Il Resto del Carlino, 20 novembre 2021
Il coordinatore regionale della Fp-Cgil dopo la visita "Ci sono condizioni, anche igieniche, non tollerabili". Una delegazione della FpCgil di Rovigo a cui ha partecipato anche il Coordinatore Nazionale FpCgil della polizia penitenziaria Stefano Branchi, ha fatto visita nel carcere di Rovigo. Durante la vista "è emerso la cronica mancanza in pianta stabile di un direttore penitenziario, proprio per la presenza all'interno del suddetto Istituto di detenuti classificati Alta Sicurezza, ragione questa che vi è assolutamente necessità di avere in pianta stabile un direttore", ha sottolineato il coordinatore regionale Dap, Gianpietro Pegoraro.
"Come risulta assolutamente necessaria all'interno del carcere di figure mediche specialistiche, che allo stato attuale mancano e quelle poche che ci sono non fanno ingresso all'interno dell'Istituto rodigino. Basti pensare ad esempio che il dentista viene una volta a settimana e questo crea come la mancanza di medici specialisti non pochi problemi per chi lavora all'interno dell'Istituto, dove le richieste per predetta figura sono sempre in aumento, come sono in aumento le visite specialistiche esterne al carcere per le ragioni suddette".
Problema rifiuti. "Abbiamo notato che ai piedi del reparto detentivo ci sono accatastati mucchi d'immondizie gettate da giorni dalle finestre da parte dei detenuti e che giorno dopo giorno si accumulano sempre di più, situazione che può generare focolai di malattie e portare topi. Infatti mancano personale che facciano pulizie, come mancano i fondi per pagarli e questo ha creato e sta creando immondizie ammucchiate e che aumenteranno giorno dopo giorno se non si interviene a fare pulizia. Se ci fosse un direttore in pianta stabile la suddetta situazione non si sarebbe verificata. Come FpCgil chiediamo alle istituzioni di farsi carico della situazione".
Il Centro, 20 novembre 2021
Ha deciso di farla finita il giorno del suo compleanno. Si è tolto la vita, nella casa lavoro di Vasto, un 33enne di Montesilvano che all'inizio del mese era stato arrestato dai carabinieri per il furto in un negozio di frutta e verdura che si trova all'incrocio tra viale De Gasperi e via Rieti, a Pescara. Inizialmente era finito agli arresti domiciliari ma poi per lui si sono aperte le porte del carcere, a Vasto, dove era solo in cella, perché in quarantena, racconta l'avvocato Maurizio Russi che lo conosceva da anni e sa bene come la vita del 33enne fosse segnata dalla tossicodipendenza. "Lui e la madre, originari della Romania", racconta, "sono arrivati qui dalla Puglia nel 2014. Per procurarsi la droga commetteva furti ed è finito in carcere parecchie volte. Fino a quando, l'anno scorso, è entrato in comunità e ci è rimasto sette mesi. Era arrivato quasi alla fine del percorso, si era ripreso. Ma poi è stato espulso dalla struttura perché si è scoperto che aveva fatto uso di sostanze. È finito di nuovo nel giro della droga, e non l'ho più visto fino all'arresto per il furto nel negozio di frutta".
Per fatti legati a quell'episodio era stato portato al carcere di Vasto. "Puntavamo a farlo tornare in comunità. Era un bravo ragazzo, recuperabile, non violento. Avevo già preso appuntamento al Sert per il nuovo ingresso in comunità e, per questo, chiesto la concessione dei domiciliari. Ma non sono arrivati in tempo. Rimasto solo a causa della quarantena, l'ha fatta finita, in cella. Non è possibile che si muoia così", conclude Russi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 20 novembre 2021
La circolare di Giovanni Ilarda è finita anche sul tavolo del pg di Cassazione Salvi per "valutare l'opportunità di iniziative dirette a promuovere linee di orientamento e indirizzo uniformi sull'intero territorio nazionale".
Basta col saccheggio indiscriminato e con la diffusione impropria di dati da cellulari e computer: può sintetizzarsi così la circolare che qualche settimana fa il Procuratore Generale della Repubblica di Trento, Giovanni Ilarda, ha inoltrato non solo ai suoi colleghi procuratori del distretto ma addirittura al Procuratore Generale di Cassazione, Giovanni Salvi. In essa il dottor Ilarda chiede alla figura apicale di Piazza Cavour "di voler valutare l'opportunità di iniziative dirette a promuovere linee di orientamento e indirizzo uniformi sull'intero territorio nazionale" in materia di sequestro di telefoni e computer, copia forense dei contenuti, "riversamento agli atti del procedimento della sola messaggistica rilevante ai fini delle indagini".
Quest'ultimo tassello lo avevamo sottolineato qualche giorno fa, parlando dell'affaire Renzi/Open/Fatto Quotidiano: c'è un problema che il legislatore deve risolvere e riguarda appunto l'inserimento nel fascicolo di indagine di materiale irrilevante che però, finendo sui giornali, può ledere la reputazione degli indagati e della loro cerchia relazionale. Se a ciò si aggiunge che tale materiale rimane nei cassetti delle procure e della polizia giudiziaria sine die, ecco che la nostra privacy è a rischio. Ilardi è stato pubblico ministero negli anni di piombo e delle stragi in Sicilia, prima come sostituto procuratore della Repubblica e componente della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, poi come sostituto procuratore generale, occupandosi soprattutto di processi contro la P.A. e di criminalità organizzata.
Da un magistrato antimafia ci si aspetterebbe un'altra filosofia di indagine, più incline ad ampliare i confini di operatività dell'azione inquirente. Invece proprio lui ha ritenuto "necessario ed urgente richiamare l'attenzione su quanto di seguito rappresentato", ossia porre dei limiti all'utilizzo di quanto acquisito, previa selezione accurata e non a strascico del materiale.
Vediamo nel dettaglio. Primo: "Il dispositivo di comunicazione mobile (ma analoghe considerazioni valgono nel caso di sequestro di un computer) può essere sequestrato al solo al fine di estrarre i dati nello stesso memorizzati e va immediatamente restituito non appena eseguita la c.d. copia forense". Lo dice la Cassazione, ricorda Ilarda: "L'autorità giudiziaria, quindi, può disporre un sequestro dai contenuti molto estesi, provvedendo, tuttavia, nel rispetto del principio di proporzionalità ed adeguatezza, alla immediata restituzione delle cose sottoposte a vincolo non appena sia decorso il tempo ragionevolmente necessario per gli accertamenti".
Secondo: "il principio di proporzionalità impone, poi, che il sequestro sia rigorosamente mantenuto sui soli dati della copia forense rilevanti ai fini delle indagini" perché, sottolinea Ilarda, "un riversamento agli atti del procedimento della copia forense nella sua interezza, comprendente anche chat o messaggi con contenuto irrilevante per il processo, implica, invece, un'inammissibile ed illecita diffusione di dati che attengono alla sfera personale, intima ed inviolabile di ogni individuo e non è assolutamente consentito, perché comporta, inevitabilmente, fra l'altro, la possibilità di divulgazione di fatti lesivi dell'onorabilità e della reputazione della persona, di dati penalmente irrilevanti che possono, però, risultare devastanti per la vita dei soggetti coinvolti (anche se estranei al procedimento)".
Ilarda ha centrato perfettamente il punto, sostenuto sempre da una giurisprudenza di legittimità perfettamente coerente con la nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche ma spesso ignorata dai suoi colleghi: "La c.d. copia integrale è una copia servente, una copia "mezzo" e non una copia "fine". Ne deriva che, restituito il contenitore, il pubblico ministero può trattenere la copia integrale solo per il tempo strettamente necessario per selezionare, tra la molteplicità delle informazioni in essa contenute, quelle che davvero assolvono alla funzione probatoria sottesa al sequestro" (Cass. 2020, n. 13156; Cass. 2020, n. 34265). Terzo: i duplicati della copia forense messi a disposizione della polizia giudiziaria, "di cui non risulta la finalità e la cui formazione appare di dubbia legittimità, vanno in ogni caso immediatamente restituite all'avente diritto o distrutte, unitamente a qualunque duplicato riversato in qualsiasi altro supporto informatico, una volta effettuata la selezione dei soli dati rilevanti risultanti dalla copia forense". Bisogna infatti evitare la formazione di veri e propri archivi di massa paralleli distinti dal Ced istituito presso il ministero dell'Interno.
Quarto: Ilarda rileva che "talora la polizia giudiziaria è stata incaricata, genericamente, di una non meglio precisata "analisi" dei dati, senza alcuna definizione del perimetro all'interno del quale effettuare la selezione, con l'attribuzione, quindi, di un vero mandato esplorativo in bianco dell'intera massa dei dati". Questa prassi deve finire e deve essere "espressamente precisato che debbono essere selezionati esclusivamente i dati probatoriamente rilevanti per l'accertamento del reato per il quale si procede". Quinto: "Le circostanze fattuali penalmente rilevanti delle quali si sia venuti a conoscenza, se privi di valore probatorio ai fini dell'accertamento del reato per il quale si procede, non possono essere riversati nel relativo procedimento, ma debbono formare oggetto di separata comunicazione di notizia di reato".
ansa.it, 20 novembre 2021
A breve conseguiranno, dopo 600 ore di formazione, il titolo di "Operatore per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti della panificazione/pasticceria", riconosciuto dalla Regione. Sono dodici detenuti di alta sicurezza dell'Istituto penitenziario Ugo Caridi di Catanzaro coinvolti, da aprile 2021, nel progetto "Dolce lavoro" sostenuto da "Fondazione con il Sud" all'interno del bando "e-vado a lavorare".
L'iniziativa, che ha come partner l'impresa sociale Promidea, le associazioni Amici con il cuore (capofila) e Liberamente, la Casa circondariale Ugo Caridi e l'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Catanzaro, è articolata in più step. Insieme alla costituzione della cooperativa sociale, al marchio identificativo per i prodotti e l'avvio di tirocini formativi, il progetto prevede la dotazione di strumenti e attrezzature idonee, al fine di consentire la diversificazione della produzione e l'apertura al mercato esterno.
Particolare attenzione è riservata all'animazione territoriale con la realizzazione di stand degustativi in occasione dell'avvio della produzione e nel corso di eventi pubblici. La fase di commercializzazione dei prodotti prevede, inoltre, di utilizzare il canale web attraverso l'iscrizione nei marketplace specializzati e la predisposizione di account della cooperativa sui principali social e sulle app di corrieri on demand.
"L'obiettivo, anche con questa iniziativa che nasce da un'esigenza espressa da diversi detenuti che da tempo si dedicano artigianalmente all'elaborazione dolciaria all'interno del penitenziario - afferma la direttrice della Casa circondariale Angela Paravati - tende a favorire, irrobustendo le competenze tecniche dei soci, percorsi di inclusione socio-lavorativa per chi è dietro le sbarre, attraverso la creazione di una cooperativa sociale per la produzione e commercializzazione di prodotti dolciari e da forno".
di Paolo Pinori
luccaindiretta.it, 20 novembre 2021
Savoca declina l'invito: "Inopportuna una diretta social su questioni tanto delicate da poter mettere in allarme i familiari dei detenuti". Salta l'incontro in Commissione politiche sociali, con il direttore della casa circondariale di Lucca, Santina Savoca e il dirigente sanitario Perugino, sulla situazione sanitaria del carcere.
La Casa circondariale di via san Giorgio è già stata sotto la lente d'ingrandimento della Commissione sociale durante l'incontro avvenuto con la Garante dei detenuti Alessandra Severi. In quell'occasione si sono evidenziati molti problemi, tra cui alcuni con rilievi importanti in ambito sanitario. In particolare, è stata rimarcata l'assenza di un numero sufficiente di defibrillatori Dae all'interno della struttura, tanto che i commissari avevano proposto di fare una raccolta fondi personale per dotare la struttura di altri due. Altra importante questione venuta fuori sul tavolo della Commissione, sono le precarie condizioni di salute mentale di alcuni detenuti che faticano a trovare spazio nelle strutture a loro dedicate dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Ad annunciare la decisione del direttore del carcere e del dirigente sanitario è il presidente della Commissione politiche sociali Pilade Ciardetti che dichiara: "Siamo costretti a cancellare il primo punto della mozione all'ordine del giorno di oggi (19 novembre), perché sono sorti alcuni problemi da parte della dirigenza della casa circondariale, per cui c'è stato un ripensamento sull'incontro". Le motivazioni dell'assenza sono state spiegate in una lettera. Il direttore Savoca ha infatti voluto sottolineare "l'inopportunità di una diretta social nella quale dovremmo esporre delle criticità di questo istituto penitenziario sul sistema sanitario e fornire inevitabilmente informazioni che creerebbero allarmismo nei familiari dei detenuti".
"Abbiamo avuto dei colloqui con il direttore del carcere - dice il presidente Pilade Ciardetti interrompendo la lettura della missiva -, anche se non presente nell'email, ha aggiunto che un incontro di Commissione equivale formalmente ad un incontro con il Consiglio, organismo comunale, per cui necessita l'assenso del Provveditore regionale alle carceri. Assenso che darà sicuramente, ma che è necessario".
Il presidente prosegue la lettura dell'email: "Rimane ferma la nostra disponibilità ad incontrare la Commissione in presenza, per approfondire l'attuale situazione dell'istituto nella speranza di poter trovare una forma di collaborazione finalizzata a risolvere le criticità e attuare soluzione condivise così come da lei - il presidente Pilade Ciardetti - proposto nell'email del primo novembre scorso. Certi che la signoria vostra comprenderà e condividerà le ragioni della nostra richiesta, si ringrazia e si porgono i distinti saluti".
Avendo recepito da parte della dirigenza del carcere, sia l'impossibilità di poter presenziare la seduta di oggi (10 novembre), sia la disponibilità di un incontro in presenza, onde evitare la pubblicazione su social media di contenuti inadeguati alla divulgazione. La Commissione decide di incontrare il direttore dalla casa circondariale di san Giorgio, Santina Savoca e il dirigente sanitario Perugino, il primo dicembre alle 12. Fino a quel giorno, la situazione delle carceri a Lucca rimane un'incognita, nonostante i numerosi problemi che si sono susseguiti in questi mesi e che la pandemia ha certamente accentuato.
ottopagine.it, 20 novembre 2021
Pranzo finale con il garante detenuti Samuele Ciambriello. Si è tenuto ieri nel carcere di Bellizzi Irpino un pranzo organizzato dalle detenute per la chiusura di un progetto di moda promosso dal Garante dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello.
L'incontro nella sezione femminile è stato svolto alla presenza del direttore Paolo Pastena e della società Vitrizia di Patrizia Visone che ha curato il corso per la durata di 20 incontri per un totale complessivo di 60 ore, vedendo protagoniste le detenute di Bellizzi.
Per l'insegnante Patrizia Visone "E' possibile notare dalle opere delle detenute, che il corso è servito ad avvicinarle non solo alla bellezza della mano d'opera, quanto alla loro persona, nel prendersi cura di se stesse e imparare a volersi bene".
Il Garante Samuele Ciambriello ha molto gradito la festa che hanno organizzato le 25 detenute della sezione femminile, le quali in occasione del suo compleanno hanno preparato e offerto una torta al Garante.
Per il Garante Regionale campano Samuele Ciambriello "Le detenute si trovano in un'istituzione punitiva e di controllo pensata per uomini, e definita dallo stesso DAP in un rapporto del 2019 "maschio-centrica". Le conquiste in campo sociale (e non solo) delle donne, per il momento, restano fuori dalle carceri. I progetti che vengono promossi in tal senso, promuovono un approccio integrativo, volto al dialogo e allo scambio reciproco. Per valorizzare i loro prodotti, di intesa con la direzione del carcere, farò per la metà di dicembre, ad Avellino, una mostra mercato dei loro prodotti. Occorre porre la giusta attenzione alle esigenze delle donne detenute, alle problematiche che le riguardano in primis in quanto donne, e un approccio alla pena consapevole delle differenze di genere per poter ripensare al nostro sistema penitenziario."
di Francesco D'errico
Il Dubbio, 20 novembre 2021
"Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell'arcipelago carcerario" di Luca Sterchele. Il carcere è un luogo chiuso, buio, serrato, inaccessibile e sconosciuto ai più, spinto ai margini delle città, situato lontano dal circuito della cosiddetta normalità, isolato e tenuto a debita distanza dalla comunità. Tra le sue mura si può misurare l'irriducibile distanza tra la previsione formale delle garanzie individuali tutelate dalla Costituzione e la materialità dei corpi quotidianamente incisi dalla reclusione, uno iato che emerge chiaramente ne "Il carcere invisibile.
"Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell'arcipelago carcerario" (Meltemi, 2021) di Luca Sterchele, ricercatore di Sociologia all'Università degli Studi di Padova. Con questa poderosa pubblicazione, servendosi di un metodo di ricerca spiccatamente etnografico, arricchito da una solida analisi teorica, Sterchele ha infatti affrontato il complesso tema della "questione psichiatrica" in carcere, provando anche ad evidenziare l'infondatezza di alcune radicate convinzioni che la riguardano.
Il carcere è davvero diventato un "nuovo manicomio" a seguito della chiusura degli Opg? C'è un nesso causale tra la loro abolizione e la diffusione del malessere psichico tra la popolazione detenuta? Secondo l'autore tale retorica è fragile: "appare scivolosa e problematica" e "miope nelle sue articolazioni a prima vista lineari", oltre ad essere in definitiva dannosa per diverse ragioni. Non consente, innanzitutto, di interrogarsi sul "ruolo del progressivo indebolimento dei servizi di salute mentale e di welfare nell'ostacolare la completa attuazione dei principi contenuti nelle riforme", individuando, al contrario, nei movimenti abolizionisti il bersaglio da colpire. Vedendo nello svuotamento degli Opg la principale causa del disagio psichico nel penitenziario, inoltre, non si riesce "a dar conto degli effetti disabilizzanti dell'istituzione carceraria stessa, che resta un dispositivo che agisce in via prioritaria sul corpo recluso producendo continuamente sofferenza e incapacitazione". D'altronde la correlazione non implica la causalità, soprattutto in un'area come quella che interessa la salute mentale e il carcere, così complessa e intricata, rappresentabile come un crocevia di discipline e intersezione di opposte esigenze e relazioni.
In tal senso dalla ricerca emerge chiaro un aspetto: nonostante il trasferimento, nel 2008, delle competenze sanitarie della medicina generale e specialistica penitenziaria dal Ministero della Giustizia al SSN, si registra ancora uno sbilanciamento a favore della logica del controllo rispetto a quella sanitaria, in un contesto che "pur essendo spesso orientato in un'ottica di collaborazione, comporta il mantenimento di una certa attenzione da parte del gruppo dotato di minor potere - appunto l'area sanitaria che potrebbe vedersi ostacolato nell'espletamento della sua mission istituzionale".
Sullo sfondo si staglia nitida la carenza strutturale di risorse da cui ha origine, tra le altre cose, una "mancanza di attività lavorative - o anche solo ludiche che determina uno stato di noia costante", il quale a sua volta favorisce l'emersione di stati ansiosi nella popolazione detenuta. È anche per questo che gli psicofarmaci dilagano: "il carrello dei farmaci ha poche cose sopra, quelle che si usano più di frequente: una scatola di guanti usa e getta, due o tre disinfettanti, un termometro auricolare e una boccetta di valium". Nelle conclusioni il sociologo non tentenna: il carcere andrebbe abolito. Pur riconoscendo le nobili intenzioni dell'approccio riformista, sia in chiave di umanizzazione che in termini sanitari, Sterchele ricorda che il penitenziario negli anni ha riprodotto e conservato i suoi mali, facendo prevalere su tutto la propria natura repressiva, patologica e marginalizzante. Nella ricerca di alternative future, per non incorrere in pie illusioni, è bene tenere a mente il vero obiettivo: mettere in discussione la carceralità come dispositivo e non disfarsi soltanto del carcere come istituzione.
*Presidente Associazione Extrema Ratio
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 20 novembre 2021
Il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni: "Il tema non è di morte ma è di vita: bisogna abrogare l'articolo 579 del codice che si occupa dell'omicidio del consenziente". "Mi auguro che nessuno debba subire lunghe trafile giudiziarie per aiutare un malato terminale e senza speranza a morire. Spero ci sia presto una legge chiara sull'eutanasia". Marco Cappato conta sull'approvazione della legge in Parlamento, ma più sul referendum che l'Associazione Coscioni, di cui è tesoriere, ha promosso e che ha raccolto 1 milione e 240 mila firme.
Cappato, lei è stato assolto per l'aiuto al suicidio di Dj. Fabo e, con Mina Welby, per quello di Davide Trentini. Pensa di ritrovarsi ancora in queste situazioni?
"È possibile. Noi forniamo informazioni e anche aiuti concreti. È un atto di disobbedienza civile. Il Parlamento deve fare una legge adeguata. Confido nel referendum, che riguarda la legalizzazione dell'eutanasia".
La Corte costituzionale ha chiesto due volte una legge sulla morte assistita, ora teme un nuovo stallo?
"La prima richiesta della Consulta alle Camere è arrivata tre anni fa, quando la Corte si è espressa sul caso dell'aiuto al suicidio per Dj. Fabo. Lo fece con una ordinanza. Fu di fatto l'anticipazione del giudizio di incostituzionalità per l'applicazione delle pene, fino a 12 anni di carcere, per l'aiuto al suicidio in una condizione come quella. Si rimise nella mani del Parlamento, anche con un ultimatum: la legge".
E poi?
"La Consulta si è riconvocata ed è andata a sentenza, ribadendo quanto sostenuto nella precedente ordinanza. Ha ripetuto: ci vuole una legge. Perché l'aiuto al suicidio non rientri nella fattispecie del reato,ci vogliono quattro condizioni: la volontà libera e consapevole della persona; l'irreversibilità della malattia; la sofferenza insopportabile; essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale".
Ma il Parlamento non si è mosso, lo farà adesso? C'è un nuovo rinvio e veti incrociati.
"Il referendum ha un ruolo decisivo come spinta a procedere alle Camere. Ma se il Parlamento approvasse un testo base che non affronta il nodo della legalizzazione dell'eutanasia, il referendum si terrebbe lo stesso".
Perché?
"La norma di cui sono relatori per il centrosinistra il dem Alfredo Bazoli e il grillino Provenza se fosse approvata così com'è si limita a recepire le indicazioni della Consulta, ne definirebbe le procedure. Il caso di Mario, tetraplegico per un incidente da 10 anni e che ha chiesto
il suicidio assistito, è emblematico: nel vuoto normativo, la Asl non è intervenuta. Regole chiare sono necessarie".
Però non una legge purché sia, secondo voi dell'Associazione Coscioni?
"Il referendum da noi proposto abroga parzialmente il reato di omicidio del consenziente, ovvero chiede la legalizzazione dell'eutanasia come c'è in Olanda, in Belgio, in Lussemburgo, in Spagna e ora in Portogallo".
Non è tuttavia meglio un passo che nessun passo?
"L'obiettivo è vincere il referendum che abroga l'articolo 579 del codice che si occupa dell'omicidio del consenziente e non solo dell'aiuto al suicidio".
Teme che la questione eutanasia faccia la fine del ddl Zan contro l'omotransfobia, affossato al Senato?
"Se non ci fosse il referendum sarebbe una certezza".
L'eutanasia sdogana una cultura di morte?
"Il tema è quella della libertà e della responsabilità individuali. Penso che sia un tema di vita".
di Vittorio Cogliati Dezza
Il Domani, 20 novembre 2021
Nonostante il grande impatto delle mobilitazioni che hanno accompagnato la Cop26, che chiedevano a gran voce "giustizia climatica", nel testo finale dell'Accordo di Glasgow non ve n'è traccia, se non un'unica citazione nella premessa. In questi anni il tema è diventato sempre più cogente, tanto da sollecitare approfondimenti e ricerche, che hanno rilevato correlazioni tra crescita economica e crisi climatica.
Insomma, a Glasgow hanno pesato gli interessi dei grandi player dell'economia mondiale ma non i miliardi di persone, che in tutti i paesi del mondo vivono tra paura, rabbia e sofferenza la propria condizione sociale e ambientale.
Nonostante il grande impatto delle mobilitazioni che hanno accompagnato la Cop26 (300 manifestazioni dalle Filippine agli USA, e solo a Glasgow 200.000 persone, sotto una pioggia battente), che chiedevano a gran voce "giustizia climatica", nel testo finale dell'Accordo di Glasgow non ve n'è traccia, se non un'unica citazione nella premessa, insieme al riconoscimento di altri onorevoli diritti e valori.
Eppure in questi anni il tema è diventato sempre più cogente, tanto da sollecitare approfondimenti e ricerche, che hanno rilevato correlazioni tra crescita economica e crisi climatica. In uno studio della Stanford University, ad esempio, pubblicato nel 2019, sono stati intrecciati i dati sulla crescita economica con l'andamento delle temperature nel mondo tra il 1961 ed il 2010. Ed è emerso che per effetto del riscaldamento globale il PIL pro capite nei paesi più poveri si è ridotto tra il 17 per cento ed il 31 per cento.
Dividendo poi tutti i paesi in dieci gruppi in base alla ricchezza, si è rilevato che tra il primo e l'ultimo gruppo il divario economico oggi è del 25 per cento maggiore di quello che ci sarebbe stato in assenza del riscaldamento globale. Quello che a Glasgow le mobilitazioni hanno aggiunto alla coscienza collettiva è che la giustizia climatica è parte ineludibile della soluzione.
Nonostante alcuni risultati importanti (la definizione dell'obiettivo di mantenere l'aumento delle temperature medie al di sotto di 1,5°C a fine secolo, la rimodulazione degli obiettivi al 2022, la citazione "ufficiale" delle fonti fossili come causa principale della crisi climatica, ed alcuni Accordi settoriali), la componente fallimentare di Glasgow si annida nella parte finanziaria, dove non si è andati al di là di affermazioni di principio, dichiarazioni d'intenti ed inviti ai paesi ricchi a spendere da 5 a 10 volte di più.
Non ci sono nuovi e più stringenti impegni sia per quanto riguarda la costituzione di un fondo per riparare i danni della crisi climatica nei paesi poveri più esposti (loss and damage), sia in merito a quanto deliberato già a Copenaghen nel 2009: 100 miliardi anno di prestiti e sovvenzioni dei paesi ricchi per finanziare l'adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi poveri, che ad oggi non hanno superato gli 80 miliardi, che, al netto di restituzioni, interessi pagati e costi finanziari, secondo Oxfam, si riducono a 19-22,5 miliardi reali trasferiti ai Paesi poveri. Un pessimo risultato, se si considera che secondo il Global Goal on Adaptation, in assenza di politiche concrete e rapide ci saranno almeno 100 milioni di nuovi poveri che non vivono solo nei Paesi poveri.
Ed è questa la vera novità con cui bisogna misurarsi, anche se nel Patto non c'è alcun impegno concreto a investire soprattutto verso chi, nei paesi poveri e nei paesi ricchi, è più esposto agli effetti della crisi climatica (fatta eccezione per un rapido accenno alla "giusta transizione", citata a proposito della riconversione dei lavoratori del settore fossile). L'attenzione invece è tutta rivolta alle tecnologie, nell'indifferenza per le contraddizioni sociali, meglio conosciute come disuguaglianze, che segnano la nostra epoca nei paesi poveri e nei paesi ricchi.
Eppure la giustizia climatica è il cuore della transizione ecologica, perché questa non è solo una scelta tecnologica, ma investe tutta l'organizzazione della società, e su di essa le disuguaglianze pesano come macigni. Come dimostra l'estendersi, ad esempio, della povertà energetica, che è diventata oggi un fattore costitutivo delle diverse forme di povertà che hanno colpito l'Occidente, o il più grave grado di esposizione ai rischi ambientali e alle disuguaglianze territoriali dei ceti meno abbienti. Parliamo di disuguaglianze multidimensionali, non solo di reddito, ma anche di genere, di generazioni, di luoghi, di cultura.
A Glasgow si è definitivamente delineata non solo una nuova geografia che divide il mondo in due, tra chi ha come problema principale la mitigazione, con investimenti per sostenere la transizione energetica, e quei paesi che già oggi subiscono i danni dell'impatto climatico e hanno come urgenza prioritaria quella dell'adattamento.
Ma anche che gli effetti della crisi climatica si sono insinuati ed insediati in tutte le società, anche le più opulente, e se la transizione non coinvolgerà anche e soprattutto gli ultimi e i vulnerabili, se le politiche ambientali e climatiche non seguiranno il principio della discriminazione positiva, partendo quindi dai bisogni degli ultimi e dei vulnerabili, se in una parola la transizione ecologica non sarà prima di tutto giusta, non avrà alcuna speranza di successo. Se poi si pretenderà di far pagare i costi della transizione a tutti in parti uguali, succederà quanto già 60 anni fa stigmatizzava Don Milani: "Se dividiamo in parti uguali tra disuguali, aumenteremo le disuguaglianze".
Uno scenario che ci pone anche una questione di democrazia politica e sociale, per il ruolo determinante di governi autoritari e negazionisti, per la presenza di 503 lobbisti dei combustibili fossili, che hanno rappresentato la delegazione più numerosa di tutta la Conferenza, ed un interrogativo: a Glasgow le mobilitazioni sociali e di giovani hanno svolto un ruolo decisivo nel segnalare all'opinione pubblica l'importanza di quella discussione, ora cosa succederà alla prossima COP che si terrà in Egitto, che come sappiamo non brilla certo per democraticità e spazi lasciati alla libera espressione della società civile?
Eppure qualcosa sta cambiando, anche se molte sono le incertezze nella definizione dei passi concreti e della loro tempistica, e ancora troppo squilibrati i rapporti di forza nella distribuzione del potere decisionale. Se uno dei fatti più significativi della COP26 è stato l'accordo tra Cina e Usa con l'istituzione di un Comitato bilaterale per arrivare ai 1,5°C, possiamo dedurne che con la COP26 la questione climatica non solo è stata definitivamente ed inequivocabilmente promossa tra le due o tre grandi emergenze globali del nostro tempo, ma soprattutto che è quella attraverso cui è necessario guardare alle altre grandi emergenze, con il coraggio, la forza e la lungimiranza per tenere insieme tecnologia, scienza, democrazia e giustizia sociale.
E oggi si apre una nuova tappa che si deve misurare concretamente con le scelte che in ogni paese vanno fatte a partire da domani. Un messaggio che riguarda anche l'Europa e l'Italia. Un'Europa deludente che non ha svolto alcun ruolo, irretita dalle sue dinamiche interne che stanno portando ad inserire nella Tassonomia degli investimenti sostenibili anche nucleare e metano.
E un'Italia, che rischia di perdere l'occasione del Pnrr perché troppo vincolato al metano ed al vecchio modello di sviluppo e troppo indifferente alle dinamiche sociali. Un'Italia che deve invertire le tendenze degli ultimi anni nel rallentamento dello sviluppo delle energie rinnovabili, ed in cui perfino il Superbonus del 110 per cento non riesce a coinvolgere i ceti meno abbienti.
Insomma, a Glasgow hanno pesato gli interessi dei grandi player dell'economia mondiale ma non i miliardi di persone, che in tutti i paesi del mondo vivono tra paura, rabbia e sofferenza la propria condizione sociale e ambientale. Ora si tratta di accendere i riflettori di una doppia preoccupazione: che i nuovi impegni da prendere siano buoni per il clima del nostro pianeta e per la vita ed i diritti delle persone che lo abitano, sapendo che non sono tutte uguali.
nonsoloflaminia.it, 20 novembre 2021
Mercoledì 24 novembre alle 10,30 nell'Aula Magna del Rettorato in Via Saffi, 2 Urbino verrà firmato il rinnovo del protocollo d'intesa siglata nel luglio 2015 tra Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria di Emilia-Romagna e Marche, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e Garante Regionale Dei Diritti Della Persona che ha istituito il Polo Universitario Penitenziario Regionale: la conferma del valore dell'iniziativa ma anche il rilancio e la promozione delle attività didattiche e della loro valenza sociale.
"In questi anni il lavoro di coordinamento tra i tre partner del Polo ha permesso di tutelare e promuovere il diritto allo studio dei detenuti della CR di Fossombrone ma anche di detenuti di altre carceri, soprattutto delle Marche - afferma la prof Daniela Pajardi, Coordinatore del Polo Universitario Penitenziario Regionale - e di altre parti d'Italia, interessati alla proposta formativa dell'Ateneo di Urbino e che sono stati trasferiti a Fossombrone per iscriversi".
Il Polo si inserisce in una complessa realtà nazionale, quella dei Poli Universitari Penitenziari, che è stata riconosciuta dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiana (CRUI) con l'attivazione di una Conferenza, la Cnupp, che monitora e coordina le attività dei Poli sul piano della didattica, della ricerca e della Terza Missione. Il Polo dell'Università di Urbino si colloca in questa realtà nazionale e il Presidente della Cnupp interverrà in questa giornata. Al Polo sono attualmente iscritti 19 studenti a 10 diversi corsi di laurea. In questi anni, 4 detenuti si sono laureati e molti sono alla fine del loro percorso. Nel corso dell'incontro verranno presentati sia i dati sull'attività svolta da studenti, docenti e struttura organizzativa, ma anche il significato che questa iniziativa ha per gli studenti detenuti nel percorso personale e trattamentale, ma anche per i docenti, coinvolti non solo negli esami ma anche in seminari e lezioni svolti direttamente in carcere, e gli studenti, che quantomeno prima della pandemia, hanno potuto fare diversi incontri di discussione e confronto, chiamati "Studenti dentro - studenti fuori" e partecipare la laboratori congiunti.









