di Massimo Romano
napolitoday.it, 19 novembre 2021
Soltanto nei penitenziari napoletani sono otto i detenuti che si sono tolti la vita. Il garante Pietro Ioia: "Sono chiusi nelle celle, senza far nulla, circondati dal degrado". "Non puoi prevedere quando un detenuto si toglierà la vita. Magari ci hai parlato poche ore prima e ti sembrava stare bene, poi chiuso nella sua cella può scattare quella molla".
Solo nel 2021, nelle carceri di Napoli, otto detenuti si sono tolti la vita in cella e Pietro Ioia, Garante dei detenuti della Campania, prova a descrivere lo stato di disperazione in cui si trova chi varca la soglia di un penitenziario. "Luoghi come Poggioreale non hanno nulla di umano. Le persone vengono solo rinchiuse in celle affollte. Non ci sono programmi di rieducazione, i detenuti non fano nulla tutto il giorno. Vengono lasciati alla loro solitudine, ai loro pensieri, ai soprusi che i più deboli subiscono dai più forti. Molti di loro pensano '...ma chi me lo fa fare'. È una tragedia senza fine".
L'ultimo suicidio si è verificato a Secondigliano, a fine ottobre. Non c'erano segnali che potessero preannunciare un tale gesto. "Ero stato a colloquio con lui pochi giorni prima - racconta Ioia - e non avrei mai pensato che potesse fare un gesto del genere. Ma non potrebbe prevederlo neanche il più grande psicologo del mondo. La verità è che in cella la morte ti perseguita. Vieni a sapere che un detenuto dello stesso piano si è tolto la vita, che quello del piano di sopra è stato salvato dai compagni o dalla polizia penitenziaria. Diventa un tarlo che ti divora durante intere giornate di ozio". L'Italia è tra i paesi europei messi peggio per vivibilità delle case circondariali. Periodicamente l'Ue multa il nostro Paese per questo motivo. Napoli è tra le città italiane messe peggio: il penitenziario di Poggioreale, che potrebbe 'ospitare' 1.600 detenuti, ne conta oltre 2mila.
A governare la vita del carcere è la miseria. Anche in questi luoghi c'è una scala sociale e c'è chi sta in fondo e non può permettersi nulla. "Quando parlo con loro mi resta dentro la sofferenza di coloro che non hanno nulla, di chi raccoglie i mozziconi di sigaretta da terra, di chi viene lasciato dalla moglie mentre è ancora dentro, di chi non ha nessuno che lo venga a trovare. Penso che lo Stato non dovrebbe lasciare le persone a marcire, dovrebbe dargli una possibilità di rieducazione, magari attraverso lavori utili. Penso che non dovrebbero essere lasciati chiusi nelle celle, insieme alla loro disperazione".
gonews.it, 19 novembre 2021
È notizia di ieri mattina della morte di un detenuto della Casa Circondariale di Firenze Sollicciano di appena 52 anni, di origine Campane, che da alcuni giorni era ricoverato presso il reparto ospedaliero di Prato: lo dichiara Grieco Eleuterio segretario generale regionale Uil-Pa Polizia Penitenziaria. "Nonostante lo stato precario di salute, la persona era piantonata dalla Polizia Penitenziaria, fino all'ultimo. L'evento apre una riflessione sull'espiazione della pena in carcere, per le persone affette da gravissime patologie sanitarie, comprese quelle psichiatriche, che ad un certo punto non dovrebbero più essere ristrette nei penitenziari".
"Il fatto - aggiunge Grieco - che proprio oggi i detenuti chiedono mediante una lettera aperta la visita del Santo Padre, nella struttura di Sollicciano, deve far ancor più aumentare il livello di attenzione delle autorità tutte, finora silenti. Lo stato di degrado, di abbandono e di disorganizzazione nonché di una insufficiente prestazione sanitaria, in cui versa l'intera struttura penitenziaria, determina anche la garanzia dei bisogni degli individui, che in tutte le occasioni sfociano in aggressioni nei confronti del personale di polizia, come quella avvenuta ieri al reparto femminile". "È di tutta evidenza - conclude - che gli operatori di Polizia Penitenziaria oggi sono divenuti l'ultimo filtro di una serie di mancanze dell'amministrazione penitenziaria. Il silenzio della stessa non è più sostenibile, per cui ribadiamo la necessità di un'apertura di un tavolo permanente, affinché le parti possano collaborare unitamente e concordare quelle che sono le migliori soluzioni adottabili".
casertace.net, 19 novembre 2021
Angelo Barbaruolo era rientrato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 9 novembre. Il 12 novembre è deceduto: oggi è stata effettuata l'autopsia, domani mattina al Buon Pastore si terranno i funerali. Parla il nipote Antimo Barbaruolo.
Angelo Barbaruolo stava finendo di scontare una pena detentiva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma il 12 novembre scorso è deceduto. La notizia finora non era trapelata, ma a parlarcene è stato il nipote dell'uomo, Antimo Barbaruolo, che a nome della moglie e dei due figli del deceduto, chiede di sapere cosa sia accaduto, anche perché il detenuto Angelo Barbaruolo era rientrato nel penitenziario sammaritano appena tre giorni prima dell'inaspettata morte.
"Mio zio - ci spiega Antimo Barbaruolo - aveva trascorso un periodo nella comunità Le Ali di Casolla. Il 9 novembre del 2021, quindi tre giorni prima del decesso, mio zio è stato riportato in carcere dove avrebbe dovuto finire di scontare quattro mesi di reclusione, prima di poter tornare dalla sua famiglia. Mio zio - ribadisce il nipote Antimo - stava bene quando è uscito dalla comunità, per questo non ci spieghiamo come, dopo pochi giorni, possa essere morto. Il 12 novembre, infatti, dal carcere chiamano mia zia e le dicono che Angelo Barbaruolo si era sentito male ed era morto".
Angelo Barbaruolo, residente a Caserta, era nato l'11 luglio del 1961 e stamattina sul suo corpo è stata effettuata l'autopsia, per capire le reali ragioni del suo decesso. Domani mattina, invece, si terranno i funerali nella chiesa del Buon Pastore. La famiglia chiede di conoscere le cause di questa morte. Pare, infatti, che nessuno dei familiari, neppure la moglie, abbia avuto modo di poter vedere il cadavere del congiunto. Né in carcere, né a Medicina legale dove stamattina è stata effettuata l'autopsia. Tra l'altro, dopo l'autopsia, i cadaveri vengono generalmente zincati quindi, per la moglie e per i figli nemmeno la possibilità di rivedere per un attimo e salutare il familiare deceduto.
di Federico Cosenza
vastoweb.com, 19 novembre 2021
Gli erano stati revocati gli arresti domiciliari da parte dell'Autorità Giudiziaria. Ancora una volta un detenuto si toglie la vita nel carcere di Vasto. L'ultimo caso risaliva alla notte del 4 marzo 2021. Questa volta a farla finita è stato un 33enne rumeno a cui erano stati revocati gli arresti domiciliari da parte dell'Autorità Giudiziaria.
Con ogni probabilità la Procura di Vasto aprirà un fascicolo e sarà eseguita l'autopsia sul corpo dell'uomo così come da prassi. Una strage silenziosa quella delle morti suicide in carcere che può essere ridimensionata solo aumentando il personale di Polizia Penitenziaria in servizio nella struttura Vastese.
"Siamo abbastanza preoccupati per questi eventi - commenta Nicola Di Felice Segretario Regionale Osapp Abruzzo - che non sono nuovi nel carcere vastese. Quella dei suicidi è una fenomenologia in evoluzione sull'intero panorama nazionale e siamo convinti che bisogna investire sul disagio mentale nelle carceri, oltre a rinforzare gli organici di Polizia Penitenziaria che a Vasto appaiono sempre più ridotti.
Non possiamo continuare ad accettare queste spiacevoli condizioni sociali che restano una sconfitta per lo Stato, pur non volendo entrare nel merito del caso di specie - chiosa Giuseppe Merola Coordinatore Regionale Fp Cgil Abruzzo Molise - Funzioni Centrali (Ministeri). Rafforzare l'esecuzione penale esterna con investimenti interessanti sui territori ed avviare serie riflessioni politiche che tendono a migliorare la qualità di vivibilità penitenziaria per lavoratori e detenuti, oltre a rafforzare la presenza di figure professionali trattamentali, sanitarie e sociologiche all'interno degli Istituti Penitenziari, arginando situazioni di sovraffollamento".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2021
Sono invece pienamente compatibili le attenuanti comuni con le ipotesi di reato catalogate dal Legislatore come di lieve entità. Negata in radice l'applicabilità della causa di non punibilità al piccolo spacciatore che opera su una piazza diffusamente frequentata da ragazzini. Al contrario non è escluso che la lieve entità dello spaccio possa essere oggetto di riconoscimento dell'attenuante comune della speciale tenuità del fatto legata all'esiguità del lucro conseguito. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 42119/2021, ha parzialmente accolto il ricorso di un piccolo spacciatore trovato in possesso di una piccola quantità di droga "leggera" (26 grammi di marjuana).
La Cassazione conferma la decisione di appello dove non aveva ritenuto applicabile la causa di non punibilità del fatto per l'invocata tenuità. Infatti, gli Ermellini aderiscono al ragionamento dei giudici di merito secondo cui la modalità di spaccio - in pieno giorno in un luogo pubblico gremito di bambini - non integra quella condotta di tenue rilevanza nel delinquere.
Stessa conferma per il diniego delle attenuanti generiche, che a differenza di quelle comuni prefissate per legge - sono affidate alla valutazione del giudice. Nel caso specifico la Cassazione afferma la legittimità del diniego delle attenuanti generiche a causa della rilevata esistenza di precedenti a carico del ricorrente e per l'assenza di elementi positivi di giudizio che non possono certo identificarsi con l'ammissione dell'"evidente" responsabilità penale.
Al contrario, la Cassazione boccia come illegittimo il ragionamento del giudice che riteneva inapplicabile la diminuente della speciale tenuità del fatto con l'ipotesi di lieve entità del reato, espressamente codificata dal comma 5 dell'articolo 73 del Dpr 309/1990. Nel rinviare la decisione sul punto la Cassazione applica quanto già chiarito dalle sezioni Unite penali che hanno appunto affermato in materia di stupefacenti la piena compatibilità tra la forma lieve del reato e le attenuanti comuni.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 novembre 2021
"Sono vecchio, stanco. Ormai non vedo e non sento più". Un appello disperato pronunciato di fronte ai giudici del Tribunale di Napoli. Una dichiarazione spontanea fatta in aula, a fine udienza, due giorni fa, come a invocare una pena più umana. Parla Carmine Montescuro, classe 1934, zì Minuccio per quelli della zona di Sant'Erasmo e del centro storico di Napoli, un tempo boss, oggi il detenuto più anziano della Campania, forse d'Italia. Ottantotto anni, diabetico, con gravi problemi alla vista.
È in carcere da molti mesi, dopo una violazione delle prescrizioni previste dal regime di detenzione domiciliare che gli era stato concesso proprio a causa delle sue condizioni di salute. I giudici che nel 2019 avevano analizzato la sua cartella clinica lo avevano ritenuto, infatti, incompatibile con il regime detentivo. Immaginate cosa possa voler dire tornare in carcere a 88 anni, con tutta una serie di patologie che rendono la reclusione invivibile per chi la patisce e difficile per chi deve gestirla. Montescuro è recluso nel carcere di Secondigliano.
Per la giustizia è un uomo pericoloso al punto da dover stare in una cella nonostante sia ormai un uomo vecchio e malato. Un articolo dell'ordinamento penitenziario, il 47 ter, seppure con determinati paletti dovuti a pericolosità sociale e aggravanti, prevede che la pena detentiva inflitta a una persona che abbia compiuto i settanta anni di età "può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza". È una sorta di detenzione domiciliare con una finalità umanitaria motivata dal fatto che superata una certa età la reclusione in carcere diventa più invivibile. Anche la Costituzione, all'articolo 27, stabilisce che la condanna non sfoci in tortura e che sia sempre nei limiti dell'umanità. E cosa c'è di umano a tenere in una cella un uomo tanto anziano e malato? Montescuro sta affrontando un processo per associazione finalizzata alle rapine, e per quello si trova in carcere.
La sua storia è uno di quei casi in cui il passato criminale del detenuto pesa più di ogni valutazione in termini di umanità, garantismo, principi costituzionali. Un altro caso Cutolo in questo senso. Giustizia o tortura? Dilemma antico. Qualche mese fa a Napoli si registrò la morte di un detenuto 84enne, il vecchio boss Marandino. "Era una persona anziana con precedenti penali - spiegò il garante Ciambriello - ma questo giustifica il fatto che sia stato fatto morire nell'assoluta solitudine?". Storie che riaprono riflessioni sulla tutela della salute in carcere e sulla pena che non può diventare accanimento o tortura. "La tutela della salute, della vita e dell'età avanzata sono prioritarie rispetto alle misure cautelari? - fu la riflessione del garante - Credo che sia questa la domanda da porci, non solo per una questione di umanità, che negli ultimi tempi pare sia diventata merce rara, ma anche per misurare l'efficienza e l'efficacia di un sistema penale e detentivo che rimuove ogni problema trincerandosi dietro vincoli burocratici in un gioco a rimpiattino sulle diverse competenze di magistratura, sanità penitenziaria e periti".
Del vecchio boss non era rimasta che l'ombra. Ora il caso di Carmine Montescuro è all'attenzione del garante di Napoli Pietro Ioia e del garante campano Samuele Ciambriello. In Campania si contano circa cento detenuti anziani, che gravano sui drammi già normalmente vissuti in carcere, sulle carenze di assistenza e di personale, sulle difficoltà di gestire reclusi con tante criticità. Ad aprile scorso un report del Consiglio d'Europa in Italia tracciò un bilancio allarmante: troppi detenuti e troppo anziani. Un dato sul quale incidono sicuramente anche i tempi lunghi dei processi, quelli delle esecuzioni. Spesso le sentenze vengono eseguite a moltissimi anni dai fatti e accade di finire in cella da anziani per fatti commessi in un passato lontano. Un cortocircuito, uno dei tanti che si innescano quando si parla di giustizia e carcere.
Quando scoppiò la pandemia si stimarono circa mille detenuti anziani, furono valutate misure alternative per far fronte all'emergenza sanitaria. Ma gli effetti delle misure emergenziali sono sfumati nel corso di questi mesi. Nelle carceri il numero dei nuovi ingressi è tornato ad aumentare, il ricorso alle manette è più frequente, e nelle carceri il problema del sovraffollamento è tornato a essere un'emergenza. Nel caso di detenuti anziani diventa un'emergenza nell'emergenza. E si perde ogni barlume di umanità, perché la pena smette di avere una funzione rieducativa e diventa solo una misura punitiva, afflittiva.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 novembre 2021
Il 15 dicembre si svolgerà l'udienza preliminare per le violenze con 120 indagati, che potrebbero aumentare, e 177 vittime. Tra i soggetti offesi l'associazione Antigone, il Garante nazionale e "Il carcere possibile Onlus". Il 15 dicembre si svolgerà l'udienza preliminare per i fatti di Santa Maria Capua Vetere. In aula ci sarà anche l'associazione Antigone come parte offesa e chiederà di costituirsi parte civile. Com'è noto, il 9 settembre scorso è arrivata la chiusura delle indagini da parte della Procura della Repubblica, notificata a 120 tra agenti, funzionari di Polizia Penitenziaria e dirigenti dell'Amministrazione Penitenziaria.
L'associazione Antigone tra i soggetti offesi per i pestaggi a Santa Maria Capua Vetere - L'atto depositato inserisce l'associazione Antigone tra i soggetti offesi, assieme al Garante nazionale delle persone private della libertà e a "Il carcere possibile Onlus". Era stata proprio Antigone a presentare il 20 aprile, a pochi giorni dagli eventi, un esposto in Procura nel quale denunciava quanto svariati famigliari di persone ristrette a Santa Maria Capua Vetere avevano raccontato agli avvocati dell'associazione, con ricostruzioni tutte coerenti tra di loro e dalle quali emergeva la drammatica portata dell'operazione punitiva. Contestualmente, Antigone aveva avvisato gli allora vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Lo scorso giugno ben 52 persone, tra le quali il provveditore all'Amministrazione Penitenziaria della Campania, erano stati raggiunti da misure cautelari. L'atto di chiusura delle indagini è ingente per mole e contenuti. Sono 176 pagine, nelle quali si trovano gli elenchi delle persone indagate e delle vittime. Le prime sono 120, cui devono aggiungersi tutti coloro che ancora non sono stati identificati a causa delle protezioni facciali che si possono vedere nel video diffuso nei mesi scorsi dalla stampa. Le seconde sono 177. Numeri che sono il segno dell'enormità dell'operazione, fatta passare come un ripristino dell'ordine ma in realtà avvenuta quando la pacifica rivolta del giorno precedente, nella quale i detenuti chiedevano mascherine per proteggersi dal Covid, era già del tutto rientrata.
L'associazione Antigone ha scoperto che episodi violenti si sono verificati anche 10/15 giorni prima - L'associazione Antigone, scorrendo le pagine dell'atto, scopre che comportamenti violenti si erano verificati in quel carcere già "circa 15/10 giorni prima del 6 aprile", quando "a seguito di una lite avvenuta tra due detenuti ristretti presso la sesta sezione del Reparto Nilo, 50 agenti circa della polizia penitenziaria, muniti di scudi e manganelli (...), sopravvenivano e picchiavano indistintamente i detenuti", e in particolare un uomo "mentre questi cercava di proteggere un detenuto più anziano".
Le accuse: dall'abuso di autorità, al falso, al depistaggio, alla cooperazione in omicidio colposo, alle lesioni, alla tortura - Il documento si divide in 85 capi, ciascuno dei quali riguarda - in maniera intrecciata e sovrapposta - alcune delle persone indagate e si riferisce a specifiche fattispecie di reato, dall'abuso di autorità, al falso, al depistaggio, alla cooperazione in omicidio colposo, alle lesioni, alla tortura. Un capo di imputazione, quest'ultimo, già più volte utilizzato dai magistrati dal 2017, anno di entrata in vigore della legge che lo ha introdotto nel codice penale italiano, a oggi. Si legge nel documento: "...con una pluralità di violenze, minacce gravi ed azioni crudeli, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse, degradanti ed inumane, prolungatesi per circa quattro ore del giorno 6 aprile 2020, consistite in percosse, pestaggi, lesioni - attuate con colpi di manganello, calci schiaffi, pugni e ginocchiate, costrizioni ad inginocchiamento e prostrazione, induzione a rimanere in piedi per un tempo prolungato, faccia al muro, ovvero inginocchiati al muro - e connotate da imposizione di condotte umilianti (quali, ad esempio, l'obbligo della rasatura di barba e capelli)".
imgpress.it, 19 novembre 2021
Nell'ambito dell'Accordo Quadro per l'istituzione dei Poli Universitari Penitenziari (Pup), siglato lo scorso mese di marzo dagli Atenei dell'Isola, dal Garante dei Detenuti della Regione Siciliana e dal Provveditorato preposto, continuano le iniziative concrete poste in atto per consentire ai detenuti delle Case Circondariali e degli Istituti di pena il conseguimento di titoli di studio di livello universitario e per stimolarli ad affrontare un percorso formativo utile alla riabilitazione psico-sociale.
Per tali motivi, su proposta della prof.ssa Anna Maria Citrigno (ricercatrice di Istituzioni di Diritto Pubblico presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche e referente Cnupp dell'Ateneo peloritano per ciò che concerne le attività inerenti alla collaborazione fra le Università regionali e gli Istituti penitenziari) sono state previste misure agevolative ed è stato decretato l'esonero dal pagamento delle tasse universitarie - Contributo Onnicomprensivo Annuale, COA - per tutti gli studenti detenuti che vorranno intraprendere un cammino di studi, presso UniMe, nell'a.a. 2021/22. L'Ateneo assicurerà adeguata assistenza didattica (compresi gli esami di profitto), agevolazioni per il recupero degli Obblighi Formativi Aggiuntivi e possibilità di seguire le lezioni a distanza. Attualmente, 8 detenuti della Casa Circondariale Messina Gazzi hanno già manifestato la propria volontà per procedere all'immatricolazione e il numero è destinato a salire.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 novembre 2021
Dopo l'edizione dello scorso anno tenutasi solo online, BookCity - iniziativa creata nel 2012 dall'omonima associazione e dal Comune di Milano - è tornata da ieri a proporre una grande varietà di eventi con al centro libri, lettura e lettori su tutto lo spazio urbano. Un territorio a cui appartengono anche le carceri che quindi ospiteranno, come nelle precedenti edizioni, incontri, proiezioni, spettacoli e altre iniziative.
La casa di reclusione di Milano Opera, proprio grazie a una delle iniziative programmate da Bookcity21, riapre i cancelli alla città, dopo il lungo periodo in cui le misure anti Covid hanno costretto a limitare le relazioni esterne. Il 19 novembre, alle ore 18.00, nel teatro dell'istituto, la compagnia Opera Liquida guidata da Ivana Trettel, sarà la protagonista di "Sconfinando tra carcere e città, Opera liquida con la Feltrinelli.it". Nel corso dell'evento, introdotto dall'assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé e presentato dal direttore Silvio De Gregorio e dal comandante Amerigo Fusco, la compagnia presenterà brevi estratti di "Noi Guerra! Le meraviglie del nulla", interpretati da detenuti attori ed ex reclusi. Il debutto dello spettacolo, atteso da marzo 2020, avrà luogo nel teatro del carcere il 16 dicembre.
Nell'ambito della collaborazione con Feltrinelli.it rientra anche la partecipazione di alcuni membri di Opera Liquida all'incontro "Stai all'occhio!" progetto di prevenzione dei comportamenti a rischio nei giovani, rivolto agli studenti di scuole superiori, tenutosi stamane nella libreria di piazza Duomo.
Prende spunto dall'autobiografia professionale di Giacinto Siciliano, "Di cuore e di coraggio - Storia di una vita normale ma non tanto. Ricordi di un direttore di carcere " (Rizzoli), la tavola rotonda che ha fatto seguito alla presentazione del libro tenutasi al Palazzo di Giustizia. All'incontro, organizzato dal garante comunale dei diritti dei detenuti, Francesco Maisto, hanno partecipato il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia, avvocati, magistrati e lo stesso autore del libro.
Il programma della kermesse milanese, che si concluderà il 21 novembre, prevede altre due iniziative sul carcere, organizzate in collaborazione con l'Ufficio del garante comunale: domani, 19 novembre, nel teatro dell'Istituto per Minori Beccaria, la proiezione del docufilm "Clessidre", alla presenza del regista Francesco Clerici, e il 20 novembre a San Vittore, la presentazione del libro "Lo spazio di relazione nel carcere. Una riflessione progettuale a partire dai casi milanesi" di Andrea Di Franco e Paolo Bozzuto.
La Nazione, 19 novembre 2021
Un macchinario ha bisogno di essere riparato da mesi ma nonostante i solleciti l'intervento non arriva. Non è la prima volta che il problema viene segnalato e, così come accadde qualche anno fa, quando la situazione trovò poi uno sbocco in seguito alla segnalazione su La Nazione, hanno deciso di percorre la stessa strada.
Il problema è (di nuovo) quello del blocco delle prestazioni sanitarie di solito fornite dal gabinetto odontoiatrico all'interno dell'ambulatorio medico del carcere di Volterra. Così come accadde nel 2009, il guasto ad uno dei macchinari utilizzato dal personale medico che presta servizio all'interno della struttura due giorni alla settimana (secondo quello che dovrebbe essere il calendario abituale, insomma) sta impedendo il regolare funzionamento del servizio.
A farsi portavoce del problema è Francesco Innocenti che evidenzia il disagio - e anche le preoccupazioni - vissuto da tutti coloro che stanno scontando la loro pena. "Una delle apparecchiature - racconta Innocenti - non è funzionante ormai da alcuni mesi e questo comporta l'impossibilità di accedere alle cure odontoiatriche.
Non possono essere previsti nuovi interventi da parte del personale medico e quelli fissati in precedenza, fra i quali il mio, sono ripetutamente rimandati a data che ancora non è possibile fissare, perché non è chiaro quando lo strumento sarà riparato". E questa situazione di stallo, sottolinea ancora Innocenti, "resta tale nonostante la segnalazione iniziale e poi i ripetuti solleciti effettuati dalla Direzione del carcere. Purtroppo, alla resa dei fatti tutto quanto è rimasto al momento inascoltato". L'appello, quindi, è rivolto a chi deve predisporre l'intervento dei tecnici in modo tale che il servizio medico possa riprendere.
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