di Erika Pontini
La Nazione, 17 giugno 2021
Intervista a Giuseppe Caforio eletto, dall'Assemblea legislativa Garante dei diritti dei detenuti. "Il grado di civiltà di un Paese si misura anche dallo stato di salute delle prigioni".
Nel carcere di Perugia ci sono 120-150 detenuti con problemi psichiatrici su una popolazione di 380400 persone. È uno degli aspetti che creano maggiori problema. È un tema in agenda?
"È un problema reale e attuale che peraltro si scontra con una quotidianità da cui emerge che persone mentalmente instabili non possono essere ricollocate all'interno della società in maniera affrettata, attesi i fatti di cronaca sotto gli occhi di tutti".
Nel recente passato anche i sindacati di polizia hanno denunciato l'invio massiccio di reclusi con problematiche proprio a Capanne...
"Una ridistribuzione sul territorio nazionale è la soluzione migliore. Per quanto riguarda l'Umbria in tutte e quattro le carceri - Perugia in particolare - c'è una carenza di personale notevole, anche specializzato per le persone psichiatricamente deboli e questo mal si concilia con questa concentrazione che, in percentuale, è abnorme".
Cosa serve ai detenuti e alle carceri umbre, a suo avviso?
"Sotto il profilo strutturale l'Umbria è in salute mentre uno dei obiettivi principali che perseguirò nel mio mandato è quello di cercare di riequilibrare il rapporto tra risorse e presenze, in particolare di persone con fragilità".
L'Umbria sconta un'altra grande carenza: manca una Rems e spesso i detenuti restano in carcere solo perché non c'è un altro posto...
"Fermo restando che la principale funzione del carcere è riabilitativa - e quando serve anche terapica - per i detenuti con problemi psichiatrici è ormai indifferibile la creazione di una Rems che possa rendere la regione autonoma. Questo credo debba rientrare nei programmi di accordo tra il ministero di Giustizia e la Regione. Quando sarà formalizzato il mio incarico sarà tra i primi obiettivi in agenda".
Era un problema che già conosceva...
"Ho già avuto un primo scambio su tanti temi compreso questo con la presidente Tesei con la quale c'è un'ottima sintonia. Dell'argomento ho parlato anche con il rettore (Maurizio Oliviero): ho ottenuto il coinvolgimento dell'Università sui tanti temi della detenzione e anche su questo aspetto specifico. Ricordo che all'interno dell'Università abbiamo eccellenze, anche in campo sanitario, che possono essere utilizzate sinergicamente per la soluzione di problematiche delicate".
Presto dovrebbe vedere la luce il repartino-detentivo dentro l'ospedale di Perugia ma resta il nodo del personale...
"La carenza di personale è una delle ragioni principali delle tensioni dentro il carcere. La polizia penitenziaria svolge ruolo difficilissimo, spesso in situazione non accettabili che vanno ben oltre le funzioni e quindi riequilibrare questo rapporto significa ridare serenità all'interno del carcere. Mi sono riproposto di visitare i 4 istituti per avere piena conoscenza della situazione. Nella mia professione mi sono trovato a visitare detenuti in condizioni quasi idilliache e, altri costretti a vivere in contesti di inciviltà".
Perché si è candidato a questo ruolo delicato?
"Un paese civile si misura anche sulle carceri, oltre che su sanità e cimiteri. Ma tutt'ora ci sono diverse criticità: se riusciamo a risolverle potremmo fare un vero salto di qualità sul grado di civiltà della nostra comunità. Fermo il principio della certezza della pena dobbiamo dare l'opportunità a quanti pagano per quanto commesso di riabilitarsi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 giugno 2021
Il differimento che sospende il decorso della prescrizione non è contingentabile entro i 60 giorni previsti per l'impossibilità fisica a presenziare. Non viola il diritto dell'imputato a una ragionevole durata del processo, la sospensione del processo e del decorso della prescrizione dovuta all'adesione dei difensori all'astensione dalle udienze regolarmente proclamata dalla categoria.
E non viola i diritti dell'imputato la sospensione per un periodo - pari al differimento delle udienze - del decorso della prescrizione. La Corte di cassazione, su tale ultimo punto, ha respinto le argomentazioni del ricorrente relative a una lamentata illegittimità costituzionale del regime della prescrizione e in particolare dei casi di sospensione del suo decorso. In particolare il ricorso faceva rilevare come incongruo un diverso regime in caso di astensione rispetto a quello previsto per i casi di legittimo impedimento di cui è stabilito esplicitamente il termine di durata: l'udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell'impedimento, dovendosi avere riguardo in caso contrario al tempo dell'impedimento aumentato di sessanta giorni.
Ma la richiesta di rinvio dell'avvocato a causa dello sciopero della categoria non è fondato sull'assoluta impossibilità a partecipare all'attività difensiva. La sentenza n. 23293/2021 nel respingere il ricorso ha così precisato le differenze ontologiche tra il legittimo impedimento del difensore e la sua volontaria astensione dalle udienze nell'esercizio del proprio peculiare diritto di "sciopero". Dice la Cassazione che il legittimo impedimento rappresenta l'impossibilità fisica di presenziare in udienza determinando il diritto del difensore (ma anche delle parti) a ottenere la sospensione del processo.
Un diritto fondato sull'avvenuta certificazione della circostanza impeditiva insormontabile, mentre l'astensione rappresenta l'esercizio di una libertà costituzionalmente garantita. Trattandosi di liberi professionisti tale libertà non è un'articolazione del diritto di sciopero garantito dalla nostra Carta all'articolo 40 bensì una declinazione della libertà di associazione prevista dall'articolo 18 della Costituzione.
Presupposto di un corretto esercizio di tale libertà è la legittima proclamazione della forma di protesta lanciata dalle rappresentanze della categoria e il rispetto delle regole di pubblicità e diffusione in tempi certi della notizia dell'astensione. Sui limiti perciò - ammette la Cassazione - l'astensione è vincolata ai medesimi adempimenti previsti per lo sciopero nell'ambito dei servizi pubblici essenziali. Il giudice valutata la sussistenza dei presupposti di legge per una legittima astensione del difensore conseguentemente differisce l'udienza, ma senza i limiti temporali previsti dall'articolo 159 del Codice penale in caso di legittimo impedimento.
Infine, la sentenza, ripercorrendo diversi precedenti di giurisprudenza di legittimità, ha testualmente recitato: "l'astensione dall'attività difensionale proclamata dall'Unione delle Camere non si configura come diritto di sciopero e non ricade sotto la specifica protezione dell'art. 40 Cost. trattandosi invece di libertà riconducibile al diverso ambito del diritto di associazione (art. 18 Cost.)". Il diritto del difensore all'astensione non è assimilabile al legittimo impedimento neanche sotto il profilo delle fonti normative, mentre quest'ultimo è contemplato dal Codice lo "sciopero" degli avvocati è regolato da una legge speciale e dal relativo codice di autoregolamentazione dell'Avvocatura. Non è quindi la norma del codice, che espressamente prevede la sospensione della prescrizione nel caso del legittimo impedimento del difensore o delle parti, a poter regolare l'astensione e i tempi di durata del differimento che incide sullo svolgimento del processo. L'udienza può quindi essere differita anche oltre i sessanta giorni - in caso di astensione - con la parallela sospensione del termine di prescrizione pari a tutta la durata del differimento.
di Giovanni Pisano
Il Riformista, 17 giugno 2021
Chiesto il rinvio a giudizio per dieci agenti della polizia penitenziaria e due medici in servizio tra il 2018 e il 2019 nel carcere fiorentino di Sollicciano per i presunti pestaggi ai danni dei detenuti. La richiesta arriva da Christine Von Borries, sostituto procuratore della procura del capoluogo toscano. Le accuse, contestate a vario titolo, sono quelle di tortura e falso in atto pubblico.
Secondo la procura fiorentina, i due sanitari avrebbero redatto falsi certificati in relazione alle condizioni dei detenuti vittime delle presunte violenze da parte degli agenti. Lo scorso gennaio tre agenti penitenziari, tra i quali un'ispettrice, sono finiti ai domiciliari, mentre per altri sei è stata disposta la misura cautelare dell'interdizione dall'incarico per un anno e dell'obbligo di dimora nel comune di residenza.
Stando a quanto emerso nelle indagini, nell'ufficio dell'ispettrice 50enne sarebbero avvenuti almeno due episodi di pestaggi ai danni di altrettanti detenuti. L'episodio più violento, datato il 27 aprile 2019, sarebbe avvenuto nell'ufficio della donna ai danni di un uomo di origini marocchine che aveva insultato un agente in segno di protesta. "Ti massacriamo" avrebbero reagito gli agenti con il detenuto portato nell'ufficio dell'ispettrice e pestato con pugni e calci. Non contenti, gli agenti avrebbe portato l'uomo in un'altra stanza, lasciandolo nudo per diversi minuti prima di condurlo in infermeria.
"Ecco - gli avrebbe detto uno degli agenti - la fine di chi vuole fare il duro". A seguito dell'episodio il detenuto ha riportato 20 giorni di prognosi per la frattura di due costole. Sempre secondo le ricostruzioni del pm, per coprire il pestaggio avvenuto davanti a lei nel suo ufficio, l'ispettrice avrebbe redatto una relazione in cui dichiarava che i colleghi erano stati costretti a intervenire perché il marocchino aveva cercato di aggredirla sessualmente.
Nel dicembre 2018 un altro detenuto, italiano, sarebbe stato immobilizzato da otto agenti nell'ufficio del capoposto e picchiato fino a perforargli un timpano. Qui entrano in gioco i medici, un 33enne straniero e residente a Siena, e una 62enne di Prato. Secondo l'accusa, entrambi, in due distinti episodi, hanno coperto gli autori dei pestaggi senza visitare i detenuti che venivano portati in infermeria dopo le violenze, certificando come lievi lesioni quelle che erano violenze pesanti.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 17 giugno 2021
Arriva alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo il caso di Luca Campanale, il 28enne che si impiccò a San Vittore. Nel 2014 per la prima volta ci furono delle condanne per i presunti responsabili di una morte in carcere, ma poi la sentenza venne ribaltata.
La famiglia prova l'ultima carta. È da 12 anni che il padre Michele e i fratelli Andrea e Vincenzo chiedono che sia fatta giustizia, dal loro punto di vista, sulla morte di Luca Campanale che si suicidò impiccandosi nel 2009 a 28 anni nel carcere di San Vittore dove era recluso per uno scippo. Ora, attraverso un ricorso firmato dall'avvocato Andrea Del Corno, la vicenda approda alla Corte europea dei diritti dell'uomo chiamata a dirimere un caso con esiti giudiziari 'storici' e controversi.
"Suicida perché gli fu tolta la sorveglianza a vista" - Nel 2014, in primo grado, una psicologa venne assolta mentre a una psichiatra furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo. Inoltre, il Ministero della Giustizia fu condannato al pagamento di una provvisionale da 529mila euro. Fu, quella, la prima volta che un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo per un suicidio dietro le sbarre. Ma in appello, confermato dalla Cassazione, entrambe le imputate furono scagionate con la revoca delle statuizioni civili. Il ricorso punta su una "sequenza degli avvenimenti ritenuta di per sé esplicativa: Campanale si suicida il 12 agosto 2009 a mezzanotte e mezzo, dopo l'esecuzione del provvedimento di revoca della Sorveglianza a vista e della permanenza nella zona delle celle a rischio, quindi con declassamento del regime di controllo".
"Numerosi atti autolesionistici prima del suicidio" - Responsabili sarebbero state, nella lettura della parte civile, le dottoresse R.D.S., psicologa, e M.M., psichiatra, perché avrebbero sottovalutato il rischio che il giovane si suicidasse. In particolare, non avrebbero dato il giusto peso al fatto che Campanale fosse affetto da seri disturbi psichici e avesse compiuto "numerosi gesti autolesivi" nel carcere di Pavia dove era detenuto in precedenza.
Dalla ricostruzione di Del Corno emerge che il 30 luglio del 2009 la psicologa "aveva revocato la sorveglianza a vista e l'inserimento nelle celle a rischio", mentre la psichiatra "non aveva disposto alcun regime di sorveglianza ma aveva ridotto il presidio farmacologico sulla base di una non riscontrata alleanza terapeutica". Il 2 e il 4 agosto Campanale aveva compiuto "numerosi gesti autolesivi" senza che venisse cambiata la scelta di non sottoporlo a un'osservanza più stretta. In totale nel ricorso si citano nove episodi, documentati, di "reiterati gesti autolesionistici, aggressivi nei confronti di altri e tentativi di suicidio tra il maggio e l'agosto dell'anno in cui il giovane si tolse la vita.
di Maurizio Troccoli
umbria24.it, 17 giugno 2021
Dopo ritardi di ogni genere e rinvii legati non solo alla pandemia, forse questa è la volta buona per l'ospedale di Perugia per rendere attivo il servizio dell'unità degenza dei detenuti. Nelle prossime ore sarà effettuato un sopralluogo da personale sanitario e vertici di polizia Penitenziaria per individuare eventuali criticità legate anche alla inattività delle apparecchiature e procedere a individuare la data di attivazione di un servizio che servirà a rendere migliore la tutela degli altri pazienti e ottimizzerà i controlli della polizia per i detenuti ricoverati.
Le due stanze con annesso lo spazio che monitorerà 24 ore su 24 tutto ciò che avviene al letto dei pazienti, si trovano al piano superiore al pronto soccorso, sono dotate di apparecchiature sofisticate sia per quanto attiene la sicurezza dei pazienti che i relativi controlli. Il progetto, che risale a più di cinque anni fa, è costato oltre 200 mila euro e fu voluto, in rispetto alla normativa riguardate l 'assistenza ospedaliera dei detenuti, dall'autorità penitenziaria, in accordo con gli organismi della Regione. Intoppi di carattere burocratico, carenza di personale e pandemia hanno rallentato l'apertura del servizio. A sollecitare l'esecuzione del progetto è stato direttamente l'assessore alla Salute Luca Coletto, che ha riconosciuto la validità dell'opera realizzata durante la gestione Duca. Ad occuparsi dell'assistenza, sarà il personale della clinica che prenderà in carico il paziente. Come detto l'attivazione della mini struttura dovrebbe avvenire entro un paio di settimane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 giugno 2021
"Caro Presidente, sono la pastora della Chiesa valdese di Torino e sento di doverle scrivere, anche a nome degli altri colleghi della chiesa valdese, e delle chiese battiste e luterana della nostra città, e a nome di molti membri delle nostre chiese, in merito al suicidio del giovane Moussa Balde, un ragazzo di 23 anni proveniente dalla Guinea, morto nel Cpr, Centro per il Rimpatrio, della mia citta".
Con queste parole la pastora Maria Bonafede apre una lunga lettera rivolta al presidente del Consiglio Mario Draghi, per ritornare sulla drammatica vicenda della morte nel Centro per il rimpatrio di Torino del giovane richiedente asilo Moussa Balde. "Sono giunta a Torino nell'estate del 2013 e una delle prime istituzioni che mi è capitato di visitare invitata da un piccolo gruppo di avvocati dell'associazione "LasciateCI Entrare" è stata quella che allora si chiamava Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione) di corso Brunelleschi, oggi Cpr - prosegue la pastora Bonafede.
Non ho mai potuto dimenticare il senso di desolazione e di orrore che quel luogo ha lasciato in me. Molto superiore delle impressioni ricevute nelle molte carceri che ho conosciuto sul territorio italiano. Gli ' ospiti', come la direzione chiamava i reclusi, erano in casette che spuntavano nello sterrato polveroso e assolato, squallide e collocate, ciascuna, all'interno di enormi gabbie".
La pastora valdese, continua con la drammatica descrizione: "I reclusi vedendo passare il piccolo gruppo di visitatori e visitatrici che si interessavano alle Ioro condizioni di vita, si aggrappavano alle grate per parlare con noi. Nell'istituto non avevano assolutamente nulla da fare, non c'era una biblioteca, né una palestra, né alcuna attività prevista che potesse occuparli.
I loro panni erano stesi ad asciugare su corde improvvisate con le lenzuola arrotolate e precariamente tese tra la maniglia di una porta e due sedie all'esterno. L'impressione di essere di fronte a persone assolutamente smarrite e prive di diritti era palese. Forse anche per questo il suicidio del giovane Moussa Balde mi ha colpito tanto. Perché ho visto il luogo in cui è maturata la sua disperazione. Sulla questione è aperta un'inchiesta e non sta a me intervenire su un procedimento giudiziario che farà il suo corso".
La lettera prosegue ricordando la tragica concatenazione di eventi che ha portato Balde alla morte, dalla precarietà durata anni, al terribile pestaggio patito a Ventimiglia finito in tutte le nostre case perché filmato da un cittadino, fino alla chiusura forzata nel Cpr. Una persona fragile, che viveva nel terrore del rimpatrio in Guinea e che, mentre era sotto custodia da parte dello Stato italiano, non è stata protetta. "Nei giorni passati al Cpr Musa ha chiesto con insistenza perché, dopo essere stato malmenato e ferito, fosse stato rinchiuso in una struttura che lui percepiva come un carcere - continua Maria Bonafede - nessuno gli ha risposto adeguatamente e, nella solitudine della disperazione, si è tolto la vita. Qualche riga di cronaca, le consuete parole di circostanza e poi il caso è stato dimenticato".
Ricordiamo che la morte di Moussa Baldi nel Cpr, il Centro per il rimpatrio di Torino, è l'ennesima ferita che certifica ancora una volta il fallimento delle politiche migratorie e di accoglienza, italiane ed europee. Era arrivato con un barcone nel 2017 e aveva subito presentato la domanda di asilo politico ad Imperia ed era ancora in attesa della convocazione di una Commissione territoriale che doveva valutare il suo caso.
Un tempo assurdamente lungo, si sentiva evidentemente in un limbo senza uscita. Balde aveva imparato l'italiano in pochi mesi e aveva raggiunto il diploma di terza media al centro di formazione territoriale per adulti di Imperia. Poi ancora il vuoto. Aveva anche tentato il passaggio in Francia, dalla frontiera di Ventimiglia, ma era stato respinto dalla polizia francese.
Avrebbe tentato ancora nella speranza di proseguire il proprio personale progetto di vita. Ma è stato pestato barbaramente da tre italiani all'uscita di un supermercato, come si vede fin troppo bene in un video girato da un cittadino. Per lui dopo le cure in ospedale è giunto il trasferimento al Cpr di Torino, senza spiegazioni, un carcere da cui sarebbe uscito solo per vedersi rispedire in Africa. La disperazione lo ha portato ha impiccarsi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 giugno 2021
Lunedì scorso, 14 giugno, una delegazione del Garante nazionale delle persone private della libertà, composta da Mauro Palma ed Emilia Rossi, rispettivamente presidente e componente del Collegio del Garante nazionale e da Elena Adamoli, componente dell'Ufficio, ha visitato il Centro di permanenza per i rimpatri di Torino.
Il Garante, in una nota, rende pubblico che, purtroppo, ha dovuto constatare che molte delle criticità rilevate negli anni precedenti all'interno del Centro permangono tuttora. Per esempio, l'area del cosiddetto Ospedaletto continua a essere una peculiarità gravemente problematica della struttura del capoluogo piemontese, sia per le degradate condizioni materiali in cui versa, sia per la posizione in cui si trova - in una condizione di separatezza e distanza dal resto della struttura - configurando una segregazione di fatto delle persone che vi si trovano.
"Va ricordato - si legge nella nota del Garante -, a questo proposito, che eventuali esigenze di separazione, di tutela delle vulnerabilità individuali non possono mai determinare situazioni di isolamento, peraltro senza alcuna garanzia in ordine alla durata di una simile collocazione e senza l'obbligatoria vigilanza medica".
Osserva che, in generale, la tutela della salute è apparsa gravemente deficitaria soprattutto per quanto riguarda l'assistenza delle persone affette da un disagio psichiatrico, le quali, anziché veder tempestivamente rivalutata la compatibilità delle loro condizioni individuali con la misura restrittiva imposta e, comunque, vedersi somministrata un'adeguata terapia, attendono settimane e anche mesi prima di essere visitate da un medico specialista.
"Nell'attesa - denuncia sempre il Garante nazionale -, la gestione di simili complessità viene affrontata solamente con l'allontanamento della persona che si trova a trascorrere la propria quotidianità in una condizione di segregazione e distanza dalla restante popolazione trattenuta e dal personale preposto all'erogazione dei servizi all'interno del Centro".
Sono molte altre le osservazioni che il Garante nazionale formulerà nel consueto Rapporto che invierà alle Autorità responsabili evidenziando ancora una volta come la custodia di una persona implichi enormi responsabilità per le figure istituzionali e i soggetti coinvolti a vario titolo nelle procedure di privazione della libertà e pertanto richieda un sistema tassativo di garanzie, regole e procedure uniformi a tutela della persona privata della libertà. "Attualmente, invece, il sistema è fortemente carente", rivela il Garante.
Inoltre, il Garante nazionale ha acquisito informazioni e documenti relativamente al recente suicidio di Moussa Balde, ospite del Centro. Successivamente alla visita, il Garante nazionale si è incontrato con la Procuratrice Capo di Torino, Anna Maria Loreto, per riferirle le proprie valutazioni in merito alla tragica vicenda.
Molte delle criticità rilevate a Torino sono comunque presenti anche negli altri Cpr del Paese, come il Garante avrà modo di illustrare nella Relazione annuale al Parlamento, che si terrà il prossimo 21 giugno alla Camera dei Deputati e nella quale il Garante nazionale sollecita i decisori politici a procedere a un ripensamento complessivo del sistema della detenzione amministrativa per persone migranti.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 17 giugno 2021
Sentirsi utili per il miglioramento della collettività come viatico verso il cambiamento. È questo l'obiettivo del Protocollo d'Intesa per lo svolgimento di attività di lavoro volontario e gratuito per progetti di pubblica utilità da parte dei detenuti siglato presso il circolo Unificato di Presidio a Palazzo Salerno. L'accordo ha la finalità di favorire il reinserimento sociale delle persone detenute nelle case circondariali di Secondigliano e Poggioreale, che saranno impiegate in lavori di pubblica utilità ed è un esempio di sinergia e collaborazione tra le istituzioni, che si impegnano reciprocamente per il recupero delle persone sottoposte a misure di privazione della libertà.
Il Protocollo d'Intesa è stato siglato dal Generale di Corpo d'Armata Giuseppenicola Tota per il Comando delle Forze Operative Sud, dal Provveditore Antonio Fullone per il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria, da Angelica Di Giovanni per il Tribunale di Sorveglianza di Napoli e dal Garante dei Diritti delle Persone private della Libertà Personale Samuele Ciambriello.
Nei prossimi due anni, i detenuti a basso indice di pericolosità, provenienti dalle Case Circondariali "Pasquale Mandato" di Secondigliano e "Giuseppe Salvia" di Poggioreale, saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello Stadio Militare "Albricci", occupandosi principalmente di pulizia delle aree esterne e di cura del verde. Il principio alla base del Protocollo è che, attraverso il lavoro a favore della collettività, i detenuti possano nuovamente sentirsi membri produttivi della società e contemporaneamente acquisire competenze ed abilità utili ad un reinserimento lavorativo, al termine della pena. Il protocollo prevede anche la possibilità di organizzare eventi, manifestazioni ludiche, conferenze a favore dei detenuti e dei loro figli per promuovere i valori della legalità e del vivere comune.
"La firma di oggi sancisce l'inizio di un'attività molto significativa" ha commentato il Comandante delle Forze Operative Sud Gen C.A. Giuseppenicola Tota "il lavoro è, infatti, un mezzo privilegiato per il recupero e la formazione della persona. Auspico che, attraverso le attività che svolgeranno allo stadio "Albricci", i detenuti possano formarsi professionalmente e sviluppare quel senso di responsabilità, fondamentale per vivere nella società civile".
Il Provveditore regionale Antonio Fullone ha evidenziato l'importanza del fare "rete" sul territorio per promuovere azioni concrete per il reinserimento sociale delle persone detenute che si impegnano per il cambiamento del proprio percorso di vita e per restituire alla collettività ciò che stato tolto dalla commissione del reato. "Su questo punto l'impegno del PRAP è molto determinato, l'accordo firmato oggi con il Comando delle Forze Operative Sud ne è testimonianza tangibile".
Il Garante Regionale Campano delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello ha ringraziato il Comando Forze Operative Sud per aver offerto a decine di detenuti diversamente liberi, un lavoro di pubblica utilità che coniughi certezza della pena e qualità della pena che passa attraverso il diritto al lavoro, la tutela della salute e il diritto all'istruzione, evidenziando che "La giustizia deve sempre esprimere un volto umano, ciò significa come dice l'art. 27 della Costituzione, che la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità e deve tendere al reinserimento sociale del recluso".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 17 giugno 2021
Don Piergiorgio e la casa d'accoglienza per ex detenuti a Cordenons. Se il carcere ha cessato di essere un luogo di emarginazione per diventare una realtà sociale e se si va verso un aumento delle misure alternative alla detenzione, molto si deve al volontariato. Nel tempo è divenuto un punto di riferimento per tanti ospiti che hanno compiuto un radicale cambiamento del pensare e dell'agire. Questo grazie al ruolo innovativo che ha svolto, e continua a svolgere, in una concezione della pena non limitata alla detenzione.
Ne sono convinti i volontari della casa d'accoglienza "Oasi 2" a Cordenons (Pordenone) che ospita adulti in situazioni di difficoltà, con un'attenzione speciale nei confronti degli ex detenuti. L'avventura del gruppo muove i primi passi nel 1991 con l'associazione "Carcere e Comunità" grazie all'allora cappellano della Casa circondariale di Pordenone, don Luigi Tesolin. Oggi, a presiedere e guidare la struttura c'è il suo successore, don Piergiorgio Rigolo. "Non un servizio per i soci", si legge nello statuto, "ma esclusivamente per i reclusi, così da rispondere alle loro richieste per quanto ci è possibile". Le finalità? "Coadiuvare le preposte attività istituzionali nell'attuazione del trattamento rieducativo dei detenuti e tendere anche al reinserimento sociale degli stessi".
La casa d'accoglienza è nata in un momento nel quale la Chiesa diocesana si chiedeva come lasciare segni importanti di solidarietà, fraternità, giustizia e impegno. E così nel 2014 "è venuta l'idea di aprire questa struttura per accogliere persone che noi conoscevamo poiché le incontravamo abitualmente in carcere o nel gruppo degli alcolisti anonimi", spiega don Rigolo, chiarendo i motivi della scelta: "Ci siamo resi conto che non potevamo accontentarci di qualche buon gesto o di una buona parola, ma era necessaria una condivisione, un impegno al di là di ogni calcolo, con una fiduciosa speranza anche nell'attività e che destasse nella diocesi intera un'attenzione particolare a persone che vengono guardate con diffidenza e rimangono sconosciute ai più".
I volontari organizzano ogni settimana incontri culturali con esperti all'interno dell'istituto di pena, si adoperano per la donazione di beni di prima necessità, denaro, cancelleria, si preoccupano di chiamare i parenti e i legali. E, a proposito dei loro cari, è nata recentemente, quale attività complementare, la "Comunità multifamiliare" e ogni mese i detenuti e i loro familiari trovano un'occasione di ascolto e aiuto reciproco affinché non si sentano soli ad affrontare un momento così delicato della vita. Poi ci sono gli eventi dell'anno più importanti: la festa della mamma (viene donato un fiore a ciascuno con un messaggio di speranza), la messa in suffragio per i detenuti e i soci defunti, il 2 novembre, e la Giornata dell'educazione alla legalità, il 15 novembre, che si celebra nelle scuole, nelle parrocchie e nelle associazioni.
"Il nostro percorso comincia con un primo colloquio con l'educatore della Casa circondariale e con l'avvocato per capire le prospettive che potrebbero aprirsi dopo un nostro intervento a sostegno del ristretto", prosegue il cappellano, rivelando che "si sta sviluppando un'attenzione e una sensibilità particolari sia da parte dei sacerdoti sia dei laici. Tra l'altro ogni settimana chiamo i parroci proprio per favorire e attivare una rete di solidarietà e un contatto più diretto con chi è fuori. Molti di essi scoprono persone completamente diverse da come le immaginavano. I volontari stessi rimangono stupiti delle riflessioni e della profondità dei discorsi dei detenuti. Devo dire che tutto questo è possibile grazie al sostegno del vescovo di Concordia-Pordenone, Giuseppe Pellegrini, che non fa mai venir meno il suo incoraggiamento e il suo supporto". Salvare la dignità dei detenuti, lottare per la loro emancipazione e il rispetto dei loro diritti, ma anche trovare nuove vie che prevedano alternative alla reclusione sistematica: mentre la situazione altrove resta critica, "Oasi 2" continua il suo servizio anche con il conforto morale e spirituale. "Quando sono stato chiamato dal cappellano del carcere, non ho esitato un minuto, anche in virtù dell'esperienza maturata nel cammino neocatecumenale", racconta Italo Sist, una delle colonne dell'associazione. "Lì ho appreso che il Signore non devo cercarlo in cielo, ma nella vita di tutti i giorni. Ha il volto dei miei fratelli, in particolare quelli sofferenti", continua.
"Al resto ha pensato la pastorale di mediazione, tappa prevista da questa esperienza di fede, che mi ha invitato a farmi prossimo". La scelta del carcere, ricorda il volontario, risale a diversi anni fa e oggi cerca di trasferire la sua esperienza spiegando ai giovani cosa vuol dire prestare servizio al fianco dei detenuti: "È necessario soddisfare il più possibile i loro bisogni materiali e morali. Incontrare i familiari che si sono trovati ad affrontare questo imprevisto della vita. È fondamentale cercare di riattivare il circuito comunicativo con i loro cari e mantenere vivi i contatti con gli avvocati di riferimento. Il tutto per arrivare a ottenere una forma alternativa di detenzione o aiutarli quando hanno scontato la pena". Che è poi l'obiettivo principale di "Oasi 2" che, secondo Sist, "è un presidio ottenuto grazie all'aiuto della Provvidenza per dare una chance a chi è rimasto solo e vuole tornare alle pratiche di vita buona nella società".
di Antonio Carletti
youtvrs.it, 17 giugno 2021
Il lavoro per scontare la pena e puntare al reinserimento sociale era già una realtà. Ora l'agricoltura all'interno del carcere diventa anche un modo per dare un aiuto alla comunità con i prodotti dell'orto sociale di Barcaglione che saranno destinati alle famiglie in difficoltà economiche.
Merito dell'ottimo lavoro che si sta facendo tra le mura della struttura carceraria dove i circa 60 detenuti che partecipano ai lavori sono seguiti dal tutor di Coldiretti, Antonio Carletti, e dall'occhio vigile di Sandro Marozzi, l'agronomo di Barcaglione. Una vera e propria azienda agricola e zootecnica. I detenuti coltivano frutta e verdura, producono olio extravergine di oliva dall'oliveto e miele dalle arnie, allevano 20 pecore (con la vendita di carne di agnello affidata al punto vendita dell'azienda Giangiacomi) e gestiscono un laboratorio caseario.
Ora parte dei prodotti dell'orto saranno destinati al Mercato Dorico di Campagna Amica, recentemente aperto in via Martiri della Resistenza, da dove Coldiretti è impegnata già da tempo in progetti di solidarietà per dare una mano alle persone in difficoltà economiche. Nel corso dei mesi, con la crisi pandemica che ha colpito le famiglie già bisognose e ne ha abbracciate di nuove, Coldiretti ha avviato varie iniziative e, tra "spesa sospesa" e i pacchi della solidarietà, ha consegnato nella sola provincia di Ancona oltre 11mila chili di prodotti alimentari Made in Italy, a chilometro zero e di altissima qualità. A questi si aggingerà anche il contributo fattivo del carcere di Barcaglione, i cui prodotti saranno periodicamente regalati alle famiglie indigenti, con l'intento da parte dei detenuti di restituire alla società qualcosa di concreto e ricostruirsi un percorso di socialità.
- Zagrebelsky e i dilemmi del diritto. L'umiltà che serve alla giustizia
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