di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Percorso di letture attraverso due volumi recenti: "Una fragile indipendenza", di Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli (edito da Seb27) e "Perché abolire il carcere", di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi (edito da Apogeo). Quattro autori, quattro diverse biografie per due libri che affondano le mani sui temi della giustizia penale, del carcere e dei suoi protagonisti.
Un magistrato (Paolo Borgna) e un giornalista e insegnante (Jacopo Rosatelli) conversano intorno alla magistratura e alla sua fragile ma necessaria indipendenza (Una fragile indipendenza, Edizioni SEB 27, pp. 136, euro 15). Un professore universitario, sociologo, studioso della pena e delle sue ambiguità (Giuseppe Mosconi) rilancia insieme a Livio Ferrari (attivista, giornalista, cantautore, francescano) il manifesto abolizionista No prison (Perché abolire il carcere.
Le ragioni di "No Prison", Edizioni Apogeo, pp. 105, euro 15). In ogni dialogo, quando autentico, non c'è un vincitore né un detentore monopolista della verità. Attraverso la lettura di alcuni scambi è possibile affrontare grandi temi quali la giustizia, i rapporti tra governanti e governati, i limiti del diritto al potere, la funzione della legge nella società, il senso delle pene. I dialoghi, tanto più tra personalità provenienti da mondi diversi, ci permettono di procedere lentamente, e senza scorciatoie semplificative.
La conversazione tra Jacopo Rosatelli e Paolo Borgna, magistrato per lunghissimi trentanove anni a Torino, si dipana in quel difficile confine tra politica e giustizia, tra media - vecchi e nuovi - e società. Il libro ha la forma del dialogo, ma ha la forza di un viaggio intorno ai dilemmi di una sinistra che da vari decenni non ha trovato la chiave di lettura per interpretare la funzione della giustizia penale in un mondo come quello odierno, dove l'assenza di corpi sociali intermedi ha dato forza all'offerta populistica e a quel circolo vizioso mediatico-politico nel quale non vi è spazio per quelle riflessioni ponderate e profonde sul garantismo che, viceversa, si leggono nel libro. Ecco, per capire come districarsi tra corruzione e enfasi investigativa, tra abusi nelle indagini e giustizia di classe, tra disonesti e criminali, tra consorterie di potere e ruolo strategico e nobile dell'associazionismo politico nella magistratura, Rosatelli e Borgna, con parole diverse ma esito condiviso, suggeriscono di tornare alla teoria garantista e democratica di Luigi Ferrajoli. Altra sarebbe stata la storia se solo le forze progressiste, liberali e genericamente di sinistra, anziché inseguire la piazza, si fossero affidate nel cuore degli anni '90 al pensiero di Ferrajoli, al suo spiegare come il diritto penale nasca per porre un limite alla violenza delle pene e dei delitti e non per costruire le basi dell'internamento di massa.
Probabilmente la linea culturale delle forze progressiste sarebbe stata più riconoscibile. Invece abbiamo visto, anche a sinistra, avallare prese di posizioni a favore di politiche repressive, violente, potenzialmente razziste come quelle delle Broken Windows di Rudolph Giuliani. Negli anni in cui Giuliani da sindaco di New York, emulato anche da noi, predicava la tolleranza zero contro chi viveva nelle periferie urbane (chi non ricorda le ordinanze fiorentine contro i lavavetri trattati alla stregua di pericolosi criminali), Thomas Mathiesen, sociologico norvegese purtroppo da pochissimo scomparso, lanciava l'opzione abolizionista del diritto penale e del carcere.
Il libro scritto da Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi non si limita a riproporre la dottrina penale abolizionista ma la fa propria ripubblicando un manifesto che aveva già visto la firma del compianto Massimo Pavarini. Si legge nel Preambolo: "Due retoriche spingono oggi il carcere ad assumere un ruolo centrale sulla scena politica e sociale italiana, proponendolo come riferimento fondamentale all'opinione pubblica. Una cultura punitiva e persecutoria contro ogni illecito che sia espressione di marginalità e vulnerabilità sociale, enfatizzato come nemico e pericolo pubblico, e una cultura giustizialista che attribuisce alla persecuzione penale il ruolo di principale rimedio contro i mali che affliggono il sistema politico ed economico nazionale: corruzione, speculazione, distrazione di denaro pubblico, criminalità organizzata, etc. Di contro a questa crescente centralità il carcere manifesta più che mai la sua assoluta inadeguatezza, non solo non riuscendo ad assolvere alle sue funzioni fondative, il cui fallimento storico è evidente, ma dimostrandosi totalmente inefficace nella soluzione delle questioni attribuitegli".
Ecco il filo rosso che lega i due libri: quella cultura punitiva e anti-garantista che ha elevato il carcere a strumento onnivoro diretto al consolidamento del consenso politico e sociale, non riuscendo ad assecondare lo scopo normativo assegnatogli. L'abolizionismo, nelle parole di Ferrari e Mosconi, viene sottratto dal campo dell'utopia e posto nel mondo delle opzioni possibili. Direi che è un percorso più che un singolo atto. Un percorso che non può prescindere, aggiungo, da una rivoluzione antropocentrica.
di Paolo Rodari
La Repubblica, 15 giugno 2021
Pubblicato il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dei Poveri che sarà celebrata il 14 prossimo novembre. Un testo non scontato, nel quale dopo un anno e mezzo di pandemia chiede risposte per la piaga della disoccupazione, denuncia una finanza senza scrupoli che crea sempre nuove trappole dell'indigenza e dell'esclusione, e ricorda come a pagare il prezzo più altro siano sempre i poveri che vivono in condizioni disumane. Sono alcuni spunti contenuti nel messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dei Poveri. Il testo è stato reso noto oggi. La Giornata sarà celebrata il 14 prossimo novembre.
Con la pandemia, dice Francesco, "si è aggiunta un'altra piaga che ha moltiplicato ulteriormente i poveri". "Uno sguardo attento richiede che si trovino le soluzioni più idonee per combattere il virus a livello mondiale, senza mirare a interessi di parte. In particolare, è urgente dare risposte concrete a quanti patiscono la disoccupazione, che colpisce in maniera drammatica tanti padri di famiglia, donne e giovani".
Per il Papa la povertà è frutto di un sistema "senza scrupoli". C'è chi considera i poveri "un peso intollerabile per un sistema economico che pone al centro l'interesse di alcune categorie privilegiate". Ma "un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie". "Si assiste così - dice ancora Francesco - alla creazione di sempre nuove trappole dell'indigenza e dell'esclusione, prodotte da attori economici e finanziari senza scrupoli, privi di senso umanitario e responsabilità sociale".
La presenza dei poveri nelle nostre società, spiega ancora il Papa, "è costante, ma non deve indurre a un'abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone 'esterne' alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l'emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l'inclusione sociale necessaria".
Papa Francesco sottolinea che "un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L'elemosina è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui", rileva il Pontefice concludendo: "Non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma piuttosto di contrastare la cultura dell'indifferenza e dell'ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri".
Il Papa ricorda che essere cristiani "implica la scelta di non accumulare tesori sulla terra, che danno l'illusione di una sicurezza in realtà fragile ed effimera. Al contrario, richiede la disponibilità a liberarsi da ogni vincolo che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine, per riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e nessuno". E ancora: "Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un'esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo. Si tratta, pertanto, di aprirsi decisamente alla grazia di Cristo, che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo".
Il pensiero del vescovo di Roma è rivolto anche alle donne, "così spesso discriminate e tenute lontano dai posti di responsabilità, nelle pagine dei Vangeli sono invece protagoniste nella storia della rivelazione". Riferendosi alla donna citata dal Vangelo, che porta il profumo per Gesù, e viene criticata dagli altri, il Papa dice: "Questa donna anonima, destinata forse per questo a rappresentare l'intero universo femminile che nel corso dei secoli non avrà voce e subirà violenze, inaugura la significativa presenza di donne che prendono parte al momento culminante della vita di Cristo: la sua crocifissione, morte e sepoltura e la sua apparizione da Risorto".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 15 giugno 2021
A sei mesi dalle elezioni il leader nicaraguense getta in carcere candidati e oppositori. Daniel Ortega fa quello che nessuno avrebbe mai osato fare. Infrange il mito della ritrovata libertà, sbatte in galera l'eroina della rivoluzione sandinista che riportò la democrazia in Nicaragua. Dopo avere messo agli arresti, in carcere e a casa, i candidati che minacciano la sua quarta rielezione alle presidenziali di novembre, fa arrestare Dora Maria Téllez assieme ad Ana Vijil, attivista dell'ex Movimento Rinnovatore Sandinista oggi chiamato Unamos.
Muove a entrambe le solite accuse che addossa ad altri quattro rappresentanti di spicco dell'opposizione. Tutti ex guerriglieri ed ex compagni di battaglia del presidente. Docente di Storia, tra le più note e stimate intellettuali dell'America Latina, a soli 22 anni Téllez era la Comandante Dos del Fronte sandinista di liberazione nazionale clandestino; fu lei a guidare l'assalto al Palazzo Nazionale, la ofensiva final, descritta in un celebre libro di García Márquez, che segnò il punto di svolta nella guerra civile e l'inizio della fine della dittatura di Anastasio Somoza.
Dopo il trionfo dei sandinisti, nel 1979, venne eletta ministra della Salute nel primo governo democratico, l'unica donna a ricoprire incarichi di rilievo del potere rivoluzionario. Non ha mai terminato i suoi studi di Medicina che aveva deciso di interrompere quando entrò in clandestinità per far parte dei quadri dirigenti giovanili del Fsln. Era capa dello Stato maggiore del Fronte Rigoberto López Pérez. Preferì dedicarsi alla sua passione per la storia che ha continuato a insegnare nelle università.
Rientrata nella vita civile, la Comandante Dos, ricorda El País, aderì al nuovo progetto politico dello scrittore Sergio Ramírez. Come altri amici ed ex compagni di lotta era critica con la deriva impressa da Ortega ai principi ispiratori della lunga rivolta armata. Nel 2005 è stata chiamata a Harvard per occupare la cattedra di Studi latinoamericani Robert Kennedy ma Bush le negò il visto bollandola come "terrorista". Dal 2007 l'aria a Managua ha cominciato a diventare pesante. Tornato al potere, Ortega, assieme alla moglie Rosario Murillo, ha instaurato un governo sempre più autoritario. Ci sono state le prime manifestazioni di protesta culminate nel 2018 con la durissima repressione, il terrore, gli arresti, gli omicidi, le sparizioni ad opera dei servizi segreti e la polizia nazionale.
Ora, a sei mesi dalle prossime elezioni presidenziali la nuova stretta della coppia al potere. Tutti gli ex amici e compagni in galera. Tutti accusati di reati inseriti dalle nuove leggi che Ortega ha imposto tramite il Parlamento e la magistratura. Ha paura del voto. Sa che se perde le elezioni per lui e Murillo è finita. Con l'arresto di Dora Maria Téllez, Ortega conferma l'ossessione che avvolge la sua fame di potere e si conferma tra i peggiori nemici della libertà nel Continente. Un vero dittatore. Condanna unanime, Usa e Ue in testa.
di Sabino Cassese
Il Foglio, 15 giugno 2021
Se lo chiedono in molti: la democrazia è in pericolo? Ecco le due campane, una rappresentata da Ademo (senza popolo), l'altra dal suo opposto, Demo. Il primo è un personaggio della famosa "Utopia" di Thomas More (1516). Ma potrebbero anche chiamarsi come i due famosi protagonisti della "Montagna magica" di Thomas Mann (1924) Naphta, il reazionario, e Settembrini, il progressista e illuminista.
Ademo. Sulla democrazia è calato "l'inverno del nostro scontento". C'è un diffuso disincanto per la democrazia. Pochi credono nel suo progresso. Anche i paesi democratici si venano di elementi autoritari. La pandemia ha mostrato la fragilità delle democrazie, la loro incapacità di decidere. Per molti le democrazie sono "Lebensunfähig", cioè incapaci di sopravvivere.
Un autore tedesco, Tristan Barczak, ha scritto un libro intitolato Der Nervöse Staat (Mohr Siebeck, 2021), in cui analizza lo Stato d'eccezione, quello in cui abbiamo vissuto negli ultimi tempi. La più antica democrazia, quella britannica, nega il diritto di voto ai prigionieri. La democrazia americana mostra segni di difficoltà (basti pensare all'assalto a Capitol Hill). Siamo ben lontani da quella "politique rationelle" di cui parlava Alphonse de Lamartine. Ci si chiede quale è il lato della democrazia da conservare e quale, invece, quello di cui liberarsi.
Demo. Non nego che siamo in difficoltà. Qualcuno parla di una recessione della democrazia. Qualcuno lamenta l'erosione del capitale di fiducia, qualcun altro segnala la crisi rinviata del capitalismo. Ritengo, tuttavia, che i segni di crisi - se di crisi si può parlare - vadano esaminati uno per uno, per non fare di tutta l'erba un fascio.
Inoltre, se ci sono inconvenienti nel funzionamento delle democrazie moderne, se ne può trarre la conclusione che l'istituto della democrazia sia in crisi? Difficoltà congiunturali debbono far dubitare della bontà strutturale della democrazia? Se si dovesse abbandonare la democrazia, quale altro tipo di reggimento politico scegliere? La storia del mondo non insegna che vi è stata una continua tendenza a introdurre ordinamenti democratici? Ritorno comunque al mio argomento principale: quali sono gli inconvenienti della democrazia?
Ademo. Comincio con la lentezza. Il presidente americano Biden ha recentemente riferito che il presidente cinese Xi Jinping "ritiene che le democrazie siano troppo lente".
Demo. Ma la lentezza è segno del carattere temperato, riflessivo della democrazia. Le ricordo che Thomas More, nel suo famoso libro Utopia, esponeva l'idea che una proposta non potesse essere decisa prima di un certo numero di giorni. E l'articolo 94 della Costituzione italiana, allo stesso scopo, prevede che la mozione di sfiducia al governo "non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione". Quindi, il tempo, fa parte della democrazia, anche se poi vi sono differenze di velocità che dipendono dalle culture nazionali. Poi, le esperienze concrete dimostrano che non si può affermare che i sistemi autoritari sono efficienti, mentre i sistemi democratici non lo sarebbero. Basti pensare a certe esperienze autoritarie dell'America centrale e meridionale, oppure, sul lato opposto, all'esperienza della democrazia britannica al suo apogeo. In altre parole, vi sono sia democrazie sia regimi autoritari che hanno tempi lunghi.
Ademo. Ma la democrazia vorrebbe che il potere venisse esercitato dal popolo, mentre oggi quasi tutte le democrazie hanno un carattere leaderistico. I partiti si sono liquefatti; il potere è personalizzato. Più che di popolo si può parlare di folla, come nel teatro di Shakespeare. Poi, il potere non consiste nel "saper fare" per chi pensa che "uno vale uno" e disprezza la competenza. La rappresentanza, una volta, era considerata una "designazione di capacità" (Vittorio Emanuele Orlando, 1889). Nel 1881, Marco Minghetti nel suo libro su I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia nell'amministrazione (Bologna, Zanichelli, p. 218-219), faceva una previsione che non si è realizzata: "La tendenza scientifica del nostro tempo produce l'effetto di introdurre l'elemento tecnico in ogni parte della cosa pubblica... è da credere che nell'avvenire non sarà più possibile chiamare al ministero di agricoltura un maestro di musica, o a quello di marina un avvocato". La democrazia sta sempre più perdendo questo sua componente essenziale della competenza. Come si può governare una società se i rappresentanti del popolo non hanno alcuni requisiti essenziali di competenza? Poi, la politica è sempre più istantanea: a ogni elezione locale, regionale, europea, si chiede un aggiornamento della rappresentanza nel Parlamento nazionale, così negando l'autonomia degli enti. La classe politica è composta di "spiriti di corta vista che appassiscono in corso di fioritura", che fanno proposte quotidiane alla ricerca di consensi immediati. La politica è sempre più gladiatoria, immediata, di rappresentazione, non riflessiva, spettacolarizzata, superficiale, asincrona, perché ognuno va per la sua strada, con i suoi tempi.
Demo. Non nego che cambino le forme in cui la democrazia opera. Ma alla crisi dell'associazionismo politico fa riscontro un pullulare di associazionismi di tipo sociale e parapolitico. Se l'associazionismo politico è in crisi e le forze politiche sono sempre meno partiti-associazioni, rimane però l'elemento competitivo, schumpeteriano, della democrazia, che consente di offrire scelte all'elettorato tra leader in concorrenza tra di loro. Se i politici sono meno competenti, l'assenza è compensata da organismi epistocratici che costituiscono riserve di competenza (banche centrali, corti costituzionali).
La corta vista dei politici nazionali è compensata dalla vista necessariamente lunga dei politici impegnati a livello sovranazionale. Il carattere gladiatorio, spettacolare, teatrale della politica democratica non va imputato soltanto al corpo politico, ma anche al suo pubblico, e in particolare ai mezzi di comunicazione di massa, che ne accentuano le caratteristiche peggiori. La asincronia della politica può essere anche il segno di un sostanziale accordo sugli obiettivi di fondo o sulla necessità di ogni forza politica di dialogare con il proprio elettorato.
Ademo. Un altro segno di crisi, in particolare di quella italiana, è il continuo ricorso ai cosiddetti tecnici. Perché si vota, se poi bisogna ricorrere ad essi? In un quarto di secolo, abbiamo avuto prima Ciampi, poi Dini, poi Monti, poi Conte, nelle due versioni, infine Draghi. Poi, vi sono stati tecnici componenti dei governi: con Ciampi metà dei ministri erano tecnici; nel primo governo Conte, un terzo; nel suo secondo governo un quarto, nel governo Draghi di nuovo un terzo. I partiti, rinunciando a fare i partiti-associazione e divenendo movimenti, hanno aperto la strada a tutti questi tecnici.
Demo. Ma si può tracciare una linea di separazione netta tra cosiddetti tecnici e politici? Vi sono politici che sono anche tecnici, come Brunetta, oppure tecnici che hanno anche svolto attività politica, come Bianchi. Oppure tecnici che operano, in quanto membri dei governi, in aree estranee alla loro specifica competenza. Oppure tecnici come Draghi, che ha svolto per dieci anni il ruolo di direttore generale del Tesoro, per sei quello di governatore della Banca d'Italia, per otto quello di presidente della Banca centrale europea.
Si può dire che quest'ultimo non sia un politico? Questi sono segni della fragilità e della forza della democrazia. Consapevole delle proprie debolezze, si appoggia a chi ne sa di più: molti di questi tecnici non sono genericamente soltanto degli esperti, ma hanno anche esperienze organizzative. E questo comporta anche una riscoperta dell'articolo 92 della Costituzione, che conferisce al presidente della Repubblica il compito di nominare il presidente del Consiglio dei ministri, mentre una volta questa decisione era il frutto di un accordo tra i partiti.
Ademo. Un altro limite della democrazia è quello di sottoporsi a poteri sovranazionali che non hanno legittimazione democratica. Questi poteri sovranazionali rispondono al criterio di una "machine that runs of itself", per adoperare una espressione usata da James Russell Lowell nel 1888 per criticare la fiducia di alcuni costituenti americani nella perfezione meccanica del sistema politico americano. Anche se gli organismi sovranazionali sono monofunzionali, la globalizzazione è prevalentemente amministrativa o riguarda la "low politics", le amministrazioni nazionali partecipano alla formazione della volontà degli organismi sovranazionali, tutto questo non toglie che nell'arcipelago pubblico i regolatori globali non abbiano diretta legittimazione democratica.
Demo. Ma gli organismi globali hanno il supporto degli Stati nazionali e spesso anche degli organismi substatali. Godono, quindi, di una legittimazione indiretta. Inoltre, essi concorrono a limitare il potere degli Stati, quindi svolgono una funzione democratica. Anche se non democratiche, le organizzazioni sovranazionali tengono bene sotto controllo quelle nazionali: basti pensare ai due esempi dell'Ungheria e della Polonia nell'Unione Europea.
Ademo. Parliamo anche dei segni di crisi della democrazia che derivano dall'esperienza della pandemia. Il politologo americano Francis Fukuyama, in un'intervista data al Corriere della Sera del 20 maggio 2021, ha osservato che "l'altro grosso effetto della pandemia è il rilancio dello Stato come investitore e come regolatore". In uno studio intitolato "The Effect of Covid on Eu Democracies" (European Policy Institutes Network, 30 aprile 2021), viene osservato che gli esecutivi si sono rafforzati, si sono indeboliti i controlli dei parlamenti sui poteri esecutivi, i parlamenti sono stati messi da parte.
Demo. Queste critiche della democrazia considerano soltanto l'aspetto della legittimazione elettorale, che risale alle definizioni enfatiche della democrazia, come quella di Lincoln (1863), come governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo, oppure quella delle Nazioni Unite, come libera espressione della volontà dei popoli nel determinare i propri sistemi politici, economici, sociali e culturali. Ma la democrazia è innanzitutto limite del potere.
Per capire questo, bisogna ritornare a un attento osservatore del potere, quale è stato Shakespeare. I grandi protagonisti detentori del potere nei drammi di Shakespeare, da Riccardo III a Giulio Cesare, incontrano un solo limite al proprio potere: quello naturale, la morte. Oggi il potere nasce limitato. Non è duraturo, perché sono pochissime le cariche assegnate a vita. Esse non hanno espansione illimitata perché definite dalla competenza. Incontrano limiti nei contropoteri. Il potere è distribuito.
Ademo. Questo porta acqua al mio mulino. Non tutti i poteri sono democratici, nonostante l'altisonante dichiarazione dell'articolo 1 della Costituzione italiana. I titolari del potere esecutivo e quelli del potere giudiziario non godono di una legittimazione elettiva.
Demo. Concordo: quell'incipit dell'articolo 1 della Costituzione è enfatico. Prende la parte per il tutto. Non tutto il sistema politico costituzionale italiano è retto dal principio democratico, e lo stesso può dirsi per tutti gli altri reggimenti democratici del mondo. Ma la democrazia, come limite del potere, è anch'essa limitata, perché si può esercitare solo in certi ambiti e solo da parte di certi soggetti. Ed è limitata nella sua durata.
Non a caso i costituenti americani hanno previsto durate tanto diverse per i vertici dello Stato, due, quattro e sei anni. E hanno stabilito in qualche caso limiti al rinnovo. In Italia, la durata in carica del presidente della Repubblica è superiore a quella delle assemblee parlamentari perché - come osservava Costantino Mortati, uno dei costituenti - il presidente è così svincolato meglio dalla maggioranza che lo ha eletto, per raggiungere un migliore equilibrio istituzionale garantito dalla contemporanea presenza di organi che rispecchiano situazioni politiche non pienamente coincidenti tra di loro. In altre parole, la maggioranza di un certo momento non prende tutto, grazie alla durata diversa delle cariche.
Ademo. Anche l'elezione è uno strumento ambiguo. In che cosa consiste? Non si sceglie, ma si approva. Si approva un orientamento, indicando un partito; si approva una lista, indicando un elenco di persone. La scelta delle persone è fatta da altri, dai proponenti, cioè dalle forze politiche. E queste non riescono a scegliere le persone adatte, anche perché è difficile dire quali siano quelle giuste. Poi, perché i cosiddetti rappresentanti debbono essere anche i gestori della cosa pubblica? Non sarebbe bene che i rappresentanti fossero nettamente separati dai gestori? E non sarebbe necessario stabilire che, come vi sono requisiti di età e di cittadinanza vi siano anche requisiti di competenza e di esperienza per poter essere designati dalle forze politiche?
Demo. Ma proprio perché la democrazia è un regime così ambiguo si preferisce avere più democrazie, che si controllino reciprocamente e si preferisce far esprimere il popolo non solo con le elezioni, ma anche con il dibattito pubblico, allargando lo spazio pubblico alla cosiddetta democrazia deliberativa. Inoltre, l'elettore compie una scelta. Si trova nelle stesse condizioni di un acquirente al quale vengono offerti più prodotti diversi per qualità e prezzo. Il votante, come l'acquirente, deve operare una scelta. Ma può anche non farlo, astenendosi dal voto, così come l'acquirente può rinunciare all'acquisto del bene. Quanto alla separazione tra rappresentanza e gestione, questa è presente "in nuce" in tutti gli ordinamenti moderni, anche se in Italia è tradita. Infatti, al vertice del potere esecutivo, al corpo politico spetterebbero indirizzo e controllo, e all'alta amministrazione spetterebbe la gestione. Con l'introduzione dello "spoils system", tuttavia, questa distinzione è rimasta sulla carta.
Ademo. Ma ci si fida tanto poco della democrazia che viene anche sottoposta a controlli. I costituenti americani temevano la tirannide della maggioranza e quindi buttarono molta sabbia nelle ruote della democrazia, sia con una rigida separazione dei poteri sia riconoscendo un compito tanto importante alla Corte suprema (giudicare le leggi).
Demo. Questo non è un segno di debolezza, ma, al contrario, un segno di forza della democrazia. La democrazia non ha un eccesso di fiducia in sé stessa. Non nasce come uno strumento onnicomprensivo, totalizzante. Ha in sé stessa i propri limiti. Si potrebbe dire, riprendendo un dibattito che ha attraversato la storia del costituzionalismo americano fino a Woodrow Wilson, che la democrazia è ispirata a una idea darwinistica e non newtoniana, quindi non meccanicistica dei sistemi politici.
Ademo. Questo non vuol dire che, nell'ambito che è proprio della democrazia, la tirannide della maggioranza possa essere meno pesante della tirannide di un piccolo gruppo di persone in un regime autoritario. Se questo fosse composto da una élite illuminata, non sarebbe meglio?
Demo. Nel corso della storia non vi sono stati casi di un ristretto manipolo di persone illuminate che, esercitando il potere, non ne abbiano abusato. Rimango, quindi, dell'opinione che i regimi democratici siano migliori di quelli autocratici a patto che nelle democrazie vi siano buoni giardinieri, perché le democrazie sono come i giardini: vanno disegnati bene; i semi vanno piantati, concimati, innaffiati; si deve contare sulla qualità del terreno, su condizioni atmosferiche favorevoli; poi, occorre procedere alle potature e agli innesti e solo alla fine ci sarà un bel giardino. Voglio dire che contano anche le circostanze e i contesti. Il peggiore sovrano d'Inghilterra, re Giovanni, firmò nel 1215 la Magna Carta. Quando si parla della democrazia italiana, non bisogna mai dimenticare quello che osservava Franco Venturi: "C'è la necessità di porsi e di riporsi il problema dell'unità. Non bisogna dimenticare mai che l'ultimo anno in cui ci fu in Italia un governo unico prima del 1861 è il 568, quando arrivarono i longobardi" (Franco Venturi, in Corrado Stajano, Maestri e infedeli. Ritratti del Novecento, Milano, Garzanti, 2008,p. 300). Infine, la democrazia è il frutto di piccoli aggiustamenti e riaggiustamenti, esempio di quel "social engineering" che era proposto da Karl Popper come alternativo all'olismo, una forma di "filosofia terrena", come l'economia.
Ademo. Voliamo più basso. Non può negare che la Cina abbia reagito più rapidamente e più efficacemente alla diffusione della pandemia e che anche l'Italia abbia dovuto mettersi nelle mani di un generale. Su questa difficile situazione sono state raccolte molte opinioni e svolti molti ragionamenti. Cito per tutti un'opera che in qualche modo li riassume, ponderosa e importante, curata per la Fondazione Leonardo da Alessandro Pajno e da Luciano Violante, Biopolitica, pandemia e democrazia. Rule of law nella società digitale, divisa in tre tomi: vol. I, Problemi di governo, vol. II, Etica, comunicazione e diritti, vol. III, Pandemia e tecnologie. L'impatto su processi, scuola e medicina (Bologna, il Mulino, 2021).
Demo. Riconosco la maggiore complessità delle democrazie. Questa complessità deriva dal fatto che, nel corso della storia, le democrazie hanno ascoltato più voci e hanno canonizzato un maggior numero di interessi collettivi, stabilendo criteri per la loro tutela. Quindi, ogni nuova decisione deve tener conto dei beni ambientali da tutelare, del patrimonio culturale da garantire, degli interessi dei lavoratori da proteggere, e così via. Ma questa maggiore complessità non comporta necessariamente maggiore lentezza, tanto è vero che quasi dovunque si parla di semplificazione e di reingegnerizzazione delle procedure. Uno sforzo di questo tipo è stato avviato e riavviato più volte negli ultimi anni anche in Italia, ma ha avuto due difetti. In primo luogo, non è stato continuo, è stato sottoposto a un ripetuto, "stop and go". In secondo luogo, è stato diretto più a eliminare intralci e inconvenienti che a promuovere e incentivare un maggiore attivismo nelle strutture pubbliche. A questo bisogna porre rimedio.
di Andrea Priante
Corriere della Sera, 15 giugno 2021
Parla Cristiano, il padre dell'imprenditore veneziano liberato dopo 70 giorni di prigionia in Sudan: "Il ministro Di Maio lo riporti a casa. La frode? Carognata di un'altra azienda".
Merco Zennaro è libero, ma ancora bloccato in Sudan. L'imprenditore veneziano che dal primo aprile veniva rimbalzato da una prigione all'altra di Khartoum, lunedì mattina — su decisione di un giudice che ha accertato la consegna di 800mila euro come garanzia finanziaria — è finalmente stato trasferito in una stanza dell'hotel Acropole, lo stesso in cui alloggia suo padre Cristiano, che da oltre due mesi lotta come un leone per riportare a casa il figlio. "È mio papà il vero eroe di questa storia" ha ripetuto ieri Alvise Zennaro, il fratello di Marco. E Cristiano, 75 anni, per la prima volta da quando l'incubo è cominciato torna a sorridere. "Finalmente l'abbiamo tirato fuori da quella maledetta cella. C'era un'apertura sul soffitto dalla quale entrava il sole e un caldo tremendo, fino a 50 gradi. È stata dura", racconta il pensionato.
Come ci siete riusciti? "Ci sono state diverse persone che hanno collaborato alla fine di questo calvario. Serviva un sudanese che facesse da garante, e ci ha pensato il mio amico George Pagulatos, la cui famiglia di origini greche da tre generazioni gestisce l'hotel in cui alloggiamo. E poi negli ultimi giorni si è dato un gran daffare il sottosegretario agli Affari regionali Mohammed Yassin, che ha studiato a Padova e ha casa a Selvazzano Dentro. Lui rappresenta la nuova generazione dei politici sudanesi, persone perbene che sapranno risollevare le sorti del Paese. E poi ci hanno sostenuto padre Norberto, un prete comboniano, e il nostro ambasciatore Gianluigi Vassallo, sempre in contatto con il dg della Farnesina Luigi Vignali. E anche Giorgio Orsoni, l'ex sindaco di Venezia, che è anche lo zio della moglie di Marco".
Un lavoro di squadra. "Era l'unico modo perché mio figlio ne uscisse vivo. Ci sono stati momenti durissimi. All'inizio la Farnesina mi sconsigliava perfino di venire in Sudan, io ho risposto: "Ci vado, perché sono suo padre e voi fareste lo stesso per i vostri figli". E così sono venuto. I primi giorni sono stati terribili, mi rendevo conto di essermi cacciato in una situazione più grande di me. La notte dormivo col telefono sul comodino: suonava ed erano i messaggi audio che mi mandava Marco. Diceva: "Papà non ce la faccio più", erano come pugnalate. La mattina gli facevo consegnare dell'acqua da un tassista, mentre io andavo a trovarlo tutti i pomeriggi per portargli da mangiare. Nell'ultimo commissariato dov'è stato rinchiuso, potevo vederlo solo attraverso una grata. Era in uno stato pietoso. Quelle celle sanno di morte: per chiunque, specie per un europeo, è impossibile sopportare quelle temperature. Non so come Marco ne sia venuto fuori...".
Ora come sta? "È provato sia dal punto di vista psicologico che fisico: ha perso molti chili, le gambe faticano a reggerlo. E parla con voce bassissima che ogni tanto fatico a capire ciò che dice".
Cosa vi siete detti? "Per ottenere la scarcerazione, abbiamo fatto arrivare dall'Italia la somma necessaria, che speriamo di recuperare alla fine del processo. Il giudice ha verificato l'esistenza di questa garanzia e poi ha annunciato, in lingua araba: "Marco è libero". Noi siamo usciti e ci siamo abbracciati. Lui mi ha sussurrato: "Grazie papà"".
Poi di corsa in hotel. "Quando siamo arrivati all'albergo gli ho consigliato di farsi una doccia e di riposare. Lui per un attimo ha esitato. Mi ha risposto: "Ho paura che vengano a prendermi, cosa facciamo se mi riportano dentro?". Gli ho risposto di non preoccuparsi, che adesso ci pensa la Farnesina. Perché la verità è questa: io quello che potevo fare l'ho fatto, il futuro è nelle mani del ministero degli Esteri".
Cosa vorrebbe dire al ministro Luigi Di Maio? "Se ho voluto fare questa intervista è proprio perché sia chiara una cosa: il caso di Marco non è finito finché lui rimane bloccato in Sudan. Al ministro dico: vieni a prendere mio figlio, restituiscilo a sua moglie, ai bambini, e anche alla sua impresa e ai dipendenti che da marzo stanno andando avanti senza di lui".
E una volta a casa? "Intanto occorre chiarire la falsa accusa di aver fornito dei trasformatori difettati: quei pezzi sono perfetti, è stata solo una carognata orchestrata da un'azienda concorrente. Poi, ai responsabili di questo supplizio chiederò i danni. Devono pagare per tutte le sofferenze che hanno causato".
Cosa sta facendo in questo momento suo figlio? "È in camera. Ha telefonato alla sua famiglia, si è commosso. Ho prenotato il barbiere per domani. Intanto oggi abbiamo mangiato un piatto di pasta insieme e stasera lo trascino fuori, così si svaga un po'".
Dove andate? "Lo porto a mangiare il pollo alla brace. Qui vicino c'è un posticino fantastico: finché non ci vai, non puoi dire di sapere quant'è buono il pollo alla brace...".
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 15 giugno 2021
La questione per la democrazia italiana è una: come agevolare un itinerario, talvolta doloroso, di liberazione individuale e collettiva? Sull'atroce vicenda di Saman Abbas si comincia, finalmente, a discutere con serietà. Grazie, va detto, alle significative parole pronunciate da esponenti della comunità musulmana italiana. Per alcune settimane, il dibattito ha avuto toni surreali, concentrato sulla mancata "indignazione della sinistra" nei confronti di quel delitto, a causa di un calcolo elettorale finalizzato a conquistare la rappresentanza dei musulmani.
Lettura due volte bizzarra: intanto perché se la sinistra ha taciuto la destra non è stata da meno: muta più che come un pesce, come un lichene o un asparago. E poi perché, notoriamente, l'orientamento politico-elettorale dei musulmani, in tutti i Paesi europei, è di tipo conservatore, quando non di destra. Accantonate tali lepidezze, ora si possono affrontare le implicazioni profonde che la sorte toccata a Saman ci consegna.
Innanzitutto, si può dire che, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, "l'Islam c'entra". Insomma, quello della diciottenne pachistana non è stato l'ennesimo femminicidio (uno dei 46 registrati nel solo 2021). Si tratta, piuttosto, di un crimine che ha visto coinvolto un intero clan parentale, determinato a osservare ciò che rappresentano un principio e una norma. Principio e norma che sono l'esito dell'incontro tra un'idea fondamentalista dell'Islam e una tradizione patriarcale e tribale dell'ordine familiare. È quanto sostiene Karima Moual, giornalista di origine marocchina, proveniente da "una famiglia berbera molto tradizionale che prega cinque volte al giorno". Ma non troppo diversamente si è espressa Sumaya Abdel Qader, di origine giordana, consigliera comunale di Milano.
Dunque, se è errato demonizzare l'Islam nel suo complesso, è altrettanto superficiale rifiutarsi di vedere il peso esercitato da un'interpretazione integralista del Corano nel condizionare i comportamenti di una parte rilevante dei fedeli. Anche perché lo scontro tra due concezioni dell'Islam, l'una fondamentalista e l'altra progressiva, è al centro di una grande battaglia culturale, in corso in tutti i Paesi occidentali nel cuore delle stesse popolazioni musulmane (in Italia, circa 1 milione e 600 mila individui). Un conflitto intergenerazionale. Una sorta di "lotta di classe" culturale, che oppone i musulmani di seconda generazione a gran parte dei musulmani di quelle precedenti.
È una sfida combattuta all'interno delle comunità e delle famiglie con risultati alterni; e che ha visto Saman soccombere davanti al dispotismo familiare fattosi azione criminale. Ma, grazie al cielo, decine di migliaia di sue coetanee e coetanei stanno vincendo la loro battaglia: o perché trovano in famiglia condivisione di valori e aspettative, o perché riescono, nonostante tutto, a ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Sono i tantissimi giovani musulmani che frequentano le scuole e le università italiane, che intrecciano relazioni sociali "miste", che si riuniscono in forme associative che ne agevolano l'emancipazione. E ho contato almeno una dozzina di giovani consigliere comunali musulmane, elette nelle assemblee rappresentative.
Sia chiaro: l'esito del conflitto in corso è tutt'altro che scontato. Quello di Saman è un caso raro, ma certamente non unico, e sono assai preoccupanti i dati che ci parlano di un alto numero di adolescenti alle quali viene impedita la prosecuzione del ciclo scolastico.
La questione per la democrazia italiana è una: come agevolare questo itinerario, talvolta doloroso, di liberazione individuale e collettiva? Possono contribuire a ciò sia la riforma della legge sulla cittadinanza, sia la sottoscrizione di un'intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Ma quel che conta davvero è la nostra capacità di entrare in rapporto con questi "nuovi italiani". Avere con essi, cioè, una relazione aperta, che permetta ai musulmani di "apprendere" la fatica della democrazia e agli italiani di "imparare" il complicato gioco del pluralismo.
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 15 giugno 2021
La scelta del nuovo direttore del centro di salute mentale di Trieste e l'eredità della legge 180. Parla Alberta, la figlia del grande psichiatra. "Stanno uccidendo l'eredità di mio padre. Quando saranno distrutti gli ultimi baluardi che dimostrano l'efficacia della riforma Basaglia, sarà più facile rinnegare la sua rivoluzione culturale". Alberta Basaglia è abituata a soppesare le parole. Nel bellissimo libro Le nuvole di Picasso ha raccontato la storia della sua famiglia e della sua diversità di ipovedente nella casa aperta ai matti. Dal padre Franco Basaglia e dalla madre Franca Ongaro ha ereditato la vocazione all'ascolto delle voci negate: per anni è stata bambinologa, psicologa delle donne e degli adolescenti, organizzatrice di un centro sulla violenza sessuale. Da vicepresidente della Fondazione dedicata ai suoi genitori, nell'isola di San Servolo, sente la responsabilità di custodire un pensiero che in molti vorrebbero cancellare. "Ho appena finito di realizzare la mostra virtuale Diritti al cubo. Gorizia epicentro di una rivoluzione. Mi sembra la risposta più adatta agli attacchi ricevuti dagli eredi di mio padre".
Partiamo dal recente concorso di Trieste...
"Bisognava scegliere il nuovo direttore per uno dei centri di salute mentale della città. La valutazione dei curricula assegnava la vittoria a uno psichiatra formato a Trieste, conoscitore d'una modalità di cura che è figlia della Riforma Basaglia. La prova orale del concorso ha rovesciato la graduatoria, dando il primo posto a un anziano medico di Cagliari che è espressione di una cultura psichiatrica antitetica a quella triestina".
Che cosa intende?
"Il servizio da lui diretto è stato segnalato dal "Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà" per la povertà di spazi aperti e per l'uso della contenzione. Aggiungo che la presidente della commissione che ha valutato i candidati è omogenea culturalmente ai metodi adottati dal professore sardo. Siamo molto lontani da quel modello friulano che anche di recente ha raccolto l'encomio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità".
Un modello segnalato come esemplare per la cura della sofferenza psichiatrica...
"I centri di salute mentale diffusi nel territorio sono dei luoghi fisici che accolgono la malattia psichiatrica e offrono risposte diverse calibrate sull'intensità della sofferenza: senza mai arrivare alla contenzione. Questo modello rappresenta il passo successivo della rivoluzione basagliana. Ha dimostrato che la Legge 180 - in alcune regioni applicata solo in parte, in altre totalmente ignorata - se realizzata in tutte le sue articolazioni è una legge che funziona molto bene".
Il concorso di Trieste segna l'occupazione da parte della psichiatria tradizionale di un simbolo dell'eredità basagliana...
"Viene il sospetto che si voglia mettere in pericolo l'intero sistema di cura psichiatrica di quella regione: in questo senso non sono incoraggianti le intenzioni manifestate dalla giunta leghista che vorrebbe ridurre il numero di Centri di salute mentale e il loro orario di apertura. In fondo stanno distruggendo ciò che dimostra la realizzabilità della riforma. La legge è stata accusata di essere astratta e ideologica e di non misurarsi con i problemi concreti dei matti. In Friuli hanno ampiamente dimostrato che questa accusa è infondata. Quando ne saranno cancellati gli ultimi baluardi, sarà più facile rinnegare la portata rivoluzionaria di quella battaglia culturale".
In gioco non era solo un diverso approccio clinico, ma una concezione diversa della persona.
"Fu questa la rivoluzione di mio padre: mettere al centro non la malattia ma il malato. Sottrarre il matto al destino di emarginato, restituendogli i diritti negati. Fu una rivoluzione civile, oltre che medica. E mi sembra che oggi la destra leghista tenda a rifiutare i principi ideali che diedero vita alla riforma, ossia la cultura dei diritti. Una cultura attenta alla persona, alle sue sofferenze, ferma nel richiamare la responsabilità dell'intero corpo sociale che deve farsene carico. Pensi oggi a quel che succede con i migranti, con le donne e con i bambini, e con tutte le forme di
diversità che vengono escluse, non incluse".
Anche all'epoca la riforma fu molto avversata. Ne ricorda gli echi in famiglia?
"I miei genitori non si meravigliavano di tanta ostilità: si trattava di far cadere una barriera che teneva in piedi un sistema di potere. Non erano sicuri di vincere, erano sicuri però di fare una battaglia giusta. E gli attacchi anche virulenti venivano accolti come la conferma di un'azione che incideva in profondità".
Spiega in questo modo anche l'acredine di oggi?
"Se si trattasse di un'eredità morta, non sarebbe bersaglio di nuove aggressioni. Di quante rivoluzioni di quegli anni oggi non si parla più? Quello basagliano fu un rovesciamento che ha lasciato un segno. Ed è con questa realtà che molte istituzioni sociali e politiche non vogliono fare i conti: accettare che la società sia composta da persone diverse. E che le persone psichicamente fragili debbano farne parte".
Poco prima di morire suo padre disse di non escludere che i manicomi sarebbero stati ripristinati, anche più punitivi e chiusi di quelli precedenti.
"Si disse questo, ma aggiunse che l'importante era aver dimostrato che l'impossibile diventa possibile. "Abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in altra maniera". E rispetto a questa conquista, non si può tornare indietro. Se curi un paziente psichiatrico legandolo a letto, stai scegliendo di farlo. E chi dice che legare sia l'unica soluzione praticabile mente. Sono tanti i luoghi in Italia dove si è dimostrato che è possibile praticare un approccio terapeutico non contenitivo. E rivendicare oggi l'uso della contenzione e dell'abuso dei farmaci come espressione di uno sviluppo scientifico costituisce palesemente un atto di malafede".
Da figlia cosa prova?
"Una grande rabbia. I miei genitori si sono messi all'ascolto di chi non aveva voce. E ci sono riusciti, fino in fondo. Ora tutto questo rischia di essere cancellato. Il presidente della Società di Psichiatria, Massimo Di Giannantonio, ha difeso l'esito del concorso di Trieste. E ha anche aggiunto di essere come tutti un "basagliano", però è arrivato il momento di superare quella ispirazione perché la scienza è andata avanti. Sarebbe curioso capire in che cosa consista "una pratica più avanzata" rispetto a un modello di cura ispirato dalla formula "la libertà è terapeutica", oggi attuata dagli eredi di mio padre".
Ha parlato con qualcuno di loro?
"Sì, sono in stretto contato con Franco Rotelli, Peppe Dell'Acqua, Giovanna Del Giudice, Maria Grazia Giannichedda. Sono loro che hanno realizzato la riforma di mio padre. E, a distanza di anni, continuano a presidiare le conquiste consolidate negli anni, nonostante i periodici attacchi. Li ho sentiti indignati. Si sta rischiando di tornare indietro non di anni, ma di secoli: la cura della sofferenza con pratiche autoritarie e disumane".
Lei inaugura la mostra sui suoi genitori con una fotografia del manicomio di Gorizia. Suo padre ne rimase sconcertato...
"Mi ricordo che quando tornava a casa, dopo una giornata trascorsa nell'ospedale psichiatrico, doveva cambiarsi d'abito e farsi una doccia perché non ne sopportava l'odore. Mia madre parlava di uomini che sembravano larve, tutti con la testa rasata e lo sguardo perso. Si reggevano i pantaloni perché la cintura era ritenuta pericolosa, come erano pericolosi i lacci delle scarpe: trascinavano i passi, se non stavano sdraiati sulle panche. Docili ai comandi perché era stato ucciso tutto ciò che restava di umano".
Una volta mi disse che in questi decenni hanno voluto fare di suo padre una favola bella...
"Sì, una sorta di padre Pio che ha liberato i matti dalle catene. Oppure il ribelle velleitario che chiude i manicomi infischiandosene delle conseguenze. La santificazione non serve a niente. E sono molto irritanti coloro che si professano basagliani per poi distruggere il suo pensiero. Bisognerebbe riconoscere il risultato d'una battaglia che ha inciso sulla vita di milioni di persone. E non vanificarlo come rischiamo che succeda".
La sento però battagliera...
"Mio padre sosteneva che non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione. Ecco, io confido nel fatto che ci sia un paese capace di lottare e di convincere: si tratta di difendere un'idea di cura mossa da principi democratici".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Al via il procedimento contro il governo democraticamente eletto nel silenzio globale. La Lady rischia 42 anni di carcere, mentre i militari si preparano a mettere al bando ogni opposizione. In Italia le interrogazioni parlamentari cadono nel vuoto, nonostante le prove nell'inchiesta del manifesto. Ai militari birmani deve essere sfuggito che, nel silenzio generale che circonda il loro golpe in Myanmar, processare pubblicamente Aung San Suu Kyi, apparsa ieri in tribunale a Naypyidaw per rispondere alle prime tre accuse che le pendono sul capo, avrebbe almeno per un attimo riportato nuovamente i riflettori sul sanguinario colpo di Stato del 1 febbraio scorso.
Ma per la giunta il processo è il modo, per quanto farsesco, per far apparire "legale" l'illegalità che ha fatto loro smembrare il parlamento appena eletto e che ora vede il ministero dell'interno cominciare un'indagine sui fondi dei vari partiti politici per dar base legale alla messa fuori legge di qualsiasi opposizione. Indagine accompagnata da una lettera a tutti i deputati eletti l'8 novembre scorso che li mette in guardia da qualsiasi contatto con il governo ombra di unità nazionale (Nug).
Il processo farsa alla Lady, al presidente Win Myint e all'ex sindaco della capitale Myo Aung, è iniziato ieri e riprenderà oggi, siamo solo alle battute preliminari. Ieri si è cominciato con tre casi per Suu Kyi (possesso di walkie-talkie importati illegalmente, violazione della legge sulle telecomunicazioni e di quella sulla gestione dei disastri naturali) accanto a un'accusa sempre sulle legge che riguarda i disastri contestata anche a U Win Myint.
La corte - riferisce il quotidiano Irrawaddy - ha ascoltato solo i testimoni dell'accusa senza controinterrogatorio. Chiaramente un processo a senso unico se si pensa che, tra l'altro, gli imputati hanno potuto vedere i loro difensori, guidati dall'avvocato Khin Maung Zaw, solo due volte prima del processo.
Se le accuse fossero provate (corruzione, violazione della legge sul segreto di Stato, di quella sull'import-export, sui disastri naturali e per incitamento) comporterebbero una pena massima alla Lady (secondo i calcoli della Bbc) di 42 anni. Ma se anche fossero solo 25, come qualcun altro ha ipotizzato, la 75enne signora di Yangon, che venerdì prossimo ne compie 76, avrebbe davanti il carcere per il resto della vita.
"Questo processo è chiaramente l'inizio di una strategia globale per neutralizzare Suu Kyi e il suo partito", dice Phil Robertson, vicedirettore per l'Asia di Human Rights Watch, secondo cui le accuse del tribunale speciale della capitale sono "false e politicamente motivate" con l'intenzione di annullare la vittoria e impedire a Suu Kyi di candidarsi nuovamente.
Il mondo però non se ne preoccupa particolarmente. Nonostante la mobilitazione di sabato scorso in una ventina di Paesi e una lettera del governo clandestino a Boris Johnson perché mettesse il Myanmar nell'agenda del G7, se ne parla solo al 59mo punto (di 67) del comunicato ufficiale: per ribadire il sostegno all'Asean, l'associazione regionale del Sudest asiatico dimostratasi incapace di gestire il dossier se non avallando alla fine l'esistenza della giunta. Nulla invece sul Nug che sta tentando di ottenere un riconoscimento formale per poter essere rappresentato all'Onu.
Se poco è accaduto in Cornovaglia, nulla succede in Italia. Le interrogazioni parlamentari sulle munizioni italiane ritrovate in Myanmar sono già due (Palazzotto, Quartapelle) cui si è aggiunta qualche giorno fa anche una richiesta di Sensi (Pd) sul caso Cheddite, una vicenda su cui Sabrina Moles aveva fatto luce sul manifesto nel marzo scorso, anche se poi si chiarì che la ditta trevigiana aveva venduto sistemi di controllo telematico al governo democratico e non alla giunta.
Quanto alle pallottole invece, le interrogazioni, l'inchiesta del manifesto e soprattutto le richieste di diverse organizzazioni della società civile, non hanno avuto nessuna risposta. E in quel caso, le pallottole fabbricate in Italia (o forse assemblate altrove) arrivarono ai militari birmani quasi certamente in tempi non sospetti (cioè quando governava la Lady) ma è un fatto sia che fossero fuori legge, sia che sono state impiegate per reprimere una rivolta pacifica.
Anche un altro giornalista molto noto, Francesco Merlo, si occupava del tema rispondendo a un lettore su la Repubblica di domenica scorsa: "... il numero delle persone a rischio è incalcolabile e peserà sulla coscienza e sulla reputazione militare dell'Occidente. In Afghanistan abbiamo perso e dunque "la storia non siamo noi...". Ma l'esito molto poco "onorevole" di questa guerra non sembra consigliare un cambio di giudizio sul rapporto tra la bruta forza delle armi e la forza simbolica della politica. Sulle stesse pagine il direttore Molinari era tutto preso da passione interventista visto che "la seconda Guerra fredda - ha scritto riferendosi a Usa e Cina - è in pieno svolgimento e, come la prima, ha un cruciale palcoscenico europeo". E ancora: "L'Italia di Mario Draghi sarà presto chiamata a compiere scelte non indifferenti". Speriamo non accada in quell'"ora segnata dal destino", "l'ora delle decisioni irrevocabili".
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Una settimana fa, lunedì 7 giugno, sono rimasto colpito dal linguaggio diretto dell'editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Il titolo con un "occhiello" generico: "La guerra, i doveri". Il messaggio: "Salviamo chi ci aiuta a Kabul". Ma la vera notizia, un altra. Mieli parte dalla "scarsa attenzione con cui i media occidentali seguono l'evacuazione militare dell'Afghanistan che dovrebbe essere portata a termine il prossimo 11 settembre".
La data fatidica che vent'anni fa, con l'attacco alle torri gemelle, diede inizio anche all'occupazione dell'Afghanistan dei Talebani, responsabili di aver ospitato Bin Laden con Al Qaeda. La guerra degli occidentali avrebbe dovuto garantire libertà agli afghani e alle afghane. "Le cose purtroppo - nota malinconicamente l'autore - non sono andate come era negli auspici dell'Onu: nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto, la guerra l'abbiamo perduta e adesso dobbiamo prepararci ad assistere a scene consuete in questo genere di frangenti. Tutti coloro che in qualsiasi modo hanno aiutato il regime dei "liberatori" avranno paura di subire ritorsioni e si accalcheranno ai cancelli delle nostre ambasciate per implorarci di non essere abbandonati nelle grinfie dei vincitori".
Non si può che essere d'accordo con Mieli sul fatto che l'Italia, come gli Usa e gli altri paesi della coalizione che ha condotto la guerra, debba farsi carico il più possibile dell'incolumità di quelle persone. Ciò che colpisce, oltre alle virgolette al termine liberatori, è quell'esplicito, fattuale "la guerra l'abbiamo perduta". L'articolo, dopo aver indugiato sui pericoli enormi che ora corrono gli afghani "collaborazionisti", e soprattutto le donne che hanno creduto di poter vivere con una maggiore libertà (già si contano i femminicidi per questo tipo di ritorsioni), si chiude con una considerazione singolare: aver perso la guerra sarà "poca cosa" in confronto "all'onta di aver lasciato a pagare l'intero prezzo della sconfitta coloro che sono stati decenni al nostro fianco".
Poca cosa? Qui si parla del fatto che il paese militarmente e economicamente più potente del mondo, aiutato dagli altri paesi più "sviluppati", tra cui il nostro, ha combattuto per venti anni ripetendo che la guerra non serviva solo a sterminare Al Qaeda e il terrorismo di matrice islamica ma, anche, ad assicurare agli afghani una vita libera e civile. Non solo i media, e la politica, occidentali parlano poco della ritirata da Kabul ma quasi nessuno sembra aver voglia di fare e farsi qualche domanda. Come è stato possibile questo disastro? Quali errori di valutazione politica, strategica, militare sono stati fatti? E da chi? E perché? Non sono interrogativi ovvii?
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Mentre gli eserciti stranieri smobilitano. A Kabul come nel nord del Paese si teme il ritorno dei Talebani, resi più forti dalle condizioni dell'accordo firmato con Washington. E la violenza non cessa. Con il governo incapace di difendere i civili, i non-pashtun sono pronti ad armarsi e a fare da sé.
Siamo pronti alla pace ma anche alla guerra, ripetono a Kabul. "Molti pensano a come difendersi, c'è il diffuso timore di poter perdere tanto", spiega Zaki Daryabi, direttore del quotidiano investigativo Etilaatrooz. Con il processo di pace in stallo, le truppe sulla via di casa, contro l'eventuale offensiva militare dei Talebani si invoca una "moqawamat-e-do", una seconda resistenza. Un'alleanza armata simile a quella che ha resistito negli anni Novanta all'Emirato islamico. Una sorta di Alleanza del nord.
"Per ora è una dimostrazione di forza, non è ancora formata, ma ci sono spinte in questa direzione", racconta Daryabi. Modi diretti e fisico asciutto, ci accoglie nella sede del suo giornale, nel quartiere Kart-e-Char, non lontani da Pul-e-Surk. Lungo il ponte, bancarelle di frutta e verdura, le auto che suonano. Sotto, capannelli di tossicodipendenti.
Per Daryabi ci sono due ipotesi: "La prima è che prevalga l'idea di gente come Dostum e Mohaqeq, di integrare milizie regionali ed esercito nazionale, di contrastare insieme i Talebani". L'altra, la formazione di milizie fuori dal controllo istituzionale. "È solo un'ipotesi, ma è sul tavolo: se il governo venisse visto come incapace di tutelare tutti, di impedire la presa del potere dei Talebani, i non-pashtun potrebbero armarsi. Fare da sé".
"Piuttosto che finire sotto i Talebani prendo un'arma anche io". Non lontano dalla sede di Etilaatrooz c'è il caffè Simple. L'università di Kabul, chiusa per Covid in queste settimane, è a poche centinaia di metri. Alla moda, nel tardo pomeriggio si riempie di ventenni e trentenni istruiti, che parlano inglese e stanno sui social. Shafaq è avvocato, lavora in un progetto per la riforma della giustizia, con fondi americani. Parla di transitional justice, ma se si mette male si dice pronto a "prendere un'arma".
Nelle città, sotto i talebani non ci vogliono stare. "Oltre alla spinta per lasciare il Paese, c'è un grande movimento interno: da Kandahar su Kabul, o dalla provincia di Daikhundi a Bamiyan. Si va dove si pensa di essere più sicuri", nota il direttore di Etilaatrooz. Nel Paese, la sicurezza non c'è. I distretti provinciali sono in subbuglio. In Helmand, Kunduz, Badakhshan, Daikundi e altrove. A Kandahar 8 poliziotti uccisi ieri. A Kabul nuovi attentati contro minibus civili, nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi, dove vive la comunità hazara, la minoranza sciita sotto attacco.
In città la sensazione generale è che l'accordo bilaterale con gli americani abbia galvanizzato troppo i Talebani. Che vadano ridimensionati. Avvertiti: non provate a entrare nelle città. "Le scelte dell'amministazione americana hanno rafforzato i Talebani. Sovrastimano il loro potere, la loro forza. Pensano di poter continuare a conquistare territorio e poi imporre l'agenda del negoziato", ci dice Nargis Nehan, già ministra per il Petrolio e le risorse naturali, ora direttrice di Equality for Peace and Democracy, una delle Ong che hanno fatto propria la liturgia liberale del periodo post-Talebano: empowerment, good governance, civil society. "La verità è che la società civile è debole, la politica divisa, manca una strategia e il consenso su come attuarla".
L'accordo del febbraio 2020 tra Washington e i Talebani non ha ridotto la violenza. Non l'ha fatto l'inizio del negoziato intra-afghano. Neanche l'annuncio del ritiro delle truppe straniere. "Se la diplomazia non funzionasse, molti non lascerebbero che i Talebani prendano il potere facilmente. Farebbero in modo di impedirlo. Perfino la gente istruita si metterebbe in gioco". Per ora, sostiene Nehan, quella dei vecchi leader jihadi è un'esibizione di forza. Nessuna vera alleanza militare. Ma se ne rafforzano le premesse.
La seconda resistenza è sempre più invocata. "È un termine che circola da più di un anno, ma molto più diffuso da qualche mese", ci spiega Ali Adili, ricercatore dell'Afghanistan Analysts Network. "Retrospettivamente, con prima resistenza si intende quella condotta contro i Talebani dalla cosiddetta Alleanza del nord, soprattutto il Jamiat-e-Islami, il Jumbesh-e-Milli e l'Hezb-e-Whadat. Gli stessi protagonisti di allora, soprattuto del Jamiat, ne parlano: Atta Mohammad Noor, Qanooni, Ahmad Massud, figlio di Ahmad Sha Massud".
Ali Adili riepiloga per noi i casi più rilevanti elencati in un suo recente articolo. A Herat, nella sua residenza il dominus della provincia Ismail Khan, Jamiat-e-Islami, celebra i vecchi mujahedin, accoglie nuovi uomini armati e si dice pronto: "Abbiamo più di 500.000 uomini, difenderemo questa terra. Il governo centrale ci lasci fare".
Ahmad Massud, figlio del comandante Massud, si dice pronto a "restaurare il vero sistema islamico che era obiettivo dei nostri martiri e mujahedin". L'ex peso massimo del Jamiat e ora fuoriuscito, Atta Mohammad Noor, dice ai Talebani che è bene "capiscano che siamo ancora vivi e che la nazione si difenderà". L'hazara Mohammed Mohaqeq manda messaggi simili. Nell'Hazarajat spunta la milizia "Dai Chahar". L'ex presidente Karzai dichiara allo Spiegel "stiamo serrando i ranghi e organizzando la resistenza. Dico al Pakistan: siate ragionevoli". Scosse telluriche di assestamento. Nascono dall'impasse del processo negoziale intra-afghano. "Nessuno dei due attori, Talebani e fronte repubblicano, pensa più al processo di pace come piano A", dice Ali Adili. "Entrambi hanno intensificato il conflitto. I Talebani occupando nuovi distretti, il governo concentrandosi sulle capitali provinciali".
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