipendenti": lo sono il 38,60% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/12/2020 erano presenti nelle carceri italiane 14.148 detenuti "certificati", il 26,5% del totale. "Questa presenza, che resta ai livelli della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), è alimentata dal continuo ingresso in carcere di persone 'tossicodipendenti', in aumento costante da oltre 5 anni", si afferma.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Ad Ankara 3,5 miliardi per un nuovo accordo. 2,2 a Giordania e Libano. È bastata una manciata di minuti, dieci per la precisione, ai leader europei per approvare le parti riguardanti l'immigrazione del documento che oggi chiuderà a Bruxelles il Consiglio europeo. Tutti si sono detti d'accordo nell'intervenire nei Paesi di origine e di transito per cercare di arginare i flussi di quanti cercano di arrivare in Europa e per questo è stato data mandato alla Commissione europea di mettere a punto un piano di interventi finanziari da presentare entro il prossimo mese di novembre. È il via libera a quella che a Bruxelles chiamano la dimensione esterna dell'immigrazione.
Erano tre anni, dal mese di giugno del 2018, che un vertice dei capi di Stato e di governo non discuteva di immigrazione. Eppure, nonostante le pressioni fatte nelle scorse settimane da Mario Draghi, ieri l'argomento è stato affrontato e liquidato in tutta fretta, velocità facilitata dal fatto che gli argomenti più spinosi, ma anche più importanti per i Paesi come l'Italia che affacciano sul Mediterraneo come il ricollocamento dei migranti tra gli Stati membri, non sono stati neanche sfiorati, tanto da non figurare neppure nel documento finale.
Bruxelles punta dunque a intensificare i partenariati e le cooperazioni: "L'approccio sarà pragmatico, flessibile e su misura", è scritto nel documento preparato dal presidente Charles Michel, e per questo i 27 invitano la Commissione "a fare il miglior uso possibile" di almeno il 10% del fondo Ndici, lo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale. Si tratta di 8 miliardi di euro da distribuire tra i Paesi maggiormente coinvolti dal passaggio dei flussi. Infine il Consiglio ha "condannato e respinto ogni tentativo di Paesi terzi di strumentalizzare i migrati a fini politici".
Si tratta di un riferimento rivolto soprattutto alla Turchia, ma è chiaro che Bruxelles punta a riallacciare un dialogo con Ankara dopo le tensioni dei mesi scorsi per arrivare a una riedizione dell'accordo siglato nel 2016 (cifre ufficiali ancora non se ne fanno ma ci sarebbero 3,5 miliardi di euro già pronti). Senza perdere molto tempo, perché l'annunciato ritiro delle truppe Nato e Usa dall'Afghanistan, e la conseguente riconquista del Paese da parte dei talebani, rischia di intensificare nuove partenze che, senza la collaborazione della Turchia, finirebbero col riversarsi sulla rotta balcanica fino a raggiungere il cuore dell'Europa. E finanziamenti per 2,2 miliardi di euro sarebbero già stati stanziati per Giordania e Libano, due tra i Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati siriani.
Diverso il discorso per la Libia. La possibilità di arrivare con Tripoli a un accordo simile a quello raggiunto con la Turchia è resa difficile, se non impossibile, dalla poca affidabilità dell'attuale governo e dalla presenza nel Paese di soldati e mercenari stranieri. La speranza è che le elezioni previste a dicembre possano cambiare la situazione favorendo una maggiore stabilizzazione del Paese nordafricano magari, come auspicato da Draghi, sotto l'egida delle Nazioni unite. Nel frattempo è probabile che si continuerà con i finanziamenti dell'Italia alla cosiddetta Guardia costiera libica.
di Mario Giro
Il Domani, 25 giugno 2021
Si conclude oggi il consiglio europeo dedicato, tra le altre cose, al tema delle migrazioni. Il premier Mario Draghi ha rimesso sul tavolo la questione di cui si discute da anni: la necessità di un meccanismo di distribuzione solidale dei profughi che giungono via mare o per altre vie. L'idea costantemente ripetuta è che coloro che sbarcano in Italia cercano in realtà l'Europa e non il nostro paese in particolare.
Tuttavia cambiare le regole di Dublino (quel trattato che lega indissolubilmente il profugo con il primo paese di arrivo) si è finora avverata un'impresa impossibile così come ogni tentativo di giungere a una solidarietà concreta, sia automatica che volontaria.
I governi europei - non importa di quale colore - sono bloccati, congelati dalla paura di contravvenire allo spirito del tempo rappresentato dall'ossessione migratoria e dall'idea che ognuno deve fare da sé. Inutile invocare lo spirito unitario con cui l'Europa è nata: sul tema migratorio gli stati membri rimangono ingessati per paura delle urne.
Destra e sinistra europee sono accomunate da un unico pensiero fisso: l'Europa non può permettersi di accogliere altri rifugiati. I global compact dell'Onu su rifugiati e migranti hanno scatenato polemiche a non finire senza riuscire a sbloccare la situazione. Eppure i dati parlano chiaro: non solo l'economia europea ha bisogno di manodopera, specializzata e non, ma l'inverno demografico del continente rende sempre più urgente porvi rimedio.
L'Italia è un esempio: secondi i dati dell'istituto Cattaneo, dal 2036 dovremo andarci a cercare gli immigrati fuori Europa pena il crollo della nostra economia perché per 5 pensionati ci sarà solo un lavoratore. La cosa più sorprendente è che non è vero che la società europea non ne vuole più sapere di migranti e profughi. Tre anni fa l'esperimento dei corridoi umanitari introdotti dalla Comunità di Sant'Egidio assieme alle chiese valdese e protestanti e alla Caritas, ha dimostrato che le offerte di accoglienza e integrazione sono numerose da parte di famiglie e collettività.
Ora il progetto è diventato una best practice europea ed è stato replicato in Francia e in Belgio. L'idea dei promotori è che non occorra chiedere ai governi e alle istituzioni di procedere all'accoglienza e all'integrazione ma piuttosto alla società stessa, bilanciando gli arrivi sulla base dell'offerta che si crea liberamente. In questa maniera si è dimostrato che si può accogliere e integrare senza problemi perché è la società stessa a occuparsene.
Associazioni, famiglie, gruppi di cittadini, mettono a disposizione quello che hanno e laddove l'offerta è consona i promotori le "abbinano" una domanda cioè una famiglia siriana in fuga, una donna somala con figli e così via. È il principio dell'adozione: quello dei corridoi umanitari è un modello adottivo, liberamente scelto nel quale i governi si limitano a fare i controlli di sicurezza, rafforzati per l'occasione.
Tutto viene fatto secondo le norme vigenti. I promotori scelgono sul terreno (i campi profughi ad esempio) i rifugiati in base alla vulnerabilità e confezionano un programma di integrazione completo (apprendimento della lingua, scuole per i piccoli, lavoro e casa per tutti) sulla base delle offerte che ricevono. Lo stato non paga nulla: fanno tutto le persone che si offrono di accogliere. Questo è importante perché è vera sussidiarietà e dimostra che, se le cose si fanno per bene, nessuno ha più paura. Si può auspicare che il Consiglio adotti tale modello per tutta l'Ue: nella libertà si trova spazio per tutti.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Se fosse stato a Lashkargah, Herat o in tante altre città che abbiamo visitato in questi anni, saprebbe che le parole pronunciate ieri nell'informativa al Senato sulla conclusione della missione militare risultano tragicamente vuote. La presenza delle truppe straniere ha alimentato la propaganda e il reclutamento dei Talebani.
Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini non deve aver mai messo piede a Lashkargah, il capoluogo della provincia meridionale dell'Helmand da cui siamo appena tornati e dove vent'anni di presenza militare internazionale si valutano in vite perdute. E temiamo non abbia mai messo piede neanche fuori dalla base militare di Herat, dove si è recato l'8 giugno "per l'ultimo ammaina bandiera del nostro contingente: un momento toccante e straordinario".
Se fosse stato a Lashkargah, Herat o in tante altre città che abbiamo visitato in questi anni, se avesse incontrato gli afghani e le afghane, saprebbe che le parole pronunciate ieri nell'informativa al Senato sulla conclusione della missione militare risultano tragicamente vuote, qui. E vuoto, nonostante la strategia retorica adottata, appare anche il bilancio fatto del "più importante impegno militare delle nostre Forze armate fuori dai confini nazionali dalla Seconda guerra mondiale".
Sul fronte militare, della guerra guerreggiata, il ministro Guerini sa che non c'è alcunché da rivendicare, alcun numero da sbandierare, a parte quegli "oltre 50.000 uomini e donne in uniforme che si sono avvicendati in questi lunghi anni". La missione in Afghanistan è stata un fallimento. "Stabilità e controllo del territorio" non sono mai arrivati.
Al contrario, la presenza delle truppe straniere ha alimentato la propaganda e il reclutamento dei Talebani. Oggi più forti che mai sul fronte di battaglia e al tavolo negoziale, dove continuano a sedersi, pur con il freno a mano, in attesa che i militari stranieri finiscano di ritirarsi. È vicino anche il ritiro completo degli italiani: "a oggi sono stati rimpatriati 280 nostri militari e sono già defluiti dal teatro operativo afghano più del 70 per cento dei mezzi e dei materiali verso l'Italia", ha dichiarato Guerini.
Alle prese con il disimpegno, senza poter annunciare "missione compiuta", il ministro della Difesa Guerini nella sua informativa sposta il piano del discorso. Finisce per enfatizzare "la proficua cooperazione tra la componente civile del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e quella militare della Difesa". Elenca i "progetti di cooperazione civile e militare, per un corrispettivo di oltre 46 milioni di euro". Loda il PRT, il Provincial Reconstruction Team a guida italiana, attivo fino al 2014. Per il ministro si è trattato di una risorsa fondamentale.
Per le persone che abbiamo intervistato nelle province di Herat, Badghis, Farah per la ricerca Le truppe straniere agli occhi degli afghani (promossa dalla ong Intersos) è stato un errore. Promuovere insieme attività civili-militari, sovrapporre obiettivi di sicurezza e di ricostruzione ha provocato danni, messo in pericolo le organizzazioni umanitarie, ridotto la ricostruzione di lungo termine a un obiettivo di corto termine per la "conquista dei cuori e delle menti" degli afghani. Mai avvenuta.
Guerini sostiene inoltre che "è stata una decisione non facile" quella del 15 aprile scorso, quando la Nato ha formalizzato l'impegno sul ritiro delle truppe. Come se la decisione non l'avesse già presa per tutti il presidente Usa Joe Biden, mantenendo l'accordo di Doha con i Talebani. Che oggi ci sia una "recrudescenza di violenza" era "prevedibile", dice Guerini.
Certo, la situazione è preoccupante, ma l'Italia non abbandona l'Afghanistan, garantisce il ministro. Che finisce con il chiedersi "cosa sarebbe stato l'Afghanistan senza questi venti anni di presenza e di lavoro fianco a fianco con i governanti e la popolazione". Manca di domandarsi la cosa più importante: la guerra in Afghanistan andava davvero fatta?
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Le autorità iraniane hanno annunciato l'intenzione di mettere a morte, lunedì 28 giugno, un prigioniero condannato per un omicidio commesso quando aveva 17 anni. Hossein Shahbazi, attualmente ventenne, era stato arrestato il 30 dicembre 2018 e condannato a morte il 13 gennaio 2020 da un tribunale della provincia di Fars, al termine di un processo gravemente irregolare.
Per i primi 11 giorni dopo l'arresto era stato trattenuto e interrogato in una stazione di polizia. In seguito, era stato trasferito in un carcere minorile. La madre, che era riuscita a visitarlo dopo una lunga attesa, lo aveva trovato visibilmente dimagrito e con segni di ferite sul volto.
Nel confermare il verdetto, il 16 giugno 2020, la Corte suprema aveva ammesso che Shahbazi era minorenne al momento del reato ma aveva precisato che la sua crescita mentale e la sua maturità erano state accertate dall'Istituto di medicina legale. Va ricordato che nel diritto internazionale vige il divieto assoluto di mettere a morte rei minorenni. L'Iran continua a eseguire condanne a morte su scala massiccia: le esecuzioni sono state almeno 246 nel 2020 - tre delle quali nei confronti di minorenni al momento del reato - e sono già più di 100 dall'inizio del 2021. In assenza di dati ufficiali, si stima che siano decine i minorenni al momento del reato in attesa dell'esecuzione.
Tra le sentenze che rischiano di essere eseguite vi è quella di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano che è anche cittadino svedese, condannato alla pena capitale nel 2017 per una falsa accusa di spionaggio. Le sue condizioni di salute sono critiche e gli viene costantemente impedito di contattare la moglie e i figli che vivono in Svezia. Djalali ha svolto un periodo di ricerca anche in Italia, presso l'Università del Piemonte Orientale.











