di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2021
Chi subentra nel possesso per volontà di chi aveva precedentemente il titolo può subire solo conseguenze amministrative. Se si riceve l'immobile di un ente pubblico da chi ne era legittimo assegnatario, non scatta la responsabilità penale del nuovo possessore anche nel caso in cui non abbia i requisiti per ottenerne l'assegnazione. In caso di carenza dei requisiti le conseguenze saranno esclusivamente di carattere amministrativo e civilistico. Se l'immissione nel possesso avviene senza introduzione dall'esterno manca l'arbitrio e l'eventuale condotta violenta che sono alla base del reato di invasione di edifici, come previsto dall'articolo 633 del Codice penale. E l'immissione nel possesso - senza commissione di alcun reato - è confermata dalla pacifica consegna delle chiavi.
Come dice la Cassazione con la sentenza n. 23758/2021 la norma incriminatrice non è posta a tutela di un diritto, ma contro l'arbitraria introduzione dall'esterno in un immobile. Sintomo specifico del reato può essere l'effrazione di sigilli, che ovviamente non si realizza in caso di pacifica consegna delle chiavi. La norma penale, in conclusione, tutela la relazione tra la cosa e il possessore. Quindi in caso di volontaria consegna della cosa da parte del possessore si può piuttosto propendere per l'instaurazione di un rapporto di comodato, per quanto si possa così verificare la violazione amministrativa delle regole di assegnazione degli immobili pubblici. La Corte accoglie il ricorso dando seguito a un precedente del 2006.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2021
Quando i vertici di una società pubblica inducono i tecnici della società incaricata dei lavori a riaprire senza collaudo una strada, il momento consumativo è quello dell'adozione del provvedimento amministrativo regionale che la consente.
Quando i vertici di una società pubblica - al fine di intestarsi un successo manageriale - inducono i tecnici della società incaricata dei lavori a riaprire senza collaudo una strada, il momento consumativo del reato non è quello della materiale apertura del tratto autostradale, ma quello dell'adozione del provvedimento amministrativo regionale che la consente.
Infatti i manager "infedeli" è da quel momento che ottengono il vantaggio perseguito di poter pubblicizzare il risultato di aver agito in tempi brevi e il luogo di adozione del provvedimento radica la competenza territoriale del giudice chiamato ad accertare le responsabilità per il mancato collaudo e il connesso crollo del tratto stradale.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 23887/2021, affronta il noto caso del crollo di un viadotto autostradale siciliano avvenuto a pochi giorni dalla sua riapertura. Il processo è rimasto da ormai più di 5 anni nel limbo che precede il rinvio a giudizio, proprio in ragione del conflitto negativo di competenza tra il giudice del luogo dove insiste la strada e quello dove è stata adotta l'ordinanza amministrativa di apertura al traffico.
Questo il conflitto ora risolto dalla Cassazione che indica come competente il giudice del luogo dove è stata adottata la decisione di riaprire il tratto non collaudato. Nel caso concreto però la vicenda sulla competenza potrebbe non finire qui, raggiungendo il compimento del termine di prescrizione dei reati ascritti ai diversi e numerosi imputati. Infatti, questi ultimi - attraverso le dichiarazioni degli avvocati - sostengono la competenza dei giudici di Roma, dove ha sede legale la società responsabile della strada e che ha affidato i lavori di rifacimento.
Ma a oggi la presa di posizione della Cassazione dà rilevanza al luogo dove si è autorizzata l'apertura al traffico piuttosto che a quello di rimozione dei cartelli di divieto di transito all'imbocco della strada. Infatti, è nel primo dei due luoghi che scatta il momento in cui i vertici aziendali corrotti incaricati di pubblico servizio ottengono l'utilità perseguita: di essere formalmente meritevoli di riconoscimenti da parte dell'azienda per la celerità del compito svolto.
di Denis Barea
Corriere del Veneto, 18 giugno 2021
A processo tre accusati per la rivolta del giugno 2020. Il quarto si è ucciso in cella. Sul banco degli imputati, i tre profughi che, la scorsa estate, si sarebbero resi responsabili della sommossa all'interno dell'hub per richiedenti asilo all'ex caserma Serena di Dosson di Casier.
Ma il procedimento iniziato ieri, con lo stralcio della posizione di uno degli accusati per cui servirà una traduzione degli atti in un dialetto del Mali, sarà in realtà il processo alle condizioni di vita imposte agli stranieri dal gestore della struttura, la Nova Facility, e soprattutto al modo in cui fu gestita l'emergenza Covid. "Era come un carcere - spiegano i difensori, gli avvocati Martina Pincirolli e Barnaba Battistella - quello che è successo era ampiamente prevedibile. Vogliamo che nel corso del giudizio tutto questo emerga, il che permetterà di mettere i fatti sotto una luce completamente diversa".
I tre richiedenti asilo sono Amadou Toure, gambiano di 26 anni, Abdourahmane Signate, 31enne senegalese e Mohammed Traore, maliano di 25 anni. I primi due si trovano agli arresti domiciliari mentre il terzo resta nel carcere trevigiano di Santa Bona. Erano stati arrestati e indagati dalla Procura per saccheggio, devastazione e sequestro di persona, avendo bloccato, usando anche violenza, gli operatori della Nova Facility e il personale medico. Con loro era finito in manette anche Chaka Outtara, ivoriano di 23 anni, che si è suicidato a novembre nel carcere di Verona dove era recluso in regime di isolamento. Il ragazzo aveva sofferto molto l'allontanamento dalla Marca, tanto da chiamare ripetutamente il suo avvocato il giorno prima di togliersi la vita alla luce delle difficoltà a richiedere i domiciliari non avendo un luogo dove poter risiedere.
L'1 aprile gli atti del processo erano stati erano stati rispediti alla Procura perché fossero tradotti in francese. Ma Traore non è in grado di leggerlo: parla un dialetto molto diffuso in Mali, per cui il collegio, formato dai giudici Francesco Sartorio, Leonardo Bianco e Cristian Vettoruzzo, ha disposto il rinvio delle carte al gip per la traduzione. La posizione del 25enne è stata stralciata, mentre per gli altri due il processo è stato rinviato al 14 ottobre. La rivolta era scoppiata quando il personale medico dell'Uls 2 era all'interno dell centro per comunicare l'esito dei tamponi effettuati il giorno prima. Alla notizia di una positività e del rischio di quarantena qualcuno ha reagito con violenza: alcuni operatori di Nova Facility e personale della Uls 2 si rifugiarono in una stanza dove gli immigrati avrebbero impedito loro di uscire con violenze e minacce. Poi arrivò la decisione delle forze dell'ordine di intervenire in tenuta anti sommossa per sedare la protesta.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2021
Due notizie di segno opposto arrivano dal mondo penitenziario italiano. A Firenze il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio per tortura per dieci agenti di polizia penitenziaria accusati di aver usato violenza contro alcuni detenuti in tre diversi episodi, avvenuti tra il 2018 e il 2020. Chiede, inoltre, il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico per due medici che avrebbero mentito sulle reali condizioni di salute dei detenuti portati in infermeria dopo i presunti pestaggi, al fine di coprire i poliziotti. A Modena, invece, il giudice per le indagini preliminari dispone l'archiviazione del procedimento relativo alla morte di otto persone detenute (i morti sono stati in tutto nove) avvenuta all'indomani delle note rivolte del marzo 2020. Otto persone, tutte di origine straniera, per le quali le famiglie non sapranno mai quel che è accaduto.
Come si ricorderà, all'indomani dell'improvvisa chiusura dei colloqui con i famigliari a causa del lockdown scoppiarono rivolte in circa cinquanta istituti di pena italiani. Il terrore si era diffuso tra chi viveva in carcere, sia per l'impossibilità di rispettare le norme di igiene e distanziamento sociale che venivano indicate dalle autorità quali essenziali per la prevenzione del virus, sia per la mancanza di notizie sullo stato di salute dei propri cari. Durante le rivolte, in alcune carceri furono assaltate le infermerie, luoghi che nell'immaginario carcerario custodiscono pezzetti artificiali di felicità e oblio. Alcuni detenuti ingerirono dosi eccessive di metadone. Un comportamento tragico e ignorante dei propri effetti, evidente segno di un'umanità disperata.
Sono stati presentati alcuni esposti relativi alla presunta repressione violenta delle rivolte in diverse carceri. Ci auguriamo che le relative indagini facciano al più presto chiarezza sull'accaduto. L'associazione Antigone è coinvolta in vari di questi procedimenti. Così come era coinvolta in quello relativo al carcere di Modena, dove si è vissuta la situazione più drammatica con la perdita di nove vite umane. Cinque persone sono morte nel medesimo istituto, mentre altre quattro dopo essere state trasferite altrove con il consenso medico. Il 18 marzo del 2020, pochi giorni dopo l'accaduto, Antigone aveva depositato un esposto contro la polizia penitenziaria e il personale sanitario per omissioni e colpe per il decesso dei detenuti.
Antigone è stata più volte ammessa come parte civile nei procedimenti che riguardavano gravi episodi accaduti in carcere. Un'associazione che da tanti anni si occupa di tutelare i diritti delle persone recluse, è sempre stato il ragionamento dei magistrati, è parte in causa quando accadono fatti che, qualora accertati, costituirebbero una grave violazione di tali diritti.
Nel disporre l'archiviazione, il Gip di Modena ha invece scritto che né Antigone né il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale hanno voce in capitolo nella questione in oggetto. Entrambi si erano opposti all'archiviazione, ma il Gip afferma che deve essere dichiarata l'inammissibilità di tali atti oppositivi in quanto provenienti da soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati.
Una visione ristretta se riferita a decessi avvenuti in custodia della pubblica autorità, ma soprattutto in conflitto con altrettante decisioni di segno opposto prese da altri tribunali. Otto vite umane sono andate perdute, alcune delle quali durante un trasferimento verso altre carceri, nei giorni dopo la rivolta. Non vogliamo pensare che valgano di meno perché erano vite di persone detenute. Otto vite umane, una in fila all'altra. Nessuno voleva anticipare le indagini e puntare il dito su responsabilità specifiche di qualcuno. Ma non bisognava chiudere così presto, così rapidamente.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 18 giugno 2021
Il Gip ha respinto le opposizioni presentate dall'associazione Antigone, dal Garante e dai parenti di una delle vittime. Il gip Andrea Romito ha respinto le opposizioni all'archiviazione del fascicolo relativo al decesso di otto detenuti morti a seguito della rivolta avvenuta nel carcere di Sant'Anna l'8 marzo del 2020.
Respinte dunque le opposizioni dell'associazione Antigone onlus, dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale e dai parenti di una delle vittime, Chouchane Hafedh. Per il decesso di quest'ultimo, di Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lifti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah non ci saranno ulteriori indagini; il fascicolo che ipotizzava l'omicidio colposo e morte o lesioni come conseguenza di altro delitto sarà appunto archiviato.
Il gip ha dichiarato inammissibili gli atti per l'opposizione all'archiviazione presentati da Antigone e dal Garante nazionale, trattandosi "di soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati o, pur solo astrattamente enucleabili". Lo stesso gip sottolinea come la "causa unica ed esclusiva" del decesso dei nove carcerati (la nona vittima è Salvatore Piscitelli morto dopo il trasferimento ad Ascoli, dove sono ancora in corso indagini) sia stata l'asportazione violenta e l'assunzione di "estesi quantitativi di medicinali correttamente custoditi all'interno del locale a ciò preposto".
Un profilo, quello della causa dei decessi che Romito sottolinea essere "debitamente approfondito nel corso delle attività di consulenza e non investito di alcuna contestazione". Rimarcando anche la "sproporzione in termini numerici fra rivoltosi e guardie penitenziarie" e "il contesto sanitario nel quale gli accadimenti ebbero luogo", il gip rileva che "alcuna responsabilità è ascrivibile in capo ai soggetti intervenuti nel complesso iter procedimentale che conduceva, il 9 marzo, alla definitiva cessazione dei tumulti".
"Non è accettabile che una vicenda così grave che ha visto la morte di otto detenuti si chiuda con un provvedimento così motivato". L'associazione Antigone, per voce dell'avvocato Simona Filippini commenta così l'archiviazione firmata dal gio di Modena. "Stiamo valutando quale sia l'azione più opportuna da prendere ma sicuramente l'associazione andrà avanti affinché - aggiunge Filippini - venga fatta chiarezza sulle ragioni della morte di tutte queste persone".
Ad esprimere sorpresa ed amarezza è anche l'avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di una delle vittime: "Dalla lettura del provvedimento del giudice modenese, si evince come siano stati ignorati una serie di elementi e criticità sollevate nell'atto di opposizione depositato, che avrebbero meritato più attenzione e la dovuta considerazione. Sono troppe le zone d'ombra che - dice l'avvocato - non sono state chiarite in questa triste vicenda e questo non possiamo accettarlo. Pertanto siamo pronti a ricorrere nelle opportune sedi, confidando che prima o poi i familiari di queste giovani vittime avranno le risposte che meritano".
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 18 giugno 2021
Nel centro di via Corelli sono state segnalate violenze, cure inadeguate e diritti calpestati in ogni modo. "Sono stanco. A volte penso di prendere una corda e farla finita, come quel ragazzo di Torino". A parlare è Mohammed, uno degli ospiti del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Milano. È dentro da diversi mesi, ma proprio poche ore dopo essersi messo in contatto con noi è stato liberato.
Della tragedia di Musa Balde, il 23enne che si è tolto la vita nella struttura torinese dove era finito dopo aver subito una violenta aggressione, si è venuto a sapere anche nel centro del capoluogo lombardo. E nessuno è rimasto sorpreso. Autolesionismo e tentativi di suicidio da tempo scandiscono la quotidianità al suo interno. "Vediamo sangue di continuo, ogni giorno diverse persone finiscono in ospedale", racconta Mohammed. Il materiale che ci inoltra lo conferma: un video mostra le pareti dei bagni coperte di schizzi rossi, un altro un ragazzo pieno di tagli sulle braccia e sulle gambe che si lamenta, il sangue che cola.
Il Cpr di via Corelli ha aperto il 28 settembre scorso dopo mesi di proteste da parte delle reti solidali e delle organizzazioni per i diritti umani. Si trova tra la linea ferroviaria e il cavalcavia della tangenziale est, lì dove in passato c'erano state altre esperienze di accoglienza. La gestione è stata vinta tramite appalto da Versoprobo e Luna Scs, realtà attive nell'ambito dell'immigrazione ma anche in strutture di tutt'altro tipo, legate al turismo.
Il meccanismo del bando è stato quello dell'asta al ribasso, la dignità di trattamento degli ospiti sacrificata in nome del risparmio. Oggi al suo interno ci sono una cinquantina di persone, per lo più tunisini, mentre gli operatori sono solo due durante il giorno e uno di notte. Chi entra non ha commesso un reato, trattasi di detenzione amministrativa per i migranti senza permesso di soggiorno da tradursi nel più breve tempo possibile - massimo 90 giorni a parte alcune eccezioni - in rimpatrio. Nei fatti la situazione è peggiore di quella di una penitenziario.
"In carcere ci sono dei diritti stabiliti, durante la giornata si fanno delle attività, ci sono delle regole. Nel centro milanese no, è un luogo di passaggio vuoto dove le persone vengono parcheggiate anche per diversi mesi, in condizioni critiche", sottolinea l'avvocato Nicola Datena. Per riempire il tempo c'è giusto una scacchiera e una tv quasi sempre spenta, anche se sarebbe prevista l'organizzazione di attività. Secondo Datena il problema più grave del centro di via Corelli è l'assenza di una convenzione stipulata con l'Agenzia di tutela della salute (Ats), un unicum tra i Cpr italiani e una violazione dell'articolo 3 del Regolamento unico.
"Manca un ospedale di riferimento e questo comporta tutta una serie di problematiche per le persone rinchiuse", spiega. "Al momento dell'ingresso non ricevono un'adeguata visita medica di compatibilità alla vita nella struttura, può sembrare una formalità ma per la legge è una condizione fondamentale per entrare. Ci sono poi persone che hanno bisogno di accedere a terapie che non sono quelle di urgenza del pronto soccorso e che se le vedono negate".
Un esempio è quello dei tossicodipendenti, ce ne sono diversi in via Corelli. Il metadone spesso viene somministrato in ritardo e con terapie abbozzate e occasionali, manca ogni collaborazione con i Servizi per le dipendenze patologiche (Serd). Praticare autolesionismo diventa una strategia per finire in ospedale e cercare di avere accesso ad altre terapie negate nel Cpr, nelle ultime settimane diverse persone si sono lanciate dal tetto per fratturarsi le gambe e poter uscire.
Stesso discorso per i disturbi psichici, sempre più diffusi ma spesso ignorati a causa dell'assenza di uno psichiatra che segua gli ospiti in maniera continuativa. L'unica cosa che non manca, dalle testimonianze interne che abbiamo raccolto, sono i tranquillanti, somministrati con la manica larga anche a chi non ha disturbi. "Ho visto ragazzi entrare sani e poi diventare zombie, al primo appuntamento erano determinati e combattivi ma negli incontri successivi sempre più passivi e apatici", conferma Datena. Una situazione sanitaria esplosiva, che Mohammed ha vissuto sulla propria pelle nel periodo passato lì dentro, tra pensieri suicidi e molto altro.
Il ragazzo ha una profonda ferita che non gli è stata curata, le croste insanguinate gli macchiano il corpo, come mostra in un video. Gli ultimi giorni nella struttura poi li ha fatti con una caviglia rotta. Le numerose rivolte susseguitesi in questi mesi hanno fatto sì che i migranti venissero sottoposti a continue perquisizioni, denudati e privati degli oggetti considerati pericolosi.
Le stampelle sono tra questi e Mohammed la notte, quando nessuno poteva trascinarlo in bagno, si è trovato a doversi urinare addosso. Quando è stato liberato lo hanno lasciato fuori dal centro senza stampelle, ci hanno pensato alcuni attivisti a soccorrerlo. Nei bagni interni la situazione è altrettanto critica: la privacy degli ospiti è negata, non ci sono le porte e dalle immagini che abbiamo visionato le toilette alla turca sono tutte intasate, i pavimenti e i muri sporchi e ammuffiti.
Ma i problemi non finiscono qui. All'ingresso del centro vengono sequestrati i telefoni cellulari e se negli ultimi mesi agli ospiti è stato concesso fare chiamate - una decina di minuti al giorno, non garantiti a tutti - è solo perché a marzo è intervenuto il tribunale di Milano con una sentenza ad hoc.
Al Cpr si finisce per stare per troppo poco o per troppo tempo. Inizialmente le persone entravano e venivano espulse in pochi giorni senza nemmeno riuscire ad avere assistenza legale, una violazione del Regolamento. Non gli veniva dato modo di comunicare con l'esterno e l'unica via che avvocati e associazioni avevano per poter fare qualcosa era contattare i familiari, se riuscivano a rintracciarli. Ora invece c'è chi si trova bloccato in questo inferno da ormai sei mesi: il rimpatrio non arriva per motivi burocratici ma la libertà sotto forma di rilascio con foglio di rimpatrio volontario entro sette giorni raramente è contemplata. Lo sciopero dei tamponi delle ultime settimane sta poi prolungando ulteriormente i tempi di detenzione.
Altre testimonianze che abbiamo raccolto parlano di riscaldamenti spenti durante l'inverno, cibo scaduto o di qualità infima servito in mensa, acqua calda assente per diversi giorni, minori trattenuti illegalmente a causa di test anagrafici tardivi e approssimativi, violenze ripetute da parte degli agenti. "Ti portano negli ambienti dove non ci sono le telecamere, ti sbattono contro il muro e partono con i manganelli", ci racconta un ospite, che si sofferma su una delle ultime perquisizioni subìte, con tanto di Corano buttato in terra e calpestato a sfregio.
Il 25 maggio scorso decine di agenti antisommossa sono entrati nel centro per calmare una protesta sul cibo, ci sono state violenze e alcuni migranti sono finiti in ospedale. "Siamo stati trattati peggio degli animali, avrei preferito morire che passare altro tempo lì dentro", sottolinea un ex ospite. Ora si trova in Tunisia e si dice felice di essere stato rimpatriato, qualunque cosa è meglio di quello che chiama "il lager di via Corelli".
Che nella struttura tante cose non funzionino non lo si capisce solo raccogliendo le testimonianze di chi ci è stato rinchiuso. Gli avvocati penalisti di Milano hanno definito la situazione "disumana", una delegazione di palazzo Marino ha evidenziato diverse criticità, mentre i parlamentari Gregorio de Falco e Simona Nocerino, in visita nel centro nei giorni scorsi, hanno detto di aver provato "un senso di vergogna" a causa di "situazioni di trattenimento incomprensibili". Perfino il sindacato di polizia ha parlato di una situazione "surreale".
Per i giornalisti entrare è praticamente impossibile nonostante sia consentito dal Regolamento, la nostra domanda di ingresso alla Prefettura è stata accolta dopo diverse sollecitazioni, per poi venire cancellata su ordine del ministero dell'Interno. Un rifiuto che stanno riscontrando tutti quelli che vogliono entrare in questo periodo, parlamentari a parte. Stesso discorso per la richiesta di chiarimenti al direttore del centro, Federico Bodo: "La prefettura di Milano ha invitato a non rilasciare ulteriori interviste", ci ha scritto. Nelle scorse settimane però Bodo ha rilasciato su Facebook alcune dichiarazioni che rendono bene l'idea di quanto critica sia la situazione interna.
"La permanenza prolungata all'interno della struttura ha provocato ripercussioni pesanti sulla condizione psicologico-psichiatrica degli ospiti", ha sottolineato, confermando poi che "per persone che rimangono un tempo limitato (seppure per loro infinito) presso la struttura risulta pressoché impossibile accedere a visite specialistiche attraverso il sistema sanitario nazionale". Il trattenimento prolungato degli ospiti nel momento in cui il rimpatrio è impossibile viene infine da lui stesso definito "un trattenimento senza scopo, in violazione delle basilari norme costituzionali in materia di tutela della salute e dei Diritti fondamentali dell'uomo". Tra gestori, Prefettura e Questura non è chiaro quando iniziano le responsabilità dell'uno e finiscono quelle dell'altro. Il problema è a monte in un sistema, quello dei Cpr, scarsamente regolamentato, ma ora a Milano si è messa in moto la strategia dello scaricabarile.
A questo si aggiungono le poche risorse disponibili in un meccanismo di bando dove l'unica cosa che conta è il risparmio per lo stato. Il risultato è una situazione esplosiva, abbandonata a sé, come abbandonate a sé sono state le centinaia di persone che in questi mesi sono state rinchiuse in via Corelli, private anche dei più basilari diritti umani. Un fallimento su tutti i fronti che non sembra destinato a cambiare: nel nuovo bando per la gestione del Cpr, da cui Versoprobo e Luna Scs hanno deciso di tirarsi fuori, si parla addirittura di un ampliamento della capienza della struttura.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2021
Il giovane era affetto da seri disturbi psichici. In primo grado furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo a una psichiatra: per la prima volta un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo. È da 12 anni che il padre Michele e i fratelli Andrea e Vincenzo chiedono che sia fatta giustizia sulla morte di Luca Campanale che morì impiccandosi nel 2009 a 28 anni nel carcere di San Vittore dove era recluso per uno scippo. Ora, attraverso un ricorso firmato dall'avvocato Andrea Del Corno, la vicenda approda alla Corte europea dei diritti dell'uomo chiamata a dirimere un caso con esiti giudiziari "storici" e controversi.
Nel 2014, in primo grado, una psicologa venne assolta mentre a una psichiatra furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo. Inoltre, il Ministero della Giustizia fu condannato al pagamento di una provvisionale da 529mila euro. Fu, quella, la prima volta che un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo per un suicidio dietro le sbarre. Ma in appello, confermato dalla Cassazione, entrambe le imputate furono scagionate con la revoca delle statuizioni civili. Il ricorso punta su una "sequenza degli avvenimenti ritenuta di per sé esplicativa: Campanale si suicida il 12 agosto 2009 a mezzanotte e mezzo, dopo l'esecuzione del provvedimento di revoca della Sorveglianza a vista e della permanenza nella zona delle celle a rischio, quindi con declassamento del regime di controllo". Responsabili sarebbero state, nella lettura della parte civile, le dottoresse R.D.S., psicologa, e M.M., psichiatra, perché avrebbero sottovalutato il rischio che il giovane si suicidasse.
In particolare, non avrebbero dato il giusto peso al fatto che Campanale fosse affetto da seri disturbi psichici e avesse compiuto "numerosi gesti autolesivi" nel carcere di Pavia dove era detenuto in precedenza. Dalla ricostruzione di Del Corno emerge che il 30 luglio del 2009 la psicologa "aveva revocato la sorveglianza a vista e l'inserimento nelle celle a rischio", mentre la psichiatra "non aveva disposto alcun regime di sorveglianza ma aveva ridotto il presidio farmacologico sulla base di una non riscontrata alleanza terapeutica". Il 2 e il 4 agosto Campanale aveva compiuto "numerosi gesti autolesivi" senza che venisse cambiatala scelta di non sottoporlo a un'osservanza più stretta. In totale nel ricorso si citano nove episodi, documentati, di "reiterati gesti autolesionistici, aggressivi nei confronti di altri e tentativi di suicidio tra il maggio e l'agosto dell'anno in cui il giovane si tolse la vita.
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 18 giugno 2021
In quattro mesi gli infortuni mortali sono aumentati del 60 per cento. Sono gli ultimi dati di Anmil, ma l'allarme è la conferma di un problema strutturale. Edilizia, agricoltura e industria i settori più colpiti, sale il prezzo pagato dalle donne. Andrea Lanari abita in provincia di Ancona, ha 44 anni e da 9 vive con due protesi al posto delle mani. La sua missione è convincere aziende e lavoratori a investire in sicurezza: da testimonial di Anmil, l'associazione nazionale che riunisce i mutilati e gli invalidi sul lavoro, tiene corsi in scuole e fabbriche per raccontare l'esperienza vissuta. Per lui ogni notizia di cronaca su infortuni o morti sul posto di lavoro è un cazzotto nello stomaco che lo riporta a quel 4 giugno 2012. Fu il giorno in cui una pressa sprovvista dei sistemi di sicurezza partì di colpo mentre stava inserendo una lamiera da collaudare, schiacciandogli irrimediabilmente le mani. "Non giriamoci intorno: le notizie dei tanti infortuni mortali di questi giorni - ci dice con voce preoccupata - fanno temere. E non poco. La nostra paura è che la ripresa economica del post-pandemia venga pagata a caro prezzo di vite umane". E sono proprio i primi dati sulle morti a confermare i timori.
"È uno stillicidio di episodi - spiega Franco D'Amico, responsabile dell'ufficio statistico di Anmil - coincidente con la forte ripresa delle attività economiche. Nel bimestre marzo-aprile c'è stato un aumento del 17 per cento degli infortuni e nei primi 4 mesi del 2021 quelli mortali sono cresciuti del 60 per cento rispetto al 2020. Trentadue vittime in aziende di costruzioni e 25 in agricoltura, solo per citare due settori". La pandemia ha scombinato un po' le carte e confuso i contorni di un fenomeno che per l'Italia stava assumendo toni meno drammatici rispetto agli anni precedenti. "Il Covid - spiega D'Amico - ha agito in due direzioni: da una parte il lockdown e il rallentamento delle attività produttive hanno portato nel 2020 a una riduzione per i settori a più alta pericolosità, dall'altra il fatto che il contagio fosse riconosciuto come infortunio sul lavoro assimilato a causa "violenta" ha portato a un aumento del rischio, in particolare fra gli operatori sanitari".
Le prime ore del mattino - Ma i pericoli più frequenti continuano ad arrivare dalla strada, sia perché il settore dei trasporti è uno di quelli più soggetti, sia perché è nel tragitto casa - lavoro - casa che si è più esposti. E anche qua sono le donne a pagare il prezzo più caro. "Perché hanno i maggiori carichi di cura - aggiunge D'Amico - e più difficoltà nella conciliazione dei tempi di lavoro e vita privata. Tali incidenti stradali sono dovuti spesso all'appannamento dei riflessi e si verificano con frequenza nelle prime ore del mattino, quando una donna raggiunge il posto di impiego già stanca a causa della cura dei figli". Oltre alla strada sono ancora i classici settori produttivi come l'edilizia, l'agricoltura, la metallurgia e la sanità a esporre i lavoratori a più pericoli. Prevenzione e formazione rimangono i punti saldi. "Più è alto il livello di rischio - ricorda il presidente nazionale di Anmil, Zoello Forni - più serve attenzione. L'ansia della ripresa non può far trascurare l'attenzione alla sicurezza e i segnali che stanno arrivando dal governo Draghi e in particolare dal ministro Andrea Orlando sono positivi".
Livelli regionali - "C'è più attenzione e nel decreto sostegni bis - aggiunge il direttore generale Sandro Giovannelli - è prevista una maggiore spesa per l'assunzione di tecnici della prevenzione e medici nelle Regioni. Sono proprio i livelli regionali ad avere maggiori responsabilità nell'esercizio dei controlli, perché l'Ispettorato del lavoro a livello nazionale si occupa di grandi rischi e di grandi realtà produttive". Ma, secondo i dati dell'Inail, il 90 per cento degli infortuni avviene proprio nelle aziende più piccole che hanno meno risorse economiche per investire in formazione e adeguamenti. "Ogni giorno - aggiunge Giovannelli - ci si deve chiedere cosa si è fatto per evitarli. Le azioni sono note: più formazione fin dalla scuola, più controlli, forme di impiego regolari e certezza del riscontro delle responsabilità, con pene e tempi di giustizia certi e adeguati". E guardare alla sicurezza non solo come ad un costo.
"Si deve capire - spiega ancora Andrea Lanari - che invece è un investimento. A volte si disattivano o boicottano sistemi di prevenzione per guadagnare qualcosa in più. Io sono stato fortunato perché vivo ancora e continuo a pensare a Luana D'Orazio e a tutti gli altri che non sono potuti tornare a casa dai propri cari. Ma trasformare le cose è possibile: vicino a casa mia esiste un'azienda che dopo la notizia del mio incidente ha deciso di dare più attenzione alla sicurezza. E certamente all'inizio ha speso molto. Ma oggi ha aumentato il suo fatturato, perché i lavoratori si sono sentiti più sicuri e valorizzati e hanno anche fatto meno assenze per infortunio. Ci vogliono più controlli, determinazione, consapevolezza e formazione". Fondamentale per aumentare la consapevolezza è anche la testimonianza di persone che portano addosso i segni. "Se prima del 4 giugno di nove anni fa avessi potuto beneficiare dell'occasione di ascoltare uno come me - conclude Lanari - ci avrei pensato cento volte a mettere le mani sotto quella pressa".
di Cristina Dell'Acqua
Corriere della Sera, 18 giugno 2021
Ricordando la lezione contro l'odio di Antigone, sempre con noi per rammentarci che il principio di fratellanza ci lega, ci fa uscire dall'io nella pagina di storia che ci è stata assegnata dal destino: un vaccino è sinonimo di senso di fratellanza e di futuro.
Se avessi la lampada di Aladino esprimerei un solo desiderio: tornare tutti d'incanto al 23 febbraio 2020. Rivivere dove eravamo quel giorno, e, soprattutto, come eravamo quando un virus sconosciuto si è impossessato delle nostre vite, chiudendoci prima nelle nostre case, poi dentro noi stessi. E visto che la lampada di Aladino tutto può, faccia pure durare quella giornata tutto il tempo che serve per poi, una volta tornati alla primavera 2021, farci mantenere vivo il ricordo di quel giorno, cioè farcelo riportare nel nostro cuore e lì lasciarlo, interrogarlo. Alla luce di quel giorno, a partire dal quale la vita del pianeta è stata travolta in ogni sua piega, il numero dei morti a oggi supera i tre milioni, incalcolabile il numero di chi è morto dentro e fatica a far zampillare nuovamente dalla propria anima la voglia di lottare.
Con quel giorno ben impresso, davvero pensiamo di poterci liberare dalle catene di un virus per imprigionarci in quelle dell'arrogante illusione di tornare esattamente da dove siamo partiti? Immagino che nessuno pensi di paragonare la vita a una eterna partita a Monopoli dove di tanto in tanto basta ripartire dal via. La vita è piuttosto un perenne ritrovarci attraverso il cambiamento. E penso basti guardare e vedere i nostri ragazzi e le persone che abbiamo la fortuna di avere intorno, penso basti tornare a scuola, a teatro, in ufficio, a una mostra, un concerto, in un negozio e in un ristorante, comprare il biglietto di un treno (mai avremmo pensato che un gesto tanto semplice potesse procurarci una gioia così nuova) per capire che il nostro vocabolario emotivo ha subito una modificazione genetica. Quando ritroviamo persone e luoghi, dopo la gioia del momento e insieme alle norme di sicurezza che devono far parte di noi, tutti ora ci ritroviamo in un vaccino. Una delle prime emozioni che ci scambiamo è quella di averlo dentro di noi (o di essere in procinto di averlo).
Un elisir di fratellanza che ci fa tornare nel mondo. Fratellanza non è solo una inestimabile risorsa affettiva che va ben oltre il legame di sangue, la fratellanza è un modus vivendi. Distrutta da Caino, l'immagine della violenza per definizione, dell'uomo che, messo alla prova sulla dimensione del senso della fraternità uccide suo fratello Abele. Perché gli è impossibile la convivenza, perché è vittima di una pulsione che non sa dominare.
Quando sentimenti come l'invidia o l'ira si impadroniscono di noi ci devastano e ci chiudono in noi stessi e nelle nostre paure, come se l'altro potesse solo toglierci ossigeno anziché donarcelo. Pensare che sono fermamente convinta che sia esattamente l'opposto. Noi funzioniamo solo nella relazione con gli altri, nel sentirli fratelli e dunque nel volerci proteggere a vicenda. Come Antigone, la figlia di Edipo, sorella di Eteocle e Polinice, entrambi morti dopo essersi uccisi reciprocamente in una guerra in cui in vincitore sarebbe stato il nuovo re di Tebe, la loro patria.
Nella tragedia di Sofocle (del 442 a.C), che prende il suo nome, Antigone si trova a dover scegliere se obbedire ciecamente alla volontà del nuovo re, lo zio Creonte, che con editto ufficiale vieta di seppellire i nemici, dunque anche Polinice, oppure se onorare il fratello Polinice della sepoltura. Il suo dilemma è terribile. Come avviene nello straordinario mondo delle tragedie greche, davanti ai nostri occhi si stagliano domande di senso, risposte possibili. Quello che è certo è che la giovane, non potendo adempiere ad entrambi i doveri, deve scegliere (non è forse questo la nostra vita, un susseguirsi di scelte attraverso cui crescere?). Antigone rende immortale la sua scelta, quella di seppellire il fratello spargendo sul cadavere una manciata di polvere, quanto basta per essere coerente con il suo vincolo alle leggi dell'amore e non a quelle dell'odio. Obbedendo in cuor suo alle leggi non scritte e incrollabili degli dei, che reclamano l'uguaglianza di tutti gli uomini davanti agli Dei.
Igino, prezioso mitografo romano ci racconta che i sacrifici per la morte di Eteocle e Polinice furono celebrati in una giornata ventosa. Persino il fumo che si alzava dal rogo funebre si divideva e andava in due diverse direzioni. Solo Antigone è riuscita ad oltre l'odio, il dolore e il tempo. È con noi, compagna di vita. Lo è ovunque vi siano ingiustizie e prevaricazioni, lo è stata in momenti difficili come durante il periodo del processo di Norimberga, quando abbiamo avuto bisogno di dare un nome all'indicibile, e anche grazie al suo esempio, è nato il principio giuridico i dei crimini contro l'umanità. È ora è con noi per rammentarci il principio di fratellanza, che ci lega, ci fa uscire dall'io per ricordarci che nella pagina di storia che ci è stata assegnata dal destino, un vaccino è sinonimo di senso di fratellanza e di futuro. Un'epigrafe che la pandemia sta scrivendo in modo indelebile per raccontare un giorno che noi siamo passati da qui e abbiamo imparato.
di Elena Stancanelli
La Stampa, 18 giugno 2021
Un'estate in bilico tra libertà e nuove ansie da Covid. Dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare - vaccinazione, seconda vaccinazione, Spid, certificato vaccinale e persino un tampone - sono andata a una festa. A un pranzo, all'aperto per carità. Senza più un briciolo di disinvoltura, accaldata, più vecchia di due anni che sembrano cento, volevo incontrare gli amici che non vedevo da allora, da quando temevamo che la fine del mondo avrebbe avuto l'aspetto di un'onda, o un lunghissimo incendio. Qualcosa di eroico ed eclatante, non certo la malattia dei pipistrelli. Ero goffa e arrugginita, negli ultimi due anni, come quasi tutti, mi ero rivolta soprattutto al mio cane: faccio le vocine, i fischi, e grido automaticamente "a cuccia" se mi esaspero. Mi sentivo anchilosata, come tutti, ma non avevo paura.
Da quando ho fatto il vaccino ho smesso di avere paura. Il giorno successivo alla prima dose sono uscita di casa con le spalle dritte e la sicurezza che non sarei morta di quella roba dei pipistrelli. Una sensazione bellissima. Ma una festa è diverso, non c'entra la paura. Una festa è quando passi da una conversazione all'altra, scambi il bicchiere sul tavolo, accarezzi una mano come fosse per caso, ridi vicinissimo al naso di qualcuno che non ti conosce.
Una festa è disinvoltura, e giovinezza. Non per età, ma per quella dabbenaggine per cui se sbagli pazienza, era solo una festa. Ero carina, ero troppo ubriaca? Questo importa. Importava, prima del pipistrello. A quella festa tutti parlavamo di Covid. E va anche bene. Il fatto è che un paio di noi sapevano tutto della variante Delta. Io della variante Delta non sapevo quasi niente. Perché nel frattempo, come dicevo, ho fatto il vaccino. E quindi, questo avevo patteggiato con l'incubo, da quel momento nessuna cosa che avesse a che fare col pipistrello poteva farmi del male. Nessuna variante: ero fuori, basta.
Ho una fiducia cieca nella scienza e nella medicina, e quando dico cieca intendo una cosa che solo chi è cresciuto senza i social conosce, e un atteggiamento infantile verso le decisioni. Non decido quello che è meglio, non mi basta, ma quello che è bello, entusiasmante, risolutivo. Così, con questo spirito, ho fatto tutto quello che dovevo fare. Sono stata brava, e ora non voglio sapere più niente della variante Delta né di nessuna altra variante. Avrei dovuto, se fossi stata coerente con me stessa, non ascoltare quelle due, tre persone che sapevano tutto della variante Delta. A quella festa avrei dovuto leccare i cucchiaini degli altri, baciare chiunque fosse senza mascherina, gridare che ce l'abbiamo fatta, li abbiamo fottuti i pipistrelli. Invece sono tornata a casa abbacchiata, e mi sono messa a leggere quello che c'era da sapere di questa ennesima, maledetta variante Delta. Non riusciremo mai più essere scemi, scemi com'eravamo prima? Siamo stati la generazione più scema da quando esiste il termine generazione, siamo stati mammoni, fannulloni, bamboccioni, siamo stati i più bravi scemi della Storia. Ma ci sembrava insopportabile, ci vergognavamo. E adesso lo rimpiangiamo. La pandemia potrebbe essere l'occasione per riflettere su quello che eravamo, la nostra bulimia, l'inconsapevolezza, persino i pipistrelli. Boh, forse. Di sicuro è un enorme, gigantesco, imprevedibile, trauma. Poco importa che abbia riguardato tutto il mondo, poi siamo noi, ognuno di noi, che deve riprendere a comportarsi in maniera normale, uscire di casa, andare alle feste, leccare i cucchiaini. Come si guarisce da un trauma? Affrontandolo, attraversandolo, e a un certo punto, finalmente, lasciandoselo alle spalle. Le varianti del trauma no, per favore.











