di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 16 giugno 2021
In attesa del procedimento della procura di Roma, sorgono alcuni interrogativi. Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo l'incidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? Le risposte a queste domande chiamano in causa l'intera catena di comando politica e militare. Responsabile di aver mandato a bordo di una petroliera privata, in missione antipirateria, sei fucilieri di Marina
Dopo quasi dieci anni, intorno al caso Enrica Lexie ci sono ancora troppe domande lasciate senza risposta. Il 2 giugno 2014 i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dall'ambasciata italiana di New Delhi, si collegano in videoconferenza con il parlamento italiano in occasione della Festa della Repubblica.
A un certo punto prende parola Salvatore Girone e dice: "Abbiamo obbedito a degli ordini, e oggi siamo ancora qui presenti. Abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta di mantenere e che ancora con dignità e onore per la propria nazione, onore per tutti i soldati italiani, onore per tutti i popoli del mondo, continuiamo a mantenere".
Quello di Girone, si disse all'epoca, non era altro che uno sfogo di un militare costretto dalla legge indiana lontano dal proprio Paese da oltre due anni. Vittima di un complotto internazionale ordito contro "i nostri marò". Sono passati più di sette anni, più di nove dalla morte dei pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine, e cosa sia successo veramente quel 15 febbraio 2012 a pochi chilometri dalle coste dell'India meridionale ancora non lo sappiamo. Sappiamo solo che sono morti due pescatori indiani, innocenti.
Per quasi un decennio, al netto della gazzara politico-mediatica imbastita in Italia intorno alla vicenda dei "due marò", Italia e India hanno ingaggiato un durissimo scontro prima diplomatico, poi legale, senza nemmeno avvicinarsi alla materia vera e propria del contendere: determinare chi abbia premuto il grilletto che ha ucciso due pescatori innocenti. Da oggi, con la chiusura definitiva dei procedimenti a carico di Latorre e Girone in territorio indiano, la giustizia italiana ha l'opportunità non solo di far emergere la verità di quel giorno, ma anche di rispondere a moltissimi interrogativi che le parole di Girone sollevano da sette anni.
"Abbiamo ubbidito agli ordini". Di chi? E soprattutto, che ordini? Di sparare? O di scendere dalla petroliera Enrica Lexie e consegnarsi volontariamente alle autorità indiane, prendendosi la responsabilità di aver imbracciato fucili e fatto fuoco in direzione del peschereccio? "Abbiamo mantenuto la parola, quella che ci era stata chiesta". Chiesta da chi? E quale parola data? Qual è stata la promessa di silenzio chiesta, e ottenuta, a Latorre e Girone, a cui da quasi dieci anni è stato proibito di parlare con la stampa o in pubblico, pena provvedimenti disciplinari?
Come auspicato dal senatore Luigi Manconi dalle pagine di Repubblica lo scorso marzo e dall'avvocato Fabio Anselmi, che rappresenterà Massimiliano Latorre, il procedimento che si sta istruendo presso la procura di Roma sarà l'occasione per provare a chiarire i tanti lati oscuri del caso Enrica Lexie. Da queste colonne, ci permettiamo di sollecitare alcuni interrogativi.
Chi ha preso la decisione di far fuoco sul peschereccio St. Anthony? E chi ha deciso di far proseguire la navigazione dell'Enrica Lexie dopo aver aperto il fuoco, per ore, senza fare rapporto alle autorità costiere del presunto "attacco pirata scampato", finendo per farla inseguire dalla Guardia costiera indiana?
Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo l'incidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due, se la perizia balistica svolta dalla scientifica del Kerala, affiancata da due carabinieri del Ros come osservatori, ha indicato che le matricole dei fucili che hanno esploso i proiettili rinvenuti sul peschereccio non sono quelle di Latorre e Girone, ma dei fucilieri Voglino e Andronico? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? O a sparare quei proiettili italiani è stato qualcun altro?
Le risposte a queste domande chiamano in causa non solo Latorre e Girone, i principali indagati dalla procura di Roma con l'accusa di omicidio volontario, ma l'intera catena di comando politica e soprattutto militare. Responsabile, con una legge del 2011 tuttora in vigore, di aver mandato a bordo di una petroliera privata, in missione antipirateria, sei fucilieri di Marina. Quando quasi la totalità della comunità internazionale, proprio per evitare questa odissea giudiziaria, ha delegato tale compito a contractor.
Paola Moschetti Latorre, moglie di Massimiliano, ieri ha detto che Latorre e Girone e le rispettive famiglie sono stati trattati dalla politica italiana come "carne da macello". È il termine di una parabola mediatica e politica che per anni, sulla stampa e in parlamento, ha depistato, mistificato e strumentalizzato la vicenda dei fucilieri di Marina per i fini più disparati. Meno che la ricerca della verità.
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 16 giugno 2021
I giudici supremi stabiliscono che il milione di euro pagati alle famiglie dei due pescatori uccisi nel 2012 e al proprietario del peschereccio bastano a interrompere qualsiasi procedimento penale contro Latorre e Girone. Giubilo di Di Maio e Gentiloni, ma dure critiche arrivano da Paola Moschetti, moglie di Latorre.
Ieri mattina la Corte suprema indiana ha stabilito la chiusura di ogni procedimento penale sul territorio indiano a carico dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso i due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio 2012.
La Corte ha applicato l'accordo raggiunto tra Italia e India nel luglio del 2020 presso il Tribunale arbitrale dell'Aja. Secondo l'arbitrato, i due fucilieri in servizio anti-pirateria a bordo della petroliera privata Enrica Lexie hanno agito "nell'esercizio delle loro funzioni militari" e pertanto è stata riconosciuta all'Italia la giurisdizione esclusiva del caso.
Ma aprendo il fuoco contro il peschereccio St. Anthony, i militari italiani a bordo della Lexie hanno violato la libertà di navigazione dei pescatori indiani, causando anche due vittime. Per questo, l'arbitrato aveva disposto che Italia e India trovassero un accordo economico per risarcire il proprietario del peschereccio e le famiglie di Binki e Jelastine.
La Repubblica italiana ha versato 100 milioni di rupie - pari a 1,1 milioni di euro - come "indennizzo" alle parti coinvolte. Una cifra che la Corte suprema ha giudicato "ragionevole e adeguata". A ciascuna delle famiglie delle vittime andranno 40 milioni di rupie, mentre i restanti 20 milioni risarciranno il proprietario del peschereccio St. Anthony.
Il ministro degli esteri italiano Luigi di Maio ieri ha commentato la vicenda in un tweet: "Chiusi tutti i procedimenti giudiziari in India nei confronti dei nostri due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Grazie a chi ha lavorato con costanza al caso, grazie al nostro infaticabile corpo diplomatico. Si mette definitivamente un punto a questa lunga vicenda".
"Si chiude il caso con l'India. Un successo della diplomazia italiana", ha twittato Paolo Gentiloni, commissario europeo all'Economia che durante il confronto diplomatico tra India e Italia ha ricoperto le cariche di ministro degli esteri e presidente del consiglio.
Di tenore opposto la reazione di Paola Moschetti, moglie di Massimiliano Latorre, che ha spiegato all'agenzia Ansa: "Da nove anni sono costretta a parlare a nome di mio marito. A lui è stato fatto esplicito divieto di parlare pena pesanti sanzioni. È vincolato al segreto. È ora di chiedersi perché le autorità militari vogliono mantenere il segreto su ciò che sa e vuol dire. Quello che so è che per la politica italiana siamo stati carne da macello. Presto Massimiliano si presenterà alla procura di Roma".
Nel 2012 la procura di Roma aveva aperto un fascicolo per omicidio volontario scrivendo Latorre e Girone nel registro degli indagati. Nelle prossime settimane i pm riprenderanno le indagini e convocheranno entrambi i fucilieri per ascoltare la loro versione dei fatti.
di Jacopo Lentini
Il Manifesto, 16 giugno 2021
Non solo migranti. Sono infatti molti i giovani che in patria studiano lingua e letteratura italiana ma poi, una volta qui, scoprono un Paese diverso da quello immaginato da adolescenti. Una passeggiata al mercato di Porta Palazzo a Torino. È bastata questa ad Abir Shili, 27enne tunisina, per capire che l'Italia non è dorata come sembrava dalle immagini che vedeva da bambina su Rai 1, che fu trasmessa in Tunisia fino a metà degli anni Novanta. "Mentre smontavano le bancarelle vidi un signore marocchino raccogliere il cibo rimasto a terra per portarlo a casa. Rimasi scioccata perché non pensavo di vedere queste scene anche qui", spiega questa giovane originaria di Sfax, 300 km a sud-est di Tunisi.
Secondo lei, quest'immagine del 2016, quando si trasferì per un anno in Piemonte grazie a una borsa di studio, non sarebbe stata così spiazzante se a quel tempo avesse già fatto gli studi di italianistica. Shili ha cominciato solo l'anno successivo la facoltà di Lingua, letteratura e civiltà italiana all'Università de La Manouba di Tunisi, dove ha capito che "ci sono differenze tra quello che sognamo e ciò che esiste veramente".
Anche Abou El Alaa Dabboussi ha rivisto la sua idea dell'Italia. È un ex studente della stessa facoltà, oggi 30enne e insegnante di italiano in un liceo di Tunisi. Si ricorda quando da ragazzo gli italiani dalla Sardegna venivano a comprare il corallo a Tabarka, la sua città costiera del nord-ovest tunisino. "Mi davano l'idea di un mondo lontano, felice ed esotico, di cui non capivo quasi nulla nonostante i miei cugini vi fossero emigrati", spiega accusandone la mancanza di comunicazione. "Sapevo solo se avevano ottenuto i documenti, trovato lavoro o comprato una macchina".
Nel corso degli anni Dabboussi ha ridimensionato l'esotismo delle sue memorie adolescenziali sull'italianità, ma di quest'ultima "solo all'università ne ho compreso la dimensione concreta", spiega lui. Come quando ha studiato letteratura comparata, ad esempio analizzando "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio", libro del 2006 di Amara Lakhous, scrittore algerino naturalizzato italiano. I protagonisti del racconto, condomini di varie culture di una palazzina romana, offrono agli inquirenti la propria versione dei fatti dell'omicidio di un uomo trovato morto nell'ascensore. Le differenti ricostruzioni di ciascuno evidenziano stereotipi e pregiudizi verso l'altro, che faticano ad accettare. "Ho capito che la società italiana è complessa, a volte polarizzata, non sempre così diversa da quella tunisina, anche se è più conservatrice", spiega l'insegnante.
La facoltà de La Manouba è l'unica nel Paese che offre una formazione magistrale di italianistica e dal 2016 ne fa parte anche la Cattedra Sicilia, la prima al mondo di lingua e cultura sicula. "Sapevo che ci fossero molti tunisini in Italia, ma non che i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo fossero così stretti", spiega Shili che l'ha frequentata.
Ha scoperto che Mazara del Vallo, nel trapanese, è casa della più identitaria comunità tunisina d'Italia. Ora sa che qui, anche per i tunisini stabilitisi un tempo per lavorare nella pesca, il progetto migratorio di fare fortuna e tornare in patria è fallito. "Adesso capisco perché a Mahdia - cittadina costiera a 200 km sud-est di Tunisi - c'è un quartiere soprannominato "Mazara", dove ci sono le case degli emigrati in Italia". Shili, Dabboussi e tanti altri come loro non cadono dalle nuvole. Non provengono dalle zone più remote della Tunisia, sono connessi in rete e sono di famiglie mediamente benestanti. Sanno che oggi, per molti tunisini, l'Italia è solo un ponte per raggiungere altre mete in Europa. E hanno anche studiato italiano al liceo, quando lo hanno scelto come terza lingua al penultimo anno.
"Perché è considerato facile, come un francese maccheronico. In realtà affascina molti ragazzi", spiega Mouin Camano, 25 anni, archivista dell'Istituto culturale Dante Alighieri di Tunisi e laurendo di italianistica a La Manouba. "Ma ai giovani mancano vere occasioni di confronto e dell'Italia vedono solo il volto dei professori che gli insegnano la lingua a scuola".
Camano, che viene da Gafsa, nell'entroterra tunisino, non aveva idea dell'esistenza dei dialetti italiani e delle differenze nord-sud dello Stivale, tanto da essere stata "una scoperta speciale" durante gli studi. E ripensa a quando un suo compaesano sbarcato a Lampedusa, insieme ad algerini e migranti di altre nazionalità, gli raccontò di essere stato tra i primi prelevati dalla polizia per il rimpatrio. Ora avrebbe potuto spiegargli che non si trattava di ostilità verso i tunisini, ma degli accordi bilaterali Italia-Tunisia.
Eppure "spesso è più corretta la percezione che hanno i tunisini dell'Italia piuttosto che quella che hanno gli italiani della Tunisia, compresi alcuni della classe medio-alta", spiega Alfonso Campisi, professore ordinario di filologia romanza all'Università de La Manouba, trapanese e fondatore della Cattedra Sicilia. "Una certa intellighènzia nostrana a volte ha persino paragonato la Tunisia agli scenari libici".
Anche se a La Manouba le materie di italianistica non vertono in primis sull'attualità, "gli spunti di riflessione sul presente sono ampi e il corso di cultura siciliana, in particolare, è uno dei pochi del panorama accademico locale che fotografa la realtà italiana di oggi".
Camano spera di vederla di persona: "l'Università di Bari mi ha offerto una borsa di studio per un corso di italiano di un mese, a settembre. Chissà se riuscirò ad andarci". Ma le speranze muoiono spesso all'ambasciata italiana di Tunisi, dove studenti, professori e lavoratori vedono rifiutarsi il visto pur avendone i requisiti. E molti vanno in Francia o persino in Ungheria a studiare italiano
di Ferdinando Camon
Avvenire, 16 giugno 2021
Ad Ardea, Roma, un uomo ha ucciso per strada tre persone che neanche conosceva, e la domanda che tutti dobbiamo porci è: perché aveva una pistola? Suo padre era stato un vigilante, e dunque il padre la pistola l'aveva legalmente, ma dopo la morte del vigilante l'arma non doveva venir consegnata ai Carabinieri? Una pistola è un'arma pericolosissima, più pericolosa di ogni altra, e scrivo questo articolo per dimostrarlo. Si scrive spesso (anch'io) che gli Stati Uniti d'America sono incoscienti, con la loro politica del libero acquisto di armi da guerra da tenere poi in casa. Mitra, mitragliatrici, perfino bazooka, che è un lanciarazzi individuale, e serve contro i carri armati. Quella americana è una politica da guerra civile, quando ognuno si considera nemico di tutti, ma in tempo di pace è assurdo avere in casa un fucile che spara a raffica, a che ti serve?
A sterminare i caprioli in branco? Però noi, che disapproviamo la facilità con cui un americano può munirsi di un mitra, non ci accorgiamo della facilità con cui da noi uno può munirsi di una pistola. Quest'uomo che ha fatto la strage di Ardea la pistola l'ha ereditata. Ma sul passaggio dell'arma da padre a figlio non s'è interposta la Legge? No? Errore. La prima origine della strage è lì. Quest'uomo che ha fatto i tre morti non aveva nessuna ragione di farne neanche uno.
È la pistola che ti fa s-ragionare. Se hai una pistola in tasca pensi sempre che puoi uccidere. E prima o poi lo fai. La pistola diventa una protesi del tuo cervello. Qualunque discussione in cui ti trovi impelagato, e che non sai come concludere, se hai una pistola in tasca hai sempre la tentazione di tirar fuori la pistola e risolverla con quella. Se hai una pistola, ti senti ultrapotente, e hai sempre la tentazione di farlo sapere a tutti. Ti senti temibile, e vuoi che tutti abbiano timore di te.
È bello sentirsi temibile, è gratificante. Non succede mai che l'uomo che ha una pistola più o meno illegalmente la tenga nascosta e la usi la prima volta per ammazzare: no, prima la userà alcune volte per spaventare, gli altri tremano e lui gode a vederli tremare. Anche quest'uomo di Ardea ha litigato più volte con la gente per strada e per zittirla ha sparato in aria. Era allora che bisognava intervenire, ritirargli l'arma e ammonirlo. È così logico, che penso i carabinieri l'abbiano fatto, io non lo so ma ci dev'essere una lacuna nelle mie informazioni.
La pistola in tasca ti fa sentire potente mentre mangi, cammini, entri in un negozio, parli con gli altri: stiano attenti, tu li puoi sterminare in qualsiasi momento. Parli con una mano in tasca, con le parole maneggi i concetti, non sai con quale concludere, e intanto con la mano tasti la pistola, con le dita maneggi l'arma, con quell'arma puoi sempre concludere da vincitore. La Beretta è fatta apposta per essere carezzata, per questo è zigrinata. La pistola è una droga.
Non puoi stare in astinenza. Neanche quando dormi. Perciò la tieni accanto al letto, in un cassetto che puoi raggiungere stendendo una mano, nel caso che ti svegli di soprassalto. Quand'ero soldato (figlio di contadini, ho fatto il mi-litare, ero un tenente), il gesto più importante che compivo nella giornata era mettermi o togliermi il cinturone al quale era appesa la fondina con la Beretta calibro 9 corto. Ne sentivo il peso, e quella sensazione passava dai nervi al cervello. Quest'uomo di Ardea, che si sottoponeva a qualche Tso, non doveva sentire questa sensazione. Il momento per evitare la strage era quello. Solo quello. Dopo, era troppo tardi.
reggiotoday.it, 16 giugno 2021
Il progetto "Mi riscatto per Reggio" mira al reinserimento della persona reclusa con un'attività orientata al decoro e al rispetto dell'igiene urbana. Entrambe le attività sono rivolte a detenute e detenuti ammessi ad uscire dagli istituti penitenziari". Nell'ambito dei progetti utili alla collettività (PUC), l'impegno del movimento La Strada ha contribuito "a raggiungere un risultato estremamente significativo nell'ottica dell'inclusione sociale e dell'inserimento in lavori di pubblica utilità dei detenuti, con l'approvazione nelle Commissioni di due PUC elaborati dai gruppi di lavoro del movimento. L'impegno di Antonello Faraone, Antonio Catanese, Antonio Guerrieri, Chiara Tommasello, Flavio Carricato, Giò Pronestì, Giovanni Mannarella, Jenny Anghelone, Livia Guarniera e Stefano Tommasello ha portato all'elaborazione delle iniziative e al raggiungimento di questo significativo risultato".
È quanto si apprende da una nota del movimento civico che spiega ancora: "Queste attività progettuali, rivolte al mondo ristretto, si ispirano agli articoli 3 e 27 della Costituzione, essendo orientate tanto alla formazione e al pieno sviluppo della persona, quanto al reinserimento e alla rieducazione dei soggetti condannati per reati vari. Il progetto denominato "La strada giusta" intende creare una relazione tra il mondo dell'istruzione e quello penitenziario, consentendo uno scambio di umanità e di esperienze con un forte intento pedagogico.
Il progetto denominato "Mi riscatto per Reggio" mira al reinserimento della persona reclusa con un'attività orientata al decoro e al rispetto dell'igiene urbana. Entrambe le attività sono rivolte a detenute e detenuti ammessi ad uscire dagli istituti penitenziari e indicati dalla direzione degli Istituti medesimi".
Per i rappresentanti de La Strada "il rapporto tra il mondo ristretto e la città può e deve essere concreta testimonianza di reinserimento e di umanità. Una società che dialoga col mondo ristretto è una società più sicura, più giusta, più equa. Sia per l'una che per l'altra iniziativa il Comune stipulerà dei protocolli d'intesa; in particolare, per il percorso che impegnerà le persone coinvolte nella pulizia e nella manutenzione di aree verdi pubbliche, si procederà al rinnovo del protocollo già meritoriamente stipulato nella passata amministrazione. Sul piano della formazione, auspichiamo che l'incontro tra mondo della scuola e mondo ristretto possa stimolare presto ulteriori iniziative ad opera della Città metropolitana".
La Strada con Saverio Pazzano conferma dunque "il proprio impegno coerente e costante verso gli ultimi. Impegno che ha trovato l'attenzione e il sostegno delle commissioni presiedute dai consiglieri Romeo e Novarro, dei consiglieri componenti di minoranza e maggioranza, della garante per i detenuti Russo, degli assessori
Scopelliti e Delfino. Attraverso il fattivo impegno dei gruppi di lavoro de La Strada, le misure volte all'inclusione sociale e alla realizzazione di lavori di pubblica utilità hanno trovato e troveranno spazio tra le attività della macchina amministrativa comunale, con ricadute positive sull'intera comunità cittadina".
umbria24.it, 16 giugno 2021
È l'avvocato perugino Giuseppe Caforio il nuovo Garante regionale dei detenuti. Caforio, che è anche presidente dell'Aucc, ha ottenuto 16 voti su 18 presenti (una scheda bianca e una a favore di un altro candidato), e prende il posto di Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto nell'Università di Perugia e tra i fondatori dell'associazione Antigone, della quale è stato presidente dal 1999 al 2005. Anastasia, autore di molti libri sui temi che riguardano il diritto e le carceri, era stato eletto nel 2016. L'avvocato, che ha anche insegnato Diritto commerciale europeo e Diritto industriale all'Università di Perugia, alla fine del 2019 è stato anche tra i papabili per un posto nella giunta di Donatella Tesei. L'elezione è arrivata dopo che nella precedente seduta non era stata raggiunta la maggioranza dei due terzi prevista dalla legge istitutiva del garante (dalla terza votazione basta quella assoluta).
Il Garante, che dura in carica 5 anni e non è rieleggibile, "in armonia con i principi fondamentali della Costituzione, delle Convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall'Italia, della normativa statale vigente e nell'ambito delle materie di competenza regionale - spiega palazzo Cesaroni -, contribuisce a garantire i diritti delle persone negli istituti penitenziari, in esecuzione penale esterna, sottoposte a misure cautelari personali, in stato di arresto o presenti nelle strutture sanitarie in quanto sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio". Alla figura è assegnata un'indennità mensile che non può essere superiore al 20% di quella lorda di un consigliere regionale".
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 16 giugno 2021
Parla l'avvocato dei due marò Fabio Anselmo: "Se ci sono le prove, verranno dichiarati colpevoli; se fossero sparite, dovremo capire perché. La formazione della verità si fa con le indagini e un processo. La sentenza della Corte suprema indiana è lontana da questa realtà".
Nella giornata di ieri la Corte suprema indiana ha stralciato tutte le accuse rivolte ai due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il governo italiano, secondo gli accordi stipulati tra Italia e India presso il Tribunale Arbitrale dell'Aja, ha pagato al proprietario del peschereccio e alle famiglie di Ajesh Binki e Valentine Jelastine - i due pescatori rimasti uccisi al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio 2012 - un indennizzo pari a 1,1 milioni di euro. Abbiamo raggiunto telefonicamente l'avvocato Fabio Anselmo, che rappresenterà il fuciliere Massimiliano Latorre al processo che si istruirà - secondo Anselmo, "a breve" - qui in Italia.
Avvocato Anselmo, come giudica la sentenza della Corte suprema indiana e il versamento di 1,1 milioni di euro da parte del governo italiano?
La sentenza della Corte suprema indiana non ci sorprende. Però quello che diventa davvero surreale è che, di fatto, si fa una comunicazione il cui oggetto è un'affermazione di responsabilità a carico di persone che non hanno avuto nessun ruolo in quei procedimenti. Sono rimasti completamente estranei. Non se ne fa una responsabilità alla stampa, però di fatto a livello mediatico il messaggio è comunque che i due marò sono colpevoli e l'Italia ha pagato per questo. Quando, viceversa, si impedisce ai due marò, soprattutto a Massimiliano Latorre, di poter dire invece la sua su ciò che realmente è accaduto.
Perché il fuciliere Latorre non ha potuto dire la sua finora?
Perché vi sarebbe questo segreto di Stato la cui violazione esporrebbe il militare alle reazioni dell'istituzione. Non dimentichiamo che Massimiliano Latorre ha avuto anche grossi problemi di salute e quindi questa forca caudina della perdita del posto di lavoro rende particolarmente vulnerabile e legittimo il senso di frustrazione che Paola (Mossetti Latorre, moglie di Massimiliano Latorre, ndr) ha voluto esprimere con tutta la sua amarezza, parlando di "carne da macello". Noi attendiamo con ansia il giorno in cui verremo chiamati dal procuratore della Repubblica, perché così Massimiliano potrà dire la sua. È un po' surreale quello che sta succedendo. Cioè, si paga qualcosa che non ci riguarda.
Quando dice "non ci riguarda" intende che non riguarda Latorre e Girone o non ci riguarda come Paese?
Non ci riguarda nel senso di Latorre e Girone. Nello specifico ci entreremo più avanti, adesso ancora non ci possiamo entrare.
Bisogna ricordare che sulla petroliera Enrica Lexie non c'erano solo Latorre e Girone: la squadra dei fucilieri di Marina era composta da sei uomini. E secondo le perizie balistiche svolte dagli inquirenti in Kerala, alla presenza di due carabinieri del Ros in qualità di osservatori, i fucili che hanno sparato non erano di Latorre e di Girone, ma di altri due fucilieri: Renato Voglino e Massimiliano Andronico...
Io questi dettagli preferisco non commentarli. Posso dire che deve partire un processo. Se ci sono le prove, verranno dichiarati colpevoli; se non ci sono le prove, verranno dichiarati innocenti; se le prove dovessero essere sparite, allora bisogna capire perché.
Le reazioni della politica e del governo, a partire dal ministro degli esteri Luigi Di Maio, sembrano voler considerare chiusa la questione...
Si parla di successo diplomatico. Io, per carità, rispetto la valutazione politica, però non ho capito che cosa abbiamo pagato. Se i due marò fossero innocenti, che cosa è stato pagato? Un riscatto? Il problema è che la formazione della verità si fa attraverso le indagini e un processo, disciplinato da regole che devono essere uguali per tutti. Questo è il concetto. Ora, la sentenza della Corte suprema indiana è molto lontana da questa realtà. Così come lo è l'arbitrato dell'Aia. È un arbitrato, non è un accertamento di verità. Mi capisce? Sono tutti eventi rispetto ai quali noi siamo stati estranei, totalmente, estranei.
Però questa era la strategia del governo italiano. Negli anni è stato chiaro che la strategia fosse quella di non arrivare a processo...
Noi rispettiamo la strategia del governo italiano, per carità, però oggi non si dica che è stato un successo e che la questione è chiusa. Perché ci sono in ballo ancora le vite di queste due persone e delle loro famiglie, la loro dignità professionale, il loro onore. Insomma non è una questione chiusa. È una questione chiusa se si manca di rispetto ai due marò. E se si manca di rispetto anche alla verità giudiziaria.
Quindi ci sarà un processo qui in Italia...
Quello che posso dire è che c'è un fascicolo aperto da tempo, presso la procura di Roma, per omicidio. Stiamo parlando di un processo penale, però, non militare. Quindi ci saranno indagini, al termine delle indagini i pm stabiliranno se ci sono sufficienti elementi e prove per portare a giudizio gli indagati o se viceversa non ci sono queste prove e quindi se archiviarli.
picenonews24.it, 16 giugno 2021
Riprendono le visite in presenza del Garante dei diritti, Giancarlo Giulianelli, negli istituti penitenziari marchigiani. Per venerdì già in agenda quello a Marino del Tronto di Ascoli. "È più che mai necessario - specifica Giulianelli - avere un quadro dettagliato della situazione nei suoi molteplici aspetti, anche e soprattutto alla luce di alcune problematiche emerse negli ultimi mesi e che questa Autorità di garanzia ha già rappresentato, tramite lettera, al Ministro competente ed ai diversi rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria".
Nell'ambito della ripresa dell'attività complessiva del Garante anche alcuni incontri di settore. Nei giorni scorsi Giulianelli ha affrontato le tematiche legate al volontariato in carcere attraverso un confronto diretto con Silvano Schembri, attuale presidente della Conferenza Regionale Volontariato. In primo piano i percorsi di reinserimento nella società per i detenuti che si avviano alla fine della pena detentiva, le possibilità occupazionali e la ricerca di abitazioni stabili per tornare a vivere. Previsti ulteriori appuntamenti per attivare iniziative su più fronti.
ciociariaoggi.it, 16 giugno 2021
La protesta era scaturita per le disposizioni adottate dalle autorità carcerarie per la prevenzione della diffusione del Covid-19. I ventuno detenuti sono stati assolti. Ventuno detenuti sono comparsi ieri davanti al dottore Antonello Bracaglia Morante per l'udienza preliminare riguardo la rivolta in carcere per paura del Covid che avvenne l'8 marzo dello scorso anno nel carcere di Frosinone. Sono stati tutti assolti dal reato contestato, quello della devastazione.
di Francesco Oliva
Corriere Salentino, 16 giugno 2021
Morto in carcere a 33 anni. Tragedia lunedì 14 giugno all'interno del penitenziario di Borgo "San Nicola" di Lecce. La vittima si chiamava Matteo Luperto ed era originario di Galatone. Il giovane è stato ritrovato privo di vita all'interno di una cella della cosiddetta zona filtro, nel nuovo padiglione. Il giovane è stato trovato con una bomboletta da campeggio, che vengono fornite in dotazione ai detenuti, e un sacchetto di plastica. E secondo una prima ricostruzione il detenuto avrebbe volontariamente inalato il gas, infilando la testa nel sacchetto.
A nulla sono valsi i soccorsi che le guardie penitenziarie e il personale medico hanno prestato al detenuto. Il decesso dovrebbe ricondursi ad un infarto ma saranno soltanto gli accertamenti medico-legali a stabilire le cause con esattezza. La pm Rosaria Petrolo ha infatti aperto un fascicolo d'indagine al momento a carico di ignoti con l'accusa di omicidio colposo mentre la la salma del giovane è stata trasferita presso l'obitorio del "Vito Fazzi" in attesa che venga disposta ed effettuata l'autopsia La madre del giovane, appresa la notizia del figlio, ha accusato in malore ed è stata condotta al pronto soccorso.
Luperto era detenuto nel carcere di Lecce dopo un periodo trascorso in una Comunità di Crispiano (nel Tarantino). Con precedenti per spaccio, nel 2018 era stato condannato a 2 anni e mezzo di reclusione per un tentativo di estorsione 140 euro ai danni di un uomo di Castrignano dei Greci per non rubargli l'auto. Vicenda, per la quale, mesi prima era stato arrestato con un complice.
Di buona famiglia e "refrattario alle regole", dice chi lo conosce, non voleva rimanere in comunità dove, per un certo periodo, aveva anche lavorato. In più occasioni, il Direttore della Comunità aveva riferito dell'insofferenza dell'ospite a rimanere all'interno della struttura ma l'unica alternativa sarebbe stata rappresentata dal carcere dove, purtroppo, ha trovato la morte.
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