di Giorgia Serughetti
Il Domani, 16 novembre 2021
Se una popolazione aliena oggi visitasse i confini d'Europa, difficilmente riuscirebbe a comprendere la fibrillazione causata da alcune migliaia di persone inermi, ammassate al freddo e nel fango. Non lo capirebbe, perché la chiusura dell'Unione Europea nella sua fortezza sempre più impenetrabile ha poco a che vedere con i numeri. La guerra a migranti e rifugiati, combattuta ad intensità crescente, ha una motivazione tutta politica ed è il frutto dell'egemonia discorsiva che i partiti sovranisti sono oggi in grado di esercitare sul tema.
Il desiderio delle centinaia di uomini, donne, bambini che si trovano intrappolati al confine tra la Bielorussia e la Polonia è ora ridotto al più elementare dei bisogni: restare vivi in un mondo che li vuole morti. Per i paesi da cui provengono - soprattutto l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan - sono persone in eccesso. Per quelli in cui vorrebbero entrare, i paesi alla frontiera orientale dell'Unione europea, sono nemici da combattere. Per i trafficanti che ne organizzano il viaggio, il valore della loro vita si esaurisce con il pagamento della quota di trasbordo. Per gli Stati autocratici oltre i confini, sono armi biologiche nella guerra contro l'Ue.
E Bruxelles? Le alte cariche dell'Unione condannano la "strumentalizzazione dei migranti" da parte del regime di Lukashenko, ma sposano la linea di Varsavia e delle repubbliche baltiche: rafforzare le barriere e la loro militarizzazione.
Se una popolazione aliena oggi visitasse i confini d'Europa, difficilmente riuscirebbe a comprendere la fibrillazione causata da alcune migliaia di persone inermi, ammassate al freddo e nel fango in Bielorussia, nei boschi lungo la rotta balcanica, su imbarcazioni di fortuna nel Mediterraneo. Non lo capirebbe, perché la chiusura dell'Unione Europea nella sua fortezza sempre più impenetrabile ha poco a che vedere con i numeri.
La guerra a migranti e rifugiati, combattuta ad intensità crescente, ha una motivazione tutta politica ed è il frutto dell'egemonia discorsiva che i partiti sovranisti sono oggi in grado di esercitare sul tema, a causa della debolezza dei difensori dei "valori europei" dinnanzi alla sfida migratoria. La paura di una crescita della destra nativista e nazionalista sta inducendo tutte le forze politiche ad adottarne l'agenda.
A maggio di quest'anno, in uno discorso tenuto all'Istituto universitario europeo di Firenze, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha richiamato don Milani, le sue parole "I care", come espressione di attenzione e responsabilità per gli altri da trasformare in motto dell'Ue durante e dopo la pandemia: "I care, we care, questa credo che sia la più importante lezione che possiamo imparare da questa crisi".
Però una politica che voglia mettere al centro la "cura", cioè la risposta ai bisogni vitali delle persone, non può evitare la domanda: la cura per chi? Chi sono le persone verso cui le istituzioni si assumono una responsabilità? Includono i "non nativi" che chiedono protezione da guerre, fame, disastri climatici? Oppure è da seguire la linea della Polonia, che ha reso legali i respingimenti dei richiedenti asilo?
Dalla pandemia sembrano essere nate due Europe. L'una che vanta il successo di una risposta comune alla crisi, manifestazione di un'"anima", una volontà politica che ambisce a una maggiore integrazione. L'altra, la sua ombra, rinserrata nello sciovinismo del benessere, spaventata dalla disperazione che preme ai suoi confini, incapace di tradurre i suoi "valori" in impegno d'accoglienza. In questa Europa del filo spinato i contrari a un'Unione forte, i sovranisti, hanno già vinto.
di Valeria Solarino
La Stampa, 16 novembre 2021
Il dibattito suscitato dal disegno di legge Zan e il suo violento affossamento al Senato mi hanno portato a riflettere sul concetto di identità di genere e, più in generale, su quello di identità. Ho sempre accostato, erroneamente, il concetto di identità a quello di esperienza, immaginando un grande zaino portato sulle spalle che negli anni si riempie e ci determina: l'identità che si costruisce, nel bene e nel male, attraverso quello che viviamo, le persone che incontriamo, i condizionamenti esterni che nel tempo ci modellano o ai quali reagiamo.
Oggi penso che questo si possa più propriamente chiamare "carattere" o "personalità" e che l'identità invece sia qualcosa di molto più profondo, silenzioso, intimo, discreto. L'identità come unica parte autentica, come percorso di disintossicazione da tutto quello che ci circonda, dai condizionamenti che la famiglia, l'educazione, il contesto sociale in cui viviamo, ci danno: l'identità quindi starebbe proprio nella libertà di trovarla.
È stato Vincenzo, il protagonista di "Gerico Innocenza Rosa", spettacolo di Luana Rondinelli che sto portando in scena in questi giorni, a suggerirmi questo punto di vista. Vincenzo ha la fortuna di specchiarsi nell'amore della nonna che lo ama senza pretendere nulla in cambio. Lo ama nell'unico modo che la parola amore, troppo spesso abusata e maltrattata, porta con sé: lo accoglie e lo lascia andare. Non c'è possesso, non c'è alcuna aspettativa. La nonna guarda la vita e guarda suo nipote, senza quelle lenti distorte che ci portano ad aspettarci qualcosa dall'altro, che se non rientra negli schemi che la società, l'educazione, la famiglia... ci hanno dato, allora questo ci appare "diverso", "storto", "sbagliato". E noi stessi, offuscati da quelle lenti, sentiamo il bisogno, che crediamo autentico, di uniformarci, di rientrare in quel reticolato, in quello schema che ci hanno insegnato e che è l'unico che conosciamo.
Vincenzo percepisce la propria identità ma lui per primo si scontra con il preconcetto e si vergogna di mostrarla. La nasconde finché lo sguardo puro della nonna non lo libera. Al posto di uno zaino che si riempie adesso preferisco l'immagine di un corpo che si spoglia dal condizionamento, da quella "carcassa che ricopre la vera me" come dice Vincenzo.
Luana Rondinelli che ha scritto questo testo teatrale per me, mi ha fatto capire profondamente di quante sfumature può essere fatta una persona e quanto rischioso sia incasellarla, etichettarla, o addirittura marchiarla con una definizione, una parola, che se anche si avvicinasse a ciò che in parte siamo, non coglierà mai pienamente la nostra verità. E quella stessa definizione, quella stessa parola, quello stesso marchio, varrà in misura diversa per uno o per l'altro: il fatto è che non siamo tutti uguali... questo è il grande equivoco! Ma tutti meravigliosamente diversi. Uguali devono essere i diritti e l'identità infine, propria e degli altri, è innanzitutto un diritto e come tale va tutelata, difesa e, ancor prima, accolta.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 novembre 2021
Lo studio. L'"Atlante dell'infanzia a rischio 2021" curato da Save The Children lancia l'allarme. Per i minori crescono le disuguaglianze, mentre l'ascensore sociale è in caduta libera. Lo afferma Save The Children nell'Atlante dell'infanzia a rischio 2021, presentato ieri a Roma. Rispetto a 15 anni fa in Italia gli under 18 sono 600mila in meno, ma 1 milione in più non hanno l'indispensabile per vivere. Nel 2020 in povertà assoluta erano 1 milione e 300 mila. "Buona parte sono permanentemente in questa condizione e ciò significa che il loro destino è segnato", ha detto Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale Istat.
La tendenza di lungo corso ha registrato una lieve frenata solo nel 2019, grazie all'introduzione del reddito di cittadinanza e prima dell'arrivo della pandemia. Su una platea di 3 milioni di beneficiari i minori sono 753mila: uno su quattro. Un dato meno appariscente ma forse più significativo rispetto alle truffe dei "furbetti" regolarmente utilizzate per screditare la misura.
Oltre la povertà, lo studio di Save The Children disegna una mappa di disuguaglianze sociali, economiche e geografiche "sempre più marcate". In Italia solo un bambino su 7 usufruisce di asili nido (14,7%), dato medio tra gli estremi in Calabria (3,1%) e provincia autonoma di Trento (30,4%). Le forti differenze tra Nord e Sud continuano nella scuola primaria: a livello nazionale il 36,3% delle classi ha il tempo pieno, tra il 95,8% a Milano e il 4,5% a Ragusa. "Abbiamo la percentuale di Neet più alta d'Europa", ha sottolineato il presidente dell'Ong Claudio Tesauro, invitando politica e istituzioni ad ascoltare bambini e ragazzi per metterli al centro del cambiamento.
Lo strumento per invertire la rotta potrebbe essere il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Secondo la direttrice dei programmi Italia-Europa di Save The Children Raffaela Milano rappresenta, combinato agli altri programmi europei in arrivo, "un investimento complessivo sull'infanzia che non ha precedenti dal dopoguerra". Se però quei fondi invece di andare alle aree più deboli e deprivate, in un'ottica riparativa, rafforzeranno i territori più bravi a riceverli il rischio, continua Milano, è "di migliorare gli indicatori nazionali senza ridurre, anzi aggravando, le disuguaglianze".
All'Atlante di quest'anno è associata una ricerca della società specializzata Ipsos sulla "cittadinanza scientifica" dei giovani che vivono in Italia, paese in cui nel 2020 sono stati iscritti all'anagrafe 404.104 nuovi nati e immatricolate 1.437.259 autovetture (oltre un minore su cinque vive in città inquinate). Tra ragazze e ragazzi 8 su 10 hanno fiducia nella scienza. Secondo loro questa deve affrontare soprattutto pandemia, lotta al cancro, smaltimento dei rifiuti e fame nel mondo, mentre nel futuro avrà come priorità invecchiamento della popolazione, energie sostenibili e diseguaglianze economiche. Tra gli intervistati il 35% si sente rappresentato da Ong e volontariato, il 27% da movimenti come Fridays for future o Black lives matter e appena il 10% dai partiti politici tradizionali.
di Ilaria Tirelli
leurispes.it, 16 novembre 2021
Quanto convenga la giustizia all'intera collettività è uno di quei concetti che un tempo si dava per scontato, ma che oggi, invece, bisogna tornare a spiegare. E chi può assolvere ad un compito così importante meglio di due magistrati come Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte che hanno dedicato la loro intera vita a perseguire giustizia e legalità?
"La giustizia conviene - Il valore delle regole raccontato ai ragazzi di ogni età" (edito da Piemme) si configura come un libro dalla duplice natura. Una didascalica, che risponde all'intento di spiegare il complesso universo che costituisce l'ordinamento italiano nelle sue molteplici sfaccettature. L'altra discorsiva che, grazie alla straordinaria capacità esemplificativa degli autori, si traduce in una lettura dall'andamento facile e lineare, anche di fronte ad argomenti complessi o scottanti.
Il senso della giustizia e della legalità raccontato ai ragazzi di ogni età - Tale poliedrica inclinazione si riversa inevitabilmente sul destinatario dell'opera, dichiarato apertamente fin dal sottotitolo: quello di Caselli e Lo Forte è un racconto indirizzato "ai ragazzi di ogni età". Dal sottotitolo, fino ad arrivare al decalogo delle pagine conclusive: il richiamo ai più giovani come ultimi depositari di questo libro chiude il cerchio iniziato dalla copertina e manifesta, fino in fondo, l'importanza che ha per gli autori di trasmettere alle nuove generazioni non solo il senso della giustizia, ma anche una rinnovata fiducia nella legalità, nelle leggi che governano il nostro Paese e nei vari organi attraverso i quali viene esplicato il ruolo dello Stato.
Uno stile scorrevole, alla portata dei non addetti ai lavori - Si potrebbe tranquillamente adottare questo testo come supporto all'educazione civica nelle scuole superiori, dal momento che vengono trattati argomenti come il senso stesso di "legalità" e "giustizia", per arrivare ad introdurre i princìpi della Costituzione, a spiegare il funzionamento del processo, il senso della Corte Costituzionale e del Parlamento, il significato di separazione delle carriere, e così via. Argomenti apparentemente tecnici, che solitamente non riescono a catturare l'attenzione di un giovane lettore e che si trovano quasi sempre relegati in qualche noioso e difficile esame di diritto costituzionale all'Università. Quello che invece sorprende in questo libro è la scelta di uno stile linguistico semplice e scorrevole, alla portata dei più giovani, dei non addetti ai lavori o di chi non si direbbe propriamente appassionato di cronache giudiziarie. E il risultato è evidente fin dalle prime pagine: basti pensare al secondo capitolo, in cui la parabola fascista viene raccontata a partire da un "c'era una volta", proprio come se si trattasse di una favola indirizzata ai più piccoli.
Un manuale di orientamento nell'intricato mondo della giustizia contemporanea - Parallelamente, a questo tipo di lettura "semplice" e "superficiale" se ne affianca un'altra, quella propria di un occhio più esperto, che può riconoscere in un testo così organizzato un ottimo manuale di orientamento nell'intricato mondo della giustizia contemporanea. C'è da dire che, oggi, complici anche gli scandali che hanno costellato il biennio 2020-2021, giustizia e legalità appaiono sempre più in affanno, sembrano faticare ad assolvere quelli che sono i propri compiti fondamentali, con una conseguente perdita di credibilità da parte di chi, invece, dovrebbe difendere e sostenere questi valori: tutti noi, comuni cittadini. Tuttavia, limitarsi allo sdegno, o a denunciare quello che non va, secondo i due autori, non è la soluzione, ed è da qui che nasce l'idea di un libro: dalla volontà di proporre una riflessione sul perché la giustizia è stata ed è uno dei pilastri fondamentali nella vita di una comunità, l'unico strumento a salvaguardia delle libertà e dei diritti di tutti.
Seguendo il sentiero lungo il quale ci conducono Caselli e Lo Forte, costellato di esempi di cronaca italiana, ma anche europea, e trattando di argomenti delicati come il terrorismo o la risposta dello Stato al fenomeno mafioso, appare ad ogni pagina più evidente che agire nella legalità non significa soltanto sicurezza, e che non lo facciamo solamente per paura di dover scontare pene o sanzioni pecuniarie, ma che si traduce concretamente in una vita migliore, attuabile fino in fondo grazie ad una giustizia che deve essere uguale per tutti. "L'irresistibile convenienza della legalità" è il titolo di un paragrafo particolarmente evocativo di ciò che significhi, per chi scrive, agire e vivere nel rispetto delle regole: "[...] rispetto della legge equivale a civile convivenza; un quadro in cui prevale l'interesse collettivo, per offrire a tutti noi speranze di vita migliore e di crescita ordinata e comune. [...] In sostanza, la legalità è un vantaggio. [...] Non è quel "fastidio" che qualcuno pensa, anzi. E non è neppure un "gioco" fra guardie e ladri a cui assistere con sostanziale indifferenza". Alla fine di questo cammino, tirando le somme, si arriva a dire, insieme con agli autori, che la giustizia (insieme alla legalità) conviene davvero, ed è questo il messaggio che a gran forza viene affidato alle giovani generazioni.
La Repubblica, 16 novembre 2021
Il giornalista statunitense Danny Fenster è stato rilasciato in Myanmar dopo essere stato condannato la scorsa settimana a 11 anni di carcere. Lo ha annunciato poco fa su Twitter il suo datore di lavoro. "Grandi notizie. Ho sentito che Danny Fenster è uscito (di prigione)", ha scritto Sonny Swe, editore del magazine "Frontier Myanmar". A mediare per il rilascio di Fenster - che ha già lasciato il paese - è stato l'ex politico statunitense Bill Richardson, che ha compiuto "una visita umanitaria privata nel Myanmar e negoziato faccia a faccia con il generale Min Aung Hlaing", comandante in capo delle forze armate del Paese.
Fenster, giornalista statunitense 37enne agli arresti a Myanmar dallo scorso maggio, era stato condannato la scorsa settimana a 11 anni di reclusione dopo essere stato ritenuto colpevole di diversi reati tra i quali incitamento all'odio e diffusione di informazioni false. Appena due giorni prima l'avvocato del giornalista, Than Zaw Aung, aveva annunciato che Fenster era stato incriminato anche per i reati di terrorismo e sedizione. Il 37enne statunitense, direttore manageriale di "Frontier Myanmar", era stato arrestato lo scorso maggio mentre tentava di imbarcarsi in un volo in uscita dal Paese presso l'aeroporto internazionale di Yangon. Non è ancora chiaro quali circostanze abbiano motivato le ultime accuse, che potevano costare al giornalista due condanne a 20 anni di reclusione ciascuna in aggiunta a quella comminatagli precedentemente. Le autorità birmane avevano ignorato Fenster in occasione di una recente amnistia che ha portato al rilascio di centinaia di persone arrestate durante le proteste anti-golpe dei mesi scorsi.
di Arezoo Yahya Zadeh e Ghazal Yahya Zadeh
Corriere della Sera, 16 novembre 2021
Arezoo e Ghazal, due sorelle, sono arrivate nel nostro Paese con la loro famiglia il 26 agosto. Hanno vinto lo European Award Investigative and Judicial Journalism 2021. Ci presentiamo, siamo Arezoo Yahya Zadeh e Ghazal Yahya Zadeh, due giovani sorelle, giornaliste e attiviste per i diritti umani e sociali a Herat, in Afghanistan. Siamo le prime ragazze, pioniere, che si sono avvicinate ai media nella provincia di Herat. Abbiamo lavorato per circa dieci anni in diversi media afghani, collaborando con le principali emittenti televisive e radio del Paese.
Negli ultimi 20 anni in Afghanistan, nonostante il dominio della Repubblica e il clima di democrazia, i fenomeni di violenza, discriminazione di genere, disuguaglianza sociale, pregiudizi ambientali, restrizioni sociali, corruzione diffusa, illegalità, coercizione, patriarcato e condizioni di guerra sono sempre stati grandi sfide per i cittadini afghani. In particolare per noi donne.
Per noi è sempre stato tutto una sfida: ogni banalità è una sfida per una donna in Afghanistan. Ogni giorno, entrando nel posto di lavoro, abbiamo accettato molte avversità, affrontato difficoltà e lavorato duramente giorno e notte convivendo con apprensioni e paure. Noi siamo donne. La società afghana non aveva ancora uno spirito di armonia, integrazione e di sostegno verso le donne. Una società falsa, con un serio bisogno di conoscenza, di capacity building, che non era in grado di elevare il livello del pensiero e della cultura della popolazione.
Le donne afghane hanno combattuto valorosamente negli ultimi 20 anni. Con abnegazione e coraggio sono state in grado di raggiungere la fiducia in se stesse e persino l'autosufficienza in vari campi tra i quali quello economico, sociale, politico, sportivo, commerciale, agricolo e tecnologico. Essere libere.
I nostri progetti sociali e lavorativi stavano iniziando a prendere forma, il cambiamento era cominciato. La direzione era quella giusta, la strada era tracciata, noi vedevamo un futuro. Purtroppo il 15 agosto 2021 tutto è cambiato: le nostre grandi speranze, i sogni, i progetti sono andati in frantumi. Loro hanno preso il controllo dell'Afghanistan. Con il loro ingresso nelle città, a Kabul, ogni cosa della vita delle persone è cambiata e improvvisamente il luminoso giorno del popolo afghano si è trasformato in una notte buia.
Con l'avvento dei talebani sono ricominciati gli anni bui delle donne, i cancelli dei media sono stati chiusi, le attività di organizzazioni e istituzioni sono state fermate, le strade vuote. È tornata l'atmosfera di paura, rabbia e odio. Tutti i nostri sogni si sono infranti, le conquiste degli ultimi 20 anni sono state distrutte.
In questi anni però qualcosa è cambiato nella testa delle persone, delle donne. Questi 20 anni ci hanno insegnato che possiamo essere libere. Ci hanno insegnato che possiamo essere brave ed affermate nel lavoro, che anche noi possiamo andare a scuola, possiamo girare per le strade, possiamo andare in palestra, possiamo fare tutte quelle cose che prima erano impensabili. Con l'avvento dei talebani tutto questo non sarebbe più stato possibile.
Il ritorno dei talebani è stato di grande impatto per noi e per le nostre famiglie: uno shock. Eravamo preoccupate per le nostre vite e il futuro incerto. Certe che i talebani si sarebbero vendicati di giornalisti, giornaliste e attiviste della comunità. Dopo che Herat è caduta nelle mani dei talebani, noi, due giovani ed emergenti giornaliste, abbiamo subito gravi traumi psicologici. Siamo state seriamente minacciate, costrette a lasciare le nostre case, abbiamo vagato nascoste per giorni interi in cerca di un posto in cui nasconderci. Ci sentivamo minacciate come mai era accaduto, la morte non ci sembrava poi così lontana. Nessuno ci stava aiutando o sostenendo, non avevamo alcun lume di speranza e tutte le strade e le opportunità di salvezza ci erano chiuse. Non sapevamo cosa fare.
Al culmine di questa disperazione e di questa fuga senza fine abbiamo contattato le nostre carissime amiche italiane, Soldati dell'Esercito Italiano. Subito si sono preoccupate per noi e per la nostra famiglia, fin dal primo contatto. Ci siamo affidate completamente a loro, ci sentivamo di poterlo fare. Ci hanno detto di pazientare, di stare al sicuro e che ci avrebbero dato notizie non appena possibile. Attese interminabili, ore che sembravano anni. Hanno promesso di provare a salvarci da quella situazione, ci hanno chiesto di fidarci di loro e noi lo abbiamo fatto. La nostra attesa è durata poco. Pochi giorni dopo, con l'aiuto delle nostre migliori amiche Rosa, Francesca, Mariana e Federica siamo partite per Kabul. 800 km di viaggio in anonimato, nascoste, terrorizzate. Abbiamo impiegato un giorno intero per raggiungere Kabul. Una volta arrivate all'aeroporto è iniziato il caos. La gente si accalcava, le linee telefoniche non funzionavano, il terrore era negli occhi e nelle urla di tutti. Tre giorni, infiniti. Fatti di tentavi, fallimenti, pianti, paura e angoscia. Angoscia di non potercela fare.
Quello che i nostri occhi hanno visto non si può raccontare. Fuori dall'aeroporto di Kabul c'era la disperazione di un intero popolo in cerca di salvezza, in cerca di un futuro, della libertà. Nonostante la situazione fosse durissima, non abbiamo mai perso la speranza e le nostre amiche non ci hanno mai abbandonato. Ci sono state accanto ogni giorno, 24 ore su 24. Confrontandoci, calmandoci e rassicurandoci.
Il 26 di agosto il nostro incubo è finito, siamo state recuperate con la nostra famiglia. Salve. Per noi è stato un miracolo e siamo infinitamente grate per gli sforzi dei nostri amici e dell'Esercito Italiano che ci hanno aiutato nella versione peggiore dell'Afghanistan. Viviamo in Italia da più di due mesi ormai, siamo entrate in una nuova fase delle nostre vite. Il Governo Italiano, le autorità italiane e il popolo italiano hanno un cuore molto grande e continuiamo a ricevere gentilezza infinita da loro. Grazie.
La nostra gioia è esplosa quando abbiamo saputo che l'Associazione Socio-Culturale "Sirio", presieduta dal Dott. Massimo Scuderi, ci ha individuate come vincitrici del Riconoscimento Speciale al Giornalismo Internazionale dell'European Award Investigative and Judicial Journalism 2021. Per noi è un orgoglio e una gratificazione immensa, indescrivibile. Noi, giornaliste afghane, siamo onorate che i nostri sforzi e la nostra lotta siano stati riconosciuti. Questo riconoscimento renderà le nostre vite grandiose e i nostri obiettivi più ampi affinché possiamo continuare a lavorare in questa direzione. Grazie al Presidente Massimo Scuderi per aver scelto noi. Speriamo che venga il giorno in cui le donne afghane potranno vivere come le donne di altri paesi e godere di tutti i loro diritti, senza guerre né violenze. Ringraziamo ancora una volta l'Esercito Italiano, il Governo Italiano e il popolo italiano tutto. Grazie per la nobiltà d'animo, per il sostegno e per il grande aiuto a noi due sorelle giornaliste e alla nostra famiglia.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 16 novembre 2021
Inchiesta del New York Times: il 18 marzo 2019 tre bombe sull'ultima enclave dell'Isis uccisero 64 civili. Washington: "Atto di difesa". Fin da subito dentro l'esercito si parlò di possibile crimine di guerra dell'unità di élite Task Force 9. Tre giorni dopo le Sdf avrebbero liberato la città siriana, dove cadde anche Lorenzo Orsetti.
Lungo le rive dell'Eufrate il 21 marzo 2019, giorno di Newroz, il capodanno curdo, in Siria si concludeva una delle battaglie più feroci. Un'operazione militare iniziata come offensiva terrestre e diventata un assedio lungo settimane. A condurla erano le Sdf, le Forze democratiche siriane, federazione delle unità di autodifesa di diverse etnie e confessioni (curdi, arabi, assiri, turkmeni e siriaci, musulmani e cristiani) contro l'Isis in quella che era divenuta - dopo anni di resistenza delle comunità e della loro graduale liberazione - l'ultima sua enclave.
L'avevano tutti, non a caso, ribattezzata "l'ultima battaglia", quella che poneva fine dopo cinque anni al progetto statuale di Daesh, cominciato tra il 2013 e il 2014, tra la siriana Raqqa e l'irachena Mosul. A terra c'erano 15mila combattenti organizzati dall'Amministrazione autonoma della Siria del nord-est. A sostenerli dal cielo c'era la coalizione internazionale, i caccia di Stati uniti, Francia e Regno Unito.
Sull'altro lato, migliaia di miliziani islamisti, un numero che si è via via assottigliato: man mano che le Sdf liberavano uno dopo l'altro i quartieri più periferici di Baghouz, con il loro carico di decine di migliaia di sfollati fatti uscire con i corridoi umanitari, gli islamisti rimasti si arroccavano lungo il fiume.
Protetti da cecchini, ordigni disseminati per le strade, da kamikaze e da veri e propri scudi umani: civili, moltissimi dei quali loro familiari, che hanno reso l'avanzata un lungo assedio, terribile. Dopo settimane di battaglia trovare cibo era quasi impossibile. Le Sdf aprivano altri corridoi umanitari, mettevano in pausa la battaglia per far scappare chi voleva andarsene, tra loro anche tanti miliziani che preferivano arrendersi.
Due giorni prima della liberazione di Baghouz e della bandiera gialla delle Sdf con al centro la mappa della Siria che prendeva finalmente il posto di quella nera dell'Isis, lì cadde Lorenzo Orsetti, combattente italiano, Tekoser il nome di battaglia in curdo. Giorni complessi, lunghissimi. Qualche volta si accendeva anche una speranza: si era diffusa la voce che a Baghouz fossero tenuti ostaggi padre Paolo Dall'Oglio e il giornalista John Cantlie. Non furono trovati.
Ora, a tre anni e mezzo di distanza da quei giorni, si aggiunge un non detto: il bombardamento americano che cadde su un gruppo di donne e bambini a Baghouz il 18 marzo 2019. Almeno 64 vittime, colpite vicino al fiume, in quello che è stato chiamato il Fort Alamo dell'Isis. All'epoca l'esercito parlò di 16 miliziani islamisti e quattro civili, ma si disse "non in grado di definire lo status di oltre 60 altre vittime": "Probabilmente la maggior parte degli uccisi - ha detto domenica il capitano Bill Urban, portavoce militare Usa - erano anche combattenti al momento del bombardamento".
I dettagli sono stati resi noti due giorni fa con un'inchiesta pubblicata sul New York Times, secondo cui funzionari Usa, tra cui membri della Cia e delle forze armate, avevano già messo in dubbio la legittimità di quell'attacco, anche a fronte della denuncia di alcuni soldati che avevano fin da subito parlato di possibili vittime civili: "Chi l'ha lanciata?", scrisse subito un analista nella chat usata da chi monitorava i droni. "L'abbiamo appena lanciata su 50 donne e bambini", rispose un altro.
"Uno dei più grandi massacri di civili nella guerra all'Isis", lo definisce il Nyt: "Il bilancio di vittime è stato minimizzato. I rapporti sono stati ritardati, addolciti e classificati. Le forze della coalizione hanno raso al suolo il luogo del bombardamento". Eppure fin da subito dentro l'esercito si parlò di possibile crimine di guerra. Era stato compiuto da un'unità d'élite, la Task Force 9, nemmeno il comando aereo Usa in Qatar ne era a conoscenza.
Il comando Usa, però, aveva nascosto l'evento senza dare spiegazioni e l'unica inchiesta interna era stata realizzata dalla stessa Task Force 9, da molti considerata al di sopra di qualsiasi legge: l'80% dei bombardamenti compiuti sono stati classificati come "auto-difesa", sebbene - secondo il Nyt - il 20% delle vittime civili in Siria sono state causate proprio da quell'unità. Ovviamente la Task Force 9 aveva concluso che il bombardamento era legittimo.
Secondo il quotidiano, all'alba del 18 marzo l'Isis aveva attaccato le Sdf con granate e kamikaze. Alle 10 si erano alzati in volo i jet americani dopo la richiesta di aiuto dei combattenti a terra. Il drone che sorvolava l'area non aveva però più missili né una buona visuale. Non poteva distinguere la presenza di civili tra le tende. Arrivò un F-15E con bombe da 225 e 900 chili. Ne sganciò tre, l'ultima su persone che cercavano riparo. Il giorno dopo l'organizzazione "Raqqa is being slaughtered silently", nata per raccontare l'occupazione dell'Isis, pubblicò le foto dei corpi di donne e bambini. In ogni caso per il comando centrale Usa si è trattato di un atto di difesa e comunque proporzionale perché a disposizione in quel momento c'erano solo bombe da una tonnellata. E poi, secondo Urban, "è importante notare che alcune donne e alcuni bambini, non importa se per scelta o perché indottrinati, decisero di prendere parte alla battaglia e non possono quindi essere classificati come civili".
Ristretti Orizzonti, 15 novembre 2021
A scuola di libertà. Carcere e scuole: Educazione alla legalità
Un progetto di educazione alla legalità che mette a confronto le scuole e il mondo della Giustizia, delle pene e del carcere.
vita.it, 15 novembre 2021
Secondo i dati forniti dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria al 31 ottobre 2021, i detenuti negli istituti di pena italiani sono complessivamente 54.307. Aumentano i suicidi e la popolazione detenuta anziana.
La popolazione penitenziaria torna a salire nel mese di ottobre 2021. Secondo i dati forniti dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria al 31 ottobre 2021, i detenuti negli istituti di pena italiani sono complessivamente 54.307. Un dato ormai stabilmente distante da quello di febbraio 2020, quando nelle carceri italiane c'erano oltre 61 mila persone detenute.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 novembre 2021
Intercettazioni, per il costituzionalista Francesco Saverio Marini, bisogna limitare l'uso indiscriminato della micro-spia che invece dovrebbe essere "assolutamente eccezionale".
L'uso dei trojan "richiede un ripensamento e un'attenta riflessione, perché per come oggi è disciplinato incide troppo invasivamente sulla vita privata di tutti i cittadini, ledendo la riservatezza delle comunicazioni personali sancita dall'articolo 15 della Carta costituzionale.
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