di Chiara Cardoletti
Il Domani, 21 giugno 2021
Le popolazioni civili, inclusi i più vulnerabili, donne e bambini, disabili, anziani, hanno continuato a fuggire, senza avere alternative, alimentando una tendenza alla crescita del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case che non accenna a diminuire da quasi dieci anni. La popolazione delle persone in fuga è ampia e rappresenta l'1 per cento dell'umanità. Se questi 82 milioni di persone formassero una nazione, sarebbe il diciottesimo paese al mondo per numero di abitanti subito dopo la Germania. La pandemia ha avuto inoltre un impatto negativo sulla disponibilità di posti messi a disposizione dagli stati per il reinsediamento dei rifugiati sui loro territori, che ha raggiunto il livello più basso nel corso degli ultimi 20 anni.
Il 23 marzo 2020, nel pieno divampare di una pandemia che avrebbe causato enormi sofferenze per il mondo intero, il segretario generale dell'Onu António Guterres, invocava il cessate il fuoco globale. Contro un nemico comune, che attacca tutti indiscriminatamente, era necessario proteggere i più vulnerabili, compresi gli sfollati e i rifugiati, che avrebbero pagato il prezzo più alto e rischiato ulteriori sofferenze e perdite. "La furia del virus - affermò perentorio il segretario generale - sottolinea la follia della guerra".
Un cessate il fuoco globale era indispensabile per creare corridoi umanitari che permettessero di salvare vite, per aprire spazi alla diplomazia e per dare speranza alle aree del mondo più instabili. Ma purtroppo i conflitti non si sono fermati davanti al virus. I leader mondiali non hanno intensificato quegli sforzi necessari a facilitare la pace, la stabilità e la cooperazione. Le popolazioni civili, inclusi i più vulnerabili, donne e bambini, disabili, anziani, hanno continuato a fuggire, senza avere alternative, alimentando una tendenza alla crescita del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case che non accenna a diminuire da quasi dieci anni.
Oggi, nel mondo, sono oltre 82 milioni le persone che sono state costrette ad abbandonare tutto per cercare protezione da violenza e persecuzione: oltre 20 milioni di rifugiati, 48 milioni di sfollati interni, in fuga all'interno del proprio paese, oltre 4 milioni di richiedenti asilo. La popolazione delle persone in fuga è ampia e rappresenta l'1 per cento dell'umanità. Se questi 82 milioni di persone formassero una nazione, sarebbe il diciottesimo paese al mondo per numero di abitanti subito dopo la Germania.
Oggi i due terzi dei rifugiati nel mondo fuggono dai conflitti e dalle violenze di soli 5 Paesi: la Siria, il Venezuela, l'Afghanistan, il Sud Sudan e il Myanmar, mentre milioni di persone sono state costrette alla fuga all'interno dei loro stessi Paesi. Alimentato soprattutto dalle crisi in Etiopia, in Sudan, nella regione del Sahel, in Mozambico, Yemen, Afghanistan e Colombia, il numero di sfollati interni è in aumento di oltre 2 milioni rispetto all'anno precedente. I bambini costituiscono oltre il 40 per cento di tutte le persone in fuga dalla violenza: sono i più vulnerabili ed esposti al rischio di abusi, soprattutto quando le condizioni di precarietà a cui sono costretti durano per anni.
Chi è costretto a fuggire per mettersi in salvo porta con sé un bagaglio di sofferenze, ma anche di forza, coraggio e di voglia di tornare a essere membri attivi delle comunità ospitanti. E sono i Paesi vicini alle aree di crisi e quelli a basso e medio reddito che ospitano la stragrande maggioranza dei rifugiati, l'86 per cento del loro numero totale.
Un'emergenza che non finisce - L'Agenzia dell'Onu per i Rifugiati viene costituita nel 1950. Avrebbe dovuto svolgere le sue funzioni per soli tre anni, considerato il tempo necessario per dare assistenza alle persone in fuga dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 2020, l'Unhcr ha raggiunto i 70 anni di esistenza. Non è un anniversario da celebrare ma certamente siamo fieri e orgogliosi del nostro lavoro all'interno delle Nazioni Unite.
Continuiamo a servire i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo e gli apolidi in tutto il mondo fornendo assistenza umanitaria, impegnandoci a trovare per loro soluzioni durevoli, lavorando in stretta collaborazione con gli Stati affinché vengano garantiti loro diritti e protezione. Allo stesso tempo esercitiamo continue pressioni affinché quei Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati ricevano maggiore sostegno dalla comunità internazionale.
Ma questi interventi non bastano per invertire la tendenza alla crescita del numero di persone costrette alla fuga. Le soluzioni stentano a causa di ostacoli costanti e di diversa natura: il numero di rifugiati e di sfollati che hanno potuto far ritorno nelle proprie case è calato rispettivamente del 40 e del 21 per cento nel 2020. I conflitti si protraggono e troppo raramente le condizioni permettono il rientro in sicurezza. La pandemia ha avuto inoltre un impatto negativo sulla disponibilità di posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento dei rifugiati sui loro territori, che ha raggiunto il livello più basso nel corso degli ultimi 20 anni. Le cause che stanno alla radice dei movimenti forzati di popolazioni vanno affrontate con decisione dai leader mondiali, che devono impegnarsi maggiormente per risolvere i conflitti e per garantire il rispetto dei diritti umani. Solo una politica che riporti equilibrio, misure concrete di prevenzione, pacificazione, inclusione e sviluppo, potrà permettere a un numero sempre maggiore di rifugiati e sfollati di trovare soluzioni rispetto a quante persone ancora non hanno alternativa alla fuga forzata.
di Mauro Palma*
La Stampa, 21 giugno 2021
La persona ospitata in un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura - la quale è spesso di fatto privata della libertà - ha diritto a vedere inserita questa sua peculiare situazione nel contesto di un piano trattamentale che sia orientato al massimo recupero dell'autodeterminazione che la propria situazione soggettiva gli consente, con tappe e strumenti che non prevedano un periodico ricorso routinario a questa ospedalizzazione.
La stessa tensione al potenziamento di ogni pur limitata e residuale possibilità di scegliere e orientare il proprio tempo deve caratterizzare l'ospitalità di chi è accolto in residenze per anziani o per disabili, scongiurando in modo assoluto la possibilità di traduzione di questa sua specifica collocazione in una forma di internamento (...). Voglio qui condividere soltanto tre o quattro osservazioni per formulare una richiesta al Legislatore.
La prima riguarda l'arretratezza dei dati disponibili - gli ultimi forniti dall'Istat sono del 2018. La seconda riguarda la classificazione delle strutture per disabili che scompaiono quando le persone compiono il sessantacinquesimo anno di età, poiché da quel momento le residenze sono classificate "per anziani" e l'analisi dei bisogni e dell'adeguatezza delle risposte alle relative specificità spariscono. La terza riguarda la disomogeneità territoriale: il numero di posti letto disponibili in tutto il Sud è circa la metà di quello relativo alla Lombardia (...).
È doverosa una complessiva riflessione sul sistema in sé delle residenze sanitarie assistenziali che sono nella maggior parte dei casi strutture private accreditate; nonché sui criteri di accreditamento, che proprio perché calibrati sull'organizzazione a stanze e numero di letti, a cui si aggiunge qualche ambiente comune, hanno finito col configurare l'impossibilità di attività comuni per il rischio di contagio (...) dove il letto diveniva il "luogo" della giornata (...).
Molte volte il Garante nazionale ha sollecitato la loro controllata apertura in sicurezza e troppo spesso le indicazioni in tal senso date dal Ministero della Salute risultano tuttora disattese regionalmente perché affidate alla discrezionalità del gestore. Con danni importanti di regresso cognitivo nel caso di utenti con specifiche disabilità.
Da qui la duplice proposta: dell'avvio di una riflessione ampia sulla risposta istituzionale alle fragilità dovute all'età, alle disabilità, più in generale ai particolari bisogni specifici, che riconfiguri l'attuale modello; e, parallelamente l'istituzione di un registro nazionale effettivo che possa dare con continuità un quadro delle situazioni e indichi come e dove intervenire, supportando, controllando, rivedendo ove necessario, convenzioni anche talvolta di antica tradizione.
*Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale
di Benedetta Ferrari
etrurianews.it, 21 giugno 2021
Il "cibo come strumento di reinserimento sociale" se ne parlerà nell' incontro on line del Polo universitario penitenziario di Roma. Il Polo Universitario Penitenziario di Roma Tre e il Corso di Laurea in Scienze e culture enogastronomiche in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e la Cooperativa agricola sociale O.R.T.O. una realtà attiva nel territorio della provincia di Viterbo, promuovono un incontro-dibattito in modalità a distanza, mercoledì 23 giugno dalle ore 15:00 alle ore 18:30.
L'occasione è offerta dalla presentazione del progetto "Semi-Liberi. Agricoltura sociale in carcere" avviato nel 2017 dalla Cooperativa O.R.T.O. presso la Casa Circondariale di Viterbo.
Questa importante esperienza offrirà lo spunto per una tavola rotonda che si annuncia di grande interesse. Un dibattito aperto per parlare di rieducazione e inserimento lavorativo delle persone private della libertà. Come sta cambiando l'attività rieducativa? È possibile trasformare un istituto di pena in luogo di costruzione di benessere? La produzione di eccellenza artigianale e agro-alimentare può essere un esempio di innovazione al servizio della collettività e di percorso rieducativo per i detenuti? Come può un consumatore essere attore dei percorsi di innovazione agricola e sociale?
L'Università Roma Tre sarà rappresentata dal Prof. Giancarlo Monina, Delegato del Rettore per la formazione universitaria negli Istituti penitenziari, e dalla Prof.ssa Livia Leoni, coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze e culture enogastronomiche, mentre il Presidente della Cooperativa O.R.T.O. Dott. Marco Di Fulvio illustrerà le caratteristiche del progetto.
Alla tavola rotonda, moderata dallo scrittore Carmelo Musumeci, parteciperanno Daniela de Robert del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale; Natalina Fanti, Responsabile Servizi Educativi della Casa Circondariale di Viterbo; Oscar La Rosa, CEO di "Economia Carceraria" e Tony Urbani, Ricercatore dell'Università della Tuscia.
L'incontro proseguirà con il contributo di Benedetta Calabresi, ex studentessa di Scienze e culture enogastronomiche e autrice della tesi "Il cibo come strumento di reinserimento sociale" e le testimonianze di Imma Carpiniello, CEO della Cooperativa Le Lazzarelle di Pozzuoli, e Agnese Inverni, Tutor del progetto "Semi Liberi" presso la serra della Casa Circondariale di Viterbo. Concluderà l'incontro il Presidente Marco di Fulvio.
Il progetto "Semi Liberi" - Attivo dal 2017 per la rieducazione e il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti sostenuto da volontari che promuovono un modello di agricoltura che sia sempre più ecosostenibile ed inclusiva. Oltre a fornire strumenti formativi per i detenuti, ha la peculiarità di voler produrre alimenti particolari - i germogli di piante commestibili a elevato valore nutritivo - all'interno di un luogo che per vocazione non richiama i concetti di "benessere e salute".
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 21 giugno 2021
Una serata-concerto a Parabiago, nell'hinterland milanese, con i detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione attivo da oltre vent'anni soprattutto nel carcere di Opera, ma anche con alcuni familiari di vittime della criminalità.
Le canzoni di Fabrizio De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, gli interventi dei detenuti con una "finestra" sulla vita del Gruppo della Trasgressione. Ma anche la partecipazione di alcuni familiari di vittime della criminalità, che con l'associazione collaborano da anni incontrando in carcere gli autori di reati anche gravissimi per sostenerli nel loro percorso di recupero. Il mondo del carcere torna a "parlare" direttamente con l'esterno, dopo un anno e mezzo di isolamento totale segnato da rarissime eccezioni, e lo fa con un concerto a Parabiago, nell'hinterland milanese che avrà luogo giovedì 24 giugno alle 21 al campo sportivo "Nino Rancilio". Molto più di un concerto in realtà. Un segno.
"Il concerto - spiega in effetti lo psicologo Juri Aparo, fondatore del Gruppo della Trasgressione e tuttora suo coordinatore - mescolando canzoni di Fabrizio De André con interventi di detenuti ed ex detenuti che hanno effettuato un lungo percorso col Gruppo stesso, punta principalmente ad attivare il dialogo fra detenuti e collettività: parti che quando rimangono sorde l'una all'altra generano conflitti e contrapposizioni, che alla distanza e a loro volta producono malessere nel singolo e danni alla società".
La serata di Parabiago ha per titolo "Occhi grandi color di foglia", quel verso di Via del Campo che sintetizza il tipo di sguardo necessario a cogliere e far germogliare le relazioni tra persone anche quando sono vicinissime, come una puttana e una bambina, l'innocenza e il peccato, la parte scura e la parte chiara di noi.
"La serata - prosegue Aparo - proporrà̀ poi una dozzina di canzoni in risposta alle quali i detenuti del Gruppo della Trasgressione consegnano al pubblico le loro antiche fragilità, per molto tempo negate e oggi in cerca di una funzione grazie alla quale diventare risorse per la citta: storie di vita vissuta, di degrado e di criminalità, ma anche storie di persone che, dopo anni di introspezione e di lavoro sui propri errori, partecipano oggi a progetti in favore del bene collettivo che in passato era stato gravemente offeso". E lo psicologo chiude: "Studiare e lavorare con i detenuti, alla distanza, giova alla società più che lasciarli isolati fra le sbarre del carcere".
di Enrico Ferro e Felice Paduano
Il Mattino di Padova, 21 giugno 2021
Abdel Majid Mabchour era accusato di un delitto del 2006. L'amico: "Da giorni diceva di avere male al petto". Una persona è stata trovata morta ieri mattina sotto un grande albero di cedro, all'interno del giardino dove una volta c'era il collegio per le universitarie Domus Laetitiae.
Era un uomo senza casa che dormiva lì da alcuni giorni, avvolto in una coperta, accanto a un suo connazionale. Si tratta di Abdel Majid Mabchour, 45 anni, marocchino, uscito dal carcere lo scorso 3 giugno dopo aver trascorso anni dietro le sbarre con l'accusa di omicidio. Anche in base alla testimonianza del connazionale Said Ellehasz, originario di Casablanca, il marocchino deceduto nel corso della notte, che sul corpo non presentava segni di violenza, sarebbe morto in seguito ad un attacco cardiaco.
I primi a notare qualcosa di strano sono stati i fedeli che ieri mattina si sono presentati a messa. Verso le 9.30 una parrocchiana ha chiamato il parroco Fernando Spimpolo. In quel frangente si sono resi conto che l'uomo sotto la coperta era morto, così sono stati chiamati i carabinieri. Durante l'omelia don Fernando ha ricordato il dramma che si può celare nella precarietà della vita. Nel borsello della vittima è stata trovata una tessera magnetica che vale come riconoscimento alle cucine popolari di via Tommaseo, con la foto e il nome di Abdel Majid Mabchour. È bastato inserire le sue generalità nella banca dati interforze per scoprire che si trattava dell'uomo accusato di essere l'assassino di Francesco Sarno, il cameriere napoletano ucciso a bastonate sul lungargine del Piovego il 10 ottobre 2006.
Un altro marocchino, Alì Samir, era stato erroneamente condannato a 23 anni per questo delitto, perché assomigliava in tutto al connazionale Abdel Majid Mabchour, che poi ha confessato di essere stato presente quando venne pestato a morte il cameriere. Mabchour si trovava sul lungargine del Piovego assieme al connazionale Mourad Assal. A suo dire fu quest'ultimo ad aggredire Sarno che "non voleva fare cambio dell'eroina con la cocaina". Allora lo colpì "con un bastone ed una pietra". Una versione ritenuta dal giudice edulcorata per "arginare il proprio ruolo alla mera presenza sul luogo". Questo non gli ha evitato oltre dieci anni di carcere, da cui era uscito solo il 3 giugno scorso. Il sostituto procuratore di turno Roberto D'Angelo ha già disposto l'autopsia per accertare le cause della morte.
di Nazareno Dinoi
lavocedimanduria.it, 21 giugno 2021
Era salito a quaranta ieri, ma mancavano ancora altri risultati dei tamponi, il numero dei detenuti del carcere di Taranto contagiati dal coronavirus. E con i numeri cresce anche il nervosismo nella popolazione carceraria, reclusi e personale di custodia compresi, alle prese con quella che per il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, è "una pentola a pressione che potrebbe esplodere con effetti devastanti". E non solo da punto di vista sanitario.
Anche ieri nei corridoi del penitenziario tarantino ha echeggiato il sinistro rumore della "battiture", la caratteristica protesta dei detenuti che battono ritmicamente oggetti di metallo contro le sbarre. Preludio spesso di vere e proprie ribellioni. Le famiglie, alle quali sono stati sospesi i colloqui, cercano di informarsi attraverso i propri avvocati che a loro volta si rapportano con gli uffici di direzione. Le notizie che filtrano non raccontano niente di buono perché quello che si temeva è avvenuto. Il virus ha infatti oltrepassato la sezione di massima sicurezza, dove è nato il cluster, raggiungendo altri tre reparti del penitenziario.
Tra gli infettati anche alcuni lavoranti, detenuti impiegati nelle mansioni di manovalanza interna, tra cui gli addetti alle cucine. Per questo la direzione del carcere ha sospeso la preparazione dei pasti caldi somministrando ai detenuti solo piatti pronti. Ieri si è inoltre saputo che un detenuto che era rientrato da un permesso premio ha presentato i sintomi dell'infezione e dal test è risultato positivo. C'è quindi il sospetto che il virus se lo sia portato dall'esterno. Il dipartimento di prevenzione della Asl non fornisce informazioni sulla tipizzazione del virus per cui non è dato sapere se si tratti di una delle varianti resistente al vaccino. Quasi tutti i contagiati sono stati vaccinati con la prima dose, alcuni nemmeno quella.
La direttrice del carcere, Stefania Baldassarre, cerca di circoscrivere il contagio separando i positivi dai contatti diretti man mano che si scopre la loro positività. Compito non facile in una struttura nata per contenere la metà delle persone attualmente ospitate. La soluzione proposta, per la quale si attende l'autorizzazione degli uffici preposti, è quella di occupare la nuova ala realizzata di recente per duecento posti. "Al momento non vedo altre soluzioni", afferma la direttrice Baldassarre infastidita da voci che la davano dimissionaria. "Chi mi conosce - dice - sa bene che non abbandonerei mai il mio posto nei momenti di difficoltà come questo".
Gli attivisti e le attiviste dell'associazione tarantina "Marco Pannella" chiedono di poter effettuare die sopralluoghi nel penitenziario e denunciano la mancanza di medici e infermieri messi a disposizione dalla Asl "che hanno costretto persino il dirigente sanitario a dare le dimissioni perché - si legge in una nota -, non riusciva a coprire con quattro medici il fabbisogno che la pianta organica stabilisce in undici". Solo ieri dall'azienda sanitaria ionica è arrivata una prima risposta con l'assegnazione di due medici all'infermeria del carcere.
Il sindacato Sappe, che si chiede perché l'amministrazione penitenziaria a livello centrale e regionale non abbia inteso avviare un massiccio programma di sfollamento di detenuti negativi nelle regioni limitrofe, invita la magistratura di Taranto ad aprire un fascicolo per verificare la correttezza di tutti i provvedimenti adottati da vari enti coinvolti al fine di ricercarne le effettive responsabilità".
di Michela A.G. Iaccarino
huffingtonpost.it, 21 giugno 2021
Ristruttureranno la Bam. Riabilitata e perfino glorificata in Russia l'esperienza dei lavori forzati. La storia della Federazione russa potrebbe tornare a scorrere laggiù dove si era fermata, al confine delle città dove sorgevano i campi di lavoro forzati per i nemici del regime comunista. Vecchi gulag sovietici e nuovi gulag russi. Nel lontano, siderale e sterminato est di Mosca, dove le infrastrutture richiedono costante manutenzione, il Fsin, Servizio penitenziario federale, ha deciso di lanciare un progetto pilota in cui saranno coinvolti inizialmente solo poche centinaia di prigionieri delle sature carceri nazionali.
A causa della pandemia i gastarbeiter, (i migranti in arrivo da tutte le ex Repubbliche sovietiche per lavorare a prezzi ridottissimi e condizioni usuranti ad ogni latitudine russa), hanno fatto ritorno in patria e hanno abbandonato lavori che i russi non si affrettano ad accettare. Anche per questo, nei prossimi mesi, su base volontaria, i condannati per reati minori potranno raggiungere il cuore della Siberia per ristrutturare la Bajkalo-Amurskaya maghistral', una ferrovia parallela alla Transiberiana, che collega il cuore gelido della Federazione con l'Estremo Oriente.
Nota anche con l'acronimo Bam, lunga 4500 chilometri, fu ideata in epoca zarista, ma la sua realizzazione risale all'era sovietica: fu costruita "grazie al lavoro forzato di migliaia di prigionieri del gulag", dice Andrea Gullotta, studioso di letteratura e storia russa e docente universitario all'Università di Glasgow. "Il progetto di riproporre l'utilizzo dei lavori forzati in Russia è l'ultimo di una lunga serie di circostanze che hanno lentamente portato la Russia a rivalutare l'esperienza del gulag. Colpisce non solo la proposta in sé, quanto la scelta dei cantieri in cui mandare i prigionieri", spiega ancora Gullotta, "ma la questione più rilevante adesso è che il progetto, con un certo scarto rispetto al recente passato, non viene solo giustificato, ma addirittura glorificato".
Gullotta si riferisce ad un articolo pubblicato dall'agenzia statale Ria Novosti, firmato dalla pubblicista e drammaturga Viktoria Nikiforova: "Scrive che, per migliaia di persone che vivevano in povertà, il gulag è stato un ascensore sociale, una mistificazione vera e propria". Per la Nikiforova non c'è nulla di spaventoso nell'iniziativa della Fsin e "la comunità democratica" che se ne stupisce, non è coscia che il gulag, all'epoca, aiutò a risolvere problematiche sociali: "Non dimentichiamo quale fosse il tenore della vita in Russia dopo la guerra civile". Per senzatetto e lumpen che pativano la fame, il campo di lavoro, scrive la giornalista, forniva cibo tre volte al giorno, alloggi caldi e visite mediche. Anche il quotidiano Novaya Gazeta si è accorto delle parole dell'autrice che "ha dimenticato di indicare la longevità di quanti entravano in questo ascensore".
Secondo un recente sondaggio promosso dall'agenzia VTsIOM, il 71% dei russi è favorevole all'idea del ritorno all'utilizzo dei lavori forzati. Ricorda il professore: questo progetto, insieme a molti eventi recenti, "sembrano suggerire che sia in atto il tentativo di cambiare la storia, o renderla più accettabile. Da anni, in particolare a partire dal 2012, lo Stato russo ha cambiato strategia verso il gulag: è stato dimenticato fino a quando, a cavallo tra il 2012 e il 2017, ha investito molto in iniziative mirate a ricordare il tragico passato legato a quelle che in Russia vengono chiamate "repressioni sovietiche". Parallelamente, organizzazioni e singoli ricercatori impegnati sul tema del gulag sono stati messi a tacere: se da un lato lo Stato sta agevolando la preservazione della memoria dei campi, dall'altro sembra volere mettere a tacere le voci indipendenti che se ne occupano da anni".
Contro l'iniziativa della Fsin, dal fine esplicito ed inequivocabile, le reazioni di oppositori ed attivisti per i diritti umani sono state nette: è ricreare il sistema dei campi di lavoro chiamandoli con un altro nome, è un nuovo modo di obbligare al lavoro forzato ed è anche un metodo per giustificare una tragedia con cui la Russia non ha mai davvero fatto i conti. Oltre alla Bam, c'è un altro acronimo che i russi ricordano bene: Bamlag, il mastodontico sistema di gulag dove venivano spediti i prigionieri sovietici impiegati nella costruzione della ferrovia.
Per numero di reclusi ed estensione, il campo di lavoro correzionale Bajkal-Amur, creato nel 1932, era uno dei più estesi dell'Unione e contava 200mila prigionieri nel 1938. Ricorda ed omaggia oggi il sacrificio più cruento di quelle centinaia di migliaia di innocenti, condannati a costruire binari a temperature siderali e in condizioni di vita disumane, una lapide che si trova nella città in cui fu costruito il campo, un luogo dal nome paradossale: Svobodniy, "libero".
di Michele Serra
La Repubblica, 20 giugno 2021
Vorrei avere scritto io, parola per parola, quanto detto da Mattia Feltri sulla Stampa a proposito della detenzione in regime di "alta sorveglianza" di Cesare Battisti, che condivide il severo trattamento con i terroristi islamisti. Non è certo la privata antipatia di quel detenuto (stratificata negli anni anche grazie alla campagna insensata di intellettuali francesi molto disinformati sull'Italia) a giustificare questa pubblica rappresaglia. Come se l'orologio si fosse fermato agli anni Settanta non solamente per alcuni reduci della sedicente lotta armata, ma anche per lo Stato italiano.
di Mattia Feltri
La Stampa, 20 giugno 2021
Cesare Battisti, preda con la quale gli allora ministri Alfonso Bonafede e Matteo Salvini si fecero la foto ricordo, come bracconieri con gli stivali sul leone spelacchiato, è in sciopero della fame da undici giorni e promette di andare avanti sino alla morte.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 20 giugno 2021
L'isolamento doveva durare sei mesi, ma al termine di quel semestre Battisti è stato posto in regime di "alta sorveglianza" e destinato al carcere di Oristano, dove, essendo il solo sottoposto a quel regime, è rimasto isolato fino al settembre 2020.
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