di Nadia Urbinati
Il Domani, 31 luglio 2021
La pandemia ha catapultato la democrazia costituzionale in una realtà inedita sotto molti punti di vista, medico-sanitari, giuridico-amministrativi ed etici. La riporta alle sue radici - la libertà e i diritti - come non accadeva dagli anni Quaranta e Cinquanta, quando su questi temi si accese una delle più ricche e importanti discussioni filosofiche e politiche del Ventesimo secolo. Allora, l'obiettivo polemico era il potere totalizzante di uno stato non democratico. Oggi, sono i limiti alla libertà nelle decisioni di democrazie costituzionali. Nelle strategie di contenimento e prevenzione del contagio adottate dai governi democratici, i critici leggono il segno della dimensione fatalmente arbitraria del potere statale, pronto a derubarci della libertà con il pretesto di proteggere la nostra vita.
Il green pass è scomunicato come una politica di discriminazione verso chi non è vaccinato o non si vuole vaccinare - addirittura come la stella di David che i regimi nazi-fascisti imponevano agli ebrei di appuntarsi sul petto. Si tratta di una battaglia ideologica che immagina complotti e cospirazioni da parte di poteri occulti ai danni di cittadini vulnerabili usati come cavie. La narrativa del potere invisibile e totale è irresistibile perché dogmatica; ed è capace di unire al di là di destra e sinistra, di risvegliare il dormiente "potere costituente" contro il "potere costituito" nel nome della libertà (di non vaccinarsi e di non certificare la vaccinazione). Tornare alle radici, ai principi fondativi della nostra democrazia è quanto mai necessario e urgente.
La Costituzione - La Costituzione documenta la complessità della libertà individuale quando la collega direttamente all'uguaglianza e impegna il legislatore a rimuovere gli ostacoli che non ne permettono l'uguale godimento. Gli "altri" - le persone che ci vivono accanto - sono l'orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà, che si accompagna necessariamente alla limitazione. Ciò non solo perché noi non possiamo volere tutto quel che desideriamo (non possiamo volare per esempio); non solo perché siamo "costretti" a decidere (la nostra natura non è programmata ad attivare comportamenti istintivi funzionali); non solo perché la nostra possibilità di fare scelte richiede un governo limitato (e governanti che rispettino le norme che lo limitano); ma anche perché ogni volta che scegliamo rinunciamo a qualcosa per qualcos'altro e facendo ciò incrociamo altre persone che come noi scelgono e magari scelgono le stesse cose, per cui ogni azione per essere libera concretamente presume un coordinamento, una regia - ovvero la legge. La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regia; tiene conto di questa complessità di limiti normativi e fattuali; delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali.
Il vivere democratico ci ha abituati a identificare la libertà con i diritti. I diritti stabiliscono una limitazione giuridica che coincida il più possibile con quella che noi daremmo a noi stessi; istigano per tanto una diffidenza naturale verso il potere costituito. L'età dei diritti è a tutti gli effetti l'età della centralità della persona e delle libere contestazioni al potere; della critica all'autoritarismo e alle tecniche di sorveglianza affinate dal potere istituzionale, politico ed economico, con lo scopo di addomesticare le volontà e rendere le persone docili; della critica al formalismo dei diritti, indifferente alle condizioni socio-economiche e culturali nelle quali la libertà è (o non è) goduta.
L'età dei diritti - Nel secondo dopoguerra, agende libertarie e agende socialdemocratiche hanno segnato buona parte dell'età dei diritti. L'esito è stato l'espansione dei diritti di libertà nel campo delle relazioni private e intime (interruzione volontaria del vincolo matrimoniale e della gravidanza); la sovversione di tradizioni ataviche (abolizione del delitto d'onore); la conquista dell'eguale opportunità di donne e uomini di accedere alle carriere nell'amministrazione pubblica; la traduzione del diritto alla salute in un sistema sanitario nazionale. Tutte queste battaglie sono state condotte nel nome della libertà. E tutte implicano limiti.
Scriveva Norberto Bobbio che la storia delle libertà è una storia di lotte volte a conquistare i diritti, a partire da quelli che chiamiamo fondamentali e poi quelli che proteggono altri beni non meno importanti come condizioni dignitose di lavoro e di vita o protezione dell'ambiente. Tutti questi diritti vogliono obblighi. Sovente ce ne dimentichiamo. La politica e la pratica dei diritti è a un tempo di contestazione e di differenziazione. Ha anche la forza di distanziare le persone dai valori comunitari. Infine, le abitua a concepire la loro libertà in un rapporto di tensione, quando non di contrasto, con gli altri; a idealizzare la libertà come un bene esclusivamente individuale, idealmente in assenza degli altri e della società. La pandemia ha portato alla superficie questa concezione individualistica della libertà e ne ha messo in luce i problemi e i limiti.
Fare quel che ci piace - Il green pass rientra in questa concezione. Coloro che identificano il gress pass con il despotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.
La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso. Per questo si esprime nelle forme che il diritto stabilisce e la legge detta. Scriveva John Stuart Mill che la libertà significa "fare quel che ci piace, essendo soggetti alle conseguenze che possono da ciò derivare, senza impedimento da parte degli altri fino a quando non arrechiamo loro danno".
Questa teoria trova la sua traduzione giuridica nella nostra Costituzione, la quale indica al legislatore il principio per decidere di limitare la nostra libertà di "fare quel che ci piace". Questo principio, dice Mill, "è che l'umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d'azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri". Dice l'articolo 16 della nostra Costituzione: "Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza". Dice l'articolo 32: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".
Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l'assunto che "fare quel che ci piace" sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l'interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri.
di Carla Santandrea
varesenews.it, 31 luglio 2021
Sarà Massimo Colombo, cuoco di Enaip, a realizzare il pranzo con i prodotti dell'orto voluto dalla direttrice della casa circondariale e gestito da alcuni detenuti. Da qualche mese presso la realtà della Casa Circondariale di Varese un gruppo di detenuti, accompagnati da alcuni operatori, si sta dedicando alla coltivazione di erbe aromatiche. Si tratta di un'iniziativa formativa voluta dalla direttrice dell'Istituto la dr.ssa Carla Santandrea e dal responsabile delle attività educative dr. Domenico Grieco. Il progetto ha preso forma grazie ad un contributo della Regione Lombardia con la collaborazione di Enaip e della Cooperativa Homo Faber.
Martedì 3 agosto verrà realizzato il primo piccolo ma significativo raccolto, le produzioni verranno utilizzate per preparare un menù speciale da destinare a tutti i detenuti, in questo modo si vuole celebrare il lavoro di chi si è impegnato nell'attività agricola. Sarà Massimo Colombo, cuoco di Enaip, a guidare la brigata della cucina nell'allestimento del menù che prevede: pasta al pesto di salvia, fusi di pollo con capperi limone e origano, patate al rosmarino e panna cotta alla menta.
È proprio il caso di dire che in carcere quando si vuole si riesce a trovare sempre qualcosa di buono! "Questa iniziativa - dichiara la direttrice Carla Santandrea - si aggiunge alle altre che abbiamo realizzato e realizzeremo per il periodo estivo. Le erbe aromatiche che verranno utilizzate nella preparazione del menù sono quelle raccolte nel giardino creato all'interno dell'istituto che viene curato quotidianamente da un gruppo di detenuti. Questo evento fa parte di una serie di precedenti iniziative sul cibo che hanno visto coinvolti i ristretti (si pensi al ricettario periodico Cucinare al fresco) e che sono sempre state accolte con grande entusiasmo. Sarà possibile così servire un pranzo particolare che verrà preparato sotto la guida di un esperto chef".
di Chiara Nardinocchi
La Stampa, 31 luglio 2021
Colombia, Brasile e Perù tra i 17 Paesi dove si rischia di più la vita per le battaglie in difesa del Pianeta. Nel 2020 sono 225 le persone che sono state assassinate perché determinate a preservare la terra e i luoghi ancestrali delle loro popolazioni. Martiri dell'ambiente. Nella maggior parte dei casi sono contadini o capi di comunità indigene, ma anche attivisti, avvocati, sindacalisti. In tutto sono 225 le persone che nel 2020 sono state assassinate perché determinate a preservare la terra e i luoghi ancestrali delle loro popolazioni. Una cifra che segna un triste primato e che supera il numero di vittime del 2019 definito l'anno nero dei difensori dell'ambiente.
La pandemia di Coronavirus ha esasperato le dinamiche che negli anni hanno contrapposto le popolazioni autoctone e i governi dei paesi che si basano sullo sfruttamento delle risorse ambientali. Stando ai dati dell'ong irlandese Front Line Defenders, sono 17 i Paesi dove sono stati uccisi degli ambientalisti. La maggior parte sono concentrati in America Centrale e Meridionale, ma c'è un unico stato che conta più della metà delle vittime globali: la Colombia.
"Ogni giorno con le pistole puntate contro per difendere l'Amazzonia: è la nostra vita" - L'escalation di omicidi (raddoppiati rispetto al 2019 quando a morire erano stati 64) sembra inarrestabile ed è figlia degli accordi di pace del 2016 e della smobilitazione delle Farc. Nel Paese, infatti, si stanno affermando gruppi armati che colmano il vuoto lasciato dal governo, incapace di affermarsi e controllare aree estese di territorio. Inoltre, la pandemia e quindi l'impossibilità di spostarsi hanno reso ancora più vulnerabili gli attivisti a rischio ai quali spesso Bogotà ha negato una protezione. Il risultato è un'ecatombe. Ad essere eliminati sono stati soprattutto contadini e capi di comunità indigene che si sono battuti per arginare l'estrattivismo e l'inquinamento da questo derivato. Ma anche per rivendicare l'attuazione di uno dei capitoli del processo di pace ossia la conversione di terreni agricoli, ad oggi usati per le colture di coca e in mano ai narcotrafficanti, in coltivazioni necessarie per il fabbisogno delle comunità.
Gli stessi gruppi armati hanno imposto periodi di quarantena e limitato la mobilità per controllare meglio le azioni di interi villaggi. L'associazione colombiana Programa Somos Defensores ha riportato un aumento del 61% delle uccisioni rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: di questi omicidi il 48% è avvenuto durante un periodo di restrizioni. In risposta a questo bagno di sangue, il governo ha aumentato la presenza dei militari nei territori più critici. Una mossa che si è rivelata controproducente e che al contrario ha alimentato la spirale di violenza ai danni delle popolazioni e attivisti.
Amazzonia, la lotta degli invisibili per la sopravvivenza contro petrolio e virus - Restando nell'area sudamericana, il Brasile e il Perù sono i Paesi che dopo la Colombia registrano il numero maggiore di omicidi. Nel primo caso, così come in altri paesi del continente, le aree amazzoniche sono state abbandonate a se stesse. Così, isolate e senza accesso alle vie di comunicazione, le nazionalità indigene hanno subìto numerosi decessi a causa del covid, anche tra gli attivisti. Non sorprende quindi che il numero di ambientalisti e leader di comunità uccisi violentemente in Brasile sia diminuito di molto rispetto al 2019. Al contrario il Perù ha visto aumentare vertiginosamente il numero di vittime. Sono 14, mentre nell'anno pre-pandemia il conteggio si era fermato ad un unico nome.
Un'area altrettanto pericolosa per chi si batte per la terra e la sua protezione è l'America centrale. In Guatemala, Messico e Honduras sono morti più di trenta attivisti. L'Honduras è tornato a far parlare di sé di recente in seguito alla condanna di Roberto David Castillo, proprietario dell'impresa Desa, con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio di Berta Cáceres, ambientalista uccisa nel 2016 impegnata nella lotta contro la creazione della diga idroelettrica di Agua Zarca. L'opera avrebbe allagato le terre dei nativi privandoli della loro fonte di sostentamento.
Honduras. In memoria di Berta Cáceres (foto: Orlando Sierra/Afp via Getty Images)
Attraversando l'Oceano Pacifico si atterra nel secondo Paese al mondo più pericoloso per gli attivisti: le Filippine. Il governo di Duterte non solo non protegge, ma sta alimentando un clima da "caccia alle streghe" contro coloro che si schierano contro l'estrattivismo selvaggio nelle poche foreste vergini ancora rimaste e a favore della conservazione dei territori ancestrali delle popolazioni. L'arcipelago è una delle zone più colpite dai cambiamenti climatici al mondo, ma nonostante il pericolo, Manila non ha nessun piano per la protezione ambientale e la riduzione di emissioni. Chi prova ad alzare la voce viene etichettato come "comunista" o "terrorista". Un'accusa non da poco soprattutto in seguito all'emanazione dell'Anti Terrorism Act, una legge dai contorni molto ambigui che lascia spazio a interpretazioni e che viene usata come spauracchio per chiudere la bocca a chi denuncia la distruzione dell'ecosistema.
Ma ci sono anche Cina, India, Indonesia, Nepal, Sudafrica e Thailandia nella lista dei Paesi che nel 2020 hanno visto versare sangue di ambientalisti e capi indigeni. Una lista che si allunga di anno in anno anche a causa del silenzio di molti e dall'azione di governi che preferiscono zittire le voci del dissenso e tutelare un profitto sul breve periodo a discapito del Pianeta.
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 31 luglio 2021
Sebbene non ci sia evidenza di un coinvolgimento delle istituzioni nell'omicidio della giornalista un'inchiesta di tre giudici sottolinea che non sono stati considerati i rischi reali alla sua incolumità.
Impunità, protezione di uomini vicini al potere e negligenza: sono i tre fattori che hanno svolto un ruolo cruciale nell'assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia. È quanto emerge da un'inchiesta di 437 pagine pubblicata giovedì e a cui hanno lavorato tre giudici maltesi: Michael Mallia, Joseph Said Pullicino e Abigail Lofaro. Il contenuto del rapporto è chiaro: "Si è creata un'atmosfera di impunità, generata dalle più alte sfere dell'amministrazione all'interno della Castiglia, i cui tentacoli si sono poi estesi ad altre istituzioni, come la polizia e le autorità di regolamentazione, portando a un crollo dello stato di diritto".
Una constatazione che ha suscitato lo sdegno della popolazione e della società civile che dopo la pubblicazione del rapporto si è ritrovata davanti la sede del governo in segno di protesta. "Mafia state" e "Giustizia" sono le scritte più frequenti nei cartelli imbracciati dai maltesi. L'imbarazzo ha colpito in pieno il governo e il partito laburista che è al potere dal 2013. Nella mattinata di venerdì il primo ministro Robert Abela ha annunciato le sue scuse davanti al parlamento, affermando che da quando è entrato in carica a gennaio 2020 la situazione è migliorata notevolmente. "Sono il primo ministro di un paese che vuole andare avanti. Voglio dare alla gente una svolta positiva. Impareremo dai nostri errori, ma continueremo ad andare avanti" ha detto Abela. Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Repubblica, George Vella, che ha chiesto al governo e al parlamento di adottare le raccomandazioni pubblicate dai giudici nello scottante documento. "Accettiamo le scuse - dice Paul - ma sono sicuro che debbano essere rivolte a tutto il paese, perché ha subito un grande trauma". Un trauma che si manifesta concretamente nella via centrale di La Valletta dove è ancora vivo il memoriale in onore di sua madre, situato davanti il palazzo di giustizia. I passanti gli rendono omaggio accendendo delle candele o posando un mazzo di fiori sulla piccola scalinata, mentre c'è chi più volte ha tentato di vandalizzarlo in passato.
L'impunità - Sebbene non c'è alcuna evidenza di un coinvolgimento diretto di membri delle istituzioni maltesi nell'omicidio della giornalista investigativa, i tre giudici sottolineano che il governo non ha considerato i rischi reali alla sua incolumità e non ha preso provvedimenti per proteggerla. Il risultato di questa inazione statale è che gli assassini che hanno piazzato la bomba nell'automobile di Daphne Caruana Galizia, esplosa sotto casa sua il 16 ottobre del 2017, hanno agito in un clima favorevole tantoché si sentivano protetti da uomini vicini al potere. "I rischi alla propria vita erano palesi a tutti tranne alle autorità nazionali" ha detto ieri Paul Caruana Galizia, uno dei figli della giornalista durante un briefing con i media. "La pubblicazione dell'inchiesta è un importante passo avanti che restituisce a mia madre la sua umanità e incolpa la propaganda politica di quegli anni".
Dal 2013, infatti, il governo dell'allora primo ministro Joseph Muscat ha preso di mira e ha attaccato più volte la giornalista maltese che attraverso le sue inchieste ha denunciato il sistema corruttivo in cui vari membri dell'esecutivo di centro sinistra erano implicati. Caruana Galizia era diventata l'unica vera opposizione nel paese, come affermato dallo stesso Muscat, ma l'apice dello scontro tra il governo e la reporter è avvenuto nel 2016. La pubblicazione dei Panama Papers ha rivelato importanti legami illeciti tra il mondo politico e quello imprenditoriale dell'isola: conti offshore, tangenti e appalti pubblici sono finiti nel mirino della magistratura che da anni indaga tra i corridori delle istituzioni maltesi. Erano affari da tenere lontano dai giornalisti e che hanno portato, si legge chiaro nel rapporto, anche all'uccisione di Daphne Caruana Galizia. I relatori dell'inchiesta hanno criticato duramente anche le indagini degli investigatori per aver subito continui rallentamenti e depistaggi. "All'epoca la polizia, sotto il commissario Lawrence Cutajar, non fece quasi nulla. Certamente non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare" si legge infatti nel documento. Soltanto grazie alla confessione di importanti testimoni si è riusciti a costruire la dinamica dell'omicidio e ad arrestare noti esponenti della malavita maltese accusati di aver fornito l'esplosivo, alcuni dei quali hanno avuto in passato legami con il clan Santapaola di Catania. Una svolta alle indagini è arrivata nell'autunno del 2019 dopo che l'intermediario dell'omicidio, un tassista di nome Melvin Theuma, ha individuato il magnate Yorgen Fenech come il mandante dell'assassinio della giornalista dopo alcuni suoi articoli sulla 17 Black, una società di sua proprietà. Secondo Daphne Caruana Galizia, la 17 Black, registrata a Dubai, sarebbe stata il mezzo attraverso cui Fenech versava delle tangenti milionarie a due società offshore di Panama di proprietà di Keith Schembri e Konrad Mizzi, che all'epoca dei fatti erano rispettivamente il capo di gabinetto di Muscat e il ministro dell'Energia. Fenech è stato arrestato mentre era in fuga a bordo del suo Yatch, ma ha sempre respinto le accuse.
La necessità di riforme - Il rapporto scritto dai giudici restituisce anche un quadro drammatico sullo stato di salute della democrazia del piccolo stato europeo, puntando il dito, ancora una volta, contro le istituzioni per essere state incapaci di tutelare e difendere la libertà di stampa. "Lo stato ha l'obbligo di difendere in ogni modo possibile la vita dei giornalisti e il diritto fondamentale alla libertà di parola, anche quando un giornalista esprime opinioni dure contro il governo" si legge tra le pagine. Non è un caso, infatti, se molti giornalisti negli anni hanno preferito non firmare le loro inchieste e hanno ricorso spesso all'anonimato. Ora, però, è giunto il momento di implementare le raccomandazioni fornite dal rapporto attraverso nuove riforme governative per avere una maggiore trasparenza tra legami politici e imprenditoriali.
"Il modo migliore per onorare mia madre è essere trasparenti e implementare in maniera completa e indipendente le riforme chieste dal rapporto" ha affermato Paul Caruana Galizia che ha anche ringraziato la società civile per la mobilitazione nel chiedere verità e giustizia. Ma la strada è ancora lunga, sebbene gli esecutori materiali dell'omicidio (Vince Muscat e i fratelli George e Alfred Degiorgio) e il loro intermediario sono in carcere, i mandanti politici sono ancora a piede libero. "Ci sono ancora persone che devono essere ritenute responsabili per le loro azioni" ha concluso Paul, indirizzando il messaggio ai ministri del vecchio esecutivo che dopo la pubblicazione del rapporto hanno preferito non commentare la notizia.
di Andrea Cozzolino*
Il Manifesto, 31 luglio 2021
Tale crisi, alimentata dall'instabilità del sistema politico, dal deterioramento della situazione economica e dal covid, nasconde tutte le profonde fratture presenti nella società tunisina dagli albori della primavera araba e rese più laceranti dai differenti interessi stranieri nel Paese. Quando non ci sono nuvole, verso l'ora del tramonto, da Kelibia, città costiera del nord della Tunisia, è possibile vedere il profilo di Pantelleria e dunque l'Italia. Questo, ci dice molto di quanto la Tunisia sia importante per il nostro Paese, nella sua funzione geografica di porta d'accesso all'Africa, nella sua funzione geopolitica per la pace nel Mediterraneo e nella sua funzione culturale di chiave di lettura del mondo arabo e delle pulsioni che lo animano. Ciò che succede in Tunisia, dunque, ci riguarda per questo, non solo per i temi legati alla sicurezza e alla presunta crescita dei flussi migratori.
Domenica scorsa il Presidente della Repubblica tunisina Kais Saied ha assunto la responsabilità del potere esecutivo e sospeso le attività del Parlamento in base dell'art. 80 della Costituzione. Tale crisi, alimentata dall'instabilità del sistema politico, dal deterioramento della situazione economica e dal covid, nasconde tutte le profonde fratture presenti nella società tunisina dagli albori della primavera araba e rese più laceranti dai differenti interessi stranieri nel Paese.
Alcune forze politiche hanno parlato di golpe e la situazione politica è al momento incerta. Tuttavia, continuo a confidare che il Presidente Saied, già docente di diritto costituzionale ed esperto per la Lega Araba e per l'Istituto arabo per i diritti umani, dopo le tensioni di questi giorni, eserciti le sue funzioni nel rispetto dello Stato di diritto e delle garanzie democratiche. Del resto, l'obiettivo politico dello scontro istituzionale aperto dal Presidente tunisino, il Partito Ennahda, forza islamista moderata che ha la maggioranza relativa in Parlamento, ha rinunciato ad invocare la piazza e ha aperto al dialogo.
Tuttavia, la situazione resta tesa. Con la sospensione dell'immunità parlamentare decisa dal Presidente della Repubblica, che si è detto desideroso di sradicare la corruzione che affligge la politica tunisina, si stanno moltiplicando le accuse di "finanziamenti illeciti dall'estero" verso esponenti di Ennadha e dei suoi alleati laici di Qalb Tounes. Una vera "tangentopoli tunisina", già alla base delle proteste di piazza degli ultimi 15 giorni. Proteste alimentate anche dalla diffusa sfiducia sulla gestione dell'emergenza covid: 18 mila vittime in un Paese di 11 milioni di abitanti.
Un binomio pericoloso, dunque, fra Covid e corruzione, che ha incendiato la società tunisina e che spiega i caroselli della popolazione domenica notte in tutte le città del Paese, anche le "roccaforti" di Ennadha, con manifestazioni popolari spontanee esplose per festeggiare la chiusura del Parlamento da parte di Saied. Questo sentimento popolare non può essere minimizzato, ma va ascoltato e ricondotto nella normale vita democratica del Paese.
Saied deve farsene interprete nominando in tempi rapidi un capo del Governo nel rispetto della Costituzione tunisina, ma dovrà anche garantire processi giusti e l'indipendenza della magistratura che giudicherà gli esponenti politici accusati di illeciti, tutto nel piano rispetto del ruolo e delle funzioni del Parlamento che dopo la sospensione di 30 giorni deve tornare a poter efficacemente rappresentare i cittadini. Il Capo dello Stato sarà giudicato dalla comunità internazionale su questo, e toccherà a lui decidere se farsi autocrate o vera guida per la giovane democrazia tunisina.
In tale scenario, il nostro ruolo è promuovere, come Italia e come Ue, nel pieno rispetto della sovranità tunisina, una nuova fase di dialogo.
Dobbiamo farci promotori di un confronto tra il presidente Saied, le parti politiche e le forze sociali e civili, come i sindacati, le associazioni studentesche e gli altri corpi intermedi, e nel frattempo dobbiamo adoperarci per garantire un aiuto concreto in termini economici e di profilassi sanitaria per consentire al popolo tunisino di vaccinarsi in massa. Due sono le strade da seguire. Sull'esempio di Next generation Eu, si elabori, utilizzando i 110 miliardi del capitolo "neighbourhood and the world" del quadro finanziario pluriennale UE 2021-2027, un PNRR per il Nord Africa. In contemporanea si sviluppi anche un piano immediato di aiuti sanitari per vaccinare tutti i popoli della sponda Sud che vada oltre il Covax. L'Italia e l'Unione europea non lascino il Maghreb abbandonato alla morsa del Covid-19 e della povertà.
*Presidente della delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb, eurodeputato del Pd
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 31 luglio 2021
Politologo e docente universitario, è stato arrestato per aver affermato che, attualmente, "non esistono le condizioni per un voto libero e competitivo" riferendosi alle presidenziali in programma a novembre. "Abbiamo la necessità storica di una transizione politica pacifica: senza una riforma elettorale non ci sono elezioni, senza le elezioni non c'è democrazia possibile", dice il politologo e docente universitario José Antonio Peraza sul blog "El Cambio Azul y Blanco", cioè i colori della bandiera nicaraguense: le due bande azzurre rappresentano gli oceani che bagnano il Paese, la bianca simboleggia la pace. Pace in cui non crede più Daniel Ortega, il leader della rivoluzione sandinista contro il regime di Anasasio Somoza che si è trasformato in uno spietato autocrate. Il suo linguaggio è quello della guerra totale agli oppositori.
Quei concetti Peraza li ha ripetuti domenica scorsa durante una trasmissione televisiva diffusa su YouTube. Riferendosi alle presidenziali in programma a novembre (che per Ortega e la sua vice, la moglie Rosario Murillo, sono l'ultima speranza di rimanere al potere o trattare una via d'uscita) il direttore esecutivo del Movimiento por Nicaragua (Mpn), organizzazione "apartitica" della società civile che lotta per la democrazia, ha affermato che, attualmente, "non esistono le condizioni per un voto libero e competitivo". Il giorno dopo è stato arrestato.
Le accuse? Avere commesso, riferisce El País, "atti che minacciano l'indipendenza, la sovranità e l'autodeterminazione del Nicaragua". Sembra incredibile, ma è proprio così. Con il professore di scienze politiche - laureato in Costa Rica, una lunga carriera accademica alle spalle - salgono a ventinove le persone messe in carcere dopo l'avvio dell'ultima offensiva del regime. Tra loro vi sono sette candidati presidenziali, tra cui Cristiana Chamorro, figlia di Violeta, la donna che riuscì a battere Ortega nel 1990. Sedici anni dopo, con il ritorno sulla scena dell'ex comandante rivoluzionario, iniziò quel processo che ha convertito il sandinismo - come ha scritto il quotidiano spagnolo - "in un gulag per chi affronta la coppia al potere".
Peraza è uno dei tanti prigionieri di questo gulag. "È stato catturato per aver detto la verità", denuncia il giornalista Carlos Ferdinando Chamorro, fratello di Cristiana. Ma dire la verità è un reato. Non resta che ammirare il coraggio di questo uomo tranquillo. "La dittatura - dice - non mi fa paura".
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 30 luglio 2021
"Non può esserci giustizia dove c'è abuso", hanno detto il premier Draghi e la ministra della Giustizia Cartabia a Santa Maria Capua Vetere, durante la visita istituzionale nei luoghi delle violenze contro i detenuti avvenute un anno fa. La loro è un'alleanza che forse potrà finalmente fare la differenza, come scrive sul Foglio Adriano Sofri, con l'attesa riforma della Giustizia. Perché "ciò che accade nelle carceri ci riguarda tutti".
di Sergio Ventura
L'Osservatore Romano, 30 luglio 2021
"Ma poi lo hanno messo in prigione, dove cercano di trasformare un uomo in topo", cantava Dylan nel 1975 raccontando la drammatica vicenda del pugile di colore Rubin "Hurricane" Carter, pugile ingiustamente sbattuto in carcere per un omicidio mai commesso.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 30 luglio 2021
Un solo punto: il rispetto pieno, incondizionato, totale dell'articolo 27 della Costituzione, scritto con il sangue e le lacrime di chi ha subito la carcerazione durante il regime fascista. La questione carceraria è una questione sociale e culturale, prima di essere una questione criminale. Non deve esserci spazio nel dibattito pubblico per tesi che ci riportino a un'idea pre-moderna, violenta e vendicativa della pena. Ripartiamo dunque dalle parole importanti proferite dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, all'indomani della visita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Mai più violenza. Quegli atti sfregiano la dignità umana che la Costituzione pone come pietra angolare della nostra convivenza civile".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 luglio 2021
Tossicodipendenti in aumento: 10% in più tra il 2005 (28% degli ingressi) e il 2020 (38%). La fotografia scattata nel Rapporto di metà 2021 mette in evidenza anche alcuni limiti della riforma Cartabia. "Un detenuto su sei in attesa del primo giudizio, uno su tre in custodia cautelare. Uno su quattro è tossicodipendente, uno su tre entra in carcere per violazione delle leggi sulle droghe". La fotografia della popolazione e delle condizioni carcerarie scattata dall'Associazione Antigone con il Rapporto di metà anno 2021 a ben vedere mette in luce anche alcune lacune della riforma della giustizia che il governo si appresta a varare.
"Il numero dei detenuti condannati in via definitiva negli ultimi 18 mesi è cambiato in maniera considerevole: se al 31 dicembre 2019 questi rappresentavano il 68,3% della popolazione reclusa totale, a giugno 2020 erano scesi al 66,9% per poi tornare a salire al 67,8% al 31 dicembre 2020 fino a raggiungere il picco del 69,4% di giugno 2021", si legge nel testo che il presidente Patrizio Gonnella, la coordinatrice nazionale Susanna Marietti, il dirigente Alessio Scandurra, l'avvocata Simona Filippi e il coordinatore dei Garanti territoriali Stefano Anastasia hanno presentato ieri. Se poi guardiamo ai soli detenuti stranieri, "la percentuale dei condannati in via definitiva scende di due punti percentuali". Ma la questione importante è che l'"intoppo" non si trova tanto nei tempi del giudizio d'Appello o su quelli della Cassazione: "Al 30 giugno 2021, il 15,5% dei detenuti era recluso in attesa di primo giudizio, il 14,5% era condannato ma non ancora definitivo". "Dati ingiustificatamente elevati a confronto con gli altri Paesi Ue", fa notare Alessio Scandurra.
L'altro nodo dolente sottolineato dal rapporto stilato dopo aver visitato nell'ultimo anno, nonostante la pandemia, 67 istituti di 14 regioni, è la questione "droghe". Dei 53.637 detenuti per 50.779 posti ufficialmente disponibili, con un tasso di affollamento ufficiale del 105,6% (ma il tasso reale medio è 113,1% perché i posti effettivamente disponibili a fine giugno erano 47.445, con punte del 200% di affollamento come a Brescia e un tasso reale sopra il 150% in ben 11 istituti), i detenuti per violazione del Testo Unico sulle droghe sono 19.260 (il 15,1% sul totale delle imputazioni). La stragrande maggioranza uomini. Ma la percentuale sale al 30,8% sul totale per quanto riguarda gli ingressi in carcere nel corso del 2020 per questo tipo di reati. La maggioranza di essi è per violazione dell'articolo 73, quello che punisce e sanziona la produzione, la detenzione e lo spaccio di sostanze, compresa la coltivazione di marijuana (malgrado la sentenza 12348/2020 delle Sezioni unite della Cassazione). "Nel 2020 - si legge sul rapporto - il 38,6% delle persone che sono entrate negli istituti penitenziari era tossicodipendente. Nel 2005 erano il 28,41%". Dieci punti percentuali in più.
Guardando la realtà delle carceri si capisce dunque che, come sottolinea Scandurra, "il fenomeno droghe è il principale motore del sovraffollamento e delle recidive". Anche perché, aggiunge, "le tossicodipendenze tornano ad aumentare" e il percorso di reinserimento nella società per questo tipo di rei è ancora più difficile. Di sicuro "il carcere non è il percorso migliore". Se si considera poi il "grande problema dell'innalzamento dell'età media" dei detenuti ("la fascia di età più rappresentata è tra i 50 e i 59 anni, il 18,1% sul totale; solo lo 0,9% ha tra i 18 e 20 anni; l'1,7% ha più di 70 anni"), appare evidente che la strada per il decongestionamento dei penitenziari passa per "la depenalizzazione di tutto il consumo di stupefacenti, a partire dalla cannabis". L'associazione Antigone invita anche a riflettere sui costi: "I soli costi di detenzione si aggirano sui 120/130 euro al giorno - ragiona Scandurra - mentre il costo di una comunità è 10-15 volte inferiore. E i risultati in termini di recidiva sono molto migliori".
Non è purtroppo superfluo ricordare poi che la maggior parte delle carceri italiane versa in condizioni cattive, a volte pessime. Per non parlare della mancanza strutturale di operatori, di educatori, di salute. Il sistema di comunicazione, per dirne una, è fermo agli anni '70. I giornalisti fanno fatica ad entrare (da Bonafede in poi molto di più) e i bambini fanno fatica ad uscire. Per questo, come ha riferito Susanna Marietti, Antigone ha stilato una dettagliatissima proposta di riforma del regolamento penitenziario, quello che dà indicazioni effettive sulla vita interna del carcere. E pensare che i reati più gravi sono in diminuzione: "Nel primo semestre del 2021 sono stati registrati 140 omicidi, di cui 57 hanno avuto come vittime delle donne (49 uccise in ambito familiare/affettivo). Un decremento del 5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il calo riguarda anche i femminicidi, passati da 66 a 57 (-14%)".
Ma le violenze, nelle carceri, continuano a ripetersi, come negli anni più bui. L'avvocata Simona Filippi fa il punto dei fascicoli aperti nelle procure e seguiti da Antigone: Santa Maria Capua Vetere, certo, ma anche Modena, dove durante le rivolte del 2020 sono morti 8 detenuti, più uno che è deceduto dopo il trasferimento ad altro istituto. E Melfi, dove "è ancora più marcata la distanza temporale tra le rivolte dei detenuti, avvenute il 9 marzo, e l'intervento degli agenti nella notte tra il 16 e il 17 marzo con il trasferimento dei reclusi ad altri carceri". Proprio quella notte, ricostruisce Filippi, ci sarebbe stata una sorta di rappresaglia, sullo stile del carcere campano. almeno a stare ai racconti "dettagliati e analoghi" raccolti dall'associazione che si è opposta all'archiviazione del caso.
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