di Luca Cereda
Vita, 19 giugno 2021
Nell'anno della pandemia i detenuti impiegati da aziende esterne all'amministrazione penitenziaria sono passati da circa 2mila a 1.200. Un crollo del 40% che avrà gravi ripercussioni sui tassi di recidiva. "In carcere non c'è solo l'articolo 27: certo, c'è quello che parla del compito rieducativo della pena in carcere, ma all'interno dei penitenziari vigono tutti gli articoli della Costituzione. Compreso il primo, per cui l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro", spiega Nicola Boscoletto, presidente e fondatore della cooperativa sociale Giotto che opera nel carcere di Padova.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Davide Varì, il direttore del Dubbio, si chiedeva giustamente qualche giorno fa se e cosa stesse sotto o dietro l'offensiva scatenata dal Fatto Quotidiano contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia per una misteriosa lettera speditole dall'ergastolano e stragista di mafia Giuseppe Graviano.
Come se, quasi attraverso la breccia aperta dalla stessa Cartabia alla Corte Costituzionale con una sentenza di allentamento, diciamo così, del cosiddetto ergastolo ostativo, ci fosse aria, puzza e non so cos'altro di una nuova trattativa fra lo Stato e la mafia, dopo quella su cui si sta svolgendo il processo d'appello a Palermo.
Dal quale peraltro la pubblica accusa teme tanto di uscire male che ha preso l'assai singolare iniziativa di contestare la sentenza definitiva di assoluzione emessa dalla Corte di Cassazione, a proposito di quella stessa trattativa, nei riguardi dell'ex ministro democristiano Calogero Mannino. Dalle cui preoccupazioni o sollecitazioni, essendo stato minacciato di morte dalla mafia, sarebbe partito il negoziato del biennio 1992- 93, finalizzato a scongiurare o contenere la stagione delle stragi mafiose.
Una risposta alla curiosità, chiamiamola così, del direttore del Dubbio l'ho intravista in un passaggio dell'ennesimo editoriale dedicato a un'altra donna delle istituzioni e della politica presa di mira dal Fatto Quotidiano. Che è la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, seconda carica dello Stato essendo costituzionalmente titolare della supplenza in caso di impedimento del presidente della Repubblica.
Già non gradita di suo per la provenienza o appartenenza politica al mondo berlusconiano di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra di qualsiasi trazione possibile o immaginabile, per non parlare della passata esperienza di consigliere superiore della magistratura, per la quale nelle cronache giudiziarie del Fatto Quotidiano si è più volte cercato di coinvolgerla nel cosiddetto e pur successivo affare Palamara; già sgradita di suo, dicevo, la presidente del Senato è ora diventata agli occhi di Travaglio le peggiore candidata al Quirinale. L'" ideale" - ha egli scritto sarcasticamente - per "la metamorfosi" imposta al Festival dei due Mondi di Spoleto in "festival dei due Casellati grazie alla contemporanea presenza dei due rampolli", maschio e femmina, Alvise e Ludovica, l'uno alle prese con la musica e l'altra con le attività promozionali.
"Chi può meglio simboleggiare la festosa Restaurazione italiana?", ha chiesto Travaglio dicendo che "non manca nulla" alla presidente Casellati: "il vitalizio extralarge che ingloba anche il periodo in cui fece danni al Consiglio Superiore della Magistratura, seguito per par condicio dalla restituzione degli assegni ai senatori pregiudicati, i voli di Stato per qualunque spostamento anche minimo (un giorno il suo parrucchiere se la vedrà atterrare sul tetto) e la prestigiosa ascesa sociale dei due figli, di pari passo alla sua". E così via recriminando.
Con la Cartabia la polemica nei giorni scorsi è stata meno personale e tranchant ma ugualmente riconducibile, secondo me, alla paura di certi ambienti politici affini alla linea del Fatto di una candidatura della prestigiosa guardasigilli al Quirinale per una successione di genere, diciamo così, al presidente in scadenza della Repubblica.
Di genere, perché comporterebbe l'arrivo della prima donna al vertice dello Stato. E, in quanto tale, potrebbe essere facilitata paradossalmente dalle enormi difficoltà di trovare una soluzione tutta politica sia per la frantumazione dei partiti, e dei rapporti fra di loro, al di là e contro i confini pur larghi della maggioranza di emergenza formatasi attorno al governo Draghi, sia per le circostanze istituzionalmente eccezionali in cui sta maturando la corsa al Quirinale. Che si concluderà come sempre in una volata parlamentare, ma stavolta in un Parlamento sostanzialmente delegittimato dalla riforma tanto voluta dai grillini, e concessa loro prima dai leghisti e poi anche dal Pd.
La riduzione di più di un terzo dei seggi parlamentari sconvolgerà le nuove Camere, da rinnovare massimo l'anno dopo le elezioni presidenziali. E ciò in un equilibrio, o squilibrio, di forze scontatamente diverso da quello già molto anomalo uscito dalle urne nel 2018. Risulterà per forza di cose offuscata o quanto meno ridotta, sotto la crosta di una Costituzione indifferente a questo problema, la rappresentatività politica del capo dello Stato destinato a succedere a Mattarella. A meno che quest'ultimo non ci sorprenda con una scelta generosa, che sarebbe quella di accettare una rielezione sostanzialmente a termine per lasciare in pratica la scelta del successore alle nuove Camere.
Se una soluzione di genere, ripeto, dovesse invece far superare l'incrocio garantendo stabilmente al Quirinale, per sette anni, una donna fra le due oggi meglio piazzate nella corsa, ci sarebbe da immaginare la preoccupazione o lo sconcerto di un certo giustizialismo penale e persino culturale. Che avrebbe motivo di temere, per esempio, una resistenza sia della Casellati sia della Cartabia alla promulgazione di leggi o norme anomale, e a rischio serio di incostituzionalità, come quella imposta dai grillini all'epoca della loro alleanza con i leghisti sulla cosiddetta prescrizione breve. Con le due donne suonerebbe davvero al Quirinale tutt'altra musica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Chiesta l'archiviazione nell'ambito dell'indagine per abuso d'ufficio aperta a carico della dirigente del Dap Caterina Malagoli, direttrice dell'Ufficio Alta sicurezza del Dipartimento penitenziario, per l'isolamento cui era stato sottoposto Cesare Battisti. L'indagine era nata su richiesta dei difensori dell'ex leader dei Pac, proletari armati per il comunismo, secondo i quali il regime d'isolamento disposto nel carcere di Massama (Oristano) era illegittimo. Ora gli stessi legali si oppongono alla richiesta d'archiviazione.
di Giulia Merlo
Il Domani, 19 giugno 2021
Battisti è in sciopero della fame e sta scontando la pena nel carcere di Rossano in cui sono detenuti solo jihadisti ed è in isolamento di fatto da 27 mesi, "dei quali gli ultimi otto senza mai espormi alla luce solare diretta", ha scritto in una lettera. Cesare Battisti, ex leader dei Pac, dal 2 giugno è in sciopero della fame e ha interrotto le terapie mediche a cui è sottoposto: è dimagrito di 9 chili e le sue condizioni di salute, già non ottimali al momento dell'arresto, stanno peggiorando, hanno detto i suoi legali.
di Gian Domenico Caiazza
Il Domani, 19 giugno 2021
Nulla accade per caso. Se a Verbania un Gip, indifferente come un giudice deve essere alle emozioni ed allo sdegno, smentisce il pubblico ministero, negli stessi giorni nei quali a Milano un tribunale, nel motivare una clamorosa assoluzione, accusa i pm nientedimeno che di avere occultato prove decisive della non colpevolezza degli imputati, beh state certi che qualcosa sta accadendo.
Ovviamente molto origina dalla esplosione del cosiddetto "caso Palamara", cioè dal disvelamento pubblico di un sistema da tempo ben noto a tutti noi addetti ai lavori. Tra le tante nefandezze disvelate, una è a mio avviso la più deflagrante, anche se la meno considerata nei commenti e nei dibattiti non sempre utili: nella magistratura italiana, il giudice non conta nulla.
Ohibò, il giudice? Cioè quello che pronuncia la sentenza? Quello che dice: colpevole o innocente? Sissignore, proprio lui. Chi opera, trastulla con la politica la sera negli alberghi o nei ristoranti, decide ciò che va fatto e ciò che non, disegna mappe di potere giudiziario e ministeriale, sceglie le indagini da fare e ne determina o condiziona l'esito, sono i Pubblici Ministeri. Vale a dire scarso il 20% dell'intera magistratura italiana. Tu giudice vuoi fare la tua bella carriera, anche a prescindere dal merito? Da me devi passare, e saprai essermene grato.
L'anomalia italiana - Ecco, magari la magistratura giudicante italiana sta lentamente e perfino inconsapevolmente prendendo coscienza di questa abnorme anomalia italica, che ha impancato il pubblico ministero sullo scranno del giudice. Le ordinanze di custodia cautelare, per dire, le decide un Gip, perché il pm può solo rispettosamente chiederle, spiegando anche molto bene perché. Ma nella narrazione quotidiana, le retate sono dei Gratteri, dei De Pasquale, insomma dei pm. I Gip spesso non meritano nemmeno una fugace citazione. E se è così, deve esserci qualcosa di vero, giusto? Per dire: quante volte un Gip avrà detto no ad una richiesta di intercettazione, o di misura cautelare, del dottor Gratteri, per restare nell'esempio? Non lo sapremo mai, statene certi, altrimenti accettare scommesse sarebbe talmente facile da essere vietato. Quindi, è ben vero che gutta cavat lapidem, ma insomma un bel terremoto aiuta. Ed allora, forse è venuto il momento di parlarne sul serio, di separazione delle carriere, nel solo modo che abbia senso: riforma costituzionale dell'ordinamento giudiziario. Due concorsi separati, due Csm separati, due scuole di formazione separate. Pm e giudice ognuno per la sua strada, ma soprattutto pm a rispettosa distanza dal Giudice.
La commissione Luciani - O davvero pensiamo che la magistratura italiana possa uscire da una crisi di queste rovinose dimensioni, con i pannicelli caldi della Commissione Luciani? Qualche banalità sulle "porte girevoli", qualche inutile diavoleria nel sistema elettorale, qualche timido e del tutto inadeguato ripensamento sui giudizi di professionalità, gli avvocati che parlano ma non votano nei Consigli giudiziari, nulla sui fuori ruolo. Ed è davvero incredibile che una simile, disarmante prospettiva di riforma sia stata concordata e condivisa dalla Commissione Luciani con la sola Anm. Quella stessa Anm che arranca -confusa, lacerata e delegittimata- tra quei marosi che non riesce a governare, pretende ed ottiene di scrivere la riforma della magistratura a quattro mani con la Commissione Ministeriale, senza "estranei" a disturbare!
Occorre allora che la politica rialzi la testa, e dimostri di saper essere all'altezza delle urgenti necessità del Paese. Una democrazia senza una magistratura forte e credibile è un'anatra zoppa. Ma ora basta con l'equivoco che tragicamente confonde la forza, l'indipendenza e l'autorevolezza della magistratura con l'intangibile ed inattaccabile strapotere delle procure. Il Paese ha bisogno di un giudice forte, non di un pm intoccabile, padre padrone della giurisdizione. Un giudice forte significa un giudice che goda della incondizionata fiducia dei cittadini, i quali hanno bisogno di essere certi che egli decida senza alcuna forma di condizionamento, tanto della politica quanto degli uffici di procura. Un Giudice terzo, realmente equidistante dalle parti processuali, dunque necessariamente estraneo all'ordinamento giudiziario dei pubblici ministeri, come lo è rispetto alla professione ed all'ordine forense. La strada è chiara, e lo ha ripetuto Giovanni Maria Flick: la riforma costituzionale della giustizia. Non ci sono illusorie scorciatoie alternative. Ben vengano i sondaggi degli umori popolari, ma sia chiaro che nessuna separazione delle carriere potrà mai gemmare da un referendum abrogativo di qualche marginale norma dell'ordinamento giudiziario. Ben 75mila cittadini hanno firmato la proposta di legge costituzionale per la separazione delle carriere proposta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, ora ferma in Commissione Affari Costituzionali della Camera. È giunta l'ora di farla ripartire.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 giugno 2021
Il messaggio di Cartabia ai magistrati. Alla vigilia delle riforme, commemorando il giudice Livatino proclamato beato, la ministra richiama le toghe ai propri doveri. Alla vigilia delle riforme sulla giustizia la Guardasigilli Marta Cartabia manda alle toghe un messaggio inequivocabile: "Possiamo discutere su ogni riforma possibile, e lo stiamo facendo. E lo faremo. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli, potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice".
Sceglie un parterre particolarmente significativo la ministra per fissare l'equazione su nuove leggi sì, ma esse non servono se la spina dorsale di ciascun giudice non sta diritta da sola. E anche la sede non è certo ininfluente, il ricordo che l'Associazione nazionale magistrati dedica a Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla stidda e proclamato beato.
L'esempio di come una toga debba vivere con "dignità e onore", come dice la Costituzione. Ma sono parole che fanno riflettere quelle che Marta Cartabia pronuncia davanti ai massimi vertici della Cassazione e ai magistrati dell'Anm. Eccola lodare l'esempio di Livatino, un "modello di magistrato senza tempo con la sua vita e la sua professionalità, prima ancora che con il suo supremo sacrificio, quando il 21 settembre 1990 fu ucciso ad Agrigento".
Pesano, e sono assai significative, le considerazioni della ministra perché guardano a ieri, al modello Livatino, per indicare una strada alle toghe di oggi. Lui era "un testimone di giustizia per il suo quotidiano impegno di essere e apparire, 'semprè, un magistrato degno della toga che indossava". Pesano le virgolette nel testo scritto di Cartabia, quelle che incorniciano non solo il passaggio sul "magistrato degno", ma anche le virgolette apposta prima e dopo quel "sempre". L'indicazione di uno stile di vita individuale, sempre e comunque, nel lavoro come nella vita privata, che nessuna legge può imporre, ma che ogni toga deve rispettare se decide di indirizzarsi verso questa professione.
Cartabia cita l'articolo 54 della Costituzione, laddove c'è la disposizione che lei considera "troppo spesso ignorata, dimenticata, trascurata". La legge integralmente: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento". E chiosa: "Disciplina e onore: nella professione e nella vita" e torna all'esempio di Livatino: "La preoccupazione dominante in lui, giorno per giorno, ora per ora, fu quello di 'essere degno' della delicatissima funzione del giudicare che aveva accettato di svolgere".
Cartabia cita Papa Francesco, la frase sull'essere "degno di giudicare non per condannare ma per redimere" pronunciata proprio durante la beatificazione di Livatino. La ministra torna ancora al suo esempio: "L'indipendenza del giudice è nella credibilità che il giudice riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività". E alle toghe adesso Cartabia invia un chiaro messaggio: "Soppesiamo ogni parola: indipendenza, credibilità, travaglio". Parole che secondo la ministra della Giustizia possono essere "una traccia per ripartire". Da uno stile di vita, dalla disciplina e dall'onore, a prescindere dalle leggi che saranno cambiate. Non sono le riforme, che pure servono e ci saranno, che fanno il giudice, ma il suo essere individualmente e moralmente un vero giudice.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
"Nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice", dice la guardasigilli. Santalucia: "Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico".
"Le riforme aiuteranno, ma non saranno risolutive se non saranno accompagnate da un rinnovamento dei costumi, da parte di ciascuno, sul piano personale, e da parte dell'intera categoria". Lo sottolinea la ministra della Giustizia Marta Cartabia, nel suo discorso per l'evento in Cassazione organizzato dall'Anm in memoria di Rosario Livatino, il giudice, oggi beato, assassinato dalla mafia nel 1990.
"Possiamo modificare l'organizzazione e i sistemi elettorali dell'organo di autogoverno, possiamo cambiare le regole per le nomine e rafforzare tutte le possibili incompatibilità e i divieti, possiamo rivedere i meccanismi dei giudizi disciplinari: possiamo discutere su ogni riforma possibile, lo stiamo facendo e lo faremo. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli - ha sottolineato Cartabia - potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice".
"In questa stagione storica segnata, non possiamo sottacerlo, da una profonda crisi della magistratura e da una altrettanto profonda e assai preoccupante lacerazione del rapporto di fiducia con i cittadini - "Ministro, come possiamo avere fiducia nella giustizia?" mi sento chiedere in ogni occasione, specie dalle più giovani generazioni - in questa stagione così difficile quelle parole- indipendenza, credibilità, travaglio - consegnateci dal beato giudice Livatino, possono essere una traccia per ripartire, così come la sua breve, riservata e operosa esistenza un punto di riferimento per contrastare lo smarrimento", continua la guardasigilli. "Per ricominciare occorre avere negli occhi un modello positivo", aggiunge.
"L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni; ma l'indipendenza del giudice - scriveva Rosario Livatino - risiede anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari: tuttora consentiti ma rischiosi. E nella rinuncia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza". "Un testamento morale, che riletto oggi diventa una traccia da cui ripartire, per tornare ad essere innanzitutto "credibili", agli occhi di quel popolo, nel cui nome viene amministrata la giustizia", ha concluso.
Santalucia: "Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico" - "La crisi di credibilità di cui tutti oggi dicono non è solo questione di nuove regole e non chiama in causa soltanto il legislatore, affinché pensi e realizzi riforme che possano arginare il pericolo delle degenerazioni, ormai comunemente appellate come correntizie. È anche, se non soprattutto, una crisi culturale", dice invece il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, nel corso dell'evento. "Su questo terreno, attore importante di una ripresa del necessario rigore etico è proprio l'Anm: una reazione alla capacità diffusiva di comportamenti eticamente discutibili sta anzitutto nella riaffermazione dei valori della professione attraverso l'esempio che proviene da quanti ne hanno saputo essere interpreti straordinariamente fedeli".
Livatino, ha ricordato il presidente dell'Anm, "tratteggiava la figura del magistrato, il profilo del dover essere, come persona seria, equilibrata e responsabile e aggiungeva che il magistrato deve essere 'una persona umana capace di condannare ma anche di capire". Un monito, secondo Santalucia, "di grande importanza: l'accento è non soltanto sulla capacità di essere rigorosi applicatori della legge, con tutto il carico di severità punitiva che a volta essa esprime, ma sull'attitudine alla comprensione dell'uomo che si ha difronte". Per essere "all'altezza di un compito talmente arduo -ha osservato ancora il leader del sindacato delle toghe -occorre però essere indipendenti, realmente indipendenti, e quindi sperimentare l'indipendenza come forma mentale, costume di vita, coscienza di un'entità professionale, per mutuare le parole di una lontana ma attualissima sentenza della Corte costituzionale. Sembrano traguardi irraggiungibili, alla portata appunto di figure eroiche, come quella di Rosario Livatino. A noi per intanto - ha concluso - spetta il compito di non perderli di vista e di non smarrire la direzione che essi tracciano".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Nessuna svolta "garantista". L'ordinanza del gip del tribunale di Tivoli: in attesa di un intervento del legislatore valgono le vecchie regole. Che effetti ha avuto la sentenza dello scorso marzo della Corte di Giustizia europea sulle richieste di acquisizione dei dati relativi al traffico telefonico e telematico dei soggetti sottoposti ad indagine? Una prima risposta è contenuta nella recente ordinanza depositata il 9 giugno dal gip del Tribunale di Tivoli, Chiara Miraglia.
In attesa di interventi del legislatore nazionale, si devono continuare ad applicare le norme attualmente previste che fissano la competenza al pm e non al giudice. Il pm è già una autorità "indipendente". Nessuna svolta "garantista" come era stato auspicato da più parti. La Corte europea, come si ricorderà, aveva affermato il principio secondo cui la direttiva 2002/ 58/ CE del Parlamento europeo sul trattamento dei dati personali doveva essere interpretata in senso ostativo ad una normativa nazionale che avesse consentito l'accesso delle autorità ai dati relativi al traffico per finalità di accertamento dei reati, senza che tale accesso fosse circoscritto a procedure aventi per scopo la lotta contro "forme gravi di criminalità o la prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica".
"L'impostazione della Corte - si legge nel provvedimento del gip del Tribunale di Tivoli - deve essere confrontata con l'assetto normativo attualmente delineatosi nel nostro ordinamento e, in particolare, con il consolidato orientamento della Suprema Corte secondo cui, in tema di acquisizione dei dati contenuti nei cd. tabulati telefonici, la disciplina italiana di conservazione dei dati di cui all'art. 132 d. lgs. 196/ 2003 deve ritenersi compatibile con le direttive in tema di privacy, e ciò poiché la deroga stabilita dalla norma alla riservatezza delle comunicazioni è prevista dall'art. 132 cit. per un periodo di tempo limitato, ha come esclusivo obiettivo l'accertamento e la repressione dei reati ed è subordinata alla emissione di un provvedimento di un'autorità giurisdizionale indipendente (come è in Italia il pm)".
"Vi è, dunque, un contrasto - prosegue il gip - tra la Corte di Cassazione e la Corte Edu in ordine alla compatibilità dell'art. 132 d. lgs. 196/ 2003 con la Direttiva 2002/ 58/ CE, almeno laddove tale norma nazionale prevede la competenza del pm ad autorizzare (con "decreto motivato") l'acquisizione dei tabulati telefonici".
Pertanto, se, da un lato, "è indubitabile che debba attribuirsi ai principi espressi nelle sentenze Corte Edu il valore fondante del diritto comunitario con efficacia erga omnes nell'ambito della Comunità", dall'altro, "l'attività interpretativa del significato e dei limiti di applicazione delle norme comunitarie, operata nelle sentenze Corte Edu, può avere efficacia immediata e diretta nel nostro ordinamento limitatamente alle ipotesi in cui non residuino, negli istituti giuridici regolati, concreti problemi applicativi e correlati profili di discrezionalità che richiedano l'intervento del legislatore nazionale, tanto più laddove si tratti di interpretazioni di norme contenute in direttive".
"L'interpretazione proposta dalla Corte Edu - prosegue allora l'ordinanza - appare generica nell'individuazione dei casi nei quali i dati di traffico telematico e telefonico possono essere acquisiti ("lotta contro le forme gravi di criminalità" o "prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica"), essendo evidente che tali aspetti non possono essere disciplinati da singole (e potenzialmente contrastanti) decisioni giurisprudenziali, dovendosi demandare al legislatore nazionale il compito di trasfondere i principi interpretativi delineati dalla Corte in una legge dello Stato che provveda ad individuare l'autorità competente a decidere". "Per tali ragioni - conclude quindi il gip - deve ritenersi che la sentenza della Corte Edu non possa trovare immediata e diretta applicazione nel procedimento in esame, con la conseguenza che, in attesa di un intervento del legislatore, deve ritenersi applicabile l'art. 132 d.lgs. 196/ 2003, dovendosi dare continuità all'orientamento giurisprudenziale ormai consolidatosi e prima richiamato".
di Frank Cimini
Il Riformista, 19 giugno 2021
Il Tribunale di sorveglianza di Milano rigettando il ricorso della difesa ha confermato la dichiarazione di "delinquenza abituale" per Luigi Bergamin uno dei nove rifugiati politici in Francia fermati il 28 aprile scorso poi rimessi in libertà e che l'Italia chiede siano estradati. Per la prima volta nella nostra storia giudiziaria un provvedimento del genere viene emesso a oltre quarant'anni dai fatti per i quali erano state pronunciate sentenze di condanna, gli omicidi di un maresciallo Antonio Santoro e di un agente di polizia Andrea Campagna che risalgono al 1978 e al 1979. Da allora Bergamin a Parigi non aveva più commesso reati rifacendosi una vita e ottenendo un dottorato di ricerca, come affermato dall'avvocato Giovanni Ceola.
Ma le parole del legale non sono state prese minimamente in considerazione dai giudici che hanno sposato la tesi della pm Adriana Blasco. I giudici aggiungono che Bergamin aveva dimostrato "prontezza nel disattendere le prescrizioni limitative della libertà personale nel sottrarsi in tal modo al rispetto del principio di legalità dimostrando di essere in grado di avvalersi di una rete di protezione da parte di persone disponibili in caso di necessità a sostenerlo e aiutarlo a sottrarsi all'esecuzione della pena". Ma c'è di più. Da parte dei giudici di sorveglianza di Milano c'è in sede di motivazione una sorta di "rimprovero" alle autorità francesi che non avrebbero indagato sui comportamenti di Bergamin nel violare le prescrizioni limitative della libertà personale.
I giudici di Milano cioè vanno anche oltre il loro compito "sentenziando" in pratica quello che le autorità parigine avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. Il Tribunale di sorveglianza sottolinea che la stessa decisione di costituirsi a fine aprile sarebbe stata strumentale a sfuggire all'esecuzione della pena considerando che la situazione non era mutata rispetto al 1986. Secondo l'avvocato Ceola invece Bergamin si è sempre presentato una volta la settimana all'ufficio della gendarmeria vicino casa sua.
Il provvedimento di delinquenza abituale per Bergamin sembra comunque rivolto soprattutto alle autorità francesi affinché incida in merito alla decisione sull'estradizione che sarà discussa a partire dal prossimo 30 giugno e che comunque è prevista in tempi molto lunghi come per gli altri rifugiati. Il prossimo 23 giugno sarà discussa la posizione di Giorgio Pietrostefani condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Pietrostefani in caso di estradizione rischia di scontare la pena a 50 anni dal fatto che risale al 17 maggio del 1972. Un altro record in questa operazione "Ombre rosse" che in realtà è la caccia alla banda dei nonnini di Parigi nel segno della vendetta.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Il video della funivia di Mottarone, con le telecamere di sicurezza che inquadrano gli ultimi, drammatici momenti della cabina che cade nel vuoto della valle, ha generato una tempesta di polemiche e di interrogativi sulla deontologia del nostro giornalismo. Era giusto pubblicare quelle immagini? Aggiungono qualcosa alla comprensione pubblica della tragedia o sono solo uno spettacolo morboso e crudele?
Non si tratta di un'inutile violenza nei confronti dei parenti delle vittime? O al contrario: nasconderle non significa rinunciare al proprio diritto di cronaca? E non è forse un esercizio ipocrita gridare allo sciacallaggio quando da decenni nuotiamo letteralmente nella "tv del dolore"?
Domande che non possono trovare risposte univoche perché la ragione non pende quasi mai tutta da un lato. Nel mondo degli adulti non sempre trovi i buoni schierati tutti da una parte e i cattivi tutti dall'altra, la realtà non è una favola manichea e a volte richiede uno sforzo di immedesimazione. Per esempio: fanno bene a scandalizzarsi i parenti delle vittime: chiunque al loro posto reagirebbe indignato di fronte a quello strazio reiterato. Ma allo stesso tempo le ragioni di chi si è assunto la responsabilità di divulgare il video non sembrano pretestuose. In un certo senso sono nel giusto entrambi. Poi ci sono le valutazioni di merito, di opportunità, di decenza, anche di limite, ma riguardano la sfera individuale, lo stile che il giornalismo si vuole dare, non certo la morale pubblica.
Invece, come sempre accade l'opinione si è divisa a metà, due fazioni simmetriche e munite di elmetto duellano da giorni, insultandosi, gridando chi all'indecenza cannibale de mezzi d'informazione chi all'ipocrisia e alla censura. Anche nella nostra redazione la vicenda ha acceso un vivo confronto e, per ragioni di sensibilità, abbiamo scelto di non pubblicare quel video. Ma la deontologia non c'entra. Sarebbe stato del tutto legittimo metterlo in rete, come ha fatto la stragrande maggioranza dei media a cominciare dal servizio pubblico.
Accantoniamo per il momento le accuse lanciate dalla procuratrice di Verbania Olimpia Bossi che cita l'articolo 114 del Codice di procedura penale sul divieto di rendere noti atti non coperte dal segreto prima della fine delle indagini preliminari. Tecnicamente è nel giusto (l'Agcom sta peraltro verificando se la Rai abbia rispettato il contratto di servizio), ma quante volte giornali, tv e altri media hanno infranto le regole, magari per proteggere una fonte anonima, o, nel caso contrario, nel divulgare intercettazioni messe in quel caso a disposizione dalle stesse procure? Oppure, come nel caso di Mottarone, nel diffondere una testimonianza visiva che ritengono importante?
Probabilmente il video della funivia che sprofonda giù nel vuoto non ha un grande valore giornalistico (di certo ha un valore investigativo per gli inquirenti) ma non è un'imposizione: siamo tutti liberi di non guardare quella sequenza da film horror, di "cambiare canale" come si diceva un tempo. Ma difficilmente cambiamo canale, anzi, non lo abbiamo mai fatto.
Dalla tragica morte di Alfredino Rampi avvenuta oltre quarant'anni fa come una diretta televisiva durata oltre 36 ore, lo "spettacolo" della morte ha inondato i nostri schermi, ha accompagnato le nostre serate, esteso a dismisura la nostra soglia di tolleranza. Abbiamo sezionato cadaveri, osservato a loop le scene più spaventose e catastrofiche del nostro tempo, l'uccisione di Muammar Gheddafi, selvaggiamente linciato dalle milizie di Misurata, l'impiccagione di Saddam Hussein trasmessa praticamente in mondovisione o lo scempio del cadavere dei suoi figli Uday e Qusay da parte dei marines americani. Pensiamo alle truculente decapitazioni degli ostaggi di al Qaeda come il povero Daniel Perle, o alle ossessive messe in onda degli attentati dell'11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York. Quante volte abbiamo visto le vittime gettarsi nel vuoto per non venire mangiate dal fuoco che stava divorando le torri gemelle?
Poi ci sono i grandi casi di cronaca nera con i relativi "mostri" e le vittime uccise mille volte dalle occhiute ricostruzioni dei programmi più "pulp", i dettagli morbosi illuminati solo per ottenere audience, i plastici, i criminologi di latta, le raccapriccianti interviste realizzate a caldo ai familiari dei defunti. Uno show ininterrotto in cui la morte è la protagonista assoluta.
Con l'avvento dei social network, che trasformano questo show in uno spettacolo globale, pensare di censura per giornali e televisioni è semplicemente impossibile, per non dire ridicolo. Spetta alla sensibilità individuale di chi fa questo mestiere selezionare il materiale che ha tra le mani, separare l'utile dal superfluo, le informazioni dal gossip, le notizie dalle patacche. E assumersi sempre la responsabilità delle proprie scelte.
- La mia azienda uccisa dallo Stato per reati che mio padre non ha mai commesso
- Basta gridare alla mafia dove la mafia non c'è
- Mottarone, Var di una strage. Così la stampa viola le leggi per una manciata di click
- Campania. Prodotti "made in carcere", al via il concorso per il logo
- Modena. Inchiesta archiviata, ma restano i dubbi per gli 8 morti della rivolta in carcere











