di Alessandro Dal Lago
Il Manifesto, 20 novembre 2021
Crisi dei profughi. La Ue si fa spaventare da poche migliaia di persone perché è incapace di pensare il proprio ruolo in un mondo sempre più piccolo e integrato
Migranti nel centro di Kuznitsa, dal lato bielorusso della frontiera con la Polonia.
Il piccolo dittatore Lukashenko, tirapiedi di Putin, e il torvo e potente Erdogan ricattano i propri cittadini in nome della sicurezza, della patria o dei valori religiosi tradizionali. Ma anche le pseudo-democrazie autoritarie apprezzano e usano l'arma del ricatto. È il caso di Polonia e Ungheria, troppo deboli per imporre una prospettiva strategica all'Europa, ma abbastanza forti per condizionare le scelte politiche ed economiche dell'Ue. Oggi, lo strumento del ricatto è costituito da poche migliaia di profughi - afghani, iracheni ecc. - ammassati nella no man's land tra Bielorussia, Polonia e Lituania.
Lukashenko ha spinto i profughi alla frontiera polacca perché vuole che l'Ue ritiri le sanzioni contro la Bielorussia, proprio come anni fa Erdogan ha chiesto e ottenuto una montagna di quattrini per non lasciare che i profughi siriani sciamassero in Grecia. D'altra parte, Varsavia urla all'invasione per impedire che l'Ue, da sempre paranoica sui migranti, blocchi il Pnrr e punisca l'erosione delle libertà civili in Polonia. Persino Draghi, cautissimo in queste faccende, ha dichiarato che i "migranti sono diventati strumenti di politica estera".
Ma che vuol dire "strumenti"? Semplicemente, che poche migliaia di esseri umani, privi di cibo, vestiti e riparo nel gelo dell'inverno incipiente sono sballottati tra due frontiere, con i mitra bielorussi alle spalle e i tank polacchi al di là del filo spinato. Il presidente polacco Duda ha avuto la faccia tosta di dire che la Polonia è "sotto attacco" da parte dei migranti. Uomini disarmati, donne e bambini sarebbero in grado di attaccare la Polonia? La retorica della patria in pericolo è così sfacciata - appunto, ricattatoria - che dovrebbe ripugnare a chiunque in grado di ragionare con la propria testa.
Ma non è così. Le risposte di Von der Leyen e Angela Merkel - i poteri europei che contano - sono in linea con lo stile bottegaio prevalente dell'Ue. Alla Polonia sono offerti un po' di quattrini per gestire la questione alla frontiera, cioè per costruire un bel muro, anche se ufficialmente non autorizzato da Bruxelles. Alla Bielorussia si finanzia il rimpatrio dei profughi nei paesi d'origine, anche se a parole si mantengono le sanzioni (ma nei fatti con cautela e magari no...).
Ora, nello scenario di desolazione causato dalla pandemia e dalle conseguenze delle guerre fallite dall'occidente (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia ecc.), la sorte di poche migliaia di profughi, che reagiscono con il lancio di qualche pietra ai cannoni ad acqua polacchi, sembrerà a molti poca cosa. E può anche essere che la crisi lentamente, e soprattutto silenziosamente, rientri. Ma si tratta di un esempio orribile, esattamente come gli annegamenti nel canale di Sicilia o la gente lasciata da Salvini a disidratarsi per giorni e giorni sotto il sole estivo a bordo delle navi delle Ong. Un esempio che si ripete ogni volta che, in gruppi piccoli o grandi, profughi e migranti si presentano nel nostro mondo, impaurito dalle piaghe cosmiche, dall'ansia diffusa per il futuro, da una crisi economica sempre alle porte e da rivolte insensate.
Ecco una circolarità di cause ed effetti del tutto evidente, anche se minimizzata dagli esperti di relazioni internazionali. Dove potevano scappare gli afghani scampati alla conquista talebana se non nei paesi che volevano imporre loro la democrazia all'occidentale? E dove potevano o potrebbero tentare di rifugiarsi iracheni, curdi, siriani, dopo essere stati illusi per trent'anni che con la fine delle dittature baathiste libertà e prosperità sarebbero state a portata di mano? Le immagini della catastrofica fuga da Kabul di americani e alleati vari avrebbero dovuto allertare l'immaginazione e le coscienze. L'evacuazione dei collaboratori stretti degli occupanti e di chiunque voleva sottrarsi ai talebani si sarebbe lasciata alle spalle un Paese lacerato, affamato e oppresso dal fanatismo, su cui oggi è calato il silenzio.
Ma parliamo di migliaia o decine di migliaia di esseri umani in fuga, non di milioni. L'Europa avrebbe tutte le risorse per accoglierli, assisterli e integrarli. Se questo non avviene non è solo per la paura della destra xenofoba che soffoca le cancellerie europee. E nemmeno per la reazione di parte della popolazione a un'eventuale presenza di stranieri. È soprattutto per l'incapacità ormai storica di pensare il proprio ruolo in un mondo sempre più piccolo e integrato. E di rispondere alle crisi umanitarie e alla sofferenza se non con piccoli baratti, compromessi e accordi con i dittatori che, loro sì, premono e ricattano alle frontiere marine e terrestri. In questo senso, Merkel, chiusa nella fortezza Ue, non è meno responsabile di Lukascenko o Erdogan. In fondo, parafrasando Metternich, l'Europa non è oggi che un'espressione fiscale e commerciale.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 novembre 2021
La ministra Cartabia, il commissario Onu Grandi, i giornalisti del Corriere: ricordando Maria Grazia a 20 anni dalla morte, "torniamo" in Afghanistan. Il premio che porta il suo nome a Patrick Zaki. Tre desideri, tenere stretto il furore di Maria Grazia, riflettere sul destino dell'Afghanistan e sul ritorno dei talebani. E infine difendere, ancora una volta, il diritto alla libera informazione. Con queste parole la vicedirettrice del Corriere della Sera Barbara Stefanelli ha aperto ieri in Sala Buzzati la giornata organizzata dalla Fondazione del Corriere della Sera nell'ambito di BookCity, iniziata al cinema Anteo con la proiezione di "Viaggio a Kandahar" del regista Mohsen Makhmalbaf.
Incontri, riflessioni, interviste e reportage dedicata all'inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, scomparsa in Afghanistan 20 anni fa. A rendere omaggio, tra gli altri, la ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha ricordato la storia di Mareya Bashir, prima procuratrice di Herat cui è stata riconosciuta la cittadinanza italiana. "Ho incontrato Bashir ad un convegno nel 2013 sulla presenza femminile nelle Corti costituzionali. Ed è stato un incontro folgorante. Io all'epoca ero magistrata della Corte costituzionale, unica donna. Dal lusso della mia posizione mi lamentavo della disparità di genere mentre lei subiva attentati e minacce. È per lei e per le donne afghane che dobbiamo tenere accese le braci sotto la cenere, per fare sì che non vadano persi i progressi fatti". La giornata è stata occasione per riflettere sulla necessità, come ha sottolineato l'inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi, di aprire un canale di dialogo con i talebani.
Con Mario Cutuli, fratello di Maria Grazia, il ritorno ideale nella provincia di Herat, dove la scuola blu costruita nel 2011 in memoria della giornalista ancora accoglie le studentesse e gli studenti della regione, nonostante il divieto dei talebani per le ragazze. "Un luogo - come ha spiegato - che abbiamo voluto costruire per quella parte di popolazione che, pur rappresentando la speranza e il futuro, non ha voce".
Le donne afghane sono rimaste poi al centro del racconto di Eleonora Selmi, ostetrica di Medici Senza Frontiere a Khost, dove "ho visto le donne togliersi il burqa e sorridere, forti dei loro sogni e della volontà di diventare dottoresse". Da Simonetta Gola di Emergency è arrivato il ricordo del marito Gino Strada scomparso proprio durante il giorni della caduta di Kabul "che per lui rappresentavano solo l'ennesima tappa di una guerra ingiusta e insensata".
E commozione non è mancata nel dialogo tra Barbara Stefanelli e Carlo Verdelli, sulla telefonata con la quale - all'epoca era vicedirettore del Corriere - Verdelli esaudì l'ultimo desiderio di Maria Grazia, ossia di restare in Afghanistan a lavorare. "Le ho detto di sì perché sapevo che per Maria Grazia i talebani erano i tartari raccontati da Buzzati. E perché sapevo che doveva scendere dal muro della fortezza e andare loro incontro". A chiudere la giornata la consegna del premio Cutuli a Patrick Zaki, ritirato dal compagno dell'Università di Bologna Rafael Garrido e accompagnato da un messaggio della sorella Marise. Un premio che "va a lui e tutti gli eroi della libertà di informazione".
di Lorenzo Vidino
La Repubblica, 20 novembre 2021
In Parlamento è in discussione una proposta di legge per coinvolgere scuola, comunità islamiche e società civile in attività che prevengano la radicalizzazione.
L'attentato di Liverpool, fallito grazie alla prontezza del tassista che ha chiuso l'aspirante kamikaze nel taxi così evitando che la deflagrazione facesse vittime, ha riportato l'attenzione sul terrorismo di matrice jihadista. In realtà, negli ultimi mesi di attacchi se ne sono registrati parecchi in tutta Europa: l'uccisione del parlamentare inglese David Ames, l'accoltellamento di due poliziotti a Cannes e di sei passeggeri su un treno in Baviera, solo per citarne alcuni. Incidenti diversi da alcuni dei grandi attacchi degli anni precedenti (tipo quello del Bataclan, di cui si celebra in questi giorni il maxi processo a Parigi) per numero di vittime e livello organizzativo, ma comunque prove, insieme agli arresti di aspiranti terroristi che settimanalmente avvengono in tutta Europa, che la minaccia persiste anche dopo la fine del califfato.
E l'Italia non ne è immune. L'arresto a Milano di una 19enne italo-kosovara che reclutava ragazze su piattaforme jihadiste online è solo l'ultimo di una scia di operazioni antiterrorismo che dimostrano che il nostro Paese, pur avendo la fortuna di non essere mai stato direttamente colpito, ospita una scena jihadista eterogenea e sempre più autoctona, che ormai produce una propaganda in lingua italiana. Constatazioni che hanno portato il capo della polizia Franco Gabrielli a dichiarare qualche settimana fa che un attacco in futuro è pressoché inevitabile.
Gli ha fatto eco di recente il Copasir, che ha anche sottolineato quella che è la maggior pecca del nostro sistema di contrasto al terrorismo: la mancanza di una strategia di prevenzione. Se infatti il nostro sistema, grazie anche a esperienze con altre forme di terrorismo e a un sistema legislativo adeguato, si è dimostrato un'eccellenza a livello europeo nel compiere quelle che sono le attività classiche dell'antiterrorismo (intercettazioni, arresti, espulsioni), manca del tutto una strategia che, nelle parole del Copasir, "in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista". In sostanza attività di prevenzione, in particolare in ambienti sensibili come carceri, web e periferie disagiate, volte a contrastare l'appeal dell'ideologia jihadista prima che faccia presa su soggetti condizionabili e attività di de-radicalizzazione.
L'importanza dell'introduzione di questo tipo di misure, che si andrebbero ad affiancare a quelle repressive, è sentita in primis dal nostro apparato antiterrorismo, che da anni segnala come la creazione di una strategia preventiva che, come avviene in tutta Europa, crei partnership con la società civile, la scuola, e le comunità islamiche, sia necessaria per avere una risposta adeguata alla complessa sfida della radicalizzazione. Ad esempio, cosa si può fare per le ragazzine perlopiù minorenni che la 19enne arrestata a Milano aveva circuito e radicalizzato? Non si può certo agire solo e sempre di codice penale, ma servono interventi mirati che coinvolgano servizi sociali, imam moderati, educatori e le famiglie - e i primi a dirlo sono gli addetti ai lavori.
Il percorso per dotare il nostro Paese di tale strategia era iniziato nella precedente legislatura con la proposta di legge Manciulli-Dambruoso e con il lavoro di supporto accademico della Commissione sulla Radicalizzazione (che ho avuto l'onore di presiedere) creata da Palazzo Chigi sotto l'allora sottosegretario Minniti. E già allora si era denotata la volontà della società civile e delle comunità islamiche a partecipare in attività preventive e l'esigenza di interventi in spazi critici, in primis il web.
Il percorso legislativo allora si arenò, ma in questi giorni una nuova proposta di legge, che ricalca la precedente ma include altre forme di radicalizzazione, come è giusto, è in discussione in Parlamento. Pare avere un supporto che trascende il colore politico, ed è solo auspicabile che una legge tecnica che ci allinea col resto d'Europa e migliora la sicurezza nazionale possa essere approvata con larga maggioranza.
di Alessandro De Pascale
Il Manifesto, 20 novembre 2021
L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite: dal Paese centroasiatico arriva l'80% degli oppiacei consumati nel mondo. Calano del 21% gli ettari coltivati a papavero, ma cresce la resa. E anche il prezzo. Il primo dato, ovviamente, è ad effetto: "Otto consumatori su 10", tra quanti attualmente usano oppio, morfina ed eroina, si ritrovano tra le mani oppiacei afghani. Il dato è contenuto nell'ultimo report sulla droga in Afghanistan appena diffuso dall'Ufficio contro la droga e il crimine (Unodc) delle Nazioni unite. Spiegando così, in maniera dirompente, come anche nel 2020 quel remoto e montuoso Paese dell'Asia centrale senza sbocchi sul mare, ora tornato in mano ai talebani e al loro emirato islamico, abbia rappresentato "l'85% della produzione globale di oppio, rifornendo circa l'80% di tutti i consumatori di oppiacei nel mondo".
Gli oppiacei sono del resto, da decenni, l'unico prodotto con il quale l'Afghanistan partecipa al mercato mondiale. Peraltro da leader incontrastato e fin dall'invasione e occupazione del Paese da parte di anglo-americani e Nato avvenuta nel 2001. Agli afghani coinvolti in questo business, sempre stando alle ultime stime dell'Unodc, gli oppiacei garantiscono "tra 1,8 e 2,7 miliardi di dollari di profitti". Tra mercato interno ed esportazioni estere, oppio ed eroina generano ormai per l'Onu "tra il 9% e il 14% del prodotto interno lordo" dell'Afghanistan, superando persino il valore delle esportazioni legali di beni e servizi ufficialmente registrate, "stimate nel 2020 al 9% del Pil".
Tornando all'oppio che si raccoglie dalla pianta di papavero, "il raccolto del 2021 completato a luglio", in concomitanza con la presa del potere dei talebani, "ha visto per il quinto anno consecutivo una produzione ai massimi storici, pari a 6.800 tonnellate, in grado di garantire potenzialmente fino a 320 tonnellate di eroina pura da smerciare nei mercati di tutto il mondo".
Questo grazie a un aumento della resa di oppio per ogni ettaro (+8% rispetto allo scorso anno), che per l'Unodc è riuscita a compensare il calo registrato per la prima volta quest'anno di aree coltivate in Afghanistan a papavero da oppio: 177mila ettari, con una riduzione di 47mila rispetto al 2020 (-21%).
Crescono invece i prezzi, secondo l'ufficio Onu, "a causa dell'incertezza" per il futuro data dal ritorno al potere dei talebani. Unico accenno, questo, al loro emirato, visto che come detto i dati del report si fermano al raccolto del luglio scorso. È ancora presto per capire cosa decideranno di fare i talebani (la nuova semina avviene questo mese).
Pubblicamente hanno rapidamente dichiarato che il loro Afghanistan non sarà più un narco-Stato, mentre hanno già mostrato al mondo di non voler tollerare il consumo interno. La prima settimana di ottobre l'Ap ha ad esempio seguito un blitz notturno dei talebani sotto un ponte della capitale Kabul (nella zona di Guzargah) dove è presente una ben nota scena di droga all'aperto nella quale ti accoglieva un soffiatore di vetro che produceva sul momento le pipette per fumare la metanfetamina. I consumatori catturati sono poi stati portati in veri e propri campi di "rieducazione" (ovvero di detenzione), sollevando ancora una volta a livello internazionale critiche in merito al rispetto dei diritti umani.
In queste strutture, la maggiore delle quali è proprio nella capitale, a Camp Phoenix, dove dal 2003 sorgeva una base militare aperta dagli Usa, l'assistenza sarebbe carente e non esisterebbe trattamento o terapia sostitutiva. A differenza di quanto avveniva nei centri di trattamento o nei drop-in che si erano moltiplicati in tutto il Paese durante l'occupazione straniera, in seguito all'esplosione del consumo interno.
Quei vent'anni di guerra, oltre alla raffinazione di eroina direttamente in Afghanistan (prima del 2001 avveniva nei confinanti Iran e Pakistan), hanno portato nelle città afghane e oltre confine anche la metanfetamina, prima del tutto assente e ora prodotta in loco. Il tutto grazie a una nuova innovativa ed economica ricetta a base vegetale: con la pianta di efedra, o oman, che cresce spontaneamente sulle montagne afghane, prima considerata senza valore. Tale nuova produzione, per l'Unodc, "è una minaccia per i Paesi della regione e anche oltre".
di Roberto Festa
Il Fatto Quotidiano, 20 novembre 2021
Dall'aprile 2020 allo stesso mese di quest'anno, l'aumento dei decessi dovuti all'abuso di stupefacenti è del 28,5%. La maggioranza è causata soprattutto dall'abuso di fentanyl, una droga cento volte più potente della morfina, ma sono aumentate anche le overdose da anfetamine, metanfetamine, cocaina e altri oppioidi. Un fenomeno che un tempo era concentrato soprattutto negli Stati della vecchia cintura industriale, ora è diventato una tragedia nazionale.
Se si passa per Elm Street, l'arteria principale che taglia Manchester, New Hampshire, non si possono non notare le decine di uomini e donne - spesso ragazzi, talvolta persone più avanti con gli anni - che giacciono per terra, su cartoni o coperte. Non sono alcolisti, non sono semplici homeless. Sono persone con problemi di droga. Sono a Manchester perché Manchester è la capitale della droga nello Stato. Poco lontano, a Lawrence, c'è il centro di arrivo e distribuzione per il New England di eroina, crack e altri oppioidi. A Manchester si concentrano soprattutto i consumatori. La città ha tassi di overdose tra i più alti d'America: due morti ogni 10mila persone. A "Helping Hands", un centro cristiano ospitato in una palazzina di mattoni rossi poco lontano dal centro, danno rifugio a quelli che cercano di battere le dipendenze. "È come una guerra. Nessuno l'ha dichiarata ma i morti, qui, sono quelli di un conflitto", dicono.
Gli ultimi dati dalla "guerra" americana sono in effetti impressionanti. Secondi i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ci sono stati in un anno oltre 100mila morti negli Stati Uniti per overdose. Il periodo considerato è quello che da aprile 2020 arriva ad aprile 2021, con un aumento del 28,5% rispetto all'anno precedente. L'enormità dei numeri ha costretto Joe Biden ha intervenire. "Non possiamo trascurare questa epidemia di perdite che tocca famiglie e comunità in tutto il Paese", ha detto il presidente. Biden ricorda che nell'American Rescue Plan, il piano di aiuti post-Covid approvato a marzo, ci sono 1.500 milioni di dollari per persone con problemi di dipendenze, e altri stanno per essere stanziati "per rafforzare la prevenzione, promuovere la riduzione del danno e ridurre la fornitura di sostanze dannose". Si pensa soprattutto ad allargare l'accesso al naloxone, un farmaco di sintesi che può bloccare gli effetti degli oppioidi, in particolare una overdose. "Nessuno dovrebbe morire in America perché non riesce a procurarsi il naloxone", dice Rahul Gupta, che dirige l'Office of National Drug Control Policy.
Mentre il Covid-19 seminava morte, un'altra epidemia, più silenziosa ma altrettanto terribile, uccideva quindi migliaia di persone negli Stati Uniti. I morti per droga, dicono le cifre, sono stati in un anno più numerosi di quelli per incidenti stradali e armi da fuoco combinati. Dal 2015 le vittime sono raddoppiate. La fascia d'età più colpita è quella tra i 25 e i 54 anni, soprattutto maschi (il 70% delle vittime). La maggioranza dei morti, ancora una volta, è causata soprattutto dall'abuso di fentanyl, una droga cento volte più potente della morfina, spesso utilizzata in concomitanza con eroina e cocaina per esaltarne gli effetti. Ma sono aumentate anche le overdose causate da anfetamine, metanfetamine, cocaina e da altri oppioidi semi-sintetitici, spesso prescritti dai medici come antidolorifici. È un universo di sigle - Speed, Crystal, Bennie, Frisco Speed, Meth, Crank, Ice, Rock, Shabu - che ha seminato lutti un po' ovunque. I morti sono cresciuti del 50% in California, Tennessee, Louisiana, Mississipi, West Virginia, Kentucky. In Vermont, l'aumento è addirittura dell'85%. Più contenuto, ma comunque del 40%, il rialzo delle vittime in Oregon, Nevada, Washington State, Colorado, Minnesota, Alaska, Nebraska, Virginia. Un fenomeno che un tempo appariva concentrato soprattutto negli Stati della vecchia cintura industriale, a est e nel centro, è ora diventato una tragedia nazionale.
Non sfugge che il periodo in cui le morti hanno avuto la terribile impennata sia anche quello in cui il Covid ha seminato le sue distruzioni. Gli esperti spiegano che la perdita dei posti di lavoro, la chiusura delle scuole, l'accesso molto più difficile a ospedali e centri di riabilitazione hanno approfondito dipendenze, depressioni, senso di abbandono. Le comunità si sono sfaldate, richiuse in se stesse e a pagarne le conseguenze sono stati i più deboli. Ancora i dati messi a disposizione dai CDC rivelano che la grande maggioranza delle vittime era tossicodipendente da tempo o si trovava in fase di disintossicazione. Il Covid-19, lo stress e l'isolamento che ne sono risultati, hanno quindi funzionato come acceleratore di dinamiche preesistenti. Particolarmente impressionanti sono i dati relativi al fentanyl, un oppiaceo utilizzato per l'anestesia e per il trattamento dei dolori oncologici, la cui diffusione nel mercato delle droghe illegali è diventata capillare (è spesso usato anche per tagliare partite di cocaina e altre droghe, venduto quindi all'insaputa dell'acquirente). Alla Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale che combatte il traffico di droga, dicono di aver sequestrato quest'anno quantità tali di fentanyl da fornire ogni cittadino degli Stati Uniti di una dose letale. "E, ogni giorno, continuano i sequestri di nuove partite", spiegano.
A parte i finanziamenti federali, a parte l'opera di repressione (gran parte della droga statunitense arriva dai cartelli messicani, che rielaborano componenti di provenienza soprattutto cinese), ci si chiede a questo punto cosa fare. Una strada possibile è sicuramente la riduzione delle ricette mediche che prescrivono antidolorifici. I medici americani ne hanno negli anni passati ampiamente abusato, tanto che, spiega un esperto dei Cdc, "si prescrivono oppiacei quando ti cresce il dente del giudizio". L'abuso di anti-dolorifici, fin dalla più tenera età, ha portato a forme di dipendenza dalle droghe che in molti casi si sono rivelate fatali. Un'altra strada è sicuramente quella dell'accesso ai farmaci. I dottori americani hanno bisogno di un permesso delle autorità federali prima di poter prescrivere la buprenorfina, un oppioide con un'efficacia simile a quella del metadone, utilizzato per trattare le dipendenze. La norma ritarda il suo utilizzo in molti centri per la disintossicazione. Un discorso simile va fatto anche per il naloxone. Il farmaco, approvato dalla Federal and Drug Administration nel lontano 1971, può per l'appunto bloccare gli effetti degli oppioidi e quindi, in molti casi, salvare da una overdose. Il problema è che in molti Stati americani può essere somministrato soltanto da medici e personale sanitario e non viene messo a disposizione delle famiglie e di coloro che vivono a contatto con il tossicodipendente. Inutile dire che quando i medici, e il naloxone, arrivano, non c'è spesso più niente da fare. L'overdose si è portata via la persona.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 20 novembre 2021
Il plenum del Cnf incontra Carine Kanimba, figlia dell'uomo che ispirò il film "Hotel Rwanda" e che ora è detenuto illegalmente dal regime. "Ho perso i miei genitori biologici nel genocidio del Ruanda, ora aiutatemi a non perderne un altro". Carine Kanimba trattiene a fatica la commozione. Ha la voce rotta dal pianto e insieme la determinazione di chi reclama giustizia. Davanti a sé ha una platea di avvocati, i consiglieri del Cnf riuniti in plenum, pronti ad ascoltare la dolorosa vicenda che la riguarda. Una storia che ha per protagonista suo padre adottivo, Paul Rusesabagina, il celebre direttore dell'Hotel Milles collines che nel 1994 strappò oltre mille persone dalla morte dando loro rifugio. A tutti, indistintamente, nella feroce contesa tra Hutu e Tutsi.
Da eroe nazionale - celebrato nel film "Hotel Rwuanda" - e simbolo della convivenza pacifica tra le etnie, per il suo paese Rusesabagina si trasformò in breve tempo in nemico politico. Una voce scomoda, da silenziare, per il regime di Paul Kagame, che da oltre 20 anni regna incontrastato in Ruanda. E che ora tiene in ostaggio Rusesabagina nelle prigioni di Stato.
"Mio padre è stato rapito, torturato, tenuto in isolamento per 260 giorni in violazione di ogni convenzione internazionale", raccolta Carine al Cnf. L'arresto risale all'agosto del 2020, quando attraverso l'inganno i servizi segreti ruandesi hanno trascinato Rusesabagina a Kigali su un areo privato. Il governo lo accusa di finanziare gruppi armati in Congo, comincia a fabbricare prove false e formula ben nove capi di imputazione mettendo in piedi un "processo farsa", celebrato in spregio alle regole dell'equo processo e del diritto di difesa. Quindi, a settembre scorso, la condanna a 25 anni di prigione per "terrorismo".
A raccontare questo incubo giudiziario ai suoi colleghi italiani è Vincent Lurquin, difensore di Rusesabagina, espulso come "persona non gradita" dalle autorità ruandesi nel tentativo di raggiungere il suo assistito dopo l'arresto. Insieme a Carine, Lurquin chiarisce il suo appello alla comunità internazionale: "Non chiedono impunità spiega - ma che Rusesabagina sia giudicato da un tribunale indipendente nel rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo". Un appello che il Consiglio Nazionale ha recepito come una vera e propria missione, accogliendo a Roma la delegazione che accompagna Carine e adottando al termine dell'incontro di ieri una risoluzione che verrà inviata al CCBE, il Consiglio degli Ordini Forensi Europei, per domandare l'immediato rilascio di Rusesabagina per motivi umanitari. "Vi ringrazio per aver ascoltato questo grido e aver condiviso le angosce e le preoccupazioni di chi conduce questa battaglia", dice Lurquin. "Questo incontro - chiosa - ci ha permesso di conoscere avvocati che condividono la "follia" di credere che la giustizia sia più di un'istituzione, ma qualcosa di universale, e che se le porte restano chiuse, noi dobbiamo sfondarle". Una "follia" certamente condivisa dal Cnf, come ha ricordato la presidente Masi, che ha ringraziato a sua volta Carine e il suo avvocato per aver condiviso con l'avvocatura italiana "questo percorso di denuncia che trae origine da una situazione personale ma che diventa di fatto universale". La vicenda di Rusesabagina, sottolinea Masi, è infatti un "caso emblematico perché rimanda a a questioni che sono care all'avvocatura italiana e in particolare al Cnf, ovvero le regole del giusto processo e il diritto di difesa". Con riferimento anche alla vicenda personale di Lurquin, al quale è stato impedito di svolgere la propria funzione di avvocato e di entrare in contatto con il suo assistito. Una circostanza denunciata anche dal Parlamento Europeo, che lo scorso 7 ottobre ha approvato una risoluzione nella quale si sottolinea, tra le altre cose, che Paul Rusesabagina non ha potuto scegliere inizialmente gli avvocati per la sua difesa. Ugualmente si è pronunciato il parlamento del Belgio, dove Rusesabagina trovò riparo, e il Congresso degli Stati Uniti. A ricordare tutte le pronunce internazionali e gli atti di denuncia sul caso è il consigliere del Cnf Francesco Caia, coordinatore della commissione diritti umani e presidente dell'Oiad (Osservatorio Internazionale avvocati in pericolo). Dopo aver citato le innumerevoli violazioni dei diritti che hanno caratterizzato questa vicenda negli ultimi venti anni, Caia ha sottolineato come l'impegno del Cnf sul caso prosegua "in assoluta coerenza con l'impegno che la massima istituzione forense porta avanti da ormai diversi anni nel rispetto dei principi dello Stato di diritto". E coerentemente, aggiunge Caia, "alla funzione sociale dell'avvocato che deve essere protagonista del risveglio delle coscienze della società". L'ultima tappa dell'attività del Cnf, guidata da Caia, si inserisce proprio nell'ambito della visita in Italia di Carine. Che mercoledì scorso ha incontrato il Comitato permamente sui diritti umani presso la Commissione affari internazionali. E in quell'occasione la presidente del Comitato, Laura Boldrini, si è impegnata affinché anche il parlamento italiano condanni formalmente l'arresto e la detenzione illegale di Paul Rusesabagina.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 novembre 2021
Il presidente Lasso indice lo stato d'emergenza. Ma per i giudici sta abusando dei suoi poteri. Ecuador, città di Guayaquil, provincia del Guayas. È la notte del 13 novembre, dalla prigione del Litoral si alzano colonne di fumo, i cittadini odono spari in continuazione e urla strazianti.
I detenuti stanno bruciando suppellettili ma nell'aria si sparge anche un fumo dall'odore diverso, acre e dolciastro. Cosa sia successo viene scoperto alle prime luci dell'alba quando intervengono almeno novecento agenti per ristabilire l'ordine e le fotoelettriche illuminano una scena dantesca, ad ardere non solo gli oggetti, ma anche corpi umani. Il bilancio della notte di terrore registra la morte di 68 detenuti causata da colpi di armi da fuoco, coltelli e ordigni esplosivi. Un numero grande ma paradossalmente quasi trascurabile se paragonato alle 119 vittime di appena un mese prima nella stessa struttura.
Quella del Litoral è stata dunque solo l'ennesima tragedia che avviene all'interno del sistema penitenziario ecuadoriano che appare evidentemente fuori controllo, tra sovraffollamento, condizioni igieniche e sanitarie disumane e le endemiche ondate violenza.
Tanto che il presidente del paese latinoamericano in carica da appena sei mesi, il banchiere Guillermo Lasso, all'inizio di ottobre ha dichiarato lo stato di emergenza di sessanta giorni nelle città e nelle carceri. La ricetta del presidente, eletto proprio con una campagna che ha toccato le corde della legalità e dell'ordine, è stata quella di armare ancora di più le guardie carcerarie per poter affrontare membri di bande altamente organizzate che imperversano nelle prigioni.
"Non c'è modo che gli agenti che portano solo manganelli combattano le mafie che dispongono persino di droni ed esplosivi" - ha affermato Lasso-. Concretamente lo stato di emergenza significa che possono essere stanziati fondi extra per sedare la violenza all'interno delle prigioni anche con l'impiego di militari che assistono le guardie e la polizia nella messa in sicurezza delle infrastrutture penitenziarie.
Nonostante le misure restrittive (controlli sulle armi, ispezioni, pattuglie 24 ore su 24 e perquisizioni) però sono i dati ufficiali a sottolineare la drammaticità del contesto ecuadoriano, il numero di omicidi nei primi otto mesi di quest'anno è stato infatti il doppio di quello dello stesso periodo dell'anno precedente, per la precisione si parla di 290 morti solo tra i detenuti.
L'Ecuador conta 40mila internati nel suo sistema carcerario, di cui circa 8.500 solo nel Litoral, la struttura più grande del paese sudamericano. Secondo i dati dei servizi penitenziari, le strutture sono sovraffollate del 55 percento oltre la capienza massima a livello nazionale e del 62 percento nella struttura di Guayaquil.
Per far fronte alla congestione dei centri di detenzione è stato annunciato, lo scorso primo ottobre, dai massimi funzionari che fino a 2000 detenuti sarebbero stati graziati, una decisione resa nota da Bolivar Garzon, direttore dell'autorità penitenziaria SNAI, in questo modo dovrebbe essere data la priorità al rilascio delle detenute anziane nonché di quelle con disabilità e malattie terminali. Ma tali misure probabilmente non potranno, se non in parte, ridurre il problema della violenza.
Nelle prigioni infatti sono rinchiusi oltre alle migliaia di poveri e piccoli criminali, soprattutto gli appartenenti ai grandi cartelli della droga che continuano a gestire i lorofloridi affari anche da dietro le sbarre. L'Ecuador infatti è un paese di transito per la cocaina contrabbandata dai vicini Perù e Colombia, un terreno fertile per i potenti cartelli messicani come i Jalisco nueva generacion o gli uomini del potentissimo network di Sinaloa. Sono loro che si spartiscono il mercato e si combattono nelle prigioni per ottenere la supremazia nel narcotraffico. Una guerra feroce, senza esclusione di colpi.
Lo testimonia proprio il recente massacro del Litoral, un gigantesco e sanguinoso regolamento di conti tra bande. Lo scontro infatti sarebbe stato innescato dal rilascio di un boss che ha dato l'occasione per gli appartenenti a una delle due fazioni presenti in prigione di prendere l'assalto dell'ala a della prigione dove era detenuto un clan rivale.
Secondo il governatore della regione di Guyas, Pablo Arose Mena, "dato che una sezione era rimasta senza un capo riconosciuto, altre bande hanno cercato di compiere un massacro totale". Una tecnica usata proprio nei penitenziari messicani con l'uso a scopo terroristico di uccisioni mediante decapitazione. Per il momento ciò che è avvenuto nella Pentenciaria del Litoral ha provocato le dimissioni, non si sa quanto volontarie, del capo dell'autorità carceraria e delle Forze Armate.
A ciò si aggiunge uno scontro tutto politico che vede contrapposto il sistema giudiziario al presidente Lasso, accusato di abusare dei suoi poteri. Quest'ultimo ha attaccato frontalmente i giudici accusandoli di diminuire la capacità dello Stato di combattere la violenza limitando lo stato di emergenza. Ma in questo caso i giudici non hanno fatto altro che applicare la legge e la costituzione per impedire che Lasso istituisse un incontrollato stato di polizia.
Secondo il presidente, al contrario, le sue misure sono legittime: "Il dovere fondamentale dello Stato è garantire la vita dei cittadini, senza discriminazioni. Purtroppo oggi quel lavoro è stato reso impossibile da decisioni giudiziarie che impongono restrizioni esagerate al coordinamento tra le forze di sicurezza dello Stato per difendere la vita". Un'invettiva però che si scontra con una realtà molto più complessa e che emerge dall'analisi compiuta dall' ex direttore dell'intelligence militare, il colonnello Mario Pazmiño.
Il capo dei sevizi segreti ha preferito mettere l'accento sull'alto livello di corruzione degli agenti e dei funzionari delle carceri che permettono ai detenuti più influenti di controllare le strutture intascando "mazzette", una situazione che - come ha spiegato Pazmiño- è "aggravata da un sistema giudiziario inoperante che ha incarcerato molti prigionieri prima della sentenza, portando al sovraffollamento e alla mescolanza di criminali altamente pericolosi con altri accusati di reati minori come furto o uso di droghe".
rainews.it, 20 novembre 2021
Tweet 19 novembre 2021 Nella città di Odessa, un ladro è stato condannato a leggere le opere di Lev Tolstoj e Ivan Franco. Il tribunale distrettuale Malinovsky di Odessa ha condannato l'uomo di 26 anni, accusato di furto, alla sospensione della pena e alla lettura dei racconti dello scrittore russo Lev Tolstoj e delle poesie del poeta ucraino Ivan Franco.
Lo riferisce il servizio stampa del tribunale. Secondo il fascicolo della causa giudiziaria, lo scorso luglio il detenuto ha derubato un suo conoscente, prendendogli il cellulare e 50 hrivna (poco meno di 2 euro). Il danno totale causato alla vittima è stato stimato in quasi 903 grivna (circa 30 euro).
Da bambino il ladro era un vagabondo e finì in un orfanotrofio. Praticamente non ha frequentato la scuola elementare e dopo aver finito gli studi della scuola media è andato subito al lavoro. La corte ha anche accertato che l'uomo non aveva mai letto libri in tutta la sua vita, e durante l'udienza sul suo caso ha letto un testo per sillabe.
Il detenuto, che ha una famiglia e due figli, ha ammesso pienamente la sua colpa. Il tribunale l'ha condannato con la sospensione della pena con un periodo di prova di un anno e una serie di obblighi. In particolare, durante questo periodo deve leggere la trilogia dei racconti di Lev Tolstoj "Infanzia", "Adolescenza" e "Gioventù", nonché la poesia di Ivan Franco "Stanzas".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 novembre 2021
Nel carcere di Taranto con 32 detenuti contagiati, mentre nei penitenziari italiani cresce il disagio per l'aumento del sovraffollamento. La diffusione del Covid 19 sta ancora mettendo a dura prova l'intero Paese e cominciano a spuntare nuovi focolai nelle carceri. Per ora, nulla da destare allarme. Ma si accende di nuovo l'attenzione per il carcere di Taranto con 32 detenuti infetti. Il dato del focolaio nel carcere tarantino sembra destinato ad aumentare con gli screening successivi e che interesseranno anche il personale. Fra quest'ultimo, infatti, fino a lunedì scorso, vi era un solo appartenente alla Polizia penitenziaria affetto da Covid.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 19 novembre 2021
La dem Bruno Bossio è critica sulla norma approvata in Commissione anche dal Pd. "Si vuole far credere che dare piena attuazione alla decisione della Consulta voglia dire in pratica liberare i mafiosi. Non è così".
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