di Romano Francardelli
La Nazione, 1 agosto 2021
Un nuovo provvedimento a distanza di quasi tre anni dai fatti e dopo le sentenze. Un nuovo colpo di scena a quasi tre anni di distanza dalla violenza nel carcere di Ranza a San Gimignano di alcuni agenti nei confronti di un detenuto. Un brutto episodio che ovviamente ha avuto strascichi giudiziari con dieci agenti di polizia penitenziaria condannati con pene da 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi per il reato di tortura e lesioni aggravate nel febbraio scorso dal Gup di Siena Jacopo Rocchi, dopo quasi 3 ore di camera di consiglio.
I legali Manfredi Biotti e Stefano Cipriani, all'epoca, avevano scelto la strada del rito abbreviato dopo che i loro assistiti erano stati accusati del pestaggio di un detenuto durante un trasferimento coatto di cella avvenuto a ottobre 2018. Il pm Valentina Magnini aveva chiesto condanne a 3 anni per 8 agenti, 2 per un altro e 22 mesi per il decimo imputato.
"La novità è che tra ieri e oggi - come fa sapere Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria - è che la direzione dell'Istituto di San Gimignano ha notificato undici provvedimenti di sospensione, emanati dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ad altrettanti colleghi imputati nel processo per asserite torture risalente a due anni fa". "Quel che ci lascia perplessi di questi provvedimenti - spiega sempre il segretario Beneduci - è che, avvengono, a distanza di due anni dagli avvisi di garanzia e dopo sette mesi dalla sentenza di primo grado dell'autorità giudiziaria, tra l'altro nei confronti di undici poliziotti penitenziari ancora in attesa della sentenza definitiva di condanna o di assoluzione".
"Evidentemente il principio di innocenza costituzionalmente previsto - dice il segretario generale dell'Osapp - ancora può riguardare soltanto coloro che sono delinquenti abituali. Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà ai colleghi sospesi - conclude l'esponente sindacale - garantendo loro che l'Osapp, per ciò che sarà possibile fare, sarà sempre loro vicino".
di Mirta Da Pra Pocchiesa
Il Manifesto, 1 agosto 2021
Per tanti rifugiati il Paese resta punto di transito inevitabile sulla rotta balcanica, una tappa senza servizi né centri di accoglienza. Ma è anche Paese di partenza: gli albanesi continuano ad andarsene, sperando in una vita migliore in Europa. Avvocati e operatori di associazioni come Asgi, Associazione Studi Giuridici sull'immigrazione, Lungo la rotta Balcanica e SOS Diritti di Venezia, tutti parte della rete Network Porti Adriatici, sono partiti per vedere con i loro occhi, per sentire con le loro orecchie e soprattutto per percepire, direttamente, quello che avviene in Albania rispetto alle rotte migratorie e ai respingimenti attuati sia dalle varie polizie nazionali sia da Frontex, l'agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera.
"Nel corso del 2020-2021, nell'ambito delle attività di approfondimento e di monitoraggio che portiamo avanti ai confini interni, ai porti adriatici e lungo la rotta balcanica - raccontano Anna Brambilla e Erminia Rizzi, di Asgi - abbiamo avuto la percezione, dalle testimonianze di molti migranti arrivati in Italia dall'Albania e da altri Paesi dell'area balcanica, che i transiti da questo Paese stessero aumentando. Questa percezione sembrava confermata anche dalle notizie dell'arrivo di migranti con piccole imbarcazioni sulla costa pugliese. L'Albania è inoltre stato il primo Paese terzo in cui Frontex ha avviato operazioni finalizzate anche al controllo dei confini. Da cui il nostro viaggio, ai confini e nei porti: Tirana, Durazzo, Valona ma anche Korce, Girocastro, l'Albania del Nord, Scutari e ai confini con il Montenegno". La delegazione ha incontrato referenti istituzionali e rappresentanti di ong locali.
I migranti ci sono ma si vedono poco, perché sono per lo più in transito. È il primo aspetto che colpisce: in Albania (a parte Durazzo e il confine con il Montenegro) non si ha la percezione della presenza di migranti come avviene invece in Bosnia, a Ventimiglia o in altri luoghi dove le persone si vedono, tante, e hanno luoghi specifici dove sostare. In Albania i migranti sono per lo più in transito, arrivano ma mirano ad andare altrove. In fretta.
"Il transito è rapido e sotto traccia perché sia la polizia albanese che Frontex intervengono, nei confronti dei migranti, come si addice a un Paese filtro, che mira a entrare in Europa attraverso una procedura di pre-screening abbastanza simile a quella che viene svolta in altri punti di frontiera - racconta l'avvocata Anna Brambilla - Si valuta la posizione della persona e la si fa accedere se presenta la volontà e i requisiti per chiedere la protezione internazionale. Altrimenti riceve l'ordine di lasciare il territorio o viene respinta verso la Grecia".
"I numeri riportano dati maggiori della percezione che si ha alle frontiere e ai porti e mostrano una tendenziale trasformazione del fenomeno - precisa Erminia Rizzi, operatrice legale in diritto dell'immigrazione e asilo - Seimila persone nel 2020 secondo l'Unhcr, 11mila secondo le ong. Sempre l'Unhcr, dal primo gennaio 2021 a maggio, ha registrato 2.542 arrivi ma solo 40 domande di asilo, con un tendenziale aumento del divario tra arrivi e domande registrate".
Il compito delle associazioni e delle realtà che possono intervenire nella fase di pre-screening della polizia appare essere prettamente di tipo umanitario: offrono beni di prima necessità e sostegno sociale ai migranti in transito. Nulla più. Anche perché, da quanto verificato con le ong del territorio, "mancano i servizi, i luoghi per accogliere eventuali soggetti vulnerabili come i minori non accompagnati (sono quasi inesistenti le strutture per poterli tenere separati dagli adulti) e le vittime di tratta". I fondi in generale sono pochi e gestiti principalmente attraverso Oim e Unhcr.
A complicare il tutto una legge che, pur essendo finalizzata a contrastare il favoreggiamento dell'immigrazione irregolare, colpisce coloro che portano solidarietà ai migranti. L'Albania è, di fatto, una terra di migranti che partono e tornano, perché respinti o perché arrivano nel Paese, in un modo o nell'altro, alla fine del loro progetto migratorio. Questo aspetto viene rimarcato nel racconto delle istituzioni e delle ong locali incontrate: l'Albania è ancora una terra di emigrazione, soprattutto dal nord (ma non solo) tanto che sono in atto diverse campagne di informazione per i giovani e le famiglie per contrastare la tratta dei minori. Brambilla e Rizzi raccontano di emigranti albanesi di ritorno, di interi nuclei familiari rimpatriati da Francia, Germania e Olanda e di minori che partono per cercare di migliorare le condizioni di vita anche della loro famiglia.
"C'è poi una nuova legge sull'asilo che riprende in alcune parti le procedure di accesso delle leggi europee ma la distanza tra il formale e il reale è tanta. Tutto è molto acerbo e soprattutto misto. Coesistono migranti di passaggio, fenomeni di tratta, emigrazione, rimpatrio di albanesi da paesi dell'Unione europea". Il tutto in un Paese cosparso di bunker, costruiti per difendersi da attacchi via mare e terra. Dove si fatica ancora a raccontare tutto quello che si vede, e si vive. Un Paese dove non ci sono quasi attivisti che difendono i diritti delle persone, residenti e non. E dove tutto è organizzato per compartimenti stagni. I migranti sono strattonati tra il sogno europeo e la Turchia. Il rapporto con la Turchia è un altro elemento di non poco conto. Un rapporto forte, culturalmente ed economicamente. Basti pensare che la lingua turca è insegnata in molte scuole e diviene la seconda lingua per molti albanesi. E che la Turchia sta finanziando molte moschee nel Nord dell'Albania. "Della tensione, tra queste due spinte contrapposte, non si può non tenere conto". Intanto nei porti italiani di Ancona e Bari sbarcano - e vengono respinti - siriani, afghani, marocchini, curdi di Turchia, provenienti soprattutto dalla Grecia. A Brindisi, nel 2020, i dati evidenziano invece che si tratta per lo più di cittadini albanesi.
Le due rappresentanti di Asgi sono tornate riportando sensazioni contrapposte. "In occasione degli incontri formali non sono state espresse critiche ma in occasione dei momenti informali sono emerse posizioni più sfaccettate. Nessuno sembra opporsi all'uso dei container per alloggiare i migranti fermati nelle aree di frontiera ma dalle chiacchierate con gli anziani sono emersi sentimenti che dimostravano vicinanza ed empatia, dovuti probabilmente alla condivisione di esperienze nemmeno troppo lontane nel tempo e, in alcuni casi, ancora attuali. Lungo le strade e nei villaggi, l'architettura delle case è il primo segnale di distinzione, di cambiamento: il simbolo delle rimesse arrivate nel Paese, di arricchimento".
Ci sono agriturismi a chilometro zero che offrono ottimi prodotti ai turisti che si affacciano a vedere un Paese molto bello e ospitale, con i titolari che sono stati per anni loro stessi migranti e ora assumono connazionali che possono, con loro, scegliere se stare o andare. C'è la popolazione rom che non è mai stata costretta alla logica del campo. Un'Albania, insomma, che, nonostante tutto e sempre di più, può offrire ai suoi cittadini, viaggi di andata, con ritorno.
di Andrea Bonanni
La Repubblica, 1 agosto 2021
L'inadeguatezza delle reazioni dell'Ue costituisce un incoraggiamento a continuare le provocazioni. Turchia, Egitto e Bielorussia non si fermeranno certo per i comunicati di Borrell. In Tunisia la Ue sta cercando, finora senza molto successo, di impedire il collasso dell'unica democrazia araba alle porte di casa, dopo averla di fatto lasciata sola a combattere una spaventosa crisi economica e una epidemia di Covid dilagante. Ancora una volta, come già in Libia, Egitto ed Emirati hanno agito con maggiore prontezza ed efficacia mandando a gambe all'aria gli interessi europei. Un tempo, la crisi tunisina sarebbe stata considerata di pertinenza della Francia e magari dell'Italia. Oggi è manifestamente un problema europeo, anche perché l'incendio rischia di estendersi alla vicina Algeria e le ricadute non si misurano solo nel danno politico, ma anche nella possibilità di un nuovo esodo di boat people attraverso il Mediterraneo.
Sul fronte opposto dei confini europei, il dittatore bielorusso Lukashenko sta inondando la piccola Lituania con migliaia di rifugiati fatti venire espressamente dall'Africa e dall'Iraq per poi essere spediti a chiedere asilo in Europa. Lukashenko mesi fa si rese colpevole di un autentico atto di guerra nei confronti della Ue sequestrando un aereo europeo in volo da Atene a Vilnius per catturare un dissidente bielorusso che era a bordo. La risposta di Bruxelles fu di imporre sanzioni contro Minsk. L'efficacia di quel provvedimento si può misurare nel successivo vertiginoso aumento della repressione da parte di Lukashenko, forte dell'appoggio di Putin, e adesso nella sfida dei migranti lanciata contro la Lituania. Anche questa, un tempo, sarebbe stata considerata una crisi di competenza della Polonia, dei Baltici, al limite della Germania, mentre oggi è evidente che la sfida del nipotino di Stalin è diretta contro tutta l'Europa.
Saltando ancora di molte migliaia di chilometri, a Cipro il presidente turco Erdogan, dopo aver incassato il rinnovo dei finanziamenti Ue per i rifugiati siriani, si è presentato per una visita nella parte Nord dell'isola illegalmente occupata dai turchi nel 1974. E qui ha riacceso le braci di un conflitto che si stava raffreddando. Ha minacciato di ripopolare con immigrati anatolici il quartiere di Varosha, una città fantasma alla periferia di Famagosta dopo la fuga dei greco-ciprioti in seguito all'invasione. Un simile passo sarebbe una ulteriore violazione della risoluzione 5500 delle Nazioni unite che chiede, inutilmente, di trasferire l'area sotto controllo Onu. Erdogan, inoltre, ha rilanciato le pretese turche per ostacolare una riunificazione negoziata dell'Isola. Anche questa, un tempo, sarebbe stata considerata una questione di competenza greca e magari britannica. Ma oggi la sfida all'Europa è evidente, se non altro per le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco secondo cui "su Cipro la Ue ha perso ogni credibilità".
La reazione europea all'ennesima provocazione turca è stata l'ennesimo comunicato di condanna da parte dell'Alto rappresentante Josep Borrell. Borrell, beninteso, ha anche emesso un comunicato per condannare il traffico di migranti di Lukashenko contro le frontiere lituane, che dovrebbero essere presidiate dalla Ue. Né è mancato un comunicato per esortare a una soluzione democratica della crisi in Tunisia assieme all'invio, assai tardivo, di dosi di vaccino.
È ormai evidente che la debolezza e l'inadeguatezza delle reazioni dell'Europa costituiscono un evidente incoraggiamento per i bulletti che la assediano a continuare l'escalation delle provocazioni. Erdogan, al-Sisi, Lukashenko non si fermeranno certo per i comunicati di Borrell. Meno la Ue si dimostra in grado di reagire, più la loro arroganza aumenta.
Sarebbe ormai tempo di capire che, per la Ue, essere una potenza globale implica anche darsi una strategia di politica estera all'altezza delle sfide che questo comporta. Da anni Bruxelles annuncia passi avanti nella creazione di una difesa comune, ma non è stata in grado neppure di mandare due fregate per impedire le trivellazioni illegali della Turchia nelle acque cipriote. Non possiede servizi segreti in grado di contrastare adeguatamente le azioni dei nostri nemici. Né, finora, con la lodevole eccezione di Mario Draghi che ha definito Erdogan un dittatore, ha dimostrato di saper usare la necessaria durezza, anche verbale, per rintuzzare le provocazioni altrui. Quando scoppiano incendi alle porte di casa, occorre poter disporre di pompieri efficienti, altrimenti le fiamme dilagano. I comunicati di Borrell sono solo carta gettata nel fuoco.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 1 agosto 2021
Attacchi e rappresaglie contro i parenti dei "collaborazionisti". Emergency: nel centro chirurgico di Lashkargah non ci sono più posti disponibili. Per i residenti di Herat, Lashkargah e Kandahar, tre delle principali città afghane, sono ore di drammatica incertezza. Negli ultimi due-tre giorni i Talebani hanno infatti sferrato una triplice offensiva, riuscendo a entrare nei distretti periferici di queste importanti città e combattendo duramente contro le forze governative, che per ora sono riuscite a impedire la conquista dei nuclei centrali delle città, ma non a evitare il progressivo accerchiamento da parte del gruppo guidato da mullah Haibatullah Akhundzada.
A Kandahar, storica roccaforte del gruppo nel momento della sua nascita e ascesa, in particolare nella metà degli anni Novanta e ancora negli anni successivi, quando ospitava lo storico leader mullah Omar, i Talebani hanno condotto operazioni di rappresaglia, secondo un recente rapporto curato da Human Rights Watch. Sarebbero infatti andati a cercare i parenti più stretti dei "collaborazionisti", accusati di aver lavorato per il governo di Kabul o per le forze di sicurezza. E li avrebbero uccisi.
Secondo l'Afghanistan Independent Human Rights Commission, i Talebani avrebbero condotto rappresaglie anche contro i civili che nelle settimane scorse avevano plaudito alla provvisoria riconquista da parte delle forze governative del distretto di Spin Boldak, al confine con il Pakistan. Mentre proprio ieri il New York Times ha confermato una notizia che già circolava da giorni: il corpo del fotografo indiano Danish Siqqiqui, ucciso mente era embedded con le forze speciali afghane a Spin Boldak, sarebbe stato oltraggiato dai Talebani, una volta che il e premio Pulitzer era già morto.
A Lashkargah, nelle scorse ore si è combattuto anche all'interno della città. Eravamo lì esattamente un mese fa: allora i combattimenti erano nella periferia della città, oltre il fiume. Ma tutti i residenti già aspettavano l'arrivo dei Talebani. Che ora sono arrivati. Sono invece arrivati in ritardo - soltanto ieri pomeriggio - gli aiuti militari chiesti dal governatore della provincia per fronteggiare la nuova offensiva dei Talebani, che già lo scorso maggio avevano provato a sferrare un attacco alla città, in quel caso per verificare la prontezza degli americani nell'accorrere in aiuto dell'alleato di Kabul. A testimoniare la gravità della situazione, in particolare per i civili, la dichiarazione di Emergency, che dal 2004 gestisce un ospedale per vittime di guerra a Lashkargah: nel centro chirurgico non ci sono più posti disponibili.
A Herat la resistenza all'offensiva talebana passa, oltre che per i bombardamenti degli americani, anche per il vecchio signore della guerra e leader del Jamiat-e-Islami Ismail Khan, che si è fatto riprendere e fotografare mentre combatte, fucile in mano. Ismail Khan, dominus dell'area, non ha risparmiato critico al ministero della Difesa, in ritardo con gli aiuti, e agli americani, colpevoli di aver galvanizzato e legittimato i Talebani con l'accordo bilaterale firmato a Doha nel febbraio 2020. Un accordo fortemente voluto dal presidente Donald Trump, poi confermato dal successore, Joe Biden, il quale ha soltanto posticipato di qualche mese la data finale del ritiro delle truppe americane, dall'1 maggio all'11 settembre 2021. Quella data si avvicina.
E i talebani sono entrati in una fase della più generale offensiva militare che ha permesso loro di conquistare più della metà dei circa quattrocento distretti del Paese, con una rapidità e una facilità che ha sorpreso molti, in alcuni casi perfino loro. I Talebani finora avevano evitato di sferrare attacchi simili ai capoluoghi di provincia, in base a un tacito accordo con Washington, corollario dell'intesa formale firmata a Doha. Pochi giorni però gli Usa sono tornati a bombardare le postazioni talebane per ridare fiato alle forze di Kabul. Gli studenti coranici sostengono che si tratta di una rottura palese dell'accordo di Doha, accordo che finora non ha impedito loro di macinare distretti su distretti e in molti casi di tornare a impiegare quei metodi violenti che nelle dichiarazioni ufficiali assicurano di non voler più adottare: in queste ore circolano sui social tra gli altri i video di due presunti criminali, uccisi e impiccati su un alto palo, in un distretto della provincia dell'Helmand.
di Laura Cappon
Il Domani, 1 agosto 2021
Il caso di Ikram Nazih è arrivato in parlamento. Ieri pomeriggio, durante la commissione Esteri della Camera, il sottosegretario agli Affari esteri, Manlio Di Stefano, ha risposto a tre interrogazioni parlamentari presentate sul caso dal deputato leghista Massimiliano Capitanino e dalle deputate Yana Ehm e Elisa Siragusa del gruppo misto.
L'interrogazione a firma Pd, annunciata dal responsabile della politica estera dem, Emanuele Fiano, proprio sulle pagine di questo giornale, non risulta invece ancora presentata. "La Farnesina segue il caso con la massima attenzione", ha dichiarato Di Stefano e "sostiene a pieno sia la sua famiglia sia il suo avvocato".
Il processo d'appello - La giovane studentessa italo-marocchina, condannata a tre anni di carcere e a una multa per blasfemia, è rinchiusa in un penitenziario di Marrakesh ormai da un mese. La riposta del sottosegretario conferma quanto già trapelato dalle fonti diplomatiche, ossia che la giovane è seguita regolarmente dalle nostre autorità: il console generale l'ha visitata in carcere due volte, il vice console onorario una, mentre il 23 luglio scorso a incontrare la giovane è stato lo stesso ambasciatore italiano in Marocco, Armando Barucco.
La Farnesina rassicura anche che Ikram è in buone condizioni fisiche e psicologiche e che il Consolato generale a Casablanca sta monitorando lo stato di salute della ragazza attraverso il proprio medico di fiducia. Dalla risposta di Di Stefano emergono anche nuovi particolari. Sul piano giudiziario la novità più rilevante è che il processo di secondo grado, atteso inizialmente per la fine di questo mese, potrebbe slittare. La Farnesina non è ancora al corrente della data e prevede che potrebbe celebrarsi "nelle prossime settimane".
Quindici minuti - La giovane è stata fermata il 19 giugno, e non il 20 come risultava in un primo momento, al suo arrivo all'aeroporto di Marrakesh. Sul post Facebook che sta alla base delle accuse di oltraggio all'Islam - un gioco di parole che trasformava la sura del Corano, detta dell'abbondanza, in sura del whisky - Ikram avrebbe affermato "di non averlo scritto e di aver condiviso sul proprio profilo Facebook solo una foto raffigurante una pagina del Corano, il cui contenuto era stato alterato". Una card, quindi, che, come dichiarato dalla giovane, è stata rimossa dopo 15 minuti "perché avvertita da altri della gravità del suo contenuto". Quei 15 minuti in cui il post è rimasto nella sua pagina, in ogni caso, sono risultati fatali per Ikram perché le sono valsi una denuncia da parte di un'associazione islamica, presentata al foro di Marrakesh.
Negli ultimi giorni le iniziative a favore di Ikram, nata a Vimercate (Monza e Brianza) da genitori marocchini e oggi residente a Marsiglia dove frequenta la facoltà di giurisprudenza, si sono moltiplicate. La petizione per la sua liberazione postata da Domani su Change.org ha raccolto più di 800 firme mentre Riccardo Noury di Amnesty International, organizzazione che segue il caso dall'ufficio regionale di Tunisi, ha pubblicato un video su Twitter. "La condanna per Ikram è ingiustificata e deve essere annullata al più presto", ha detto Noury. "Sono sempre di più i governi che controllano le attività dei cittadini sui social e aspettano la prima occasione per punirli".
Le reazioni politiche - Anche i parlamentari che hanno portato il caso in Commissione vorrebbero uno sforzo in più da parte della Farnesina.
"Abbiamo domandato al ministero un ulteriore impegno nel dialogo con le autorità marocchine, per arrivare almeno alla concessione dei domiciliari alla ragazza", spiega Capitanio, il primo a sollevare il caso in parlamento. "Chiediamo anche un approfondimento per capire se quello di Ikram sia un caso isolato o se sia in corso un monitoraggio, anche attraverso i social network, dei comportamenti e delle libertà dei cittadini con doppia cittadinanza, perché questa seconda ipotesi sarebbe grave e preoccupante".
Stessi toni dalle deputate Yana Ehm ed Elisa Siragusa, firmatarie delle altre due interrogazioni sull'arresto e la detenzione della ragazza. "Il caso di Ikram rischia di diventare uno Zaki bis, ma non possiamo e non dobbiamo permetterlo", hanno dichiarato. "Il nostro lavoro proseguirà serrato e senza sosta anche nei prossimi giorni, affinché Ikram possa essere liberata e tornare il prima possibile ad abbracciare i suoi familiari".
di Claudio Paterniti Martello
Il Riformista, 31 luglio 2021
Il rapporto di metà anno di Antigone fotografa un sistema penitenziario affollato, segnato da un lockdown più lungo di quello che ha riguardato la società libera e che ancora presenta vari strascichi: i colloqui riprendono a fatica e con barriere di plexiglass in mezzo, e le attività in genere non decollano.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2021
Antigone ha presentato nelle scorse ore il consueto rapporto di metà anno sulle carceri italiane, frutto delle visite agli istituti di pena e dell'osservazione diretta di un centinaio di volontari dell'associazione. Si conferma, oltre al solito problema del sovraffollamento penitenziario, una serie di criticità e di arretratezze del sistema carcerario italiano. Antigone ha voluto portare proposte concrete per indirizzare la vita interna verso quel dettato costituzionale che la vuole tesa alla reintegrazione del condannato nella società. E lo ha fatto presentando un complesso documento di riforma del regolamento penitenziario oggi in vigore, il quale risale all'inizio del millennio e necessita di un adeguamento al mondo esterno ormai mutato e agli insegnamenti appresi durante gli ultimi due decenni.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 31 luglio 2021
Nel 2000 il regolamento penitenziario italiano stabiliva che entro il 2005 tutte le celle dovessero avere una doccia: regolamento allo stesso tempo ritardatario e ottimista. Ventuno anni dopo l'associazione Antigone è entrata in 67 carceri e ha potuto verificare che fine abbia fatto quella norma: in una galera su tre di quelle visitate non ci sono docce nelle celle.
di Enrico Sbriglia*
Secolo d'Italia, 31 luglio 2021
Ho lavorato per quasi 40 anni nelle carceri, sono stato prima educatore e poi direttore penitenziario e dirigente generale, ho gestito i direttori penitenziari e gli uffici di intere regioni e gruppi di regioni. Innanzi ai miei occhi, senza filtri, sono passate migliaia di persone detenute, di tutte le etnie e nazionalità, di tutte le religioni, di tutte le idee politiche, di tutte le criminalità. Ho avuto alle mie dipendenze, quali importanti collaboratori, e talvolta contemporaneamente, ben quattro generali di brigata del Corpo degli Agenti di Custodia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 luglio 2021
L'associazione Antigone è attualmente coinvolta in 18 procedimenti penali che hanno per oggetto violenze, torture, abusi, maltrattamenti o decessi avvenuti negli ultimi anni in varie carceri italiane. Alcuni di essi si riferiscono alle presunte reazioni violente alle rivolte scoppiate in alcune carceri tra il marzo e l'aprile 2020 per la paura generata dalla pandemia e per la chiusura dei colloqui con i parenti.
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