di Floriana Bulfon
La Repubblica, 14 novembre 2021
È il secondo connazionale finito nelle retate della polizia federale: Alberto Livoni, operatore umanitario del Vis, è stato in cella da otto giorni. Non si ferma la repressione del governo etiope contro chiunque venga sospettato di sostenere la popolazione ribelle del Tigray. Ieri è stato arrestato un sacerdote italiano, don Cesare Bullo. È il secondo connazionale finito nelle retate della polizia federale: Alberto Livoni, operatore umanitario del Vis, è stato in cella da otto giorni prima di essere rilasciato.
Don Cesare è il direttore del Centro Don Bosco in Etiopia, dove i missionari salesiani da decenni si occupano dell'assistenza e della formazione di bambini e ragazzi. Un'attività condotta anche nella regione del Tigray e per questo finita da tempo nel mirino del governo guidato dal premier Abiy, paradossalmente premiato due anni fa con il Nobel per la Pace. La struttura salesiana di Mekelle, l'antica Macallé dell'occupazione italiana, sarebbe stata colpita due settimane fa durante i bombardamenti degli aerei governativi. Poi il 5 novembre c'è stata l'irruzione nella casa madre del quartiere Gotera di Addis Abeba, in cui decine di religiosi e volontari sono stati arrestati: quasi tutti erano di origine tigrina o eritrea.
Anche don Bullo era stato perquisito in quell'occasione, senza altri provvedimenti. Il giorno dopo però gli agenti sono tornati nel centro e vi hanno arrestato Livoni. Infine ieri è stata la volta del sacerdote. Don Bullo, 80 anni e una vaga somiglianza a Bud Spencer che lo rende popolare tra i più piccoli, ha passato la vita in missione: è stato tredici anni in Vietnam prima di arrivare in Etiopia nel lontano 1976. È stato lui a creare l'istituto tecnico di Mekelle: "Si può operare per il bene degli altri, soprattutto i giovani, solo se il tuo cuore non pone limiti alle tue azioni, alla realizzazione dei sogni che hai in mente". Tre anni fa l'allora premier Giuseppe Conte aveva visitato le realizzazioni dei salesiani ad Addis Abeba.
La Farnesina si è attivata per risolvere la situazione. Due giorni fa i nostri diplomatici hanno parlato con Livoni in carcere, trovandolo "in buone condizioni". Ora cercheranno di incontrare anche il salesiano.
Il clima di assedio ad Addis Abeba diventa ogni giorno più teso. Le milizie tigrine, dopo avere subito un anno fa l'offensiva governativa, hanno rovesciato il fronte e marciano sulla capitale. Lo stato di emergenza proclamato dal premier Abiy permette di compiere arresti senza dare spiegazioni e senza limiti di tempo alla detenzione. Vengono prese di mira anche le ong che aiutano la popolazione del Tigray, ridotta alla fame da un anno di combattimenti, e persino i dipendenti dell'Onu. In cella sono finiti pure cittadini britannici e statunitensi, mentre i sostenitori di Abiy protestano nelle piazze contro gli Usa e l'occidente.
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 14 novembre 2021
A sei anni di distanza dagli attacchi di Parigi in cui morirono 130 persone la lista dei vertici dello stato islamico è sempre più corta. Dopo l'uccisione di Abu Bakr al Baghdadi e l'attacco della coalizione a guida Usa all'Isis non è rimasto un lembo di terra utile. Ma come ha detto in un comunicato stampa il Segretario di stato americano, Antony Blinken, "la missione è ancora lontana dall'essere compiuta". Senza un territorio in cui operare i miliziani si sono nascosti nuovamente tra la popolazione e in alcune aree marginali continuano ad attaccare le piccole comunità. Si è tornati alla strategia usata prima del 2014, anno in cui il gruppo ha avuto una drammatica espansione conquistando le più importanti città irachene e siriane prima della proclamazione del califfato.
Tuttavia, ciò che preoccupa i servizi d'intelligence internazionali è il nuovo fronte dell'Isis che si è spostato verso l'Asia, in Afghanistan, dove è attivo l'Isis Khorasan. "La morte di un leader non equivale alla morte del jihad" scriveva un utente online come reazione all'uccisione di Abu Musab al-Zarqawi, meglio noto come "il macellaio di Baghdad" e capo di al Qaeda in Iraq. Morto un leader se ne fa un altro e la storia di successione di al Qaeda e dell'Isis lo dimostra. C'è sempre stato un erede pronto a subentrare dopo i vari raid americani. Tuttavia, a sei anni di distanza dagli attacchi di Parigi in cui morirono 130 persone la lista dei vertici dello stato islamico è sempre più corta. Dopo l'uccisione di Abu Bakr al Baghdadi e l'attacco della coalizione a guida Usa all'Isis non è rimasto un lembo di terra utile. Ma come ha detto in un comunicato stampa il Segretario di stato americano, Antony Blinken, "la missione è ancora lontana dall'essere compiuta".
L'Isis oggi - "Lo Stato islamico in Siria è stato sconfitto al 100 per cento" scrisse l'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sul suo profilo Twitter il 23 marzo del 2019 dopo la liberazione di Baghuz, l'ultima roccaforte siriana in mano ai combattetti. Senza un territorio in cui operare i miliziani si sono nascosti nuovamente tra la popolazione e in alcune aree marginali continuano ad attaccare le piccole comunità. Si è tornati alla strategia usata prima del 2014, anno in cui il gruppo ha avuto una drammatica espansione conquistando le più importanti città irachene e siriane prima della proclamazione del califfato. Il successore di al Baghdadi, Ibrahim al Hashemi al Qurayshi oggi gode comunque di una rete di gruppi alleati in Russia, Libia, Egitto, Yemen, Nigeria (Boko Haram), Mozambico e Filippine.
Tuttavia, ciò che preoccupa i servizi d'intelligence internazionali è il nuovo fronte dell'Isis che si è spostato verso l'Asia, in Afghanistan. Qui l'Isis Khorasan si è reso protagonista dell'attentato avvenuto a fine agosto all'aeroporto di Kabul in cui morirono 90 persone tra cui 12 soldati americani. "Noi non vi perdoneremo, non dimenticheremo. Vi daremo la caccia e vi faremo pagare per ciò che avete fatto", disse Joe Biden onorando i caduti. Ma qual è la loro reale minaccia? Secondo il vicesegretario della Difesa americana, Colin Kahl, il gruppo potrebbe essere pronto a colpire anche obiettivi internazionali "in qualunque momento tra sei o dodici mesi".
La capacità di compiere attacchi per mano di Isis-k è cresciuta esponenzialmente, nei primi 4 mesi del 2021 sono stati rivendicati 77 attentati, eseguiti da combattenti provenienti non soltanto dall'Afghanistan ma anche dai paesi vicini come il Pakistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan, sempre più a rischio radicalizzazione. E ora il Pentagono punta sui Talebani, acerrimi nemici di Isis-k che a sua volta li considera troppo moderati e vicini agli Usa, per sconfiggere la ramificazione afghana del terrore islamista.
Il califfato virtuale - Ma se a livello territoriale il califfato islamico non esiste più, non si può dire della sua presenza online. C'è un califfato virtuale vivo e forte. In rete la propaganda dell'Isis si nutre di ricordi dei grandi "successi" degli anni passati e cresce cercando nuove reclute in grado di commettere attentati terroristici in giro per il mondo. Le parole del capo al Qurayshi viaggiano online e arrivano in stati lontani dal Medioriente dove nascono cellule o gruppi che rivendicano un'affiliazione all'Isis con l'obiettivo di attaccare la popolazione civile anche grazie al supporto di una rete di finanziamenti occulti che gli permette di acquistare armi ed esplosivi. Attraverso applicazioni criptate, linguaggi in codice, e la diffusione di video, riviste e prodotti editoriali pubblicati online la propaganda dell'Isis è arrivata fino in Europa e negli Stati Uniti. In totale sono stati circa 40mila i Foreign fighters andati a combattere in Siria, un dato emblematico della pervasività del fenomeno e del rischio di radicalizzazione, tutt'ora alto, all'interno della popolazione più emarginata nelle società occidentali.
Quando nasce l'Isis? - L'Isis non è altro che l'ultima espressione violenta di un fenomeno complesso, articolato e strettamente connesso con lo sviluppo delle società moderne e occidentali. L'organizzazione nasce con la morte di al Zarqawi il 7 giungo del 2006 quando il potere passa nelle mani di Abu Ayub al Masri, il quale ha riunito in Iraq più gruppi terroristici sotto un'unica bandiera. Dopo quattro anni un raid americano uccide al Masri e altri vertici dell'organizzazione ed è da questo momento che inizia l'ascesa politica di Abu Bakr al Baghdadi. Sarà lui a espandere il potere economico e territoriale dell'organizzazione terroristica con l'offensiva in Iraq e in Siria, e a proclamare il califfato islamico nel giugno del 2014.
Chi è al Baghdadi? - Abu Bakr al Baghdadi nasce nel 1971 in una città sulla riva est del Tigri, a cento chilometri da Baghdad. La sua formazione professionale raggiunge la maturità nei primi anni 2000 quando, poco più che trentenne, ottiene una laurea in studi islamici. Grazie alle sue conoscenze coraniche diventa uno degli uomini spirituali più importanti del gruppo terroristico Jamaat Jaysh Ahl al-Sunnah wa-l-Jamaah. Nel 2004 viene catturato dai soldati americani a Falluja e detenuto a Camp Bucca, una delle prigioni americane a cielo aperto più grandi presenti in Iraq. È qui che si formano parte dei futuri miliziani dell'Isis. A Camp Bucca al Baghdadi entra in contatto con diversi membri di al Qaeda.
È uno dei personaggi più rispettati tra le tende del campo di prigionia e con il passare degli anni, sotto il naso dei soldati americani, getta le basi del suo piano politico. Dopo dieci mesi al Baghdadi torna libero. Continua a dedicarsi all'indottrinamento e i suoi studi lo collocano nei vertici delle figure spirituali dell'Isis iracheno nato nel 2006. Ma il passo decisivo lo compie nel 2010, quando diventa il leader dell'organizzazione.
L'offensiva in Siria e Iraq - Nel 2011 l'onda delle primavere arabe ha portato instabilità in tutto il Medio Oriente e in particolare in Siria dove il paese sprofonda in un conflitto civile sanguinario. La crisi umanitaria, l'avanzata dei ribelli e la guerra indeboliscono lo stato di Bashar al Assad e l'Isis dal vicino Iraq ne approfitta della situazione. Nel biennio 2012-2013 il gruppo terroristico è in espansione. Al Baghdadi riesce a reclutare centinaia di nuovi miliziani inglobando anche altri gruppi terroristici. In Iraq il gruppo ha seguito una strategia binaria caratterizzata da attacchi bomba contro la popolazione da una parte e operazioni paramilitari contro l'esercito iracheno dall'altra.
Nel 2014 al Qaeda decide di ritirare il suo appoggio ma la macchina del terrore è oramai in moto grazie alle dozzine di migliaia di miliziani arrivati da tutta la regione. Inizia la guerriglia. Dopo aver conquistato Falluja nel gennaio del 2014 l'organizzazione lancia la sua offensiva a Mosul, la seconda città più grande del paese. Secondo l'Oim sono circa mezzo milione le persone che in meno di una settimana hanno lasciato in fretta e furia la città.
L'esercito iracheno è impotente di fronte all'avanzata e dimostra la sua impreparazione nel gestire un attacco portato avanti con mortai, kalashnikov e lanciarazzi. Il 29 giugno del 2014 al Baghdadi annuncia la proclamazione del califfato islamico che si espande tra Iraq e Siria. L'euforia è alle stelle e l'espansione continua. I jihadisti provano a conquistare più territorio possibile. Tra le prime aree siriane a cadere sotto il fuoco dell'Isis nel 2014 c'è la regione di Homs, ricca di petrolio e di gas. Le offensive del gruppo sono ben studiate e città dopo città, in una guerra quasi di logoramento, si spingono fino a Raqqa, che sarà la capitale del proclamato califfato islamico fino all'ottobre del 2017.
L'organizzazione interna - Sotto il controllo dei miliziani dell'Isis la società era gestita con un'organizzazione estremamente burocratica come emerso nell'inchiesta giornalisti del New York Times chiamata "Isis File", che ha raccolto migliaia di documenti e carte dello stato islamico lasciati dopo la ritirata da Mosul. "I documenti - si legge nell'inchieste - mostrano che il gruppo, anche se solo per un tempo limitato, ha realizzato il suo sogno: stabilire il proprio stato, una teocrazia che considerano un califfato, gestito secondo la loro stretta interpretazione dell'Islam. Il mondo conosce lo Stato Islamico per la sua brutalità, ma i militanti non governavano solo con la spada. Hanno esercitato il potere attraverso due strumenti complementari: la brutalità e la burocrazia". I vertici dell'Isis sono stati astuti anche nel capitalizzare al massimo ogni centimetro di terra conquistato differenziando il loro "portafoglio" economico. I soldi venivano dalle tasse, dai riscatti pagati per i rapimenti, dalle donazioni degli aspirati foreign fighters, dal contrabbando commerciale e dalla vendita del petrolio ottenuto grazie alla conquista di città chiave dedite all'estrazione di grezzo e gas in Iraq e Siria.
La coalizione internazionale - Dopo la caduta di Mosul nel 2014 gli Stati Uniti inviano un contingente in Iraq per cercare di arrestare l'avanzata dell'Isis e addestrare l'esercito locale. Iniziano i primi bombardamenti eseguiti dall'amministrazione di Barack Obama, seguiti dalle decapitazioni dei giornalisti americani James Foley e Stevens Sotloff. I video delle esecuzioni terrorizzano il mondo intero e i leader internazionali capiscono che è giunto il momento di rintensificare l'intervento. In pochi mesi si crea una coalizione guidata da Barack Obama e composta sia da stati europei (tra cui Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna) sia arabi (tra cui Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti).
Gli attentati all'estero - Nel marzo del 2015 l'Isis allunga i suoi tentacoli anche all'estero. Inizia un'alleanza con Boko Haram, uno dei gruppi terroristici più potenti della Nigeria, protagonista di rapimenti di studenti nelle scuole e di sanguinosi attacchi. Gli attentati raggiungono ogni parte del mondo. Il 27 giugno del 2015 l'organizzazione di al Baghdadi rivendica l'attentato in un resort turistico in Tunisia nella città di Sousa dove sono state uccise 38 persone. In Kuwait un attacco in una moschea provoca decine di morti. Ma la data da segnare in rosso per la Francia e per l'Europa è il 13 novembre del 2015 quando un commando armato esegue una serie di attacchi simultanei in più parti di Parigi. Viene così inaugurato un triennio nero di terrore. Strasburgo, Vienna, Londra, Parigi, Nizza, Bruxelles, Cairo, Istanbul, sono solo alcune delle città in cui la vita quotidiana viene stravolta dagli attentati terroristici rivendicati dall'Isis attraverso video, annunci audio e comunicati pubblicati in rete.
Il declino - Tra fine 2016 e inizio 2017 l'Isis inizia a incassare i duri colpi della coalizione che ottiene vittorie su diversi fronti. Le Forze democratiche siriane, guidate dai curdi riconquistano Raqqa, mentre l'esercito siriano di Bashar al Assad con l'aiuto di Vladimir Putin si impossessa di Deir Ezzor, costringendo i jihadisti a una ritirata dopo aver perso il controllo di due città chiave. In Iraq l'esercito grazie al sostegno dell'Iran e degli Stati Uniti riesce a riprendersi Mosul e a riconquistare intere regioni. Nel dicembre del 2017 il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha dichiarato vittoria contro lo stato islamico. Si arriva al 2018 con i combattenti dell'Isis che sono sempre di meno, se ne contano un massimo di 10mila, la maggior parte di quali sono in Siria che sarà dichiarata liberata dopo la conquista di Baghuz un anno più tardi. Che ne è rimasto oggi dell'Isis nella regione? Come già accennato i miliziani si sono camuffati tra la popolazione tentando una riorganizzazione interna, ma la comunità internazionale ha ancora diversi dossier aperti da affrontare. Dalla gestione dei foreign fighters, al capitolo delle vedove e degli orfani dei combattenti che si trovano nei campi sparsi per la Siria come quello di al Homs. Tuttavia, la sfida principale è sconfiggere il califfato virtuale e contrastare la radicalizzazione, anche in Europa.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 novembre 2021
I numeri dei movimenti secondari e il confronto tra le richieste d'asilo nei paesi Ue smentiscono Draghi e Lamorgese. Miraglia (Arci): "Anche Draghi ricorre al vittimismo tipico della cultura politica italiana". Ci sono delle rappresentazioni ricorrenti intorno ai fenomeni migratori che a furia di essere ripetute rischiano di sembrare vere. Una di queste vuole che l'Italia sia stata abbandonata dagli altri paesi membri e debba sopportare il peso maggiore degli arrivi via mare. "È certo che questi sbarchi continui rendono la situazione insostenibile, l'Ue deve trovare un accordo per ri... su questo fronte", ha detto venerdì sera il primo ministro Mario Draghi, a margine della conferenza parigina sulla Libia. L'esitazione sulla parola interrotta lascia in dubbio se il premier si riferisse a ridistribuire gli arrivi, come induce a pensare il prefisso sfuggito, o a un maggiore impegno al di là del mare per fermare le partenze, come farebbero credere le parole sull'urgenza di spendere più denaro in Libia.
In ogni caso che il governo sia ossessionato dalla ridistribuzione dei migranti approdati sulle coste non è un segreto. Né una particolarità di questo esecutivo. Il mantra viene ripetuto da primi ministri e titolari del Viminale da almeno 10 anni. Non fa eccezione la ministra Luciana Lamorgese che la settimana scorsa è tornata a invocare un maggiore coinvolgimento europeo.
Lamorgese nel settembre 2019 aveva siglato un accordo a La Valletta per istituire un meccanismo volontario di distribuzione dei naufraghi soccorsi nel Mediterraneo, trasferendone una parte da Italia e Malta verso Francia e Germania, e gli altri paesi che si sarebbero aggiunti. I timidi risultati iniziali sono stati quasi azzerati dall'arrivo del Covid-19. Ieri Alessandra Ziniti ha rivelato su La Repubblica che nel 2021 solo 97 migranti sono stati trasferiti in Europa. L'idea del "tradimento" è stata rilanciata da Matteo Salvini, che ama puntare il dito contro Berlino ma dimentica come i principali ostacoli alla condivisione vengano da Visegrád.
Comunque, alcuni dati sono sistematicamente taciuti quando Roma torna sul tema. Il ricercatore dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) Matteo Villa, tra i principali esperti italiani nel maneggiare i numeri relativi ai flussi migratori, calcola che dal 2011 almeno 397mila migranti sbarcati in Italia siano andati, autonomamente, in altri paesi membri.
Delle 867mila persone giunte dal mare, 280mila non hanno chiesto asilo e altre 375mila hanno ricevuto un diniego. Tolti i circa 38mila rimpatri riconducibili per via delle nazionalità ad arrivi dal Mediterraneo, gli irregolari sarebbero dovuti aumentare di almeno 617mila unità (numero al ribasso perché non conta chi è finito in clandestinità arrivando via terra o in aereo). Le stime della Fondazione Ismu, però, sostengono che le persone senza documenti sono 74mila in più. Senza le regolarizzazioni intercorse nel frattempo, calcola Villa, sarebbero cresciute di 220mila. Almeno 397mila migranti, quindi, sono andati altrove. 250mila li hanno rintracciati altri paesi europei, tra cui Germania (32%), Francia (25%) e Svizzera (16%).
In virtù del regolamento Dublino sarebbero dovuti tornare in Italia, ma è successo solo in 31mila casi. È anche per questi numeri che nel Consiglio europeo del 22 ottobre scorso Austria, Olanda, Danimarca, Finlandia e Svezia hanno accusato l'Italia di fare poco per ridurre i movimenti secondari, cioè quelli tra paesi Ue.
A parlare chiaro sono anche le richieste d'asilo nel 2021. Gli ultimi dati Eurostat disponibili dicono che al 31 agosto erano 82.935 in Germania, 60.415 in Francia e 33.335 in Spagna. In Italia 22.245, poco più delle 17.360 dell'Austria. "Non c'è ragione per cui gli altri paesi dovrebbero aiutarci. Dovremmo essere noi ad aiutare loro. Anche Draghi ricorre al vittimismo tipico della cultura politica italiana", ha commentato Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 14 novembre 2021
A tre mesi dall'addio dell'Occidente, la fine degli aiuti svela il disastro climatico. Dove c'è guerra c'è siccità. Un terzo della popolazione è a corto di cibo. E un milione di bambini rischia di morire. "Quello che vediamo e analizziamo è che ovunque nel mondo c'è più conflitto e più violenza dove le temperature sono più alte della media", sono parole di Marshall Burke, professore presso il Dipartimento americano di Scienze ambientali del sistema terrestre e membro del Freeman Spogli Institute (FSI), centro studi internazionale su ambiente e insicurezza alimentare. Nel 2013 Burke è stato coautore di uno studio dal titolo "Clima e conflitti", la tesi delle sue ricerche è che i cambiamenti climatici aumentino vari livelli di conflitto, dalla violenza individuale fino a conflitti collettivi, le guerre civili, gli scontri tra nazioni, scrive Burke: "Il clima non è l'unico o il principale fattore di conflitto, ma sulla base dei nostri studi, la comunità internazionale non dovrebbe ignorare la minaccia rappresentata dal riscaldamento globale".
Al suo studio sono seguiti anni di polemiche, gli si contestava che ci fossero dati troppo scarsi, e una risicata letteratura a suffragio delle sue conclusioni, ma anche anni di ricerche e pubblicazioni di università, centri studi, organizzazioni internazionali. Per tutti la sfida era studiare luoghi in cui il cambiamento climatico stava diventando un moltiplicatore di minaccia, e cioè stava inesorabilmente trasformando i disastri naturali in disastri sociali. Luoghi in cui l'aumento delle temperature, la riduzione delle piogge, la competizione per le risorse d'acqua sta influenzando l'andamento delle guerre e modificando i conflitti e le migrazioni. Oggetto delle ricerche il Corno d'Africa, il Medio Oriente e, naturalmente, l'Afghanistan, Paese in cui l'intersezione tra clima e conflitto sta determinando minacce sempre più elevate alla stabilità interna e esterna.
I dati dimostrano anche come il cambiamento climatico sia lo schema di disuguaglianze globali: l'Afghanistan dalla metà del XX secolo ha assistito a un aumento medio della temperatura di 1.8 gradi Celsius (3.24 Fahrenheit), rispetto a una media globale dello 0.82. Cioè più del doppio, pur avendo contribuito al cambiamento climatico globale in maniera ridotta (un afgano medio produce 0,2 tonnellate di emissioni di anidride carbonica all'anno, rispetto alle quasi 16 tonnellate dell'americano medio).
Significa che pur avendo inquinato meno, l'Afghanistan è colpito più gravemente di altri dagli effetti del riscaldamento globale, dai disastri lenti provocati dalla siccità, dell'inaridimento del suolo, dell'acqua che scarseggia e dell'assenza di infrastrutture che possano arginare le conseguenze di un fenomeno destinato a peggiorare.
Il Paese non ha sbocchi sul mare, e l'80 per cento della popolazione dipende dall'agricoltura per la sussistenza. Le improvvise inondazioni, i terremoti, gli smottamenti provocati dallo scioglimento dei ghiacciai, uniti alle temperature estreme stanno rendendo ormai da anni sempre più difficile il lavoro nei campi, dunque il sostentamento, cioè il cibo, cioè la sopravvivenza quotidiana.
Lo scorso agosto mentre tutti i titoli dei mezzi di informazione si concentravano sulla riconquista di Kabul da parte dei talebani e sulle migliaia di persone che tentavano di fuggire dall'aeroporto Hamid Karzai terrorizzati dall'instaurazione del nuovo Emirato Islamico, minore attenzione è stata riservata agli effetti di lunga durata delle crisi precedenti, quelle croniche, come la crisi umanitaria prodotta dalla prolungata siccità che da anni non dà tregua al Paese e che, unita alla grave carenza d'acqua, ha portato 14 milioni di persone, cioè un terzo della popolazione, a vivere in una condizione di insicurezza alimentare acuta.
Siccità che, secondo le Nazioni Unite, rischia di trasformarsi da evento episodico a evento annuale entro il 2030. Tre anni fa l'ultima, devastante, aveva prodotto 400 mila nuovi sfollati interni, cioè persone che avevano dovuto abbandonare i loro villaggi ormai non più coltivabili per spostarsi in altre aree del Paese in cerca di lavoro, e quattro milioni di persone in uno stato di bisogno di aiuti alimentari. Oggi, con i talebani al potere, le forze guidate dagli Stati Uniti che hanno lasciato il Paese, gli aiuti economici internazionali congelati e l'inverno alle porte, la situazione si è aggravata e il Paese vive un'emergenza umanitaria senza precedenti: tre milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta entro la fine dell'anno e, se non arriveranno i trattamenti salvavita immediati, un milione di bambini rischiano di morire di fame nel giro di poche settimane.
Le scorte di cibo continuano a diminuire in Afghanistan anno dopo anno, e solo nel 2021, a causa dei combattimenti, migliaia di agricoltori e coltivatori non sono stati in grado di piantare i raccolti annuali, la metà di quelli coltivati è andato perso, il prezzo del grano è aumentato del 25 per cento. Manca tutto, dunque. Manca il cibo. Manca l'acqua, mancano le infrastrutture che possano tamponare l'emergenza. Soprattutto dove i conflitti armati si intrecciano col riscaldamento globale.
L'Afghanistan ha vissuto guerre per quarant'anni e la guerra è l'opposto dello sviluppo: i contraccolpi dell'ultima offensiva militare vanno ad aggiungersi a decenni di conflitto che hanno privato l'Afghanistan della capacità di sviluppare infrastrutture necessarie a provvedere ai bisogni della popolazione come dighe e sistemi di irrigazione. I contadini afgani coltivano ancora la terra con metodi antichi, come nel secolo scorso, lavorano tradizionalmente con i karez, antichi mezzi di irrigazione che trasportano acqua sotterranea dalle montagne evitando l'evaporazione.
In alcuni remoti villaggi sono ancora funzionanti, ma la stragrande maggioranza è andata distrutta in 40 anni di guerra. L'acqua vale più dell'oro: nelle principali città l'acqua potabile è di difficile reperimento, fino ai dati allarmanti sulla capitale: oltre il 70 per cento della popolazione di Kabul non ha accesso all'acqua potabile. Allarmanti e destinati a peggiorare: stando ai dati della John Hopkins University, la domanda d'acqua nel bacino di Kabul aumenterà di sei volte entro il 2050, proporzionalmente all'aumentare della popolazione che arriva dalle campagne nella città, sperando di trovare lavoro.
L'accesso all'acqua per scopi agricoli e dunque la possibilità di coltivare la terra ha inasprito il conflitto per generazioni ed è stata una delle principali ragioni di disaffezione e mancanza di fiducia verso i governi di Hamid Karzai prima e di Ashraf Ghani poi, ritenuti incapaci di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e provvedere ai loro bisogni primari. L'hanno capito i talebani, che negli anni hanno cominciato a usare le risorse naturali come strumento di consenso. Corruzione e negligenza da una parte, conquista delle risorse vitali dall'altra: un pezzo della strategia dei talebani per la conquista del consenso è consistita, infatti, nel mettere le mani sull'acqua. È stato così nel tentativo di conquistare Herat, nella parte occidentale del Paese, dove i talebani avevano ripetutamente attaccato la diga, e lo stesso è avvenuto a sud, conquistare la diga per controllare Kandahar.
Una strategia ampia che da una parte garantiva l'accesso delle persone a beni primari come l'acqua, e dall'altro sfruttava la crisi sociale per reclutare nuovi sostenitori, lo schema del cambiamento climatico come moltiplicatore del conflitto, appunto. La povertà, lo stato di bisogno, ha sempre reso più semplice per le organizzazioni fondamentaliste reclutare combattenti nelle comunità rurali, dove le persone non vedono altra prospettiva che impugnare le armi, così per anni i talebani hanno tratto vantaggio dalla crisi: le condizioni sempre più precarie dell'agricoltura affamavano le famiglie, qualcuno decideva di trasferirsi nelle aree urbane in cerca di lavoro, quelli lasciati indietro, soprattutto bambini e ragazzi, restavano esposti all'influenza dei talebani, che hanno reclutato giovani pagandoli una manciata di dollari al giorno, comunque più di quello che avrebbero guadagnato lavorando i campi.
Contestualmente i cambiamenti climatici hanno spinto moltissimi agricoltori ad abbandonare le colture alimentari come il grano a favore del papavero d'oppio più resistente alla siccità, in un Paese che è il più grande produttore mondiale dell'industria dell'oppio.
Cambiamento climatico, assenza d'acqua e risorse vitali, reclutamento, traffici illeciti e consenso. Anche in questo caso, gli allarmi c'erano stati. Già nel 2016 le Nazioni Unite avevano avvertito la comunità internazionale: "Il cambiamento climatico renderà estremamente difficile mantenere i risultati raggiunti in termini di sviluppo. Siccità e inondazioni sempre più frequenti e gravi e la desertificazione accelerata influenzeranno i mezzi di sussistenza rurali, l'economia nazionale e dunque la stabilità del Paese".
La stabilità, appunto. Tra le righe, il comunicato delle Nazioni Unite di cinque anni fa, cioè cinque anni prima del ritiro delle truppe occidentali, stava mettendo in guardia la comunità internazionale. Il messaggio era: in un Paese in guerra da quarant'anni, basato su un'economia agricola, in cui le infrastrutture sono danneggiate o inesistenti, non predisporre misure strutturali per contenere gli effetti del riscaldamento globale, significa rendere sacche di popolazione vulnerabili all'influenza dei gruppi armati. I gruppi radicali costruivano consenso approfittando della crisi, mentre la comunità internazionale tamponava le emergenze con gli aiuti economici che negli anni hanno raggiunto il 40 per cento del Pil. Praticamente sostenevano l'economia del Paese, pagavano stipendi, cibo, progetti umanitari, sanità.
Oggi il flusso di aiuti si è interrotto, e i soldi non arrivano più. In risposta alla conquista del potere da parte degli "studenti di Dio" ad agosto gli Stati Uniti e i donatori internazionali hanno sospeso gli aiuti e congelato beni per miliardi di dollari. Niente più stupendi, niente più supporto per l'agricoltura, niente soldi per pagare le organizzazioni internazionali, niente più denaro contante per gli afghani. Niente che non si potesse prevedere, con anni di anticipo, ripetuti allarmi, report delle Nazioni Unite, pubblicazioni universitarie, e così via.
Oggi, mentre i governi europei sembrano giocare a una mosca cieca diplomatica, muovendosi a tentoni tra la necessità di negoziare con gli studenti di Dio e l'inopportunità di riconoscere il loro governo, i pastori e i contadini affamati vendono il bestiame e cedono le figlie in sposa in età sempre più giovane in cambio di denaro per potere provvedere al sostentamento del resto della famiglia. Su questo, i talebani si giocano il consenso. Sono loro, oggi, a dover dimostrare di avere un piano, e saper provvedere al Paese. Trovare soluzioni per sfamarlo.
Oggi che sono al governo, sono i talebani a essere indeboliti dalla crisi e dalla fame. Sono i talebani che rischiano di perdere consenso, a favore di gruppi ancora più estremisti come l'Isis (qui chiamato Iskp) che stanno devastando il Paese con costanti attentati kamikaze.
In uno scenario di questo tipo, il cambiamento climatico e la povertà che ne deriva, sono stati e restano catalizzatori del conflitto, e l'interazione tra cambiamento climatico e strutture di governo deboli, ha spinto e rischia di spingere in futuro le persone verso l'economia illecita, la radicalizzazione. E costringerà milioni di persone ad abbandonare le loro case.
Un paradigma che riguarda l'Afghanistan e molti altri Paesi che vivono in uno stato di guerra: "Se si osserva una mappa dei Paesi più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, confrontandola con una mappa dei conflitti attivi, sembrano sovrapponibili", dice Tara Clerkin, coordinatore per l'agricoltura e il clima di Irc, International rescue committee.
Cioè dove sono più allarmanti gli effetti della crisi climatica, più allarmanti sono anche gli effetti delle guerre. Continua Tara Clerkin: "Dico spesso che gli agricoltori sono i canarini nella miniera Hanno sperimentato in prima persona gli impatti climatici per anni e ci hanno avvertito delle crescenti minacce ai mezzi di sussistenza umani. Il problema con questa analogia è che il canarino muore. La comunità globale ha la reale responsabilità di assicurarsi che non permettiamo che ciò accada".
di Catello Romano*
Il Riformista, 13 novembre 2021
"Mai, invero, si placano quaggiù gli odi con l'odiare: con il non odiare si placano, questa è Legge Eterna". Movendo dal verso posto qui in epigrafe - così squisitamente buddhista nella forma quanto universale nella sostanza - vorremmo parlare di ciò che assai colpevolmente si affaccia nel nostro Paese parecchio tardivamente, una realtà che va sotto la denominazione di "giustizia riparativa" e di cui si è sentita l'eco nella recente riforma del processo penale fortemente voluta da Marta Cartabia.
di Salvatore Curreri
Il Riformista, 13 novembre 2021
Le due proposte di legge (l'una costituzionale, l'altra ordinaria) presentate da Fratelli d'Italia per scongiurare, a loro dire, lo "smantellamento" del carcere ostativo per i boss mafiosi dimostra una volta ancora, ed in modo tristemente inequivocabile, quanto ancora lunga sia la strada che separa una certa cultura politica che pur si candida alla guida del Paese dai principi della nostra Costituzione sulla pena e la sua funzione, nonostante ci separino quasi 75 anni dalla sua approvazione e più di 250 dal Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 13 novembre 2021
Ma qual è il motivo profondo per cui è così difficile richiedere e ottenere che i detenuti siano trattati decentemente? Qual è la ragione connaturata per cui non ci si preoccupa, e anzi spesso ci si compiace, del fatto che i detenuti "soffrano"? Da decenni penso alle cose della giustizia e in decenni ho cambiato molte convinzioni in proposito, ma una ho avuto da sempre e ho ancora.
E cioè che coloro ai quali ripugna l'idea che il detenuto possa ambire a qualche modestissimo miglioramento di vita non comprendono la preziosità del bene supremo di cui il detenuto, pur trattato meglio, è in ogni caso privato, e che loro invece, per quanto possano essere maltrattati dalla vita, hanno in ogni caso a disposizione: la libertà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2021
"Dopo 90 anni potrebbe finalmente essere modificato (e migliorato) il servizio del vitto e del sopravvitto per la popolazione detenuta", rivela pubblicamente la garante dei detenuti del comune di Roma Gabriella Stramaccioni che si è attivata durante questi anni per denunciare i bandi di appalto sull'erogazioni di questi servizi per la popolazione detenuta del carcere di Rebibbia.
Ed ha ragione. Dopo l'annullamento, come riportato da Il Dubbio, a seguito della sentenza della Corte dei Conti e la promozione del nuovo bando del provveditorato del Lazio, Abruzzo e Molise separando il servizio di vitto (a carico dello Stato) da quello del sopravvitto (a carico dei detenuti), man mano, da come si evince dal sito del ministero della Giustizia, sono stati annullati i bandi di tutti gli altri provveditorati.
Come ricorda sempre la garante Stramaccioni, fino ad ora i due servizi venivano affidati alla stessa ditta producendo gravi danni per la salute delle persone detenuta con somministrazione di cibo scadente ed a costi esorbitanti per quanto riguarda il sopravvitto. Un cambiamento significativo che va nella giusta direzione e che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha accolto e rilanciato, concretizzando ciò che aveva preannunciato in risposta al question time della senatrice Margherita Corrado, riguardante, appunto, l'affidamento del servizio per il vitto dei detenuti e internati. Si dà, così seguito, anche alla raccomandazione urgente inviata dal Garante nazionale delle persone private della libertà, volta a fissare negli istituti penitenziari un livello qualitativo del vitto che garantisca il diritto alla salute e a una sana alimentazione delle persone ristrette. La raccomandazione, condivisa con i Garanti regionali interessati e con la Garante dei detenuti di Roma, è stata formulata a partire dalla recente pronuncia della Corte dei Conti, che ha negato l'approvazione dei contratti che prevedevano un unico fornitore per il vitto e il sopravvitto in Istituti del Lazio, Abruzzo e Molise.
di Giulia Borraccino
consumatore.com, 13 novembre 2021
Un progetto dedicato alle donne dentro le carceri italiane. Il 3 novembre è stato sottoscritto il protocollo d'intesa che dà il via al programma di prevenzione delle malattie fisiche e psicologiche che implicano la sfera femminile. Non sono passate inosservate all'opinione pubblica le rivolte in carcere che dall'inizio della pandemia hanno preso piede in alcuni istituti circondariali. E tristemente leggiamo le notizie di violenze ed abusi ai danni dei detenuti, che riescono ad emergere grazie alle testimonianze dei familiari. E queste sono solo fotografie occasionali di ciò che vuol dire "abitare" quotidianamente in istituto penitenziario.
La vita in carcere è dura. Quando si parla di detenzione è facile affibbiare l'etichetta dei buoni e dei cattivi, in base alle proprie idee. Ma bisogna tener presente che si tratta sempre di persone, inserite, per propria volontà o meno, in un contesto difficile che spesso viene emarginato e rifiutato dalla società.
E lì, partendo dal presupposto delle buone intenzioni, sono tutti sulla stessa barca, detenuti ed operatori. Non si deve dimenticare che chi lavora in carcere non sono solo gli addetti alla sorveglianza armati, ma anche infermieri, operatori socio-sanitari, addetti alla cucina, amministrativi etc. Tutti che girano intorno ad un luogo dove nessuno vorrebbe stare, dove la libertà negata traspira nell'aria, anche se si può entrare ed uscire. Quindi, almeno quando si parla di benessere psichico e fisico, non ci sono troppe barriere tra chi sta da una parte e dall'altra delle sbarre. Di questo se ne sono rese conto anche le istituzioni.
A seguito di un protocollo d'intesa tra fra Atena Donna e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, sottoscritto dalla Presidente della onlus, Carla Vittoria Maira, e dal Provveditore regionale di Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, Carmelo Cantone, ha preso avvio il progetto #Liberalamente, dedicato a tutte le donne presenti negli istituti penitenziari.
Il progetto prevede una serie di incontri con medici e specialisti per parlare ed affrontare il tema delle malattie legate all'essere femminile. Agli incontri parteciperanno detenute, poliziotte ed operatrici, nella stessa aula e nello stesso ruolo di discenti.
Carla Vittoria Maira, presidentessa della onlus Atena Donna: "Durante il complesso periodo che abbiamo vissuto con il lockdown, perdendo la nostra quotidianità abbiamo percepito la limitazione dello spazio e della libertà e questo ci ha fatto riflettere su quanto queste sensazioni possano essere esasperate per le donne che vivono quotidianamente questa condizione". E così per una volta il loro essere donna mette dalla stessa parte della barricata chi è privato della libertà e chi deve assicurarsi che questa libertà venga sottratta.
di Carlotta Di Santo
agenziadire.com, 13 novembre 2021
"Di nuovo allarme sovraffollamento, depenalizzare reati droga-correlati". "Secondo le statistiche più recenti, risalenti all'anno scorso, sono entrati in carcere dalla libertà 14.092 tossicodipendenti con un rilevante calo rispetto agli anni precedenti a causa della pandemia. Per la quasi totalità sono di genere maschile (96%) e per un terzo di nazionalità straniera (33%). I detenuti tossicodipendenti entrati nel corso del 2020 rappresentano il 39,9% sul totale degli ingressi, quindi una percentuale sempre molto alta. In ogni caso, in merito alle presenze effettive di 'consumatori di sostanze stupefacenti' in carcere è giustificato ritenere che questi dati siano sottostimati".
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