di Giorgio Spangher*
Il Riformista, 23 giugno 2021
Bene le misure alternative al carcere, ma i limiti all'appello proposti dalla commissione Lattanzi negano un percorso garantito a chi non si avvale delle possibilità sanzionatorie miti.
Non è chiaro quale sarà l'approdo della riforma della giustizia penale che attende gli emendamenti del Governo al disegno di legge A.C. 2435 e i conseguenti sub-emendamenti alla proposta Lattanzi. Molto probabilmente l'impianto non sarà smontata non è difficile, allora, sviluppare alcune riflessioni generali di sistema, governato sulla cosiddetta "Giustizia 25%" in riferimento ai tempi di riduzione del giudizio penale.
Prima di entrare nel merito del tema che qui si intende sviluppare, vediamo brevemente il contesto che ha condotto ad una macchina della giustizia intasata. Siamo nel 1930: Alfredo Rocco e Vincenzo Manzini pongono mano alla riforma della giustizia penale, modificando sia il codice di procedura penale del 1913, sia quello penale del 1865, nella consapevolezza delle forti interazioni dei due modelli, ispirati entrambi ad una logica "autoritaria", se non inquisitoria, secondo l'ideologia dell'epoca. Seguì, di lì a poco, la riforma della giustizia minorile.
Identica fu la scelta anni dopo della riforma della giustizia civile. Nel tempo, abbiamo assistito ad ulteriori mutamenti, che hanno finito con l'affidare al processo penale una funzione in qualche modo impropria, ossia di lotta e contrasto ai fenomeni criminali. Si inizia con la legislazione dell'emergenza terroristica e si prosegue con quella nei confronti della criminalità.
A questo dato si è accompagnata una dilatazione sempre più ampia dell'area del penalmente rilevante e un progressivo ampliamento delle ipotesi incriminatrici inevitabilmente incanalate nella nuova "procedura". In questo contesto, l'esigenza di mantenere in equilibrio il sistema, al di là di altre considerazioni politiche - più o meno strumentali - era affidata all'amnistia ed all'indulto, che però al momento, dopo la riforma costituzionale del 1992, sono diventati istituti politicamente del tutto impraticabili.
Tutto ciò ha fatto sì che gli ingranaggi della "macchina" della giustizia, i quali devono integrarsi tra loro per assicurarne l'efficienza, si siano rivelati inadeguati. Come se ciò non bastasse, le modifiche sono state accompagnate dalla cosiddetta clausola d'invarianza finanziaria, essendo state approvate "a costo zero". Su queste premesse, si sono delineate precise proposte di riforma da parte della Commissione presieduta dall'ex presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Nella ritenuta impossibilità di intervenire, anche minimamente, sul sistema delle incriminazioni, la riforma proposta dalla Commissione punta ancora sul processo, attraverso una riduzione qualitativa e quantitativa del sistema sanzionatorio, favorendo le misure diverse dal carcere, tra cui: ampliamento delle "uscite laterali" (pagamenti per le contravvenzioni, archiviazioni meritate); sospensione dello sviluppo processuale (messa alla prova e condotte riparatorie, improcedibilità per irreperibilità); percorsi premiali allargati (patteggiamento, rito abbreviato e procedimento per decreto); esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto.
Fin qui tutto bene, in quanto il ridefinito sistema sanzionatorio tende a superare la prospettiva punitiva incentrata sul carcere e sulle misure custodiali. La criticità subentra laddove si mette mano alle restanti segmentazioni processuali: la Commissione, infatti, nel ritenere che la riforma del sistema sanzionatorio (a cui va aggiunta la prescrizione nella fase delle indagini) non sia sufficiente a decongestionare i percorsi processuali successivi, cerca di perseguire l'obiettivo di una durata ragionevole del processo aprendo la strada ad una mirata selezione di accesso all'attività di controllo attraverso le impugnazioni.
Il problema, tuttavia, è che all'imputato, che per le più svariate ragioni non ritenga di aderire alle "offerte" sanzionatorie miti, dovrebbe riconoscersi il diritto ad un pieno accertamento della responsabilità attraverso l'attuazione di percorsi garantiti. Ebbene, con la riforma strutturale del giudizio di secondo grado, a forte valenza ideologica, questo percorso garantito verrebbe meno. Si prevedono infatti modifiche all'appello, tra l'altro, sotto il profilo dell'accesso e dei suoi contenuti cognitivi e decisori; disincentivandolo, in caso di rito abbreviato, con una premialità in ingresso; prevedendo filtri alla sua proponibilità da parte del difensore dell'imputato assente; prospettando l'assegnazione del giudizio ad un giudice monocratico, salva la facoltà delle parti di chiedere, e del giudice di disporre d'ufficio, la rimessione alla composizione collegiale.
Il quadro appena rappresentato, oltre al suo valore culturale e ideologico (negativo in sé), è accompagnato dal significativo mantenimento dell'attuale giudizio di primo grado, non certo a connotazione accusatoria. nonché dall'introduzione dei rinnovati filtri in precedenza citati e dalla disciplina della prescrizione governata dalla filosofia dei due orologi.
In questo modo le varie opzioni processuali si collocano tra i paternalistici comportamenti per le riferite exit strategy e gli sviluppi della fase del giudizio di primo, ed ora anche di quella di secondo grado, quanto meno sofferta e problematica. Ancora una volta si chiede al processo - ed in particolare in questo caso all'appello - il sacrificio di farsi carico di una finalità che non gli è propria.
*Professore emerito di Diritto Processuale Penale presso l'Università di Roma "La Sapienza"
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 23 giugno 2021
Non solo il M5S di Conte, anche il Pd e la Lega sono tentati dalla linea dura sulla giustizia. Senza contare le posizioni di Fratelli d'Italia. Il nuovo M5S di Giuseppe Conte sarà diverso (Grillo permettendo) dall'originale in molti aspetti. Ma anche se Grillo non permettesse la trasformazione è già avvenuta e del dna del vecchio M5S si è perso anche il ricordo. Però una linea di continuità ci vuole.
Un elemento, fosse pure uno solo, capace di tranquillizzare i militanti in crisi d'identità. Conte lo ha già selezionato e indicato e la sua opzione era tanto prevedibile quanto prevista. La giustizia, o meglio il giustizialismo. Su tutto si può transigere ma non sul ritorno della prescrizione abolita da Alfonso Bonafede. Passino l'europeismo per chi era antieuropeo, la fine del blocco dei licenziamenti per chi aveva abolito la povertà, gli accordi politici da scandalizzare un doroteo. Ma la prescrizione, quella no. Meglio la crisi di governo, il default e fosse pure l'apocalisse. Nulla di nuovo. Nulla di stupefacente.
Conviene ricordare che il governo Conte, difeso per mesi con la scimitarra tra i denti al grido di "Giuseppe o morte" cadde non per la spallata di Renzi, come da vulgata bugiarda, ma perché il M5S preferì sacrificare il governo e il premier pur di impedire che il medesimo Bonafede fosse sfiduciato nell'aula del Senato. È probabile che Conte, in cuor suo, sia poco convinto e che si adegui malvolentieri, come a malincuore accettò di sloggiare da palazzo Chigi per far scudo all'allora guardasigilli.
Ma per adeguarsi si adegua, consapevole com'è che per i 5S quell'elemento è l'ultima e non sacrificabile ridotta della propria identità, la prova della loro stessa esistenza. Il segnale è indirizzato anche al Pd. Quando arriverà il momento di concordare almeno alcuni punti essenziali per dar vita a una coalizione non limitata alla necessità di fermare la destra, Conte tratterà su quasi tutto. Ma sulla giustizia Letta dovrà procedere con la cautela di chi passeggia in mezzo alle sabbie mobili, e del resto una parte essenziale dello stesso Pd, in materia, non è su posizioni troppo diverse da quelle dei 5S. La coalizione che ne nascerà sarà giustizialista e il massimo che il Pd potrà fare sarà temperare quel giustizialismo.
Il problema è che sul fronte opposto le cose non stanno diversamente. Certo Fi, dopo aver per decenni sbandierato il garantismo a uso privato, è probabilmente approdata ormai su posizioni sinceramente antigiustizialiste per tutti e questo è vero anche per una parte della Lega. Ma per un'altra parte della Lega, probabilmente maggioritaria soprattutto alla base, è vero il contrario, per non parlare di FdI che non intende certo farsi strappare il primato delle politiche repressive dagli ultimi arrivati di Grillo. La conclusione è ovvia: nel prossimo Parlamento, e già in questo, i poli principali saranno entrambi giustizialisti e anzi impegnati a cercare di strapparsi consensi mostrandosi più intransigenti degli altri. Insomma, un incrocio tra la Repubblica di Bonafede e quella di Javert. Alle posizioni garantiste o anche solo un tantinello più illuminate verrà riservato più o meno il diritto di tribuna.
La principale resistenza a questa tendenza, che in ultima analisi è il cuore stesso di quello che viene comunemente definito "populismo" perché solletica gli istinti peggiori dell'elettorato, è sin qui arrivata quasi solo dalle istituzioni. È stato un presidente della Repubblica a impedire che un magistrato come Nicola Gratteri si ritrovasse ministro della Giustizia insediato non dai 5S ma dal "garantista" Renzi. È stata la Corte costituzionale a insorgere contro quell'aberrazione anti costituzionale che è l'ergastolo ostativo.
Anche nel caso degli arresti di Parigi per crimini con i capelli bianchissimi la posizione della ministra della Giustizia ed ex presidente della Consulta Marta Cartabia è stata ben diversa dalla sgangherata truculenza mostrata dal predecessore Bonafede e dall'allora ministro dell'Interno Salvini al momento dell'arresto di Cesare Battiti. E lo steso capo dello Stato Mattarella è ben distante da quel giustizialismo populista. Lo scontro sul giustizialismo ci sarà, ed è inevitabile che quel nodo arrivi prima o poi al pettine. Ma potrebbe non essere tra le fazioni politiche bensì tra il populismo dei partiti le istituzioni repubblicane, o meglio, tra la fame di consenso facile delle forze politiche e la Costituzione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 23 giugno 2021
Libertà di stampa. La Corte costituzionale accoglie l'impostazione della Corte europea. (Quasi) cancellata la detenzione in caso di diffamazione aggravata che restava nell'ordinamento da oltre 70 anni. I giudici delle leggi costretti a intervenire per l'inerzia del parlamento. Che resta tale anche per il problema delle querele temerarie.
L'articolo della legge italiana che ancora prevede il carcere come pena per la diffamazione aggravata a mezzo stampa è incostituzionale. È un articolo - il 13 della legge sulla stampa del 1948 - che aveva oltre settant'anni, ieri la Corte costituzionale lo ha cancellato. L'ha fatto sulla spinta di una serie di sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo che hanno condannato il nostro paese per questa arcaica previsione, da Strasburgo giudicata niente di meno che una lesione della libertà di espressione.
La Corte costituzionale ha deciso ieri (presidente Coraggio, relatore Viganò), ma in realtà aveva già deciso il 9 giugno del 2020 in una delle sempre più frequenti ordinanze di "incostituzionalità prospettata", quando cioè aveva dato un anno di tempo al parlamento perché intervenisse con una nuova legge. Perché, disse allora la Corte, solo il legislatore può bilanciare i due principi in gioco, la "tutela della reputazione individuale" e la "libertà di manifestazione del pensiero, in particolare con riferimento all'attività giornalistica". Ma il parlamento non è intervenuto. Anche se non mancano i disegni di legge sull'argomento. Prevedono la cancellazione del carcere per la diffamazione sia il disegno di legge presentato al senato da Caliendo di Forza Italia, sia due disegni di legge presentati alla camera da Verini del Pd e da Liuzzi dei 5 Stelle. Solo il primo è stato esaminato ma non è andato oltre la commissione del senato. E così è arrivata ieri la decisione "telefonata" della Consulta, il replay di quello che era già successo di fronte a un'identica inerzia del parlamento sul fine vita.
La Corte ieri però si è limitata a dichiarare l'incostituzionalità della legge sulla stampa del '48 che prevede il carcere da uno a sei anni insieme a una multa pecuniaria nei casi di accertata diffamazione a mezzo stampa aggravata (lo è quando c'è l'attribuzione di un fatto determinato falso). Non ha invece raccolto la richiesta, che pure le arrivava dai tribunali che avevano sollevato la questione di costituzionalità (Salerno e Bari), di cancellare anche l'articolo 595 del codice penale, che prevede il carcere per la diffamazione semplice a mezzo stampa da sei mesi a tre anni ma in alternativa alla pena pecuniaria.
Questo perché la Corte costituzionale ha deciso di accogliere l'impostazione della Corte europea dei diritti dell'uomo, che facendo salvo il diritto degli stati di determinare le sanzioni penali ha ripetutamente stabilito che la previsione del carcere per i giornalisti si giustifica solo per fatti di particolare gravità che comportano la lesione concreta di diritti fondamentali o costituiscano incitamento alla violenza. Viceversa la minaccia della detenzione costituisce di per sé una coercizione della libertà di espressione, e di stampa, anche quando non dovesse essere materialmente eseguita.
Come non lo fu nel caso pilota che ha inaugurato la giurisprudenza in materia della Corte Edu, quello che riguardò due giornalisti rumeni nel 1996. E non lo è stato nemmeno per i primi due casi che hanno comportato una condanna dell'Italia, entrambi del 2013, in cui Strasburgo ha dato ragione prima ad Antonio Ricci e poi a Maurizio Belbietro, condannati entrambi a 4 mesi di carcere per diffamazione. Alla detenzione, seppure domiciliare, è invece arrivato Alessandro Sallusti, condannato a un anno e due mesi nel 2012 - anche lui da direttore del Giornale come Belpietro e anche lui per aver diffamato un giudice - ma graziato dal presidente della Repubblica Napolitano dopo tre settimane. Anche Sallusti ha ottenuto nel 2019 la condanna dell'Italia per la sproporzione della pena.
Soddisfazione hanno espresso sia la Federazione nazionale della stampa che l'Ordine nazionale dei giornalisti. Ma una volta cancellata o resa ancor più improbabile la prospettiva del carcere, per i giornalisti resta la ben più concreta minaccia delle querele temerarie. Anzi, la (semi) rimozione di un residuo antistorico dall'ordinamento come la pena della detenzione per i giornalisti, rischia di diventare l'alibi per le camere che hanno ampiamente dimostrato di non considerare una priorità la tutela della libertà di stampa.
Camera e Senato già nella scorsa legislatura, malgrado ben quattro letture parlamentari, non riuscirono ad approvare una legge di sistema (riprodotta nella sostanza nel disegno di legge Verini). E in questa legislatura è arrivato in aula ma è fermo da oltre un anno, al senato, il disegno di legge del 5 Stelle Primo Di Nicola che punta a limitare le querele temerarie, stabilendo che chi agisce con malafede o colpa grave contro un giornalista deve essere condannato a risarcirlo per almeno il 25% della somma che gli aveva ingiustamente chiesto.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 giugno 2021
Cade l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che finora faceva scattare la reclusione da uno a sei anni. La Corte sollecita il Parlamento, a fare "un complessivo intervento per bilanciare libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione".
Via il carcere per i giornalisti, ma anche per chiunque scriva sui social, tranne nei casi più gravi di diffamazione. È il verdetto della Consulta dopo quattro ore di camera di consiglio, relatore il giudice Francesco Viganò. Cade l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che finora faceva scattare, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa compiuta mediante l'attribuzione di un fatto determinato, la reclusione da uno a sei anni. Resta in piedi invece l'articolo 595 del codice penale che - scrive la Corte nel suo comunicato - prevede "per le ordinarie ipotesi di diffamazione la reclusione da sei mesi a tre anni oppure, in alternativa, il pagamento di una multa". Proprio quest'ultima norma, per la Consulta, consente al giudice di sanzionare con la pena detentiva i soli casi di eccezionale gravità.
La Corte, che accoglie i ricorsi dei tribunali di Bari e Salerno, scrive anche che "resta peraltro attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore, in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento - che la Corte non ha gli strumenti per compiere - tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all'evoluzione dei mezzi di comunicazione" che erano stati già evidenziati l'anno scorso. Quando, il 22 giugno, la Corte affidò al Parlamento 12 mesi di tempo per riscrivere le norme sulla diffamazione. Periodo inutile perché il Senato invece non ha deciso. Al suo posto, scaduto l'anno, la Corte ha deciso da sola.
di Giulia Merlo
Il Domani, 23 giugno 2021
Il Movimento 5 Stelle ha ribadito l'intoccabilità della riforma Bonafede, complicando ancora l'iter del ddl penale, di cui il Ministero non ha ancora presentato gli emendamenti. Ma rischia di trovarsi in minoranza. Il paletto del Movimento 5 Stelle è stato fissato e ribadito: la prescrizione targata Bonafede non si tocca, l'unico elemento accettabile su cui si può discutere è la modifica - concordata già nel governo Conte 2 - di far "ripartire" la prescrizione per gli assolti in primo grado, dividendo il loro percorso dai condannati. Si tratta di uno stop brusco che fa preoccupare il ministero della Giustizia e che rischia di riportare indietro una trattativa che dovrebbe essere invece già in dirittura di conclusione.
L'esecutivo Draghi e soprattutto il mandato di Marta Cartabia erano cominciati con tutt'altri patti: tutti i partiti della maggioranza avevano accettato la condizione di modificare la prescrizione, al momento dell'insediamento con la ministra. L'accordo, però, era che qualsiasi modifica si sarebbe decisa insieme: così i grillini si impegnavano a concedere spazi agli alleati, mentre il centrodestra ritirava gli emendamenti già presentati e che servivano a dare la spallata al governo Conte 2.
Oggi, invece, i Cinque stelle minacciano di sfilarsi, nonostante i numerosi colloqui con la ministra e soprattutto un lavoro già in fase molto avanzata in commissione. La relazione presentata dagli esperti presieduti da Giorgio Lattanzi contiene due proposte di modifica, mentre molte altre sono arrivate dai gruppi politici e ora Cartabia dovrebbe fare sintesi e presentare il maxi-emendamento del governo al ddl penale, che dovrebbe contenere una mediazione complessiva sul testo e gradita a tutti. Di più, l'emendamento del ministero dovrebbe arrivare a giorni, come a giorni è attesa l'audizione di Lattanzi in commissione Giustizia proprio a chiarire i contenuti della sua relazione. Invece, il metodo Cartabia, che consiste in piccoli passi di avvicinamento e confronti pazienti con tutti i gruppi, sembra essersi infranto contro il no del grillini, ormai sbandati rispetto alla leadership interna il cui riflesso sarebbe quello di arroccarsi intorno a una delle loro storiche bandiere.
Il rischio, tuttavia, è che se i grillini tentano la prova di forza si trovino in minoranza. Se durante il Conte 2, quando era stata trovata la mediazione delle diverse corsie per assolti e condannati in primo grado, la maggioranza si fondava su di loro, nel governo Draghi non è più così. Ora le forze politiche che hanno dato il sostegno al governo sono di più e soprattutto in buona parte considerano la riforma Bonafede un errore.
Addirittura, soprattutto una parte del centrodestra vorrebbe abrogarla in toto. Anche il Partito democratico punta a riformarla in modo sostanziale e i suoi emendamenti puntano a superare anche la mediazione del Conte 2 per introdurre una prescrizione processuale che scatti per fasi. Risultato: se il metodo Cartabia fallisse, potrebbe intervenire lo stesso Mario Draghi che sulla riforma della giustizia basa parte del piano di Recovery e i grillini si troverebbero in una situazione di oggettiva difficoltà politica.
L'unica certezza in questa fase così magmatica è che il ddl penale slitterà almeno di qualche settimana, quando invece la roadmap lo collocava in aula per fine giugno. Una scadenza che sembra improbabile possa essere rispettata, anche perché Cartabia proverà fino all'ultimo a includere i grillini nel percorso di riforma. Probabile, dunque, che "passi avanti" il ddl civile a cui si è al lavoro al Senato, che pure ha sollevato critiche sul fronte tecnico da parte sia degli avvocati civilisti che dei magistrati.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 23 giugno 2021
Salute mentale e sovraffollamento: commentando la relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti, Marta Cartabia non ha avuto esitazioni nell'indicare i principali problemi che affliggono i penitenziari italiani. Alla guardasigilli non saranno sfuggiti i dati sulla carcerazione preventiva che vedono la Campania al primo posto per numero assoluto di condannati non definitivi (1.233, pari al 18,8% del totale) e di reclusi in attesa del primo giudizio (1.252, cioè il 19,6% dell'intera popolazione carceraria). Numeri allarmanti che dimostrano come certa magistratura abusi delle misure cautelari e come, nella nostra regione come nel resto del Paese, dilaghi quella cultura giustizialista che vede nel carcere la principale - se non l'unica - risposta al fenomeno criminale.
A sollevare la questione è stato il deputato Enrico Costa che ha invitato Cartabia ad affrontare il problema del sovraffollamento "partendo dal 30,5% di presunti innocenti": su un totale di 53.660 detenuti, nelle carceri italiane se ne contano 16.362 in attesa di giudizio di cui 8.501 in attesa del primo giudizio.
In proporzione, come dicevamo, la Campania fa segnare dati ancora più allarmanti se si pensa che, al 31 maggio scorso, addirittura il 37,9% dei 6.554 detenuti ospitati nelle 15 carceri regionali è composto da presunti innocenti. Peggio fanno solo Friuli Venezia Giulia e Sicilia, dove i detenuti in attesa di giudizio costituiscono rispettivamente il 41,2 e il 38,1% dell'intera popolazione carceraria. Se invece analizziamo i valori assoluti, la Campania è saldamente al comando della poco lusinghiera classifica sia dei detenuti in attesa di primo giudizio sia dei condannati non definitivi, seguita da Sicilia e Lombardia.
"Si ha l'impressione che, sul territorio regionale, si faccia un uso sopra la media della custodia cautelare in carcere - osserva Vincenzo Maiello, punto di riferimento dell'avvocatura partenopea e docente di Diritto penale all'università Federico II - Questo è l'indizio di un uso forse non particolarmente sorvegliato delle norme in materia di misura cautelare che, in ragione della loro natura eccezionale, dovrebbero soggiacere a un regime stretta interpretazione e di rigorosa applicazione".
Secondo il professore Maiello, inoltre, "il problema è soprattutto culturale: il legislatore è già intervenuto e ha fornito indicazioni inequivoche sul carattere di extrema ratio del ricorso al carcere come presidio cautelare. Spetta alla giurisprudenza uniformarsi. Lo sta già facendo la Cassazione che ha impresso una svolta intrisa di sensibilità garantistica agli orientamenti ermeneutici in materia. Tuttavia, nella prassi della giurisprudenza di merito, permangono impostazioni non sempre vicine al valore della presunzione d'innocenza e al principio del minimo sacrificio necessario della libertà personale".
Il tema dell'eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva, però, s'intreccia anche con quello del disagio psichico e della dipendenza dalla droga. Si stima che circa 450 persone afflitte da simili problemi si trovino attualmente nelle carceri campane sulla base di denunce presentate dai familiari. Proprio così: "spedire" dietro le sbarre un proprio figlio o fratello tossicodipendente o affetto da disturbi psichici rappresenta talvolta un disperato tentativo di cura e di cambiamento. "Ma per quelle persone - sottolinea Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti - la detenzione rappresenta un problema in più. Attenzione, dunque, alla custodia cautelare che spesso non costituisce la risposta più appropriata a problematiche di natura psicologia ed emotiva".
Ovviamente, l'abuso della carcerazione preventiva incide negativamente sulla qualità della vita all'interno del carcere. Se si arresta con troppa nonchalance, non bisogna meravigliarsi del fatto che, in alcune celle di Poggioreale, siano stipati fino a 14 detenuti e che non tutti possano partecipare alle attività trattamentali previste.
A spiegarlo è Antonio Fullone, dirigente generale dell'amministrazione penitenziaria campana: "Se la carcerazione preventiva fosse l'eccezione, la vita in carcere sarebbe più sostenibile perché le celle non sarebbero sovraffollate e l'attività di rieducazione e risocializzazione, riservata ai soli condannati in via definitiva, risulterebbe molto più efficace". Come se ne esce, dunque? "Con un'ampia riflessione sulla detenzione - conclude Fullone - ma soprattutto cominciando a considerare il carcere come extrema ratio in coerenza con la Costituzione e i valori che ispirano il nostro ordinamento giuridico".
lavocedinovara.com, 23 giugno 2021
Il vicepresidente della Commissione Sanità e consigliere del regionale del Pd, Domenico Rossi, ha visitato la casa circondariale con il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e il garante comunale don Dino Campiotti. "Ho avuto l'ennesima conferma della complessità dell'ambiente carcerario e di quanto sia necessario confrontarsi con chi conosce a fondo le dinamiche che lo regolano per riuscire ad intervenire sulle condizioni di vita dei detenuti, ma anche per migliorare la qualità del lavoro e la sicurezza delle molte figure professionali che operano nei penitenziari". Lo afferma il vicepresidente della Commissione Sanità e consigliere del regionale del Pd, Domenico Rossi, al termine della visita della casa circondariale di Novara, sbaato 19 giugno, insieme al garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e al garante comunale don Dino Campiotti.
La visita anche l'occasione per un confronto con la direttrice Maria Vittoria Manenti e i sui collaboratori: "Ci sono questioni che vanno risolte a livello di sistema paese - dichiara il consigliere - a partire dallo stanziamento di maggiori risorse per assumere più personale con funzioni socio-educative, psicologiche e di mediazione culturale. Questo migliorerebbe le condizioni di lavoro di chi già opera, spesso in condizioni di forte stress, e permetterebbe di offrire un servizio migliore anche nei confronti dei detenuti. Abbiamo degli esempi virtuosi a livello nazionale - come ad esempio Bollate - che devono diventare normalità. Ma servono risorse, progettualità e un forte scambio con il mondo esterno".
Altre questioni riguardano, invece, la realtà novarese: "Non è più rinviabile, ad esempio, l'assunzione di una terza figura educativa, prevista in organico da tempo, considerato che al momento sono solo due per un totale di circa 170 detenuti".
Rossi ha visitato anche l'infermeria del carcere. "Il primo dato rilevante è che nel carcere di Novara si è registrato un unico caso di Covid, subito isolato e che la campagna vaccinale al momento ha coperto il 75% della polizia penitenziaria e oltre il 60% dei detenuti a testimonianza di un servizio che offre delle garanzie anche se proprio gli operatori hanno segnalato la necessità di figure professionali specifiche come chirurghi, ortopedici e urologi. Un'istanza che porterò all'attenzione sia di Asl che dell'ordine dei medici chiedendo di sensibilizzare i colleghi a tal proposito".
"Per quanto riguarda le dotazioni sanitarie interne al carcere, inoltre, come suggerito a più riprese dal garante regionale sarebbe opportuna una riqualificazione della ormai dismessa sezione femminile - prosegue il consigliere -. Occorrono in fondi necessari per trasformare un edificio al momento abbandonato in una struttura sanitaria moderna e funzionale".
Rossi ha è stato poi nelle zone detentive, gli spazi dedicati alle aule e alla tipografia, ha voluto riportare la segnalazione dei sindacati rispetto alla situazione del quarto piano della caserma agenti che necessiterebbe di interventi di sistemazione.
"Mi auguro - conclude Rossi - che ci sia la giusta attenzione da parte delle istituzioni preposte sulla situazione di Novara dove nel giro di pochi anni tutti i principali referenti interni alla struttura cambieranno per diverse ragioni: un nuovo direttore, un nuovo commissario e anche nuovi educatori. Credo sia fondamentale pensare a come progettare il futuro senza perdere di vista l'importante lavoro svolto in questi anni".
lavocedialba.it, 23 giugno 2021
Potrà ospitare una trentina di persone, in trasferimento da Biella. Sarà l'unica realtà del Piemonte e una delle poche del Nord Italia. Sono solo 10, allo stato attuale, i detenuti nella Casa di reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba. A breve saranno trasferiti in altre strutture detentive, come già accaduto per l'altra trentina di condannati che fino a poco tempo erano ospiti della struttura langarola, dove in autunno partiranno i lavori per dare seguito alla sua conversione, firmata e approvata in via definitiva nei giorni scorsi, in Casa Lavoro.
Qui verranno inserite circa 30 persone, ora ospitate nella Casa circondariale di Biella. Quella di Alba sarà l'unica struttura del Piemonte adibita a questo, e una delle pochissime del Nord Italia. Vi troveranno posto soggetti che hanno finito di scontare il proprio debito con la giustizia, ma che vengono ritenute socialmente pericolose o comunque non rimettibili in libertà. Si tratta di un'ulteriore misura restrittiva rivolta a persone con problemi psichiatrici, soprattutto.
Queste persone verranno coinvolte in progetti di inclusione sociale, culturale e lavorativa, coinvolgendo le istituzioni (Amministrazioni comunali, Azienda sanitaria locale, Consorzio socio-assistenziale), il terzo settore (cooperative, volontariato, associazionismo) e il mondo delle imprese profit. L'importo complessivo dei lavori, al via nei prossimi mesi, ammonta a 4.586.124,42 euro. L'intervento sarà eseguito in due fasi: la prima sul corpo attualmente chiuso per poterlo riconsegnare all'uso di destinazione in via prioritaria, la seconda sulla parte oggi operativa - a eccezione della caserma agenti e del reparto semiliberi - meno degradata e che necessita di un intervento meno importante, anche dal punto di vista finanziario.
Il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano: "Si è finalmente a una svolta. Sono soddisfatto, era una cosa che attendevo da tempo. Ora è necessario che la Regione faccia la sua parte, provvedendo a dare assistenza medica e psichiatrica agli ospiti che presto verranno trasferiti ad Alba".
di Lorenzo Boratto
La Stampa, 23 giugno 2021
L'ex sindaco di Cuneo ed ex assessore regionale Alberto Valmaggia (insegnate del Virginio del capoluogo) è il nuovo Garante dei detenuti del Cerialdo. È stato scelto tra altre sette candidature arrivate nelle scorse settimane in municipio. Sostituisce Mario Tretola, che si era dimesso dopo la nomina a presidente regionale delle Acli.
Ieri (martedì 22 giugno) al carcere di Cuneo si è svolta anche la festa della polizia penitenziaria per il 204 esimo anno dalla fondazione. A margine della festa è stato reso noto che da domani il carcere di Alba (il cui direttore Giuseppina Piscioneri guida a scavalco anche Saluzzo) diventerà una "Casa lavoro" per una trentina di internati, cioè chi ha già scontato la pena ma è sottoposto comunque a misure di sicurezza perché ritenuto socialmente pericoloso. La notizia era attesa da tempo: in Piemonte esiste una sola "Casa lavoro", a Biella, che è in fase di chiusura.
Ad Alba i primi 12 internati arriveranno proprio domani. Alla cerimonia al Cerialdo era presente anche il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, che spiega: "Il Piemonte è l'unica regione in Italia dove per 13 carceri in 12 città ci sono tutti i garanti cittadini, selezionati da amministrazioni di ogni colore politico. Positivo che chiuda la Casa lavoro di Biella: le inadeguatezze strutturali erano evidenti. La sfida di Alba si misurerà sulla capacità del territorio e degli enti locali di rendere effettiva la possibilità di recupero e reinserimento sociale degli internati".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 giugno 2021
Mercoledì scorso ha trasmesso la relazione annuale sull'attività del suo ufficio. Domenica scorsa, Stefano Anastasìa ha terminato il mandato da garante delle persone private della libertà nella regione Umbria. Mercoledì scorso ha trasmesso agli organi regionali la relazione annuale sull'attività del suo ufficio.
L'ultimo suo atto è la sottoscrizione del nuovo Protocollo per l'istruzione universitaria negli Istituti penitenziari dell'Umbria da parte del Rettore dell'Università di Perugia, Maurizio Oliviero, del Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Pierpaolo D'Andria e della Direttrice generale di Adisu, Maria Trani.
Diverse le criticità, ma nel contempo anche aspetti positivi. Tra le criticità emerse nella relazione, degna di nota è la segnalazione dell'uso della forza e trattamenti farmacologici coattivi. Nello specifico, si fa riferimento ad un episodio che ha coinvolto un detenuto del carcere di Terni definito "in stato di agitazione psicomotoria", nei cui confronti sarebbero state attuate misure di contenimento sproporzionate rispetto all'obiettivo perseguito (manovre di contenimento fisico per consentire la somministrazione di un farmaco sedativo intramuscolo).
In occasione della visita in Istituto dal Garante nazionale e del Garante ragionale, il 16 settembre 2020, da principio si nega la configurabilità di un Tso illegittimo, poiché non si tratta di una ipotesi di trattamento effettuato su paziente affetto da patologia psichica, ma semplicemente della somministrazione di un calmante in una situazione di agitazione psicomotoria.
Al termine di un lungo confronto con il personale sanitario si arriva a configurare il trattamento subìto dal detenuto di cui trattasi come un Tso non formalizzato, rispetto al quale i Garanti suggeriscono l'opportunità, pur in situazioni di emergenza, di attivare la procedura prevista ex lege, in modo tale che tali pratiche emergano dalla clandestinità. Altra criticità degna di nota è il discorso dei trasferimenti dei detenuti da un carcere all'altro, ma in regioni diverse. La lontananza dai familiari e la insufficienza di lavoro e di percorsi di reinserimento sociale a fine pena rappresentano la base motivazionale delle frequentissime istanze di trasferimento da parte di detenute e detenuti ristretti nel carcere perugino e giunte a conoscenza del Garante.
Nella relazione di Anastasìa si fa presente che la pandemia ha moltiplicato la sofferenza per le famiglie e i detenuti ristretti fuori dalle regioni di residenza, tanto più che i trasferimenti volontari sono stati bloccati, ma non quelli disciplinari o per sfollamento, e per lunghi periodi la chiusura dei confini regionali ha impedito anche l'unico colloquio mensile in presenza garantito dalla legislazione d'emergenza.
Inoltre, evidenza l'ufficio del garante regionale, l'elusione del principio di territorializzazione della pena (artt. 42 OP e 83 RE) spesso si traduce anche in una compressione del diritto di difesa, il cui esercizio è reso più complicato quando l'avvocato ha la sede di attività in luogo differente da quello di detenzione del suo assistito, come molto spesso accade.
Non a caso, il garante Anastasìa, raccomanda all'amministrazione penitenziaria (Dap) il contenimento del sistema penitenziario umbro nelle sue dimensioni, già di molto superiori alle necessità del territorio, anche al fine di evitare ulteriori violazioni del principio di territorializzazione della pena.
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