di Liana Milella
La Repubblica, 15 novembre 2021
L'ex pm del processo "Trattativa" su La7: "La logica dell'appartenenza simile alle logiche mafiose". "Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura". Lo ha detto il giudice togato del Csm Nino Di Matteo, ex pm del processo palermitano "Trattativa" intervistato da Andrea Purgatori ad Atlantide, trasmissione in onda stasera su La7.
di Mario Consani
Il Giorno, 15 novembre 2021
In Lombardia soffrono di disturbi mentali 880 detenuti su 7.800, ma i posti per loro sono solo 30. Due celle devastate dal fuoco in poche ore, a Monza. Autore del gesto un detenuto che ha iniziato a protestare per motivi poco chiari, urlando e spaccando tv e sanitari. E poi ha appiccato il fuoco. Sempre lui, il giorno prima, aveva cercato di dare fuoco a un'altra cella.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 15 novembre 2021
E c'è anche un'accusa di omicidio colposo. Il 15 dicembre l'udienza preliminare, torture e abusi i reati ipotizzati per agenti e funzionari. Per dodici di essi anche l'imputazione per la morte di un detenuto algerino, che non sopravvisse alle percosse. È stata l'"l'ignobile mattanza" che ha terremotato l'intera catena di comando del Dap in Campania. Un anno e sette mesi dopo le violenze di massa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) - avvenute il 6 aprile del 2020 ai danni di decine di inermi detenuti, e in gran parte documentate grazie ai filmati choc che gli inquirenti hanno acquisito con estremo tempismo dal sistema di videosorveglianza interno - rischiano il processo in 108.
Gravissime le accuse: tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico, depistaggio. E per 12 pesa anche un'altra imputazione: l'omicidio colposo di Lamine Hakimi, l'algerino di 28 anni lasciato morire, da solo, dopo i lividi e le percosse, perché abbandonato senza alcuna assistenza, in isolamento nel reparto Danubio.
L'udienza preliminare è stata fissata dal gip Pasquale D'Angelo per il 15 dicembre nell'aula bunker dello stesso carcere. Tra coloro che potrebbero andare a giudizio, c'è l'ex numero uno del Provveditorato delle carceri in Campania, Antonio Fullone (tuttora interdetto); c'è l'allora comandante del Nucleo operativo del centro penitenziario di Secondigliano e soprattutto vertice del gruppo di "Supporto agli interventi" Pasquale Colucci, tuttora agli arresti domiciliari; c'è la ex comandante del Nucleo operativo di Avellino, Tiziana Perillo, e la ex responsabile del Nucleo di Santa Maria Capua Vetere Nunzia Di Donato, oltre ad Anna Rita Costanzo, la commissario capo responsabile del reparto Nilo (anche lei ai domiciliari), e l'ex capo della penitenziaria a Santa Maria, Gaetano Manganelli (anche lui ristretto in casa).
L'inchiesta firmata dal procuratore aggiunto Alessandro Milita, con le pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto, con la procuratrice Antonietta Troncone (oggi alla guida di Napoli Nord) ricostruì il clamoroso pestaggio cui aderirono - con, diversi ruoli e responsabilità, circa 300 agenti, molti dei quali non identificabili. Obiettivo: suonarle a quei reclusi, "colpevoli" di aver messo in piedi, il giorno prima, una rumorosa protesta (non l'unica in quei giorni di disordini e ribellioni nelle carceri italiane, dove i saranno 13 i detenuti a perdere la vita e 200 i feriti) per chiedere misure di prevenzione contro l'epidemia di Covid che aveva raggiunto l'istituto. In particolare, lo stesso Fullone, con Perillo, con Colucci e altri tra "graduati" e agenti della penitenziaria, dovranno rispondere anche della morte di Hakimi.
Stando infatti all'impianto accusatorio quel decesso non fu il frutto di un suicidio, ma l'esito di condotte "omissive e commissive": Lamine fu percosso e abbandonato come altri, ma, a dispetto delle sue patologie che richiedevano cura e controllo sanitario, fu lasciato senza assistenza. Quindi, prima le botte, poi una quantità tossica di farmaci - oppiacei, neurolettici e benzodiazepine - assunta "in rapida successione e senza controllo sanitario".
Figure apicali e funzionari dell'amministrazione, comandanti e agenti della polizia penitenziaria compariranno dunque davanti al giudice: è un articolato segmento dello Stato che dovrebbe puntare alla rieducazione e al recupero dei reclusi. E che risponde invece di quelle scene che hanno fatto il giro del mondo. Esponendo l'Italia anche agli occhi degli osservatori europei. La videosorveglianza interna, stando alla ricostruzione, doveva essere disattivata durante la "spedizione punitva". Invece, le telecamere ripresero tutto. Il 28 giugno scorso il blitz con 52 misure cautelari. Poco dopo, la violenza di quelle scene live, i pestaggi in diretta con manganelli e caschi, fa il giro del mondo.
Sberle, calci e pugni. Detenuti costretti a denudarsi, o a mettersi con la faccia al muro, o caduti sotto i colpi inferti da tanti agenti, molti dei quali coperti da caschi integrali e neanche identificabili. E il 14 luglio scorso, ecco il premier Draghi e la ministra Cartabia entrare a Santa Maria Capua Vetere.
Quell'intervento fu una rappresaglia, organizzata per rispondere col pugno di ferro ai disordini del giorno prima: come hanno ipotizzato i pm e ha affermato anche il gip? E soprattutto: ai vertici dell'amministrazione penitenziaria della Campania, tutti sapevano di quale natura fosse la spedizione che raccolse oltre trecento agenti nella struttura dell'agro aversano?
L'accusa ritiene di sì. E ipotizza, proprio a carico dei capistruttura, una serie di falsi e depistaggi realizzati proprio con l'intento di "travestire" da reazione difensiva l'esecuzione di un progetto che il gip Sergio Enea definì "ignobile mattanza". Intercettazioni, messaggi, e telefonate confermano ogni sospetto: le misure cautelari hanno retto, finora, anche in Cassazione. E adesso si va verso il processo. Torna il ricordo di quelle chat tra indagati. Messaggi da cui emergevano paura, involontarie confessioni e (tardivo) senso della realtà: "E mo' so' c...i. Pagheremo tutti".
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 15 novembre 2021
È stato sottoscritto tra Azienda USL di Modena e la Casa Circondariale di Modena un Protocollo di Trattamento Psicoterapeutico e Psico-educativo rivolto alle persone detenute: un percorso di recupero psicologico e sociale per gli autori di reati a sfondo sessuale, maltrattamenti di genere e stalking, con l'obiettivo di prevenire in futuro ulteriori comportamenti violenti e, più in generale, una modalità di intervento per favorire un potenziale cambiamento nelle persone, sia uomini che donne.
Il documento, frutto di un lavoro approfondito iniziato alcuni anni, fa definisce un progetto di intervento che prevede sia colloqui individuali che di gruppo. Il modello di trattamento applicato fa tesoro e applica in un contesto specifico l'esperienza del Centro LDV (Liberiamoci dalla Violenza) dell'Ausl di Modena che dal 2011, utilizzando l'approccio metodologico adottato dal Centro norvegese ATV di Oslo, il primo del suo genere in Europa che prende in carico autori di violenze. Il progetto permetterà una programmazione di trattamento delle persone detenute rivolto alla loro riabilitazione sociale, alla riduzione del rischio di ricaduta criminale e, in particolare, alla tutela della società. Intervenire ai fini riabilitativi, infatti, può ridurre il rischio che vi siano nuove vittime del medesimo reato e, al contempo, favorire la presa in carico della persona in un momento esistenziale particolare come il periodo carcerario, per avviare un percorso di possibile cambiamento e dare alla pena anche un valore terapeutico.
Presa in carico e accesso - Il percorso riabilitativo prevede la presenza e l'intervento di un'equipe di operatori dell'area socio-sanitaria opportunamente formati. Il lavoro di recupero, svolto presso la Casa Circondariale di Modena, inizia con una fase di selezione e valutazione preliminare degli utenti, sia uomini che donne, autori di reati a sfondo sessuale o di maltrattamenti legati al genere, frutto del confronto con gli educatori dell'istituto penitenziario. Le persone individuate dall'equipe di osservazione e trattamento del carcere vengono segnalate allo psicologo Ausl, formato e competente sul tema, per la presa in carico. Nell'individuazione del caso vengono tenuti in considerazione tre fattori: ammissione o parziale ammissione del reato commesso, riconoscimento delle proprie responsabilità e fragilità, disponibilità di partecipare ad un percorso di trattamento psicoterapeutico/psico-educativo. Tra i criteri di inclusione c'è, in particolare, la presenza di una condanna definitiva rispetto ai resti sessuali e/o maltrattamento di genere e la sufficiente conoscenza della lingua italiana parlata e scritta.
Percorso terapeutico e metodologia - Dopo la selezione e l'adesione della persona detenuta, segue il trattamento vero e proprio che consiste sia in una psicoterapia individuale con lo psicologo, sia in una psicoterapia di gruppo in co-partecipazione con altre figure sanitarie.
Il trattamento psicoterapeutico prevede in media un percorso di un anno con colloqui clinici sia individuali che di gruppo. Negli incontri individuali vi sarà la possibilità di lavorare su aspetti più personali che riguardano il proprio vissuto in riferimento al reato commesso. Il trattamento di gruppo, invece, si pone come obiettivo, attraverso il confronto con altri detenuti, quello di far acquisire maggior consapevolezza sui reati commessi attraverso tematiche specifiche come prevenzione della recidiva, stili di attaccamento, genitorialità, riconoscimento del concetto di violenza, acquisizione di nuove strategie di coping e gestione dello stress, acquisizione di nuove modalità comunicative più funzionali dei propri bisogni.
La conclusione del trattamento prevede l'invio della persona, in sinergia con l'equipe del carcere, ove possibile, ai servizi sanitari di residenza, per la continuità del trattamento, o in caso di fruizione di misura alternativa alla pena o una volta scarcerato.
"Il Protocollo sottoscritto con l'Azienda USL di Modena si colloca nel solco di una consolidata collaborazione istituzionale volta sinergicamente alla cura e al trattamento delle persone detenute - afferma Anna Albano, Direttore reggente della Casa Circondariale di Modena -. In particolare il trattamento riabilitativo nei confronti di soggetti maltrattanti e autori di reati a sfondo sessuale risponde ad una emergenza sociale che vede un significativo aumento percentuale dei ristretti per tale tipologia di reati. Il progetto ideato ed elaborato nel corso di alcuni anni è l'espressione corale di un gruppo di lavoro di professionisti sanitari e penitenziari che operano all'interno dell'Istituto modenese che ospita un centinaio di detenuti potenzialmente interessati da questo percorso di consapevolezza e potenziale cambiamento. Strategica, ai fini della prevenzione sociale e della tutela delle vittime, la previsione di invio ai servizi sanitari territoriali dell'autore di reati nei casi di dimissione dal carcere".
"La sessualità è la dimensione più intima e privata della persona: la sua violazione implica un'offesa alla dignità e alla libertà umana - dichiara Paolo De Pascalis, psicologo e psicoterapeuta del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell'Azienda USL di Modena -. Personalmente penso che non si possa raggiungere una soluzione efficace se al carcere non viene affiancato un percorso di trattamento, nello specifico psicoterapeutico, che aiuti e sostenga chi non deve mai più offendere il corpo di una donna, di un uomo o di un bambino. Sottolineo, per evitare fraintendimenti, che il recupero degli autori non deve sostituire la pena ma è assolutamente doveroso che la società civile offra loro la possibilità di tornare ad essere persone inoffensive per sé stessi e per le persone che incroceranno nella loro vita".
di Luca Monaco
La Repubblica, 15 novembre 2021
"Mio figlio ha una doppia diagnosi, è stato giudicato incompatibile con il sistema carcerario, sono sette mesi che aspetta un posto in una Residenza sanitaria per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), che non si trova. Così lo state uccidendo".
È la richiesta d'aiuto, disperata, di Marco Brunetti, un imprenditore 56enne e padre di Federico, il 24enne che martedì scorso è scappato per la seconda volta dall'ospedale Pertini dove è detenuto e piantonato da tre agenti della polizia penitenziaria. Brunetti, che ha già perso il primogenito Simone il 17 luglio del 2017 in seguito a un grave episodio di cronaca, chiede giustizia per Federico, che "deve scontare la sua pena - sottolinea - ma ha tutto il diritto di essere curato".
Di cosa soffre suo figlio, perché è detenuto?
"Federico è stato arrestato nell'aprile scorso perché aveva bloccato la corsa della metropolitana usando un estintore, è stato immobilizzato con lo spray urticante e portato a Regina Coeli dove è rimasto fino alla fine di settembre. Poi da ottobre, su disposizione del giudice, è stato portato al Pertini. Lui ha una diagnosi psicotica e una dipendenza da cocaina. Non è un pericoloso criminale, ha iniziato a star male da quando il fratello è stato ucciso da un poliziotto fuori servizio che gli ha sparato alle spalle a Guidonia, dopo una tentata rapina, fallita, a un portavalori con un'arma giocattolo. Deve essere curato".
Martedì è stato lei a riconsegnarlo alla Polizia penitenziaria...
"Certo, ci mancherebbe. Quando Federico mi ha detto che era uscito lo sono andato a recuperare, l'ho portato casa e ho chiamato io la penitenziaria. Sono il primo a dirgli che deve stare li, tranquillo. È la seconda volta che scappa. Martedì è uscito dalla porta, mica si è calato dalla finestra. È andato via per andare dal barbiere: in ospedale non si trova nessuno che gli tagli i capelli. Aveva la barba così lunga che non riusciva più a mangiare".
Come è possibile?
"È un mese e mezzo che lo tengono chiuso in una stanza, senza che possa parlare con nessuno né fare attività fisica. I medici gli dicono che è un ospite sgradito perché toglie un posto ai malati (al Pertini smentiscono). Gli danno solo le medicine e basta. Non ha alcun tipo di assistenza".
Nelle Rems non c'è posto?
"Il giudice ha disposto l'ampliamento della ricerca di una Rems (sono strutture del sistema sanitario regionale) in tutta Italia, è 12esimo in graduatoria ma ancora non si vede luce. Lo Stato mi deve dire se Federico ha diritto di essere curato e recuperato o se lo vogliono vedere morto. Perché se è così allora lo chiudessero in una cella e buttassero la chiave".
Federico ha studiato, lavorava?
"Si, è un perito tecnico, ma lavorava per un'azienda che assembla coperture da esterni. È un ragazzo buono e intelligente. Sta male. Chiedo aiuto alle istituzioni affinché possa essere curato come si deve, in una struttura dedicata. Ne ha tutto il diritto".
di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 15 novembre 2021
Il 29 novembre 2018, a Bologna, prendeva vita Extrema Ratio, una realtà nata con lo scopo di promuovere una concezione di diritto penale liberale, costituzionale e minimo. In questo breve ma intenso triennio, attraverso la realizzazione di decine di incontri e un'incessante attività di informazione online, l'associazione ha diffuso i principi del garantismo con un duplice approccio; tanto da un punto di vista tecnico e culturale, valorizzando la necessità di un solida conoscenza teorica e giuridica, quanto da una prospettiva politica e sociale, non sottraendosi mai al confronto con l'attualità e con la quotidianità del "sistema giustizia", a sottolineare l'importanza dell'aspetto divulgativo nel proprio impegno.
Non è stata casuale, in questo senso, la scelta del titolo del primo congresso dell'associazione, che si terrà questo 28 novembre a Bologna: "Le ragioni del garantismo nell'epoca del populismo penale". Extrema Ratio, infatti, è ben consapevole di muoversi in una società convinta di poter combattere ogni ingiustizia o male sociale con la sanzione penale. Resiste e troneggia, oggi, un contesto di "perenne emergenza", in cui l'utilizzo della punizione e del carcere viene presentato alla comunità come l'unica soluzione possibile a priori: il risultato è una dimensione di populismo penale praticato e sostenuto dalla quasi totalità degli schieramenti politici, seppur con specifiche peculiarità e con le dovute, anche se rare, meritevoli eccezioni.
Per questo, il cosiddetto "diritto terribile" conosce un'espansione senza precedenti. Il diritto penale, invece, dovrebbe rappresentare l'extrema ratio; non un "rischio sociale", né un farmaco di facile prescrizione, bensì uno strumento da utilizzare in maniera proporzionale alle esigenze di tutela e da applicare in modo sempre rispettoso dei diritti fondamentali di chi ne è colpito. La Carta Costituzionale, in tal senso, dovrebbe costituire contemporaneamente il fondamento e il limite del diritto penale, presentandosi al tempo stesso come il faro e l'argine dello ius puniendi. Solo così, intendendo il diritto penale come "Magna Charta del reo", si potrebbe dare piena ed effettiva tutela alle garanzie individuali: coltivandone un utilizzo residuale, nella consapevolezza che si tratta di una "risorsa scarsa", dalle pessime proprietà 'terapeutiche' e dall'alta capacità distruttiva, e sperando che, in un giorno non troppo lontano, si possa dar vita a qualcosa di meglio del diritto penale stesso. Questi saranno i temi centrali del congresso, una giornata da vivere non solo come fondamentale momento di bilancio e di confronto interno sul prossimo triennio, ma anche come un'occasione per poter rilanciare pubblicamente quelle istanze garantiste che troppo spesso vengono sopraffatte dal chiassoso trambusto del populismo penale contemporaneo.
Ciò sarà possibile, in particolare, grazie alla partecipazione straordinaria di due ospiti di elevatissimo profilo, quali il giudice costituzionale Nicolò Zanon e il professor Vittorio Manes, che interverranno attraverso un dialogo a due voci che avrà a oggetto alcuni dei pilastri del diritto penale liberale e costituzionale: dal diritto di difesa alla presunzione d'innocenza, passando per il principio di legalità e i suoi corollari, per arrivare al tema del giusto processo. Se è vero, d'altronde, come sostenne Montesquieu, che "è dalla bontà delle leggi penali che dipende principalmente la libertà del cittadino", allora una seria riflessione sul tema della giustizia, che non sia ostaggio delle strumentalizzazioni e dalle mistificazioni che quotidianamente caratterizzano il dibattito, è il primo necessario passo verso una democrazia più matura.
Una democrazia in grado di non affidare più al diritto penale compiti che non gli sono propri e che trovi nuovamente la forza di rimettere al Parlamento, e non ai tribunali, la risoluzione mediata degli interessi, delle contrapposizioni e dei conflitti che si producono in ogni società viva, libera e dinamica. In definitiva, al di là di chi rappresenterà il nuovo Consiglio Direttivo dell'associazione, Extrema Ratio si muoverà sicuramente verso tale orizzonte, conscia dei propri limiti, ma anche certa dell'importanza e dell'irrinunciabilità delle proprie battaglie, con la speranza e l'obiettivo che da minoritarie esse possano presto divenire patrimonio comune di tutta la comunità e di chi la rappresenta.
*Presidente Extrema Ratio
Il Dubbio, 15 novembre 2021
"La legge sembra aver perduto ogni pretesa di verità, e al giudizio non può essere più ascritta la funzione di disvelamento". "È stato naturale pensare ad un volume della Biblioteca di cultura giuridica dedicato al rapporto di Sciascia con la giustizia, tema sul quale tutta l'opera dello scrittore di Racalmuto torna in continuazione.
Ed è nato così il libro che il lettore ha tra le mani: un libro che interpreta al meglio la filosofia della collana, collocandosi sul confine tra letteratura e diritto, un confine meno definito di quanto si creda, in cui si incrociano riflessioni e sentimenti che segnano le nostre vite". È quanto scrive il Primo Presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio, direttore della collana, nella sua presentazione al volume "Diritto verità giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia" (Cacucci Editore, pp. 158).
Nel libro, curato da Luigi Cavallaro e Roberto Conti (che firmano l'introduzione di cui qui riportiamo un estratto), giuristi autorevoli rileggono alcune tra le più celebri opere di Sciascia, cercandone insegnamenti per chi il diritto lo pratica per mestiere. Chiudono il volume una riflessione di Paolo Squillacioti, curatore delle opere di Sciascia per Adelphi, e un testo dello scrittore siciliano.
"Che due magistrati curino un libro scritto da giuristi di varia appartenenza - accademica, forense, giudiziaria - è un fatto piuttosto comune nella prassi, e non meriterebbe di per sé nessuna specifica spiegazione che non sia quella indirettamente ricavabile dal tema che è oggetto dell'opera. Ma trattandosi, nella specie, di un libro scritto da giuristi che riflettono sull'opera di uno scrittore che giurista non fu, due parole in più sono forse opportune, se proprio non necessarie.
Non si deve alle radici isolane che pure accomunano i curatori allo scrittore. Benché per ragioni diverse la figura di Leonardo Sciascia sia stata per entrambi presente fin dall'infanzia, lo stesso potrebbe dirsi di quella di Pirandello come di Brancati, di Verga come di Tomasi di Lampedusa: e mai essi avrebbero pensato di poter dedicare un omaggio a costoro, come invece hanno inteso fare allo scrittore racalmutese per il centenario della sua nascita.
Il fatto è, piuttosto, che i curatori di questo libro hanno vissuto appieno, nella loro esperienza di giudici e cultori del diritto, la crisi della capacità ordinatrice della fattispecie legale di matrice statuale, sotto la cui ombra rassicurante avevano intrapreso i primi passi della loro formazione. (...) Entrambi i curatori di questo libro sono testimoni di un tempo in cui la legge sembra aver perduto ogni pretesa di verità e in cui, di conseguenza, al giudizio non può più essere ascritta quella funzione di disvelamento che era presupposta dalla tranquillizzante immagine del sillogismo. Ed è proprio qui che essi hanno incontrato la figura di Leonardo Sciascia e il suo inquieto confrontarsi con gli schemi di percezione propri del romanzo giallo: anch'esso nato all'insegna della fiducia nelle capacità di discernimento e rivelazione della ragione e nell'opera sciasciana ridotto invece ad espediente formale per raccontare di una società in cui la verità e la giustizia paiono diventate impossibili.
Fu Sciascia stesso, in effetti, a confessare a Claude Ambroise che tutto, ai suoi occhi, era "legato al problema della giustizia" ("in cui s'involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo"); ed è facile constatare come, nell'intera sua opera, l'anelito per la giustizia costituisca l'autentico pendant delle innumerevoli "ingiustizie" (alcune reali, altre immaginate, altre spinte volutamente all'eccesso, al paradosso, alla parodia, alla parabola) di cui sono invece popolate le sue pagine. D'altra parte, se è vero che da queste pagine emerge uno spaccato per nulla edificante del "pianeta giustizia" e dei suoi attori - giudici, avvocati o investigatori che siano: quasi tutti intenti a fabbricare le menzogne di cui si alimenta una "verità giudiziaria" fasulla, ancorché "verosimile" - non è meno vero che, per lo scrittore racalmutese, nella scrittura questo problema può ancora trovare "strazio o riscatto": ossia ritrovare quella "verità" che un'umanità dolente inutilmente attendeva, a fronte delle fallacie e delle pervicaci e ostinate illogicità ammannitele dalla giustizia "ufficiale".
Ciò che Sciascia critica in radice, dunque, non è la possibilità "in sé" della verità, ma piuttosto il concreto modo in cui è amministrata la giustizia, intesa come insieme delle istituzioni preposte all'applicazione della legge, a dicere ius: che è conclusione particolarmente interessante per i giuristi, perché alimenta la speranza - affatto assente, invece, in quell'a1tro "giallista" sui generis che è Friedrich Dürrenmatt - che il tempo difficile che pure stiamo vivendo non sia conseguenza di un'irredimibile "crisi della ragione" e sia ancora possibile (oltreché auspicabile) che il giudizio raggiunga non "una" verità qualunque, ma precisamente quella verità che possa dirsi anche "giusta". Non è però semplice traguardo. (...) Sovviene qui la battuta di Laudisi al commissario Centuri, nel "Così è (se vi pare)" di Pirandello: "Vogliono una verità, non importa quale; pur che sia di fatto, categorica? E lei la dia!".
E si potrebbe perfino cogliere una contraddizione nel pensiero sciasciano, lì dove sembra attribuire all'incedere della giustizia un passo che è "nella totalità dei casi di impressionante lentezza e di atroce peso per coloro che vi si trovano implicati", salvo poi stigmatizzare gli esiti "non veritieri" di quelle inchieste che si chiudono "con rapidità impressionante"; e legittimamente chiedersi se, ai suoi occhi, l'opera di bilanciamento tra opposti valori alla quale è spesso chiamato il decisore giudiziario sia da condannare come sintomatica di opaci compromessi al ribasso o testimoni invece di quel !ragionare" che egli esige da ogni decisore pubblico, politico o giudiziario che sia.
Né ciò è tutto. Si può agevolmente dimostrare che l'equazione tra diritto e ragione espressamente postulata da Sciascia in più luoghi della sua opera presuppone che il termine "ragione" venga a sua volta declinato come sinonimo di ratio, e dunque come "bilanciamento" tra le istanze intrinsecamente conflittuali della libertà individuale e della giustizia sociale.
Ma quando lo scrittore insiste sul "ragionare" che sta dietro alla "giustizia" del caso concreto, a quale "diritto" sta pensando? (...) La "verità" e la "giustizia" del diritto sono per Sciascia suscettibili di "conoscenza"? Dove si colloca la "verità" quando si debbono ricostruire i diritti delle persone, sempre più condizionati da una protezione proteiforme che un sistema integrato qual è quello odierno rende complesso individuare? Fino a che punto i valori immanenti alla coscienza sociale storicamente data possono penetrare nell'astratta formula legislativa per riportarla al caso concreto e alle necessità di tutela che esso reclama?
C'è o non c'è del metodo in quel "ragionare" che, riempiendo di senso il testo di una disposizione di legge, produce la sua trasformazione in norma? E se il diritto non è suscettibile di un "ragionare" metodologicamente fondato, dove mai si potrà collocare quella differenza tra "verità" ed "errore" che pure si deve postulare, salvo inconsapevolmente parodiare il cinismo con cui il Presidente Riches proclamava che tutte le sue sentenze erano "giuste"?
Queste le domande che i curatori di questo libro si son posti sin dai primi concistori in cui ha preso corpo la scommessa che a queste pagine è consegnata. Che vorrebbe essere, né più e né meno, una riflessione a più voci che provi finalmente a prendere sul serio gli interrogativi sul diritto, sulla verità e sulla giustizia che attraversano l'opera tutta di Leonardo Sciascia".
rai.it, 15 novembre 2021
I primi due episodi in anteprima su RaiPlay. Tornano le storie dei ragazzi rinchiusi nell'Istituto di detenzione minorile, raccontate nella serie "Mare fuori", la cui seconda stagione andrà in onda in sei serate dal 17 novembre alle 21.20 su Rai2. I primi due episodi sono già disponibili in anteprima su RaiPlay.
In queste puntate ogni detenuto si troverà di fronte, come uno specchio, la propria famiglia, e verrà chiamato a compiere una scelta: seguirne le orme o rinnegarle?
Nuovi personaggi faranno il loro ingresso nell'Istituto, come Kubra, una ragazza di origini nigeriane colpevole di matricidio; o Sasà, un ragazzino arrestato per violenza carnale, un reato che è convinto di non aver compiuto. Intanto, fuori dalle mura, si indaga per cercare i veri responsabili dei crimini compiuti dai giovani detenuti.
Nel cast della serie: Carolina Crescentini, Carmine Recano, Valentina Romani, Nicolas Maupas, Massimiliano Caiazzo, Vincenzo Ferrera, Antonio De Matteo e Anna Ammirati.
Nel primo episodio, dal titolo "La famiglia che verrà", Carmine è sospeso tra la vita e la morte, ma Nina non si arrende, convinta che per avere un futuro sia necessario crearselo. Massimo (Carmine Recano), schiacciato dal senso di colpa, decide di lasciare il suo posto di comandante e Paola, la direttrice dell'Istituto interpretata da Carolina Crescentini, si ritrova sola a fronteggiare i ragazzi dopo la morte di Ciro e vuole trasferire Filippo Ferrari in modo da evitare tragiche conseguenze. A compromettere il fragile equilibrio il ritorno di una vecchia conoscenza.
A seguire, nell'episodio "Nella gioia e nel dolore", Sasà, un ragazzo della Napoli bene, entra in istituto per un reato che non viene rivelato e diventa un nuovo bersaglio. Naditza sta per uscire e Filippo convince i suoi ad ospitarla a Milano. 'O Chiattillo, però, è nel mirino di Pirucchio che vuole vendicare Ciro. Carmine esce dal coma e sposa Nina sotto protezione, con Filippo come testimone, mentre i Di Salvo non sono invitati. Il destino poi presenterà il conto.
La colonna sonora della seconda stagione di "Mare Fuori", prodotta e distribuita da RaiCom è firmata ancora una volta da Stefano Lentini e vede proseguire la collaborazione con Raiz, nella canzone "Amore che fa male", e con Matteo Paolillo, autore di "Sangue Nero", con le voci di due giovani attori e protagonisti della serie: Cardiotrap (Domenico Cuomo) e Gemma (Serena Codato).
"Mare fuori - Seconda stagione", una coproduzione Rai Fiction e Picomedia. Regia: Milena Cocozza e Ivan Silvestrini. Da un'idea originale di Cristiana Farina. Sceneggiatura: Maurizio Careddu, Cristiana Farina, Luca Monesi. Prodotta da Roberto Sessa.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 15 novembre 2021
L'omelia del Pontefice nella Basilica Vaticana davanti a 2mila indigenti e ai volontari. L'analisi di Coldiretti-Istat: "Sono 5,6 milioni, non voltiamoci dall'altra parte". È questo l'appello di Papa Francesco in occasione della quinta Giornata Mondiale dei Poveri. E non "dobbiamo aver paura a guardare da vicino la sofferenza dei più deboli", ha poi aggiunto il Pontefice in un passaggio dell'omelia della messa celebrata nella Basilica Vaticana davanti a 2mila poveri ed indigenti, assieme ai volontari delle realtà caritative di Roma. Un richiamo forte a un impegno più diretto e costruttivo, rivolto non solo alle istituzioni ma anche a ogni singolo cittadino. Perché la povertà è dietro ogni angolo, anche in ogni condominio, in ogni quartiere, in ogni comunità.
È una vera emergenza, aggravata dalla pandemia, proprio come evidenziato dall'analisi della Coldiretti su dati Istat, secondo la quale è cresciuto a 5,6 milioni il numero degli italiani in condizioni di povertà assoluta. È l'onda lunga del Covid-19. "Fra i nuovi fragili - viene indicato nella ricerca - ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, persone impiegate nel sommerso e che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalle limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid".
Ecco quindi il richiamo politico e sociale del Papa: "A noi, specialmente a noi cristiani, tocca organizzare la speranza, tradurla in vita concreta ogni giorno, nei rapporti umani, nell'impegno sociale e politico - ha detto nell'omelia. Se la nostra speranza non si traduce in scelte e gesti concreti di attenzione, giustizia, solidarietà, cura della casa comune, le sofferenze dei poveri non potranno essere sollevate, l'economia dello scarto che li costringe a vivere ai margini non potrà essere convertita, le loro attese non potranno rifiorire".
E ogni singolo deve fare la sua parte: "Siamo chiamati a scoprire Cristo nei poveri, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro". Senza voltarsi dall'altra parte.
di Maurizio Martina*
Corriere della Sera, 15 novembre 2021
L'aumento delle temperature e degli eventi atmosferici radicali sta già impattando sui sistemi agricoli con conseguenze sui prezzi delle materie prime e sull'aggravarsi delle condizioni di fame e malnutrizione. Occorre avere chiaro che la crisi climatica è anche crisi alimentare. L'aumento delle temperature e degli eventi atmosferici radicali sta già impattando sui sistemi agricoli e le conseguenze più evidenti sono legate sia all'aumento dei prezzi delle materie prime che all'aggravarsi delle condizioni di fame e malnutrizione. È stato calcolato che se le agricolture del pianeta non riusciranno ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche, nel 2050 la produzione alimentare globale potrebbe ridursi del 10% e addirittura di un quarto entro fine secolo. Ciò a fronte di una popolazione che nella prossima decade si prevede cresca di circa settantacinque milioni di persone all'anno per arrivare nel 2050 a nove miliardi. L'indice mensile Fao dei prezzi agricoli descrive precisamente l'aumento dei costi derivanti anche dal mutamento delle condizioni ambientali e ci indica un picco dei prezzi come non accadeva da luglio 2011. Rischiamo di pagare di più il pane sotto casa anche a causa della crisi climatica.
Circa il 75% di tutte le calorie che assumiamo arriva da quattro colture: grano, mais, riso e soia e i principali Paesi produttori di questi beni subiscono direttamente gli effetti di grandi siccità che causano rapidamente cali drastici dei raccolti e un conseguente aumento, altrettanto rapido, dei prezzi. Ed è proprio il caso di dire che nessuno si può sentire al riparo perché dal grano canadese, la cui produzione si è ridotta della metà circa a causa della siccità, passando per il mais carioca diminuito di un terzo, tutto il mondo è coinvolto.
Ne sappiamo molto anche noi, se pensiamo a ciò che è accaduto anche recentemente nel nostro Mezzogiorno, ma non va meglio nel Nord Europa dove le precipitazioni sopra la media hanno logorato la qualità delle produzioni. Fatto sta che il bollettino dei prezzi segna aumenti dal grano alla soia passando per riso, mais, colza e altre produzioni.
Se poi sovrapponiamo la mappa della fame a quella del cambiamento climatico ci rendiamo conto immediatamente che la stragrande maggioranza dei Paesi più vulnerabili soffre questa doppia emergenza. A ricordarcelo è anche la fotografia tracciata dal rapporto "Climate change, a hunger crisis in the making" promosso da un network di Ong in occasione di Cop26 che segnala inequivocabilmente questo nesso esiziale: dei trentacinque Paesi più vulnerabili al cambio climatico ben ventisette soffrono di insicurezza alimentare acuta.
Ad Haiti, ad esempio, dove uragani, tempeste tropicali e terremoti hanno devastato raccolti e bestiame. In Bangladesh dove quasi la metà dei bambini è malnutrito a causa degli effetti di cicloni, alluvioni e siccità. In Madagascar che, secondo l'Onu, è purtroppo il primo Paese colpito dal cambiamento climatico con carestie che stanno devastandolo. È bene dunque avere chiaro che la crisi climatica è anche e soprattutto crisi alimentare. Ne possiamo uscire solo investendo seriamente su un nuovo rapporto tra agricoltura, alimentazione e ambiente con azioni capaci di produrre meglio, consumando meno. Senza omologazioni globali ma riconoscendo le diversità delle nostre agricolture e accompagnando, in ciascuno di questi contesti, innovazioni di massima sostenibilità.
Gli esempi pratici non mancano per fortuna. Dall'agricoltura di precisione e digitale, ai sistemi di allerta precoce potenziati, alle tecnologie di remote sensing e approcci climaticamente neutri fino al miglioramento dei processi di utilizzo degli scarti per convertirli in energia pulita e ai cosiddetti carbon sinks per catturare anidride carbonica rimuovendola dall'atmosfera. Ad esempio, una larga diffusione dell'agricoltura di precisione può rendere più efficiente l'uso dell'acqua riducendone il consumo tra l'8% e il 20% e migliorare la gestione dei nutrienti del suolo.
Ma servono maggiori risorse per le azioni di adattamento nei Paesi più vulnerabili, in particolare per le esperienze agricole famigliari. Perché questa doverosa transizione ha un costo e occorre che sia sopportabile e disponibile per tutti e non solo per pochi. Perché combattere il cambiamento climatico è la prima azione necessaria per combattere la fame.
*Vicedirettore generale Fao
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