dire.it, 25 giugno 2021
Le droghe incidono anche sulle carceri. Nell'anno passato 10.852 dei 35.280 ingressi in carcere sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico. Si tratta del 30,8% degli ingressi in carcere. Seppur diminuiti in numeri assoluti, effetto evidente del lockdown, sono oramai lontani gli effetti della sentenza Torreggiani della Cedu e dell'adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta. È quanto emerge dal Libro Bianco sulle droghe "War on Drugs. 60 anni di #epicfail" presentato alla Camera dei Deputati.
Quotidiano di Sicilia, 25 giugno 2021
Restano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti "tossicodipendenti": lo sono il 38,60% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31 dicembre 2020 erano presenti nelle carceri italiane 14.148 detenuti "certificati", il 26,5% del totale. Questa presenza, che resta ai livelli della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), è alimentata dal continuo ingresso in carcere di persone "tossicodipendenti", in aumento costante da oltre 5 anni.
dirittoegiustizia.it, 25 giugno 2021
Il Ministro Cartabia ha risposto al question time svoltosi l'altro ieri alla Camera rispondendo all'interrogazione parlamentare relativa al problema del sovraffollamento delle carceri. Rispondendo all'interrogazione parlamentare sul problema del sovraffollamento carcerario, il Ministro Cartabia ha sottolineato come il tema sia molto sentito dal Dicastero e sia già stato "affrontato anche altre volte in quanto indispensabile per assicurare condizioni di vita accettabili negli istituti penitenziari".
di Clemente Pistilli
La Notizia, 25 giugno 2021
Il consigliere del Csm ascoltato in Commissione Antimafia. "Allentare le misure sarebbe un errore". Altro che tortura. Per evitare che le mafie continuino a stritolare il Paese, il 41bis avrebbe bisogno di un'ulteriore stretta e così l'intero circuito dell'alta sicurezza. Vi sono ancora delle falle e sono un pericolo per l'Italia e un inaccettabile regalo ai boss.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Processo penale. Le proposte di modifica al disegno di legge Bonafede firmate da Cartabia riscrivono da capo il provvedimento. Per superare le divisioni della maggioranza, tra Salvini che chiama Forza Italia in piazza sui referendum e M5S che fa muro sulla prescrizione, la ministra le porterà la prossima settimana in Consiglio dei ministri come fossero un provvedimento nuovo.
"Gli emendamenti del governo al disegno di legge Bonafede sul processo penale in pratica scrivono un testo nuovo. Quella della giustizia è una delle riforme più importanti e più attese per il nostro paese, come ha confermato pochi giorni la stessa presidente della Commissione europea in visita a Roma. E allora come si poteva pensare di non farla passare per il Consiglio dei ministri?".
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
Il passaggio a Palazzo Chigi disarma le resistenze 5S sulla prescrizione. Nell'audizione alla Camera, attacchi a Lattanzi dagli ex del Movimento. "A brevissimo". Marta Cartabia ha ribadito anche ieri che i suoi emendamenti al ddl penale sono pronti e saranno votati in Consiglio dei ministri di qui a poche ore. La scelta "solenne" studiata con Mario Draghi per vincere le ritrosie dei 5S sulla prescrizione fa parte di un piano studiato per sbloccare l'intera riforma della giustizia "prima dell'estate", come assicura la guardasigilli. Vuol dire prima della pausa agostana: dopo le modifiche al ddl penale, Cartabia assicura che depositerà alla Camera anche quelle sul Csm. La riforma delle toghe seguirà a ruota il penale ma imporrà un ritmo serrato all'intera azione di via Arenula. Sergio Mattarella ha ricordato l'urgenza di approvare il ddl sul Csm entro la primavera del 2022, quando dovranno tenersi le elezioni per Palazzo dei Marescialli.
Una risposta arriva da Giorgio Lattanzi. È anche lo straordinario scienziato del diritto a cui Marta Cartabia ha chiesto di proporre modifiche al ddl penale a spiegare la svolta sulla riforma. La relazione prodotta dagli esperti e corredata da puntuali ipotesi di emendamento "ha un carattere sistematico, non settoriale e slegato", fa notare l'ex presidente della Consulta. La "lectio" in cui Lattanzi ha nobilitato l'audizione di ieri davanti alla commissione Giustizia della Camera chiarisce perché non è poi così curioso che gli emendamenti scritti da Cartabia sulla base di quella relazione andranno - "a brevissimo", come ribadito dalla guardasigilli - in Consiglio dei ministri. Il motivo del passaggio solenne a Palazzo Chigi riguarda sì l'enfasi necessaria per dissuadere i 5 stelle dal loro no a oltranza sulla prescrizione, ma è anche in quella definizione di Lattanzi: è un lavoro "sistematico" appunto. Non una revisione parcellizzata ma quasi una nuova riforma. Da sottoporre ai ministri come se fosse un ddl.
Le parole pronunciate dal presidente della commissione di studio ricordano anche la portata dell'impegno riformatore assunto da Cartabia. Grazie alla "forzatura" sugli emendamenti al penale, la guardasigilli confida di ottenere l'ok in commissione alla riforma almeno per luglio. Superata quella fase, confida, in Aula si andrà in discesa.
E forse è così. Ma sempre "prima dell'estate", ha ribadito ieri Cartabia in un convegno all'università Roma Tre, arriveranno a Montecitorio anche gli emendamenti governativi alla riforma del Csm. "Prima dell'estate" è una crasi che vuol dire "prima della pausa agostana". E incardinare le modifiche alla riforma delle toghe vuol dire mettere sui binari un altro convoglio, che non potrà viaggiare lento, seppure dovrà per forza venire dopo il penale.
Nel caso del ddl sul Csm, l'urgenza non ha a che vedere direttamente con le richieste Ue a garanzia del Piano d Ripresa ("abbattere la durata del processo del 40% nel civile e del 25% nel penale", come ripetuto sempre ieri dalla ministra). La riforma dell'ordinamento giudiziario è però un indiretto pungolo per quel penale complicato dalla ritrosie dei Cinque Stelle. Il testo sul Csm va approvato in via definitiva, almeno per la parte relativa alla delega, entro la primavera 2022, quando si dovranno eleggere i togati del nuovo plenum. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato chiaro, infatti, nel ricordare che il prossimo Consiglio superiore andrà scelto con regole diverse da quelle che hanno prodotto la "correntocrazia". Non si discute.
La tempistica della giustizia non rispetterà dunque in modo svizzero la tabella del Recovery, ma neppure sta per materializzarsi un clamoroso ritardo: c'è solo uno slittamento di alcuni mesi. Oltretutto la ministra ricorda il concorso previsto a metà luglio per assumere altri 310 magistrati, l'ulteriore bando per le toghe in autunno e l'assunzione, "sia pur a tempo determinato", dei "16.500 giovani giuristi" che irrobustiranno l'ufficio del processo. Si aggiungono interventi normativi su "giustizia tributaria, crisi d'impresa e magistratura onoraria".
Quest'ultimo dossier è tra i più impegnativi. Ne ha parlato ieri anche il magistrato a cui Cartabia ha affidato la specifica commissione di studio, Claudio Castelli: il presidente della Corte d'appello di Brescia ha spiegato che i lavori del suo gruppo di esperti procedono "serrati e spediti", e che la proroga al 21 luglio appena stabilita è necessaria per "approfondire trattamento e previdenza della magistratura onoraria attraverso una indispensabile interlocuzione con Inps e ministero del Lavoro". Sono in gioco miliardi, e le coperture vanno misurate con precisione.
Andrebbe ricordato come in tre anni la legislatura non abbia avuto la produttività mostrata in questi tre mesi dall'attuale governo. Che certo, ha confermato alcune esasperazioni efficientiste sulla riforma del processo civile, la più avanzata in Parlamento (è al Senato) ma anche la più criticata dall'avvocatura.
Sul penale, il sottosegretario Francesco Paolo Sisto ha detto, in videocall con l'audizione di Lattanzi, che la proposta emendativa del presidente emerito contiene "una rivoluzione copernicana, che attua finalmente il codice Pisapia- Vassalli". Nell'incontro di ieri in commissione Giustizia, le stilettate sono venute più da un ex grillino come Andrea Colletti che dai deputati del Movimento: a riprova di quanto la rigidità di Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede sulla prescrizione derivi soprattutto dal timore di vedersi "lapidati" dai fuoriusciti. Lattanzi, per la cronaca, ha replicato con assoluta pacatezza ("sono visioni diverse, non ho nulla da dire") alle insistenze con cui Colletti chiedeva "di mettere alla prova la riforma della prescrizione" prima di cambiarla.
Cartabia dovrebbe proporre in Consiglio dei ministri il combinato fra la legge Bonafede, che resterà in vigore, e l'"ipotesi B" di Lattanzi, declinata secondo l'impostazione dem, sulla "prescrizione processuale", che estingue il giudizio in appello se i tempi di fase sono sforati. Il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa definisce "una schifezza" l'ostinazione del M5S sul "fine processo mai". Il capogruppo dem Alfredo Bazoli gli ribatte che "si rema tutti nella stessa direzione". In realtà la soluzione proposta dal Pd concede ai grillini un argine alle prescrizioni determinate dalla tardiva emersione dell'ipotesi di reato: il punto di forza politico della proposta è quello. D'altra parte il peso del fronte garantista è sempre più forte e non può essere ignorato negli equilibri di maggioranza: nei prossimi giorni proprio Costa, insieme con esponenti di quasi tutti i partiti incluso il Pd, lancerà un nuovo portale web, presuntoinnocente.com, che punta a essere l'architrave di un'aggregazione politica favorevole alla svolta nella giustizia. E solo per avere idea della prateria a disposizione per un simile schieramento, la deputata di Coraggio Italia Manuela Gagliardi ieri ha ricordato che alla Camera giace pure la legge dei penalisti sulla "separazione delle carriere". E vero che c'è il referendum, ma se fosse possibile, i deputati manderebbero la legislatura ai supplementari.
di Giulia Merlo
Il Domani, 25 giugno 2021
In piazza Cavour a Roma c'erano Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Italia Viva e Azione. Salvini: Noi alimenteremo questa fiammella per la separazione delle carriere, se arrivano un milione di firme per i referendum questo aiuterà il parlamento che deve fare le riforme".
Doveva essere la manifestazione dei penalisti dell'Unione camere penali italiane, che hanno proclamato due giorni di astensione dalle udienze, per chiedere al governo la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. È diventata una sfilata di leader politici soprattutto del centrodestra, senza distinzione tra maggioranza e opposizione. Determinante è stata la discesa in piazza del leader della Lega, Matteo Salvini, impegnatissimo a lanciare la raccolta firme per il referendum sulla giustizia e deciso a riconquistare il suo terreno naturale d'iniziativa che è la piazza.
Complice il fatto che tra i quesiti referendari ci sia anche la separazione delle carriere, Salvini non ha resistito al bagno di folla davanti alla corte di Cassazione a Roma, dove i penalisti guidati dal presidente Giandomenico Caiazza hanno dato vita all'astensione nazionale dalle udienze e ribadito la necessità di separare giudici e pm, sulla scia anche dei fatti di Verbania e della funivia del Mottarone. "Non saltiamo al collo, come ha detto il presidente dell'Anm, di una magistratura agonizzante, vogliamo una magistratura forte. La magistratura è forte quando è credibile - è stato il ragionamento di Caiazza in apertura di manifestazione - Ai cittadini interessa solo che il giudice sia indipendente dalla politica, dalle forze economiche e sociali e soprattutto dagli uffici di procura".
Tre strade diverse - Nella piazza, in realtà, si sono incontrati idealmente tre diversi percorsi che puntano a introdurre la separazione delle carriere. Il primo è quello dei penalisti, che hanno depositato lo scorso anno una proposta di legge costituzionale, con 75 mila firme e che ora è arenata in parlamento "Bisogna che riprenda il suo percorso", ha chiesto Caiazza. Si tratta della proposta più radicale perché introdurre una vera e propria separazione delle carriere richiede una modifica costituzionale agli articoli sulle prerogative della magistratura.
Il secondo percorso, invece, è quello promosso da Salvini e dal partito radicale con il loro referendum, che però è un referendum che punta a modificare una legge ordinaria e a separare non le carriere appunto, ma le funzioni. Un passo che sarebbe comunque significativo ma non impatterebbe sulla struttura dell'ordine giudiziario. Infine, il terzo è quello promosso da Fratelli d'Italia, presente in piazza come unica forza di opposizione al governo e che nel suo pacchetto di emendamenti al ddl sull'ordinamento giudiziario ha proposto la separazione delle carriere, scegliendo appunto la via dell'aula.
Chi c'era e chi no - Così la manifestazione dei penalisti è stata invasa dalla politica e gli avvocati hanno concesso il microfono a chiunque volesse parlare. "Noi alimenteremo questa fiammella per la separazione delle carriere, se arrivano un milione di firme per i referendum questo aiuterà il parlamento che deve fare le riforme", ha ripetuto Salvini, spiegando il perché del suo appoggio (che ormai è quasi un'intestazione) al referendum del partito radicale e ribadendo che non è un attacco alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Poi spiega a modo suo il perché della necessità di separare le carriere: "Se uno ha indossato tutta la vita la maglia della Lazio o della Roma non è che un bel giorno si mette ad arbitrare", ha detto riferendosi al ruolo dell'accusa e del giudice.
Oltre alla Lega di Matteo Salvini, in piazza si è ricomposto l'antico tridente di centrodestra. C'era Forza Italia addirittura con il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che ha detto che "Il Governo nei confronti del referendum è rispettoso: il percorso delle riforme è quello principale, e a questo si affiancano le iniziative di democrazia diretta che non lo disturbano, ma anzi possono essere utili per accelerarlo". Non è però entrato nel merito del tema della manifestazione, pur spiegando che la bozza del governo sull'ordinamento giudiziario fa qualche passo nella direzione della separazione delle carriere, riducendo il numero di volte in cui il pm può andare a fare il giudice e viceversa.
Ma c'era anche Fratelli d'Italia, con il senatore Alberto Balboni, che è anche vicepresidente della commissione Giustizia. FdI ha annunciato che sul referendum della Lega rimarrà a guardare ma Balboni ha detto chiaramente che "La separazione delle carriere è il presupposto necessario per il giusto processo" e che "Siamo da sempre al fianco dell'avvocatura e degli avvocati penalisti in questa battaglia di civiltà".
Sul fronte centrista, invece, c'era ovviamente Enrico Costa di Azione, avvocato e storico paladino della lotta per la separazione delle carriere, che si è presentato insieme al suo leader, Carlo Calenda. Lui, in piena campagna elettorale per il Campidoglio non ha disdegnato il passaggio di piazza e ha chiarito che "Noi non siamo favorevoli al referendum per questa ragione, anche se condividiamo i quesiti, ma quando diventa un rumore di sottofondo non è un metodo che porta alla riforma della giustizia". Eppure, ha aggiunto che, se il governo non riuscirà ad approvare la riforma, l'appoggio al referendum sarà inevitabile. Immancabile, infine, anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi ha da sempre un legame stretto con i penalisti e in piazza Cavour era presente Maria Elena Boschi, insieme a Lucia Annibali, Michele Anzaldi, Luciano Nobili, Raffaella Paita e Catello Vitiello: "Italia viva è accanto ai penalisti, perché non solo condividiamo la battaglia per la separazione delle carriere, ma pensiamo che sia urgente una riforma complessiva della giustizia", ha detto. "Durante il precedente governo siamo stati un argine per evitare che si smontassero i principi costituzionali: per noi giustizialismo e garantismo non sono due facce della stessa medaglia".
Le assenze - A mancare, invece, Partito democratico e Movimento 5 Stelle. I due partiti, pur su posizioni non convergenti su prescrizione e altri temi di giustizia, hanno scelto entrambi la via della prudenza sul tema della separazione delle carriere. Il Movimento 5 Stelle è da sempre contrario, il Pd invece contiene anime diverse ma in questa fase politica ha scelto di orientarsi in direzione di Via Arenula e di non agitare la piazza per forzarne le scelte. Tuttavia, una manifestazione di categoria che negli anni scorsi avrebbe attirato in piazza solo un pubblico settoriale oggi è riuscita ad allineare buona parte dell'attuale perimetro parlamentare. Un risultato che dimostra come la giustizia sia oggi il tema più polarizzante e anche divisivo dentro la maggioranza.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Il vicepresidente del Csm David Ermini: ci siamo accorti tardi della sfiducia della gente nei confronti dei magistrati. "La delegittimazione della magistratura crea effetti gravissimi, perché significa delegittimare uno dei cardini della democrazia liberale", dice David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
Sarà, ma sono stati comportamenti degli stessi magistrati e dell'organo di autogoverno che lei ora rappresenta a provocare questa delegittimazione...
"È vero, e uno degli errori che abbiamo commesso è stato accorgersi troppo tardi di quanto stava montando nell'opinione pubblica la sfiducia verso la categoria; senza distinzioni, che pure esistono, tra i pm che fanno le indagini, i giudici che emettono le sentenze, il Csm e l'Associazione magistrati. Ma tant'è. Con il caso Palamara c'è esplosa tra le mani una bomba, ma la miccia era accesa da molto tempo, e dopo la deflagrazione ci siamo trovati a dover difendere un'istituzione e correggere le storture".
Non sarebbe stato meglio sciogliere subito il Csm evitando lo stillicidio delle dimissioni e dei successivi scandali, dalle chat dello stesso Palamara fino al caso Amara-Storari-Davigo?
"Con quale risultato? Sarebbe stato eletto un nuovo Csm con le vecchie regole e gli stessi meccanismi, congelando e riproponendo la situazione che ha prodotto la crisi in cui ci siamo trovati. Invece abbiamo avviato un periodo di transizione che è servito alla magistratura per rimettersi in discussione, anche qui dentro. La svolta può arrivare da due fronti: da un lato il cambiamento morale e culturale, dall'altro le riforme; noi abbiamo imboccato la prima strada, la seconda tocca al Parlamento".
Che cosa avete fatto in concreto, per il cambiamento morale e culturale?
"Abbiamo cercato di compiere scelte al di fuori del sistema delle correnti e del carrierismo, promuovendo una mentalità che non sia ancorata solo alle domande per avere posti diversi da quello in cui si lavora e ad ottenere per forza incarichi direttivi o di rilievo. Abbiamo fatto nomine importanti seguendo criteri nuovi, celebrato procedimenti disciplinari e di incompatibilità ambientale più numerosi che in passato, insieme a tante altre attività poco note all'esterno ma fondamentali per il lavoro degli uffici giudiziari".
Però avete pure subito bocciature dalla giustizia amministrativa per nomine di peso, come quella del procuratore di Roma, che hanno contribuito ad offuscare l'immagine del Consiglio.
"Sulla vicenda di Roma attendiamo l'esito di tutti i ricorsi ancora in atto, poi torneremo a valutare la situazione. In generale io non mi permetto di sindacare le decisioni del Tar e del Consiglio di Stato, però credo che tra le riforme costituzionali sarebbe opportuno inserire l'affidamento a un'Alta corte sia del procedimento disciplinare che di quello sulle impugnazioni dei nostri provvedimenti. Bisogna salvaguardare la discrezionalità delle scelte dell'organo di autogoverno fatte tenendo conto dei contesti ambientali anche con riferimento alle peculiarità dell'ufficio. Se ne fanno anche di sbagliate, ci mancherebbe, ma ne rivendico la discrezionalità. Faccio anche notare che seguendo le indicazioni del Tar avremmo dovuto nominare a capo dell'ufficio gip di Bari il dottor De Benedictis, giudice recentemente arrestato per gravi accuse. Ciò non per responsabilità del giudice amministrativo, ma perché non dispone di tutte le informazioni in possesso solo del Consiglio".
Sul caso Palamara c'è chi pensa che la sua radiazione con un processo-lampo sia stato un modo per fingere di risolvere il problema, senza procedere oltre.
"Non è vero. A quel processo non ho partecipato e non posso parlarne, ma ce ne sono in corso molti altri, così come le procedure per incompatibilità ambientale. Del resto la giustizia disciplinare dei magistrati è l'unica totalmente trasparente, le udienze si svolgono in diretta radiofonica salvo casi particolari, quale altra categoria si muove con queste regole? In ogni caso, ripeto, le degenerazioni delle correnti e del carrierismo sono esplose in questa consiliatura ma vengono da lontano. Per questo dico che noi siamo un Consiglio di transizione in attesa delle riforme, che però spettano al Parlamento".
Qual è a suo parere la più urgente?
"Quella del Csm è improcrastinabile, tra un anno bisognerà rinnovarlo e sarebbe impensabile andare al voto senza cambiare la legge elettorale che è la principale causa dei condizionamenti correntizi. La ministra Cartabia sta facendo un grande lavoro in questo campo, la commissione da lei nominata ha fatto le sue proposte e ora vediamo che cosa uscirà, così come sulle riforme del processo penale e civile. C'è l'impegno a concludere l'iter entro la fine dell'anno, e dev'essere rispettato".
Lei, come i suoi predecessori, è stato eletto vicepresidente dal "sistema delle correnti". Spera di essere l'ultimo scelto con quel metodo?
"Premesso che è la stessa Costituzione a prevedere che la scelta del vicepresidente sia frutto di un accordo tra magistratura e politica, visto che dev'essere nominato un "laico" eletto dal Parlamento dalla maggioranza dei componenti togati eletti dai magistrati, condivido l'ipotesi di modificare la Costituzione affidando la scelta al capo dello Stato che presiede il Csm, purché avvenga tra i consiglieri individuati dal Parlamento".
Ha fiducia che il Parlamento faccia le necessarie riforme sulla giustizia?
"Deve farle, altrimenti è inutile lamentarsi della crisi di credibilità della magistratura. Le riforme rappresentano l'altra strada obbligata per restituire ai cittadini un po' di fiducia nell'istituzione. Faccio un appello al Parlamento perché segua la via indicata dal presidente Mattarella e dalla ministra Cartabia, mettendo da parte le divisioni e trovando le intese necessarie a riforme condivise. La giustizia non dovrebbe essere più argomento da campagna elettorale".
Pare che stia per avvenire il contrario, con la campagna referendaria promossa da Lega e radicali. Lei è favorevole o contrario?
"Ritengo che un lavoro parlamentare fatto con la seria intenzione di varare buone riforme sia più rapido ed efficace del percorso referendario, che inevitabilmente dividerebbe il Paese. Se c'è la volontà le soluzioni condivise si trovano, anche sui temi più divisivi".
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Per il capogruppo del Pd in commissione Giustizia non si può perdere "l'occasione unica di riformare il processo penale". "Un compromesso accettabile tra la prescrizione di Bonafede e i processi infiniti". Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, definisce così con Repubblica l'accordo in itinere sulla prescrizione.
Sulla prescrizione vede un compromesso possibile?
"Il Pd ha molta fiducia nella mediazione finale di Marta Cartabia. Le proposte fatte dalla commissione Lattanzi per noi sono entrambe percorribili. Ma il Pd ha presentato da tempo degli emendamenti che offrono una soluzione parzialmente diversa e che valutiamo come un buon punto di mediazione".
Già, lei sta parlando del compromesso sul piatto tra la prescrizione di Bonafede e la vostra. Quali sarebbero i vantaggi?
"L'ipotesi del Pd prevede una prescrizione processuale un po' semplificata perché si applicherebbe solo ai gradi di Appello e di Cassazione dopo che la prescrizione dei singoli reati si è fermata con il primo grado".
Quindi la legge Bonafede, in questo modo, non verrebbe buttata del tutto nel cestino, ma verrebbe salvata. È così?
"Si, certo, verrebbe salvata, ma verrebbero eliminati i rischi, che anche noi avevamo denunciato, di processi infiniti".
In che modo?
"È semplice. La prescrizione del reato si ferma con la sentenza di primo grado. Poi, nei gradi successivi, scatta una prescrizione processuale: l'Appello può durare al massimo due anni e la Cassazione un anno. Se si superano questi tempi ci sarà una riduzione della pena o il reato stesso diventerà improcedibile".
Nelle trattative segrete tra via Arenula e il M5S proprio quest'ultimo è il punto in discussione. Analizziamo cosa succede in Appello e nell'ultimo grado giudizio.
"In Appello, se si superano i due anni, il processo per l'imputato assolto in primo grado si chiuderà lì in quanto non sarà più procedibile. Se invece l'imputato era stato condannato in primo grado ci sarà uno sconto di pena".
Le indiscrezioni dicono che fin qui M5S sarebbe favorevole. Ma non accetta assolutamente quella che chiama "denegata giustizia", e cioè il fatto di chiudere il processo con la prescrizione senza giungere a una sentenza. Per il Pd come se ne può uscire?
"La via d'uscita è un'ulteriore termine, più lungo del primo - per intenderci non solo due anni per l'Appello e uno per la Cassazione - in modo da cercare di chiudere comunque il processo. Ma, se anche questo termine non dovesse essere rispettato, allora non c'è che la via dell'improcedibilità".
Politicamente è possibile che M5S accetti il compromesso?
"Me lo auguro, perché sarebbe comunque una proposta che non butta al macero la prescrizione di Bonafede, però evita i rischi dei processi infiniti".
Scusi, ma per capirci: da una parte ci sono i processi infiniti e dall'altra la denegata giustizia. È mai possibile che non ci possa essere un punto d'incontro?
"Il punto è nella riduzione dei tempi dei processi che la coraggiosa proposta fatta dalla commissione Lattanzi ha già messo sul tavolo".
Però al centrodestra, vedi la reazione di Enrico Costa di Azione, questa soluzione dello sconto di pena non piace affatto al punto da definirla una "schifezza".
"Faccio notare che il sistema è in vigore in Paesi dove la giustizia funziona bene come in Germania. E non a caso viene portata ad esempio dalla commissione Lattanzi".
Quindi lei pensa che si arrivi a chiudere?
"Questa è un'occasione imperdibile per riformare il processo penale e tutti dobbiamo aiutare governo e Parlamento ad arrivare fino in fondo".
di Carlo Terzano
policymakermag.it, 25 giugno 2021
La riforma della giustizia sarà alla base del PNRR, per questo la maggioranza deve trovare entro l'estate un accordo sulla nuova prescrizione. Ridisegnare l'istituto giuridico della prescrizione (una cesoia che interviene se lo Stato impiega troppo tempo ad arrivare a sentenza, ledendo i principi del giusto processo), non sarà facile. Perché dietro la prescrizione si annidano anni e anni di storie e malversazioni politiche, di fuga dalla giustizia e di interventi ad hoc per favorire questo o quel personaggio. Per questo, il Movimento 5 Stelle ha fatto della riforma, in peius (per l'imputato), della prescrizione un suo cavallo di battaglia e non si lascerà convincere facilmente ad abbandonare quanto previsto dalla norma che porta il nome dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ridisegnare l'istituto giuridico della prescrizione, però, sarà necessario, perché i partiti sono quotidianamente tallonati dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, che ha ricevuto mandato dal presidente del Consiglio Mario Draghi di agire e in fretta, visto che la riforma del settore è alla base del PNRR. Insomma, la dobbiamo all'Europa per dimostrare la serietà delle nostre intenzioni.
Ci sarebbe però ormai un accordo tra PD e pentastellati su una bozza che parte proprio dal testo elaborato da Bonafede, prevedendo che la prescrizione si fermi dopo il primo grado, con l'introduzione però di un altro timer: quello della prescrizione processuale, legata alla durata del dibattimento. La giustizia avrà due anni per il processo di appello e un anno per quello in Cassazione. Ma, soprattutto, i magistrati potranno contare su strade diverse a seconda che l'imputato venga assolto oppure venga condannato. Nel primo caso, per l'assolto, se il tempo concesso per chiudere la fase processuale viene superato, scatta l'improcedibilità e il processo si chiude. Se invece l'imputato è stato condannato, ma la fase processuale ha superato i limiti stabiliti dalla legge, allora c'è uno sconto di pena, novella presa in prestito dal modello tedesco. Oppure, sempre per i condannati, potrebbe essere previsto un termine più lungo per giungere comunque alla sentenza, che però, una volta superato, vedrebbe scattare l'improcedibilità.
Adesso le differenze maggiori nei termini si hanno tra chi ha già subito condanne, per i quali ricorrere all'intervento della prescrizione è quasi impossibile e chi ha la fedina penale intonsa, che con bravi avvocati può facilmente sperare nelle cesoie del processo estinto per decorrenza dei termini (all'istituto, comunque, l'interessato che vuole ottenere la piena assoluzione può sempre decidere di rinunciarvi). Resta da vedere, invece, se questa differenza di trattamento tra chi in primo grado è stato assolto e chi è condannato passi il vaglio di costituzionalità, dato che, sulla carta, la legge dovrebbe essere uguale per tutti.
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