di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2021
Stretta del Csm sugli incarichi extragiudiziari. Che, in generale, non potranno più essere concessi a chi ha accumulato ritardi eccessivi nel deposito dei provvedimenti, e, più nel dettaglio, non potranno comunque mai riguardare l'inserimento nella governance delle grandi imprese in crisi. Ma l'intervento investe anche uno dei più canonici degli incarichi, quello delle docenze.
Sono queste alcune delle indicazioni che arrivano dalla delibera approvata dal plenum del Consiglio superiore che modifica la circolare su materia tradizionalmente delicata e oggetto di ricorrenti polemiche sia interne sia esterne alla magistratura.
Tra le misure più significative, il divieto alla concessione per il magistrato che nell'anno precedente la richiesta di via libera al Consiglio ha accumulato ritardi significativi nel deposito dei provvedimenti di sua competenza. Sinora il divieto colpiva soltanto il magistrato che fosse stato sanzionato sul piano disciplinare per la lentezza delle decisioni, provvedimento disciplinare che però, per i tempi della giustiziai interna, le incolpazioni in materia di ritardi arrivano a distanza di mesi e, a volte, di anni, da quando i ritardi stessi si erano accumulati.
Evidente la ragione della ulteriore restrizione, e cioè il rafforzamento dell'inopportunità, anche agli occhi dell'opinione pubblica e non solo di parti e comunità forense, dell'affidamento di un incarico esterno alla giurisdizione per la toga che non rispetta i tempi previsti per lo svolgimento dell'attività "tipica". Netto poi il no del Consiglio superiore anche alle sollecitazioni arrivate dal Mise sulla possibile attribuzione a magistrati dell'incarico di componenti del consiglio di sorveglianza nelle grandi imprese in amministrazione straordinaria.
Per il Csm, infatti, le funzioni del comitato di sorveglianza sono variegate, significative ed impegnative, anche alla luce della natura delle imprese coinvolte, di grandi dimensioni, e dei conseguenti, rilevanti, interessi economici in gioco; inoltre, è mediamente richiesto un impegno costante e intenso, con una remunerazione molto significativa e in alcuni casi superiore a quella annuale di un magistrato.
Sugli incarichi di insegnamento, caso assai frequente, poi, si è voluto evitare che la docenza possa essere conferita da enti privati che, sulla base dell'oggetto sociale, non si occupano, in via esclusiva o prevalente, di formazione; nel caso in cui l'ente privato svolga attività imprenditoriale di diverso genere può manifestarsi infatti, con maggiore probabilità, il potenziale e presumibile coinvolgimento in contenziosi così come non risulta chiaro, sottolinea la delibera, a che titolo, e a beneficio di chi, quell'attività formativa sia svolta.
Il riferimento all'oggetto sociale si spiega in termini di certezza documentale che solo la visura camerale può offrire, sia le imprese individuali sia per le società. La restrizione si estende poi anche alle holding, con la verifica da parte del Csm dell'oggetto sociale della capogruppo e delle controllate.
Delimitato poi il perimetro della procedura semplificata di autorizzazione, impedendo al magistrato di poter iniziare lo svolgimento dell'incarico prima dell'via libera del Consiglio. Va infatti tenuto presente che si tratta di incarichi conferiti da istituzioni politiche "sicché risulta opportuno, specie per la ricorrenza e la valutazione delle eventuali circostanze ostative che il parere del Consiglio intervenga in tempi rapidi ma pur sempre ex ante".
di Francesco Damato
Il Dubbio, 12 novembre 2021
Delle cronache sulla festa celebrata in suo onore dai colleghi di Francesco Greco arrivato all'epilogo della carriera di magistrato come capo della Procura della Repubblica di Milano, al netto dei brindisi, della solita goliardia di Antonio Di Pietro corso dalla sua campagna molisana interrompendo la raccolta delle olive, e delle immancabili voci e allusioni sugli assenti, in questo caso dai nomi altisonanti di Pier Camillo Davigo e di Ilda Boccassini, ciò che mi ha colpito di più è l'occasione che non ha voluto lasciarsi scappare Gherardo Colombo per retrodatare l'epopea di cui un po' tutti si consideravano i fortunati superstiti.
Più che il 17 febbraio del 1992, quando l'allora presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa fu arrestato in flagranza di tangenti, diciamo così, cercando di buttare nello scarico del bagno una parte dei soldi che Di Pietro aveva contrassegnato come corpo del reato; più che questa scena non po' tragica e un po' anche comica di una tangente fra le tante che sporcavano non certo dal giorno prima la politica ambrosiana, al pari di tutta quella praticata nel resto del territorio italiano, e anche oltre; Gherardo Colombo ha voluto ricordare la circostanza tutta drammatica del suo approccio col tribunale di Milano. Gli era capitato, in particolare, di prendere praticamente servizio da magistrato il 29 gennaio 1979, quando il suo collega Emilio Alessandrini, di soli quattro anni meno giovane di lui, fu ucciso in auto da un commando di terroristi di "Prima Linea" mentre si dirigeva al tribunale.
Ecco. Questa è la vera, epica storia della Procura di Milano che personalmente preferisco ricordare anch'io, riconoscendomi tutto e per intero nella parte dei magistrati, senza il cui sacrificio, senza la cui totalizzante fedeltà allo Stato temo che la democrazia non sarebbe sopravvissuta, Dell'altra epopea, invece, quella che prese il nome delle indagini "Mani pulite" contro il finanziamento illegale della politica e la corruzione spesso collegata, non sempre, come alcune sentenze avrebbero riconosciuto nella indifferenza generale, non mi sento per niente nostalgico, a dispetto dei tanti che invece la celebrano con puntualità: specie quelli che le debbono le loro fortune professionali di magistrati, politici e giornalisti.
Sono passati gli anni e non ancora riesco a dimenticare, o a ricordare senza raccapriccio, le retate previste o preannunciate da quel cronista televisivo del Biscione, non della Rai, che parlava come un invasato mentre scorreva alle sue spalle il tram proveniente o diretto al tribunale. Né riesco a ricordare senza lo stesso raccapriccio le telecamere puntualmente appostate di notte davanti al portone da cui sarebbe uscito ammanettato il tangentaro vero o presunto di turno.
Né riesco a togliermi dalla testa senza fastidio la faccia di quel magistrato ancora in servizio, ora chissà alla scalata di quale postazione giudiziaria, che dopo avere interrogato in carcere il povero, ormai ex presidente dell'Eni Gabriele Cagliari se andò in ferie così poco interessato, diciamo così, alla liberazione che ormai il suo imputato attendeva, da lasciarlo precipitare nella disperazione del suicidio. "Siamo stati sconfitti", si lasciò scappare pressappoco Di Pietro senza farsi minimamente tentare con quel plurale generoso, visto che a quel passaggio non aveva partecipato, ad un gesto riparatorio di dimissioni. Non riesco neppure a dimenticare lo sgomento del povero Giovanni Galloni, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, quando scoprì di avere fra i consiglieri, regolarmente eletto dai colleghi, un giudice di "Mani pulite" che, non potendo disporre l'arresto di un indagato chiesto dal sostituto procuratore della Repubblica a corto di competenza, indicava a matita sul foglio il diverso reato, con relativo articolo del codice, cui doversi richiamare per garantirsi l'assenso.
Potrei continuare a lungo con questi ricordi non risparmiando nessuno, ma proprio nessuno dei tanti magistrati morti dicendo di avere fatto allora solo il loro dovere, inchiodati - senza avere peraltro tutti i torti in questo paradosso- alle leggi scritte e approvate dalla Camere come peggio non si potesse.
Potrei continuare, dicevo, se non me ne avesse esonerato in qualche modo prima di morire Francesco Saverio Borrelli in persona, il capo carismatico di quella Procura. Che era cosi esaltato all'inizio della sua opera rigeneratrice da chiedere all'amico giurista Giovanni Maria Flick - come Il Dubbio ha appena riprodotto - se fosse proprio necessario celebrare i processi e scrivere le sentenze di condanna dopo tante confessioni spontanee di imputati.
Ebbene, dopo una più lunga e proficua riflessione, ma soprattutto vedendo il mondo della politica e degli affari prodotto dall'epopea di "Mani pulite", il povero Borrelli si chiese se fosse stato giusto davvero demolire tutto quello che era stato demolito della cosiddetta prima Repubblica, e se non fosse opportuno scusarsi con gli italiani per averli affidati in mani ancora peggiori. Le scuse, per quanto lo riguardavano, furono subito accordate in un libro autobiografico da Claudio Martelli, che peraltro era grato del riconoscimento ricevuto da Borrelli di essere stato se non il migliore, almeno fra i migliori ministri della Giustizia succedutisi fra la prima e la seconda Repubblica.
Contro di lui, in effetti, diversamente da Giovanni Conso, da Alfredo Biondi, da Roberto Castelli, non apprezzato neppure come ingegnere acustico, Borrelli e i suoi emuli non si erano mai spesi in proteste e minacciosi annunci di dimissioni.
di Stefano Musu
La Ragione, 12 novembre 2021
Ci si interroga spesso su quale sia il metro di misura più efficace per distinguere il grado di umanità di una società moderna e democratica. Qualcuno risponderà che lo possiede quella che abbia riguardo di indigenti, senzatetto e migranti, anime troppo spesso vittime dell'avversa sorte; altri diranno che l'umanità si misura nella non discriminazione per ragioni legate all'orientamento sessuale, religioso o politico dei singoli, vessati per non essere omologati alla maggioranza dei consociati.
Alcuni sosterranno che l'umanità si misura a partire dal livello di inclusione nei luoghi di vita e di lavoro dei diversamente abili, incolpevoli prigionieri di un corpo che non funziona a dovere e che li costringe a fare continuo affidamento su terzi. Tutte queste possibili risposte rappresentano altrettante battaglie sulle quali ha fondamento parte del dibattito politico attuale, in cui si consumano scontri tra ideologie opposte e scuole di pensiero divergenti.
Nonostante negli ultimi anni si sia molto parlato di accoglienza (latu sensu) e di una società che si sforza di non lasciare indietro nessuno, ancora in pochi volgono le proprie attenzioni a quelli che siedono in coda, ultimi fra gli ultimi, nella 'tavola dell'umanità': sono coloro ai quali è stata tolta la libertà e che formano la popolazione carceraria.
Nei penitenziari italiani dimorano oltre 53mila individui e quasi un terzo di essi non ha ricevuto una sentenza di condanna che giustifichi la propria prigionia. Queste donne e uomini - e purtroppo anche diversi bambini, troppo piccoli per essere separati dalle madri detenute - vivono nella stragrande maggioranza dei casi in situazioni al limite della (in)decenza, costretti in celle troppo piccole, fatiscenti e sovraffollate. Spesso i detenuti non dispongono neppure delle dotazioni minime in termini igienico-sanitari: dormono in materassi vecchi e ammuffiti, si nutrono con cibo scadente e razioni limitatissime, non godono dell'acqua calda in cella.
In pochi possono lavorare, perché le liste di attesa sono troppo lunghe e i posti disponibili limitatissimi. Queste persone, comunque parte della società nonostante i reati (accertati o meno) imputati, vedono scivolare via la propria vita giorno dopo giorno senza che la chimera della pena riabilitativa, cui il carcere dovrebbe tendere, li prepari a un ritorno 'sano' in libertà. Non ci è dato sapere dove risieda il sentimento di umanità, quel che è certo è che pare essersi fermato a debita distanza dalle sbarre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2021
Angelo Chiriaco, avvocato di Tommaso Costa detenuto a Viterbo, ha segnalato alla direzione del carcere la condizione di salute del suo assistito che da oltre un anno è in attesa di un intervento chirurgico. È recluso al 41 bis del carcere di Viterbo. Da oltre un anno è in attesa di un intervento urgente agli occhi, ma nonostante l'operazione fosse stata programmata e richiesta da tempo, è ancora in attesa. Parliamo di Tommaso Costa che, durante l'ultimo colloquio avvenuto con il suo avvocato Angelo Chiriaco, ha manifestato estrema sofferenza fisica.
Ha gravi patologie agli occhi e deve essere operato - Come ha segnalato l'avvocato stesso alla direzione del carcere Mammagialla di Viterbo, il recluso al carcere duro ha lamentato notevoli problemi agli occhi tanto è vero che, lo stesso, ha riferito all'avvocato di vederlo come un'ombra, non riuscendo più a distinguere in maniera nitida la sua persona. Il detenuto gli ha inoltre riferito di avere notevoli difficoltà nella deambulazione, non riuscendo più a mantenere un'andatura lineare e avendo necessariamente bisogno di appoggio per muoversi e camminare. Come si evince dai referti medici, questa situazione deriva sia dalla problematica alle sacche lacrimali sia da quella alla cataratta, che ormai da un po' di tempo lo affliggono costantemente. Tali circostanze, secondo quanto segnala l'avvocato al direttore del carcere di Viterbo, sulla scorta delle rimostranze manifestate durante il colloquio, "impone di dover valutare l'opportunità di sottoporre a intervento chirurgico il signor Costa, non sembrando più la terapia che lo stesso sta seguendo idonea a dare sollievo nonché miglioramenti del proprio stato di salute".
L'avvocato, quindi, chiede di voler attivare tutti i controlli propedeutici alla predisposizione di un intervento chirurgico agli occhi da eseguirsi presso la struttura sanitaria e - sottolinea l'avvocato - "a cui sembra ormai chiaro ed evidente che il detenuto Tommaso Costa debba sottoporsi con estrema urgenza, visto il lamentato ed evidente cattivo stato di salute". In alternativa, su espressa indicazione da parte del suo assistito, si rende anche disponibile alla segnalazione di idonee strutture presso le quali si possa effettuare l'intervento a totale ed esclusive spese del detenuto stesso.
Gli fu negato il diritto a leggere il libro della Cartabia e quello di Manconi - Parliamo del diritto alla salute, che evidentemente è costantemente violato nei confronti dei detenuti in generale, ma ancor di più per chi è al 41 bis. A questo si aggiunge il diritto all'informazione e alla cultura. Si tratta, infatti, dello stesso detenuto - come già riportato da Il Dubbio - al quale l'autorità giudiziaria aveva negato - quando ancora non aveva problemi di vista - la lettura dei libri, tra i quali proprio quello a firma dell'attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il motivo? "Il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale", si legge nel rigetto. Il pericolosissimo libro che avrebbe aumentato lo spessore criminale, è "Un'altra storia inizia qui" a firma della guardasigilli Marta Cartabia e Adolfo Ceretti, docente di Criminologia, nel quale si confrontano con il magistero del compianto arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Non solo. Al detenuto al 41 bis gli hanno vietato anche l'acquisto del libro di Luigi Manconi e Federica Graziani "Per il tuo bene ti mozzerò la testa". Anche in questo caso la richiesta di acquisto è stata respinta in quanto giudicata "non opportuna" dalla direzione del carcere. Puntualmente, la decisione è stata confermata dalla Procura. Due libri, insomma, considerati pericolosissimi in mano a un detenuto al 41 bis.
Roberto Giachetti aveva presentato una interrogazione parlamentare - Una storia raccontata dallo stesso Tommaso Costa che aveva inviato tutta la documentazione al parlamentare di Italia Viva Roberto Giachetti. Una vicenda riferita anche a Rita Bernardini del Partito Radicale. Ricordiamo che Roberto Giachetti aveva presentato una interrogazione parlamentare a risposta scritta per chiedere al ministro della Giustizia di adottare interventi di chiarimento normativo, "al fine di evitare interpretazioni palesemente arbitrarie, che si traducano nella negazione del diritto all'informazione dei detenuti".
Diritto alla salute e quello all'informazione, completamente compressi per chi vive recluso in 41 bis. Eppure, sulla carta, non dovrebbe essere un carcere duro. Lo ha spiegato molto bene Luigi Manconi nell'aprile del 2016 quando, da presidente della commissione dei diritti umani del Senato, ha condotto un'indagine su questo regime differenziato. Non dovrebbe essere definito un "regime duro", perché la finalità non dovrebbe essere il massimo dell'afflizione, la pena più dura, la limitazione più acuta delle libertà e delle garanzie. Manconi è stato chiaro.
Il 41 bis ha solo lo scopo di impedire rapporti tra detenuti e criminalità esterna - Tutto questo non c'entra nulla con il 41 bis, che ha un solo scopo: quello di impedire i rapporti tra i detenuti e la criminalità esterna. La chiarezza proviene anche dal rapporto tematico sul 41 bis a cura del garante nazionale delle persone private della libertà. Partendo dai dati, oltre che dai resoconti delle visite alle singole sezioni a regime detentivo speciale, il Garante ha formulato diciotto raccomandazioni volte al miglioramento delle condizioni di attuazione della privazione della libertà in regime del 41 bis. Regime che lo stesso Garante invita a non definire mai quale "carcere duro", concetto che "implica in sé la possibilità che alla privazione della libertà - che è di per sé il contenuto della pena detentiva - possa essere aggiunto qualcos'altro a fini maggiormente punitivi o di deterrenza o di implicito incoraggiamento alla collaborazione. Fini che porrebbero l'istituto certamente al di fuori del perimetro costituzionale".
Il caso Costa ricorda "La cecità" di Saramago - Ritornando al caso del detenuto Costa, il 41 bis non ha la finalità di indurlo alla "cecità". Il pensiero va al libro di Saramago. Il romanzo, dal titolo "La cecità", parla di una pandemia che ha fatto perdere la vista, rendendo tutti gli esseri umani improvvisamente spietati e vulnerabili. Una cecità che da noi viene indotta dalla retorica sul 41 bis, un regime che rischia di non conservare più alcun briciolo di umanità. Ma la finalità, sulla carta, non è quella.
di Maurizio Cavaliere
isNews.it, 12 novembre 2021
Partirà in questi giorni una nuova campagna solidale di Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, che ha una propria sezione anche in Molise. L'associazione ha inteso promuovere l'acquisto di farmaci da banco che non necessitano di ricetta medica, da distribuire nelle tre case circondariali molisane di Campobasso, Isernia e Larino.
Ieri sera il neo presidente Giovannino Cornacchione, che da alcuni mesi ha sostituito il compianto Gian Mario Fazzini, si è riunito con altri soci di Antigone Molise per deliberare su modalità e tempi dell'iniziativa: "Contiamo di portarla avanti fino alla prossima primavera" ci ha detto Cornacchione - Negli ultimi tempo ci siamo resi conto che all'interno degli istituti penitenziari molisani mancano alcuni farmaci da banco, per esempio quelli contro il mal di testa o le pomate contro le dermatiti, per citarne solo un paio.
Ci siamo riuniti per avviare ufficialmente questa campagna solidale che riteniamo importante e perfettamente in linea con la missione di Antigone". I farmaci di cui necessitano i ristretti sono stati individuati attraverso un elenco che nei mesi scorsi è stato richiesto alle carceri dal Garante regionale dei Diritti delle persone private della libertà personale Leontina Lanciano che lavora a stretto contatto con Antigone e con le altre associazioni che operano per la tutela dei diritti delle fasce della società più a rischio prevaricazioni.
Redattore Sociale, 12 novembre 2021
Oltre 1.700 libri da destinare al circuito bibliotecario degli istituti penitenziari delle Marche: li ha donati la casa editrice "Liberilibri" di Macerata, sostenuta nell'iniziativa dal Garante regionale, Giancarlo Giulianelli. La consegna simbolica di alcuni testi nel corso di un incontro ospitato a Palazzo delle Marche, a cui hanno partecipato lo stesso Garante; Michele Silenzi, direttore editoriale della casa editrice; Marialucia Faggiano, responsabile della Sezione Osservazione e Trattamento del Prap; Rossana Barbaccia, responsabile dell'Area trattamentale degli istituti di Montacuto e Barcaglione; Angela Rutigliano, educatrice presso la Casa di reclusione di Fossombrone e Chiara Azzini, referente delle biblioteche degli istituti penitenziari di Ancona. "Siamo convinti - scrive Giulianelli in una nota - che la cultura rappresenti un tassello importante nel quadro più generale delle attività trattamentali. Ringrazio il presidente della casa editrice, Marco Cingolani, per aver condiviso questo mia idea e spero che ci sia l'occasione di realizzare insieme altre iniziative, come quella di poter effettuare donazioni anche ad istituti penitenziari fuori regione, di cui ho già parlato con altri Garanti".
Giulianelli si è soffermato anche su altre progettualità riguardanti le attività trattamentali, che saranno al centro dell'attività complessiva dell'Autorità di garanzia. "Il nostro obiettivo - ha detto - è quello di fornire ai detenuti strumenti che favoriscono il loro ingresso nel mondo del lavoro una volta fuori dal carcere. Su questo versante la formazione è essenziale". Considerazioni condivise da Marialucia Faggiano, che ha parlato di una significativa capacità della Regione Marche di "fare rete" e ha ricordato due importanti realtà come quella del Polo regionale universitario di Fossombrone (che vede la collaborazione di Prap, Università di Urbino e Garante) e del Polo di formazione professionale a Barcaglione, come non ha mancato di evidenziare l'eccellenza del Sistema bibliotecario carcerario regionale.
La Casa editrice "Liberilibri", nata nel 1986 da un'idea di Aldo Canovari e Carlo Cingolani, è conosciuta per libri di saggistica e narrativa a contenuto libertario e la donazione propone titoli che spaziano in tutti i generi e le collane del catalogo saggistica, narrativa, teatro e carte costituzionali. Presenti 23 grandi autori internazionali, italiani e anche una rappresentanza di marchigiani (Marco Severini e Paolo Rivolta). "Quella che proponiamo - ha sottolineato il Direttore editoriale, Michele Silenzi - è una donazione a cui teniamo particolarmente, anche perché il tema della giustizia, inteso nel senso più ampio del termine, è stato sempre al centro della nostra attività e riteniamo che l'attenzione sulla situazione carceraria vada tenuta alta. La detenzione non può essere inquadrata in una condizione di non umanità". La responsabile della comunicazione, Stefania Gelsomini, ha ricordato che la "Liberilibri" non è nuova a operazioni di questo tipo; nel 2018 sono stati donati 850 volumi agli istituti penitenziari della Campania.
tgcom24.mediaset.it, 12 novembre 2021
Adelina Sejdini si è tolta la vita lanciandosi da un cavalcavia ferroviario a Roma dopo che le era stata riassegnata la cittadinanza albanese. Aveva denunciato il racket della prostituzione.
Si è tolta la vita lanciandosi da un cavalcavia ferroviario a Roma dopo che le era stata negata la cittadinanza italiana, che aspettava da anni, e riassegnata quella albanese, che non voleva più. Questo ha spinto al suicidio Adelina Sejdini, ex prostituta nata a Durazzo, che aveva denunciato il racket albanese della tratta delle donne; così aveva fatto arrestate 40 persone e denunciate altre 80. Ora la sorella Ermira, da Pavia, chiede giustizia. "Mia sorella - racconta - ha affrontato la vita aiutando le persone a non soffrire: quando è stata lei a chiedere aiuto, nessuno l'ha aiutata".
Denunciò il racket albanese - "Voglio sapere cosa è successo - aggiunge Ermira. La salma non ci è ancora stata restituita. Dalle istituzioni abbiamo avuto solo una telefonata, a mio padre, per annunciare che mia sorella era morta". Era disperata, Adelina Sejdini, dopo che nel suo permesso di soggiorno era stato tolto lo stato di apolide e indicata la cittadinanza albanese. Aveva fatto arrestare i suoi sfruttatori, in gran parte appartenenti alla mafia albanese che controllava lo sfruttamento della prostituzione in tutta Italia, e attendeva di ottenere la cittadinanza italiana.
La storia di Adelina - Arrivata in Italia a 22 anni dall'Albania, nel 1996, Adelina per anni è stata picchiata, violentata e mandata in strada. Ha avuto la forza di denunciare e uscire da quell'inferno. Ma, alla fine, si è sentita abbandonata dallo Stato, senza una casa, invalida al 100%, con un tumore al seno e, soprattutto, priva di quella cittadinanza italiana che le sarebbe spettata. Viveva a Pavia, ma per protestare contro la burocrazia, alla fine di ottobre aveva deciso di andare a Roma, nonostante le sue precarie condizioni di salute, sperando di poter incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella o alcuni funzionari del ministero dell'Interno.
Proprio davanti al Viminale il 28 ottobre si era data fuoco. Soccorsa e trasportata all'ospedale Santo Spirito con gravi ustioni, la donna, su disposizione delle autorità, sarebbe dovuto rientrare a Pavia, ma è rimasta a Roma e l'8 novembre si è tolta la vita lanciandosi dal cavalcavia ferroviario di ponte Garibaldi. Aveva 47 anni. Sulla tragedia sono in corso accertamenti da parte della polizia ferroviaria di Roma Termini.
di Lillo Montalto Monella
rainews.it, 12 novembre 2021
Presentato l'intervento di ristrutturazione che punta su innovazione e apertura alla città. Una rivoluzione nella struttura, che si spera inneschi anche una rivoluzione nelle teste, ovvero nel sistema carcerario. Questa la filosofia dietro il progetto di rifacimento della casa circondariale di Udine, in via Spalato. Lavori da 4 milioni e mezzo di euro, soldi provenienti da Roma, che inizieranno nel 2022 per rendere agibile l'ex sezione femminile, abbandonata da 20 anni.
Diventerà un polo culturale e del volontariato, sede di laboratori di attività artigianali. Si aprirà una sezione per i detenuti in semilibertà, con più spazi per i colloqui privati con le famiglie. Saranno rifatti gli impianti, le finestre, installati pannelli fotovoltaici, sistemate le strutture per l'ora d'aria, incluse aiuole per il giardinaggio. Sarà soprattutto costruito un teatro da 100 posti, aperto alla città.
La capienza del carcere di Udine è di 90 posti - un numero che non aumenterà. Ma ad oggi sono 133 i detenuti ospitati. Franco Corleone, garante delle persone private della libertà a Udine rileva che: "Il problema è che con i muri, occorre cambiare le teste, e il carcere deve rispettare i valori della Costituzione".
Indispensabile ora, indica Corleone, è ripensare l'applicazione delle misure alternative per ridurre il sovraffollamento, potenziare la rete per il reinserimento sociale dei detenuti, e aumentare gli organici di servizi sociali e di salute mentale. IL carcere di Udine non ha nemmeno educatori presenti tutti i giorni.
I lavori di ristrutturazione - - che verranno presentati in un seminario di due giorni, alla presenza delle più alte cariche nel settore penitenziario - - vogliono fare di via Spalato un nuovo modello di carcere, "un presidio di civiltà, anche all'interno della stessa regione. Nel frattempo qualche passo avanti è stato fatto negli ultimi mesi: è stata ristrutturata l'infermeria, allestita una palestra per detenuti, rinnovata quella per la polizia penitenziaria e istituito un luogo di culto e sala riunioni per una 20ina di persone. Il progetto di rinnovamento del carcere sarà presentato ai detenuti, che ora hanno anche un comitato di rappresentanza di 15 membri.
di Monica Magro
youtg.net, 12 novembre 2021
Afflitti da disturbi di personalità e di adattamento alla loro condizione, che derivano anche dall'uso di sostanze stupefacenti. È la fotografia dei detenuti nel carcere di Uta. Se ne è parlato durante l'appuntamento "la tutela della salute mentale: dal territorio alle carceri" organizzato dall'Ats e iniziato oggi al T-hotel di Cagliari.
Una due giorni con massimi esperti della materia durante la quale è emerso che nel penitenziario cagliaritano la metà dei detenuti è tossicodipendente e usa diverse sostanze stupefacenti. L'età media è di 35 anni. La condizione della sezione femminile è la stessa. Quelli in carico al dipartimento di salute mentale zona sud sono circa 250.
"Rispetto al lockdown la situazione è rimasta immutata", spiega Matteo Papoff responsabile progetto carceri Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - Zona Sud, "l'aspetto più preoccupante è determinato dall'uso di nuove sostanze e dal suo incremento. la Sardegna non fa eccezione rispetto al resto d'Italia".
E per migliorare la quotidianità dei detenuti l'Ats ha deciso di incrementare le figure professionali. "Stiamo modulando le risposte, aumentando le figure presenti come quella degli psicologi ed educatori", dice Graziella Boi, direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - Zona Sud, "spero in un prossimo futuro che si possa parlare anche di terapia di gruppo".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 12 novembre 2021
Il magistrato di sorveglianza di Rebibbia ha firmato per la scarcerazione della donna che rischiava di partorire in prigione. Soddisfatti i Garanti. Anastasia: "Divieto di custodia in carcere largamente disatteso". La detenuta in attesa di due gemelli, della quale vi avevamo parlato qualche giorno fa, non partorirà in carcere.
A dare la notizia è stata la Garante di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni, dalla sua pagina Facebook: "Una buona notizia. Il Magistrato di Sorveglianza di Rebibbia Femminile ha appena firmato per l'accoglienza in comunità per la signora in attesa di due gemelli. Ieri è arrivato il definitivo per il suo procedimento e quindi è passata di competenza al Tribunale di Sorveglianza di Roma. A nome mio e del Garante Regionale Stefano Anastasia un sincero apprezzamento per la velocità con la quale il Magistrato ha risolto questa delicata vicenda a rischio".
Come ci spiega proprio la garante comunale Stramaccioni "la donna, di circa 38 anni, aveva già una condanna definitiva per furto a Roma e il magistrato di sorveglianza, il dottor Marco Paternello, le aveva già concesso l'affidamento in una comunità; ma c'era un altro procedimento a Milano che prevedeva la custodia cautelare. Per fortuna è arrivato il definitivo anche per questo secondo caso di furto e la competenza è tornata al Magistrato di Sorveglianza di Roma che nel giro di due giorni, essendo stato allertato ed avendo una grande sensibilità, ha predisposto il trasferimento nella comunità, specializzata proprio nell'accoglienza di donne incinte.
Ma qual è il motivo profondo per cui è così difficile richiedere e ottenere che i detenuti siano trattati decentemente? Qual è la ragione connaturata per cui non ci si preoccupa, e anzi spesso ci si compiace, del fatto che i detenuti "soffrano"? Da decenni penso alle cose della giustizia e in decenni ho cambiato molte convinzioni in proposito, ma una ho avuto da sempre e ho ancora. E cioè che coloro ai quali ripugna l'idea che il detenuto possa ambire a qualche modestissimo miglioramento di vita non essere trasportata in ospedale". Purtroppo, ci spiega la garante Stramaccioni, "queste donne rom hanno diversi cumuli di pena ma non per reati gravi o contro la persona".
Per il garante Anastasia, riconfermato da poco portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali, "è stato un bel risultato. Nelle settimane scorse la collega comunale ed io avevamo scritto al giudice per le indagini preliminari a Milano, rappresentandogli appunto le condizioni della signora e quindi anche il pericolo che potesse partorire in carcere.
Gli abbiamo chiesto di verificare comprendono la preziosità del bene supremo di cui il detenuto, pur trattato meglio, è in ogni caso privato, e che loro invece, per quanto possano essere maltrattati dalla vita, hanno in ogni caso a disposizione: la libertà.
Chi giudica superfluo, o magari offensivo, che al detenuto sia assicurato di vivere in una cella non affollata, di avere cibo accettabile e buone cure mediche, di disporre di spazi e strumenti di studio e svago, e momenti di intimità con parenti e persone care, cosa potesse essere fatto. In realtà non speravamo che si definisse il procedimento, saremmo stati soddisfatti anche di una attenuazione delle misure cautelari per essere trasferita in una struttura in attesa della decisione di merito.
Invece è arrivata la definizione del procedimento e tutto si è risolto per il meglio, evitando di ripetere quanto accaduto quest'estate a Rebibbia quando a partorire in carcere fu una giovane rom che aveva solo rubato 40 euro da un portafoglio".
Quest'ultimo dettaglio porta il Garante Anastasia a muovere una e risente di tutto questo come se si trattasse dell'oltraggiosa concessione di privilegi ingiustificati, a tanto risentimento giunge perché non avverte "differenza di stato" tra sé e il detenuto. Se il recluso "sta bene", allora non c'è più nessuna differenza rispetto a chi è libero, perché a far differente la condizione dell'uno da quella dell'altro non c'è, perché non ha nessun valore, la libertà disprezzata di chi sta fuori e quella soppressa di chi sta dentro.
Se la libertà non vale nulla per chi critica alla normativa attuale, ossia l'articolo 275 comma 4 del codice di procedura penale ("Quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza.
Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputato sia persona che ha superato l'età di settanta anni"): "la norma che vieta di disporre le misure cautelari per le donne incinte di fatto è largamente disattesa.
Frequentemente ci sono donne in gravidanza nei nostri istituti penitenziari, mentre in termini generali il nostro ordinamento lo vieterebbe. La tendenza è quella di rilevare spesso la 'eccezionale rilevanza', legata non tanto alla gravità del fatto, quanto alla storia di queste donne che entrano ed escono frequentemente dagli istituti penitenziari, trattandosi di rom che spesso si rendono protagoniste di furti".
Per questo, conclude il Garante, "visto che il Ministero della Giustizia ha istituito la commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, nella relazione finale si dica chiaramente che la custodia cautelare in carcere non si applica alle donne incinte, mentre l'eccezionale rilevanza può essere immaginata per reati di particolare gravità, come quelli offensivi per la persona, non certo per un furto di 40 euro".
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