Quotidiano del Sud, 1 agosto 2021
Accolto l'appello dei pm contro i detenuti accusati di danneggiamenti e sequestro di persona. Conseguenze penali per i detenuti che a marzo dell'anno scorso hanno partecipato alla rivolta esplosa nel carcere di Alta sicurezza di Melfi, in seguito all'imposizione di una serie restrizioni ai contatti con l'esterno per prevenire contagi da Covid-19.
Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale del riesame di Potenza ha spiccato nei confronti di 44 di loro, inclusi un paio a cui nel frattempo sono stati concessi gli arresti domiciliari, altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere per i danni inferti a strutture e suppellettili dell'istituto, più il sequestro di alcuni agenti della polizia penitenziaria, e operatori sanitari.
I giudici hanno accolto, in particolare, l'appello presentato dal pm Gerardo Salvia del capoluogo lucano. Lo stesso pm che a settembre, invece, aveva chiesto l'archiviazione per le accuse dei detenuti sui pestaggi subiti dalla polizia penitenziaria una settimana dopo la rivolta. Durante il trasferimento dei presunti responsabili in altri istituti sparsi in mezza Italia.
Nel mirino è finita l'ordinanza con cui a febbraio il gip Teresa Reggio aveva respinto la richiesta di arresti dei rivoltosi. Liquidando l'accaduto come un fatto episodico, scatenato dalle restrizioni anti-contagio, e allontanando i sospetti di una manovra orchestrata da una non meglio precisata organizzazione criminale per imporre le sue regole a uno Stato in ginocchio per l'infuriare della pandemia.
"La violenza e l'aggressività dimostrata - è spiegato in un passaggio cruciale del provvedimento del Riesame - ben potrebbero essere nuovamente espresse, anche in relazione a provvedimenti genericamente sfavorevoli alla condizione dei detenuti e afferenti diversi ambiti, quali ad esempio quello della generale gestione e della disciplina (si pensi all'adozione di provvedimenti disciplinari ritenuti ingiusti)". Poco più avanti, inoltre, i magistrati si soffermano sul "papello" con le richieste avanzate dai detenuti melfitani alla direzione del carcere durante quelle ore di autogestione dell'istituto. Richieste che in parte sono risultate connesse "all'applicazione di misure di neutralizzazione del contagio", ma in parte anche rivolte in maniera generica "a ottenere una condizione penitenziaria più favorevole". Come le celle aperte dalle 8:30 alle 15:45 senza poliziotti in circolazione. Di qui il sospetto che "possano essere nuovamente veicolate, anche attraverso nuove e diverse azioni di violenza".
Il Riesame ha accreditato anche la possibilità che il fine della rivolta fosse un'evasione di massa dal carcere, come avvenuto a Foggia proprio in quei giorni. In questo senso ha valorizzato persino il coro "libertà, libertà" intonato da alcuni detenuti che erano saliti sul terrazzo del carcere di Melfi. Un coro considerato un'"inequivocabile indizio del fatto che le restrizioni legate al covid 19 abbia costituito un pretesto, o quanto meno lo stimolo, per concretizzare un tentativo di evasione dal carcere". Di qui l'esigenza della custodia cautelare per impedire che la concessione di un permesso premio, o un'attenuazione del regime di detenzione, possa diventare l'occasione per portare a compimento quei propositi di fuga.
I dubbi dell'associazione Antigone - Dubbiosa per quest'ultimo l'ultimo risvolto della vicenda giudiziaria innescata dalla rivolta melfitana l'avvocato Simona Filippi, dell'Associazione Antigone, che si sta opponendo all'archiviazione delle denunce dei detenuti per le violenze subite durante il trasferimento dei presunti facinorosi.
"Questo approccio degli inquirenti rispetto ai fatti avvenuti nel corso della rivolta sinceramente non lo vedo nel procedimento che vede i detenuti come persone offese ed si vorrebbe chiudere dicendo che non è stato possibile individuare i responsabili". Ha dichiarato Filippi al Quotidiano del Sud. "Credo quindi che adesso sia il momento di profondere lo stesso sforzo non solo per individuare almeno alcuni degli autori delle violenze, ma anche per capire i motivi per cui sono avvenute. Chi le ha organizzate. Proprio come è stato fatto nell'indagine su Santa Maria Capua Vetere".
di Enrico Fontana*
Il Manifesto, 1 agosto 2021
Giustizia. La riforma Cartabia non contempla i delitti contro l'ambiente tra i reati gravi. A rischio prescrizione centinaia di processi. A nulla sono serviti finora gli appelli lanciati insieme da Legambiente, Wwf, Greenpeace, Libera e Gruppo Abele perché ai delitti ambientali venga riconosciuta quella gravità e complessità dei fatti da accertare che garantisce, con l'ultimo accordo raggiunto in Consiglio dei ministri sulla riforma della giustizia, un regime speciale ai reati di terrorismo, mafia, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.
Alle 14 di oggi inizia l'esame da parte della Camera di questa tormentata riforma della giustizia. E arriverà nei prossimi giorni il momento di discutere gli emendamenti, prima firmataria l'on. Rossella Muroni, che possono consentire quel "ravvedimento operoso" sui delitti ambientali evocato finora invano dalla società civile, sempre che il governo mantenga l'impegno, dopo l'accordo raggiunto, di non mettere la fiducia. È sempre sgradevole fare una "classifica" della maggiore o minore pericolosità di un delitto, soprattutto quando sono in gioco le sensibilità delle vittime. Ma davvero non si comprende secondo quale valutazione di merito la larghissima maggioranza di governo, insieme alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al premier Mario Draghi, ritenga più meritevoli di maggiori tutele i processi istruiti per chi è accusato di traffico di stupefacenti rispetto a quelli che vedono alla sbarra persone e società a cui viene contestato il delitto di disastro ambientale. Oppure se, come la stessa ministra Cartabia racconta in un'intervista a la Repubblica, è stato solo un "gioco di bandierine" tra le diverse forze politiche. E nessuno, nemmeno lei a dire la verità, ha "alzato" e difeso fino in fondo quella dei delitti ambientali.
I fatti che regalano le cronache quotidiane e i numeri del lavoro svolto dal 2015 ad oggi da forze dell'ordine e magistratura basterebbero da soli per giustificare un "ravvedimento operoso" da parte del governo e di chi lo sostiene. Solo nel 2020, secondo i dati del monitoraggio svolto dal ministero della Giustizia, sono stati 883 i procedimenti penali avviati per delitti contro l'ambiente, con 2.314 persone denunciate e 824 ordinanze di custodia cautelare eseguite. Dal 2015 le inchieste sviluppate dalle procure sono state ben 4.636, le persone denunciate 12.733, quelle raggiunte da ordinanze di custodia 3.989. Solo per il delitto di disastro ambientale, i procedimenti che hanno visto impegnati in indagini complesse, anche dal punto di vista scientifico, magistrati, tecnici e ricercatori, ufficiali di polizia giudiziaria e personale delle forze dell'ordine sono stati 249.
Che fine faranno, senza ripensamenti durante il dibattito e il voto in aula, tutte queste inchieste e le aspettative di chi chiede verità e giustizia? Quale sarà il destino di processi come quello per lo sversamento in mare di milioni di dischetti di plastica dopo il "collasso" del depuratore di Capaccio Paestum? E quali speranze ha di concludersi nei tempi previsti quello frutto delle indagini per disastro ambientale sulle devastazioni causate alle scogliere e alla parte sommersa dei Faraglioni di Capri dalla pesca illegale dei datteri di mare? E perché chi quei delitti li ha denunciati, come hanno fatto i circoli di Legambiente che hanno raccolto centinaia di migliaia di dischetti finiti lungo le spiagge, deve attendere l'esito dei processi con l'ansia della scadenza dei termini previsti dal nuovo "cronometro giudiziario"? C'è una qualsiasi ragione di merito comprensibile oppure è solo il frutto del "gioco delle bandierine" in cui le ragioni della tutela dell'ambiente sono state sacrificate, ancora una volta, ad altre "priorità"?
Era ben altro il clima politico quando, il 19 maggio del 2015, il Senato, con un'ampia maggioranza, diede il via libera alla legge 68 che introduceva, dopo 21 anni di denunce dell'ecomafia, promesse e aspettative tradite, i delitti contro l'ambiente nel nostro Codice penale. Un voto salutato dall'applauso dell'aula e dalle dichiarazioni entusiastiche di ministri e leader delle forze politiche che avevano sostenuto quella riforma di civiltà. Allora Partito democratico e Movimento 5stelle erano su fronti opposti, il primo al governo, il secondo all'opposizione. Adesso che fanno parte della stessa maggioranza, non hanno ancora trovato la forza e la volontà politica condivisa di mettere al riparo gli ecoreati, anche quelli più gravi come il disastro ambientale, dai rischi della improcedibilità.
La Ministra Cartabia invoca il rispetto dei patti da parte di chi li ha sottoscritti dopo una lunga trattativa. È la stessa richiesta fatta dalle associazioni alle forze politiche che hanno votato nel 2015 la legge con cui sono stati introdotti i delitti contro l'ambiente nel Codice penale: rispettare il patto con cui è stato garantito al Paese che sarebbe finalmente arrivato il tempo della giustizia anche in nome del popolo inquinato.
*Responsabile dell'Osservatorio nazionale Ambiente e legalità di Legambiente
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 agosto 2021
Parla il capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera: "Se noi giudichiamo la riforma della giustizia solo dal punto di vista dell'accordo sulla prescrizione commettiamo un grande errore. Questa riforma è molto altro e molto di più".
Per l'onorevole Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, "se noi giudichiamo la riforma della giustizia solo dal punto di vista dell'accordo sulla prescrizione commettiamo un grande errore di valutazione. Questa riforma è molto altro e molto di più".
Era il miglior compromesso possibile quello a cui si è giunti?
Nelle condizioni date, evidentemente sì. Era l'unico e migliore possibile. Comunque va accolto positivamente il fatto che la riforma Cartabia è stata finalmente approvata, con alcune modifiche ma senza stravolgimenti. Dopo essere riusciti a scongiurare lo scellerato rinvio sine die che volevano Forza Italia e Lega, è stato confermato l'impianto di una riforma coraggiosa e innovativa, che può consentire una rilevante contrazione dei tempi dei processi, nella salvaguardia delle garanzie. Con la rilevante novità, richiesta e ottenuta dal Partito Democratico, di una norma transitoria che consentirà agli uffici giudiziari di adeguarsi alle nuove disposizioni, in attesa che la riforma e l'ingresso di nuovo personale producano i loro effetti.
Tuttavia dall'Accademia stanno sostenendo che il diritto si sia snaturato sull'altare del compromesso politico, se solo pensiamo a tutti i binari creati per tipo di reato. Che ne pensa?
Sono parzialmente d'accordo ma il discorso è complesso. Se vogliamo discutere solo di prescrizione, capisco che l'accordo raggiunto possa far alzare il sopracciglio ai giuristi. Anche io sono d'accordo, ad esempio, sul fatto che ogni imputato abbia diritto ad un processo di ragionevole durata. Dopo di che si è scelto di prevedere questi doppi, tripli binari chiaramente frutto di un compromesso politico. Imprescrittibili rimangono solo i reati puniti con l'ergastolo, per altri - come associazione di stampo mafioso, terrorismo, violenza sessuale - non c'è limite al numero di proroghe che però dovranno essere motivate dal giudice, quindi non si tratta di una discrezionalità pura. Tuttavia se noi giudichiamo questa riforma solo dal punto di vista dell'accordo sulla prescrizione commettiamo un grande errore di valutazione. Questa riforma è molto altro e molto di più: mi verrebbe da dire che le altre questioni sono molto più rilevanti.
Quali?
Altri aspetti molto importanti sono rappresentati dal controllo sulla durata delle indagini preliminari e dalla modifica della regola di giudizio per il pubblico ministero e il gup che andrà a ridurre quella differenza così marcata che c'è nel nostro ordinamento, rispetto agli altri con cui ci confrontiamo, relativamente alla percentuale di proscioglimenti. Potremmo così evitare quei rinvii a giudizio che spesso hanno solo carattere esplorativo e che si concludono quindi con un nulla di fatto.
Il suo partito cosa avrebbe voluto che invece non è stato contemplato?
Dal mio punto di vista considero molto più grave che sull'altare del compromesso siano state sacrificate le misure previste dalla Commissione Lattanzi sugli incentivi ai riti alternativi. Noi abbiamo insistito molto fino all'ultimo su questo punto, per ampliare la messa alla prova e ottenere il ripristino dell'archiviazione meritata, strumenti deflattivi utilissimi nell'ottica generale della riforma. Però su questo ci siamo scontrati contro il muro della Lega.
Come completare ora la riforma della giustizia?
Dobbiamo assolutamente concludere l'iter della riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. E poi riprendere in mano i lavori degli Stati Generali dell'Esecuzione penale per una riforma strutturale del sistema penitenziario.
di Maurizio Costanzo
Il Resto del Carlino, 1 agosto 2021
Sempre in Emilia Romagna un bimbo di 17 mesi ha varcato le porte del carcere essendo figlio di una donna sottoposta al carcere per un provvedimento di custodia cautelare. Continuano i casi di innocenti dietro le sbarre insieme alle loro madri. Gli ultimi due casi riguardano l'Emilia Romagna dove sono entrati in carcere due bambini piccolissimi, uno dei quali ha appena 7 mesi e la madre doveva scontare solo venti giorni di pena.
L'altro bimbo ha 17 mesi ed è figlio di una donna sottoposta al carcere per un provvedimento di custodia cautelare. È la mamma che può chiedere di portarli con sé quando hanno meno di tre anni, anche perché spesso non ci sono familiari disposti ad accogliere e prendersi cura di questi bambini. E proprio per evitare che bimbi varcano le porte del carcere, la legge 62 del 21 aprile 2011 ha previsto che in tutta Italia vengano istituite case famiglia protette.
Ma nonostante quest'obbligo, solamente Roma e Milano hanno strutture di questo tipo. E così i bambini continuano ad entrare in carcere insieme alle mamme detenute e a vivere in situazioni al limite, in celle piccole e malridotte che non tengono conto delle esigenze specifiche connesse alla crescita dei bambini.
di Giovanni Terzi
Il Tempo, 1 agosto 2021
"Ciao amori miei vi saluto e vado in missione segreta". Queste le parole di Ambrogio Crespi a casa a Roma ai suoi due figli il 10 marzo di quest'anno. Un saluto che rappresenta in pochissime parole l'indole profonda di un uomo.
Ambrogio era stato condannato a sei anni di carcere ed il suo reato prevedeva l'impossibilità per un po' di mesi di poterli rivedere. Ed allora cosa dire ai suoi amori, cosa inventarsi per essere rispettosi nei confronti dello Stato e non costruire traumi verso Luca e Andrea? "Papà è un agente segreto chiamato a far fare pace a due popoli" racconta Helene ai loro figli "ma cercherà di videochiamare almeno due volte a settimana". Per fortuna, infatti, il periodo Covid ha inserito le videochiamate per cui, i bambini sanno che papà fa due brevi videochiamate a settimana durante la sua missione segreta.
Quel 9 marzo 2021 la Corte di Cassazione emette una sentenza terribile che conferma ciò che già l'appello aveva dichiarato: Ambrogio Crespi è colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa e dovrà scontare i suoi sei anni di detenzione in massima sicurezza In regime di 416 bis. Ma la cosa che più lascia di stucco tutti e che Ambrogio i correi mafiosi non li ha mai visti nella sua vita. Avrebbe potuto gridare, urlare e lamentarsi Ambrogio Crespi ed invece con grande dignità si costituisce nel carcere di Opera, prima ancora di ricevere l'ordine di esecuzione per evitare che venissero le forze dell'ordine a prelevarlo a casa davanti ai bambini.
Luca e Andrea, "la mia cozza ed il mio Koala", così chiama Ambrogio i suoi bambini. Il più grande è unito a lui da un filo di vita della rinascita, un amore immenso, il piccolo è l'espressione dell'amore puro e profondo, attaccatissimo al suo papà. Hanno 8 e 5 anni, nel momento della sentenza, e sono cresciuti in una famiglia che vive all'insegna della legalità. Questo spinge Ambrogio, totalmente innocente ed estraneo ai fatti contestati a scegliere di costituirsi affinché i bambini non potessero mai pensare che carabinieri o polizia siano persone "cattive". Io ho la fortuna di conoscere Ambrogio da più di vent'anni e so chi è; lo so perché la sua vita, non semplicemente quella umana ma anche quella professionale si è sempre strutturata su un principio di lealtà e legalità. Ambrogio Crespi è il regista che ha voluto sempre combattere le mafie con Docu-film di denuncia, rischiando in prima persona di essere ucciso dalla malavita organizzata. E così proprio lui dovrà trascorrere sei anni insieme a coloro che per una vita ha combattuto.
Ambrogio ti sei costituito nel carcere dove hai girato parte di un tuo docu-film cosa hai provato?
"Quando mi sono consegnato nel carcere di Opera, dopo qualche giorno di isolamento preventivo sono risultato positivo al Covid19. Non nego che a quel punto pensavo di aver oltrepassato anche il limite della mia resistenza e ho iniziato a lasciarmi andare. Sono stato trasferito a San Vittore, ma non reagivo, non mangiavo, bevevo poco, ero distrutto. Poi dopo avermi fatto alcuni esami riscontrarono una saturazione troppo bassa e disposero il mio trasferimento all'ospedale Niguarda".
Sei anni da scontare, l'entrata in carcere e poi la positività a Covid. Una vita distrutta in pochi giorni?
"Guarda per me l'importante era resistere e reagire a quella sequela di avvenimenti infausti che stavano segnando la mia vita. Niguarda, inoltre, è il luogo dove è morta la mia mamma, io ero "piccolo" avevo appena 21 anni e lei ne aveva solamente 47, due operazioni al cuore e poi è andata via e così per me è stato un fare a pugni con me stesso, con i miei ricordi, con quel senso di angoscia. Ma d'un tratto, Luca mi ha salvato la vita".
Parli di Luca tuo figlio?
"Certamente. Era agosto del 2016 ed eravamo in vacanza in Spagna, a Palma di Maiorca, avevamo preso in affitto una casa con la piscina. Una sera dopo cena eravamo tutti dentro a fare qualcosa, Helene, mia moglie, stava in cucina, Luca gli girava intorno ed Andrea, che aveva un anno, era nel passeggino a bere il suo biberon di latte. Ad un certo punto Luca disse "vado a fare la pipì" il bagno era vicino alla cucina e nessuno poteva immaginare che in realtà avrebbe cambiato il suo percorso uscendo in giardino. Dopo pochissimi attimi, Helene iniziò a gridare "Luca, Luca, dove sei?" e mi disse di aver sentito un freddo trapassarle la schiena, una brutta sensazione che l'ha allarmata".
Ma dove era andato tuo figlio?
"Luca continuava a non rispondere e ci assalì la disperazione e d'istinto, insieme a mio nipote Niccolò, corremmo in giardino, verso la piscina e lì trovammo Luca che galleggiava a testa in giù. Lo tirammo fuori ma Luca non c'era più, gli occhi sbarrati verso il nulla il corpo bianco e gelido e le vene blu. Quella immagine non la dimenticherò mai".
E poi Ambrogio cosa accadde?
"Mia moglie urlava senza sosta avevamo la certezza che Luca era morto. A quel punto iniziai con tutto il mio amore, con tutta la mia forza, guidato dai miei angeli a praticargli un massaggio cardiaco e subito accanto a me mio fratello Luigi che gli faceva la respirazione bocca a bocca ma non c'era verso di rianimarlo, Luca non reagiva. Il tempo scorreva e nulla cambiava. Mi travolse la disperazione, quella di un padre che vede suo figlio senza segni di vita. Mi fermai. Mio fratello, con una forza antica, diede un pugno al bordo piscina e gridò con una forza e così insieme ricominciammo a fare tutto da capo. Dopo poco Luca ha iniziato a muovere le labbra, poi a tossire. Luca il 17 agosto del 2016 è rinato".
E così quando eri a Niguarda per il Covid hai rivissuto questi momenti?
"Ho percepito che stavo vivendo lo stesso vissuto del mio piccolo eroe perché mi hanno attaccato all'ossigeno ed accanto a me c'era la stessa macchina che emanava gli stessi rumori di quella lontana notte. Allora ho iniziato a reagire, mi sono detto che dovevo tornare a casa dai miei bambini, non dovevo mollare, per Luca e per Andrea, per Helene, per tutta la mia famiglia. Lo dovevo alle persone che amo. La vita è bella e dopo aver ricevuto questo dono non sono quindi autorizzato a non amarla, nonostante tutto".
Ambrogio Crespi oggi è un uomo libero in attesa della grazia del Presidente della Repubblica. Una delle frasi di Crespi è "se vuoi combattere un fenomeno che ha radici storiche così consolidate nella cultura di un paese, non puoi pensare di vincere la guerra solo con la repressione, devi educare, devi minare geneticamente i presupposti culturali in cui la subcultura mafiosa, nasce e si sviluppa". Ambrogio Crespi non può interrompere il suo lavoro di regista contro le mafie è diventato ormai un simbolo ed anche nelle proiezioni nelle piazze d'Italia del film "Terra mia", da lui diretto, si sente forte la personalità di un uomo probo ed utile alla comunità. L'arte non si può fermare ed anche saper comunicare è un'arte indispensabile che collabora a combattere la cultura mafiosa.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 1 agosto 2021
La deputata di Italia Viva che nel 2013 fu sfregiata dall'ex fidanzato, spiega l'emendamento alla riforma della Giustizia che prevede l'arresto in flagranza per chi viola il divieto di avvicinamento disposto dal giudice. "Ora il Codice Rosso è completo ma la battaglia è culturale".
Adesso potranno essere arrestati in flagranza di reato. I violenti, gli stalker, gli ex che nonostante il divieto di avvicinamento continuano a perseguitare le loro vittime, potranno essere fermati, sul fatto, dalle forze dell'ordine. È uno dei passaggi chiave, per quanto riguarda la violenza contro le donne, contenuto nel testo di riforma della giustizia penale, approvato dal Consiglio dei ministri. L'emendamento, presentato dalla deputata di Italia Viva Lucia Annibali, (già soprannominato "emendamento Annibali), completa così una parte carente del Codice Rosso, che già aveva definito reato a sé la violazione del divieto di avvicinamento che viene imposta ai violenti.
Era il 2013 quando l'avvocata di Pesaro Lucia Annibali venne sfregiata con l'acido da due sicari mandati dal suo ex fidanzato Luca Varani, anche lui avvocato, condannato a vent'anni. Dopo un calvario di operazioni e anni di ospedali, Lucia Annibali ha deciso di dedicare la sua vita alla battaglia contro la violenza sulle donne, persecuzione che così drammaticamente ha provato su di sé.
Deputata prima del Pd poi di Italia Viva, Annibali nel fare riferimento alla sua storia, dice semplicemente: "Oggi sono una donna consapevole di cosa è la violenza, oggi so riconoscerla, non ero così nel 2013 e l'ho provato sulla mia pelle. Per questo sono convinta che al di là delle norme sempre più dure e stringenti contro gli aggressori, sia fondamentale aiutare le donne a riconoscere la violenza. E lavorare affinché fin dalla prima denuncia le loro parole vengano credute".
Annibali, finora cosa accadeva quando un uomo violava il divieto di avvicinamento alla moglie, alla compagna, ai figli, imposto dal giudice?
"Veniva naturalmente sanzionato ma non poteva essere arrestato in flagranza. In pratica anche se la polizia riusciva a coglierlo sul fatto, cioè mentre cercava di sfondare una porta o fare stalking alla sua ex, ai suoi figli, non poteva arrestarlo. Adesso invece sì".
Era un punto carente del Codice Rosso?
"Sì, perché è quasi sempre dopo la denuncia, quando vengono emessi i primi provvedimenti contro i persecutori che le donne rischiano di più. Sono tante le donne uccise perché non si è riusciti a fermare gli ex, nonostante i divieti di avvicinamento".
Può accadere, però, lo sappiamo, che l'aguzzino riesca a scappare prima che arrivi la polizia. Non sarebbe stato utile, così come è stato proposto in diversi disegni di legge e suggerito dalla commissione sul femminicidio, prevedere anche lo stato di fermo per gli stalker non arrestati in flagranza?
"Certo, ma non siamo riusciti, per ora, ad inserirlo nel testo della riforma. Ma sarebbe indispensabile".
I centri antiviolenza avevano in una prima fase criticato la riforma Cartabia...
"Le loro critiche sono state giustamente accolte e non è stata toccata l'irrevocabilità della querela per i reati di violenza sessuale e stalking".
Lei ha vissuto sulla sua pelle l'orrore della violenza e della persecuzione maschile. Stiamo facendo abbastanza per rimuovere le cause di questa piaga?
"Sul fronte delle leggi e della repressione sì. Sul fronte delle radici culturali no, non è abbastanza, la violenza maschile ha fondamenta antiche, profonde difficilissime da abbattere".
Per anni lei è andata nelle scuole di ogni grado per raccontare ciò che le era accaduto, la sua tragedia di "non amore", per sensibilizzare ragazze e ragazzi, "affinché non accadesse più".
"Oggi con l'associazione "Ristretti orizzonti" racconto la mia storia nelle scuole organizzando incontri tra ex detenuti, figli dei detenuti e la persona offesa, cioè io, Lucia. Dobbiamo continuare, non possiamo sottrarci, è così che si scardinano gli stereotipi violenti".
di Viviana Lanza
Il Dubbio, 1 agosto 2021
Davide ha 22 anni ed è alla sua unica vicenda giudiziaria. Ha sbagliato a partecipare alla rapina, seppure con un ruolo di supporto ai veri esecutori. Ha risarcito il danno e affrontato il processo, ricorrendo in Appello al concordato: tre anni di reclusione. Questa condanna l'ha scontata quasi interamente agli arresti domiciliari, senza violare alcun obbligo. Ma quando mancavano circa quattro mesi alla fine della condanna, Davide è stato portato in carcere. Perché? Perché la sentenza era diventata definitiva. Insomma, pura questione di burocrazia giudiziaria, nulla di più.
Tullio, invece, ha più di 70 anni, una condanna per contrabbando di sigarette e un cuore che funziona con il supporto di due bypass. Da alcuni mesi è in carcere, a Poggioreale, perché la condanna è divenuta definitiva ma a causa di disfunzioni burocratiche ha ricevuto le cure e i farmaci salvavita di cui ha bisogno solo dopo che il suo difensore ha chiesto l'intervento del garante regionale.
Le storie di Tullio e Davide arrivano da Napoli a sollevare una riflessione sulla norma che prevede di sbattere in galera chiunque abbia un residuo di pena da scontare una volta che la condanna è divenuta definitiva, lasciando poi ai giudici della Sorveglianza la rivalutazione del singolo caso. Ma visto che il Tribunale di Sorveglianza non funziona con ritmi e tempi ragionevoli, perché è ormai storia nota che il settore della Sorveglianza sia tra quelli più in affanno nell'ambito della giustizia e a Napoli più che mai a causa di vuoti negli organici di personale amministrativo e di magistratura che di anno in anno si allargano come voragine senza che vi sia stato nel recente passato un intervento realmente risolutivo, l'applicazione di questa norma genera storture giudiziarie. Il fenomeno della cosiddetta porta girevole, quella che quando conclude il suo giro lascia sulla soglia del carcere decine, centinaia, migliaia di individui che vanno ad affollare le celle pur avendo da scontare un residuo di pena minimo. Ieri il Riformista ha raccontato la storia di un bambino di sette mesi finito in carcere, in Emilia Romagna, perché sua madre deve scontare un residuo di pena di venti giorni. Da Napoli arriva ora la storia di Davide, finito in cella per un residuo di pena di pochi mesi.
"Il mio assistito - spiega l'avvocato Paolo Cerruti - non ha ritenuto di proporre un "inammissibile" ricorso per Cassazione diversamente dai coimputati che, pur condannati con gravi precedenti penali e con pene ancor più gravi, pendendo il ricorso per settembre dinanzi alla settima sezione, sono attualmente in regime di arresti domiciliari". Davide, come i suoi coimputati, in Appello aveva fatto ricorso al concordato. "Tale leale comportamento si è riverberato negativamente nei confronti del mio assistito incensurato". Il giudice a cui è stata assegnata la procedura ha concesso al detenuto la liberazione anticipata, ma "per un ingiustificabile disguido delle cancellerie" non sono state trasmesse tutte le richieste. "A tutt'oggi dal 21 maggio nulla è stato fatto".
Sicché Davide è ancora in cella. "L'intelligente scelta di politica criminale adottata dal gup e finalizzata a non criminalizzare un incensurato è stata vanificata proprio da quell'ufficio preposto a verificare la personalità del detenuto - commenta l'avocato Cerruti - È paradossale - conclude - che un soggetto come Davide, che finirebbe la pena a metà settembre, debba ancora essere detenuto in carcere".
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 1 agosto 2021
Il motivo è triplice: le differenze fra i partner della coalizione sono vistose, l'Ue non sostiene i Paesi più esposti ai flussi, e la simultaneità delle crisi in Tunisia e Libia va a vantaggio dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. A quasi sei mesi dalla nascita, il governo Draghi è riuscito ad accelerare il programma di vaccinazione e ad avviare il piano di ricostruzione, d'intesa con Bruxelles, varando anche riforme importanti come su Semplificazione e Giustizia. Per non parlare della ritrovata credibilità internazionale con partner europei ed alleati atlantici. Ma lo stesso governo ha anche un vistoso tallone d'Achille: l'immigrazione.
Il motivo è triplice: su questo tema le differenze fra i partner della coalizione sono vistose e l'Ue esita a varare politiche di reale sostegno ai Paesi più esposti ai flussi mentre in Nordafrica la simultaneità delle crisi in Tunisia e Libia paventa il rischio di un'estensione delle aree prive di sufficienti controlli di sicurezza locali, ad evidente vantaggio dei trafficanti di esseri umani attraverso il Mediterraneo.
E poiché è difficile prevedere un avvicinamento di posizioni sui migranti fra Lega, Pd e M5S, così come appare proibitivo immaginare rivoluzionarie aperture da parte dell'Ue in ragione delle non troppo lontane scadenze politiche elettorali a Berlino e Parigi, l'unica strada per scongiurare un massiccio arrivo di profughi durante il periodo agosto-ottobre - quando il mare è più calmo e la navigazione diventa più facile - sembra essere un impegno strategico per stabilizzare il Nordafrica inquieto perché al centro di un aperto scontro interno all'Islam sunnita.
Tale scontro si svolge in Tunisia e Libia con modalità simili se non convergenti. In Tunisia il presidente Kais Saied ha allontanato il premier Hichem Mechichi facendo uso delle forze armate che hanno imposto il coprifuoco e appaiono determinate ad emarginare il partito islamico Ennahda, espressione dei Fratelli musulmani, il tutto con l'aperto sostegno di Egitto ed Emirati Arabi Uniti a fronte delle vibranti proteste di Turchia e Qatar. Perché ci sono proprio questi Paesi al cuore del duello inter-sunnita: Il Cairo ed Abu Dhabi accusano i Fratelli Musulmani di voler "rovesciare e abbattere tutti gli Stati arabi" mentre Ankara e Doha li difendono come la più pura espressione "dell'Islam politico".
La sfida in corso in Tunisia è dunque solo il tassello di uno scontro strategico più vasto per la guida dell'Islam sunnita che contrappone la Turchia di Recep Tayyip Erdogan - leader del proprio fronte - all'Arabia Saudita dell'anziano re Salman, che egiziani ed emiratini sostengono. Tale confronto si ripete, con una dinamica assai simile, in Libia, dove Ankara e Doha appoggiano con armamenti e finanze le milizie di Tripoli mentre Il Cairo e Abu Dhabi - assieme a Riad - fanno altrettanto con quelle della Cirenaica, dove fra l'altro operano i reparti dei mercenari russi della Brigata Wagner. Ovvero, se oggi la costa lunga quasi 1800 km da Tunisi a Bengasi offre più possibilità di operare ai trafficanti di uomini è perché si tratta di un'area resa instabile da uno scontro duro fra potenze sunnite rivali.
A ben vedere l'unica opzione che l'Italia - e anche l'Ue - ha per scongiurare il peggio è rafforzare le deboli e precarie strutture degli Stati-nazione in Tunisia e Libia. Nel primo caso significa dialogare con il presidente Saied per aiutarlo a scongiurare l'implosione definitiva del Paese mentre nel secondo l'opzione sul tavolo è contribuire a far svolgere entro fine dicembre le previste elezioni politiche - parlamentari e presidenziali - come auspicato da Nazioni Unite, Conferenza Ue di Berlino, summit Nato e amministrazione Biden. Ma anche qui può rivelarsi una strada minata perché sul terreno, in Tripolitania e Cirenaica, ci sono rispettivamente reparti militari turchi e russi che vedono nel voto politico un evidente pericolo perché chiunque sarà legittimato a guidare la Libia potrebbe chiedergli di allontanarsi senza troppi indugi.
Per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in arrivo a Tripoli all'inizio della settimana, si annuncia dunque una visita assai delicata perché gli strumenti che l'Italia ha in tale cornice per tutelare i propri interessi nazionali - ovvero bloccare o almeno regolare gli arrivi di migranti - sono assai esigui. Senza contare che sulle unità della Guardia Costiera libica vi sono oramai da molti mesi ufficiali turchi, divenuti di fatto i vigili urbani del traffico dei migranti nel bel mezzo del Mediterraneo centrale.
Solo tenendo presente la frantumazione geopolitica del Nordafrica si arriva dunque a comprendere quanto l'immigrazione è un terreno dove la risposta italiana può nascere andando ben oltre le polemiche ideologiche di parte fra i partiti politici sugli arrivi dei migranti, definendo una dimensione mediterranea della sicurezza nazionale da condividere poi con Ue e Nato. Poiché non è possibile stabilizzare il Nordafrica in presenza di Stati falliti o destinati a fallire, il governo Draghi ha anzitutto bisogno di una strategia di sicurezza per difendere i nostri interessi - a cominciare dall'immigrazione - in un Mediterraneo conteso.
borderline24.com, 1 agosto 2021
Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha partecipato nella Casa Circondariale di Bari alla premiazione dei vincitori del Premio Letterario "Fumarulo", dedicato alla memoria del dirigente regionale scomparso prematuramente nell'aprile del 2017. I detenuti hanno partecipato attivamente al concorso presentando componimenti poetici e narrativi che sono stati valutati da una commissione. Un Premio speciale è stato consegnato a chi ha saputo esprimere al meglio, attraverso lo strumento della parola, i valori e le idee di cui lo stesso Stefano Fumarulo si è fatto portavoce.
"Erano diversi anni che non venivo qui - ha detto Emiliano al termine della visita e dopo aver incontrato i detenuti - questo era uno dei luoghi dove ho lavorato per tanto tempo, e oggi abbiamo consegnato i premi per le poesie e i componimenti che i detenuti hanno scritto".
Stefano Fumarulo ha dedicato la sua vita alla lotta alla criminalità, oltre ad aver lottato al fianco delle persone più deboli contro il caporalato e ogni tipo di mafia, sia personalmente che in qualità di dirigente regionale, unendo professionalità e rigore tecnico. Proprio per questo motivo si è imposto come modello di virtù etica e sociale, di legalità e solidarietà, e soprattutto come modello per le nuove generazioni e per chi vuole cambiare la rotta della propria vita.
Di seguito i tre componimenti vincitori per le singole categorie (i nomi dei vincitori sono tutelati da privacy):
"Colpa"
Colpa indossa le mie scarpe e prova a non cadere Io cado, sì cado!!! Ma poi penso, sospiro e ci ripenso. Mi trovo scalzo, ma il buio si è ripresentato come ogni volta sulla mia vita. Un destino, meschino: dettato da un libro scritto apposta per me... Pensando al buio che mi sono lasciato alle spalle: cammino a testa alta, guardando la luce che finalmente ho trovato. Per questo alla vita sono grato. Colpa... indossa le mie scarpe e provaci anche tu...
"Io non valgo il mio errore"
Il mio percorso di vita è uguale a quello di tante altre persone: lavoro, famiglia, modellismo. I valori che la mia famiglia mi ha trasmesso erano fondati sul lavoro e sull'onestà. Pensavo che, anche nelle situazioni più difficili che avevo dovuto affrontare, non mi ero mai allontanato dai principi di correttezza e di legalità in cui ho sempre creduto. Anzi, ero soddisfatto di ciò che avevo realizzato con i miei sforzi e i miei sacrifici. E ora mi ritrovavo in carcere per un evento non voluto. Per lunghi periodi trascorrevo insonne le notti, pensando a tutto quello che avevo costruito e perso. Nelle carceri ci sono persone messe sotto chiave per impedire loro di far del male al prossimo e alla società. Una risposta tanto ovvia quanto rara, perché si preferisce abbellire la cosa con frasi sulla rieducazione. Invece, esistono persone che devono essere recluse fisicamente per garantirsi dalla loro persistente minaccia criminale. Nella mia lunga carcerazione ho conosciuto molti detenuti e certi di loro erano diversi ed era evidente che non avevano nessuna speranza di riscatto. Erano dei perdenti. Nelle galere incontri certi giovani che hanno sogni da gangster... ma non capiscono che quei sogni possono trasformarsi in incubi. Certi giovani pensano di essere dei dritti con le idee chiare, e che il crimine sia l'unico mezzo per accorciare la strada per il successo e la ricchezza: è una filosofia errata... Forse non capiscono o non vogliono capire che quando hai una condanna lunga da scontare, aspetti l'infinito e vivi di illusioni, ma fai la conoscenza con un nuovo stato d'animo: la malinconia; e così capisci cosa significa scontare una pena, vivere in un mondo e in un tempo sospesi, dove nulla ha senso se non la propria sofferenza. Si vive nella miseria creata dalle debolezze umane e dagli sbagli da lei provocati, debolezze che languiscono solo quando l'uomo scopre la fede e la speranza. La società di oggi ci "costringe" a vivere in un modo frenetico, registrando così un forte impoverimento delle relazioni. Anche i linguaggi sembrano essere diventati volgari e scadenti, non essendo più in linea con la cultura rappresentano una società ormai allo sbando, depauperata dei suoi antichi tesori e pilastri valoriali. Cerchiamo sempre di ferire chi sentiamo più debole, a volte ci sembrano delle minacce alla nostra vita, senza riuscire a metterci nei panni altrui per capire i loro bisogni. È bello scoprirsi, capire che non ci siamo solo noi e che il rispetto è il primo passo importante verso l'altro. Tutti siamo uguali in questo mondo... a volte c'è bisogno di riscoprire e riconoscere che non sempre la nostra condizione sociale conta. E vedrete che migliorerà e ricostruirete una vostra nuova identità reale, integra, dalla quale non saprete più tornare indietro né farne a meno. Ma quanto tempo ancora dovremo aspettare perché questo concetto entri nella testa di tutti: verrà il giorno in cui riusciremo a vederci con gli occhi di un bambino? A vedere gli altri per quel che sono realmente? Tutto questo può sembrare un'utopia, ma a nulla potrebbero quei muri se solo riuscissimo ad abbattere quelli più importanti, i muri dei pregiudizi, delle intolleranze, quelli che ciascuno di noi si porta dentro. Tutto si può fare se lo si desidera veramente... anche abbattere questi muri.
"Poesia"
Se l'universo non ha un centro un solo uomo può essere al centro dell'universo. Essere ricordati per le gesta compiute è privilegio di grandi uomini e cosa importa se il destino ha spezzato la tua giovane vita troppo presto non sono gli anni della vita che contano ma la vita che metti in quegli anni. Se poi ci metti l'anima intera per ogni brandello di energia che possiedi per il prossimo tuo con abilità naturale ecco che diventi unico e speciale.
di Gianluca Barni
La Nazione, 1 agosto 2021
L'associazione culturale ha realizzato un cortometraggio nel carcere pistoiese proiettato anche in Senato. Un nuovo consiglio per proseguire a dare voce a chi voce non ha. L'assemblea dei soci dell'associazione culturale Teatro Electra di Pistoia, tenutasi nei locali de La Corte degli Olivi, ha nominato presidente il dottor Sandro Castagnoli, consiglieri l'avvocato Stefania Boccaccini e la dottoressa Martina Novelli, confermando regista Giuseppe Tesi.
Scopo rinnovato, appunto, dare voce a chi voce non ha, come nel progetto teatrale svoltosi nella casa circondariale Santa Caterina in Brana, a Pistoia. L'ormai popolare cortometraggio "Stabat Mater", tratto dalla raccolta "Madri" di Grazia Frisina, ha avuto fra i suoi interpreti dodici detenuti della struttura carceraria pistoiese, affiancati dai talentuosi attori professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori.
"Realizzare un cortometraggio all'interno di un carcere ha rappresentato un'esperienza affascinante e permesso di entrare a diretto contatto con una realtà spesso trascurata o dimenticata - sottolinea Giuseppe Tesi -. Attraverso il linguaggio poetico della letteratura teatrale, questo progetto ha aperto nuovi orizzonti all'interno e fuori dalle mura della struttura detentiva.
Teatro Electra, con il presidente Sandro Castagnoli, Stefania Boccaccini, Martina Novelli e me medesimo è impegnato, infatti, nella divulgazione del corto, già approdato a Palazzo Madama a Roma, dove si è tenuta una proiezione alla presenza, tra gli altri, della senatrice Paola Binetti e di monsignor Carlo Maria Viganò, e a Ventotene nella cornice del Ventotene Film Festival, riscuotendo in entrambi i casi un ottimo successo di critica e pubblico. Ora altre occasioni per sensibilizzare una platea sempre più vasta e offrire un palcoscenico ampio non solo a un'opera, ma a un lavoro volutamente corale".










