di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 18 giugno 2021
Fino a quando non saremo vaccinati quasi tutti, non potremo stare tranquilli. E fino a quando non sarà vaccinato il resto del mondo, ci sarà sempre il pericolo che il virus ritorni, in qualche forma.
Il Daily News, quotidiano di New York, titola a caratteri cubitali: "It's over", è finita. E anche molti di noi ne sono convinti. Stiamo cioè commettendo lo stesso errore di un anno fa, in questi stessi giorni: pensare che la pandemia sia un brutto ricordo, e che tutto possa ricominciare come prima. Purtroppo non è così. Lo confermano le notizie che arrivano da Londra, con i casi in aumento, la diffusione della variante indiana, il rinvio delle riaperture.
Intendiamoci: è giusto ricominciare a vivere. Tornare al cinema, a teatro, al ristorante. Recuperare quel gusto della socialità, quel calore delle relazioni umane che rende dolce la vita, in particolare in Italia, in particolare d'estate. Più che gli assembramenti, preoccupa la sensazione che si sta diffondendo: che ormai ne siamo fuori, e quindi non ha senso fare la seconda dose del vaccino, e iniettare la prima ai giovani. Purtroppo non è così. Gli esperti possono anche essersi contraddetti in questi mesi, ma su un dato sono concordi: il vaccino serve. Eviterà che il virus torni a diffondersi tra qualche mese con la forza dell'autunno scorso. Protegge dalle varianti. Se anche non può immunizzarci al cento per cento, ci salva dalle forme più gravi della malattia, e quindi previene l'intasamento degli ospedali e il blocco del sistema sanitario, da cui deriverebbe l'esigenza di richiudere tutto. Eppure si continuano a enfatizzare i rischi.
Di un morto per il vaccino - evento funesto e doloroso, certo da non sottovalutare - si discute per settimane; le decine di morti al giorno per il Covid sono citate così, en passant, giusto per rimarcarne la diminuzione. Non è un atteggiamento un po' schizofrenico? Certo, tutti siamo stanchi, quando vediamo un virologo in tv cambiamo canale, quando sentiamo nominare la "variante Delta" sbuffiamo come fosse un brutto film di spionaggio. I francesi possono girare senza mascherina all'aperto, presto potremo farlo anche noi. Ma illuderci che sia finita ci porterebbe a un'amara disillusione. Fino a quando non saremo vaccinati quasi tutti, non potremo stare tranquilli. E fino a quando non sarà vaccinato il resto del mondo, ci sarà sempre il pericolo che il virus ritorni, in qualche forma; perché ormai si è capito che nessun blocco dei voli, nessun limite - per quanto necessario - è risolutivo.
Questo non significa reagire con esasperazione e isteria. Al contrario, si può e si deve allentare la rigidità dei mesi peggiori mantenendo il controllo di noi stessi, per preparare nel migliore dei modi l'unica ripartenza possibile, per le relazioni umane, per il turismo, per l'economia: quella graduale e duratura, non destinata a essere interrotta dal prossimo allarme. Per questo la cosa più importante è completare la campagna di vaccinazioni.
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 18 giugno 2021
Al via a Roma e Milano. 500 mila firme entro il 30 settembre: "Basta con l'immobilismo del parlamento". Daniela non ce l'ha fatta. Malata di una grave forma di tumore al pancreas avrebbe voluto scegliere come morire ma è rimasta vittima della burocrazia e dell'assenza di una legge. Se ne è andata il 5 giugno scorso senza riuscire a portare fino in fondo la sua scelta. Mario, invece, tetraplegico da dieci anni in seguito a un incidente stradale, forse riuscirà a far valere la sua volontà. Due giorni fa il tribunale di Ancona ha finalmente ordinato alla Asl locale di verificare le condizioni del paziente per accedere al suicidio assistito, come richiesto da lui.
Due storie recenti di cronaca, dietro le quali ne esistono migliaia sconosciute, drammi vissuti all'interno delle mura domestiche. "È inaccettabile che chi è nelle condizioni di Daniela sia costretta a un simile calvario. I malati non possono aspettare i tempi della burocrazia", hanno detto ieri Filomena Gallo e Marco Cappato, segretario e tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, presentano a Roma l'avvio della campagna per il referendum sul suicidio assistito: 500 mila firme autenticate e certificate da consegnare in Corte di Cassazione entro il 30 settembre, grazie anche al lavoro di 5.000 volontari che si sono già registrati e di centinaia di autenticatori.
I primi tavoli si sono aperti ieri a Roma, in largo Argentina, e a Milano all'angolo tra Corso Garibaldi e via Statuto, ma entro la fine di giugno saranno allestiti in tutta Italia. "Se entro il 30 settembre non saranno consegnate in Cassazione almeno 500 mila firme, non sarà più possibile in questa legislatura approvare il referendum", ha spiegato Cappato. Il che significherebbe, ha aggiunto, "avere una legge tra 4 o 5 anni, forse 7-8 anni".
Il quesito referendario prevede una parziale abrogazione dell'articolo 579 del codice penale ("omicidio del consenziente") che impedisce la realizzazione di ciò che comunemente si intende per eutanasia attiva (sul modello olandese o belga). In caso di abrogazione si passerebbe dal modello dell'indisponibilità della vita e dell'autodeterminazione individuale, già introdotto dalla Costituzione, ma che deve essere tradotto in pratica anche per persone che non siano dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, per i quali è invece intervenuta la Corte costituzionale con la sentenza Cappato-Antoniani.
Il referendum non è però l'unica iniziativa che punta a rompere l'immobilismo con cui da anni il parlamento si rifiuta di discutere una legge sul suicidio assistito. Nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera è stato depositato a maggio un testo base che, partendo dalla legge di iniziativa popolare, è il frutto tra le varie posizioni dei partiti il sui esame dovrebbe entrare nel merito a partire dalla prossima settimana, anche se un accordo tra le varie forze di maggioranza sembra ancora lontano.
Alla presentazione della campagna ieri erano presenti anche Mina Welby e il deputato ex M5S Giorgio Trizzino, rimosso dal ruolo di relatore della legge, insieme ai partiti che hanno aderito all'iniziativa referendaria: +Europa, Radicali italiani, M5S, Sinistra italiana e Psi. Silenzio per ora, dal Pd, al quale ieri il segretario di Radicali italiani Massimiliano Iervolino ha rivolto un invito a sostenere la raccolta delle firme. "Mi rivolgo al segretario Enrico Letta - ha detto - affinché dia un segnale nella direzione giusta e porti il Pd ad aderire alla campagna referendaria". Per ora l'unica adesione arrivata, a titolo individuale, è quella della senatrice Valeria fedeli, capogruppo dem in commissione Diritti umani.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 18 giugno 2021
Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa derubarci o trovare lavoro al posto nostro. Lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore. Che immenso equivoco pensare che essere in disaccordo - in disaccordo palese, aperto, inequivocabile - con la politica ti migliori la vita. Non è così. Non porta vantaggi. Crea solo problemi, perché tutti temono chi è in politica; tutti sanno che prima o poi chiunque potrà ricoprire cariche importanti e, dalla vetta, magari guarderà in basso ricordando gli amici... e soprattutto i nemici. Però, se di mestiere fai lo scrittore, non è che puoi trincerarti dietro le pagine dei tuoi libri. Non è che puoi dire: tutto quello che dovevo l'ho scritto lì, ora lasciatemi in pace. Non funziona così perché la realtà è complessa e dobbiamo tutti dare il nostro contributo, soprattutto quando ci sono politici che ogni giorno setacciano il web alla ricerca di notizie di crimini commessi da immigrati per poter dare in pasto, a chi li segue sulle loro piattaforme social, la disperazione che diventa crimine, vero o presunto, accertato o mera calunnia.
Chi mai chiederà conto di quelle parole feroci? Difficile, molto difficile che chi vive con scarsi mezzi possa far valere le proprie ragioni, rivolgersi a un legale, intraprendere una causa per diffamazione. Ecco il "vantaggio" di fare a brandelli con chi non ha niente: non può difendersi, è inerme, totalmente esposto. Spesso leggiamo testi infarciti di condizionali: "avrebbe ferito", "avrebbe brandito", "avrebbe aggredito" insieme a foto, a nomi e cognomi. Nessun processo e nessuna condanna: il colpevole dato in pasto a chi crede di trovare una soluzione ai propri problemi coltivando l'odio razziale.
Una fitta rete ci separa da loro e rende i loro contorni sfumati, le loro abitudini lontane. Io mi sono dato una spiegazione che non ha niente a che vedere con la ferocia, e nemmeno con il razzismo, ma con una forma di egoismo che non ha nulla di sano. Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa usare violenza, derubarci o trovare lavoro al posto nostro. No, niente di tutto questo. Lo straniero lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore, della sua immensa sofferenza, che i suoi racconti possano spezzarci dentro. Sappiamo che non saremmo in grado di farcene carico e al contempo mantenere distanza. Quando entri nella vita di chi ha lasciato la propria terra, fai il tuo ingresso in un mondo che ha perso le proprie radici, un buco nero senza appigli, senza aiuto. Nessun parente sulla cui spalla poter piangere, nessun amico d'infanzia che possa venirti in soccorso o luogo familiare che possa darti sicurezza.
Ecco, quel velo non ci protegge dal timore di essere depredati, ma da una sofferenza a cui non vogliamo partecipare. E allora si cede al racconto facile: sono criminali, ecco perché ne sto alla larga, ecco perché non devono venire e chi sta qua se ne deve andare. Meglio mostrarsi feroci che fragili. E così quella rete diventa un muro, un muro alto, impossibile da valicare. Così viviamo negli stessi luoghi e non ci conosciamo, osserviamo lo stesso cielo ma non insieme. Potremmo dare aiuto, ma nemmeno ci accorgiamo di chi ne ha bisogno.
Non ci siamo accorti di Saman Abbas, non l'abbiamo aiutata a emanciparsi dalla sua famiglia. Tra noi e Saman, vittima di femminicidio, c'era una fitta rete, come quella della foto. Saman voleva essere libera di decidere della propria vita, glielo hanno impedito e nessuno di noi è stato lì ad accogliere il suo grido d'aiuto. Ciò che è accaduto a Saman ci dice che dobbiamo costruire ponti, lavorare perché gli stranieri che decidono di stabilirsi in Italia trovino possibilità di integrazione: la politica che criminalizza quotidianamente gli immigrati rema contro tutto questo, e la consapevolezza che la storia di Saman abbia trovato spazio sulle pagine social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini solo perché è morta per mano di parenti stranieri è sconfortante.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 18 giugno 2021
Le detenzioni dei "clandestini" prolungate a tempo indeterminato. Il governo promette "trattamenti umani" ma non cambia le regole. Il volto del Canada è anche quello sorridente e accattivante del primo Ministro Justin Trudeau. Giovane, progressista, schierato a favore dei diritti umani come ci raccontano i media mainstream. Ma le cose sono decisamente più sfumate.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno infatti pubblicato un rapporto titolato significativamente "Detenzione dell'immigrazione in Canada e il suo impatto sulla salute mentale". Pagine e pagine che descrivono le condizioni dei migranti rinchiusi nei Centri di detenzione canadesi.
Le organizzazioni in difesa dei diritti umani parlano di detenuti ammanettati, incatenati e sottoposti a isolamento. Le conseguenze sono quelle di danni psicologici ingenti che vengono aggravati dal fatto che gli internati non sanno quando saranno rilasciati. La legge canadese infatti non pone un limite per il tempo di detenzione. Una contraddizione in termini rispetto all'immagine inclusiva del Paese. Secondo Samer Muscati, direttore associato per i diritti dei disabili di Human Rights Watch "il Canada è orgoglioso di accogliere rifugiati e nuovi arrivati a braccia aperte, anche se è uno dei pochi paesi del nord del mondo in cui le persone in cerca di sicurezza rischiano di essere rinchiuse a tempo indeterminato. Questo lascia molti senza la certezza di sapere quando saranno di nuovo liberi, il che può avere un impatto devastante sulla loro salute mentale".
A far rispettare le norme sull'immigrazione è la Canada Border Services Agency (CBSA), nei centri di detenzione vengono portati tutti coloro che secondo le autorità rappresentano una minaccia per la sicurezza.
Tuttavia, la CBSA può e deve considerare anche alternative all'internamento. Secondo i dati forniti dal rapporto il numero di detenuti immigrati è aumentato costantemente tra il 2016 e il 2020, raggiungendo un picco di 8.825 persone nell'anno 2019- 2020. Attualmente in Canada esistono tre centri (nelle province del Quebec, dell'Ontario e della British Columbia) ma i detenuti immigrati possono anche essere trasferiti nelle carceri provinciali.
Il governo, alla luce della descrizione mostrata nella pubblicazione delle organizzazioni umanitarie, ha affermato ieri che la CBSA terrà conto della situazione. La portavoce dell'Agenzia, Gadbois- St- Cyr ha assicurato che verrà sostenuta "la Carta canadese dei diritti e delle libertà, nonché gli standard internazionali pertinenti stabiliti nella Dichiarazione universale dei diritti umani. L'Agenzia si impegna a garantire il trattamento dignitoso di tutte le persone detenute ai sensi della legislazione sull'immigrazione".
In questo senso, almeno a quanto emerge dalle dichiarazioni ufficiali, la salute mentale e la sicurezza sarebbero i criteri fondamentali sui quali lavora la CBSA, ma è sempre più forte la pressione affinché si ponga fine alla pratica della detenzione indefinita. Per Ketty Nivyabandi, segretaria generale di Amnesty International Canada infatti "il sistema abusivo di detenzione per immigrati è in netto contrasto con la ricca diversità e i valori di uguaglianza e giustizia per cui il Canada è noto a livello globale".
Intanto però studi portati avanti da diversi ricercatori parlano di "traumi, angoscia e senso di impotenza" che portano a depressione, ansia e stress post-traumatico. Nel rapporto infatti si può leggere che "molti detenuti immigrati sviluppano ideazione suicidaria quando iniziano a perdere la speranza, in particolare coloro che fuggono da esperienze traumatiche e persecuzioni in cerca di sicurezza e protezione in Canada. La detenzione per immigrati ha effetti particolarmente dannosi sulle comunità di colore, sui richiedenti rifugiati, sui bambini e sulle famiglie". In molte testimonianze raccolte emerge come la data di rilascio diventa, per i detenuti, l'unica ragione di vita, una spirale che in diversi casi può essere configurata come vera e propria tortura. Quindi violazione dei diritti umani.
csvnapoli.it, 18 giugno 2021
Il prossimo 21 giugno, l'associazione L'Incrocio delle Idee entrerà nel carcere di Arienzo per celebrare "La Festa della Musica". Si tratta di una manifestazione internazionale, nata in Francia nel 1982, che vede tantissimi musicisti professionisti e dilettanti invadere le strade per esibirsi nelle piazze, giardini, cortili, musei ma anche sui treni, negli ospedali, e nelle carceri.
In Italia sono tante le città che da 25 anni aderiscono a questa giornata coinvolgendo centinaia di musicisti, che in luoghi e scenari differenti e anche improbabili, "offrono" musica di ogni genere, dalla classica al reggae, dall'elettronica al pop, dal folk al jazz, dal blues al rock, suonando e ascoltando musica festeggiando l'arrivo dell'estate. Testimonial dell'edizione 2021 sarà Edoardo Bennato, una figura iconica del rock italiano che, come nei suoi esordi da busker e one man band per le strade di Londra, rappresenta pienamente lo spirito della Festa della musica. Come affermano gli organizzatori, "La Musica è vita, è un invito a respirare un'aria nuova, ricca di adrenalina e di speranze per il futuro".
L'evento è finalizzato a promuovere la cultura e lo sviluppo della musica e sostenere l'emergere nuovi talenti ma anche a sottolineare il suo valore per favorire la coesione sociale. E così la musica diventa lo strumento per trasmettere valori positivi in un ambiente, come quello di un istituto di pena, che si pone l'obiettivo di cambiare le persone. L'associazione con i suoi volontari sarà presente in questo palcoscenico "rinchiuso" con due artisti d'eccezione Anna Spagnuolo e Michele Bonè, che hanno prontamente risposto all'invito e che proporranno un repertorio di canzoni napoletane dal '500 ai giorni nostri.
Corriere di Bologna, 18 giugno 2021
Appreso della chiusura delle attività della Mozart14, della quale facevano parte fin dalla nascita nel 2014, i detenuti del carcere D'Amato (ex Dozza) di Bologna appartenenti al Coro Papageno dell'associazione voluta da Claudio Abbado, hanno scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministero della Giustizia, al Tribunale di sorveglianza e ad alcuni organi di informazione per lamentare che sono rimasti allibiti nell'apprendere la notizia. "Proprio adesso - scrivono i detenuti - che aspettavamo di poter riprendere, dopo il Covid, le attività. Non conosciamo a fondo la natura dei problemi che hanno portato a questa infausta decisione, ma sappiamo che l'esperienza del Coro Papageno è stata una delle più belle e interessanti".
cityrumors.it, 18 giugno 2021
Otto detenuti del carcere di Castrogno, per quattro giorni al mese e per un anno intero, si occuperanno della manutenzione del verde, lavorando fianco a fianco con i dipendenti dell'ente provinciale. È quanto prevede il nuovo progetto di rieducazione e reinserimento sociale contenuto nella convenzione che sarà stipulata dalla Provincia di Teramo, il Ministero della Giustizia e la Fondazione Ricciconti.
"Quello di oggi" spiega il vicepresidente Renato Rasicci "è un importante risultato, frutto di un lavoro iniziato quasi un anno fa: l'idea di fondo è quella di ricostruire quel canale di comunicazione con l'esterno, con il mondo produttivo e l'ambiente sociale che al detenuto viene a mancare e che può rappresentare una prima leva sulla quale costruire un reinserimento. Il dato interessante è che la recidiva dei reati cade dal 70% al 18% se i detenuti sono accompagnati in un progetto di recupero; questo ci stimola ad attivarci, sia come cittadini che come amministratori per dare il nostro contributo alla comunità anche in termini di sicurezza sociale.
È questo il concetto chiave che sta alla base di questo protocollo e che guiderà le nostre azioni future". L'idea, condivisa dall'Assessorato sociale e dall'Istituto di pena è che la vera riabilitazione avvenga quando si è "gratificati dalla propria attività lavorativa" ed è anche per questo che il progetto della Provincia ha voluto arricchirsi della collaborazione della Fattoria sociale di Rurabilandia ad Atri, dove i detenuti pranzeranno insieme ai ragazzi della cooperativa sociale e trascorreranno il pomeriggio con loro aiutandoli nella gestione della fattoria.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 17 giugno 2021
Il rapporto sul 2020 del Garante nazionale Mauro Palma - Ben oltre due su tre, quasi il 71%, la stragrande maggioranza insomma dei detenuti ergastolani in Italia sono ergastolani ostativi. Ovvero detenuti che non possono accedere ai benefici penitenziari perché non collaborano. La Corte Costituzionale lo scorso maggio si è espressa sulla specificità: entro il maggio 2022 toccherà al Parlamento intervenire e modificare la materia.
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 17 giugno 2021
"Non si rinvia a giudizio senza prove granitiche". Sono parole di Giovanni Falcone, ricordate dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, il 23 maggio scorso, nell'anniversario della strage di Capaci.
di Claudia Osmetti
Libero, 17 giugno 2021
Il caso è questo: un ex detenuto del carcere di Lecce, in Puglia, ha fatto ricorso al Tribunale del lavoro, e l'ha vinto, perché le sue mansioni (svolte durante la detenzione) sono state sottopagate. Lo scandalo è che di scandalo non ce n'è proprio stato, nessuno s'è indignato (se non il giudice che ha condannato il ministero della Giustizia a pagare 7.537,44 euro per compensargli sia la retribuzione che i contributi) e la notizia è passata in sordina.
- Negli ultimi 3 anni soltanto 5 ergastolani hanno ottenuto la libertà condizionale
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