di Giulio Cavalli
Il Riformista, 26 giugno 2021
La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per indagare sulla morte di Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea trovato morto impiccato nel centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi dove si trovava rinchiuso. Così, con il nome e il cognome, forse rischiate di non ricordarvelo perché i nomi stranieri faticano a fissarsi nella memoria e aleggiano leggeri come se fossero un inciampo avvenuto nella cronaca, Balde era quel ragazzo accerchiato e preso a bastonate, calci e pugni a Ventimiglia mentre chiedeva l'elemosina che fu registrato in un video.
Dopo la sua morte (che abbiamo raccontato qui su Il Riformista) si sono affrettati tutti a dirci che no, che il problema non era che fosse rinchiuso nel Cpr di Torino e che anzi forse avesse addirittura rubato un cellulare, come se l'eventuale furto di un oggetto qualsiasi potesse giustificare un pestaggio a sangue. Ma il punto è un altro: dopo il suicidio di Balde nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino qualcuno avrebbe potuto almeno sperare, al di là dell'indagine della magistratura, che almeno si rispettassero i diritti civili di base e invece la situazione rimane una giungla di violenza.
Dall'area Rossa del Centro alcuni ragazzi detenuti stanno comunicando con alcuni volontari all'esterno raccontando di essere in sette in una stanza, con un bagno senza finestre e con una porta rotta. Le ore d'aria (per questi che non sono reclusi nonostante siano trattai illegalmente da reclusi) sono passate sotto la stretta vigilanza della polizia che li circonda. Chi non ha amici e parenti che possano portare dei vestiti puliti deve farseli passare dal Centro che distribuisce i cambi una volta alla settimana, spesso sporchi.
Ci sono perquisizioni in continuazione e le umiliazioni e le intimidazioni sono continue e costanti. Ci sarebbe una direttrice, a dire la verità, ma le poche volte che si fa federe è inavvicinabile e accompagnata dalla scorta, come se camminasse tra delinquenti che invece hanno l'unica colpa di non avere i documenti a posto. Poi ci sono le udienze (accade a Torino come in tutto il resto d'Italia): giudici che non ascoltano i detenuti, non li fanno nemmeno parlare perché spesso l'interprete egiziano risulta incomprensibile e alla fine delle udienze l'unico risultato è un allungamento delle pene detentive, senza nessun ruolo degli avvocati.
Scrive l'associazione No Cpr Torino: "Per esempio, A., di origine marocchina, portato a Torino dal Cpr di Caltanissetta, fra due settimane finisce i tre mesi di detenzione. Ha visto la sua avvocata solo una volta, ovvero quando gli ha fatto firmare il modulo per il gratuito patrocinio. È a rischio di espulsione perché ora la frontiera è aperta, ma l'unica notizia che ha avuto rispetto alla sua situazione è stata la singola telefonata della legale per informarlo che aveva mandato il suo nominativo al consolato senza avere risposta. Un altro recluso marocchino è in sciopero della fame da quattro giorni proprio per la paura della deportazione. Continuano le resistenze ai tamponi, che aprono le procedure alle deportazioni stesse; due ragazzi tunisini, intimati a fare l'esame. si sono rifiutati di farlo proprio per non essere rimpatriati. Hanno paura di essere prelevati con la forza, e la notte non dormono, determinati a non farsi portare via".
Succede addirittura che quando si accende un litigio uno dei reclusi venga portato in isolamento e nella stanza vengano spostati gli stessi suoi litiganti. Dalle testimonianze risulta che il 24 giugno un ragazzo sia caduto provocandosi un trauma alle costole ma nessuno gli ha prestato le cure. Accade così, fino allo stremo, fino alla disperazione, fino a un suicidio di cui tutti si sentono sorpresi. Accade così quando muoiono i neri: muoiono ma non cambia niente, non se ne accorge nessuno.
di Camilla Insardà
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2021
Nota a Corte di Cassazione, II sez. penale, sentenza del 26 aprile 2021 n. 15588. Prima di procedere ad un'analisi più approfondita dei temi trattati dalla sentenza n. 15588/2021 della Corte di Cassazione, con la quale è stato ordinato l'annullamento senza rinvio di un'ordinanza del Tribunale per i minorenni di Bologna, con cui era stata concessa la sospensione del procedimento per messa alla prova, sulla sola base di dichiarazioni informali rilasciate ai Servizi Sociali e senza il parere del P.M. sull'adeguatezza del progetto di intervento, è bene offrire un quadro generale dell'istituto.
Si tratta di una misura alternativa al processo, prevista e disciplinata dal Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988 n. 448, recante l'"Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni", più precisamente dagli articoli 28 e 29. Dalla lettera della prima norma citata si evince che la messa alla prova rappresenta la trasposizione dell'istituto anglosassone della probation nel settore minorile. Com'è noto, nei Paesi di Common Law è prevista la possibilità di sospendere l'esecuzione di una sentenza di condanna, sottoponendo il responsabile ad un periodo di prova, sotto la supervisione delle autorità competenti, al termine del quale, in caso di giudizio positivo, verrà deliberata l'assoluzione.
Secondo la più recente definizione contenuta nella raccomandazione R(2010)1 del Comitato dei Ministri degli Stati Membri sulle "Regole del Consiglio d'Europa in materia di probation", affermano testualmente che essa "descrive l'esecuzione in area penale esterna di sanzioni e misure, definite dalla legge ed imposte ad un autore di reato. Comprende una serie di attività ed interventi, tra cui il controllo, il consiglio e l'assistenza, mirati al reinserimento sociale dell'autore, ed anche a contribuire alla sicurezza pubblica".
Venendo all'articolo 28 del cosiddetto Codice del processo minorile 448/1988, esso stabilisce che, qualora reputi necessario valutare la personalità del minore, il giudice possa sospendere con ordinanza il procedimento, per un periodo non superiore ad uno o a tre anni a seconda dei casi, durante il quale viene sospeso anche il decorso dei termini di prescrizione.
Sempre con ordinanza, prosegue il comma II, il minore viene affidato ai Servizi Sociali dell'Amministrazione della Giustizia, i quali, anche in collaborazione con i Servizi Locali, elaborano un programma finalizzato al reinserimento sociali dell'imputato, sottoposto alla loro osservazione.
Il progetto di "responsabilizzazione" elaborato dai Servizi sociali deve avere un preciso contenuto, in particolare, deve implicare il coinvolgimento del minore e della sua famiglia, indicare gli impegni assunti e le modalità di concreto svolgimento degli stessi. Come previsto dallo stesso articolo 28, il giudice può impartire ulteriori prescrizioni di carattere riparatorio e/o conciliativo.
Tuttavia, come ha fatto presente la V Sezione della Cassazione con decisione n. 7429/2014, tale facoltà incontra un limite tale per cui "è illegittimo il provvedimento con cui il giudice, senza la consultazione delle parti e del servizio minorile competente, imponga prescrizioni ulteriori rispetto a quelle stabilite nel progetto di intervento".
Come previsto dall'articolo 29, terminato positivamente il periodo di prova e fissata una nuova udienza, il giudice dichiara con sentenza l'estinzione del reato, in caso contrario di esito negativo, provvede ai sensi dell'articolo 32 o fissa l'udienza dibattimentale ex articolo 33.
In linea generale, trattandosi di uno strumento volto alla rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale, essenzialmente fondato sulla valutazione della personalità del minore e su una prognosi di concreto successo, l'applicazione della m.a.p. non è limitata dalla gravità del reato commesso, tanto più che con sentenza 412/1990, la Corte Costituzionale ha fornito un'interpretazione costituzionalmente orientata, per cui la m.a.p. del minore risulta astrattamente applicabile anche nell'ipotesi di reati punibili con l'ergastolo.
"Astrattamente" perché la concessione del beneficio resta comunque affidata al discrezionale e prudente apprezzamento del giudice minorile, chiamato a valutare le concrete possibilità di positivo sviluppo della personalità del ragazzo, di rieducazione e di reinserimento nel tessuto sociale.
Nel richiamare la propria consolidata giurisprudenza - in particolare, la sentenza 26156/2019 - a proposito del potere di valutazione della personalità del minore, la Cassazione ha sottolineato che l'esercizio di tale potere discrezionale "deve essere sorretto da congrua e logica motivazione, che evidenzi l'esistenza di elementi idonei ad un favorevole giudizio prognostico". In quest'ottica, la gravità dell'illecito commesso, la condotta precedente e successiva alla commissione del reato, il contesto socio-familiare, diventano tutti elementi che verranno tenuti in considerazione ai fini della concessione o meno della messa alla prova del minore. La misura ex articolo 28 può essere chiesta una volta terminate le indagini preliminari, cioè dopo l'esercizio dell'azione penale da parte del Pubblico Ministero, con conseguente formulazione di un'imputazione.
Ritenendo del tutto irragionevole l'esclusione della concessione della m.a.p. in caso di giudizio abbreviato o immediato, con sentenza 125/1995, la Consulta ha dichiarato incostituzionale il comma IV dell'articolo in esame, per cui oggi è possibile chiedere ed ottenere il beneficio in qualsiasi momento, sino alla chiusura della fase dibattimentale, restando quale unica ipotesi di esclusione quella in cui sussistano tutti gli elementi per un immediato proscioglimento, ai sensi dell'articolo 425 del Codice di Procedura Penale.
Infine, la messa alla prova può essere concessa anche all'imputato divenuto maggiorenne nel corso del processo. Venendo ora al tema delle impugnazioni, ai sensi del comma III dell'articolo 28, il P.M., l'imputato e il suo difensore possono proporre ricorso per Cassazione avverso l'ordinanza con la quale viene disposta la sospensione del processo con messa alla prova. Nella fattispecie in esame, il Pubblico Ministero ha presentato ricorso per Cassazione lamentando, innanzitutto il vizio di motivazione e l'erronea applicazione di legge, in quanto il Tribunale ha concesso il beneficio della m.a.p. sulla sola base di dichiarazioni rilasciate informalmente dagli imputati agli operatori sociali, in assenza di qualunque garanzia difensiva, in secondo luogo, deducendo la nullità del provvedimento per violazione del contraddittorio, non avendo rilasciato il suo necessario parere sull'adeguatezza del progetto di intervento, all'esito dell'esame dei minori.
Ritenuto prevalente questo secondo motivo, dopo aver citato la granitica giurisprudenza sul punto, la Cassazione ha affermato che "il provvedimento di sospensione del processo e messa alla prova dell'imputato minorenne disposto senza che sul progetto di intervento elaborato dai servizi minorili sia stato consentito il contraddittorio tra le parti comporta una nullità di ordine generale sotto il profilo della violazione dei poteri del Pubblico Ministero di iniziativa nell'esercizio, o quanto meno nella prosecuzione, dell'azione penale, atteso che l'esito favorevole della prova comporta l'estinzione del reato".
Si tratta, cioè, di un caso di nullità assoluta ex articolo 178, comma I, lett. b) del Codice di procedura penale, come tale insanabile e rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento, ai sensi del successivo articolo 179. Passando poi all'analisi della prima censura, ritenuta comunque assorbita dall'altra, il Collegio ha ribadito quanto sostenuto dalle decisioni di altre Sezioni, anch'esse citate nella sentenza in commento, ossia che ai fini della concessione della messa alla prova è necessario che il giudicante esprima il suo discrezionale apprezzamento sulla personalità del minore e sulle sue concrete possibilità di reinserimento nel tessuto sociale.
Nello specifico caso sottoposto all'attenzione della Cassazione, il Tribunale minorile bolognese ha concesso la m.a.p. senza effettuare l'esame dei quattro imputati, tutti presenti in udienza, ma fondando la propria decisione solamente sulle affermazioni da loro rilasciate ai Servizi Sociali, in sede di ascolto indiretto. Benché ai fini dell'ammissione alla m.a.p. sia richiesto comunque l'accertamento in fatto di una responsabilità del minore, una sua confessione non costituisce requisito irrinunciabile. Contrariamente alla passata giurisprudenza di merito che considerava il beneficio incompatibile con una mancata ammissione degli addebiti, più di recente, con la citata sentenza 40512/2017, la Cassazione ha riconosciuto che essa costituisce soltanto un indizio di ravvedimento, utile ai fini della prognosi positiva di rieducazione e di risocializzazione del minore. Giunta a tali conclusioni, la Seconda Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza del 26 aprile 2021 n. 15588, ha disposto l'annullamento senza rinvio dell'ordinanza del 2020 del Tribunale per i minorenni di Bologna.
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 26 giugno 2021
Perché i pubblici ministeri possono indagare chiunque e dovunque, partendo dal solo sospetto che ci sia un reato, figuriamoci quando il corpo reato sarebbe stato conservato in un cassetto. Il condizionale è più che mai d'obbligo in virtù del principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva che vale per tutti. Inclusi magistrati, pm ed ex pm in servizio televisivo permanente ed effettivo.
Possono indagare chiunque e dovunque, partendo dal più insignificante dei sospetti. Basta un refolo di vento per scatenare una tempesta mediatico-giudiziaria. Nel circolo vizioso e tautologico della giustizia succede che il fatto provi il reato e il reato sia l'unica spiegazione plausibile del fatto. Il dogma dell'obbligatorietà dell'azione penale ha reso illimitato il potere dei pubblici ministeri. Alcune prove contrarie vengono tenute nei cassetti, altre e fantomatiche sono confezionate per il circo mediatico. I pm sono diventati ingranaggi di una macchina onnivora che ingurgita tutto ciò che fa audience. Dai sospetti alle suggestioni il passo è breve. Dalle suggestioni ai poteri sovrannaturali anche. Come bramini i pm si muovono nei palinsesti televisivi, moderni templi della stregoneria. Prendi un pubblico ministero. Piazzalo davanti a una telecamera. Fai partire la diretta e lascia che parli a ruota libera. Nessuno saprà alimentare meglio di un pm il sacro fuoco dell'interesse mediatico.
Nelle ultime settimane è comparsa sulla scena Maria Angioni. Mattino, pomeriggio, sera, notte. Un magistrato ubiquo, onnipresente per la verità. Lo zapping compulsivo non cambia la sostanza delle cose. Lei c'è, sempre e comunque. Oggi è un "anonimo" giudice del lavoro a Sassari, ma nel suo curriculum c'è un passato da pubblico ministero. Ed è l'unica cosa che conta per essere invitata in tv a sbandierare verità senza una prova. Non un pm qualunque, ma il primo, negli anni di servizio alla Procura di Marsala, che indagò sulla misteriosa scomparsa di Denise Pipitone, la bimba di Mazara del Vallo di cui si sono perse le tracce, ma per fortuna non la memoria, da diciassette anni. Angioni passa da un canale a un altro, da una rete a un'altra. Si è attrezzata con cuffia e microfono, basta una linea internet veloce e il gioco è fatto. A chi ha i capelli bianchi ricorda gli inviati di "Tutto il calcio minuto per minuto". L'unica differenza è che non è collegata da uno stadio ma dal salotto di casa. Sullo sfondo i quadri alle pareti, il divano, i mobili: un ambiente rassicurante, fa da contraltare ad un racconto destabilizzante.
È stato un crescendo, il suo. All'iniziò parlava di stranezze nelle indagini. Di verbali striminziti, di gente non tenuta sotto torchio a dovere, di spioni che si prendevano gioco della magistratura. E cioè di lei, perché suo era il coordinamento delle indagini nelle fasi iniziali. Avete presente quei giorni in cui il caso o si risolve subito o non si risolve più? Ecco, di questi giorni si parla. Ad un certo punto Angioni ha detto di essere stata stoppata nell'accertamento della verità. Che qualcuno, addirittura in divisa, la interruppe mentre raccogliere informazioni da una persona, bruciando una pista serissima per trovare la bambina. Aveva la sensazione di essere pedinata mentre ordinava di piazzare microspie nei luoghi sensibili di un lembo di Sicilia ancora scosso dall'assenza di Denise. Pedinata da altri investigatori. Una telecamera che aveva ordinato di accendere fu spenta senza che il pm ne fosse al corrente. Un carabiniere dovette desistere dal piazzare una cimice, il cui ritorno di ascolto avrebbe potuto essere decisivo. In soldoni, un colossale depistaggio ha impedito di trovare Denise Pipitone e ha protetto colui o coloro che la rapirono una mattina di quasi fine estate mentre giocava sotto casa. Così viene spiegato all'opinione pubblica diciassette anni dopo e in concomitanza, con una coincidenza temporale quanto meno strana, con il riaccendersi delle telecamere sul caso. Una perquisizione, questa sì vera, eseguita su disposizione della Procura di Marsala in una casa disabitata e in un garage ha scatenato il putiferio. Si cercavano tracce del passaggio di Denise tra quelle mura e dentro un pozzo, circostanza che mette i brividi. Nessun esito, ma da allora le telecamere sono perennemente accese. Ebbe paura per se stessa, la Angioni, stritolata nei mesi che chiudevano il 2004 da qualcosa più grande di lei, che sfuggiva al suo controllo. Qualcosa che zittiva le bocche dei testimoni, che avevano visto e taciuto sulla sorte della piccola Denise. Poco importa che il direttore d'orchestra fosse lei, era lì per lì per essere trasferita al tribunale di Cagliari. Si lasciò alle spalle l'esperienza alla Procura di Marsala e la Sicilia, ma non le ricerche di Denise. Maria Angioni ha continuato a seguire il caso con indagini parallele.
Tra un processo e un altro, tra scartoffie civilistiche e contenzioso di lavoro, si è messa a fare la smanettona - è sempre lei a raccontarlo - con un paio di amiche su internet. Se ci sia dell'altro non è dato sapere. Di sicuro ha compulsato fonti aperte sui motori di ricerca, studiato profili social, cercato volti somiglianti a quello di Denise Pipitone che nel frattempo, nella comune speranza che sia viva, è diventata donna. Ed ecco la sensazionale comunicazione in diretta. Denise è viva, abita in Europa, è benestante e si è costruita una famiglia. Adesso è madre di una bambina. Fermate le rotative. Lanci di agenzia, titoloni in prima pagina. Qualcuno verifica, per fortuna non tutti si iscrivono al circo mediatico del "basta che sia probabile per essere vero": colei che dovrebbe essere Denise ha 26 anni, dunque più grande, è tunisina, vive a Nizza ed è in qualche modo legata al contesto familiare dell'ex marito di Piera Maggio, la mamma di Denise. "Non sono io", ha tagliato corto la donna scovata tramite il sul profilo social. Capitolo chiuso? Beh no, perché Angioni rilancia. Il suo racconto è adrenalinico. Da qualche altra parte sul web c'è una ragazza che "o è Denise o è sua sorella gemella", dice Angioni. Così sembra a lei e alle sue amiche. Quale sia il metodo scientifico di comparazione non è dato sapere. Le prove non servono, basta l'idea "che Denise sia viva perché non ci sono elementi che provino che sia morta". E mentre Angioni pronuncia queste parole in sovrimpressione spunta la scritta, come un mantello da vestale che tutto avvolge: "La verità dell'ex pm". E chi la scalfisce una verità che proviene da chi è unto con il crisma dell'infallibilità della magistratura. Tutto questo ribollire di allusioni e suggestioni, di rivelazioni un tanto al chilo ha dato vita a un paradosso.
Il pm che conduceva le indagini, cioè Angioni, dice che le indagini, dunque le sue, erano fatte male perché qualcuno depistava gli investigatori, sempre coordinati dall'ex pm che, dopo 17 anni, riferisce di saper dov'è Denise. Viene convocata dai pubblici ministeri, quelli di oggi, che hanno riaperto il fascicolo. Dal confronto con i colleghi Angioni esce indagata con l'accusa di avere reso false dichiarazioni all'autorità giudiziaria. L'ex pm non si mostra preoccupata e aggiunge il tassello mancante, quello che d'ora in poi reggerà l'architrave della sua narrazione: "Quando ho parlato ho dato fastidio a qualcuno. Me lo aspettavo perfettamente".
È lecito attendersi giorni caldissimi, tenendo conto che da indagata l'ex pm avrà diritto di accedere ad alcuni atti con cui puntellare nuove rivelazioni da rilanciare urbi et orbi in televisione. In principio c'era l'obbligatorietà dell'azione penale. Un modo per mascherare e giustificare lo strapotere concesso ai pubblici ministeri. Il fatto che la prova, codice alla mano, si debba formare in dibattimento alimenta l'illusione della parità fra accusa e difesa. Nessuno aveva messo in conto un'altra obbligatorietà, quella dei pm di apparire in televisione.
Prima era una moda, ora è un'esigenza dei palinsesti. E così i pubblici ministeri sono diventati opinionisti, fissi o estemporanei, perché la loro presenza conferisce autorevolezza al contenitore ancor prima che al contenuto. C'è la corsa a garantirsi gli ospiti più illustri. L'elenco è lungo. C'è Alfonso Sabella, un tempo cacciatore di latitanti all'antimafia di Palermo quando il capo era Giancarlo Caselli. I suoi meriti sul capo sono inequivocabili. Ha arrestato gente come Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, poi ha creduto di potere dare un contributo alla politica con la parentesi da assessore alla Legalità nella Roma del sindaco Ignazio Marino, quando si iniziava a parlare di Mafia Capitale. Ora lavora al tribunale di Napoli, o meglio come lui stesso dice è stato "spedito" in Campania perché fuori dalle logiche del sistema di Luca Palamara che controlla nomi e nomine. Altro ospite fisso è Luigi De Magistris che in tv viene chiamato più per il suo passato da pm in Calabria che come sindaco di Napoli. Anche lui ripete spesso di essere stato fatto fuori dalla magistratura. Fino a quando indagava su Silvio Berlusconi era osannato, poi mise il naso nella sinistra e arrivarono i guai.
C'è Antonio Ingroia, ex pm e ideologo della trattativa Stato-mafia, un biglietto da visita sempre attuale anche ora che fa l'avvocato dopo avere tentato la scalata politica collezionando percentuali da zero virgola. Un pm è per sempre. Il mantello di sacralità è un dono eterno. Anzi, da ex pm la loro voce diventa più autorevole perché, il caso Angioni fa scuola, si può sempre dire che uomini misteriosi hanno ostacolato la verità, salvo scoprire che a volte capita che siano gli stessi pm ad occultare le possibili prove contrarie. E cioè che qualcuno è stato processato pur in presenza di elementi che avrebbero potuto e dovuto alimentare il dubbio che fosse vittima piuttosto che carnefice. Così sostengono ad esempio a Brescia, dove la Procura ha messo sotto inchiesta due magistrati di Milano, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro. È un rivolo che rischia di diventare un fiume quello che nasce dall'accusa, crollata al processo, rivolta a Eni e Shell di aver pagato una maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere nel 2011 una concessione esplorativa di idrocarburi al largo del Delta del fiume Niger. I quindici imputati sono stati tutti assolti nei mesi scorsi, così come le società. Quella tangente non è mai esistita. Detto così rientrerebbe nella casistica, sempre più ampia, dei roboanti processi che finiscono in macerie dopo che il tritacarne ha rovinato vite e reputazioni. Però c'è un però. De Pasquale e Spadaro sono indagati con l'ipotesi di rifiuto di atti d'ufficio per aver omesso di depositare nel fascicolo del processo documenti che sarebbero stati elementi di prova favorevoli agli imputati.
Un altro collega, sempre pubblico ministero, Paolo Storari, (il magistrato che ha consegnato i verbali resi dell'avocato siciliano Piero Amara a Piercamillo Davigo, allora al Csm) aveva inviato a De Pasquale e Spadaro materiale che dimostrerebbe che un ex manager "licenziato" dalla compagnia petrolifera italiana aveva "costruito" prove in realtà false per "gettare fango" sui vertici del gruppo di San Donato per poi ricattarli. Materiale che i due pubblici ministeri non hanno messo a disposizione delle difese e del Tribunale durante il processo pur avendo consapevolezza, questa è l'ipotesi, delle false accuse mosse. E così l'inchiesta nata con l'obiettivo di svelare il più grande caso di corruzione internazionale della storia rischia di trasformarsi in uno dei più gravi scandali della storia della magistratura italiana.
di Gabriele De Giorgi
lecceprima.it, 26 giugno 2021
Il sovraccarico di consumo elettrico ha causato blackout in vari punti della città, ma a Borgo San Nicola le conseguenze, per due giorni, sono state molto pesanti. Nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, è stata registrata una prolungata assenza di acqua e una limitata disponibilità di energia elettrica. La tensione è salita alle stelle e solo nelle ultimissime ore il problema pare essere stato avviato a risoluzione, come ha dichiarato la garante delle persone private della libertà del Comune di Lecce. Maria Mancarella, che si è recata nella casa circondariale dove ha incontrato la neo direttrice, Valetina Meo Evoli, e il dirigente Pasquale Somma, potendo ricostruire l'accaduto.
I guai sono iniziati già da martedì dopo un primo blackout della rete elettrica. Da allora la situazione, all'interno dei blocchi, è progressivamente peggiorata, causando frustrazione e rabbia mentre le temperature, elevate anche di notte, non hanno concesso tregua, essendo i bracci e le celle già di per sé privi di condizionamento di aria. Il giorno dopo, infatti, a distribuzione della corrente elettrica è stata interrotta, a causa di un guasto, in tutta la zona del territorio comunale nella quale si trova il penitenziario.
Il limitato soccorso fornito dal generatore interno è durato un giorno perché nella mattinata di ieri, giovedì, è andato in blocco, probabilmente per un sovraccarico. Si è deciso dunque di reperire una secondo generatore ma intorno alle 20 l'erogazione di energia sarebbe stata interrotta dal gestore nazionale nella sola area del carcere determinando l'interruzione definitiva della fornitura di acqua: le vasche di accumulo, infatti, si erano intanto svuotate.
Forte si è levata la richiesta di aiuto: senza l'energia elettrica è impossibile fare una doccia e conservare gli alimenti. "Acqua" è stata l'invocazione che si sente ripetutamente in un video girato ieri sera all'esterno del penitenziario leccese e diffuso attraverso i social, con il rumore di sottofondo di stoviglie e arredi battuti con le mani tipico delle proteste dei detenuti. In una sezione in particolare il malcontento sarebbe degenerato per poi rientrare nei ranghi.
Anche l'associazione Antigone, informata della situazione di criticità, si è mossa per sollecitare il ripristino di condizioni di agibilità della vita carceraria, nel rispetto dei fondamentali diritti umani. La referente pugliese, Maria Pia Scarciglia, ha avuto un colloquio con la neo direttrice del carcere, ricevendo alcune rassicurazioni: è stato fatto un incontro con le delegazioni di di tutte le sezioni del carcere e sono state distribuite bottigliette e taniche di acqua.
"Certamente non posso che esprimere la mia soddisfazione per la soluzione del grave problema - ha poi commentato la garante - ma nello stesso tempo far sentire la mia vicinanza ai detenuti e alle detenute per i gravi disagi affrontati che vanno purtroppo ad aggiungersi ai tanti problemi da cui è afflitto un carcere ormai vecchio strutturalmente, gravemente sovraffollato e con carenze di tipo sanitario ormai croniche come Borgo San Nicola. Continuerò a monitorare la situazione e darne comunicazione ai tanti familiari che in queste ore mi hanno contattato attraverso tutti i canali a mia disposizione".
di Maria Mancarella*
salentolive24.com, 26 giugno 2021
Appresa la notizia della grave situazione determinata nel carcere di Borgo San Nicola dall'interruzione dell'erogazione della corrente elettrica per un grave guasto verificatosi in tutta l'area, in mattinata sono andata a fare una visita di verifica. Dagli incontri avuti con il dirigente Pasquale Somma, che sostituisce il Comandante, e con la direttrice, Valentina Meo Evoli, ho potuto appurare che al momento la situazione sembra essere tornata alla normalità e nel contempo mi è stato possibile ricostruire gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Il tutto è cominciato mercoledì: a causa di un guasto, preceduto da un breve black out verificatosi martedì, Enel ha interrotto l'erogazione della luce elettrica non solo nel carcere ma in tutta la zona. L'emergenza generata dalla mancanza della luce è stata in un primo momento affrontata attraverso il ricorso al generatore che purtroppo, probabilmente a causa del sovraccarico, si è bloccato nella mattinata di giovedì. Nel pomeriggio la direzione ha provveduto all'affitto di un generatore di supporto per consentire la riparazione di quello in dotazione al carcere. Alle 18 la situazione sembrava risolta. Intorno alle 20 Enel interrompe improvvisamente l'erogazione, questa volta solo nell'area del carcere, generando una situazione gravissima poiché, nel frattempo, le vasche di accumulo dell'acqua non più alimentate si erano completamente svuotate determinando l'interruzione dell'erogazione dell'acqua stessa. La Direzione si riserva di verificare le responsabilità di questa interruzione.
La preoccupazione e il grave disagio generato hanno dato vita a proteste da parte di detenuti in alcune sezioni, appena contenute dall'intervento degli agenti che, utilizzando l'acqua degli idranti, hanno riempito alcuni secchi da utilizzare per le emergenze. Oggi, sin dalla prima mattina la direttrice e il comandante hanno incontrato le delegazioni di detenuti di tutte le sezioni per dar loro conto della situazione, spiegare i diversi passaggi e comunicare che Enel si era impegnata a risolvere il problema nella mattinata. È stato anche comunicato loro che, per un paio di giorni nelle ore del passeggio, l'erogazione dell'acqua sarà sospesa per dar modo alle vasche svuotate di riempirsi nuovamente.
La direzione ha, inoltre, acquistato scorte di acqua in bottiglia per venire incontro a tutte le esigenze. Alle 13 di oggi il problema sembra risolto, i lavori terminati e l'erogazione dell'energia elettrica tornata alla normalità. Certamente non posso che esprimere la mia soddisfazione per la soluzione del grave problema, ma nello stesso tempo far sentire la mia vicinanza ai detenuti e alle detenute per i gravi disagi affrontati che vanno purtroppo ad aggiungersi ai tanti problemi da cui è afflitto un carcere ormai vecchio strutturalmente, gravemente sovraffollato e con carenze di tipo sanitario ormai croniche come Borgo San Nicola. Continuerò a monitorare la situazione e darne comunicazione ai tanti familiari che in queste ore mi hanno contattato attraverso tutti i canali a mia disposizione.
*Garante dei diritti dei detenuti
ansa.it, 26 giugno 2021
Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha inaugurato ieri a Pozzuoli il progetto "Puteoli Sacra" che apre al pubblico il tempio-duomo, la cattedrale di San Procolo martire al Rione Terra, il museo diocesano e gli ipogei diocesani. Il progetto punta sull'inclusione sociale e sarà gestito dalla fondazione Regina Pacis con giovani e donne a rischio emarginazione, in partenariato con gli istituti penitenziari di Nisida e Pozzuoli. "Il Rione Terra è un luogo sacro, carico di storia e di cultura - ha detto Fico - e riuscire a coniugare la ripresa del Rione Terra con l'attività della diocesi per gli istituti di Nisida e di Pozzuoli, in un percorso di recupero dei giovani è un progetto molto all'avanguardia su cui si deve investire.
Sarà un fiore all'occhiello per la regione e per il nostro paese. Sul recovery vengono messi 7 miliardi di euro circa per turismo e cultura. Accedere a questi fondi, metterli a disposizione dei nostri ragazzi, perché questi sono i nostri ragazzi, anche in funzione di un recupero sociale - ha concluso - dà un significato e un senso a tutto". Numerose le autorità istituzionali presenti alla cerimonia che si è aperta con il taglio simbolico di una catena, a significare "che bisogna abbattere tutti i pregiudizi ed offrire solidarietà ed accoglienza" ha detto il vescovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella. "L'avvio del progetto - ha concluso il sindaco, Vincenzo Figliolia - è un'altra sfida che raccogliamo in attesa della riapertura completa del Rione Terra e soprattutto di Procida capitale della cultura 2022. Si aprono importanti prospettive per tutti i nostri giovani e per il nostro territorio".
Belluno. Astucci per occhiali made in carcere:rientrano le lavorazioni che erano state delocalizzate
di Alessia Forzin
Corriere delle Alpi, 26 giugno 2021
Stipendio, Tfr e malattie pagate: una quarantina di detenuti sforna sette milioni di pezzi all'anno. Il progetto curato dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro, commesse dalle imprese del territorio. Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il principio, sancito dalla Costituzione, si è trasformato nella casa circondariale di Belluno in un laboratorio che dà lavoro a una quarantina di detenuti. Nella "fabbrica", allestita nei locali della struttura carceraria cittadina, i detenuti confezionano astucci per occhiali, panni per pulire le lenti, effettuano assemblaggi di componenti plastici. Un lavoro vero e proprio, con orari e stipendio, che permette ai detenuti di costruirsi una seconda occasione attraverso un'occupazione che li impegna quotidianamente. Di recente il progetto, che è portato avanti dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro, è stato segnalato fra i venti candidati al premio nazionale Angelo Ferro per l'innovazione dell'economia sociale e, pur non risultando nella cinquina premiata, ne è stato riconosciuto il valore durante la cerimonia conclusiva.
La genesi - Il progetto è iniziato nel 2015, racconta il presidente della cooperativa, Gianfranco Borgato: "Siamo partiti ristrutturando i locali all'interno della casa circondariale per adibirli a laboratorio", spiega. "Sono stati gli stessi detenuti ad occuparsi di questa attività". Una volta allestite le stanze, si è deciso di "riempirle" con un progetto che ha portato a creare una vera e propria fabbrica in carcere. "I detenuti effettuano lavori di assemblaggio di componenti plastiche, realizzano astucci per occhiali, confezionano i panni per pulire le lenti", continua Borgato. Lavorazioni semplici, ma che richiedono attenzione e manualità. "Per questa attività prendono uno stipendio, hanno il Tfr, la malattia pagata. È come essere in azienda".
Delocalizzazione in casa - Sono una quarantina i carcerati che aderiscono al progetto, e che effettuano le lavorazioni per conto di aziende del territorio. E sono due i reparti attrezzati nella casa circondariale dove lavorano i detenuti, con macchinari specifici come le stampatrici, necessarie per confezionare i panni per le lenti degli occhiali. Lo scorso anno sono stati prodotti circa settemila pezzi, con una produzione che è rientrata in Veneto dalla Romania, dove era stata delocalizzata.
Seconda occasione - I lavoratori vengono seguiti da personale specializzato della cooperativa e da Borgato stesso, e la scelta di aderire o meno al progetto è volontaria. "C'è grande entusiasmo da parte dei ragazzi", segnala Borgato. "Il lavoro per loro è la vita, e oltre ad essere un modo per occupare le giornate, è anche un primo passo per il reinserimento nel tessuto sociale e produttivo". "Lavorando, i ragazzi hanno dei ritmi assimilabili a quelli di una vita normale", prosegue il presidente della cooperativa. "E possono costruirsi una seconda o una terza occasione". Qualcuno, infatti, trova un impiego una volta scontata la pena, proprio grazie alla professionalità acquisita in carcere.
Ma l'attività di Sviluppo & Lavoro non si ferma qui. La cooperativa si occupa anche delle persone sottoposte a misure alternative (come la semilibertà) impiegandole in un'azienda a Paludi, in Alpago, che opera nel campo dell'edilizia. "Siamo sempre pronti a sviluppare i progetti che portiamo avanti nella casa circondariale con il supporto della direzione", conclude Borgato. "Se ci sarà modo di ampliare l'iniziativa, ci attiveremo".
viverepescara.it, 26 giugno 2021
Sono 50 i detenuti del carcere di Pescara che hanno ricevuto gli attestati di partecipazione al progetto "Lo sport generAttore di comunità" - un percorso voluto dal Ministero dell'Interno, patrocinato dal Comune di Pescara e realizzato sul territorio grazie alla partnership con l'Us Acli - finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione e, nel contempo, a fornire loro gli strumenti di reinserimento sociale e lavorativo. Gli ospiti della casa circondariale San Donato hanno preso parte a due corsi di formazione su temi e argomenti legati allo sport: a) Operatore ludico-sportivo b) Operatore di fumetto sportivo; infine, è stato anche organizzato un premio letterario, sempre sui temi dello sport.
"Voglio ringraziare per la disponibilità e per avere condiviso il progetto - ha detto il consigliere comunale e Presidente dell'U.s. Acli Abruzzo-Pescara, Adamo Scurti - la direttrice della casa circondariale Lucia Di Feliciantonio. Il lavoro delle educatrici interne alla struttura è stato fondamentale perché ha risposto perfettamente all'obiettivo di dare un'opportunità a quelle persone che hanno subito delle condanne ma che dobbiamo in tutti i modi sostenere per favorirne il reinserimento nella società. Con questi corsi abbiamo permesso loro di acquisire competenze che spero possano spendere una volta tornati in libertà".
Il percorso di "Generattore", partito nel 2019 e poi bloccato dall'emergenza sanitaria, è ripreso negli ultimi mesi dello scorso anno; è stato già reso noto che proseguirà, visti gli ottimi riscontri ottenuti. Secondo le linee stabilite dal Ministero degli Interni i principali obiettivi dell'intervento sono i seguenti:
· garantire il miglioramento delle condizioni psico-fisiche dei detenuti;
· favorire il percorso rieducativo e il reinserimento sociale dei soggetti in esecuzione di pena;
· contribuire alla strutturazione di attività sportive nelle carceri;
· promuovere lo sviluppo di un rapporto solidale e sinergico tra istituto penitenziario e territorio di riferimento;
· trasformare le buone prassi in modelli di intervento per renderle trasferibili.
Adamo Scurti ha voluto ringraziare gli istruttori esterni alla struttura carceraria: Angela ed Emanuela Trivarelli, Guido Babuscio, Antonio Vinci, Giuseppe Gozzo, Beniamino Cardines, Tania Tacconella, Antonio Di Cecco e Giacomo Fortuna. Alla consegna degli attestati, oltre allo stesso Adamo Scurti, sarà presente anche il sindaco Carlo Masci.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Al via la seconda Conferenza Nazionale sulla salute mentale. Al centro del dibattito il rilancio della sanità territoriale, ma nel Pnrr di disagio psichico non si parla. A vent'anni dalla prima edizione si è aperta ieri a Roma la seconda Conferenza nazionale sulla salute mentale, intitolata Per una salute mentale di comunità. Anche questo campo subisce le debolezze della sanità territoriale, che troppo spesso portano a prendersene cura troppo tardi e in luoghi inadatti.
"Il disagio mentale nasce nei luoghi di vita e di lavoro delle persone, si cura nelle comunità in cui vivono le persone e con l'apporto delle comunità stesse" ha detto il ministro della salute Roberto Speranza in apertura della conferenza. "Coloro che in questi anni hanno sperimentato periodi di sofferenza mentale ma non sempre hanno trovato servizi adeguati ai loro bisogni, sono stati accolti in strutture a volte poco accessibili e non sempre hanno potuto contare su un vero e proprio progetto terapeutico riabilitativo". Speranza ha ammesso le criticità dell'approccio italiano alla salute mentale, le "ampie disuguaglianze" e la "carenza di risorse professionali ed economiche".
La parola usata più spesso è "comunità": la stessa delle quasi 1.300 "case della comunità", asse portante della futura medicina di territorio secondo il Pnrr appena promosso dall'Ue. Ma di salute mentale, nel Pnrr, si parla poco o nulla. Lo aveva evidenziato più volte, nelle scorse settimane, lo stesso Coordinamento nazionale che ha preparato i lavori, che aveva formulato proposte operative e organizzative che avrebbero richiesto un budget di due miliardi di euro, meno dell'1% dell'intero Pnrr.
Alla conferenza Speranza ha annunciato anche un'importante novità, riguardante il sistema della "contenzione fisica" che porta ancora molti pazienti psichiatrici a essere legati ai letti per ore e talvolta giorni. "Nei giorni scorsi - ha detto il ministro - il gabinetto del ministero ha inoltrato alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome, la bozza di documento e lo schema di Accordo per il Superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale". Una decisione che non può essere rimandata, ha detto il ministro, dopo la bocciatura della pratica coercitiva da parte della Consulta nazionale di bioetica e del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani. "Riconosciamo l'obiettivo di promuoverne il suo definitivo superamento in tutti i luoghi della salute mentale, entro il triennio 2021-23", ha detto Speranza. Secondo la legge "Basaglia" del 1978, la pratica avrebbe dovuto essere "ridotta ai casi assolutamente eccezionali".
Secondo alcune stime, vi ricorrono molte strutture psichiatriche e soprattutto geriatriche, dove un terzo degli ospiti viene legato. È invece "un evento sempre più raro, breve, volto esclusivamente al recupero del dialogo e della dignità del paziente" secondo Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di Neuro-Psico-Farmacologia. La dignità, spiega, "si favorisce non solo eliminando le contenzioni, ma anche offrendo le condizioni per eliminarle, ovvero luoghi di accoglienza e di cura all'altezza". Speranza ha reso merito alla campagna "... e tu slegalo subito", promossa dalla psichiatra Giovanna Del Giudice, che già negli anni 70 collaborava con stesso Basaglia all'ospedale di Trieste. È lei che ha coordinato il documento ora sul tavolo delle regioni. "Su 320 servizi ospedalieri di salute mentale, in Italia ci sono 20 reparti che non "legano", spiega Del Giudice. "Coprono una popolazione di 5 milioni di abitanti, e intere regioni come il Friuli-Venezia Giulia. Indicano una strada, dimostrano che della contenzione si può fare a meno". La psichiatra torna sull'importanza della comunità.
"Occorre una rete di servizi di salute mentale di prossimità a cui il malato si possa rivolgere rapidamente, all'inizio della crisi. E va superato il paradigma della pericolosità del malato mentale: non solo nei reparti in cui avviene la contenzione, il buco nero in cui finiscono i malati che non hanno trovato aiuto, ma nell'intero servizio a monte del ricovero".
La Conferenza ha visto anche assenze di peso, come quella della Società Italiana di Psichiatria che ha scelto di non esserci. Il suo presidente Massimo di Giannantonio ha parlato di gravi esclusioni e di scarsa apertura sul programma: "Non condivido la scelta di impedire la partecipazione del Coordinamento nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale, né la decisione di non coinvolgere il mondo della ricerca e il ministero dell'Università e della Ricerca, principale garante e promotore dei percorsi formativi dei professionisti della salute mentale" ha protestato di Giannantonio.
di Maurizio Costanzo
La Nazione, 26 giugno 2021
Villa Bardini, incontro il 28 giugno alle 18.30. Il principio della finalità rieducativa della pena, fissato nella Costituzione dall'articolo 27, contrasta fortemente con la situazione autentica delle prigioni italiane. Lo racconta e lo documenta con drammatica oggettività il libro "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Editori Laterza) scritto dal giornalista del Corriere della sera Edoardo Vigna e dal Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato che viene presentato lunedì 28 giugno alle 18.30 a Villa Bardini, Costa san Giorgio, 2, alla presenza del Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura David Ermini. Oltre agli autori, intervengono l'editorialista de La Nazione e scrittore David Allegranti e lo scrittore Marco Vichi. Modera la direttrice de La Nazione Agnese Pini. Introducono l'incontro i presidenti di Fondazione CR Firenze Luigi Salvadori e di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron Jacopo Speranza.
Il volume descrive la quotidianità, i limiti, i problemi e le prospettive possibili del mondo carcerario con l'obiettivo di arrivare al pubblico di non addetti ai lavori. Il cittadino comune, spiegano gli autori, non sa cosa sia davvero il carcere in Italia e non si rende conto di come sia interesse concreto della collettività - oltre che un obbligo costituzionale - tentare di recuperare i detenuti ad un'onesta vita esterna.
Un'azione svolta durante la detenzione con gli strumenti definiti dalla legge: dal lavoro all'istruzione e al teatro, attraverso anche i benefici e le misure alternative. Da qui la scelta di un linguaggio piano e nient'affatto tecnico, che parte dagli stessi luoghi comuni che ormai sembrano essersi consolidati nella società ("Buttiamo via la chiave, dentro si vive meglio che fuori, etc.") ma che, come quasi sempre accade ai pregiudizi, non corrispondono alla verità dei fatti. I dati dimostrano che in Italia la recidiva degli ex detenuti è record (sette su dieci tornano a delinquere) ma la percentuale precipita all' 1% per l'esigua minoranza di chi in carcere ha potuto lavorare. Evidentemente c'è bisogno di andare esattamente in direzione contraria alla "Vendetta pubblica".
"Il tema trattato da Bortolato e Vigna - dichiarano i Presidenti di Fondazione CR Firenze Luigi Salvadori e di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron Jacopo Speranza - è certamente tra quelli più vivaci in questo particolare momento storico. Fondazione CR Firenze interviene da anni e con progetti mirati in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, sostenendo quelle associazioni e quegli operatori altamente qualificati che svolgono proprio attività integrate di mediazione, riparazione e formazione. Crediamo fortemente che questa sia la strada da percorrere come del resto è indicato nel libro. La presenza di un'alta personalità come il Vicepresidente del Csm David Ermini è un invito a tutti noi nel proseguire in questo impegno nel rispetto della legalità e della solidarietà".











