di Carlo Lania
Il Manifesto, 24 giugno 2021
Il premier risponde alla nota del Vaticano: "Siamo uno Stato laico, no confessionale". Sono bastati due minuti e poche parole a Mario Draghi per replicare all'attacco portato dal Vaticano al ddl Zan: "Il nostro è uno Stato laico, non uno Stato confessionale", ricorda il premier parlando nel pomeriggio al Senato. Un modo per ribadire l'autonomia del parlamento che deve essere "libero di discutere e legiferare" anche perché, spiega, "il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa".
Concetti che dovrebbero essere scontati, ma che Draghi utilizza per mettere i puntini sulle "i" garantendo - a chi Oltretevere si è detto preoccupato che la legge contro l'omofobia possa limitare la libertà d'espressione - che non esiste nessun pericolo in tal senso. E non solo perché tra i compiti delle commissioni parlamentari c'è anche quello di verificare la costituzionalità delle leggi che vengono discusse, ma anche perché esiste un successivo controllo da parte della Consulta. "Voglio infine precisare una cosa che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989 - è la conclusione del premier: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali".
Nei programmi l'intervento di ieri in parlamento sarebbe dovuto servire al premier per illustrare i contenuti del consiglio europeo che si apre oggi a Bruxelles. E per buona parte del tempo è di questo che si è parlato, di immigrazione, politica estera e clima. Il riferimento al ddl Zan arriva solo nella replica finale. Draghi sceglie di affrontare la questione a Palazzo Madama e non alla Camera, dove si è recato al mattino, perché è lì che la legge è ferma da mesi, bloccata dall'ostruzionismo della Lega. Un intervento studiato e limato fin da martedì mattina, quando la nota ufficiale della Santa Sede, presentata ufficialmente il 17 giugno, sebbene con un insolito ritardo è diventata pubblica. Al mattino, anche il presidente della Camera Roberto Fico era intervenuto per respingere ogni "ingerenza": "Il parlamento è sovrano", aveva detto. "I parlamentari decidono in maniera indipendente. Il ddl Zan è già passato alla Camera, ora è al Senato e noi non accettiamo ingerenze".
Come due giorni fa la nota del Vaticano aveva dato forza agli oppositori della legge contro l'omofobia, le parole di Draghi ieri hanno avuto l'effetto di rendere più saldo il fronte dei sostenitori della legge: "Ci riconosciamo completamente nelle parole di Draghi in parlamento sulla laicità dello Stato e sul rispetto delle garanzie", scrive su Twitter il segretario del Pd Enrico Letta. "La sottolineatura de presidente Draghi chiude una discussione ideologica: il parlamento è sovrano. Si vada avanti con il ddl Zan", ribadisce il senatore dem Andrea Marcucci. E apprezzamento alle parole del premier arriva anche dalla senatrice di LeU Loredana De Petris, che ricorda un altro passaggio dell'intervento fatto al Senato: Draghi ha fatto benissimo a ricordare che è il parlamento e non il governo a dover decidere sul ddl Zan, che oltretutto è una legge di iniziativa parlamentare".
Un nuovo tentativo di sbloccare la legge si è avuto ieri sera durante la riunione dei capigruppo del Senato. Pd, LeU, Autonomie e M5S hanno chiesto di interrompere i lavori in commissione Giustizia e di portare il testo in aula senza relatore. Richiesta alla quale si associa anche Italia viva, sebbene nelle ultime settimane il partito di Renzi abbia più volte aperto all'ipotesi di un tavolo con la Lega per valutare eventuali modifiche al testo. Carroccio e Fratelli d'Italia si sono opposti chiedendo anzi di bloccare l'iter della legge in attesa che del parere della commissione Affari costituzionali. Alla fine niente accordo. La riunione dei capigruppo ha deciso di aggiornarsi al 6 luglio. In quella data l'Aula di Palazzo Madama sarà chiamata a votare sulla calendarizzazione richiesta dalle ex forze della maggioranza giallorossa che vogliono il ddl Zan in Aula nella settimana del 13 luglio.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 24 giugno 2021
Il ddl Zan e l'incognita dei voti a scrutinio segreto. E Renzi avverte: "Attenti ai numeri". Draghi ha appena terminato di parlare al Senato, quando Renzi commenta con alcuni esponenti di Italia viva il passaggio riservato dal premier al ddl Zan: "Il Vaticano ha commesso un errore, perché il testo di legge non viola il Concordato. Semmai viola le regole della matematica, perché al Senato non ci sono i numeri per approvarlo. Il rischio è che venga cassato a scrutinio segreto.
E visto che di voti a scrutinio segreto ce ne saranno una ventina, immaginate cosa potrà combinargli Calderoli". Se Renzi già scarica sulla Lega la responsabilità di un eventuale affossamento del provvedimento, è per allontanare da sé i sospetti che montano nel Pd: l'accusa di intendenza con Salvini, insieme al quale starebbe costruendo un accordo in vista della corsa al Colle. L'ex premier pare non curarsene, scaricando a sua volta sul Nazareno la colpa di un esito che dà (quasi) per scontato: "Questo è il risultato della politica degli influencer, che a forza di inseguire i like di Fedez finisce per smarrirsi".
E oplà. Si torna all'eterno derby tra Renzi e Letta, che pure non intende "indietreggiare" sul ddl Zan, nonostante tutto sembri congiurare contro: dalle bordate della Santa Sede verso cui mostra "rispetto", fino ai malumori che covano nel suo partito. Perché nel Pd l'area cattolica ribolle, se è vero che un suo autorevole esponente definisce "un grave errore cercare di costruire il nostro profilo identitario su una bandierina ideologica grillina, senza curarsi nemmeno di parlarne con il Vaticano, con cui non si tengono più rapporti strutturali come un tempo. Così un tema laico di notevole rilevanza finisce per trasformarsi in uno stendardo del laicismo".
Le obiezioni tra i dem di ogni latitudine sono di merito ma anche di metodo, dato che la prova di forza - la volontà cioè di votare subito il provvedimento - sconta peraltro l'evanescenza del principale alleato: "Se Conte finora non si è esposto, è perché magari non vuole irritare suoi vecchi sponsor in Vaticano. Vedremo se sarà l'araba fenice che farà risorgere M5S. Al momento è solo cenere". Insomma il Pd teme di combattere la "battaglia di civiltà" sul ddl Zan scoprendo di non avere con sé il blocco riformista, se è vero che persino Calenda è rimasto coperto. Certo ha poca rilevanza parlamentare, ma come racconta Costa il testo non persuade il leader di Azione: "La tutela dell'identità di genere, lui dice, è un principio che può scardinare certi meccanismi di legge. E non solo. Per esempio, se un uomo si sente donna può chiedere di candidarsi nelle quote rosa? O di iscriversi ad una gara sportiva femminile? Eppoi, politicamente, non è facile trovare un compromesso: se ti siedi a discuterne con i cardinali non ne esci più. È un ginepraio. A quel punto che fai, ti alzi e li mandi a quel paese?".
In appena ventiquattro ore una delicatissima questione che aveva investito il governo per via della nota inviata dalla Santa Sede, è tornata ad essere una materia squisitamente parlamentare. "Draghi è stato abilissimo", sorride Lupi: "Meno male che non è un politico". In effetti ieri il premier, dopo aver consultato alcuni costituzionalisti, al Senato ha prima ribadito i principi dello "Stato laico", riconoscendo alle Camere la "libertà di legiferare". Poi ha delimitato i confini delle leggi, ricordando i controlli dello stesso Parlamento e della Consulta a "garanzia" dei dettami costituzionali e degli impegni internazionali, "tra i quali c'è il Concordato".
Così per un verso ha rassicurato il Vaticano, con cui c'era stata un'interlocuzione precedente all'invio formale della nota. Per l'altro ha messo al riparo il suo gabinetto dalle tensioni parlamentari. Il sei luglio infatti il Senato voterà se calendarizzare per la settimana successiva l'esame in Aula del ddl Zan, come hanno chiesto M5S e Pd. Ma siccome il provvedimento è di natura parlamentare, qualsiasi sarà la soluzione non inciderà sugli equilibri di governo. Per i partiti il caso è aperto, e bisognerà capire se il Pd - alla vigilia delle votazioni a scrutinio segreto - cercherà un'estrema mediazione che rimanderebbe il testo alla Camera. Per Palazzo Chigi invece il caso è chiuso. E l'ha chiuso Draghi. L'altro ieri, mentre infuriava la polemica, un suo ministro aveva ricevuto uno stringato messaggio: "Tenersene fuori". È chiaro a cosa si riferisse, ma non è noto chi glielo abbia mandato.
quinewsfirenze.it, 24 giugno 2021
Sta per essere terminato il grande murale intitolato "La scritta che buca" dipinto dall'artista Nico Lopez Bruchi insieme ai detenuti del Gozzini. Un murale per la Casa circondariale Mario Gozzini, si intitola "La scritta che buca" e sarà inaugurato nelle prossime settimane.
Il progetto della cooperativa Cat, cofinanziato dalla Fondazione Cr Firenze e dal Comune, ha visto protagonisti l'artista Nico Lopez Bruchi e i detenuti del Gozzini che hanno dipinto non solo un murale sui 100 metri della facciata principale esterna ma anche gli spazi interni che ospitano la didattica. Al Gozzini i lavori erano cominciati alla fine del mese di novembre. "Sono particolarmente felice di questa nuova opera d'arte urbana, che arricchisce la nostra città - ha dichiarato l'assessore Guccione - perché costruita a partire da una coprogettazione fra collettivo Edf crew e detenuti. Un'opera che, immaginando un percorso di redenzione ricco di simboli come il viaggio, la meta e l'equilibrio, sottolinea il valore sociale e educativo dell'arte".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 giugno 2021
Inviata una finta smentita sull'uomo che accusò un ufficiale egiziano del pestaggio di Giulio. L'ultima manovra egiziana sul caso Regeni contiene una bugia e un'irrituale "difesa d'ufficio" dei quattro ufficiali della National security agency accusati del sequestro, delle percosse e dell'omicidio del ricercatore torturato e ucciso al Cairo tra la fine di gennaio e il 3 febbraio 2016. La scorsa settimana il procuratore generale della Repubblica araba Hamada Al Sawi ha incontrato l'ambasciatore italiano Giampaolo Cantini per consegnargli due documenti: un memorandum che contesta la ricostruzione della Procura di Roma condivisa dal giudice che ha ordinato il rinvio a giudizio degli imputati, e la risposta del Kenya a una rogatoria dell'Egitto. Secondo il comunicato ufficiale emesso al Cairo, questo secondo atto "riporta la smentita di quanto era stato sostenuto circa un agente di polizia keniano che avrebbe sentito un ufficiale di polizia egiziano, durante una riunione nella capitale del Kenya, che asseriva di aver avuto un ruolo nel rapimento e nell'aggressione di Regeni in Egitto".
Dunque si tratterebbe di una sconfessione delle dichiarazioni del teste Gamma (sigla di copertura attribuita dagli inquirenti italiana), il quale ha raccontato di aver ascoltato nell'agosto del 2017, in un ristorante di Nairobi, un egiziano poi qualificatosi come il maggiore Magdi Sharif (l'unico imputato che risponde anche di omicidio) confessare a un collega keniano di avere fermato e anche picchiato Giulio la sera del 25 gennaio 2016. Tuttavia dalla lettura del documento si scopre che le autorità di Nairobi non hanno smentito niente. Nella risposta inviata al Cairo, infatti, è scritto: "Risulta impossibile provvedere all'esecuzione della richiesta di assistenza, in quanto gli elementi riportati non sono sufficienti per identificare l'ufficiale di polizia keniano oggetto della richiesta".
Lo scambio di informazioni tra i due Paesi africani sembra basarsi su un equivoco, da capire se involontario o meno: l'Egitto aveva chiesto al Kenya notizie sul poliziotto interrogato dai magistrati italiani, e il Kenya ha replicato che a loro non risultava nulla, quindi erano necessari ulteriori dati che solo l'Italia poteva fornire. Ma i magistrati romani non hanno mai affermato che il loro testimone fosse un poliziotto, qualifica che invece si riferisce all'uomo al quale Sharif avrebbe confessato il sequestro di Regeni. Di più: a maggio 2019 l'Italia ha inviato una rogatoria in Kenya per verificare se c'erano elementi della presenza del maggiore Sharif in quello Stato nell'estate 2017, e altre informazioni utili proprio a identificare il poliziotto suo interlocutore. In oltre due anni, però, non è arrivata alcuna risposta.
Insieme alla falsa notizia della smentita keniana, l'Egitto ha anche inviato un lungo memorandum nel quale si contraddicono quasi punto per punto gli elementi d'accusa raccolti contro i quattro imputati. Per concludere che "la Procura generale egiziana ritiene i sospetti delle autorità investigative italiane il risultato di conclusioni scorrette, esagerate e logicamente inaccettabili, contrarie alle regole penali internazionali compresa la presunzione d'innocenza e la necessità di fornire prove inconfutabili contro gli indagati per processarli".
Il procuratore Al Sawi ha chiesto all'ambasciatore Cantini di trasmettere il documento al tribunale che dovrà processare i funzionari egiziani, ma attraverso i ministeri degli Esteri e della Giustizia il memorandum è arrivato ieri mattina in Procura, dove il capo dell'ufficio Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco dovranno decidere come trattare questo atipico atto difensivo, che non proviene dagli avvocati bensì da un organo con cui c'è stata una lunga interlocuzione investigativa, prima che le strade si dividessero definitivamente con l'incriminazione dei quattro imputati.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 24 giugno 2021
Il premier in vista del Consiglio europeo. Per Draghi l'ottimismo è un obbligo, ed è lui stesso a ironizzare sul tema nella lunghissima replica al Senato, prima del voto sulle mozioni in vista del Consiglio europeo: "Lei vede di solito il bicchiere mezzo vuoto, io mezzo pieno anche per interesse costituito", afferma rivolto al senatore Crucioli, al quale risponde direttamente, puntigliosamente, in questa fluviale replica il cui scopo è in tutta evidenza dimostrare considerazione per un parlamento che, nei fatti, rischia invece di essere spogliato ulteriormente delle sue prerogative da un governo commissariale qual è quello di Draghi.
Ottimista e fiducioso, sì, ma sempre con i piedi ben piantati per terra. Il tema principale del Consiglio sarà l'immigrazione. L'Italia è il Paese più direttamente coinvolto e quello che ha chiesto e ottenuto la messa all'odg del tema per la prima volta dal 2018. Draghi rivendica la rapidità con cui la Ue ha risposto positivamente alla sua richiesta e ci vede un segnale positivo. La sua, giura, "non è la rivendicazione di un merito ma il marcare una sensibilità diversa, capire che certi problemi possono risolversi insieme". Ma il premier non si fa illusioni e non vuole che se ne facciano i parlamentari. Quella sensibilità diversa ancora non c'è, o almeno non in misura sufficiente: "Non aspettiamoci risultati trionfali. La trattativa è lunga. Dobbiamo essere persistenti e incisivi".
Sul nodo centrale, cioè il peso che grava essenzialmente sui "Paesi di prima accoglienza", dunque sul trattato di Dublino, la strada è in salita: "Il tema è divisivo", riconosce il premier. E le regole europee impongono l'unanimità. Certo, si potrebbe eliminare quell'obbligo che è un cappio. Peccato che "anche per cambiare la regola dell'unanimità ci voglia l'unanimità". E comunque per fare passi avanti ci vorranno mesi. In autunno ci sono le elezioni in Germania, in primavera in Francia, la faccenda in campagna elettorale pesa. Se ne comincerà a riparlare all'inizio dell'anno prossimo e per stringere anche solo un po' ci vorranno mesi.
Non è solo questione di quell'inamovibile trattato. Il Consiglio confermerà il rinnovo dell'accordo con la Turchia: 6 miliardi sborsati per fermare i flussi verso la Germania. Per i Paesi africani, primo fra tutti la Libia da cui partono i migranti che arrivano in Italia, ci vorrà più tempo e al momento anche i fondi scarseggiano: un paio di miliardi che però dovrebbero gonfiarsi di qui a ottobre. Il punto è che Erdogan è sì "un dittatore", come da sbotto di Draghi qualche mese fa, però almeno in Turchia si sa chi ha in mano il timone. In Libia e nei Paesi africani no e questo rende tutto più complicato. Ma anche qui Draghi vede il bicchiere mezzo pieno: "Non è che in Libia l'Italia non abbia carte da giocare".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 giugno 2021
Ma il trattenimento deve essere proporzionato. Il diritto a un nuovo soggiorno è subordinato legittimamente alla concreta esecuzione dell'ordine non essendo sufficiente la partenza volontaria. La Corte Ue con due pronunce contemporanee precisa i limiti alla libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini degli Stati membri all'interno del territorio dell'Unione europea.
Con una conferma la legittimità di un ordine di allontanamento emesso da uno degli Stati europei, per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, nei confronti di un cittadino Ue. Con l'altra afferma la necessità che il cittadino Ue colpito dal provvedimento di allontanamento ponga fine al proprio soggiorno, in maniera effettiva e reale, se vuole godere di un nuovo diritto di soggiorno legittimo nello Stato Ue che lo ha precedentemente allontanato.
La sentenza sulla causa C-718/19 afferma in primis la legittimità di una misura di allontanamento applicata contro un cittadino comunitario. Ma La Cgue precisa il provvedimento deve fondarsi su un personale e concreto comportamento del cittadino Ue. Cioè deve sussistere un modus operandi della persona sottoposta che costituisca un pericolo o un danno per la garanzia della sicurezza e il mantenimento dell'ordine pubblico all'interno del Paese ospitante. Oltre al comportamento tenuto dal cittadino Ue alla base della legittimità dell'ordine di allontanamento vi è anche il criterio della proporzionalità della misura adottata.
La valutazione di tali elementi costituendo un giudizio di fatto è ovviamente affidata al giudice nazionale dello Stato ospitante. Le misure di esecuzione di una decisione di allontanamento di un cittadino dell'Unione possono colpire anche i suoi familiari e vanno valutate con attenzione in quanto costituiscono pesanti restrizioni al diritto di circolazione e di soggiorno. Perciò i cittadini Ue non possono essere sottoposti a regimi più gravosi di quelli che si applicano agli stranieri cittadini di Paesi terzi.
Da ciò deriva che, tenuto conto dei meccanismi di cooperazione esistenti tra gli Stati membri, il trattenimento del cittadino Ue non può essere più limitante di quanto stabilito per i soggiornanti extracomunitari, nel caso in cui non si ottemperi all'ordine o vi siano difficoltà pratiche specifiche da superare per potervi adempiere. Da tutto ciò la Corte Ue conclude che il trattenimento di otto mesi previsto dal diritto belga è sproporzionato rispetto a quanto necessario per assicurare un'efficace politica di allontanamento di un cittadino di uno Stato membro.
La sentenza sulla causa C- 719/19 affronta invece la questione del riottenimento di un diritto di soggiorno da parte del cittadino Ue che sia stato allontanato dallo Stato membro ospitante. E chiarisce che deve trattarsi a tutti gli effetti di un "nuovo" soggiorno quindi l'allontanamento deve essersi concretamente realizzato e il nuovo diritto non può porsi in continuità col precedente soggiorno.
Per questo secondo la Cgue va affermato che il cittadino allontanato deve poter essere riammesso a soggiornare nello Stato membro che lo ha allontanato. Ma l'allontanamento comminato deve essere stato eseguito in modo concreto ed effettivo. Allontanamento che non si realizza per il solo fatto che il cittadino Ue sia partito dallo Stato che gli ha comminato la misura. E neanche se la partenza volontaria avviene nel termine impartito dal provvedimento: il medesimo cittadino dell'Unione non beneficia più di un diritto di soggiorno temporaneo e se ne deve allontanare ciò che non coincide col fatto di aver lasciato fisicamente il territorio dove è valido l'ordine.
Quindi - in occasione del ritorno - il soggiorno del cittadino Ue, precedentemente allontanato, non deve essere in realtà la continuazione del suo precedente soggiorno nello stesso territorio. Spetta al giudice del rinvio verificare se ciò avvenga nei casi concreti posti alla sua attenzione al fine di accertare che il cittadino Ue allontanato abbia effettivamente posto fine al suo soggiorno temporaneo. Se ciò non si verifica lo Stato membro ospitante che ha emesso la misura "espulsiva" non è tenuto ad adottare un nuovo provvedimento di allontanamento sulla base dei medesimi fatti contro il cittadino Ue, ma può basarsi su quest'ultimo provvedimento al fine di obbligarlo a lasciare il suo territorio.
di Maria Brucale
Il Riformista, 24 giugno 2021
Cristo, "U figghio 'e Dio, u figghiu 'e Maria, u pazzu, Gesù u pazzu", è finito in carcere, destinato all'atroce supplizio. Tutta la sua opera è stata vana, come una Babele rasa al suolo. A nulla servirono "i passi sulle maree, i sandali ansanti e polverosi per le strade, il vino, i pani, i pesci moltiplicati". E ora, come può il suo sguardo scendere fino ai luoghi di privazione, nelle carceri, "cimiteri silenziosi, corpi senza nessuna pietà, senza una umana compassione"? In cui i ristretti giacciono negli abissi marini delle stanze spiate, nel sonno della coscienza e delle anime trasformate in manichini.
Il corto Stabat mater ha la regia di Giuseppe Tesi e ne esprime la forza del pensiero, il disincanto non rassegnato davanti alla natura dell'uomo, la profonda comprensione delle trame del sentire, delle fragilità, delle pulsioni, del nichilismo, dell'aspirazione al riscatto ed al recupero, della ricerca mai paga di opportunità. È interpretato da Melania Giglio e da Giuseppe Sartori, i protagonisti, che rendono pulsanti, sugli schemi della tragedia greca, i bellissimi versi in prosa, liberamente tratti da un testo di Grazia Frisina, e dai detenuti diversi per età, per etnia, per confessione religiosa, a rappresentare la vocazione del progetto di riunire in una concezione religiosa di sapore pannelliano dove "religo" è, appunto, unione, compenetrazione.
La fotografia diretta da Riccardo De Felice e le musiche originali di Marco Baraldi accendono la trama di suggestioni intimistiche e calzanti e accompagnano in un cammino che attraversa senza perdersi i sentieri più bui dell'uomo, nelle sue tribolazioni, nelle sue cadute. Un canto di dolore e di resurrezione laica raccolto da una madre universale che porta in sé lo strazio della perdita, lo smarrimento delle coscienze, la miseria dell'uomo, la potenza salvifica dell'amore che nella morte recupera il senso della vita. Un esercizio di libertà per i detenuti di Pistoia, per tutti i reclusi dei quali il regista disvela il bisogno struggente di partecipare, di raccontare, di emozionarsi, di sperare.
La violenza si esprime come negazione della ragione, furia insensata, deprivazione, in un non luogo che pretende che l'uomo cessi di essere per diventare; che deresponsabilizza per rieducare; che deprime per punire; che spegne per controllare; che annichilisce per contenere; che pretende di restituire alla vita libera risanate persone cui ha negato proprio l'essenza di vita, la coscienza di relazione, la sostanza di pensiero, la costruzione del giorno e del suo divenire, la prospettiva. "Allora è morto, è morto davvero? Ora è giunta la notizia della sua morte. Inchiodato al palo della sua colpa assediato da una muta di lupi, crocifisso. Con scandalo era venuto a questo mondo. Il bagliore di un risveglio diceva di essere. Il battesimo di ribellione". "Di te ridono tutti, o principe pagliaccio, Dio, uomo, fantoccio".
La carne esangue di un figlio che è figlio di ognuno è portata di peso fuori da quelle mura in cui il pianto non fa rumore da una madre che si fa carico della insopportabile fatica dell'addio nel dilaniante orrore della separazione e la restituisce alla terra in un ultimo gesto di pietà. La misericordia si cala sulle spoglie mortali vestendo di polvere quel corpo nudo, intatto nella sua bellezza, impeto straziante di infinito, anelito di ristoro di una dignità privata e mutilata. L'umanità tutta è ferita ma mai sconfitta. Torna a esprimersi scomposta e imperiosa e invoca, pretende attenzione. Si fa canto e danza, richiesta di aiuto, preghiera, inno alla speranza, attesa di futuro.
di Annamaria Colombo
Il Cittadino, 24 giugno 2021
Lunedì 5 luglio la presentazione, nella Casa Circondariale di Monza, dell'antologia "Il Giardino delle ortiche", i testi e i temi trattati nell'inserto "Oltre i confini" che viene pubblicato con il Cittadino. Un'antologia di racconti, di storie di vita narrate da persone recluse.
È "Il giardino delle ortiche", a cura di Antonetta Carrabs, frutto del lavoro della redazione Oltre i Confini - Beyond Borders, nata nella casa circondariale Sanquirico nell'estate 2018 in collaborazione con il Cittadino che lo pubblica a cadenza bimestrale con il giornale in edicola e digitale. L'opera, realizzata grazie all'associazione umanitaria Zeroconfini Onlus, sarà presentata lunedì 5 luglio alle ore 9.30 nell'area verde della struttura penitenziaria. All'incontro saranno presenti, oltre alla curatrice Antonetta Carrabs, anche il direttore della Casa Circondariale Sanquirico Maria Pitaniello, il direttore de il Cittadino Monza Brianza Cristiano Puglisi e il direttore del Cpia Monza e Brianza Claudio Meneghini.
"Questo libro - spiega Antonetta Carrabs, presidente Zeroconfini Onlus - racconta il nostro altrove. Non vuole essere un riassunto di esistenze perdute, ma la narrazione delle nostre storie di vita che risuonano qui dentro come uno sciame sismico e ci fanno rumoreggiare la testa come un alveare. Sono racconti nomadi di persone recluse meritevoli di essere raccontati e immortalati su una bobina di carta. In questo nostro triste presente viviamo a contatto con persone di etnie diverse e provenienti da mondi lontani che ci portano a scoprire realtà che appartengono a diverse latitudini e longitudini. Scrivere è diventato per noi un bisogno primario ci aiuta a traghettare verso la vita libera forse con una maggiore consapevolezza di tutti quei valori che avevamo perduto e che oggi abbiamo ritrovato".
Ai lettori de il Cittadino i "racconti nomadi" contenuti nell'antologia sono cosa nota, pubblicati in questi anni tra le pagine del giornale con inserti di otto pagine. Una iniziativa sostenuta dall'allora direttore Claudio Colombo e curata in redazione dal giornalista Roberto Magnani.
"La parola, la poesia e la narrazione hanno avuto un ruolo auto-educativo e terapeutico -riprende Carrabs - e hanno consentito una sorta di emancipazione anche in una situazione difficile come quella del carcere. Hanno aiutato gli animi a riconciliarsi preparandoli alla riappacificazione con quel mondo dal quale sono stati momentaneamente allontanati. Questa esperienza ha svolto un'importante funzione di democratizzazione e di sensibilizzazione, favorendo il consolidamento di un gruppo che è riuscito a traghettare, fuori dalle mura, la propria realtà umanizzata fatta di persone che vivono in attesa di riconquistare la propria libertà, una libertà che descrivono come un dono prezioso".
Il progetto ha goduto della disponibilità e del supporto del direttore della Casa Circondariale Sanquirico Maria Pitaniello, convinta che "la scrittura abbia una valenza terapeutica autentica e rappresenti un ponte tra chi scrive e l'esterno che permette di conoscere e farsi conoscere".
"Un ringraziamento - sottolinea Carrabs - va anche al direttore del Cittadino di Monza e Brianza Cristiano Puglisi convinto che "dagli errori non siamo immuni" e che sia proprio questo lo spirito con cui affrontare i testi che troverete all'interno di questo volume. Testi che sono fatti per essere letti con gli occhi ma prima di tutto vanno affrontati con il cuore. E grazie anche a Claudio Meneghini, direttore del Cpia Monza e Brianza, che affida "alla scuola in carcere un compito importante nella formazione e riabilitazione del detenuto attraverso la pratica della scrittura che in questo volume assume anche la forma della scrittura poetica".
di Barbara Benedettelli
legnanonews.com, 24 giugno 2021
A Parabiago i detenuti si raccontano sulle note della musica di Fabrizio De André. In occasione della Giornata mondiale contro l'abuso e il traffico degli stupefacenti che si celebra ogni anno il 26 giugno, l'amministrazione ha organizzato per giovedì 24 "Gli occhi grandi color di foglia", serata ad ingresso gratuito - ma prenotazione obbligatoria sul sito www.eventiparabiago.it - che dalle 20.30 porterà al campo sportivo Rancilio la musica del cantautore genovese e le testimonianze di persone detenute al carcere di Opera che, attraverso un percorso di consapevolezza, hanno ormai abbandonato il contesto criminale.
La serata prende il nome da un verso di "Via del Campo", una delle prime e più note canzoni di De André. Una bambina e una prostituta vivono entrambe in Via del Campo, tanto vicine l'una all'altra da far germogliare fiori, illusioni e speranze d'amore in chi va a trovarle. La prossimità fra l'una e l'altra c'è, ma per coglierla occorrono occhi grandi color di foglia, capaci di accettare parentele nascoste fra personaggi apparentemente incompatibili.
Scritta in collaborazione con Enzo Jannacci, "Via del campo" invita al dialogo con ciò che a una prima lettura sembra distante e privo di valore, ma in verità richiama all'importanza della comunicazione con le proprie parti dimenticate o negate, cioè con quegli errori, fragilità, insicurezze o, come dice la canzone, con quel letame da cui possono nascere progetti e riconoscimento reciproco fra persone diverse.
"Le storie di vita di queste persone, la cui caduta nell'abisso ha portato con sé altre esistenze innocenti - spiega l'assessore alla cultura Barbara Benedettelli - così raccontate agiscono da vero e proprio deterrente soprattutto per i giovani che si affacciano alla vita. Allo stesso tempo il loro importante percorso di rinascita fatto con il Gruppo della Trasgressione e i familiari delle Vittime, lascia sperare che nulla è mai perduto. Che c'è sempre, anche nella vita più disperata, il modo e il momento di trovare luce".
L'iniziativa è curata dal Gruppo della Trasgressione, ovvero un gruppo di detenuti che, dopo anni di lavoro sui propri errori, partecipa oggi a progetti in favore del bene collettivo che in passato aveva offeso. Alcuni musicisti che accompagneranno i racconti dei detenuti, sono professionisti che hanno suonato realmente con Fabrizio De André: Juri Aparo, che dal 2005 incrocia le canzoni di De André con i temi e la ricerca del Gruppo della Trasgressione che opera a Milano dentro e fuori dal carcere e di cui è il coordinatore, Giancarlo Parisi, poli-strumentista che con i suoi flauti, sax e fiati etnici ha partecipato a molti dei tour di Fabrizio de André ed è oggi leader di diverse iniziative collegate al mondo del cantautore di Genova, e Tonino Scala, musicista eclettico e compositore, conoscitore come pochi altri delle canzoni italiane dagli '60 a oggi e in particolare della musica d'autore.
"Siamo davvero lieti di ospitare un evento così particolare e vero - commenta il sindaco Raffaele Cucchi. Quando le persone raccontano la propria storia è sempre un arricchimento per ciascuno, soprattutto quando si parla di inciampi ed errori che fanno pensare e interrogano su come spendere la propria vita. Ma c'è anche a tema l'idea del pentimento, del perdono e del riscatto. Esempi che potrebbero far riflettere tutti, anche attraverso le canzoni sempre attuali di De André".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 24 giugno 2021
I 12 volontari da 19 a 30 anni per 4 giorni lavoreranno nel nido del carcere di Bollate Alza la posta in gioco l'asilo nido Biobab, aperto nel 2016 dalla cooperativa Stripes all'interno del carcere di Bollate.
Esempio virtuoso di integrazione tra carcere e comunità esterna, aperto ai figli di detenuti, agenti di polizia penitenziaria e famiglie del territorio, a luglio ospiterà il campo di impegno e formazione "Oltre Milano" del progetto "E!State Liberi" organizzato dall'associazione Libera. Un appuntamento estivo con campi di volontariato in Italia per valorizzare il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie e per trasmettere i valori della legalità e dell'antimafia. Ma quest'estate Libera Milano e le cooperative Stripes e Il Grillo parlante hanno organizzato un nuovo campo sul territorio per raccontare luoghi e impegno verso i temi della legalità.
Si parte dalla Bottega del grillo, il bene confiscato a Garbagnate Milanese gestito dalla coop Il Grillo parlante, poi i volontari andranno alla scoperta dell'asilo nido del Biobab e chiuderanno a "La Tela", l'Osteria sociale del Buon essere che ha preso vita in un bene confiscato a Rescaldina. "Dal 15 al 18 luglio avremo quattro giorni di impegno e formazione - spiega Lucilla Angelucci del Coordinamento di Libera Milano.
Occasione per approfondire la conoscenza delle mafie al nord, ascoltare testimonianze di memoria, scoprire i beni confiscati del territorio e progetti sociali". I dodici volontari dai 19 ai 30 anni conosceranno e lavoreranno anche nel centro per l'infanzia e le famiglie all'interno del carcere e verranno coinvolti nella realizzazione del "Giardino della legalità" dove i bambini ospiti del servizio per l'infanzia potranno giocare e divertirsi.
"È la prima volta che partecipiamo a un campo di Libera - spiega Dafne Guida, presidente della cooperativa. Per Stripes la legalità ha rappresentato da sempre un principio irrinunciabile nell'azione della cooperativa e valore fondamentale su cui si fondano le nostre proposte educative. Vogliamo andare oltre questi tempi difficili della pandemia insieme ai giovani in un'esperienza di memoria e impegno".
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