di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 6 agosto 2021
La visita di Schmidt: l'iniziativa in autunno nel Giardino progettato da Michelucci? I quadri degli Uffizi nel carcere di Sollicciano: un progetto che potrebbe diventare realtà. L'idea, a cui sta lavorando la direzione del carcere insieme alle Gallerie degli Uffizi, è quella di esporre alcune opere del museo (attingendo soprattutto dai quadri conservati negli attuali magazzini) nel Giardino degli Incontri del penitenziario affinché siano visitabili sia dai detenuti che dai loro familiari, oltre che da tutta la cittadinanza. Un progetto per permettere al carcere, luogo quasi sempre chiuso e impermeabile, di aprirsi all'esterno attraverso la cultura e che mette in cantiere anche un percorso didattico sulla storia dell'arte per i detenuti proprio a partire dalle opere esposte.
Per ragionare attorno a questa idea, nei giorni scorsi al penitenziario di Sollicciano è arrivato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che ha fatto un sopralluogo nel carcere accompagnato dalla direttrice Antonella Tuoni, dall'assessore alle politiche sociali di Palazzo Vecchio Sara Funaro, dall'assessore alla cultura di Scandicci Claudia Sereni, dal garante comunale dei detenuti Eros Cruccolini e da una delegazione della Fondazione Michelucci. È proprio la Fondazione ad aver progettato il Giardino degli Incontri, la struttura esterna al penitenziario il cui intento è quello di unire il carcere alla città. Il padiglione, dove sono già esposte alcune opere d'arte, è l'ultimo progetto realizzato dall'architetto e urbanista pistoiese Giovanni Michelucci, scomparso nel 1990. L'opera, con il relativo giardino, il teatro all'aperto e le opere annesse, è destinata agli incontri dei detenuti con i loro familiari ma anche ad altre iniziative utili all'apertura di rapporti da parte della società civile e delle sue istituzioni al mondo del carcere.
Michelucci, considerato un maestro dell'architettura contemporanea, giudicava questa straordinaria esperienza di progettazione partecipata "tra le più belle e significative" della sua vita, un'esperienza realizzata col gruppo di detenuti che lo invitò e collaborò con lui nelle difficili condizioni di un carcere metropolitano. Nella struttura, negli ultimi anni, si sono svolti numerosi incontri, conferenze, eventi teatrali, nonché incontri con istituzioni cittadine e ministri che hanno fatto visita a Sollicciano. Il progetto di portare i quadri degli Uffizi nell'istituto fiorentino, che per adesso è soltanto un'idea, potrebbe trovare concretezza a settembre, quando a Sollicciano sono previsti nuovi sopralluoghi da parte dei tecnici degli Uffizi insieme agli operatori del penitenziario per valutare la fattibilità dell'iniziativa. Oltre alle opere d'arte delle Gallerie, si sta lavorando anche per portare all'interno del Giardino degli Incontri altri quadri e monumenti conservati nei vari luoghi d'interesse culturale presenti in città.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 agosto 2021
A 18 anni ha avuto un video di un minore in chat, condannato senza che il difensore precedente facesse appello. Ha subito episodi di violenza da detenuti. Ha gravi problemi fisici e psichici. Presentata la richiesta di grazia a Mattarella. Ha vent'anni e si trova in gravissime condizioni di salute fisica tanto da portare un catetere nonostante la giovane età.
Tutto ciò, in aggiunta ai problemi psichici causati dal travaglio giudiziario scaturito in una condanna definitiva. Come se non bastasse, durante il periodo detentivo nel carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, avrebbe ricevuto brutali violenze da parte di altri detenuti, compreso il fatto che l'avrebbero costretto a bere urina. Come mai? È stato condannato per un reato che, nella cultura del mondo carcerario, viene definito "infame". La sua vicenda, come vedremo, ha avuto un destino drammatico. Una storia davvero "infame" quella di Marco, nome di fantasia per proteggere per ovvie ragioni la sua identità.
L'incubo è iniziato per un video ricevuto in chat da uno sconosciuto - L'anno scorso è stato condannato a sei anni di carcere perché, quando era appena 18enne, tramite una chat per adulti ha ricevuto un video che riproduceva parte intime di una persona a lui sconosciuta. Si scoprii poi, durante le indagini fatte proprio nei confronti dello sconosciuto, per una inchiesta sul videogioco Blue Whale, che si trattava di un 14enne. Quindi un minorenne. Per questo motivo - ribadiamo che all'epoca dei fatti aveva appena compiuto 18 anni -, Marco è stato condannato per il reato di produzione di materiale pedopornografico. Ora ad assisterlo è l'avvocato Fausto Malucchi del foro di Pisa, prima Marco è stato difeso da un legale che non ha fatto nemmeno appello alla sentenza di primo grado.
Il suo difensore: "Giura e spergiura di non essere colpevole" - Il caso è stato portato a conoscenza di Rita Bernardini del Partito Radicale, tanto da constatare che il ragazzo sta veramente male e rischia moltissimo. Il Dubbio ha contattato l'avvocato Malucchi per approfondire la vicenda. "Il mio assistito giura e spergiura di non essere colpevole - racconta l'avvocato Malucchi -, aveva solo diciotto anni quando qualcuno, dal cellulare di sua madre, ma in uso a lui, chatta per circa un'ora con una persona mai vista e conosciuta ed abitante a mille chilometri di distanza. Poi chiude facendosi inviare materiale riproducente il pene dello sconosciuto interlocutore". Qualche anno dopo Marco viene condannato dal Gip Tribunale di Perugia perché quella foto sul suo cellulare l'ha inviata un adolescente di quattordici anni, in barba alle regole che riservavano la chat in questione solo ai maggiorenni.
La condanna è stata definita in due anni e otto mesi di reclusione - Parliamo di una condanna avvenuta il 15 settembre del 2020. La pena base era di sei anni. Sono state concesse le attenuanti generiche arrivando a quattro anni di reclusione ed infine con lo sconto per il rito abbreviato è la condanna è stata definita in due anni e otto mesi di reclusione. Però per quel reato (art. 600 ter c.p., produzione di materiale pedopornografico) non si può chiedere alcuna misura alternativa alla detenzione. Si va subito in prigione, e solo dopo un anno di osservazione in istituto si può richiedere l'affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare e tutte le altre misure.
L'avvocato precedente non ha presentato ricorso in appello - Il fatto drammatico è che l'avvocato precedente non avrebbe comunicato l'esito della sentenza al ragazzo. Non solo. Il legale non è ricorso in appello, e per tale ragione la stessa sentenza è diventata così definitiva. Accade così che il 17 marzo del 2021, Marco viene raggiunto dall'ordine di esecuzione pena e quindi condotto presso l'Istituto Penitenziario calabrese di Vibo Valentia per scontare la pena complessiva di anni due e otto messi. Il reato contestato è ostativo, quindi Marco ha la possibilità di poter accedere alle misure alternative solo dopo un anno di osservazione in carcere. Come spiega l'avvocato Malucchi, il ragazzo è già affetto da diverse patologie, ma fino a quel momento estraneo ad ogni esperienza di carattere penale. Marco manifestava fin da subito un preoccupante disagio associato a un rapido peggioramento delle sue condizioni generali di salute. In particolare, non accettava il fatto di non aver svolto alcuna attività difensiva poiché ciò gli era stato consigliato dal legale precedente il quale lo aveva sempre rassicurato. Ma così non è stato.
Il ragazzo ha un malessere psichico tanto da lasciarsi andare, auto isolarsi - Come emerge dalle letture del diario clinico, il ragazzo è precipitato in una spirale di malessere psichico tanto da lasciarsi andare, auto isolarsi e attuare scioperi della fame e della sete. Azioni che gli hanno peggiorato il quadro di salute fisica già in precedenza precaria. Per far fronte a queste crisi, dal carcere di Vibo Valentia lo hanno mandato per un mese a quello di Barcellona Pozzo di Gotto. Ex Opg, con sezioni adibite alle terapie psichiatriche. Da poco è ritornato al carcere calabrese e ha reso noto all'avvocato che, nel carcere siciliano, sarebbe stato picchiato e bullizzato da altri detenuti, perfino costretto a bere urine, fino a rendersi necessario il suo isolamento.Il reato, ricordiamo, è stato commesso nel 2017.
Al di là della vicenda in sé che desta molti punti interrogativi su come andarono effettivamente i fatti (ha commesso davvero il reato contestato?), fin da quella fatidica data in poi, Marco ha avuto una condotta di vita ineccepibile. Come ha ben spiegato l'avvocato Malucchi, il ragazzo ha supportato le modeste condizioni economiche della famiglia di cui fa parte con lo svolgimento di occasionali lavori e soprattutto iscrivendosi al Corso di Laurea in Mediazione Linguistica con specializzazione in Criminologia ed Intelligence che si tiene nella città di Vibo Valentia.
È stata presentata una domanda di grazia al presidente della Repubblica - Recentemente è stata presentata una domanda di grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella con richiesta al magistrato di Sorveglianza di differimento facoltativo della pena. Ma la procedura ha le sue regole e il magistrato ora è in ferie. Riportiamo alcuni passaggi della richiesta della grazia, istanza a firma dell'avvocato Malucchi. La carcerazione del ragazzo "frutto esclusivo di un processo caratterizzato dall'assenza di difesa - si legge nella richiesta -, ha destato sconcerto e sconforto tra i docenti che hanno avuto modo di valutare la sua personalità e le sue doti in questi anni di studi e di impegno. E la loro incredulità si è trasfusa in un'importante deliberazione con la quale non hanno protetto un criminale ma hanno espresso un qualificato parere su una persona con cui hanno quotidianamente condiviso giornate di studio e di lavoro, proprio nella ricerca e nell'attuazione dei mezzi più importanti per il contrasto al crimine".
Prosegue l'istanza: "In ultimo resta da evidenziare le gravi condizioni di scadimento psicofisico che oggi caratterizzano (...). Condizioni sicuramente conseguenti alla sua carcerazione e soprattutto all'impossibilità di metabolizzare una condanna per un reato in ordine al quale gli è stato prima "consigliato" di non difendersi e successivamente gli è stata preclusa l'impugnazione non avendogli comunicato l'esito della catastrofica sentenza di primo grado". E conclude: "Anche il suo stato di salute, compromesso gravemente da una sentenza ingiusta, denota l'inumana afflittività di una pena, priva di effettivo senso giuridico, oggi in esecuzione nei confronti di (...) e che si chiede venga mitigata mediate l'accoglimento del provvedimento di clemenza in oggetto".
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 6 agosto 2021
"Non capisco perché veniamo gettati in prigione. Ne usciamo ancora più forti". Sembrerebbe in prima lettura un irriducibile controsenso, specialmente se la prigione in questione è il carcere turco di Diyarbakir, luogo di persecuzione e indicibile tormento per i curdi. Ma dal tormento nasce la resistenza, dalla reclusione i germi di un'indifferibile evasione. "Prigione n. 5" (Becco Giallo Editore) è il graphic novel - realizzato in modo significativamente rocambolesco - con cui l'attivista, artista (le sue opere sono esposte al Peace Forum di Basilea, al Drawning Center di New York, alla Tate Modern di Londra e al Museo di Santa Giulia di Brescia) e giornalista curda Zehra Dogan racconta i suoi anni da reclusa. Per invitare a non ignorare il grido di autonomia di un intero popolo.
Dogan, per quale motivo è stata condannata dalle autorità turche?
Fra il 2015 e il 2016, nel Sud- est della Turchia, il popolo curdo, che ha aspettato invano per anni che il governo turco ne riconoscesse l'autonomia, ha rivendicato zone di autogoverno e resistenza a Nusaybin e altre città curde. Io mi trovavo lì come giornalista, al fine di dare copertura a quegli eventi. Sono stata arrestata per aver raffigurato la distruzione di Nusaybin in un disegno e condannata a tre anni di carcere.
Cosa ha significato per lei scrivere e disegnare questo graphic novel e in che modo è avvenuta la sua realizzazione?
Poiché dentro il carcere era molto difficile disporre di materiale artistico, ho chiesto a una mia amica, Naz Öke, di inviarmi delle lettere che recassero uno spazio vuoto sul retro in modo da potervi disegnare. Da quando ero piccola, ho avuto modo di vedere film e foto sul carcere di Diyarbakir e leggere libri sull'argomento, ma viverci è un'esperienza del tutto diversa. Solo una volta dentro, ho potuto raccontare attraverso questo mio lavoro come in realtà si svolgesse la vita in quel carcere.
Cosa rappresenta la Prigione n. 5?
La Prigione n. 5 costituisce per i curdi quello che la prigione di Saigon rappresenta per i vietnamiti o le carceri guatemalteche per i sudamericani. Non a caso, negli anni Ottanta i carcerati curdi, per sentirsi pronti, leggevano libri sul carcere di Saigon, ma non si aspettavano certo che il governo turco potesse andare ben oltre in quanto a violenza ed efferatezze. Perciò, il carcere di Dyarbakir è diventato anche un luogo simbolico della resistenza curda.
Cosa simboleggia il 14 luglio 1981 per la coscienza del popolo curdo?
Il 14 luglio 1981 rappresenta l'inizio della resistenza del popolo curdo. In quel giorno, il governo turco ha scelto di costruire delle carceri come fossero scuole atte a rieducare e assimilare i rivoluzionari curdi attraverso torture e violenze di ogni sorta. Da tutto ciò, da questa situazione insostenibile, è scaturita la resistenza.
Dal mese di luglio del 2016 è avvenuta una stretta sui diritti civili da parte del governo di Erdogan. Recentemente ha registrato un miglioramento al riguardo o la situazione è rimasta invariata?
Prima del 2016, il governo di Erdogan seguiva una linea politica moderata. Dopo quell'anno ha cambiato completamente direzione, accentuando i suoi caratteri più marcatamente violenti, razzisti, sessisti e nazionalisti. La situazione, per gli oppositori, è progressivamente peggiorata e a tutt'oggi non si registrano miglioramenti.
Anche i bambini non vengono risparmiati dalle prigioni turche?
Quasi mille bambini stanno crescendo oggi in prigione e non hanno alcuna idea di cosa accada all'esterno. Non hanno accesso a un'educazione scolastica e attendono unicamente che arrivi il momento in cui i loro genitori usciranno dal carcere per poterli seguire. Il vero problema, tuttavia, riguarda i bambini che vivono fuori di prigione. In un sistema educativo islamista e sessista come quello turco, è molto difficile che il loro destino possa migliorare.
Lei scrive: "Nei settori le donne erano più combattive degli uomini. Non hanno mai ceduto alle torture". Cosa deve imparare il resto del mondo delle donne curde?
Le donne curde non vivono in Paesi democratici ma si trovano in una zona geografica contesa. Nelle strette maglie di un contesto aspro e proibitivo cercano di costruire un sistema ecologico, femminista e basato sulla parità di genere, tentando di contrastare l'egemonia internazionale di Stati molto potenti. Non è un'impresa facile.
Cosa chiede oggi il popolo turco?
La richiesta del popolo turco è molto semplice: non chiede uno Stato, ma semplicemente di avere una propria autonomia, di poter decidere liberamente del proprio territorio e costruire un percorso ecologista, che rispetti la parità di genere. Non è vero - come divulga il governo turco - che esso porta avanti una campagna terroristica che mira alla divisione. In realtà, chi esercita davvero il terrore non è il popolo curdo quanto lo Stato turco, che divide, crea confini e genera terrorismo. L'Europa deve aver presente in maniera chiara una cosa: il popolo curdo non chiede uno Stato ma solo la propria autonomia. È questa la vera richiesta del popolo curdo.
di Carlo Colloca
Left, 6 agosto 2021
Sono passati tre decenni dallo sbarco della Vlora ma una parte consistente della società italiana, e ancor più della politica, sembra ancora riluttante a voler prendere consapevolezza della profonda trasformazione in senso multietnico e multiculturale che viviamo da allora.
Le migrazioni rappresentano una costante nella storia dell'umanità. Gli individui si muovono per una molteplicità di ragioni, individuali o strutturali, economiche, politiche, socio-culturali e climatiche. Questa mobilità può avvenire a vari livelli: si attraversano i confini verso altre città e regioni; mentre alcune popolazioni si spostano da una nazione all'altra, e una parte di queste varca diversi continenti.
La migrazione assume forme specifiche, può essere volontaria o forzata, temporanea o permanente e ridisegna la morfologia socio-culturale, giuridica e spaziale di uno Stato. L'Italia queste dinamiche le vive da almeno trent'anni, da quel giovedì 8 agosto 1991, quando l'arrivo della nave Vlora, in viaggio da Durazzo a Bari, segnava l'inizio di una storia del Paese non soltanto come terra di emigrazione, ma anche di immigrazione. Si celebrano in questi giorni i trent'anni dallo sbarco di circa 20mila albanesi nel capoluogo pugliese, ma ancora una parte consistente della società italiana, e ancor più della politica italiana, sembra riluttante a voler prendere consapevolezza della profonda trasformazione in senso multietnico e multiculturale che viviamo da allora.
Va detto, però, che mentre in Europa, ben prima del 1991, si facevano largo modelli di accoglienza e inclusione dei migranti ispirati all'assimilazionismo (in Francia), alla centralità della dimensione comunitaria (in Germania), al differenzialismo (in Gran Bretagna) o all'interculturalità (in Svezia), l'Italia - a distanza di trent'anni dagli eventi di Bari - ancora non ha elaborato un suo modello. La produzione legislativa non è certo mancata, anche se fino alla metà degli anni 80, la Repubblica italiana, contraddicendo le disposizioni dettate dall'articolo 10 della Costituzione, regolava l'afflusso di cittadini stranieri sul proprio territorio rifacendosi al Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza del 1931, integrandolo periodicamente con circolari ministeriali per colmare le lacune della normativa fascista. Sarà la legge 943/86 (Legge Foschi) il primo intervento normativo degno di rilievo in materia di flussi migratori, anche se non prevedeva elementi di programmazione, ma soprattutto conteneva una visione semplicistica del mercato del lavoro degli immigrati, accompagnata da una serie di meccanismi complessi. Negli anni a seguire con la legge 39/90 (Legge Martelli) si ebbe un primo tentativo di trattare in modo organico la questione, dando la sensazione che si potesse intravedere una politica italiana in tema di immigrazione. In realtà nasceva per rispondere a situazioni emergenziali e, forse, non è un caso che rappresenti, ancora oggi, la base della legislazione in materia.
L'aver introdotto il Testo unico sull'immigrazione nel 1998, a seguito della legge 40198 (Legge Turco-Napolitano), è stato sicuramente un passaggio significativo, ma non determinante per offrire un modello italiano di accoglienza e inclusione, anche perché pesantemente riformata in senso restrittivo dalla legge 189/02 (Legge Bossi-Fini). Segue un ventennio segnato dall'avvicendarsi di "pacchetti sicurezza" (protagonisti soprattutto i ministri dell'Interno Maroni, Minniti e Salvini), di pratiche discriminatorie dei diritti umani nel farraginoso sistema dell'accoglienza fra Cpt, Cara, Cas e Cie-Cpr e di accordi con Paesi, quali la Libia, per contenere gli arrivi.
Fanno eccezione rari casi di misure in materia di protezione internazionale e di scelte che andrebbero rafforzate per realizzare progetti sostenibili di accoglienza - quale l'ex Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), oggi Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), costituito dalla rete degli enti locali. Fra le eccezioni, anche il grande lavoro di certo volontariato che tanto si spende su questo fronte. Forse, a ben vedere, a trent'anni dall'attracco della nave Vlora al porto di Bari, l'Italia un modello di accoglienza e di inclusione l'ha elaborato ispirandosi alla cultura dell'emergenza e della sicurezza.
Diversamente è difficile spiegarsi i tempi prolungati di permanenza nel sistema di accoglienza e l'insostenibilità dello stesso in termini di rispetto dei diritti umani e, altresì, come possa permanere nella condizione di cittadino a metà anche chi, immigrato, ma residente regolarmente in Italia (ad oggi sono 5.035.643 e rappresentano l'8,5% della popolazione residente), non gode dei diritti di elettorato attivo e passivo (soprattutto se extracomunitario), anche se incide sulla composizione dei collegi elettorali. Dunque vive da suddito in un Paese di cittadini, un po' come accadeva alle donne in tempo di suffragio universale maschile.
Ancor più dequalificante per una società democratica è la questione della cittadinanza con riferimento ai figli dei cittadini stranieri. Anche se nati in Italia e, quindi, non migranti, vigendo lo jus sanguinis sono discriminati per ragioni biologiche e poco importa se condividono stili di vita, dialetti e pratiche sociali dei coetanei autoctoni. Infine c'è il dramma di quanti sono ridotti in schiavitù per consentire che una parte consistente dell'economia agricola non vada in crisi! Il tempo trascorso da quel giovedì 8 agosto 1991 non sarà ricordato come un trentennio glorioso per l'Italia in tema di politiche migratorie e modelli di accoglienza e inclusione.
Il timore è che, complice anche la pandemia da Covidl9, cresca un sentimento di estraneità per evitare/discriminare l'altro, soprattutto se immigrato, innescando conflittualità latenti o manifeste tra un "noi", al quale la cittadinanza apparterrebbe per nascita, per storia, per tradizione, per sangue, per radicamento territoriale e un "loro", i nuovi arrivati, che - stando a taluni - "non possono" e "non devono" rivendicare diritti.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 6 agosto 2021
La denuncia è stata depositata nella Corte federale di Boston ed è stato chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari. Washington sorpresa. "La violenza in Messico è intimamente collegata alla vendita di armi negli Stati Uniti. I produttori americani facilitano attivamente il traffico di fucili e pistole che finiscono nelle mani dei narcos". Così martedì 3 agosto il ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard ha spiegato per quale motivo il suo governo abbia fatto causa a 10 costruttori di armi statunitensi.
La denuncia è stata depositata nella Corte federale di Boston, nel Massachusetts, lo Stato in cui hanno sede diverse società citate. Nell'elenco figurano, tra le altre, il ramo statunitense dell'italiana Beretta, insieme con Colt's Manufacturing Company, Glock, Sturm, Ruger & Co. Nelle carte si legge che ogni anno circa mezzo milione di armi viene trasportato illegalmente dagli Usa al Messico: 380 mila pezzi sono fabbricati dalle ditte portate in tribunale. Sarebbe questo flusso enorme di pistole, fucili, mitragliette ad alimentare l'ondata di stragi e sparatorie. Il numero di omicidi ha raggiunto livelli record: circa 17 mila all'anno. Non basta. Secondo il Messico la diffusione delle armi avrebbe causato "una contrazione dell'1,7% del prodotto interno lordo". Da qui la richiesta, anche se non ancora ufficializzata dagli avvocati, di "un risarcimento" pari a circa 10 miliardi di dollari. I legali fanno riferimento a un precedente: la Remington Arms versò 33 milioni di dollari ai parenti delle 26 vittime, uccise nella scuola Sandy Hook (Connecticut, 2012).
Ma il caso qui è completamente diverso. Lawrence Keane, vice presidente della National Shooting Sports Foundation, respinge le accuse: "Il governo messicano è responsabile della tumultuosa crescita del crimine e della corruzione nel Paese. I cartelli dei narcos gestiscono il contrabbando delle armi, oppure le rubano ai militari o ai poliziotti locali". L'Amministrazione di Washington è stata colta di sorpresa. Nei mesi scorsi Joe Biden ha fatto pressione affinché il Senato approvasse i disegni di legge già varati dalla Camera. In particolare l'8 aprile scorso aveva insistito su un aspetto cruciale: l'abolizione dello scudo giuridico che impedisce ai fabbricanti di armi di essere citati per danni in una causa civile. I repubblicani, però, stanno bloccando tutto, spalleggiati dalla stessa influente lobby di costruttori che ora protesta per la denuncia messicana.
Nello stesso tempo la Casa Bianca è in allarme per l'atteggiamento del presidente Andrés Manuel Lopez Obrador. Dopo aver vinto le elezioni, nel 2018, Lopez Obrador ha iniziato a smantellare "L'iniziativa Merida", il piano sulla sicurezza concordato nel 2007 tra l'allora leader messicano Felibe Calderòn e George W.Bush. Proprio pochi giorni fa Lopez Obrador è stato lapidario: "L'Iniziativa Merida è morta". Quel programma, aggiornato anche da Barack Obama, prevede quattro "pilastri" per contrastare lo strapotere dei narcos e "modernizzare" il confine.
Ma, come nota Vanda Felbab Brown, esperta analista del Brookings Institute, "la generica legislazione sociale di Lopez Obrador ha lasciato mano libera ai cartelli". Ora le cosche controllano centimetro per centimetro le città, specie quelle al confine con gli Usa, come Tijuana, Ciudad Juarez, Nuova Laredo, Matamoros. Non solo. Gli americani sono preoccupati perché sembra essersi fermata la bonifica delle istituzioni locali, della polizia, profondamente contaminate dalla corruzione.
Potenziare l'esecuzione penale mantenendo centrale analisi dei bisogni e intervento socio-pedagogico
di Anna Rita Silvestri*
Ristretti Orizzonti, 5 agosto 2021
Se il carcere non è solo un luogo di custodia e di separazione - temporanea o a vita - dalla società libera, allora ci vuole un deciso investimento nelle culture e nell'etica della risocializzazione, per il recupero alla vita sociale di persone che hanno percorsi di vita deviante, più o meno strutturati. Anzi, quelli meno strutturati in carcere non dovrebbero proprio entrare anche se, spesso, per l'assenza nei territori di una rete di prevenzione, che si dica tale, i servizi socio-psico-pedagogici-sanitari in carcere diventano la prima se non l'unica presa in carico dei bisogni e delle problematiche personali e sociali degli autori di reato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 agosto 2021
Antigone denuncia l'aumento in tutta Europa del ricorso all'isolamento penitenziario. L'associazione ha preparato una guida pratica per gli organismi impegnati nel monitoraggio degli istituti penitenziari.
di Gian Luigi Gatta*
Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2021
C'è chi ha parlato di certezza di "impunità"; c'è chi ha parlato di "tagliola". Toni allarmistici e immagini efficaci, nella comunicazione mediatica, che sono però quanto di più lontano ed estraneo alla filosofia e agli obiettivi della riforma della giustizia proposta dalla ministra Cartabia, approvata all'unanimità dal Consiglio dei Ministri e ora, a larga maggioranza, dalla Camera. Stabilire tempi massimi di durata dei giudizi penali di appello e di cassazione, a pena di improcedibilità, persegue due fondamentali obiettivi.
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 5 agosto 2021
Il governo dovrà realizzare gli investimenti su cui poggia la speranza di una macchina giudiziaria più efficiente. Ma ogni singolo magistrato dovrà maturare una rinnovata coscienza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. L'editoriale del direttore Massimo Giannini pubblicato domenica 1 agosto ("La giustizia che interessa gli italiani") induce ad alcune considerazioni su quella che viene ormai comunemente definita "riforma della Giustizia".
di Armando Spataro
La Repubblica, 5 agosto 2021
La Camera ha finalmente approvato il disegno di legge sulla riforma della giustizia penale e l'ultima parola spetta ora al Senato. Il Dl contiene per una parte una serie di deleghe al governo e, per l'altra, norme immediatamente precettive che intervengono sia sul codice penale che su quello di procedura. Sembra dunque che il governo abbia superato l'impasse determinata da dure critiche provenienti sia da partiti che lo sostengono che da parte del mondo dei giuristi, in particolare da alcuni magistrati, ma anche dall'Anm ed in parte dal Csm.










