di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 15 novembre 2021
Intervista al professor Ainis: "La circolare del Viminale si inserisce in un contesto di stato di emergenza. Ciò legittima le misure limitative dei diritti in nome dell'interesse alla salute".
"Per non dare forza alla robusta minoranza di sostenitori delle teorie antiscientifiche non dobbiamo far diventare i suoi rappresentanti dei martiri della libertà e lo si può fare soltanto consentendogli di esprimere le loro idee". La pensa così il costituzionalista Michele Ainis che aggiunge: "Il fatto che la cifra di prime dosi somministrate stia di gran lunga diminuendo significa che la parte di opinione pubblica che non ne vuole sapere si è radicalizzata nel Paese".
Professor Ainis, nella circolare diffusa dal Viminale si tutela il diritto al dissenso ma specificando che "vi sono elevate criticità per l'ordine pubblico", e per questo si invitano i prefetti a individuare "luoghi interdetti alle manifestazioni" da cui deriva un "potenziale pericolo per l'aumento dei contagi". Come si concilia diritto al dissenso e tutela della salute?
L'esperienza ormai biennale della pandemia ci costringe a camminare su una corda come gli acrobati. Per il green pass si è cercato di mediare tra la libertà di non vaccinarsi e la possibilità di stabilire l'obbligo del vaccino. Anche nel caso della libertà di riunione non c'è un divieto di manifestare, ma vengono posti dei limiti alle manifestazioni per cercare di contemperare a esigenze della salute collettiva.
Pensa ci siano dei motivi d'allarme che derivano dal "mettere il bavaglio" ai cortei?
Nella Costituzione è già prevista la possibilità che si limiti la libertà di manifestare per motivi di incolumità e sicurezza pubblica, ma in questo caso stiamo dentro a un difficile equilibrio costituzionale e quello che sta diventando motivo di allarme è l'eventualità che queste misure restrittive abbiano un bersaglio con nome e cognome. Questo non può accadere e sarebbe fuori dalla Costituzione vietare le manifestazioni degli ambientalisti piuttosto che dei no vax.
Provvedimento che però non è stato preso, visto che la circolare riguarda tutti i tipi di manifestazione...
Questo non c'è scritto nella circolare, ma credo che la più scellerata delle opinioni vada salvaguardata nella libertà di esprimersi del soggetto pensante. Proprio dando la possibilità all'opinione esecrabile di essere manifestata si rafforza nei più l'adesione all'opinione avversa. Faccio un esempio: una persona può non sentirsi antifascista, ma se poi vede un corteo fascista che dice frasi deliranti ecco che a quel punto si sente antifascista. C'è insomma una qualità pedagogica nel consentire la manifestazione del pensiero esecrabile.
È possibile limitare cortei e manifestazioni in determinate aree, penso ad esempio alla città di Trieste dove c'è un forte aumento dei contagi?
È possibile, legittimo ed è già successo. Quando i sindaci hanno chiuso delle aree perché erano zone rosse, magari corrispondenti a un piccolo comune, lì non si potevano tenere cortei. Lo sforzo di non impedire le manifestazioni è del tutto sensato, così come è sensata la possibilità di permetterle in zone meno rischiose per la diffusione del contagio.
È preoccupato dalla possibilità che il divieto di manifestare possa appesantire un clima già teso tra le parti?
Il clima che sta montando, che è un clima di scarsa tolleranza, di certo mi preoccupa. C'è in generale uno squilibrio nella comunicazione: da un lato è comprensibile e anche condivisibile, perché come ha detto il presidente della Repubblica "dobbiamo combattere la pandemia con gli strumenti che abbiamo, come il vaccino". E quindi che ci sia una comunicazione orientata nel messaggio "vaccinatevi e scaricate il green pass" è comprensibile; dall'altro si tende a dare meno respiro alle diverse opinioni, con il rischio di ottenere il risultato opposto.
Si spieghi meglio...
Penso che non sia una buona idea, ad esempio, censurare le parole di monsignor Viganò, secondo il quale in sostanza chi muore per Covid in realtà viene ucciso. Quelle parole sono un assoluto delirio, ma dal mio punto di vista finiscono per far aumentare le persone che vogliono vaccinarsi, perché sono talmente assurde che nessuno gli va dietro. Lo sforzo di permettere nell'arena pubblica l'opinione dissenziente e delirante dovrebbe appartenere soprattutto al servizio pubblico, alla Rai. Bisogna dare maggiore accesso a queste opinioni, ma nella logica, come diceva John Stuart Mill, che "si impara più dalla rappresentazione dell'errore che da un bel sermone che si ascolta da un pulpito".
C'è secondo lei la possibilità che si raggiunga un dialogo tra oppositori delle teorie scientifiche e istituzioni?
Il fatto che la cifra di prime dosi somministrate stia di gran lunga diminuendo significa che la parte di opinione pubblica che non ne vuole sapere si è radicalizzata nel Paese. Ma per non dare forza a questa robusta minoranza non dobbiamo far diventare i suoi rappresentanti dei martiri della libertà. E lo si può fare soltanto consentendogli di esprimere le loro idee. Tuttavia ricordo, per concludere, che la circolare del Viminale si inserisce in un contesto di stato di emergenza, che è una condizione giuridica e che legittima delle misure che comprimono i diritti in nome dell'interesse alla salute.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 15 novembre 2021
Il paradosso della cannabis: c'è un boom dell'uso terapeutico ma l'Italia non la produce. Il fabbisogno stimato per il 2021 è di circa 3 tonnellate all'anno, la disponibilità si ferma invece al 44%. E così malati cronici che avrebbero diritto a curarsi con la cannabis terapeutica spesso sono costretti a coltivarla in casa o, peggio, a rivolgersi ai pusher. Rischiando anche di finire nei guai (come è già accaduto). Il consumo è stato legalizzato nel 2006.
Teoricamente la salute sarebbe un diritto costituzionalmente garantito e invece, per chi necessita di farmaci a base di cannabinoidi, non è così, perché curarsi è quasi impossibile. Parlano i numeri: nel 2020, il fabbisogno stimato di preparazioni a base di cannabis, era di circa 2 tonnellate all'anno e la disponibilità, tra produzione e importazioni, ha lasciato inevaso il 44 per cento delle richieste. E così malati cronici, che avrebbero diritto a terapie specifiche per alleviare le sofferenze, spesso sono costretti a coltivare la cannabis in casa o, peggio, a rivolgersi ai pusher. Rischiando anche di finire dritti in galera (come è già accaduto). Il problema c'è anche se se ne parla poco e sarà affrontato, tra gli altri, il 27 e il 28 novembre a Genova, nei giorni della Conferenza nazionale sulla diffusione delle sostanze stupefacenti e psicotrope.
Un appuntamento voluto dalla ministra per le Politiche giovanili con delega sulle droghe, Fabiana Dadone, a dodici anni dall'ultima convocazione. Dal 5 ottobre al 3 novembre, esperti, tecnici e addetti del settore si sono confrontati su vari temi, inclusa la scarsa produzione italiana e la mancanza di disponibilità di farmaci indispensabili per alcune malattie, come sclerosi multipla e sindromi che provocano crisi epilettiche. Oggi soltanto lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze è autorizzato a produrre cannabis medicinale, un'altra quota, tra farmaci e materie prime destinate alle case farmaceutiche, viene importata da Olanda, Svizzera e Canada, ma non basta e non tutte le regioni si sono adeguate. Così i farmaci, spesso irreperibili, non sempre sono rimborsati dal servizio sanitario nazionale. A questo problema se ne aggiungono altri due: il divieto per le farmacie di informare l'utenza sulla vendita di prodotti a base di cannabis terapeutica e quello di spedire preparati e farmaci, anche a malati cronici.
Il fabbisogno probabilmente è stimato per difetto. L'Incb, organo internazionale per il controllo degli stupefacenti (Onu), ha valutato per il 2021, in Italia, un consumo di cannabis medica di 3 tonnellate. Nel 2020 era di due tonnellate. Ma, a fronte di queste richieste, la produzione, nello stabilimento di Firenze, lo scorso anno, è stata di 300 chili, cioè il 15 per cento in tutto del fabbisogno. Mentre le importazioni autorizzate alle case farmaceutiche sono state sono state di 215,26 chili. Cifre alle quali vanno aggiunti i quasi 665 chili di farmaci distribuiti alle farmacie dai grossisti autorizzati. La competenza per i permessi spetta all'Ufficio centrale stupefacenti della Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico, che dipende dal ministero della Salute, e svolge anche le funzioni di Organismo statale per la cannabis, valutando, annualmente, il quantitativo massimo di produzione, stabilito, poi, per decreto. Era il 2017 quando la possibilità di aprire la produzione di cannabis ad aziende private sembrava a un passo, ma poi il provvedimento si è arenato. E oggi il problema sembra lontano dalla soluzione.
In Italia dal 2006 i medici possono prescrivere preparazioni contenenti sostanze attive a base di cannabis per uso medico. Le due sostanze attive di origine vegetale, a base di cannabis FM1 ed FM2, prodotte dal 2016 nelle quattro serre dello Stabilimento militare di Firenze, sono distribuite alle farmacie per l'allestimento di preparazioni magistrali su prescrizione medica. Dal 2007, invece, i grossisti, con un'autorizzazione dell'Ufficio centrale stupefacenti possono importare farmaci specifici come Bedrocan, Bediol, Bedrobinol, Bedrolite, Bedica e Sativex, farmaci specifici. Mentre le case farmaceutiche, autorizzate, importano il principio attivo per la produzione di farmaci.
Anche i bambini affetti dalle sindromi di Lennox Gastaut, rara e grave encefalopatia epilettica, e di Dravet, una forma di epilessia resistente ai farmaci anticomiziali, dal 2020 possono essere curati con un farmaco a base di cannabinoidi. Le cure a base di cannabis sono ormai diffuse in quasi tutti gli ospedali per limitare le sofferenze e alcuni sintomi di patologie neurologiche e neurodegenerative o per alleviare i dolori patiti dai pazienti oncologici.
di Isabella De Silvestro
Il Domani, 15 novembre 2021
"Al Viminale, ancora una volta, non ci ha accolti nessuno", racconta Siddique Nure Alam, detto Bachu, uno dei portavoce della comunità bengalese di Roma e organizzatore del presidio che si è tenuto sabato 6 novembre in piazza dell'Esquilino, a due passi dalla sede del ministero dell'Interno. Tra i manifestanti molti gli esponenti della comunità indiana e bengalese impiegata nei campi di Latina.
Le rivendicazioni della piazza riguardano ancora una volta i permessi di soggiorno e le problematiche legate alla sanatoria del governo giallorosso, che dopo un anno e mezzo ha regolarizzato solo il 30 per cento dei richiedenti.
"Le prefetture continuano a rigettare le richieste dei 220mila lavoratori senza documenti che l'anno scorso hanno sperato di emergere dall'invisibilità. Per di più, circa 400mila lavoratori senza documenti non hanno nemmeno potuto presentare la richiesta di emersione per via di clausole eccessivamente restrittive". La problematica è estesa, tiene a sottolineare Bachu, e non può essere risolta da un incontro con i singoli prefetti o altre autorità intermedie che non hanno il potere di risolvere i malfunzionamenti di una misura per molti versi fallimentare.
Sanatorie straordinarie - Le procedure di regolarizzazione straordinaria sono uno degli strumenti in cui emerge in modo più clamoroso l'ipocrisia del sistema di gestione del fenomeno migratorio. In Italia, a partire dal 1986, le sanatorie si sono susseguite in maniera costante. La prima fece emergere 116mila persone, e solo quattro anni dopo una seconda ne regolarizzò 215mila. Da allora, con una cadenza quasi regolare, queste procedure presentate come emergenziali ed eccezionali dai governi di tutti i colori sono diventate la normale modalità con cui migliaia di lavoratori impiegati in nero sperano di regolarizzare la loro posizione. Si stima che un terzo degli immigrati irregolari presenti oggi in Italia abbia ottenuto un permesso di soggiorno grazie a questo tipo di misura: dal 1986 sarebbero un milione e mezzo. "La sanatoria è una toppa, non ha una visione politica, anzi, ti racconta proprio che non ce l'ha. Funziona come i condoni edilizi: si costruisce abusivamente e si aspetta un condono. Il fatto è che qui si parla di persone e che la loro clandestinità è causata dal progressivo smantellamento dei canali di accesso regolare per lavorare in Italia".
"Mentre aspettano un permesso di soggiorno la vita degli immigrati irregolari scivola sempre più nel baratro della precarietà quando va bene, in quello della miseria quando va male", racconta Pietro Fragasso, presidente della cooperativa sociale Pietra di Scarto, che nelle campagne foggiane promuove una filiera agroalimentare equa, impiegando lavoratori immigrati sottratti ai caporali. "L'equazione immigrato-criminale è sempre più consolidata", aggiunge Fabrizio Coresi, policy advisor sul tema migrazione per l'ong Action Aid, "per questo quando si parla di sanatoria si grida allo scandalo e sembra si tratti di un meccanismo premiale nei confronti di chi arriva senza documenti. In realtà è uno strumento utilizzato dai governi in tutti i paesi europei per tamponare i danni causati da politiche migratorie inadeguate".
Politiche sbagliate - "Parlare di frontiere aperte o rilascio di permessi di soggiorno per attesa occupazione è estremamente sconveniente dal punto di vista elettorale perché l'immigrazione è sempre raccontata come emergenza e invasione. Ma l'immigrato non è un'emergenza, è una presenza. E lo è da molti anni. Anziché pianificarne l'arrivo, il collocamento e la tutela all'interno del tessuto sociale e del mercato del lavoro, si relega alla clandestinità, salvo poi tamponare con misure sporadiche e inefficaci". La maggior parte dei problemi legati all'immigrazione, tanto reali quanto percepiti, derivano dalla difficoltà di arrivare in Italia in maniera regolare. Ad oggi gli accessi legali sono regolati dal decreto flussi, un provvedimento con il quale il governo stabilisce ogni anno le quote di ingresso dei cittadini stranieri non comunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro. Ma le cifre sono irrisorie: intorno ai 30mila ingressi autorizzati all'anno, un numero non adeguato ai bisogni produttivi del mercato italiano e alla pressione sulle frontiere da parte di chi tenta di lasciare il proprio paese.
Anche le specifiche settoriali lasciano a desiderare: dal 2012 per esempio non ci sono quote di ingresso per la figura delle badanti. Nonostante l'enorme bisogno di questa categoria di lavoratori - che in Italia sono oggi un milione e 655 mila, al 77,3 per cento stranieri, e si stima saranno 500mila in più entro il 2030 secondo gli ultimi dati Censis - non c'è un modo per entrare in Italia regolarmente a svolgere questo mestiere. In uno scenario del genere, il diritto d'asilo rappresenta una delle poche possibilità di accedere legalmente in Italia. Negli ultimi anni però, anche a causa dei decreti Minniti e Salvini che hanno ulteriormente ostacolato la procedura, il numero di persone che accedono in Italia con questa modalità è estremamente limitato. Secondo il report della fondazione Migrantes, nei primi otto mesi del 2020 sono stati riconosciuti circa 5.900 benefici fra status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione speciale: nel complesso, ha ottenuto uno dei tre riconoscimenti appena un richiedente asilo su cinque.
Gli effetti sull'economia - I dinieghi delle richieste di protezione speciale sono uno dei fattori che hanno determinato l'aumento degli stranieri in condizione di irregolarità in Italia, che sono costretti ad accettare di lavorare in nero e senza alcuna tutela. Oltre ad essere l'ennesima negazione dei diritti, l'irregolarità si ripercuote sull'economia del paese, che perde così potenziali contribuenti. Già qualche anno fa l'ex presidente dell'Inps Tito Boeri si era espresso sulla necessità di allargare le modalità di accesso regolare per mantenere il nostro sistema di protezione sociale, minato dalla bassa natalità e dal progressivo invecchiamento della popolazione, oltre che dal numero crescente di italiani che decidono di emigrare.
Secondo la 31ª edizione del Dossier statistico immigrazione, il rapporto curato dal Centro studi e ricerche Idos, le entrate che gli stranieri regolari hanno assicurato alle casse dello stato sono di 29 miliardi di euro tra tasse, contributi e costi di pratiche varie, mentre le voci in uscita a loro riservate si attestano sui 25 miliardi. Sarebbero quindi quattro miliardi di netto positivo, che aumenterebbero sensibilmente con l'emersione degli irregolari impiegati in nero. Un altro tema è quello che riguarda le aziende. Il bisogno di manodopera non particolarmente specializzata non si avverte solo nelle campagne dove mancano gli stagionali o nelle case degli anziani che hanno bisogno di essere assistiti, ma anche nei settori della logistica e dell'edilizia. Emblematico il caso della Number 1 Logistics. L'azienda italiana leader nel settore della grande distribuzione ha formato e assunto a tempo indeterminato 160 richiedenti asilo ma ne ha persi una buona parte perché la loro pratica, dopo essere rimasta incagliata nelle maglie della burocrazia anche per due o tre anni, è culminata in un diniego e di conseguenza in un avviso di espulsione.
Persone quindi del tutto integrate nel sistema produttivo italiano, con un lavoro stabile e legami fissi, scivolano nuovamente nella clandestinità, mentre le aziende sono costrette a ripartire da zero. Sono i paradossi a cui ha portato una politica che se all'inizio poteva essere liquidata come ipocrita, presa ad assecondare umori e malumori utili ai fini elettorali, oggi non può che essere ritenuta colpevole di un sistema che non funziona per nessuno.
Il risultato è il bracciante che nelle campagne raccoglie pomodori per tre euro all'ora e vive nei ghetti di lamiera, la badante reclusa in casa dai datori di lavoro, ma anche il facchino che lavora sotto caporale nei capannoni del nord Italia. E il mercato del lavoro nero si regola di conseguenza, adeguando i salari al grado di disperazione di cui può approfittare. È chiaro che provvedimenti straordinari ed emergenziali, come si raccontano essere le sanatorie, non bastano a regolare un fenomeno migratorio che invece è ormai ordinario, anche se sregolato. Ancor meno quando sono pensate male e messe in atto peggio, fra ritardi e arbitri della pubblica amministrazione. Ciò che però le "grandi regolarizzazioni" potrebbero insegnare è che un migrante in regola è un lavoratore che contribuisce alla crescita del paese.
La proposta di legge - La rete Ero Straniero, promossa dai Radicali italiani, sindacati e ong, ha presentato alla Camera dei deputati una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre un meccanismo di regolarizzazione a regime (e cioè sempre accessibile) per comprovata integrazione o per attesa occupazione, insieme all'introduzione di nuovi meccanismi di ingresso per lavoro, superando sanatorie e procedendo con un intervento a lungo termine che favorisca legalità e integrazione, oltre che introiti.
Perché se è vero che a tenere i conti dell'utilità e dei potenziali incassi si rischia di fare il gioco di chi da decenni costruisce sull'immigrazione una narrazione fatta di grida all'invasione e accuse di parassitismo, è vero anche che queste grida, ignobili sul piano etico e sgradevoli su quello estetico, sono false se si guarda ai dati, ed è quindi urgente smentirle. La verità è che per concedere ai lavoratori stranieri residenti in Italia un permesso di soggiorno basterebbe attenersi ai principi di giustizia ed equità che dovrebbero muovere la coscienza dei cittadini di ogni stato che si dica democratico.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 15 novembre 2021
L'inchiesta della Deutsche Welle rivela come il traffico di migranti che premono al confine con la Polonia parta nel Kurdistan iracheno. Per risalire alle origini del flusso di migranti che preme sulla Polonia dal confine bielorusso e comprendere il fondamento delle accuse di "guerra ibrida" nei confronti del regime di Lukashenko, bisogna partire da Erbil, nel Kurdistan iracheno.
È in questa città, come rivelato tra gli altri da un'inchiesta pubblicata il mese scorso da Deutsche Welle, che si trova l'ambasciata bielorussa che ha concesso il visto turistico alle decine di migliaia di migranti, per lo più iracheni e siriani ma in alcuni casi persino subsahariani, che stanno cercando di entrare in Polonia dalla Bielorussia, come ha raccontato per il Corriere, l'inviato Andrea Nicastro.
Secondo una fonte un tempo coinvolta nel traffico, la concessione dei visti è stata appaltata ad alcune agenzie di viaggi locali. Il pacchetto completo, dal rilascio dei permessi al trasporto fino a Minsk fino all'accompagnamento alla frontiera con l'Unione Europea, costa dai 12 mila ai 15 mila euro. I principali punti di partenza sono la stessa Erbil e altre due città del Kurdistan iracheno, Shiladze e Sulaymaniyah. "La maggior parte degli iracheni si reca in Bielorussia attraverso la Turchia o l'Iran, il Qatar e la Georgia, e in questo caso il visto da solo costa tra i 1.500 e i 2.000 dollari a persona", spiega Mohammed, nome di fantasia, direttore di un'agenzia turistica di Erbil, alla tv tedesca.
Chi può pagare meno si rivolge ad un giovane iracheno, Ahmed, che ha dedicato gli ultimi mesi ad aiutare i migranti dall'Iraq nel loro viaggio verso la Bielorussia. "I contrabbandieri spesso li lasciano soli e vengono sfruttati perché non conoscono la lingua", ha raccontato alla tv tedesca Ahmed. Finora ha assistito circa 100 persone. "Li aiuto al telefono e sui social media con tutto ciò di cui hanno bisogno, sia attraverso la traduzione che insegnando loro come prenotare hotel, utilizzare mappe o acquistare tutto ciò di cui hanno bisogno", racconta Ahmed, che parla russo dopo aver studiato in Russia per due anni, e affermare di offrire i suoi servizi gratuitamente. Tale aiuto è spesso necessario, poiché la situazione vicino al confine polacco peggiora di giorno in giorno e dove ieri un migrante siriano di circa 20 anni è stato trovato senza vita in una foresta in territorio polacco.
Lo scorso agosto, su pressione dell'Unione Europea, l'Iraq ha sospeso i voli diretti da Bagdad a Minsk. I migranti giungono quindi in Bielorussia in aereo da Dubai, Damasco e Amman, scali dai quali, secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, c'è stato un "sensibile incremento" dei voli diretti verso Minsk, tanto che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha minacciato di sanzionare le compagnie aeree coinvolte.
Altre rotte prevedono un transito attraverso l'Ucraina e la Turchia, dove l'ambasciata bielorussa ad Ankara, è generosa nella concessione di visti. Una volta in aeroporto, entra in gioco anche la complicità delle compagnie aeree registrate in Europa che concedono velivoli in leasing alla compagnia di bandiera bielorussa, che offre voli diretti a Minsk da Istanbul, Dubai e altre località mediorientali. A gestire circa metà dei leasing aeroportuali del mondo sono le compagnie irlandesi e numerosi governi europei hanno chiesto una stretta su tale pratica, finora senza successo.
Diverse compagnie arabe e turche, come Qatar Airways e Turkish Airlines, effettuano infatti controlli più rigorosi, e non sempre accettano i visti, dai crismi formali spesso disinvolti, rilasciati dalle agenzie che lavorano con la Bielorussia. La maggiore attenzione di queste aziende non è però sempre sufficiente. "Moltissimi iracheni si recano in Turchia e a Dubai ogni giorno", ha spiegato il trafficante pentito che ha fatto da fonte a Deutsche Welle, "ed è impossibile distinguere quelli che vogliono raggiungere la Bielorussia dagli altri".
di Tiziana Lo Porto
La Stampa, 15 novembre 2021
Women for Women International è un'organizzazione umanitaria che esiste dal 1993 in aiuto delle donne che abitando in zone di guerra e conflitto vedono esasperati i loro problemi quotidiani di violenza domestica, povertà o salute. Tra i paesi attualmente monitorati e aiutati dall'organizzazione ci sono Birmania, Afghanistan, Etiopia e Siria.
In particolare, dal 2018 è stato lanciato il Conflict Respond Fund per aiutare nei loro bisogni essenziali le donne sopravvissute alla guerra, sempre in Afghanistan e Siria, ma anche in Nigeria, Yemen e altri paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Alle donne costrette ad abbandonare case e famiglie, e rifugiate altrove nel mondo, viene data la possibilità di partecipare a un programma che fornisce loro uno stipendio mensile, l'insegnamento della lingua del paese in cui si trovano e la formazione necessaria per imparare un mestiere che le rende autonome anche economicamente, oltre a una rete di supporto psicologico e sociale.
In seguito all'emergenza in Afghanistan, Women for Women ha anche avviato una raccolta fondi per aiutare le donne rimaste lì a trovare luoghi sicuri dove incontrarsi e modi per rimanere in contatto tra loro e con chi potrà aiutarle a lasciare il paese. Per contribuire al lavoro di Women for Women basta andare sul sito womenforwomen.org e donare liberamente, o sponsorizzare una singola donna, aiutandola con 35 dollari al mese. Nel frattempo anche in Italia è nata una rete solidale che si chiama "Le donne per le donne" (ledonnexledonne.org) e che ha avviato un progetto sociale di supporto al piano di accoglienza dei rifugiati provenienti dall'Afghanistan.
L'aiuto offerto alle donne afghane attualmente in Italia è economico ma include anche istruzione, sanità, assistenza legale, inserimento nel mondo del lavoro e mediazione linguistica e culturale. Per aderire alla rete bisogna scrivere a
corrieredimalta.com, 15 novembre 2021
Gli attivisti: "Stop ad abusi e torture. Vogliamo trasparenza". Lo scorso sabato, un gruppo di attivisti si è radunato all'esterno dalle mura del carcere di Corradino per una veglia in ricordo dei prigionieri che hanno perso la vita presso la struttura e reclamando chiarezza sulle circostanze che hanno portato alla serie di decessi registrati in questi ultimi anni.
"Il regno del terrore istituito dall'ex direttore del carcere Alex Dalli è un chiaro fattore che ha portato a questa perdita di vite umane. Le sue dimissioni, e ancor meno la sua auto-sospensione, non riporteranno indietro le vittime", hanno affermato a gran voce le persone presenti alla manifestazione.
"Nonostante le diverse inchieste interne avviate, ad oggi restiamo all'oscuro dei fatti che hanno generato queste morti. Nel corso del suo mandato, il colonnello Dalli aveva anche limitato l'accesso a giornalisti e attivisti, trasformando il carcere di Corradino nella sua fortezza personale. Senza accesso alla struttura, è diventato più facile per Dalli gestire le prigioni senza alcuna supervisione".
Gli attivisti chiedono inoltre al nuovo direttore, Robert Brincau, di ripristinare l'accesso alle carceri sia alle ONG che ai giornalisti: "Questo non servirà solo a rendere l'amministrazione della prigione più trasparente, ma segnerebbe un chiaro allontanamento dai metodi orribili di Dalli".
Non solo maggiore trasparenza alla portata di tutti, ma anche un ambiente sicuro e "umano" per i prigionieri. "Vogliamo vedere una prigione che riabiliti veramente le persone, non che le torturi. Soprattutto, vogliamo vedere la fine del sistema di abusi che è stato creato sotto Dalli, e prevenire ulteriori morti" hanno affermato le associazioni.
Gli attivisti si aspettano inoltre che il ministro dell'Interno Byron Camilleri si assuma la responsabilità politica dei risultati di questo rapporto. "Oltre all'inchiesta condotta da personale selezionato, il ministro dovrebbe anche considerare i risultati di un'inchiesta indipendente che un difensore civico sta tenendo di sua iniziativa, in seguito a numerose segnalazioni di cattiva amministrazione".
L'evento è stato organizzato da Moviment Graffitti, Releaf, The Department of Inclusion and Access to Learning (Università di Malta), Kopin, Drachma, Studenti Ħarsien Soċjali, Prof. Andrew Azzopardi, Integra Foundation, SOS Malta, Aditus, Alleanza Kontra l-Faqar, Ufficio del Decano della Facoltà di Educazione.
di Matteo Garavoglia
Il Domani, 15 novembre 2021
Dopo settimane di relativa calma in migliaia protestano al Bardo contro il presidente, che a luglio ha esautorato il parlamento. Nel paese si sovrappongono tre crisi: istituzionale, economica e ambientale. Una tipica e tranquilla domenica a Tunisi è stata segnata dalla ripresa di qualcosa che non si vedeva da settimane: una manifestazione contro la stretta imposta dal presidente della Repubblica Kais Saied il 25 luglio scorso. Questa volta a cambiare è stato il luogo. Da avenue Bourguiba, l'epicentro della cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini del 2011 e delle proteste che fino a un mese fa interessavano la capitale, gli oppositori di Saied si sono trasferiti vicino al parlamento, al Bardo. Una scelta densa di significato.
Non solo perché l'Assemblea dei rappresentanti del popolo da più di tre mesi ha cessato le sue attività per decisione del presidente, ma anche per la sua vicinanza a uno dei luoghi più sensibili del paese. E non è un caso che gli accessi alla piazza siano stati presidiati da un gran numero di agenti, impegnati a controllare ogni accesso ai lunghi viali che portano al parlamento, cosa che ha ridotto sensibilmente il tasso di partecipazione.
Almeno tremila persone sono riuscite a recarsi al Bardo per esprimere la loro indignazione contro quello che viene considerato un colpo di stato. I cori "Non accetteremo un nuovo dittatore, non indietreggeremo" e "Libertà! Libertà! Fine allo stato di polizia" hanno riecheggiato per ore lungo uno dei quartieri più residenziali di Tunisi.
Il 25 luglio scorso, giorno della festa della Repubblica, il presidente della Repubblica Kais Saied ha applicato l'articolo 80 della Costituzione imponendo misure eccezionali per salvaguardare il paese da una feroce crisi economica e politica. In sostanza, ha congelato il parlamento e sciolto il governo del premier Hichem Mechichi sostenuto dal partito di ispirazione islamica Ennahda, con cui da mesi era in conflitto aperto.
Nel corso delle settimane successive i poteri straordinari di Saied sono diventati più stabili con l'emanazione del decreto presidenziale n° 117 del 22 settembre, che ha assegnato i pieni poteri al responsabile di Cartagine a data da destinarsi. A nulla sono servite le nomine della prima premier donna del mondo arabo Najla Bouden Romdhane e della sua squadra di governo, al momento con pochi poteri per mettere mano ai veri problemi del paese: la crisi economica che va avanti da più di dieci anni e la corruzione, da molti tunisini considerata come il vero cancro del piccolo Stato nordafricano.
Tutto questo ha portato la Tunisia a spaccarsi in due: da una parte i sostenitori di Saied, maggioritari e convinti che la classe politica pre 25 luglio fosse da scartare a priori, soprattutto i partiti presenti in parlamento incapaci di portare avanti le riforme strutturali di cui il paese ha bisogno; dall'altra gli oppositori del presidente, a cui viene chiesto a gran voce di ripristinare l'ordine democratico inaugurato dopo la Rivoluzione del 2011 e capitanati dal costituzionalista Jahouar Ben M'barek, a oggi il volto più riconoscibile tra chi si sta opponendo a Kais Saied.
Il grado di tensione attorno al reset istituzionale del 25 luglio ha vissuto uno dei momenti più acuti proprio nella giornata di ieri, quando manifestanti e polizia si sono scontrati apertamente per il controllo della piazza. Il ministero dell'Interno ha inoltre rilasciato un comunicato per annunciare l'arresto di diverse persone in possesso di armi bianche.
"Io sono un'attivista dei diritti umani, ci siamo battuti contro Ben Ali e adesso siamo pronti a continuare a dire di no a questo colpo di Stato noi vogliamo la democrazia e la libertà di espressione. Fino a quando il presidente metterà da parte la Costituzione continuerò a dire di no. Nel 2019 ho votato Saied, oggi sono pentita. Preferirei avere lasciato la scheda bianca", dice Myriam, una manifestante che non ha voluto dire il suo cognome.
Nella lunga mattinata quasi estiva di Tunisi c'è stato spazio anche per il primo discorso pubblico di Jahouar Ben M'barek, leader del movimento Cittadini contro il colpo di stato e ormai destinato a intraprendere la via della politica. Prima inneggiando la folla con invettive contro il presidente e per il ripristino della democrazia, dopo con alcune dichiarazioni alla stampa per delineare le rivendicazioni del "suo" popolo: "Chiediamo il ritorno del parlamento ed elezioni anticipate, dobbiamo ripristinare la legalità. Abbiamo bisogno di un governo di salute nazionale in grado di impegnarsi a livello internazionale. Quello attuale non può farlo perché è incostituzionale, abbiamo bisogno di aprire un dialogo che possa definire il futuro del paese".
La stampa è stata bersaglio di pesanti contestazioni da parte dei manifestanti. Al canale Al Arabiya, emittente degli Emirati Arabi Uniti, è stato impedito di trasmettere in diretta, mentre diversi slogan di protesta sono stati rivolti contro la Francia e i suoi media. Una tensione evidente, palesata anche dalle parole degli stessi manifestanti: "Gli occidentali, soprattutto da un punto di vista dei media, deformano l'informazione e per questo da semplice cittadino non voglio rilasciare interviste". Piccoli segni di insofferenza, accompagnati da slogan espliciti come "Francia vattene!". La composizione della piazza era eterogenea: manifestanti indipendenti hanno affiancato la massiccia presenza di militanti ed elettori di Ennahda, il partito più colpito dalle decisioni di Saied, e di Al Karama, il partito radicale islamico. Chiusa la manifestazione di ieri che promette di assumere altre forme in futuro, le prossime settimane rimangono delicate per l'agenda del presidente della Repubblica. Oltre a una crisi istituzionale e politica da risolvere, altri due dossier stanno scaldando la società civile. Il primo e più recente è ambientale e riguarda la crisi dei rifiuti nel distretto di Agareb alle porte di Sfax, seconda città del paese e uno dei polmoni economici della Tunisia.
Dopo la chiusura della discarica locale dopo una sentenza giudiziaria del 2020 e per raggiunto limite di capacità, da inizio ottobre Sfax è stata letteralmente invasa di rifiuti. L'8 novembre, in uno stato di crisi assoluta, la decisione di riaprire il bacino di Agareb ha acceso l'ira della popolazione locale con assalti ai posti di polizia e proteste massicce. Il bilancio è stato di un morto negli scontri con la polizia e uno sciopero generale indetto dall'Ugtt, il sindacato più importante del paese.
L'altro dossier è economico. Le finanze dello stato sono quasi esaurite, il debito pubblico rappresenta ormai il 100 per cento del Pil. C'è un buco di 3 miliardi di dinari (quasi 1 miliardo di euro) nel budget dello stato e la legge di bilancio per il 2022 non è stata abbozzata. Al momento i colloqui per un prestito da 4 miliardi di dollari da parte del Fondo monetario internazionale sono stati interrotti dal colpo di mano del 25 luglio e solo ora, in cambio di ingenti tagli alla spesa pubblica, potrebbero essere ripresi dal governo Romdhane.
In Tunisia oggi ci sono tre crisi: istituzionale, economica e ambientale. Tre elementi che promettono di presentare il conto nei prossimi mesi, specialmente a gennaio quando le rivendicazioni socio-economiche dei tunisini toccano abitualmente il loro apice.
"Oggi siamo riusciti a mettere giù un piano per uscire dalla crisi, adesso vogliamo riunire tutti gli attori della società civile tunisina, non contiamo sull'aiuto da parte del presidente. Saied non parla con nessuno nonostante le domande di negoziazione che gli sono state poste in queste settimane", queste le parole conclusive di Ben M'barek. Un silenzio presidenziale che ha attirato l'attenzione anche di Amnesty International, la quale ha emesso un comunicato per denunciare il ruolo dei tribunali militari nei processi contro diversi civili, rei di avere criticato gli avvenimenti del 25 luglio scorso.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 novembre 2021
Nella Striscia di Gaza, Hamas continua la caccia alle spie. Martedì 9 novembre un tribunale militare ha condannato all'impiccagione due palestinesi di 57 e 46 anni, giudicati colpevoli di collaborare con le forze israeliane. Già che c'era, il giudice ha anche condannato a morte una persona per traffico di droga. È salito così a otto il numero delle condanne alla pena capitale emesse nel giro di un mese nei confronti di palestinesi ritenuti spie di Israele. Il totale dall'inizio del 2021 è di 15.
Le condanne a morte troverebbero giustificazione, secondo Hamas, nell'articolo 131 del codice penale adottato nel 1979 dall'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Quarant'anni dopo, tuttavia, la Palestina ha ratificato il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili, che stabilisce l'obiettivo dell'abolizione della pena capitale. Secondo le organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane che si battono contro la pena di morte, da quando nel 2007 amministra la Striscia di Gaza Hamas ha emesso 130 condanne a morte, 25 delle quali eseguite.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 15 novembre 2021
In Myanmar è stato condannato a 11 anni di carcere Danny Fenster, il giornalista americano detenuto da mesi dalla giunta birmana. Lo ha reso noto Frontier Myanmar, il quotidiano dove lavorava come redattore capo. Fenster è stato riconosciuto colpevole di violazione della legge sull'immigrazione, associazione illegale e incoraggiamento al dissenso contro i militari. Nei giorni scorsi era stato accusato anche di terrorismo e sedizione, reati per cui rischia l'ergastolo. Il giornalista, che ha 37 anni, era stato arrestato mentre cercava di lasciare il Paese lo scorso maggio, una delle decine di reporter imprigionati dai militari dopo il colpo di Stato che ha defenestrato la premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi.
Se Fenster dovesse essere giudicato colpevole anche di sedizione e terrorismo, la sua situazione si potrebbe fare gravissima. Secondo Frontier, le accuse si basano sul fatto che l'uomo ha lavorato per il quotidiano Myanmar Now, messo al bando dalla giunta militare dopo il colpo di Stato del primo febbraio; ma in realtà il giornalista aveva lasciato il giornale nel luglio 2020 per unirsi appunto a Frontier. Il processo si è svolto a porte chiuse in un tribunale allestito all'interno della prigione di Insein, proprio a Yangon, capitale economica del Paese, dove il giornalista americano è detenuto.
A Frontier si dicono tutti "molto delusi" dalla sentenza: "Non ci sono prove per condannare Danny per queste accuse: il suo avvocato ha chiaramente dimostrato alla corte che si era dimesso dal suo lavoro per Myanmar Now e lavorava per Frontier dalla metà dello scorso anno", ha spiegato Thomas Kean, editore del giornale. "Vogliamo solo vedere Danny rilasciato il prima possibile in modo che possa tornare a casa dalla sua famiglia". Altri tre giornalisti stranieri, lo statunitense Nathan Maung, il polacco Robert Bociaga e il giapponese Yuki Kitazumi, erano stati arrestati dalla giunta militare, ma sono già stati tutti espulsi nei rispettivi Paesi.
Drammatica la situazione dei giornalisti locali: dopo il golpe, secondo i dati dell'ong Reporters sans frontieres, ne sono stati gettati in carcere più di un centinaio; non è chiaro quanti ne siano stati liberati con l'amnistia decretata dalla giunta a ottobre. Il golpe guidato dal generale Min Aung Hlaing ha fatto precipitare il Paese in una crisi politica, sociale ed economica, oltreché in una sanguinosa spirale di violenza.
Secondo dati di attivisti locali, sono morte nei disordini oltre 1.200 persone, tra le quali anche molti bambini, e almeno 10mila sono state arrestate. Tra loro la leader de facto del Paese, Aung San Suu Kyi. Non solo: nel clima di crescente tensione, sono nate nuove milizie civili che si confrontano militarmente con l'esercito in un crescendo che apre la stada la guerra civile. L'insurrezione delle milizie etniche va sempre più saldandosi all'oppisizione ai militari che ha lasciato la strada del confronto non violento di fronte alla sanguinosa repressione del dissenso ordinata dai generali.
E' dei giorni scorsi, e non è un caso isolato, la notizia di razzi e proiettili di armi pesanti sparati dai soldati che hanno colpito una chiesa, la Cattedrale cattolica del Sacro Cuore, nella diocesi di Pekhon, situata nella parte meridionale dello Stato Shan, nel Myanmar orientale. L'esercito ha anche bruciato 134 case nella città di Thang Tlang, nello Stato Chin, dando alle fiamme altre due chiese cristiane, una presbiteriana e una battista, per rappresaglia contro i ribelli locali. Giovedì il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha espresso "profonda preoccupazione" per i disordini e ha lanciato un appello per un "immediata cessazione delle violenze".
di Marjana Sadat*
La Repubblica, 15 novembre 2021
L'Italia ha concesso la cittadinanza al primo pubblico ministero donna dell'Afghanistan. Mareya Bashir, 51 anni, aveva lasciato l'Afghanistan dopo il ritiro delle forze americane. Procuratrice generale della provincia di Herat dal 2006, Mareya Bashir ha combattuto contro la corruzione, la violenza contro le donne e i matrimoni precoci.
Dopo presa del potere da parte dei talebani, le magistrate e le avvocate afghane vivono in clandestinità. Aamaj News ha pubblicato i risultati di un'inchiesta da cui risulta che 220 magistrate vivono in clandestinità perché hanno paura dei talebani. Nel 2011 il dipartimento di Stato americano conferì a Bashir un premio per il coraggio dimostrato di fronte alle minacce talebane, e la rivista Time, nello stesso anno, la inserì nella lista delle 100 persone più influenti.
La ministra della Giustizia italiana, Marta Cartabia, nel concederle la cittadinanza italiana, vuole anche dimostrare il suo sostegno a tutte le altre donne afghane, che stanno lottando per la loro libertà e i loro diritti a caro prezzo. Mareya Bashir aveva lasciato l'Afghanistan nello scorso agosto. Al suo arrivo in Italia, il 9 settembre, era stata accolta dalla ministra Marta Cartabia. La decisione è stata approvata mercoledì sera. Mareya Bashir, ha detto la ministra, ha lavorato a stretto contatto con le autorità italiane in Afghanistan, contribuendo a rafforzare le istituzioni e, più in generale, lo stato di diritto. In un'intervista all'agenzia Ansa, Bashir si è detta "onorata" e ha aggiunto che spera di poter continuare a lavorare per le donne afghane "con l'aiuto dei nostri amici italiani".
Mareya Bashir ha vissuto sotto il dominio dei talebani negli anni Novanta, e nel 2010 descrisse quell'epoca all'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine come un'epoca buia e tetra soprattutto per le donne. "Tutti avevano paura di andare a lavorare e anch'io dovevo stare a casa. Così organizzai una scuola segreta a casa, per le ragazze del quartiere", raccontò Bashir all'agenzia delle Nazioni Unite. L'Italia è stato uno dei cinque Paesi più coinvolti nella missione Nato guidata dagli Stati Uniti in Afghanistan insieme a Germania, Gran Bretagna e Turchia. All'inizio di settembre, l'Italia ha annunciato di aver evacuato circa 5000 afghani dopo l'ascesa al potere dei talebani.
*Traduzione di Luis E. Moriones
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