di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2021
Approvato in Commissione Giustizia della Camera il testo base che modifica l'ergastolo ostativo, non più assoluto per i detenuti mafiosi e terroristi, ma relativo, dopo le sentenze della Corte costituzionale. La prima, del 2019, che ha già sdoganato i permessi premio, sia pure con dei paletti; la seconda, dell'aprile scorso, che ha dichiarato incostituzionale l'ostativo pure per la libertà condizionata, ma ha dato al Parlamento un anno di tempo per modificare sul punto l'ordinamento penitenziario.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2021
Trasparency e The Good Lobby: "Draghi e Cartabia in silenzio, non c'è traccia del testo". A dicembre scade il termine per recepire le regole europee per tutelare chi segnala violazioni e reati. "Un brutto segnale mentre arrivano i miliardi del Pnrr e aumenta il rischio di corruzione e frodi", denunciano Transparency International e The Good Lobby, che hanno scritto una lettera al presidente del Consiglio per avere notizie e chiedere il coinvolgimento della società civile.
Che fine ha fatto la direttiva europea sui whistleblower che l'Italia deve recepire entro metà dicembre? È quanto hanno chiesto Transparency International e The Good Lobby in una lettera al capo del governo Mario Draghi e alla titolare della Giustizia, Marta Cartabia. Perché dopo la delega all'esecutivo, scaduta ormai da quattro mesi, dell'iter legislativo si sono perse le tracce. E questo anche perché, denunciano le due organizzazioni, "a differenza degli altri paesi europei, l'Italia non ha voluto coinvolgere nel processo la società civile, da sempre elemento propulsivo della normativa in materia di segnalatori di illeciti o 'whistleblower'". Mentre i miliardi del Pnrr stanno per arrivare, le innovazioni legislative per tutelare e incentivare chi decide di esporsi e segnalare potenziali frodi o casi di corruzione all'interno di un ente pubblico o dell'azienda in cui lavora, con tutta probabilità mancheranno l'appuntamento.
L'Italia non rispetterà la scadenza del 17 dicembre prossimo, data entro la quale l'Unione europea ha previsto per tutti i paesi membri il recepimento della direttiva 2019/1937, che amplia la normativa per tutelare chi denuncia violazioni o reati all'interno del proprio ambiente di lavoro, compresa una stretta sulle sanzioni per punire con maggiore efficacia le ritorsioni nei confronti dei whistleblower. Ma a un mese dal termine fissato, non c'è modo di sapere che fine abbia fatto l'iter.
"Più volte abbiamo chiesto un'interlocuzione formale in merito, senza mai ricevere risposta", ha raccontato Federico Anghelé, direttore dell'organizzazione non profit The Good Lobby. Scaduta ai primi di agosto la delega con la quale il Parlamento chiedeva al governo di predisporre la bozza per la trasposizione della direttiva nel nostro ordinamento, andrà trovato un altro veicolo legislativo nel quale inserire il recepimento. A quel punto andrà portato a termine il lavoro dei ministeri sul testo che infine dovrà passare in contemporanea dalle commissioni di Camera e Senato per il loro parere. Con tutta probabilità, niente di fatto fino ai primi mesi del 2022. "Non rischiamo un'immediata procedura d'infrazione ed è già previsto un periodo di proroga, ma è un brutto inizio di fronte ai miliardi che il Piano nazionale di rinascita e resilienza è pronto a immettere nell'economia nazionale, con i conseguenti rischi legati a corruzione e infiltrazioni criminali e la necessità di contare su persone che di fronte a un illecito non si voltano dall'altra parte, ma segnalano alle autorità", commenta Giorgio Fraschini, responsabile per l'attività di whistleblowing di Transparency International Italia, ong che si occupa di corruzione e che aiuta e sostiene chi intende fare una segnalazione.
Ma non si tratta solo del ritardo e l'Italia non è l'unica a non aver ancora completato il recepimento. Quello che maggiormente preoccupa "è il mancato coinvolgimento degli stakeholder, dalle organizzazioni ai sindacati, dalle associazioni delle imprese agli stessi whistleblower", spiega il direttore di The Good Lobby, organizzazione non profit impegnata perché anche la società civile sia in grado di influenzare i processi decisionali e legislativi. E qui il confronto con il resto d'Europa è più evidente: "Sono ben 13 i paesi dove sono state avviate consultazioni, compresi Danimarca e Svezia dove il recepimento è già stato completato".
Eppure quando nel 2017 venne introdotta la normativa che estendeva anche al settore privato le tutele per i whistleblower, il Parlamento italiano fu protagonista di un'ampia attività di consultazione della società civile. "Oggi ce n'è altrettanto bisogno, proprio perché la direttiva aggiorna una legge già presente e la estende anche ad aziende di medie dimensioni, molte delle quali potrebbero sentirsi travolte da un uragano normativo e per questo andrebbero sentite le loro rappresentanze, tra gli altri", continua Fraschini.
Non una questione di semplice apertura al dialogo, ma sostanziale anche sul fronte delle "autorità di regolamentazione" che andranno individuate all'interno di ogni paese Ue e che dovranno occuparsi delle linee guida in materia, ma anche di ricevere e indagare le eventuali segnalazioni dei lavoratori. "Del settore pubblico fino ad oggi in Italia se ne è occupata l'Autorità anticorruzione (Anac), ma quale dovrà essere l'autorità in ambito privato è un mistero".
Tra i passaggi più delicati della nuova normativa, alcune novità che fanno la differenza rispetto a quanto previsto fino ad oggi dall'ordinamento nazionale. "Innanzitutto si allargano i soggetti segnalanti, coinvolgendo anche volontari, consulenti e più in generale chi assiste o sostiene il segnalante principale, per il quale si prevedono misure di sostegno da parte delle autorità, compreso quello finanziario e di supporto psicologico", spiega Transparency International.
La direttiva prevede inoltre la presenza e l'implementazione di specifici canali di segnalazione. E poi c'è la questione delle ritorsioni, che l'Europa descrive in uno specifico elenco, e delle sanzioni. "Qui la direttiva pretende che siano efficaci, mentre fino ad oggi il nostro ordinamento ne prevede in numero limitato e sono per lo più inefficaci", spiega Fraschini. "Come dimostra il fatto che su oltre mille segnalazioni arrivate lo scorso anno all'Anac, sono state solo tre le ritorsioni sanzionate. Peggio, si è trattato di sanzioni amministrative da 5mila euro alle quali si è accompagnato il totale oscuramento dei soggetti responsabili delle ritorsioni, mentre chi segnala è esposto a procedimenti disciplinari, alle spese per difendersi, e tutto sotto gli occhi dei colleghi".
Ultima e non ultima, la possibilità, in determinate situazioni, di divulgare pubblicamente la segnalazione attraverso i media o le ong, quando i canali preposti non abbiano funzionato o ci sia il rischio di inquinamento di prove. Che tutto questo infastidisca qualcuno? "È normale che sia così", rispondono Transparency International e The Good Lobby. "Ma si tratta di una direttiva europea e non c'è modo di non recepirla, va fatto e basta. Semmai c'è il rischio di recepirla male e questo ritardo come il silenzio assordante di fronte agli appelli della società civile non fanno ben sperare".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 novembre 2021
Non abbassare la guardia: è questo il monito che Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali, lancia in questa intervista sul tema delle impugnazioni. Se ne sta discutendo nella commissione presieduta da Giovanni Canzio, per il quale anche l'appello penale deve beneficiare di un regime di inammissibilità per manifesta infondatezza dei motivi di gravame simile a quello del ricorso per Cassazione. Posizione tradizionalmente contraria a quella dei penalisti.
Presidente Caiazza, in questi ultimi giorni si discute molto di riforma del Csm ma non dobbiamo scordare che sono al lavoro anche le Commissioni per i decreti attuativi della riforma del processo penale...
Sì, in effetti si sta parlando molto di Csm. Noi siamo preoccupati perché la discussione si è incentrata molto sul sistema di voto del prossimo Consiglio, come se bastasse questo a risolvere tutti i problemi di credibilità della magistratura. Si stanno purtroppo tralasciando aspetti per noi fondamentali come le valutazioni professionali dei magistrati, i Consigli giudiziari e il distacco dei magistrati al ministero della Giustizia. Si tratta di temi al centro di nostre prossime proposte di legge di iniziativa popolare. Naturalmente la nostra attenzione è concentrata ora anche sulla fase più delicata della riforma penale di Cartabia, ossia sull'elaborazione dei decreti attuativi nelle Commissioni ministeriali. Più che mai in materia processual-penalistica occorre operare con grande attenzione, perché bastano un avverbio o un aggettivo per modificare in un senso o in un altro l'attuazione di una delega.
Una partita decisiva si gioca sul tema delle impugnazioni. C'è sempre il pericolo che qualcuno voglia far rientrare dalla finestra quei limiti all'appello rimessi alla porta nel testo finale del ddl...
Fin dal testo licenziato dalla Commissione Lattanzi, abbiamo fatto notare come il tema che ci allarmava di più era proprio questo. Se per tanti versi rimpiangiamo quel lavoro, sensibilmente ridimensionato nel gioco degli equilibri politici, bisogna dire però che la relazione di Lattanzi prevedeva una radicale modifica delle impugnazioni in appello, nella forma della critica vincolata. Questa previsione avrebbe trasformato il giudizio d'appello da secondo giudizio sul fatto a giudizio sull'atto: una equiparazione, dal punto di vista tecnico, al ricorso in Cassazione, dove oltre il 70 per cento delle impugnazioni sono dichiarate inammissibili. Prevedere il vaglio di inammissibilità anche per l'appello è uno dei maggiori desiderata della magistratura italiana. Ma grazie alla nostra opposizione e alla nostra interlocuzione politica con la ministra Cartabia e la Commissione, la critica vincolata è stata abbandonata. Si è dovuto pagare però un prezzo: con essa è sparito anche il divieto per il pm di appellare le sentenze di proscioglimento.
Quindi qual è la vostra preoccupazione?
La legge delega prevede "l'inammissibilità dell'appello per mancanza di specificità dei motivi quando nell'atto manchi la puntuale ed esplicita enunciazione dei rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto e di diritto espresse nel provvedimento impugnato". Ci allarmano due espressioni: "specificità dei motivi" e "puntuale enunciazione". Questo perché la prima è già stata inserita nella norma dalla riforma Orlando, quindi non se ne comprende la reiterazione. Mentre la seconda locuzione può significare tutto ed il suo contrario. Su questo si giocherà la partita. Per i non addetti ai lavori, possono sembrare questioni da legulei, ma stiamo invece parlando, ancora una volta, delle sorti del diritto di appello dell'imputato. Non vorremmo che attraverso un sostantivo o un aggettivo transitasse nuovamente un recupero di fatto della critica vincolata. Dunque in questa fase delicata sarà molto importante la qualità tecnica della Commissione, e noi siamo confortati dalla presenza dell'avvocato Francesco Petrelli, direttore della nostra rivista 'Diritto di Difesa' e importante pezzo di storia della nostra associazione. Siamo certi che il suo contributo consentirà di esprimere con chiarezza il punto di vista dei penalisti italiani. Ne approfitto quindi, come presidente dell'Ucpi, per augurare buon lavoro a lui, a Vittorio Manes, a Michele Passione, e a tutta la componente dell'avvocatura presente nelle altre commissioni al lavoro per i decreti attuativi.
A proposito di presenza dell'avvocatura nelle Commissioni ministeriali: ci sono state alcune polemiche per la preponderanza assoluta della componente magistratuale. Il deputato di Azione Enrico Costa ha fatto i conti: "Trentadue magistrati o ex magistrati, undici professori, cinque prof. avv., quattro avvocati". Lei cosa pensa?
Non voglio usare la logica del bilancino. A noi interessano le idee concrete che si giocheranno sul tavolo. Certamente proprio la Commissione sulle impugnazioni è presieduta da un autorevole ex- magistrato come Giovanni Canzio, primo presidente emerito della Corte di Cassazione, che proprio su questo tema negli anni, e già dai tempi della precedente commissione da lui presieduta, ha espresso con chiarezza una idea dell'appello e del ricorso in Cassazione che non condividiamo. Siamo certi però che con l'onestà intellettuale che lo ha sempre contraddistinto prenderà pienamente atto del dibattito in commissione.
In generale lei avverte il pericolo che in nome dell'efficienza si possano compromettere i diritti della difesa?
Certamente. Io mi auguro e sono certo che la presenza dell'avvocatura servirà proprio a difendere questo principio, ossia che l'efficienza e la riduzione dei tempi non possono mai tradursi in una diminuzione delle garanzie difensive. L'allungamento dei tempi nel giudizio penale è del tutto indipendente dall'esercizio del diritto di difesa: se un fascicolo impiega due anni per passare dal gip al dibattimento cosa c'entra l'attività difensiva? Quindi mi auguro che l'Accademia e l'Avvocatura presenti nelle commissioni, e spero anche una parte della magistratura, sappiano difendere questo principio fondamentale.
Presidente, si discute molto anche di questa novità dell'Ufficio per il processo. Qual è la vostra posizione?
È uno degli aspetti che ci piace meno della riforma. Questi fondi li avremmo investiti molto più volentieri nell'aumento dell'organico dei magistrati. Vedremo come funzionerà, non abbiamo pregiudizi: sarebbe un problema se si traducesse nell'aumento di sentenze scritte non dai giudici ma da neolaureati in giurisprudenza. Inoltre questo personale precario e mediamente qualificato cosa potrà fare, quando scrive una motivazione? Andrà a ripercorrere i precedenti giurisprudenziali: noi non condividiamo questa prospettiva della "signoria del precedente". Attraverso i dibattiti delle nostre 131 Camere penali sul territorio, abbiamo registrato in più occasioni anche perplessità da parte di alcuni magistrati.
Ultima domanda: la maggioranza si è spaccata alla Camera sulla questione del trojan. Occasione persa?
Assolutamente. Sono anche abbastanza sorpreso dall'astensione di alcune forze politiche che hanno da sempre fatto di questi temi un punto centrale delle loro battaglie in tema di giustizia. Il trojan è uno strumento drammaticamente invasivo, peraltro tutt'altro che utile investigativamente, che spesso restituisce, dalle conversazioni di assoluta intimità, del materiale avvelenato da millanterie, dalla mancanza di vincoli di dire la verità, dal desiderio di compiacere.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 18 novembre 2021
La sorte dei referendum sulla giustizia è appesa a un filo. Inutile far finta di nulla. L'aver trasformato la campagna per la raccolta delle firme in un vaniloquio sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare non può essere e non sarà forse dimenticato facilmente dalla pubblica opinione.
La scelta di non procedere al deposito delle sottoscrizioni in Cassazione e l'aver affidato la celebrazione dei referendum alla richiesta di cinque Consigli regionali di centro-destra è un colpo, non da poco, alle chance di raggiungere il quorum di partecipazione al voto primaverile del 2022 del 50% degli aventi diritto. Se per dirne una a Roma, per l'elezione del sindaco, ha preso parte alle votazioni meno della metà degli elettori romani (48,54%), non si vede perché ci sarebbero da attendere clamorose mobilitazioni per accorrere al voto su complicati quesiti referendari percepiti ormai come a sola trazione leghista. Punto e capo, forse.
Difficile dire se sia un bene o un male. Certo le speranze di quanti contavano in un'accesa campagna referendaria per poter sviluppare un dibattito più ampio sulle questioni della giustizia da canalizzare, poi, nelle aule parlamentari a prescindere dalla sorte dei quesiti, rischiano una grande delusione. Se si affievoliscono i margini di vittoria del fronte del sì, è chiaro che la scelta di tanti sarà l'inabissamento, una coltre di silenzio su tutto.
Eppure la stessa Associazione nazionale magistrati si era detta disponibile al confronto, anticipando l'intenzione di rendere il proprio punto di vista ai cittadini in una campagna informativa capillare. Sarebbe stata un'occasione di confronto importante per testare in corpore vivo i sentimenti e le opinioni della gente e farsi un'idea meno vittimistica o meno ottimistica del consenso popolare. L'idea di un flop alle urne potrebbe smorzare ogni entusiasmo da una parte come dall'altra e far mancare al Parlamento l'occasione per riprendere in mano il fil rouge delle riforme sulla giustizia, al momento paralizzato dalle esigenze del Pnrr e dall'iniziativa governativa per darvi sfogo.
L'unica vera battaglia che si profila all'orizzonte è quella per la riforma del sistema elettorale del Csm. Le frizioni tra le correnti dei magistrati sono già emerse e non sarebbe male ricordare ai protagonisti del dibattito la lezione fondamentale impartita da John Rawls, anche in tema di legge elettorali, il quale ammoniva che il decisore dovrebbe poter decidere sotto un velo di ignoranza, in quanto non dovrebbe conoscere quale sia la sua posizione nella società. E ciò gli permetterebbe di avvicinarsi al criterio del maximin, cioè quello che conduce alla decisione che produce il maggior risultato utile dalla peggiore situazione possibile.
Al momento si dispone di una sorta di nebuloso obiettivo politico secondo cui la riforma dovrebbe puntare ad attenuare o addirittura cancellare il peso delle correnti nella scelta e nell'elezione dei componenti del Csm. Su questo, a parole, sono tutti disponibili, ma ciascuno immagina un percorso che possa tornargli vantaggioso o, comunque, penalizzarlo al minimo. Insomma tutti vogliono sapere, all'incirca, come andrà a finire nel luglio 2022 quando si voterà per Palazzo dei Marescialli. Comprensibile. Solo che occorre tener conto di una variabile a oggi del tutto fuori controllo: l'elezione del prossimo presidente della Repubblica. Un secondo mandato a Mattarella non è detto che garantirebbe lo status quo e darebbe continuità al sistema attuale.
Il Quirinale si è mosso in una condizione di estrema difficoltà in questi anni e ha visto fischiare le pallottole dello scandalo Hotel Champagne fino a un passo dal colle più alto. Non è detto che gradisca una legge elettorale conservativa o continuista. Proprio perché ha assistito alla dissoluzione di un pezzo del Sistema, non è detto che si senta rassicurato dalla montagna di polvere messa sotto lo zerbino per altre questioni.
Il contatto diretto con Draghi e, soprattutto, con la Cartabia potrebbe spingerlo a chiedere un intervento molto più radicale di quello assemblato dalla Commissione Luciani. Se, invece, avremo un presidente diverso allora lo scenario non è in alcun modo prevedibile. Banale dirlo, ma dipende da chi sarà il prossimo inquilino del Colle che, si ricordi, è anche il capo del Csm. Insomma se il presidente dovesse parlare e intervenire sulla legge elettorale del Csm lo farebbe non a sproposito, ma nella precisa consapevolezza che si starebbero fissando le regole di un consesso che egli presiede e del cui regolare e trasparente funzionamento è direttamente responsabile.
Difficile già in altri campi sottrarsi alla sua moral suasion figuriamoci qualora interloquisca dallo scranno della più alta magistratura della Repubblica. Ecco sarebbe indispensabile e doveroso fornire al prossimo presidente un quadro serio e il più possibile sincero della condizione della giustizia nel Paese; di ogni giustizia, si badi bene, non solo di quella penale più direttamente presa di mira dai referendum. Una volta si chiamavano Stati generali. Non un convegno, né un dibattito, ma la chiamata a raccolta delle posizioni di ciascuno per dare al decisore politico il più fedele quadro della situazione. Insomma tutto tranne che propaganda.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 18 novembre 2021
Albanese, 33 anni, è stato condannato per vari reati. Uscito dal carcere ha iniziato un'attività edile mettendosi in proprio grazie alla Caritas di Prato e alla Casa Jacques Fesch. Se qualcuno pensa che le persone non possano cambiare, adesso dovrà ricredersi. La storia è quella di Menci Gezim, albanese di 33 anni, residente a Prato, dieci anni in carcere per svariati reati. Oggi, uscito di galera, è diventato imprenditore edile, con tanto di nove dipendenti, tre dei quali detenuti. Se oggi Menci è una persona diversa, parte del merito è anche della Caritas di Prato e della Casa Jacques Fesch, dove lui ha vissuto per un periodo, struttura di accoglienza che ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Menci Gezim arriva a Casa Jacques Fesch - così chiamata in memoria dell'omonimo criminale francese convertito in carcere - nel 2017 quando la casa è in ristrutturazione.
Il 33enne sta finendo di scontare dieci anni di carcere, una volta fuori deve ricominciare da capo, non ha documenti, non ha una famiglia, non ha un lavoro, non ha un posto dove andare. Per quelli come lui il rischio recidiva è altissimo: quasi due detenuti su tre che non hanno opportunità, quando sono liberi tornano a delinquere. Gezim viene coinvolto dalla ditta Saccenti nei lavori alla Casa Jacques Fesch e impara il lavoro di muratore, per sei mesi vive nella struttura e qui viene aiutato da Elisabetta Nincheri, una volontaria dell'associazione Don Renato Chiodaroli. Il giovane capisce che si stanno aprendo possibilità importanti per lui. Ricambia la fiducia data e inizia a costruire la propria vita. Conosce quella che diventerà sua moglie, il lavoro va così bene che decide di mettersi in proprio e aprire una impresa edile dove adesso lavorano nove dipendenti. "Di questi, tre sono ex detenuti - sottolinea Gezim - come hanno aiutato me, anche io voglio fare altrettanto". Oggi Menci, oltre ad essere imprenditore, è anche marito e padre di una bambina di diciotto mesi.
di Ilaria Dainesi
informatorevigevanese.it, 18 novembre 2021
Il protocollo sottoscritto da assessorato all'ambiente del Comune, carcere e Ministero. Impiegare i detenuti in attività di pulizia di aree degradate, dove sono stati abbandonati illegalmente i rifiuti. Il progetto, "Mi riscatto per il futuro", è stato promosso dall'assessorato all'ambiente del comune di Vigevano, che ha sottoscritto un accordo con la casa di reclusione e con il Ministero della giustizia, con l'obiettivo promuovere interventi "socialmente utili", accompagnati da azioni finalizzate all'inserimento lavorativo delle persone che stanno per terminare il periodo di reclusione.
"È un progetto - ha sottolineato l'assessore all'ambiente Daniele Semplici - con una doppia valenza: umana e sociale. Oltre al recupero dei rifiuti, i detenuti affiancheranno anche i nostri dipendenti comunali per la cura e l'irrigazione di piante e fiori". Per il momento, saranno impiegati tre detenuti, che parteciperanno alle attività a titolo di volontariato, ma l'idea è di estendere il numero delle persone coinvolte.
"Riprendiamo un'attività che era stata già negli scorsi anni - riferisce il direttore della casa di reclusione di Vigevano, il dottor Davide Pisapia - e che avevamo dovuto sospendere in parte per problemi burocratici, legati all'assicurazione. E poi per la situazione determinata dal Covid. Il progetto si basa su un presupposto: la presenza del carcere può rappresentare una risorsa per il territorio, e non un "peso". Il reato commesso è percepito come una ferita, una rottura di quel patto sociale che tutti noi sottoscriviamo. Attività come queste permettono di iniziare a ricucire quel che era stato spezzato nel momento in cui era stato commesso il reato. E di tracciare dei nuovi percorsi utili per il reinserimento in società. La scelta di avviare il progetto con un numero limitato di partecipanti è dovuta anche a ragioni di sicurezza sanitaria - ha specificato il dottor Pisapia - I tre detenuti coinvolti sono tutti appartenenti alla stessa sezione, sono diciamo in una sorta di "bolla".
Il costo dell'assicurazione, grazie a un protocollo d'intesa, sarà a carico del Ministero della Giustizia, senza quindi alcun onere per l'ente locale. Sul progetto, il sindaco di Vigevano Andrea Ceffa sottolinea: "Non solo queste attività sono importanti nella prospettiva di un inserimento in società al termine del periodo di detenzione, ma anche per il contributo offerto alla collettività - ha specificato il primo cittadino - Mi spiego meglio: nei tre anni in cui il progetto è stato realizzato, il lavoro eseguito dai detenuti ha avuto un riscontro importante in termini di efficacia. C'è un ritorno che non è solo legato a un aspetto etico e inclusivo, ma è tangibile. I risultati del loro lavoro, il contributo fornito per migliorare la cosa pubblica erano sotto gli occhi di tutti".
di Paolo Mastrolilli e Conchita Sannino
La Repubblica, 18 novembre 2021
Una spirale di sospetti e pressioni sull'Italia, da parte degli organismi della Sicurezza guidati da Trump, anticiparono l'anomala missione degli americani nel carcere di Salerno, dieci mesi fa. Anche l'ambasciatore a Roma Lewis Eisenberg, non amato dal presidente tycoon, fu tenuto all'oscuro delle indagini su Italygate: l'alto diplomatico lascia il 16 gennaio; tre giorni dopo, il 19, gli addetti Usa entrano nel penitenziario del Sud Italia al seguito della deputata ex 5S Sara Cunial e con un avvocato a lei vicino. Con lo scopo - come ha ricostruito Repubblica - di interrogare clandestinamente l'hacker Arturo D'Elia, sospettato dalla Difesa statunitense di avere un ruolo nel presunto dirottamento di una parte dei voti degli americani all'estero.
Si allarga il versante del cosiddetto Italygate su cui interviene ieri, da New York, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, a margine della sua missione istituzionale. "Dopo le indiscrezioni, ci siamo immediatamente attivati", premette la titolare della Giustizia, dopo il colloquio con l'omologo Merrick Garkland (ma l'argomento non è stato toccato a quel tavolo). "Ho chiesto al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - continua la ministra - di prendere informazioni e di approfondire con la direzione del carcere esattamente cosa è successo". Non saranno consentite ombre, è il messaggio.
Il capo del Dap, Dino Petralia, ha chiesto una "relazione immediata" alla dirigente Rita Romano. Quella delegazione aveva un obiettivo che viola le norme: porre domande specifiche al detenuto D'Elia, il 39enne accusato dai pm di Napoli di aver estratto 10 gigabyte di dati dai pci Leonardo Spa, colosso della Difesa italiana. Ma a Washington, nelle ore disordinate e rabbiose della Casa Bianca retta dalla vecchia presidenza, D'Elia è considerato, con il complice Antonio Rossi, un uomo del complotto anti-Trump.
Una visita con più anomalie. La prima: alle ore 11 di quel 19 gennaio, fu registrata la sola presenza di Cunial. La deputata arrivò, stando alle testimonianze di D'Elia e del suo avvocato, con altre persone. Invece: nessuna trascrizione, sul foglio d'ingresso, né del suo accompagnatore, l'avvocato del foro di Brescia, Nino Moriggia, né degli americani. Moriggia, in particolare, in altri casi si era interessato direttamente del detenuto D'Elia, oltre a collaborare con la deputata (nella crociata contro i vaccini). Quanto agli altri due, D'Elia testimonia: "Erano americani, mi spaventarono con domande sul voto presidenziale, ma non sapevo nulla".
Tutto avviene nel periodo in cui anche il numero uno dell'ambasciata a Roma, Eisenberg, sembra assistere a un film grottesco. A metà dicembre, è un collega a mostrargli il tweet con cui in America si denuncia l'Italygate. Il 24, vigilia di Natale, Maria Strollo Zack, collaboratrice di Michelle Ballarin (che aveva denunciato per prima le presunte responsabilità di "attivisti" italiani) avvicina il presidente a Mar a Lago e informa Trump della traccia da seguire: i due arrestati in Campania.
Il 2 gennaio, è Mark Meadows, capo di gabinetto della Casa Bianca, a chiamare il segretario alla Difesa Chris Miller perché indaghi. E Miller investe il vertice dell'agenzia Usa, la Dia, Berrier, perché ordini all'addetto militare di Via Veneto di andare in carcere da D'Elia. È il 16 gennaio: Eisenberg lascia Roma, sede scoperta. Il 19, ecco la missione in carcere, Salerno nell'ultimo tempo utile. L'indomani è il grande giorno dell'Inauguration. Si insedia Biden. Ma sul territorio italiano restano veleni e intrighi: ancora da sciogliere.
Il Tirreno, 18 novembre 2021
Sessanta manifesti sono apparsi in questi giorni nella zona intorno al carcere della Dogaia. Sono le parole dei detenuti, "evase" dalle mura della casa circondariale per far sentire all'esterno la voce di chi sta dentro. Si tratta di un progetto di Livia Gionfrida e del suo collettivo artistico Metropopolare. I manifesti sono stati affissi negli spazi pubblicitari e alle pensiline del bus, con messaggi poetici realizzati all'interno del laboratorio che la compagnia pratese porta avanti da 13 anni.
Un modo, spiega il collettivo Metropopolare, per "riflettere sulle reclusioni che ognuno di noi vive, creando un ponte tra chi risiede all'interno di un carcere e la cittadinanza che viene invitata a riflettere attraverso queste suggestioni poetiche anche in formato audio, scannerizzando il QR code presente su ogni manifesto".
"Dopo il successo di quelli affissi lo scorso Natale con le frasi dei bambini raccolte durante il lockdown - racconta la direttrice artistica del progetto e regista Livia Gionfrida - continua il dialogo con la città attraverso questa nuova serie di manifesti. La nostra è una ricerca di nuovi linguaggi espressivi attraverso i quali cercare di comunicare con l'altro, con il pubblico, incontrarlo per mettersi in discussione come comunità".
Il progetto dei manifesti fa parte della rassegna "Anche i poeti hanno una loro legge", organizzata da Metropopolare. Da ottobre a dicembre laboratori, spettacoli e incontri con alcuni dei più importanti poeti e poetesse italiane, con appuntamenti sia all'interno che fuori dal carcere. La rassegna proseguirà con lo spettacolo "It's Just a Game", regia Livia Gionfrida, al teatro Magnolfi sabato 27 novembre alle ore 21 e domenica 28 alle ore 17: in scena Robert da Ponte, attore ex detenuto che inviterà il pubblico ad una tragicomica riflessione sul tempo presente. Info e prenotazioni a
Concluderà questo percorso durato tre mesi, un incontro in musica all'interno della casa circondariale con il cantautore Giovanni Truppi. "Anche i poeti hanno una loro legge" è un progetto realizzato da Teatro Metropopolare, con il contributo di Ministero della Cultura, Fondazione Cassa di Risparmio di Prato (all'interno del progetto "Letture oltre le mura"), Regione Toscana, Comune di Prato, Creazioni Urbane e con il patrocinio del Ministero della Giustizia. Il collettivo Metropopolare ringrazia la casa circondariale della Dogaia.
di Annie Francisca
redattoresociale.it, 18 novembre 2021
Nel libro di Ida Matrone, le lettere dei detenuti del carcere di Bollate diventano il racconto intimo e sincero di chi sta intraprendendo un percorso di speranza all'interno di una situazione carceraria aggravata dalla pandemia, che spesso non incoraggia scelte di bene.
"Vivere nella prospettiva di un passato irreversibile è disperante: nulla può essere cancellato - scrive don Claudio Burgio - Eppure, il senso di quanto avvenuto può essere trasfigurato, risignificato, soprattutto se vivificato dalla potenza di un incontro." E proprio dall'incontro con le persone detenute si snoda il racconto di Ida Matrone nel libro "Lettere da un carcere - Racconti e volti di un'amicizia" curato per Ares Edizioni (2021), con la prefazione di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria e fondatore dell'associazione Kayros.
L'autrice, volontaria dell'associazione Incontro e Presenza presso il carcere di Bollate, in queste pagine ci porta a varcare la soglia del mondo carcerario e ci fa entrare in contatto con la moltitudine di storie di chi vive dietro le sbarre. "Compito del volontario in carcere è proprio quello di non consegnare la persona detenuta alla passività di giorni sempre uguali e alla disperante ripetizione dell'identico, ma quella di offrire una proposta ricca di stimoli e prospettive che conducano la persona simbolicamente e concretamente oltre l'esperienza stigmatizzante del carcere", continua don Burgio. "La cura è la cifra dell'essere umano e si attua nell'aiutare l'altro a essere libero; essa è la radice primaria dell'essere umano e il fondamento di ogni esistenza".
Il libro è strutturato in una prima parte in cui si dà conto sinteticamente dell'ispirazione originaria dell'associazione Incontro e Presenza, fondata da Mirella Bocchini 35 anni fa, del metodo e del possibile esito che i volontari perseguono nella loro relazione con i detenuti, delle attività e degli incontri tra "chi sta dentro e chi sta fuori", al fine di conferire ai detenuti una nuova consapevolezza focalizzata sulla propria persona e non sull'immedesimazione del reato commesso. "Il nostro desiderio - scrive Ida - è sicuramente quello che da queste relazioni possa nascere un mondo migliore e, nello specifico della realtà carceraria, che questi incontri aiutino i detenuti a scoprire, o perlomeno a desiderare di scoprire, in che cosa consista la verità di sé e della realtà, così da sentirsi sollecitati a iniziare un cammino di cambiamento della propria vita".
Nella seconda parte prendono forma le storie di Rocco, Dejan, Filippo, Matteo e altri detenuti, che attraverso uno scambio di lettere con i volontari dell'associazione, raccontano le proprie preoccupazioni, i propri sentimenti e le proprie idee, in relazione soprattutto al lockdown generale che aveva impedito ai volontari di proseguire le attività all'interno del carcere.
Gli effetti della pandemia, infatti, hanno ulteriormente amplificato l'esperienza di isolamento che nei penitenziari è la quotidianità, inasprendo le regole di sicurezza e soprattutto sospendendo i colloqui con i famigliari e i volontari, provocando in molte carceri d'Italia vere e proprie rivolte. "Attraverso queste lettere - spiega Ida - la relazione è diventata più personale, intima; anche nel semplice scambio di notizia quello che emerge è una tenerezza nei rapporti o la volontà di condividere la comune fatica nel vivere certe circostanze".
Proprio durante il lockdown l'autrice ha deciso di scrivere questo testo, "quando le lettere dei miei amici detenuti non solo mi hanno fatto compagnia in un periodo di isolamento forzato, ma hanno fatto sorgere in me un sentimento di gratitudine profonda per averli incontrati - racconta Ida. Il carcere infatti, questa realtà nascosta agli sguardi degli altri uomini, "quelli fuori", non è semplicemente una realtà sociologica, da analizzare con gli strumenti della sociologia, della criminologia, della psichiatria, ma è un luogo abitato da uomini che hanno invece un desiderio estremo di essere guardarti".
di Mauro Donzelli
comingsoon.it, 18 novembre 2021
Intervista con Carolina Crescentini, protagonista della fiction. Dei ragazzi in carcere, minorenni, con storie di violenza e la speranza di un cambiamento che li porti a una vita diversa. Carolina Crescentini ci racconta la sua esperienza nella seconda stagione della fiction di prima serata di Rai2 Mare fuori.
Sarà vero che è molto rigorosa, la direttrice Paola Vinci. Ma con i ragazzi del carcere minorile napoletano che dirige, ormai c'è un rapporto speciale. Ce lo conferma Carolina Crescentini, la protagonista della fiction della prima serata del mercoledì di Rai2, Mare Fuori, che abbiamo intervistato.
"Ne succedono di tutti i colori, perché sono adolescenti", ci ha detto. "La vita è prepotente, però ormai fra Paola e i ragazzi detenuti si è instaurato un rapporto particolare. È molto di più della direttrice del carcere minorile, è un'amica più grande. Si è ammorbidita grazie a loro che le hanno permesso di sciogliersi, è diventata empatica, mentre prima era molto rigida. È sempre una donna di carattere, ma ora apre un cuore che aveva tenuto chiuso per sue antiche ferite. Ormai siamo una splendida famiglia.
Mare Fuori racconta come sia fondamentale credere nelle persone e nella possibilità di cambiare quando si sbaglia. In un dibattito attuale, anche politico, in cui ci si ferma alle accuse, senza aspettare le sentenze...
Siamo nella politica del click facile, del titolo provocatorio, a prescindere che sia la verità o meno. La responsabilità è di chi legge, ma soprattutto di chi scrive come voi giornalisti, che potete condizionare un pensiero. Per come sono fatta io penso sia necessario credere alle persone, altrimenti il carcere dovrebbe essere un luogo dove si butta la chiave, che invece deve esserci eccome. Queste persone dovranno uscire e saper vivere nella società senza muoversi nell'illegalità. Altrimenti c'è l'ergastolo triplo, se non puoi essere assolutamente reinserito. Il carcere deve essere un luogo di trasformazione. Ci sono stata varie volte; ricordo a Regina Coeli una interessantissima gara di retorica fra studenti di Giurisprudenza e detenuti. Avevano mezzo'ora per sostenere una tesi di accusa e difesa, in quel caso legata all'uso delle armi, scambiandosi poi il ruolo. Ovviamente hanno vinto i carcerati, con alcuni che hanno dimostrato una dialettica incredibile. Iniziative come queste portano al confronto, non solo per i neo laureati, ma anche per i detenuti. Quando sono stata a girare a Poggio Reale, un carcere però per adulti, ho parlato con chi ci lavorava e mi hanno detto che la maggior parte delle persone che escono rientra entro sei mesi. Per fare in modo che questo non avvenga, quando è dentro devi lavorare su quella persona, che magari è inserita con la famiglia in un sistema criminale. Devi dargli degli strumenti per riprendersi la libertà e trasformare la sua vita.
A maggior ragione la responsabilità di un carcere minorile è quella di non indirizzare in maniera definitiva la vita di un giovane che compie un crimine...
Spero che sconti la sua pena, chi viene incarcerato, ma non finisca poi in quello per adulti, che si riprenda anzi tutto quello che ha dovuto interrompere negli anni rinchiuso. Il ruolo degli educatori è fondamentale, non servono solo le persone che garantiscono la sicurezza. Prendo come esempio il film Cesare non deve morire dei fratelli Taviani. Alcuni dei detenuti che hanno recitato in quel film ora sono usciti e fanno gli attori, c'è chi ora scrive libri. Una contaminazione lì dentro rappresenta una grande occasione. È l'unico modo per scommettere sulla possibilità di una nuova vita. A volte, come attrice, attraversi la storia di un personaggio che interpreti e puoi trovare aderenza con la tua storia personale, ma con la maschera del personaggio che ti tutela nell'affrontare emotivamente qualcosa che da solo ti fa troppo male.
Mare Fuori è molto radicato nel luogo in cui la storia è raccontata, ancora di più nella seconda stagione, in cerca di autenticità, per esempio con l'uso del dialetto...
Assolutamente. All'inizio li fermavo perché parlavano in maniera incomprensibile e dovevano tradurmi. Nella prima serie i sottotitoli non hanno dato fastidio ed è giusto mantenerli, aggiungono molto alla verità. C'è chi viene da alcune realtà in cui il dialetto parlato è a dir poco criptico.
Il suo personaggio cerca di insegnare un altro modello di autorità, non quello della violenza e della criminalità organizzata...
Devi cambiare completamente la loro mentalità. Se sono cresciuti in famiglie in cui era tutto così, poi è difficile e allora si richiede un gran lavoro. Alcuni non venivano da contesti criminali, e lo mostriamo, ma avevano bisogno di quella dimensione. Allora è necessario un lavoro particolare e fondamentale è sempre il ruolo di chi è dentro, al di fuori dalle celle, oltre a quello delle famiglie, spesso però distratte o portate a sottovalutare il rischio.
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