di Ferruccio De Bortoli
Corriere della Sera, 17 giugno 2021
Esce giovedì 17 giugno un saggio dell'ex presidente della Corte costituzionale che esamina senza sconti i comportamenti di tutti gli operatori del settore giuridico. A un grande giurista come Gustavo Zagrebelsky, che ci fa apprezzare con i suoi scritti la bellezza inarrivabile del diritto - complessità della vita non solo aridità della norma - possiamo rimproverare un solo errore. Quello di aver pubblicato "La giustizia come professione" (Einaudi) troppo tardi. Se questo testo, che esplora più i difetti che le virtù di magistrati, avvocati, accademici, fosse uscito prima delle miserevoli cronache degli ultimi mesi, forse avrebbe costretto molti a un esame di coscienza. Meglio, a un bagno di umiltà. A vedere la propria immagine riflessa, come un puntino infinitesimale, nello specchio della storia e della filosofia anziché in quello deforme della propria vanità, interesse personale, bulimia corporativa. Ma c'è da augurarsi che il libro sia letto e discusso, almeno nelle conclusioni, proprio nel momento in cui il Paese si appresta a varare una riforma della giustizia non più rinviabile.
Zagrebelsky cita il Vangelo di Matteo, in "un passo di solito ignorato" (sublime critica all'interpretazione dei testi sacri). "Dice il Cristo a un ipotetico discepolo che è in lite con qualcuno: fai presto un amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei per la strada con lui: che non accada che ti metta in mano del giudice". Perché, sostiene l'autore, andar dal giudice è sintomo di un fallimento. Non solo. "Andarci immediatamente, senza aver tentato altre strade, è sintomo di grettezza". Trasforma la persona umana in persona giuridica. "E allora inizia la perversione della funzione del diritto". E se la legge "si intromette in tutte le pieghe della vita, la vita così si affievolisce". L'autore è convinto che la giustizia riconciliativa sia un "gradino della scala etica più in alto di quella punitiva". Teme "l'autoreferenzialità dei soggetti, l'uso aggressivo e vendicativo dello strumento giudiziario".
Basta così. Il preambolo della riforma è già scritto. Autorevolmente. Però, gli aspiranti legislatori e tutti i partecipanti all'infinito dibattito sulla materia dovrebbero avere la pazienza - e insieme l'umiltà - di leggere anche il resto. Diffidare subito dei cultori del diritto, che sanno di culto, non di coltivazione. A maggior ragione di chi pensa, alla Ulpiano, di essere addirittura un sacerdote del diritto. La sacralità può degradare facilmente in maschera. E "cento buoni giuristi non fanno una buona opinione quanto un solo cattivo giurista ne fa una cattiva".
I professionisti della giustizia sono sensibili alle seduzioni e alle trappole della mondanità. Ed è amaro per chi scrive notare che Zagrebelsky, citando Balzac, indichi i giornalisti, insieme ai giuristi, come i più esposti a "una condizione corrosiva della loro credibilità". Molti sono però comodi cliché, un po' da smontare: cattivi cristiani, così legalitari da accantonare la coscienza (Carl Schmitt mise la scienza giuridica tedesca al servizio di Hitler) dogmatici, venali, rapaci e cortigiani. I simboli hanno una loro teatrale e storica importanza per ricordare, nell'iconografia del potere, che la giustizia ha una sua origine divina o regale.
La giustizia è femminile. La bilancia non è una stadera che valuta un peso assoluto: mostra l'equilibrio delle parti. E non solo la necessità di comporre ragioni e torti, ma anche di conciliare rigore e clemenza. Un altro simbolo della giustizia è la spada. Non un pugnale che è più segno di "tradimento e cospirazione". La spada è alzata e brandita. Ammonisce. Raffigura la decisione, la sovranità. La giustizia è poi bendata per evitare che cada "preda di influenze improprie". Insensibile alle calunnie, all'opinione comune. "Al rumore della folla". E, aggiunge Zagrebelsky, "dovremmo immaginarla senza orecchie e senza naso". Ma a questo punto più che una leggiadra figura femminile sarebbe un mostro.
L'avvocato è per l'autore soprattutto un intermediario, un mediatore. Opera nell'interesse pubblico, come "collaboratore della giustizia", ma anche nell'interesse del suo assistito. Una duplicità che può trasformarsi in una "contraddizione lacerante". Può usare stratagemmi ma non inganni. La parità in un processo, tra accusa e difesa, è un principio assoluto. "Ma quale parità può esserci se l'uso delle armi d'una parte è più potente, efficace, persuasivo, suggestivo dell'uso dell'altra parte". Il processo moderno, nella visione di Zagrebelsky, esprime una concezione laica della giustizia. Non si stabilisce la verità, "ma si cerca di vedere le cose da diversi punti di vista". Spesso le "questioni di coscienza sono eluse con vari argomenti". Ma il processo non può trasformarsi in un'ordalia. Vanno difesi anche i peggiori criminali. "Gli avvocati dei grandi processi del Ventesimo secolo - scrive l'autore - non è detto che stessero dalla parte di Goering o Eichmann". Ma l'avvocato di Mafia, si chiede, è ancora un libero professionista?
Zagrebelsky difende con argomenti persuasivi l'indipendenza dei giudici dai quali "non ci si deve aspettare la rivoluzione o la reazione e neppure chissà quali riforme". "La giuristocrazia - aggiunge - di cui tanto si parla per alimentare le polemiche contro l'indipendenza dei giudici e per renderli innocui, è un'invenzione". La toga dovrebbe far percepire non solo autorevolezza, ma unità. "La giustizia non può apparire divisa; spesso lo è ma non deve mostrarsi così".
Alla coscienza del giudice - che non può sottrarsi all'esercizio della sua funzione, non può essere obiettore come un medico - è dedicato il capitolo più delicato e sofferto. La soggezione alla legge non è il solo metro di integrità professionale. "Nel passaggio dal diritto liberale a quello fascista, a quello democratico-costituzionale, se ci furono casi di coscienza, gli annali non li hanno registrati".
Non si salvano, ovviamente, nemmeno i colleghi professori di diritto. Qualche volta troppo engagé. I pareri pro veritate sono semplicemente di parte. E vi è chi ne ha dati due: uno contrario all'altro. Negli esami il voto può essere semplicemente assurdo. "Si deve accertare se la scintilla è scoccata: o sì o no". E nell'era della didattica a distanza, Zagrebelsky non ha dubbi. "Occorre conoscersi, non basta vedersi". E cita Pavel Florenskij: "Una lezione non è un tram che vi porta da un posto all'altro, ma una passeggiata con gli amici. È la passeggiata a essere importante, non la destinazione". Esemplare. Anche se per i tanti, fortunati, studenti del professor Zagrebelsky, la frequentazione dei suoi corsi non dev'essere stata proprio una passeggiata.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 17 giugno 2021
Lo spiegano Ferrari e Mosconi nel libro "No Prison". Serve un cambio di paradigma, mettere al centro la persona, non il reato. Il fine è una società meno violenta? Il mezzo non può essere una violenza come la privazione della libertà.
"Perché abolire il carcere - Le ragioni di No Prison" è il titolo di un libro di recente pubblicazione che Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi hanno scritto insieme sospinti dal vento, che spira sempre più forte, dell'abolizionismo carcerario. Il titolo è perentorio. Induce però a una domanda: perché leggere oggi un libro sull'abolizione del carcere? Il carcere è cementato nella nostra cultura, nella nostra educazione, nel modo in cui ci siamo socialmente organizzati. È lo strumento con cui ci relazioniamo al "male" e pensiamo di governarlo.
È l'appendice, per dirla con Marco Pannella, o l'effetto, per dirla con i meccanicisti, di una "causa" incentrata sull'accertamento della colpevolezza a fronte di ciò che viene considerato reato. È manifestazione, per dirla con Ferrari e Mosconi, di un paradigma ben preciso: quello sanzionatorio, che poi, in fondo, è quello patibolare. Così è stato, così è e così sarà fino a quando la reazione al delitto è penale, cioè una pena.
Pensiamo all'uso delle parole: chiamiamo penale una branca del diritto e penitenziari gli istituti dove mettiamo coloro che priviamo della libertà per un tempo calibrato sul calcolo astratto del danno arrecato. Terrificante! Eppure, all'idea di abolire il carcere ci sentiamo come si sarebbe sentito Tolomeo davanti a Copernico oppure Newton, padre della fisica meccanicista, davanti ai fisici tedeschi Max Planck o Karl Heinsenberg, pionieri della fisica quantistica. In una parola ci sentiamo disorientati. Livio Ferrari e Giovanni Mosconi ci orientano allora verso un "salto di paradigma" che spiegano così: "Si tratta nella sostanza di abbandonare la centralità del reato come fatto negativo che si proietta sulla persona, stigmatizzandola e devastandone soggettività, esperienza e appartenenza sociale tramite l'afflizione detentiva".
Occorre invece "riportare al centro la persona, come titolare di diritti, troppo spesso già disattesi prima del verificarsi del reato, come portatore di bisogni e depositario di praticabili e da praticarsi, potenzialità riabilitative. Si tratta evidentemente di una verità diversa rispetto a quella processualmente definita e costruita, che affonda le sue radici ben prima del fatto reato, e che può essere fatta riemergere a pieno, nella sua sostanza e nelle sue potenzialità, nell'approccio alternativo alla punitività penale". I fautori di un carcere orientato ai principi costituzionali usano dire, a sostegno delle riforme necessarie, che in carcere entra l'uomo e non il reato.
È vero. Ma proprio per questo mai farei entrare un uomo in un luogo di privazione della libertà, di isolamento, anaffettivo e afflittivo. È un'illusione riformista quella di voler umanizzare l'inumano. Come con la pena di morte c'è chi non la abolisce ma la infligge in modo "dolce", non con la sedia elettrica ma con l'iniezione letale, così con il carcere c'è chi pensa di far soffrire con liberalità e dolcezza. Se si vuole davvero contenere la violenza diffusa nella società non vanno usati mezzi violenti, luoghi mortiferi. Non è mai vero che il fine giustifica i mezzi.
Al contrario, sono i mezzi che prefigurano i fini: se il fine del carcere è una società meno violenta i mezzi per perseguirlo non possono essere violenti. La verità è che una società senza prigioni è più sicura, come più sicura è una società senza pena di morte.
Noi di Nessuno tocchi Caino amiamo l'ordine e la sicurezza, e non intendiamo lasciare queste parole bellissime a quelli della "legge e ordine", quelli del potere fine a se stesso, quelli del "disordine costituito" per dirla con Pannella. Il nostro ordine è sinonimo di coerenza e armonia tra idee, sentimenti e comportamenti orientati ai valoro umani universali. Non si tratta di andare alla ricerca di un carcere migliore ma di cercare qualche cosa di meglio del carcere stesso. Abolire il carcere non è un'utopia, è una necessità perentoria della storia che evolve e si eleva a gradi sempre più alti di coscienza. Assecondiamo, grazie anche a questo libro, questo corso.
di Marcello Pulidori
La Nuova Ferrara, 17 giugno 2021
Consegnati integratori, occhiali, detergenti e repellenti L'assessore Coletti: solidarietà e salvaguardia della salute. Un consistente numero di occhiali da lettura, prodotti per l'igiene personale, articoli sanitari e altri prodotti di vario genere tra cui alcuni integratori, per i detenuti della casa circondariale di via Arginone. A consegnarli, ieri mattina, in una iniziativa caratterizzata anche da un alto valore simbolico legato alla solidarietà, sono stati Luca Cimarelli e Paola Nocenti rispettivamente presidente della Holding Ferrara Servizi e direttrice generale dell'azienda Afm, le cosiddette Farmacie Comunali. Oltre ai dirigenti dell'Afm era presente l'assessore alle politiche sociali Cristina Coletti la quale ha parlato di "iniziativa di grandissima rilevanza perché va incontro alle esigenze di chi al momento è recluso".
Due donne come padrone di casa, la comandante della Polizia Penitenziaria, Annalisa Gadaleta e la direttrice della struttura carceraria Maria Nicoletta Toscani. Trova così concretizzazione l'iniziativa dell'azienda Afm che ha accolto tempestivamente l'appello di solidarietà lanciato in più occasioni dai dirigenti medici della struttura carceraria. Lo scopo è di contribuire al miglioramento delle condizioni di salute dei detenuti, attenuando le difficoltà dovute alla reperibilità di materiale sanitario, conseguenza dell'elevato numero di carcerati.
Peraltro va considerata anche la stagione calda ormai esplosa e la necessità di contribuire a proteggersi dalle conseguenze che talora le elevate temperature possono generare. "Salvaguardare la salute è un diritto di tutti, anche dei detenuti - ha detto ancora l'assessore Coletti - e un grande grazie va all'azienda delle farmacie comunali per il raggiungimento di tale obiettivo".
Ma va detto che l'intero tessuto politico-amministrativo di Ferrara ha preso a cuore le situazioni di quelle persone che, costrette nelle loro celle, non hanno mezzi per potersi permettere quel minimo di cure e attenzioni per il proprio benessere. Così come va ricordato che l'Afm, è stato sottolineato da Cimarelli, non è nuova ad iniziative di solidarietà, e già in passato è intervenuta con l'acquisto di ausili sanitari a sostegno di detenuti non in condizioni di fronteggiare le spese per l'acquisto di materiale. "Quest'anno abbiamo preferito donare un maggior numero di occhiali per la lettura, di diversa gradazione - ha detto ancora Cimarelli - Riteniamo che la lettura occupi un ruolo molto importante soprattutto in una situazione di detenzione".
di Simonetta de Chiara Ruffo
ilcrivello.it, 17 giugno 2021
Quando il carcere non è solo una misura repressiva nei confronti di chi ha sbagliato ma viene ritenuto uno strumento per recuperare gli individui e reintrodurli nella società, accade anche questo, e cioè che i detenuti studino con profitto fino a diplomarsi in materie molto attuali come Finanza e Marketing che premettono anche il reinserimento nel mondo del lavoro di oggi. È successo questa mattina nella casa circondariale di Arienzo "G. De Angelis" diretta dalla dottoressa Annalaura De Fusco dove, per la prima volta nella storia del carcere da quando è stata istituita la scuola superiore, due detenuti hanno affrontato brillantemente la prova di maturità. I due detenuti hanno sostenuto il colloquio nella parte dell'Istituto dedicato alla scuola, al primo piano della struttura con la commissione esaminatrice composta dai docenti dell'Istituto Comprensivo Vittorio Bachelet.
E se per gli studenti di 18 anni questo è un giorno di grandissima emozione possiamo semplicemente immaginare che cosa sia successo ai due protagonisti di questa mattinata insolita nella casa circondariale di Arienzo. Anche la commissione era soddisfatta e gli esaminatori erano visibilmente compiaciuti ed emozionati assieme a tutto il personale del carcere che ha tifato per i due maturandi.
Cosa aspetta i due neodiplomati che hanno dimostrato un così grande impegno una volta che saranno usciti di prigione? Su questo occorre lavorare, perché bisogna rafforzare le reti che danno l'opportunità di continuare l'operazione di reinserimento sul territorio attraverso il mondo del lavoro. Per questo motivo è necessario che istituzioni, operatori scolastici e le tante associazioni che si occupano del reinserimento dei detenuti continuino a lavorare gomito a gomito. Del resto, se loro, i protagonisti di queste belle storie ce la mettono tutta, vuol dire che siamo su un'ottima strada e che come si suol dire, chi ben comincia è alla metà dell'opera.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 17 giugno 2021
Il loro numero è in crescita (+15,6% tra il 2012 e il 2018), a fronte di un forte calo generalizzato della natalità. La centralità della scuola. Sono più di un milione i minori di origine straniera residenti nel nostro Paese. Un numero in crescita (+15,6% tra il 2012 e il 2018), a fronte di un forte calo generalizzato della natalità. Si tratta di bambini e ragazzi - l'11% dei minorenni che vivono in Italia - che, nella stragrande maggioranza, frequentano la stessa scuola dei loro coetanei italiani, parlano la medesima lingua, giocano insieme, hanno uguali speranze, paure e fragilità legate all'età. Ma, in base alla legge, non possono essere cittadini italiani.
Molti di loro sono arrivati in Italia solo dopo la nascita, altri, quelli di "seconda generazione" sono nati sul suolo italiano da genitori stranieri. E poi ci sono i minori non accompagnati, bisognosi di una specifica assistenza. Tra le Regioni, la presenza di stranieri che hanno un'età compresa tra gli 0 e i 17 anni è diffusa soprattutto nel centro-nord e nelle città piuttosto che nei piccoli paesi: superano il 16% dei residenti in Emilia-Romagna e Lombardia, toccano il 14,5% in Toscana e il 13,7% in Piemonte, Veneto e Liguria. La provincia con la più alta concentrazione di bambini e adolescenti è Prato, con il 28,8%.
Se si tiene conto inoltre che il 31,2% delle famiglie di stranieri con figli minorenni si trovano in povertà assoluta (la media nazionale, su dati 2019, è del 9,7%) ecco un'altra emergenza educativa a cui si deve far fronte. "Una sfida dell'inclusione", la definisce in un'anticipazione di Avvenire il rapporto curato da "Con i bambini-impresa sociale" e Fondazione Openpolis nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. "L'integrazione è un vantaggio per tutti, non solo per i bambini e le famiglie straniere - è scritto nella ricerca - perché una società più inclusiva significa meno conflitti sociali e culturali e un miglioramento del clima di convivenza nel Paese".
Fallire la sfida, si precisa nel documento, può comportare allora gravi conseguenze: meno opportunità per chi è rimasto fuori dai percorsi educativi, redditi più bassi, maggiori diseguaglianze e, non ultimo, il rischio di segregazioni e marginalità. Nuovi ghetti, insomma. La scuola, l'istruzione di qualità, diventano quindi essenziali. E se è vero che al crescere del titolo di studio aumentano le possibilità di occupazione, due dati del Report fanno riflettere: il 36,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni senza cittadinanza italiana ha lasciato la scuola prima del tempo contro una media del 13,5% e solo il 24,4% degli alunni delle superiori con cittadinanza extra-Ue frequanta il liceo, a fronte del 48,8% degli italiani.
Inoltre, l'abbandono scolastico, secondo lo studio elaborato da Openpolis-Con i bambini, fenomeno che in Italia tra il 2004 e il 20219 ha segnato un calo generale del 9,6%, "è il sintomo più evidente di un processo di inclusione che rischia di lasciare fuori ancora troppi ragazzi".
E tra i giovani stranieri il tasso di interruzione degli studi rimane 3 volte superiore rispetto a quello degli italiani: è un aspetto, questo, che incide sulla possibilità di integrazione perché la scuola è il luogo naturale non solo per apprendere la lingua ma anche per sviluppare una rete di socialità e di amicizie, necessità ancora più sentita per chi viene da Paesi lontani e ha contatti solo con la famiglia e la propria comunità di origine, quando c'è.
Ma esistono anche difficoltà di apprendimento, spesso legate proprio al mancato inserimento in una classe o in un contesto scolastico. Per gli stranieri, infatti, può essere più difficile e faticoso seguire le lezioni in una lingua che non conoscono bene o perché si sentono "estranei" e lontani dagli argomenti trattati. E così, se il ritardo scolastico riguarda mediamente un alunno con cittadinanza italiana su 10 (cioè il 9,6%), per gli studenti di origine straniera il dato medio è, anche in questo caso, 3 volte superiore, ovvero il 30,70%. E può succedere che il maggior ritardo accumulato dagli studenti con cittadinanza non italiana si accompagni ad apprendimenti inferiori rispetto ai coetanei, fattore che può presentarsi lungo tutto il percorso di studi. "Con forti differenze tra gli alunni di prima e di seconda generazione" sottolinea il Report, i cui numeri mettono in evidenza che oltre la metà degli stranieri iscritti alle scuole superiori, ha almeno un anno di ritardo nel proprio percorso di studi.
Ma c'è anche l'"altra faccia della medaglia": è da rilevare infatti che nell'apprendimento della lingua inglese gli studenti stranieri (di prima e seconda generazione) tendono ad avere punteggi in media più alti rispetto ai coetanei italiani: 204,50 contro 199,50. Un dato, questo, che suggerisce come i vantaggi di una maggiore integrazione scolastica tra ragazzi provenienti da culture diverse potrebbero avere effetti positivi per tutti. Società, famiglie, scuola.
di Chiara Saraceno
La Repubblica, 17 giugno 2021
Il record negativo del rapporto Istat: nel 2020 cresce chi non può sostenere le spese essenziali. Come avevano già anticipato a marzo le stime provvisorie dell'Istat, l'impatto della pandemia è stato fortissimo in termini di aumento della povertà assoluta, nonostante i diversi provvedimenti messi in campo dal governo per sostenere il venir meno del reddito siano stati consistenti. Senza di essi l'impatto sarebbe stato più severo sia in termini di incidenza sia in termini di intensità della povertà. Del resto, era difficile aspettarsi che le cose andassero diversamente. Tra lavoratori/lavoratrici in cassa integrazione, lavoratori/lavoratrici che hanno perso il lavoro nonostante il blocco dei licenziamenti, attività che hanno dovuto chiudere, molte famiglie hanno perso, o si sono viste ridurre, l'unico reddito disponibile, o hanno perso uno dei percettori di reddito.
La piccola diminuzione nella incidenza della povertà assoluta registrata nel 2019 dopo anni di costante aumento si è rovesciata in un aumento di oltre un punto per le famiglie e quasi due punti per gli individui. Si tratta rispettivamente di 330 mila circa di famiglie e un milione di persone in più dell'anno prima. Si può discutere se, in un periodo eccezionale quale quello che abbiamo attraversato, in cui tutti abbiamo forzatamente diminuiti i consumi, l'indicatore della povertà assoluta costituito dal valore complessivo del paniere dei beni essenziali (alimentazione, spese connesse all'abitazione, abbigliamento e poco altro) non debba essere "spacchettato", stante che alcune spese, come ad esempio l'abbigliamento, possono non essere state fatte non per mancanza di risorse, ma per mancanza di necessità, vista la mobilità e socialità ridotta cui tutti sono stati costretti. Ma con lo stesso ragionamento si potrebbe sostenere che alcuni beni, non compresi nel paniere, si sono rivelati viceversa essenziali e la loro mancanza ha costituito un elemento di povertà aggiuntiva.
Si pensi agli strumenti informatici come un computer o un tablet e a giga sufficienti per seguire la didattica a distanza, la cui mancanza ha allargato ulteriormente le disuguaglianze tra bambine/i e adolescenti in termini di opportunità di apprendimento. Analogamente, il venir meno di alcuni servizi, quali la mensa scolastica, durante il lungo lockdown, ha ridotto la possibilità di bambine/i poveri di avere un pasto giornaliero nutrizionalmente adeguato.
Anche senza considerare questi aspetti, bambine/i e adolescenti si confermano i soggetti più vulnerabili alla povertà, balzando al 13,5%, oltre 5 punti percentuali sopra la media. Con le loro famiglie sperimentano anche una maggiore intensità della povertà rispetto alla media. Sono inoltre i bambini/e che hanno fratelli e sorelle, specie più di uno, e le loro famiglie, a sperimentare più frequentemente la condizione di povertà assoluta rispetto a chi non ha fratelli o sorelle, o solo uno. Prima di preoccuparci dei tassi di natalità dovremmo preoccuparci delle condizioni di deprivazione e mancanza di opportunità in cui lasciamo cresca oltre un milione di bambine/i e adolescenti in un Paese che fa parte dei 7 più sviluppati al mondo.
Proprio perché l'aumento della povertà assoluta è un effetto diretto delle misure prese per contrastare la pandemia, non deve stupire che l'aumento maggiore sia avvenuto nelle regioni settentrionali, sia perché lo scorso anno sono state colpite prima e più a lungo dal lockdown, sia perché hanno una maggiore concentrazione di imprese e attività che hanno dovuto chiudere o rallentare, anche se il Mezzogiorno continua a essere l'area con la più alta incidenza di povertà. Il gap Nord-Sud, quindi, si è ridotto non per un miglioramento della situazione nel secondo, ma per un allargamento dell'area della vulnerabilità anche a regioni e gruppi sociali che ne sembravano più protetti.
Infine, nonostante la stragrande maggioranza delle famiglie in povertà assoluta sia composta solo da italiani, l'incidenza è molto più alta nelle famiglie in cui vi è almeno uno straniero (residente regolarmente in Italia), ove riguarda una famiglia su quattro, a differenza del 6% delle famiglie di soli italiane. Tra gli stranieri, infatti, si concentrano i lavoratori poveri, spesso senza o con scarse coperture previdenziali e assistenziali. Questi dati dovrebbero rimanere sul tavolo di chi gestirà il Pnrr, perché la ripresa che speriamo arrivi non lasci indietro chi già ha subito pesantemente gli effetti della pandemia, per evitare che le diseguaglianze e vulnerabilità di vario tipo di cui sono espressione non si cristallizzino ulteriormente.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 17 giugno 2021
L'Europa prova a vincolare le corporation, e quindi le catene del valore globali, ai diritti di persone e ambiente. Ma le lobby della grande industria vanno all'assalto; non a caso la nuova iniziativa Ue è per ora rinviata. Da H&M che chiede a Bruxelles "un approccio pragmatico" ai big della cioccolata che chiedono di non "esporre le aziende a rischi eccessivi", da Danone ai colossi dell'energia: ecco le prove dell'influenza esercitata dalle corporation. Sono nel dossier di Friends of the earth, European coalition for corporate justice e Corporate Europe observatory, che abbiamo visionato in anteprima.
Se l'Europa prova a muoversi, i lobbisti delle multinazionali vanno all'assalto. L'Ue culla da tempo l'idea di imporre vincoli più stringenti alle corporation, perché rispettino lungo tutta la filiera i diritti delle persone e dell'ambiente; per evitare ad esempio che la cioccolata mangiata dai bimbi europei sia stata lavorata dai loro coetanei di altri continenti. Ma ogni tentativo di vincolare le catene del valore globali ai diritti dei lavoratori e al rispetto dell'ambiente si scontra con le lobby della grande industria. Ora ne abbiamo le prove: sono raccolte nel dossier che abbiamo visionato in anteprima e che verrà pubblicato oggi dalle tre ong Friends of the earth, European coalition for corporate justice e Corporate Europe observatory. La loro ricognizione rivela l'influenza esercitata dalle corporation, tattiche e obiettivi.
Cominciamo dal finale: c'è una proposta della Commissione europea che doveva essere già sul tavolo e invece è congelata. Bruxelles promette che arriverà in autunno; il dato di fatto è che è rinviata, bisogna aspettare almeno settembre. Non è tutto. Il commissario europeo con delega alla Giustizia, Didier Reynders, che presidiava il dossier, da meno di un mese si ritrova affiancato dal commissario al Mercato interno. Thierry Breton, che prima di essere mandato a Bruxelles da Emmanuel Macron era a sua volta un super manager, porterà il punto di vista dell'industria. "Bisogna assicurarsi un equilibrio", ha detto un portavoce della Commissione per spiegare i ritardi e il subentro di Breton. Ma che cosa deve produrre esattamente Bruxelles? Ad aprile 2020, la Commissione europea ha annunciato una sua iniziativa sulla "corporate due diligence". Significa che, se vogliono avere accesso al mercato europeo, le aziende devono farsi carico di verificare il loro impatto su persone e ambiente lungo tutta la catena di valore, subappalti e sussidiarie inclusi. L'iniziativa è molto attesa dalla società civile: più di 700 organizzazioni, sindacati, ong, e mezzo milione di persone si sono spesi per chiedere regole stringenti. Come la stessa Ue prende atto nei suoi rapporti, il panorama legislativo attuale è percepito come "inefficiente, inefficace e incongruente". Affidarsi alla buona volontà delle aziende (e quindi a iniziative volontarie di "corporate social responsibility") non basta. L'europarlamento a marzo ha rivendicato con ampia maggioranza una iniziativa legislativa ambiziosa: le aziende devono essere obbligate a verificare e far rispettare i diritti, e risponderne in tribunale oltre che essere sanzionate se non lo fanno.
Nel loro report Off the hook?, le tre ong Friends of the earth, European coalition for corporate justice e Corporate Europe observatory fotografano i tentativi delle corporation - e dei loro lobbisti - di indebolire l'iniziativa europea "sia apertamente che dietro le quinte". L'accesso agli atti mostra ad esempio che BusinessEurope, la lobby delle imprese in Europa, ha usato tattiche svariate. Un anno fa, ha posto come argomento l'impatto della pandemia per avvertire Bruxelles che una legge avrebbe reso la vita ancor più dura alle imprese. A fine 2020, ha avvertito la direzione generale Giustizia (quella afferente al commissario Reynders) che "sarebbe meglio inserire una clausola safe harbour".
Il "porto sicuro" significa evitare azioni legali. Quando la società civile si è mobilitata con una petizione, la federazione degli industriali lussemburghesi ha allertato i suoi membri: l'iniziativa "va controbilanciata". La associazione europea dei grandi marchi (Aim), i cui membri vanno da Coca Cola a Mars, da Danone a Nestlé, da Nike a Unilever, ha speso nel 2019 fino a 400mila euro per l'attività lobbistica in Ue. Lo scorso novembre ha bussato alle porte della direzione Giustizia per evitare che le corporation siano portate in tribunale, o perlomeno che siano legalmente perseguibili lungo l'intera catena del valore. Essere responsabili per tutta la catena sarebbe una sfida troppo grossa anche a detta di Amori, associazione di imprese con un budget per il lobbying pari a quello di Aim.
La catena di abbigliamento H&m, che già nel 2018 è finita sui giornali per gli abusi sulle lavoratrici lungo la filiera, è andata a chiedere a Bruxelles "un approccio pragmatico" e un sistema "coi giusti incentivi". Negli Usa, con l'aiuto dei difensori dei diritti umani, otto minorenni africani hanno sfidato in aula l'industria del cacao - Nestlé, Mars, Olam, Mondelez - per schiavitù infantile. A Bruxelles, Mars, Mondelez e l'associazione europea del cacao chiedono porti sicuri (clausole safe harbour) e di non "esporre le aziende a rischi eccessivi". Una nuova, incisiva legge europea significherebbe nuove sedute di tribunale. La multinazionale francese Danone, che per il lobbying a Bruxelles nel 2019 ha speso 500mila euro, all'apparenza è per la sostenibilità ma - svela il report delle ong - dietro le quinte sabota la legge. L'impatto ambientale della sua filiera è cresciuto dal 2015 al 2018. Le grandi aziende puntano a scalfire i futuri vincoli anche sul clima. Non a caso, oltre a vestiti o cibo, i grandi slanci lobbistici vengono dal settore dell'energia. Il colosso Total ha bussato alle porte della Commissione per dirle che sarebbe difficile applicare una nuova legge europea lungo tutta la filiera.
di Moni Ovadia
Il Manifesto, 17 giugno 2021
Giustizia internazionale. La condanna è stata emessa dalla Corte Internazionale dell'Aja dopo avere respinto l'appello presentato dall'accusato per avere ritenuto le prove dei crimini inconfutabili.
Il pletorico flusso delle notizie che l'informazione main stream ci ammannisce con mediocre monotonia e priorità prevedibili, ogni tanto, suo malgrado, ci dà notizie di qualche interesse che tuttavia non suscitano ulteriori riflessioni che pure sarebbero estremamente importanti. La notizia a cui faccio riferimento in questa fattispecie è quella della condanna all'ergastolo comminata all'ex generale Ratko Mladic, comandante dell'esercito serbo-bosniaco, per le accuse di genocidio, massacri di massa, pulizia etnica.
La condanna è stata emessa dalla Corte Internazionale dell'Aja dopo avere respinto l'appello presentato dall'accusato per avere ritenuto le prove dei crimini inconfutabili. Una buona notizia! Non perché un criminale di guerra è stato condannato alla pena che gli spetta, non ritengo cosa buona gioire della disgrazia di un essere umano anche se un efferato criminale. Ma perché come si suol dire: "c'è un giudice a Berlino". I parenti delle vittime forse proveranno sollievo nel vedere che giustizia è fatta, anche se il dolore per ciò che hanno subito i loro cari è irredimibile.
Tuttavia un atto di giustizia a cosi tanti anni da quello che fu il tragico macello della guerra della ex-Iugoslavia risarcisce l'idea di un senso a cui apparteniamo in quanto esseri umani.
Bene, ma a quando il processo delle leadership politiche e militari turche per l'ininterrotto e perverso massacro del popolo curdo? Quando verranno condotti davanti alla corte internazionale dell'Aja George W. Bush e Tony Blair, non dico per essere condannati (non sono un giudice) ma almeno per essere giudicati per avere scatenato una guerra, basata su evidenti menzogne con conseguenze spaventose e centinaia di migliaia di morti innocenti del popolo iracheno. L'ex leader laburista Gordon Brown chiese al parlamento britannico l'istituzione di una commissione di inchiesta sul comportamento tenuto dall'allora premier nello scatenare quella guerra. L'Alta Corte fini per bloccare la richiesta di incriminazione di Tony Blair per quella aggressione criminale, ma forse una corte internazionale avrebbe potuto avviare la procedura. Ma gli amici degli Stati Uniti non corrono questo rischio in Occidente.
La Cia la celebre agenzia, quando giudica un dittatore o un criminale ha l'abitudine di definirlo con un'espressione assai grezza: "he is son of a bitch, è un figlio di puttana!" Ma qualora il dittatore o il criminale sia alleato degli USA allora la definizione diventa: "yes hès a son of a bitch, but he is our son of a bitch, si è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana!". In quel caso tutti i suoi crimini, e le violazioni dei diritti umani diventano leciti. Per esempio: per la brutale repressione e per la carcerazione del dissidente russo Naval'ny, Joe Biden chiede sanzioni contro la Russia di Putin, invece le pluricinquantennali violazioni del diritto internazionale, i crimini commessi dall'Idf (le forze armate israeliane) sotto la guida dei governi israeliani, massacri di popolazione civile, colonizzazione di territori usurpati, occupazione interminabile di un intero popolo, decine e decine di migliaia di detenzioni amministrative senza processo anche di ragazzini, demolizioni di case, distruzione di risorse agricole, sadiche vessazioni arbitrarie sono rubricate come diritto alla difesa, senza pudore e senza vergogna.
Intanto in questi giorni si sonoriuniti i "sette grandi" con la "novità", dopo l'interregno del "villain" Trump, di riaffermare, grazie al buon sleepy Joe, Biden l'inossidabile fedeltà euroatlantica alla "più grande democrazia del mondo" che tradotto vuol dire: si fa quello che vuole lo zio Sam. Perché tanto l'Ue conta come il 2 di picche. Con l'occasione si fa il fervorino sui diritti umani alla Cina. I cinesi lasciano fare perché fondamentalmente se ne fottono. Diventeranno presto la prima economia mondiale, se già non lo sono, forse diventeranno i primi anche sul piano tecnologico e militare. Il filottino sui diritti è implicitamente rivolto anche a Putin, il quale verosimilmente lo irride. Lo Zar Wladimir è certo un autocrate, governa con pugno di ferro, ma è un politico di estrema capacità, conosce come le sue tasche il paese che governa, di cui gli occidentali capiscono poco o nulla.
Ora, ci dicono che siamo usciti dall'epoca delle ideologie, dunque non siamo tenuti ad alcuna fedeltà di schieramento. Allora perché gli Stati Uniti continuano a spacciarsi per il regno del bene e i loro alleati fanno finta d crederci? Non sarebbe più saggio riconoscere sulla base dei fatti che il più pulito c'ha la rogna, rimettere il pallino al centro e ricominciare a pensare ad un modello di società fondato sulla giustizia sociale?
di Paolo Morelli
Corriere della Sera, 17 giugno 2021
"Quando c'è un pericolo per l'altro non è più solo un'opinione". Alessandro Zan promotore dell'omonimo disegno di legge che punta a estendere il raggio d'azione della Legge Mancino, per punire i reati d'odio legati a omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo sarà ospite del Lovers Film Festival. "Il mio ddl? È ancora fermo in commissione giustizia (al Senato, ndr) dopo che per mesi i partiti che l'hanno sostenuto alla Camera, e anche dei parlamentari di centrodestra, ne hanno chiesto la calendarizzazione".
A parlare è Alessandro Zan, promotore dell'omonimo disegno di legge che punta a estendere il raggio d'azione della Legge Mancino, per punire i reati d'odio legati a omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo. Sarà ospite del 36° Lovers Film Festival, diretto da Vladimir Luxuria, nell'ultimo giorno della manifestazione: domenica 20 giugno alle 16.45 presso la Sala Rondolino del Cinema Massimo.
Con il politico e attivista Lgbt interverranno, oltre alla direttrice, Costantino della Gherardesca, Alessandro Battaglia (coordinatore del Torino Pride) e Malika Chalhy, la giovane recentemente cacciata di casa perché lesbica. L'incontro è a ingresso gratuito. È un'occasione per discutere del disegno di legge e delle discriminazioni di cui sono vittima le persone ancora oggi in Italia, nelle ultime settimane è accaduto proprio nel territorio torinese.
Alessandro Zan, a che punto siamo?
"Il ddl è ancora fermo in Commissione Giustizia (al Senato, ndr) dopo che per mesi i partiti che l'hanno sostenuto alla Camera, e alcuni parlamentari di centrodestra, ne hanno chiesto la calendarizzazione. Il presidente Ostellari sosteneva ci dovesse essere l'unanimità dei gruppi per avviare l'iter, ma non c'era: Fratelli d'Italia e Lega hanno sempre mostrato ostilità".
Perché secondo lei?
"Inizialmente per una ragione culturale. La destra sovranista è più vicina alle posizioni di Ungheria e Polonia. Poi si è resa conto della grande mobilitazione che c'è stata sui social in piena pandemia, le manifestazioni di piazza, l'adesione a questa battaglia da parte di personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo. Tutto questo ha messo in difficoltà Meloni e Salvini che hanno proposto un testo al Senato, è il tentativo di dire: non siamo omofobi. Ma è in realtà un attacco alla legge Mancino, propone una misura blanda: introducono l'aggravante comune che di solito viene bilanciata dalle attenuanti".
Si dice che il ddl limiti la libertà di espressione...
"Questa è una fake news. Applichiamo una legge consolidata nel nostro ordinamento e collaudata da sentenze della Corte Costituzionale. Nella Legge Mancino si parla di istigazione all'odio. Dire "sono contro i matrimoni gay" è un'opinione, non la condivido ma è un'opinione. Dire su una pubblica piazza o nei social "se avessi un figlio gay lo brucerei nei forni" non è più un'opinione, ma istigazione alla violenza e all'odio. Quando c'è un pericolo per l'altro non è opinione. Per fare una legge contro l'omotransfobia ne abbiamo presa una che esiste già, ma la estendiamo ad altri gruppi sociali".
La società è più avanti della politica?
"La società civile italiana è moderna come le altre europee, non è un caso che gli ultimi sondaggi dimostrino come la maggioranza degli italiani sia a favore del ddl Zan. I diritti riconosciuti ad altri aggiungono. La destra sovranista guarda invece alla Polonia e all'Ungheria, che ha appena approvato una legge omotransfobica. Le destre italiane mi fanno paura perché inseguono quel modello. Spero che l'Europa si faccia sentire con sanzioni pesanti, non è accettabile che i cittadini ungheresi e polacchi siano oggetto di discriminazione di Stato, si armano le destre ultranazionaliste che fanno retate per picchiare gli omosessuali per strada. L'Europa deve reagire con forza".
Quanto è importante un festival come Lovers in questo momento?
"La cultura è il primo presidio contro ogni forma di discriminazione. Molti film parlano dell'omotransfobia e possono arrivare al cuore e alle menti di tante persone. Grazie alla produzione artistica e culturale si può comprendere fino in fondo cosa significhino sofferenza e discriminazione. La cultura e il cinema sono un cibo fondamentale in questo senso".
di Stefano Feltri
Il Domani, 17 giugno 2021
Il miliardario Warren Buffet, qualche anno fa, ha detto che negli Stati Uniti si stava combattendo una lotta di classe e che i ricchi stavano vincendo. Aspettiamo che prima o poi qualche sessantenne ammetta che anche in Italia, in questi anni e soprattutto durante la pandemia, si è combattuta una guerra generazionale: i giovani hanno perso, e i vecchi hanno vinto. La percentuale di famiglie in povertà assoluta tra famiglie giovani (18-34) anni è il doppio che tra le famiglie con la "persona di riferimento" sopra i 64 anni: 10,3 per cento contro 5,3. L'incidenza della povertà assoluta è all'11,3 per cento tra i giovani e al 5,4 tra gli over 65.
Dopo la promessa dei Cinque stelle di abolire la povertà col reddito di cittadinanza, nel 2019 i dati sono migliorati ma nel 2020 è arrivata la pandemia. La fotografia dell'Istat è questa: la percentuale di famiglie in povertà assoluta tra famiglie giovani (18-34) anni è il doppio che tra le famiglie con la "persona di riferimento" sopra i 64 anni: 10,3 per cento contro 5,3. L'incidenza della povertà assoluta è all'11,3 per cento tra i giovani e al 5,4 tra gli over 65. Gran parte delle misure adottate nella pandemia hanno protetto i più adulti a spese dei più giovani: il blocco dei licenziamenti ha protetto i posti di lavoro esistenti e spinto le imprese a risparmiare sulle nuove assunzioni, i precari, le partite Iva.
Durante il Covid, il debito pubblico è passato dal 134,6 per cento del Pil al 159,8 atteso per quest'anno: soldi spesi non per investimenti ma a integrare i redditi della generazione attuale, falcidiati dai lockdown. Una zavorra che peserà a lungo sul futuro, perché si tratta di debito forse inevitabile ma che non produrrà crescita futura, perché è spesa corrente e non investimenti.
Chi oggi ha 20 anni, entrerà nel mercato del lavoro in un paese ostaggio della Bce e degli altri paesi europei: basta un cenno da Francoforte per far vacillare la fiducia nel debito italiano e far salire i tassi. Un problema per i prossimi anni o decenni che spaventa poco chi oggi ha più di sessant'anni e vivrà il resto della sua vita in un mondo di tassi di interesse bassi.
Mentre il debito saliva, la Borsa si riprendeva: piazza Affari è tornata su valori pre-Covid e a investire sui mercati non sono certo i giovani che faticano ad avere il mutuo. Secondo dati 2017 di Deloitte, i baby boomer in Italia sono il 37 per cento della popolazione ma detengono il 63 per cento degli asset gestiti. I vecchi hanno tutelato il proprio reddito, aumentato i risparmi che hanno investito con buoni risultati, mentre i giovani perdevano ore di lezione, che determinano cali di reddito per il resto della vita, e accumulavano debito pubblico. Certo, possono consolarsi con il piano Next Generation Eu, a loro intitolato. Ma quando Enrico Letta ha provato a proporre di redistribuire risorse dai vecchi ricchi ai giovani, con un aumento della tassa di successione, o di dare il voto ai sedicenni, si è ben capito chi domina il dibattito pubblico e la gestione dei fondi.
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