di Francesco Vignarca e Paolo Pezzati*
Il Domani, 27 giugno 2021
Il ritiro dall'Afghanistan dopo 20 anni di nostra presenza militare, con risultati fallimentari sotto diversi punti di vista, doveva stimolare un dibattito sugli obiettivi e gli impatti delle missioni militari e del loro dispendioso impegno. La scorsa settimana il governo ha deliberato, senza troppe discussioni, gli impegni militari internazionali italiani per il 2021.
In totale 40 missioni militari nel 2021: 38 già in atto in tre continenti e due nuove (nello Stretto di Hormuz e in Somalia). Una grande attenzione soprattutto all'area africana (17 missioni) e al quadrante mediorientale con il Golfo Persico in prima fila (9 missioni). Sono questi i primi scarni dettagli della deliberazione del consiglio dei ministri della scorsa settimana sulle missioni internazionali e iniziative di cooperazione allo sviluppo (che sono però del tutto residuali).
Una decisione che per legge dovrebbe arrivare a inizio anno, ma che nel 2021 registra quasi un mese di ulteriore ritardo rispetto al 2020, anno in cui il parlamento ha potuto votare il proprio parere definitivo solo a dicembre (con il paradosso quindi di una decisione ampiamente "retroattiva").
Eppure il ritiro dall'Afghanistan dopo 20 anni di nostra presenza militare, con risultati fallimentari sotto diversi punti di vista, dovrebbe stimolare un dibattito ampio e importante sugli obiettivi e gli impatti delle missioni militari e del loro dispendioso impegno (quasi 1,5 miliardi stanziati). Forse un illusorio miraggio, che però impedisce una seria analisi non solo del dispiegamento militare ma anche degli interventi di cooperazione internazionale inseriti nel quadro del medesimo provvedimento (nominalmente circa il 20 per cento dei fondi, in realtà poco oltre il 10 per cento se andiamo a sottrarre i 120 milioni destinati proprio alle forze armate e di polizia afghane).
La cooperazione internazionale - Su quest'ultimi, occorrerebbe un cambio di approccio: da qualche anno la gran parte dei fondi vengono destinati ad agenzie internazionali o multilaterali, tagliando fuori i soggetti di cooperazione della società civile italiane, la loro conoscenza della realtà sul campo e il sistema di rapporti costruiti con le comunità locali. Confermando l'impressione che si tratti solo di un tentativo di "indorare la pillola", consentendo quindi l'approvazione senza troppe contestazioni dei ben più cospicui finanziamenti di natura militare.
Negli ultimi anni gli interventi militari hanno avuto il focus in particolare del "Mediterraneo allargato", al centro anche delle decisioni appena confermate in consiglio dei ministri. In tale prospettiva, il caso libico è quello più emblematico: dal 2017, anno dell'accordo siglato dal governo Gentiloni, l'Italia ha speso 755 milioni di euro tra missioni navali e missioni in Libia. La sensazione, da confermare una volta resi noti i dettagli del provvedimento dell'esecutivo, è che per il 2021 la cifra stanziata per il paese nord africano sia superiore ai 58 milioni spesi nel 2020. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, i viaggi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e di quella dell'Interno Luciana Lamorgese, spingono a ipotizzare che l'Italia voglia far seguire i fatti rispetto alle dichiarazioni di sostegno al (transitorio?) governo libico.
I soldi alla Libia - Eppure sarebbe giunto il momento di invertire la rotta di queste decisioni, interrompendo per prima cosa il finanziamento diretto alla cosiddetta guardia costiera libica costantemente in aumento, fino a toccare nel 2020 i 10 milioni di euro. Tale sostegno è già previsto anche all'interno della missione bilaterale Supporto Libia, nella missione navale Mare Sicuro e nella missione navale europea Irini ma senza che ne sia definita precisamente la portata (e il costo). Non a caso da almeno due anni le organizzazioni della società civile chiedono l'istituzione di una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo. Per ora i soli dati certi riguardano le persone intercettate e riportate in Libia: nel 2021 sono già oltre 14.000, numero superiore all'intero 2020, con un totale di più di 55.000 negli ultimi 4 anni. Persone purtroppo destinate e rientrare nel ciclo di abusi e torture sistematiche dalle quali stavano cercando di scappare. Anche i morti quest'anno sono di nuovo in crescita nella rotta del Mediterraneo centrale: quasi 700.
Tra le 4 missioni navali attive nel Mediterraneo (oltre 540 milioni spesi) nessuna prevede compiti di ricerca e soccorso, una carenza inaccettabile. Si dovrebbe dunque dare seguito quantomeno alla proposta fatta dal segretario del Pd, Enrico Letta, rispetto alla missione Irini che dovrebbe "diventare la missione che consente di gestire il salvataggio in mare". Non sarà facile che ciò avvenga, dato che la missione, nonostante i forti dubbi sulla sua efficacia, è stata appena rinnovata in sede europea e dunque servirebbe uno sforzo diplomatico deciso perché il tema possa venire riproposto prima della sua scadenza (marzo 2023).
La domanda che invece permane è come la classe politica italiana e quella europea possano continuare a perpetuare lo schema (da loro impiantato) che legittima l'esistenza di una zona di ricerca e soccorso al largo della Libia (Sar) affidando ai libici competenze che non dovrebbero essergli affidate. Un tragico escamotage utile agli europei per non incorrere direttamente in accuse di respingimenti e di violazione del principio di non refoulement. La Libia, cosa da anni ben evidente, non è infatti un porto sicuro e non può costituire una soluzione per i salvataggi in mare.
*Francesco Vignarca, coordinatore campagne Rete italiana pace e disarmo
*Paolo Pezzati, coordinatore advocacy Aoi - Associazione delle ong Italiane
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 27 giugno 2021
Il provvedimento del governatore Michele Emiliano resterà in vigore fino al 31 agosto. Indagini per capire le condizioni di lavoro della vittima, che percepiva 6 euro all'ora. La morte di Camara Fantamadi, il bracciante originario del Mali stroncato da un malore dopo una giornata di fatica nei campi, forse non rimarrà senza seguito. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha emanato un'ordinanza che vieta sull'intero territorio regionale il lavoro agli addetti all'agricoltura nelle ore più calde della giornata, precisamente dalle 12 alle 16. Il tutto per evitare di esporre ai lavoratori a rischi per la loro salute. Poche ore prima un analogo provvedimento era stato già adottato dal sindaco di Brindisi territorio in cui Camara ha perso la vita. Oltre a ciò, la magistratura ha avviato accertamenti per conoscere l'esatta posizione lavorativa del bracciante maliano mentre i suoi colleghi hanno avviato una colletta per consentire il rimpatrio della salma nel Paese di origine.
L'ordinanza prevede lo stop del lavoro sotto il sole "ogniqualvolta la mappa dell'Inail indicherà "rischio alto nel nostro territorio", vale a dire quando le previsioni del tempo indicheranno ondate di caldo tali da rendere rischiose le condizioni di lavoro. Il provvedimento rimarrà in vigore fino al 31 agosto. "La vicenda di Camara Fantamadi - scrive Riccardo Rossi, sindaco di Brindisi in una nota - un ragazzo di 27 anni che dopo una giornata di lavoro nei campi di Brindisi, durante il ritorno in bici, è morto vittima del troppo caldo, ha colpito tutta la nostra comunità.
Molti sono i lavoratori che sono morti negli anni a causa delle condizioni proibitive nelle campagne durante la stagione estiva. Per questo ho ritenuto corretto salvaguardare la salute dei lavoratori nelle giornate più calde, provvedendo ad emettere questa ordinanza. Il lavoro non può mai essere sfruttamento, deve essere rispettoso della dignità delle persone". Altre amministrazioni, dopo quella brindisina, sarebbero intenzionate a firmare provvedimenti analoghi.
La misura a protezione del lavoro adottata in tutta la Puglia non è in verità inedita: l'anno scorso, sempre in Puglia, era toccato al sindaco di Nardò, Pippi Mellone, firmare una limitazione analoga che vietava l'impiego di manodopera nei campi nelle ore più infuocate della giornata, sempre in concordanza con le indicazioni emanate dall'Inail sul rischio nei luoghi di lavoro. Anche a Nardò l'ordinanza è stata confermata per la stagione 2021. Intanto si cerca di fare luce sulle condizioni che hanno portato alla morte Camara Fantamadi.
Il bracciante, residente a Eboli, ma chiamato in Puglia da un fratello in occasione della stagione agricola, lavorava a giornata per un compenso di 6 euro l'ora. Il giorno della sua morte, al mattino era già rimasto vittima di un malore; aveva poco più tardi chiesto di tornare in casa e aveva intrapreso il tragitto verso il suo domicilio provvisorio - distante 15 chilometri - in bicicletta. La temperatura, in quelle ore, era di circa 40 gradi. Durante questo percorso si è sentito male definitivamente ed è morto.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 27 giugno 2021
La volontà di una persona di porre fine alla propria vita e di non provvedervi da sola con il suicidio, ma di chiedere l'intervento e l'aiuto di altre persone era contrastata dal testo originario del codice penale (1930) con due diverse ipotesi di reato. Si tratta da un lato del delitto di omicidio del consenziente e dall'altro di quello di aiuto al suicidio.
La portata di questa sola seconda ipotesi è stata ristretta dalla Corte costituzionale con la sentenza del 2019, che ha escluso la punibilità di chi aiuta altri a morire, quando si tratti di persona capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, e tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale. In questo modo la Corte ha considerato la condizione in cui si trovava Fabiano Antoniani (Dj Fabo), che nel 2017 Marco Cappato aveva accompagnato a morire in Svizzera.
La sentenza è intervenuta dopo che, un anno prima, la Corte aveva avvisato il Parlamento che la norma, così come era, contrastava il principio costituzionale di ragionevolezza, alla luce della legislazione che riconosce il diritto a rifiutare le cure, anche quando ne derivi la morte del paziente, in vicende su cui incidono valori quali la dignità della persona e il suo diritto alla autodeterminazione, il Parlamento non era stato in grado di modificare la norma incriminatrice eliminandone la incostituzionalità.
Ed era stato quindi necessario l'intervento della Corte costituzionale, la quale aveva sì dichiarato la parziale incostituzionalità della norma, ma aveva anche segnalato la necessità di un intervento legislativo per disciplinare i tanti aspetti della materia che esulano dall'area di competenza della Corte. Anche questa volta, dopo quasi due anni, il Parlamento non ha saputo svolgere il suo dovere di legislatore.
A causa dell'assenza del Parlamento, le vicende gravi e dolorose in cui persone sono portate a chiedere di morire piuttosto che sopportare la vita cui sono costrette, sono da un lato oggetto del nuovo testo della legge penale derivante dalla sentenza della Corte costituzionale, ma dall'altro praticamente non risolvibili secondo quanto consentito dalla legge. Gli ospedali pubblici cui quei pazienti si rivolgono, come indicato dalla Corte costituzionale, per ottenere prima di tutto che venga accertato che il loro stato corrisponde a quello che la Corte costituzionale ha considerato, per stabilire la non punibilità di chi aiuti quelle persone a suicidarsi, non sono disposti a provvedere.
Essi avanzano argomenti che rifondano sulla mancanza della legge specifica che ne preveda le modalità. Nemmeno i governi che si sono succeduti hanno provveduto dando disposizioni esecutive della sentenza della Corte costituzionale. I giudici cui quelle persone si rivolgono hanno fino ad ora dato risposte diverse. L'incertezza è grande e aggiunge pena a pena. È vero che Marco Cappato è stato assolto nel processo milanese cui la sentenza della Corte costituzionale si è riferita e anche in altri processi successivi, ma Parlamento e governo, con la loro inerzia di fatto mantengono la incostituzionalità che la Corte costituzionale ha dichiarato.
E in questa situazione di blocco del funzionamento istituzionale del sistema democratico di garanzia dei diritti fondamentali delle persone, che la Associazione Luca Coscioni, proseguendo l'azione di resistenza civile di Marco Cappato, ha lanciato la raccolta delle firme necessarie per un referendum popolare, che, intervenendo sul codice penale risolva le questioni che sono ancora aperte. Perché la sentenza della Corte costituzionale, pur salutata come un passo avanti verso il rispetto dell'autonomia delle persone, ha ancora limiti importanti, che derivano anche dal fatto che essa si è riferita alla sola ipotesi di suicidio assistito, senza considerare quella confinante dell'omicidio del consenziente.
La differenza può essere marginale e irrilevante quanto ai valori e libertà in gioco, legata come è a dettagli esecutivi: l'aiuto al suicidio, diversamente dall'omicidio del consenziente, richiede che ratto finale (come bere il veleno mortale, schiacciare coni denti il pulsante che attiva l'introduzione della sostanza venefica) venga compiuto da chi vuole morire e non dal terzo che lo assiste. Ma quando è accertata la consapevolezza e la libertà di chi ha deciso di morire, la differenza non ha rilievo rispetto alla autonomia della persona nel decidere come e quando morire. Vi è una forte dose di ipocrisia nel distinguere le due ipotesi.
A ciò si aggiunge che la Corte costituzionale, anche perla specificità della vicenda umana e processuale che l'ha portata a intervenire sulla norma penale, è intervenuta in un modo che meriterebbe ripensamento o piuttosto sviluppo. Se la Corte mantenesse l'argomentare che l'ha portata a ritagliare in stretti limiti l'area fattuale in cui lo Statori - spetta l'autonomia della persona, l'ammissibilità del referendum potrebbe essere a rischio.
Ma nel frattempo è intervenuta una limpida sentenza della Corte costituzionale tedesca, che ha considerato centrale il tema riguardante la "qualità" della decisione di morire, la cui maturità, consapevolezza e libertà sono non solo necessarie, ma anche alla fine sufficienti. Poiché lo Stato è tenuto a mettere in opera ogni mezzo per escludere vizi di quella drammatica decisione, offrendo anche alternative utili come trattamenti palliativi o altri interventi, ma non spetta allo Stato sostituirsi alla persona nel valutarne le ragioni e ancor meno nel decidere in quali situazioni rispettare la volontà della persona e in quali no.
La sentenza della Corte tedesca non può essere ignorata in Italia: il tema dei diritti fondamentali delle persone è universale e la circolazione degli argomenti è tanto più importante nell'area d'Europa. I quesiti che con il referendum si pongono al voto popolare tendono al superamento della attuale incostituzionale limitazione della autonomia delle persone. Nella paralisi del Parlamento, l'intervento diretto del popolo è la soluzione considerata dalla Costituzione.
di Luca Ricolfi
Il Messaggero, 27 giugno 2021
Quando, nel 1957, il grande politologo americano Anthony Downs pubblica "La teoria economica della democrazia", il gioco della competizione politica è ancora pulito. Per lui la differenza chiave fra destra e sinistra, o fra conservatori e progressisti, è che gli uni vogliono meno intervento pubblico nell'economia, gli altri ne vogliono di più. La destra vede l'espansione dello Stato (e delle tasse) come un'ingerenza, che limita la libertà economica, la sinistra vede l'espansione dello Stato (e della spesa pubblica) come uno strumento di redistribuzione della ricchezza, che promuove l'eguaglianza.
Il gioco è pulito perché le due parti competono alla pari. Libertà ed eguaglianza, infatti, non sono l'una un valore e l'altra un disvalore, ma sono semplicemente due ideali distinti in competizione fra loro. Ciò produce una conseguenza logica fondamentale: il rispetto dell'avversario politico. Questo tipo di situazione è interessante perché in essa coesistono due elementi apparentemente inconciliabili: la credenza nei propri valori, e il riconoscimento della legittimità dei valori altrui.
Non è questo il luogo per stabilire quale sia il momento storico in cui il gioco si è rotto, ma credo non possano esservi dubbi sul fatto che oggi, nella maggior parte delle società occidentali, la competizione politica non funziona più secondo lo schema di Downs.
Oggi la sinistra non si sente come la rappresentante di determinati ideali, contrapposti a ideali diversi dai propri, ma come la depositaria esclusiva del bene. Di qui il suo peculiare rapporto con l'avversario, che non viene più percepito come il difensore di ideali distinti da quelli progressisti, ma come il difensore di disvalori, o ideali negativi. Dunque, come l'incarnazione del male. Detto ancora più crudamente, e con specifico riferimento alla società italiana: la sinistra pensa di rappresentare "la parte migliore del Paese", contrapposta alla "parte peggiore del Paese", rappresentata dalla destra.
Come è stato possibile? È abbastanza semplice. La mossa chiave che ha permesso di cambiare radicalmente il gioco della politica è stata quella di autodefinirsi come anti-qualcosa. Da un certo punto, che collocherei negli anni '80, nel mondo progressista al posto degli antichi valori e simboli - l'uguaglianza, la classe operaia, i deboli - hanno progressivamente preso piede due totem definiti negativamente: l'anti-razzismo e l'anti-discriminazione. Essere di sinistra ha significato sempre di meno occuparsi delle difficoltà degli strati bassi, e sempre di più percepirsi come nemici irriducibili dei due (presunti) vizi capitali del nostro tempo: il razzismo e la discriminazione. Il primo, esercitato contro gli immigrati, il secondo contro le cosiddette minoranze Lgbt+ (per chi non fosse familiare con l'acronimo: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, eccetera).
Ed ecco fatto: il gioco, che almeno fino agli anni '70 era rimasto pulito, ora è sporco. Perché se io mi autodefinisco come anti-qualcosa di negativo, allora è automatico che il mio avversario politico sia a favore di quel negativo contro cui io mi batto. È un problema logico, più volte messo in luce dal grande filosofo Alain Finkielkraut: l'ideologia anti-razzista crea un'anomalia nella competizione politica, perché se il mio avversario si autodefinisce anti-razzista, io che la penso diversamente da lui divento anti-antirazzista, dunque razzista. E come tale impresentabile, oggetto di riprovazione e disprezzo. Lo stesso, identico, cortocircuito logico si presenta con il problema delle minoranze Lgbt+: se i progressisti ne difendono le battaglie, chi quelle battaglie non condivide, o contrasta, passa automaticamente nella schiera degli omofobi, accusato di odio verso le minoranze sessuali e di genere (con curioso slittamento della lingua, visto che "fobia" in greco significa paura, non certo odio). Di qui, infine, il disprezzo dell'avversario politico, che diventa il nemico, che attenta alla causa del bene.
Ecco perché il gioco, oggi, è truccato, non solo in Italia. Chiunque si intesti una causa ovvia, sia essa la lotta contro la mafia, il salvataggio del pianeta, il contrasto del razzismo, e la trasformi in un appello, una petizione, un simbolo, un meme, un messaggio pubblico, si sente autorizzato a pretendere che anche gli altri aderiscano alla sua causa, la sostengano, prendano posizione pubblicamente a suo favore. Chi non lo fa, sia esso un personaggio famoso che non firma, un calciatore che non si inginocchia, un disegnatore che si permette una vignetta irriverente, passa ipso facto nel novero degli incivili, su cui l'establishment degli illuminati si sente in diritto di riversare quotidianamente il proprio disprezzo.
Può accadere così che chi ha delle critiche verso il disegno di legge Zan sia bollato come omofobo e odiatore delle minoranze. Che chi dissente sulle politiche di accoglienza sia tacciato di razzismo e disumanità. E può accadere persino che il segretario di un partito che si crede progressista si permetta di redarguire in tv sei calciatori che hanno osato non inginocchiarsi a comando, facendo mancare il proprio sostegno ad una delle tante sigle che si contendono le decine di cause giuste che competono fra loro per l'attenzione dei media e degli elettori.
Eppure dovrebbe essere chiaro. L'ostentazione della propria adesione a una causa ovvia, accompagnata dalla lapidazione morale di chi sceglie di non aderirvi, non è un modo sano di condurre la lotta politica. Perché la politica - quella vera, non quella degenerata dei nostri giorni - è innanzitutto libertà di espressione, e rispetto della diversità di opinioni, sentimenti, modi di vita. Il resto è bullismo. Bullismo etico, se volete. Ma sempre bullismo, ossia sopraffazione da parte di chi si sente il più forte.
di Dario Stefano Dell'Aquila
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Alla Conferenza nazionale sulla salute mentale i buoni propositi di Speranza sulla carenza dei servizi territoriali. Il nodo dei fondi. Si è chiusa la seconda Conferenza nazionale per Salute mentale, "Per una salute mentale di comunità", promossa dal ministero della Salute. Ben vent'anni dopo dalla prima che fu promossa, nel gennaio del 2001, dall'allora ministro Umberto Veronesi, e da un governo che di lì a poco avrebbe terminato il suo mandato.
La Conferenza è stata aperta dal ministro Roberto Speranza con un intervento molto strutturato, quasi conclusivo. Il ministro ha ricordato le criticità, "le ampie diseguaglianze che ancora persistono fra regioni e all'interno delle regioni stesse nell'accesso alle cure, nell'offerta assistenziale, nelle risorse disponibili, nel ricorso ai Trattamenti Sanitari Obbligatori" e la carenza di risorse professionali ed economiche.
Speranza ha evidenziato la necessità di rafforzare la cultura dell'assistenza territoriale e la presa in carico integrata dei sofferenti "evitando - per quanto possibile - di allontanare i pazienti in strutture che rischiano di escluderli dalla società". Un segnale importante, non solo sul piano simbolico, è stato l'annuncio di un documento che sarà presentato in sede di Conferenza Stato- Regioni per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale.
L'indicazione delle priorità è chiara, meno definita la quantificazione di nuove risorse che secondo il ministero potrebbero essere individuate in tre modi: a) vincolare quota parte dei fondi 2021 delle Regioni al perseguimento degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, b) utilizzo dei fondi dell'edilizia sanitaria per la riqualificazione di quelle strutture territoriali dedicate alla salute mentale, c) negoziazione dell'utilizzo dei fondi strutturali che potrebbero essere destinati alla salute mentale delle sette regioni del sud. Sullo sfondo il possibile utilizzo delle risorse del Pnrr. Come ha poi specificato Nerina Dirindin, consulente del ministro Speranza, nella giornata conclusiva, il tema centrale non è solo quello della carenza delle risorse, ma quello di "ripensarle e riallocarle" in termini economici e culturali. Il superamento della logica di "prestazioni" a favore di una costruzione di "percorsi" di inclusione, di prossimità e di comunità è fondamentale perché il sofferente psichico sia considerato una persona e non un oggetto da "mettere da qualche parte".
Se la conferenza del 2001 fu criticata per il mancato coinvolgimento degli operatori, questa ha sicuramente avuto l'intelligenza di una impostazione più partecipata, articolata in otto gruppi tematici in cui si sono susseguiti oltre un centinaio di contributi qualificati. Prevenzione, de-istituzionalizzazione, inclusione sociale, lavoro di equipe, percorsi di inserimento e buone pratiche, qualificazione dei servizi territoriali, rafforzamento del ruolo delle associazioni, perfezionamento del sistema informativo sulla salute mentale, attenzione ai migranti e alle persone prive della libertà personale, sono le parole chiave che hanno caratterizzato i lavori e che sono stati restituiti dai rapporteurs nella giornata conclusiva.
Quale bilancio fare, dunque? I lavori della Conferenza sono stati di indubbio interesse e di elevato spessore culturale e teorico, ma resta aperta la questione di come rendere questa visione strategica "concreta" e "uniforme" nei territori, specie alla luce dell'autonomia delle Regioni in materia sanitaria. Due le questioni aperte più urgenti. In primo luogo, come segnalato dagli stessi documenti ufficiali vi è una notevole estensione di strutture residenziali che per molti pazienti "sembrano rappresentare delle "case per la vita" piuttosto che dei luoghi di riabilitazione" e che oscillano "ambiguamente tra trattamento e riabilitazione, da un lato e custodia dall'altro". Il timore che la logica manicomiale riviva in nuove forme e in modo diffuso è dunque tutt'altro che infondato e strettamente legato alla capacità dei servizi territoriali di "presa in carico" del paziente. In secondo luogo, per centinaia di migliaia di utenti dei servizi parole come "presa in carico" e "inclusione", sono la forma di un desiderio neppure intravisto.
Valga su tutte la testimonianza di Maria Cristina Soldi, sorella di Andrea, morto asfissiato a Torino, nel 2015, durante un Tso effettuato da tre vigili e uno psichiatra, mentre inoffensivo era seduto su una panchina. Intervenendo in un gruppo di lavoro Maria Cristina, dopo aver ascoltato gli interventi sulle buone pratiche, con parole chiare, serene e consapevoli ha detto: "devo essere sincera, tutte cose che allargano il cuore (...) però per noi non c'è stato nulla di tutto questo (...) Noi siamo stati praticamente abbandonati, tutte cose che noi non abbiamo mai visto".
Resta dunque attuale più che mai, l'insegnamento di Basaglia, capire quali spazi di utopia sono realizzabili nel concreto perché "soltanto nella lotta noi possiamo pensare di cambiare qualcosa di reale, la lotta in cui uno possa vedere quello che è il futuro, ma il futuro reale di una situazione che cambia".
di Giuliano Battiston
L'Espresso, 27 giugno 2021
Aiutarsi vicendevolmente è molto importante, vale ovunque, vale in un grande Paese come l'Italia. Se ci si aiuta vicendevolmente si vive meglio, si sta meglio. Ma da grandi questo si dimentica. Vivere insieme significa che ognuno ha bisogno degli altri e quindi aiutarsi rende migliore la vita di tutti quanti". Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante una recente visita a una scuola elementare di Roma. Tra i "grandi", qualcuno non se lo dimentica. Vale per i promotori del Recovery Planet, un piano alternativo al Recovery Plan governativo "che contrappone il prendersi cura alla predazione, la cooperazione solidale alla solitudine competitiva, il noi all'io". Un piano "scritto a mille mani", esito di un processo durato quasi un anno, grazie alla partecipazione diretta di centinaia di associazioni e cittadini, dalla Casa internazionale delle donne di Roma al Centro Studi Sereno Regis di Torino, da Fairwatch al Forum siciliano dei movimenti per l'acqua e i Beni Comuni. Un lungo itinerario di democrazia partecipata che alla triade "competizione, concorrenza, produttività" oppone "cura, cooperazione, uguaglianza". Per quanto drammaticamente dolorose, "le lezioni della pandemia non vanno sprecate", sostengono i promotori della Società della cura.
Partono da un assunto simile le autrici e gli autori del "Manifesto della cura. Per una politica dell'interdipendenza" (edizioni Alegre, traduzione di Marïe Mose e Gaia Benzi). Cinque accademici e attivisti da Grecia, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, riuniti nel collettivo The Care/La cura, per i quali "l'esperienza del lockdown ci ha dato effimeri indizi di quello che potrebbe essere un mondo migliore", con le pratiche diffuse di mutuo soccorso, condivisione, riconoscimento del lavoro di cura e di tutte le altre attività essenziali ma disconosciute nel corso della storia, associate alla femminilità, derubricate ad attività improduttive. I danni dell'incuria, il capitalismo neoliberista che vede il cittadino ideale come "autonomo, indipendente, resiliente, autosufficiente", vanno sostituiti con il riconoscimento che "siamo plasmati dalle nostre interdipendenze". E che abbiamo urgentemente bisogno "di politiche che mettano la cura al primo posto".
La cura intesa come "la nostra abilità, individuale e collettiva, di porre le condizioni politiche, sociali, materiali ed emotive affinché la maggior parte delle persone e creature viventi del pianeta possa prosperare insieme al pianeta stesso". Per farlo serve una infrastruttura della condivisione, una comunità di cura "promiscua e indiscriminata", al di là delle strutture di parentela e statuali, verso un cosmopolitismo radicale che trasformi l'idea di cittadinanza e appartenenza. Accompagnando il passaggio dal "vecchio, keynesiano modello di stato sociale" allo stato di cura universale. Possibile solo con una visione ibrida. "Femminista, queer, antirazzista ed ecosocialista".
La base unificante per le riflessioni "ambientaliste, femministe, classiste, neourbane e neorurali", "la più rilevante sintesi di idee che si sia vista dopo l'Illuminismo" è l'ecologia sociale. Se ne dice convinto Murray Bookchin, operaio metalmeccanico, sindacalista, fondatore dello Institute for Social Ecology e attivista della New Left americana in un testo del 1989, oggi un classico, appena tradotto: "Per una società ecologica" (eleuthera, traduzione di Roberto Ambrosoli). Per Bookchin occorre "ricondurre la società all'interno di un quadro di riferimento ecologico", perché "la maggior parte dei nostri problemi ecologici ha le sue radici in problemi sociali". Serve un nuovo equilibrio "basato sulla libertà dal dominio e dalla gerarchia, perché è dal dominio tra gli esseri umani che nasce l'idea del dominio sulla natura". Smarcandosi dal "dualismo che divide nettamente la società dalla natura" così come "dal rozzo riduzionismo che dissolve la società nella natura", Bookchin dimostra come la natura si dispieghi lentamente nella società. La storia naturale "è un'evoluzione cumulativa verso forme e relazioni sempre più differenziate e complesse". Segnata da svolte cruciali durante le quali possiamo indirizzarci verso una società ecologica e razionale o verso una società antiecologica e irrazionale. Come quella capitalistica.
I tentativi di realizzare un capitalismo verde o ecologico, sostiene Bookchin, "sono condannati all'insuccesso: il capitalismo può essere "persuaso" a porre un freno al suo sviluppo", alla sua furia competitiva, accumulativa ed espansiva, "come un essere umano può essere "persuaso" a smettere di respirare". L'unica alternativa possibile "è distruggerlo", rimpiazzandolo con una "società ecologica fondata su relazioni non gerarchiche, su eco-tecnologie come l'energia solare e su comunità decentralizzate", come nel municipalismo libertario. Il ridimensionamento delle grandi città in comunità a misura umana "non è il sogno romantico di un solitario amante della natura, né un remoto ideale anarchico. È un obiettivo indispensabile per una società ecologicamente stabile", che alimenti i valori della complementarietà, del mutuo appoggio, del senso del limite.
Anche per Alberto Magnaghi, architetto urbanista, professore emerito all'università di Firenze, "una conversione ecologica non è praticabile in una società che non ha coscienza di luogo e abitanti consapevoli". È una delle tesi de "Il principio territoriale" (Bollati Boringhieri), in cui l'autore invoca "il ritorno alla cura sapiente, creativa, corale" del territorio "da parte di abitanti organizzati in forme comunitarie di autogoverno". Se la pandemia è una "conseguenza eco-catastrofica provocata sulla biosfera dall'antropocene nel suo delirio entropico", bisogna diffidare della "possibile deriva tecnocratica, tecnologica e centralistica della difesa della natura e della conversione ecologica". E ritrovare invece "la misura dell'insediamento urbano", attraverso un eco-territorialismo. Attingendo alle intuizioni di chi ha riconosciuto la superiorità del principio territoriale su quello funzionale. Come Murray Bookchin, appunto. Ma soprattutto Pëtr Kropotkin.
Se oggi nei laboratori di Princeton, Harvard, Oxford o Cambridge schiere di economisti, sociologi, psicologici e biologi studiano la cooperazione animale e il valore del mutuo appoggio è grazie a questo pensatore e agitatore che da paggio di camera dello zar Alessandro II è diventato padre fondatore dell'anarchismo, ricercato dalla polizia russa, incarcerato nella prigione francese di Clairvaux insieme a Louise Michel, "figura mitica della Comune di Parigi" come ricorda Giacomo Borella, curatore e traduttore (per la prima volta dall'edizione originale inglese) de "Il mutuo appoggio: un fattore dell'evoluzione" (Eleuthera).
Kropotkin redige questo libro profetico a Bromley, a sud di Londra, dopo decenni di militanza, viaggi, fughe e arresti. Lo fa con un obiettivo polemico, correttivo: riequilibrare una visione parziale e distorta del darwinismo. Per Kropotkin gli innumerevoli seguaci di Darwin hanno elevato "la lotta "spietata" per il vantaggio personale a livello di un principio biologico". Tra loro anche un interprete autorevole come Huxley, che nel 1888 pubblica "La lotta per l'esistenza nella società umana". "Un'interpretazione molto errata dei fatti della natura" a cui Kropotkin replica con otto articoli pubblicati tra il 1890 e il 1896 sulla rivista londinese The Nineteenth Century, raccolti e integrati nel 1902 nel volume "Mutual Aid: A Factor of Evolution", quello appena uscito in italiano.
A Bromley, Kropotkin sistematizza gli appunti di viaggio di quando, neanche trentenne, faceva ricerca sulle orme di Alexander von Humboldt. In Siberia orientale e Manciuria meridionale, in "cinquantamila miglia su carri, su piroscafi, in barca, ma soprattutto a cavallo" anche a quaranta o sessanta gradi sotto lo zero, aveva raccolto una documentazione titanica. Insettti sociali, api, formiche, locuste, farfalle del genere Vanessa, coleotteri del genere Cicindela, cicale, granchi di terra, termiti, uccelli, aquile, mammiferi, primati. "Non ho potuto trovare, sebbene la cercassi con impazienza, quell'aspra lotta per i mezzi di sussistenza tra animali appartenenti alla stessa specie che la maggior parte dei darwinisti (ma non sempre lo stesso Darwin) considerava la caratteristica dominante della lotta per la vita e il principale fattore dell'evoluzione". Non solo il mutuo appoggio è una legge della vita animale tanto quanto la lotta reciproca, riassume Kropotkin, ma "come fattore di evoluzione ha probabilmente un'importanza molto maggiore". A interessargli è soprattutto la società degli uomini. I modi e le forme della sua organizzazione. Studia la storia e le istituzioni di mutuo appoggio - la tribù, la comunità di villaggio, le gilde, la città medievale - e si convince, nota Borella, che si possa evitare la degenerazione delle istituzioni da vitali a oppressive solo rispettando il valore ecologico della misura, il radicamento territoriale. Valeva in passato, vale ancora oggi, scrive il pensatore russo a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento: "Il bisogno di mutuo appoggio e di aiuto reciproco si afferma di nuovo, anche nella nostra società moderna, e rivendica il suo diritto di essere, come è sempre stato, la guida principale verso ogni futuro progresso".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell'informazione. Lo scorso venerdì si è tenuto, presso il Senato della Repubblica, un convegno sul diritto alla conoscenza. Promosso dalla biblioteca del Senato medesimo diretta da Gianni Marilotti insieme all'associazione intitolata allo scomparso giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999), il dibattito si è giustamente incentrato sulla tragica vicenda di Julian Assange. Il giornalista di origine australiana è il fondatore dell'agenzia WikiLeaks, oggi detenuto nel carcere speciale inglese di Belmarsh con il rischio solo rinviato dell'estradizione negli Stati Uniti.
L'iniziativa ha rotto un po' il velo di silenzio attorno ad una vicenda dai contorni pericolosi ed emblematici. Grazie all'impegno di Marinella Venegoni, la compagna di Càndito, di Gian Giacomo Migone con l'Indice libri del mese, della federazione della stampa con Giuseppe Giulietti, della fondazione Basso e dell'omologa intitolata a Paolo Murialdi, nonché di Critica liberale il sipario si è strappato. Tuttavia, come hanno sottolineato gli interventi di chi (Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Nello Rossi) ha condotto per anni lotte incisive per la libertà di informazione e la trasparenza degli apparati, c'è moltissimo da fare.
Fondamentale la documentata comunicazione di Stefania Maurizi de il Fatto Quotidiano, cui si deve in Italia il mantenimento la luce accesa su di una vicenda abnorme. Come sono risultati inquietanti gli interventi del padre del whistleblower John Shipton (con una sobria drammaticità, antitetica rispetto all'imbarazzante televisione del dolore di tanti talk) e dell'avvocato australiano dell'imputato Greg Barnes. Già, l'imputazione. Si tratta di un reato previsto dall'Espionage Act statunitense del 1917, in base al quale la pena prevista - in caso di accoglimento dell'estradizione, visto che gli Stati uniti non demordono - arriva a 175 anni di carcere. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell'informazione.
Qual è la questione, in sintesi? Mentre coloro che hanno promosso guerre sanguinose e terribili in Iraq o in Afghanistan o hanno controllato migliaia di cablogrammi e di telefonate con la National Security Agency (NSA) girano per il mondo con conferenze ben retribuite, l'eroe civile capace di illuminare la verità rischia di morire in prigione.
Eppure, ora le cancellerie quasi si vergognano delle guerre di conquista volte ad esportare - per così dire - la democrazia. Visto che dall'Iraq distrutto è nato il terrore dell'Isis o di Al Qaida e che dal clamoroso insuccesso afghano ne hanno tratto vantaggio i talebani. Per non citare lo scandalo di Guantanamo, che è tuttora un buco nero del e nel mondo globale. Di tutto ciò non si sarebbe saputo pressoché nulla senza il coraggio di WikiLeaks supportato dalle fonti Edward Snowden ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) in crisi di coscienza, e Chelsea Manning, il militare che ruppe il muro dell'omertà e ha tentato per tre volte di suicidarsi.
Shakespeare ne avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, essendovi in tali storie il racconto senza false retoriche del lato oscuro potere. Quest'ultimo si fonda sulla pratica (violenta) del segreto, perché la verità può essere eversiva. Ciò accade soprattutto quando vi sono misfatti di stato, azioni belliche contrarie ad ogni legge internazionale. Assange è sottoposto nella fortezza in cui è rinchiuso ad una vera e propria tortura, della stessa forma da lui denunciata con una controinformazione preziosa.
Ha ricordato Migone, come aveva fatto del resto in vista delle elezioni americane Furio Colombo, che siamo al cospetto di un precedente insidioso. Non così accadde quando Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (1967), disvelò le porcherie della guerra del Vietnam. Allora non si ebbero condanne, in virtù del principio fondamentale della libertà di informazione garantito dal primo emendamento della costituzione di Washington. Tant'è che il New York Times e il Post pubblicarono paginate e non vi fu censura, malgrado le pressioni del segretario della difesa McNamara.
Basti, poi, leggere il duro documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni unite, Nils Melzer. Dove si stigmatizza pure il comportamento della Svezia, dove la drammaturgia cominciò, con accuse strumentali rivelatesi infondate. Perché il sipario si apra davvero, serve un atto formale, così come è accaduto in Gran Bretagna e in Australia su spinta di parlamentari di parti diverse. Una mozione delle camere rivolta al presidente del consiglio Draghi, affinché ponga il problema di Assange all'unione europea e a Joe Biden, è urgente e necessaria.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 26 giugno 2021
Al centro il processo di rieducazione e di cambiamento. Non vorrei mettere in difficoltà la Presidente Rosanna Calzolari e le tre colleghe (Benedetta Rossi, Letizia Marazzi, Benedetta Faraglia) del Tribunale di sorveglianza di Milano che hanno concesso il differimento della pena a Ambrogio Crespi. Non vorrei che queste giudici si sentissero tirate per la giacchetta se dico che la loro ordinanza, che recepisce largamente gli argomenti di un'altra donna, l'avvocato difensore di Crespi, Simona Giannetti, mette al centro della funzione della pena non la vendetta e la punizione, ma il processo di rieducazione e di cambiamento del condannato. E in un certo senso dimostra anche la scarsa utilità del carcere per il reinserimento nella società e per la ricucitura dello strappo attuato con la trasgressione, con il reato. Una rivoluzione copernicana. Si può dire?
di Domenico Forgione
Il Dubbio, 26 giugno 2021
La lettera di Domenico Forgione, l'uomo rimasto in carcere 7 mesi per scambio di persona. Gentile direttore, è stato accolto molto positivamente l'annuncio del ministro della Giustizia Marta Cartabia sulla ripresa dei colloqui in presenza nelle carceri. Come si ricorderà, la sospensione a marzo 2020 aveva scatenato le proteste e le rivolte culminate con i morti di Modena, feriti e pestaggi in diversi penitenziari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2021
Lo ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia durante la seconda conferenza "Per una salute mentale di comunità". "Considero la tutela della salute mentale in carcere una priorità assoluta, per questo stiamo prendendo provvedimenti urgentissimi". Lo ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia durante la seconda conferenza "Per una salute mentale di comunità".
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