di Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni
L'Espresso, 11 novembre 2021
Condizioni disumane nelle carceri. Prigioni sovraffollate e sporche, dove mancano le cure per la salute mentale dei detenuti. Con oltre 500mila persone contagiate dal Covid-19. Mentre la protesta degli attivisti si allarga a macchia d'olio.
Inchiodata ai sei metri quadrati della sua cella, senza luce e neppure uno sbuffo d'aria, Jane aveva solo un pensiero che le martellava nel petto: "Prima o poi me ne andrò da qui". Se lo ripeteva come una preghiera ogni notte, fissando il soffitto dalla sua branda nel penitenziario di Corona, in California. "Avevo i miei mantra per sopravvivere", racconta oggi Jane Dorotik, condannata nel 2001 a 25 anni per l'omicidio del marito. Le porte del carcere per lei si sono spalancate solo quest'anno, scagionata grazie alle nuove prove del Dna presentate dai suoi avvocati. A settantaquattro anni, ammaccata da due decenni dietro le sbarre, l'ex infermiera è una delle voci più appassionate della California Coalition for Women Prisoners, l'organizzazione abolizionista con cui lotta per i diritti delle donne recluse ma anche di transgender e minoranze. Lo ha fatto in prigionia, continua a farlo da donna libera.
Come Jane, sono centinaia gli attivisti che invocano una riforma sostanziale del sistema carcerario. Non sono bastati i cinquant'anni trascorsi dai moti di Attica, la rivolta più tremenda mai accaduta. Dal 9 al 13 settembre del 1971 quasi 1.300 detenuti della prigione di massima sicurezza nello Stato di New York si ribellarono contro le condizioni disumane a cui erano sottoposti, incluse le discriminazioni razziali, le percosse, il sovraffollamento. Dopo quattro giorni di negoziati, la polizia assaltò la fortezza. Sul campo di battaglia, i cadaveri di 10 ostaggi e 29 reclusi, oltre a decine di feriti. Mezzo secolo dopo, ci si chiede quanto effettivamente sia cambiato.
Infatti, oggi come ieri, associazioni, famiglie e avvocati sono impegnati a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle condizioni violente e malsane in cui i detenuti sono costretti a vivere. Le rivendicazioni sono un continuum con il passato: istituti sporchi, sovraffollati, in cui spesso sono carenti cure mediche e assistenza per la salute mentale delle persone incarcerate, coinvolte sempre più spesso in aggressioni invece che in programmi di riabilitazione, denunciano gli attivisti. Le proteste corrono ormai lungo tutta l'Unione, inasprite inoltre dalla disastrosa gestione della pandemia. Oltre mezzo milione le persone contagiate, tra detenuti e impiegati: in altre parole circa 3 su 10 hanno contratto il coronavirus; di queste, tremila hanno perso la vita. La situazione più tesa è ora a New York. I riflettori sono puntati sul famigerato isolotto che sorge tra il Bronx e il Queens: la mastodontica Rikers Island, con quasi cinquemila internati. L'istituto è in piena crisi umanitaria; solo quest'anno hanno perso la vita 13 persone (di cui cinque suicide). Le cronache riportano di detenuti costretti a defecare in buste di plastica, per mancanza di servizi igienici adeguati.
Bisogna agire e occorre farlo subito. Nonostante la popolazione carceraria tenda progressivamente a diminuire da una decina di anni, l'America è tuttora la nazione con il più alto tasso di incarcerazioni secondo il World Prison Brief, il database gestito dall'Università di Londra che mette a confronto circa 200 Paesi. Un trend che cammina su due gambe: la cultura della punizione e l'ineguaglianza (di classe e di razza). Il costo umano di queste politiche è aberrante. E cade quasi del tutto sulle spalle dei più deboli: poveri, minoranze, donne. Negli Stati Uniti su 100mila abitanti, 629 sono detenuti (in Italia la conta si ferma a 91). Se nel 2008 i reclusi avevano raggiunto il picco di 2,3 milioni, gli ultimi dati disponibili parlano ora di due milioni o poco meno.
"Durante gli anni di detenzione, ho provato sulla mia pelle quanto sia brutale sistema carcerario", sottolinea Jane Dorotik. Nei penitenziari, spiega, "le donne sono considerate oggetti sessuali o persone che hanno bisogno di essere rieducate". Nelle celle americane è rinchiuso il 30 per cento di tutte le donne incarcerate del mondo. "La premessa di fondo è che non vali niente. Non c'è il riconoscimento del trauma che ti ha portato in cella. L'obiettivo è piegarti; ti insegnano che la tua vita è da buttar via, che sei un peso per la società".
La prigione invece dovrebbe riabilitare, non annichilire gli esseri umani, ammonisce John Hart, esperto del Vera Institute of Justice di New York che ha dedicato tutta la vita al verbo della "giustizia riparativa". Un approccio nuovo che include la cura dell'individuo e della comunità, non soltanto la cieca punizione. Hart coordina il progetto Restoring Promise, un piano che al momento coinvolge sei Stati e punta a riformare le condizioni dei detenuti sviluppando unità abitative. Non più batterie sovraffollate e opprimenti, ma spazi rivoluzionari che favoriscono la riabilitazione.
In collaborazione con architetti e designer, i progettisti di Restoring Promise creano alloggi innovativi. "Se la detenzione è mirata a riabilitare, lo spazio fisico dovrebbe effettivamente riflettere quei valori. Nelle nostre strutture cerchiamo di incrementare la luce naturale, favoriamo la creazione di spazi verdi, così benefici per la salute mentale. Se c'è una cosa, poi, che il carcere non promuove è il rispetto della privacy, quindi aumentiamo il numero di docce o bagni. Stiamo avendo ottimi risultati a livello nazionale". L'obiettivo, continua, è quello di "sostituire la cultura correzionale punitiva che in America è radicata nella storia di razzismo e supremazia bianca. Agiamo per rimpiazzare quegli ideali tossici con valori diversi come la guarigione culturale, l'equità razziale, il partenariato familiare e comunitario".
Sempre più americani chiedono di invertire la rotta, assicura Hart. "Siamo anche in un periodo storico molto critico. Pensate al movimento Black Lives Matter e alle questioni legate alla brutalità della polizia. Credo che la gente abbia iniziato a prenderne consapevolezza. Siamo entusiasti di questa esplosione di energia che stiamo vedendo nell'arena politica e nelle comunità. Ritengo che un ruolo fondamentale lo abbiano avuto anche i social media. Questo tipo di esposizione mediatica ci ha sbattuto tante problematiche in faccia. Oggi vediamo i volti delle persone, non è più possibile nasconderli alla coscienza della società come magari succedeva 50 anni fa ai tempi di Attica".
La questione dell'equità razziale all'interno del sistema rimane il marchio di fuoco che lacera l'anima di questa nazione. La ricercatrice e attivista per i diritti civili Michelle Alexander definisce le incarcerazioni di massa "the new Jim Crow", la versione riveduta e corretta delle feroci leggi razziali che fino agli anni Sessanta furono la spina dorsale della segregazione negli Stati Uniti. Per carpire il senso di questa tragedia, bisogna andare indietro nel tempo, agli anni Settanta, alla cosiddetta "war on drugs", la guerra contro le droghe che ha affollato le prigioni americane, colpendo pesantemente la comunità nera (nonostante i dati dimostrino che i bianchi utilizzano e spacciano le stesse quantità di stupefacenti).
Una riforma del sistema giudiziario e penale "senza riconoscere le basi razziste" a cui è saldato, non avrebbe senso, spiega Ashley Nellis, l'analista che per l'organizzazione The Sentencing Project di Washington ha curato un rapporto sulle "sbalorditive proporzioni" tra le incarcerazioni di neri e latini rispetto ai bianchi, pubblicato a ottobre.
"Le manette scattano ai polsi degli afroamericani cinque volte più di quanto accada ai bianchi", dice: "In ben 12 Stati, più della metà della popolazione carceraria è nera. Un problema che affligge anche la comunità sudamericana visto che nei penitenziari statali il tasso dei latini è più che doppio rispetto a quello dei caucasici".
Per affrontare le disparità razziali, ragiona Nellis, bisogna affondare le mani in una serie di questioni essenziali. Innanzitutto occorre fare i conti con l'impatto che le leggi in materia di criminalità hanno sulle diverse comunità. A ciò va aggiunta la depenalizzazione dei reati minori di droga: quasi metà dei detenuti americani ha commesso un crimine legato alla droga e la maggior parte non ha precedenti penali per reati violenti. Nelle carceri pubbliche come in quelle private. "Eticamente immorali, ma rappresentano solo l'8 per cento dei complessi penitenziari. Non funzionano né meglio né peggio del pubblico", chiarisce.
In alcuni Stati c'è chi ha iniziato a mettere mano a qualche lieve riforma per arginare le incarcerazioni di massa. Ad esempio eliminando il sistema di cauzione in contanti oppure evitando di perseguire piccoli reati di droga e crimini non violenti come il vagabondaggio. Ci sono poi alcuni progetti di legge che si stanno facendo strada verso il Congresso, come ad esempio quelli relativi al diritto al voto o alle condanne a lungo termine. Anche Donald Trump alla fine del 2018 aveva firmato un provvedimento volto a ridurre la popolazione carceraria federale. Ma non basta.
Il presidente Joe Biden ancora non ha preso di petto il problema. "È all'inizio del suo mandato, tuttavia direi che la maggior parte dei sostenitori sono piuttosto delusi", dice scoraggiata Nellis. Sul piatto ci sono "problemi acuti come il rilascio compassionevole degli anziani a cui era stato permesso di uscire di galera durante la pandemia. In tanti hanno esortato il presidente a consentire loro di rimanere a casa. Finora non è stato possibile, la gente è stata rimandata in prigione". Sebbene qualcosa si muova, per una sostanziale riforma occorrerà aspettare. Aspettare ancora. "Esigiamo, come esseri umani, la dignità e la giustizia che ci sono dovute dal nostro diritto di nascita", recitava il Manifesto di Attica del 1971. Cinquant'anni dopo, è ancora questo il grido, inascoltato, dei detenuti americani.
di Marco Santopadre
Il Manifesto, 11 novembre 2021
Il rapporto del Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d'Europa: nelle prigioni e i commissariati maltrattamenti e abusi su fermati e detenuti per punire o estorcere confessioni. Madrid promette la creazione di un ufficio per contrastare le violenze.
Il rapporto pubblicato martedì dal Comitato per la Prevenzione della Tortura denuncia i maltrattamenti - al limite della tortura - inflitti ai detenuti nei commissariati, nei penitenziari e nelle carceri minorili da parte di membri della Guardia Civil, della Policía Nacional e della polizia penitenziaria.
Il documento, realizzato sulla base delle ispezioni condotte dai rappresentanti dell'organismo del Consiglio d'Europa dal 14 al 28 settembre 2020 in 19 centri penitenziari spagnoli, dettaglia 21 casi che però, avvisa, devono essere considerati solo un esempio di una casistica assai più ampia, basata su denunce consistenti e credibili.
Ad esempio, nel caso del carcere di Albocasser (Comunità Valenzana), "circa un terzo dei 75 detenuti intervistati ha raccontato di maltrattamenti, in particolare di schiaffi e pugni, calci e colpi di manganello". In più di un caso, hanno raccontato i carcerati, il personale utilizza pali, bastoni e altri strumenti non regolamentari e non manca la falanga, come vengono chiamati i ripetuti colpi inferti alla pianta del piede del torturato. Numerose le denunce di comportamenti violenti nei confronti dei detenuti stranieri, soprattutto nei commissariati, accompagnati da insulti razzisti associati dagli intervistati all'uso da parte del personale di simbologia fascista.
"I maltrattamenti vengono inflitti per obbligare i sospetti a fornire informazioni o a confessare determinati delitti o per punirli dei crimini presuntamente commessi", almeno nei commissariati, scrive il Cpt. Nelle carceri, invece, i detenuti vengono picchiati da uno o più agenti contemporaneamente come punizione per aver disobbedito agli ordini.
Il rapporto evidenzia poi la mancanza di attenzione ai diritti delle detenute, che possono contare solo su tre carceri femminili in tutto il paese e che in genere sono rinchiuse in reparti ad hoc dentro carceri prevalentemente maschili. L'organismo si rivolge al governo spagnolo e alle istituzioni penitenziarie affinché le leggi sul rispetto dei diritti umani e delle garanzie per i detenuti siano integralmente applicate. Inoltre, il Cpt ribadisce l'importanza della sistematica punizione degli abusi al termine di celeri ed efficaci indagini per sradicare quella che definisce "cultura dell'abuso e dell'impunità", agevolata da una diffusa omertà tra gli operatori.
Infine, il rapporto sottolinea la necessità di conservare le registrazioni delle telecamere di sicurezza per almeno 30 giorni e di dotare gli agenti di telecamere corporee. I rappresentanti del Consiglio d'Europa hanno denunciato di aver trovato i cavi di una telecamera tranciati proprio in una zona dove erano stati riportati alcuni maltrattamenti.
Il capitolo del rapporto dedicato alle prigioni è molto critico nei confronti dell'operato dei Tribunali di Sorveglianza, che lavorano solo sulla base della documentazione fornita dalle stesse carceri, senza ascoltare direttamente i denuncianti, il che porta ad archiviare sistematicamente le denunce come infondate.
Secondo i dati forniti dallo stesso governo spagnolo al Cpt, tra l'1 gennaio del 2017 e il 20 giugno 2020 si sono accumulate ben 501 denunce di abusi nei confronti di detenuti da parte del personale penitenziario, ma sono state aperte solo 62 indagini sfociate in appena sette condanne. Il governo in carica rivendica la "stretta e permanente vigilanza in materia" realizzata dal ministero degli Interni e ha annunciato la prossima creazione di un Ufficio per la Garanzia dei Diritti Umani destinato a contrastare i casi di maltrattamenti inflitti ai detenuti.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 11 novembre 2021
La crisi dei migranti in corso alla frontiera tra Polonia e Bielorussia ha avuto l'effetto di aprire l'ennesima crepa nell'Unione europea. Scartata fino ieri con determinazione dalla Commissione Ue, l'ipotesi di finanziare nuove barriere ai confini esterni dell'Unione utilizzando il bilancio europeo sta prendendo sempre più consistenza, con il rischio adesso di creare uno scontro tra Consiglio e Commissione.
Ad aprire all'utilizzo di fondi europei - come richiesto qualche settimana fa da 12 Stati membri - è stato proprio il presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel, per il quale è "legalmente possibile finanziare infrastrutture alle frontiere". Michel ha anche sollecitato gli Stati a discutere presto la questione perché, ha spiegato, "i confini polacchi e baltici sono confini europei". Linea che però, ancora una volta, non viene condivisa dalla presidente Ursula von der Leyen, per la quale non è possibile attingere al bilancio comunitario per costruire "recinzioni e filo spinato".
Unità c'è invece nel decidere un nuovo pacchetto di sanzioni contro Minsk. Von der Leyen, che ieri si trovava a Washington, ne ha parlato alla Casa Bianca con il presidente Joe Biden: quella in corso tra Polonia e Bielorussia, ha spiegato, "non è una crisi migratoria", né "un problema bilaterale" tra i due Paesi, ma "il tentativo di un regime autoritario di provare a destabilizzare i suoi vicini democratici". La discussione sulle nuove sanzioni si terrà lunedì, al vertice dei ministri degli Esteri, mentre anche gli Usa starebbero lavorando a un pacchetto di interventi mirati in particolare contro le compagnie aeree che trasportano i migranti in Bielorussia e che dovrebbe diventare operativo da dicembre.
Per quanto riguarda la Ue non è esclusa però un'accelerazione ulteriore. Il prossimo consiglio Ue è fissato per dicembre ma il premier polacco Mateusz Morawiecki spinge per convocarne uno prima, da tenersi anche in videoconferenza, dove decidere le sanzioni contro Minsk e affrontare anche la questione dei finanziamenti alla costruzione di nuovi muri. Ipotesi, quest'ultima, sostenuta anche dal capogruppo dei Ppe al parlamento europeo, Manfred Weber.
La situazione al confine bielorusso intanto non promette niente di buono. Anzi, secondo il capo della diplomazia Ue Josep Borrell "può solo peggiorare" con immagini "sempre più scioccanti" di come sono costretti a vivere i migranti. Le premesse perché le previsioni di Borrell si avverino ci sono tutte. A partire dalla presenza sempre più evidente della Russia nella crisi. Ieri la cancelliera Angela Merkel ha chiamato al telefono Vladimir Putin chiedendogli di utilizzare la sua influenza sul dittatore bielorusso Lukashenko, definendo "disumana e del tutto inaccettabile" la "strumentalizzazione" dei migranti. La risposta del presidente è stata come se la Russia fosse estranea a quanto sta accadendo. Putin ha infatti proposto che a discutere della crisi siano i "rappresentanti degli Stati membri della Ue e Minsk". Come se lo scontro in atto alla frontiera non riguardasse Mosca. Peccato che da giorni i ministri degli Esteri russo e bielorusso, Sergej Lavrov e Vladimir Makei, parlano praticamente con una voce sola e i toni non sono certi quelli di chi cerca una mediazione. Tanto che Lavrov ha definito "inaccettabili" e "illegali" eventuali nuove sanzioni europee contro Minsk, ha avvertito "la Vecchia Europa" di non farsi "trascinare in uno scontro con Russia e Bielorussia" aggiungendo che i due Paesi risponderanno uniti di fonte a "passi ostili della Nato". E per sgomberare il campo da equivoci ieri due bombardieri russi Tu-22m3 hanno sorvolato la spazio aereo bielorusso: "Svolgono i compiti di allerta al combattimento per la difesa aerea nel Sistema di difesa aerea regionale dell'Unione statale Russia-Bielorussia" ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca.
Alla frontiera intanto i migranti sono riusciti nella notte a sfondare la recinzione entrando in Polonia. La reazione dei militari, diventati ormai 15 mila a difesa del confine, è stata immediata e violenta: molti migranti sono stati respinti indietro, una cinquantina arrestati e almeno quattro, secondo fonti bielorusse, sarebbero stati feriti. Sempre Borrell ieri ha chiesto che alle associazioni umanitarie venga permesso di raggiungere e aiutare uomini, donne e bambini rimasti bloccato in mezzo al filo spinato, e di organizzare dei corridoi umanitari per poterli trasferire. Inspiegabilmente, però, anziché avanzare la richiesta al governo polacco, come sarebbe logico, Borrell lo ha chiesto a Minsk a dimostrazione dell'ipocrisia europea. La crisi, infine, rischia di allargarsi ulteriormente. La Polonia ha infatti accusato la Turchia di agire "in piena sincronia con Bielorussia e Russia", mentre l'Ucraina ha avvertito Minsk che potrebbero esserci "conseguenze irreparabili" se la Bielorussia, come ventilato da Makei, dovesse riconoscere la Crimea come russa.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 11 novembre 2021
Scaricare a bella posta migliaia di esseri umani su una frontiera incerta e senza prospettive di salvezza, quello che sta facendo l'autocrate bielorusso Lukashenko, è meschino e vergognoso, peggio se motivato spregiudicatamente come ritorsione alle sanzioni Ue dopo il dirottamento dell'aereo Vilnius-Atene con a bordo un oppositore di Minsk. È un gioco sporco sulla pelle di esseri umani ora alle prese con il muro militare polacco fatto di stato d'assedio nella regione, spari, tank, elicotteri, forze speciali e arresti di massa. Lì di freddo sono morti già sei migranti. Ma questo non esclude interrogativi di fondo sulla crisi in corso al confine polacco diventato all'improvviso il fronte di una nuova "guerra ibrida" che vede schierato quasi tutto il mondo per una rinnovata guerra fredda in pieno Vecchio continente.
Soprattutto se si considera che, al di là delle strumentalizzazioni di Lukashenko, il dramma dei profughi in fuga da guerre e miseria che ci hanno visti come protagonisti occidentali, non è propaganda: è reale. E soprattutto se si ha a cuore, non tanto la dimensione geopolitica della crisi, quanto la vita di migliaia di persone ora chiuse alla frontiera bielorussa, spinti a forza da una parte e respinti con violenza dall'altra, con in mezzo una barriera di filo spinato protetto da dodicimila militari inviati da Varsavia con forze antiterrorismo.
Tre domande cogenti urgono: se c'è in atto un ricatto sui profughi, c'è forse una ricattabilità specifica su questo dell'Unione europea? Siamo sicuri che gli unici agenti protagonisti della crisi strumentale in corso siano l'autocrate di Minsk e il leader russo Putin considerato suo protettore - ma in realtà è visto da Mosca con grande diffidenza per la sua pericolosa inaffidabilità - e non anche due attori già in scena, la Polonia e, nascosta, la Germania? E che fine devono fare ora quei 5mila profughi (ma le fonti del governo polacco parlano di più di diecimila)?
Alla prima domanda non è difficile, purtroppo, rispondere: la questione dei profughi è la voragine nera dell'Unione europea che si considera a torto leader dei diritti umani, che i migranti in fuga afghani, siriani, iracheni e africani ora li abbandona spesso al lor destino e che come fortezza economica li respinge indietro.
La chiamano esternalizzazione, verso Paesi come Libia, Turchia, Marocco, che fanno i gendarmi per noi e che per questo ruolo, costruendo un universo concentrazionario di carceri e campi di concentramento, ricattano l'Ue nella gestione dei flussi; eppure il ricatto è tranquillamente accettato in un scambio ineguale di esseri umani e finanziamenti, nel pieno disprezzo dei diritti umani. E della memoria, visto che la gran parte dei Paesi europei ha partecipato alle ingerenze umanitarie e alla esportazione della democrazia in armi che hanno destabilizzato Libia, Siria, Afghanistan - la Germania ha avuto per un massacro di civili provocato da un suo bombardamento aereo addirittura una crisi di governo nel 2009.
Che dire poi dei Paesi dell'Est, tutti entrati nella Nato e al seguito delle guerre Usa, che ora rifiutano ogni redistribuzione del carico di migranti in arrivo in Europa e che chiedono all'Ue di finanziare l'estensione di un muro di fili spinati lungo tutte le loro frontiere - e la maggior parte di loro non confina con la Bielorussia? Ora che nuovi muri sono comparsi su tutta la cosiddetta rotta balcanica e oltre, dall'Ungheria, alla Slovenia, alla Croazia, alla Grecia e alla Bulgaria che invia truppe al confine turco?
Quanto alla domanda sugli attori in scena, come non notare che la Polonia, solo fino a 48 ore prima sotto accusa della Commissione europea per violazione dello Stato di diritto, sia diventata all'improvviso il baluardo geostrategico dell'Europa stessa? Ora la sua richiesta di un muro finanziato dalla Ue appare più "credibile", mentre Varsavia respinge la presenza di testimoni sul luogo compresi i giornalisti e le Ong internazionali e vieta l'ingresso di Frontex.
Solo pochi giorni fa Angela Merkel ha invitato Bruxelles ad essere più flessibili verso Varsavia in virtù delle sue "sofferenze storiche", aprendo così la strada - ha scritto Sergio Romano sul Corriere della Sera - ad una rivisitazione diseguale dei doveri di rispetto dei Trattati europei.
Allora come non vedere che c'è anche la Germania come attore non proprio invisibile, con Merkel che lascia la scena dichiarandosi pentita della scelta di aprire ai profughi siriani? Subito interpretata in questi giorni dal ministro ad interim degli interni Horst Seehofer: se l'inquadratura delle tv, dalla frontiera polacco-bielorussa si allargasse sul confine polacco-tedesco, vedremmo nel Brandeburgo centinaia di migranti chiusi in un corridoio di terrore, dove un esercito di poliziotti e qui e là di milizie neonaziste, è a caccia dei profughi che sono riusciti a passare.
A proposito, ma la coalizione di governo in fieri della Germania post-elettorale su questo non ha nulla da dire? Ora che ogni autorità tedesca si dichiara favorevole al finanziamento Ue per la muraglia di filo spinato che un gruppo di Paesi, con la Polonia capofila, hanno richiesto?
Non è solo questione di sovranismi che condizionano le scelte dei governi: l'Unione fin qui realizzata appare come un sovranismo gigante, in incerto equilibrio tra due nazioni, Germania e Francia, tutt'altro che sovranazionali, che disattende i suoi stessi Trattati sulla libera circolazione. A meno che, naturalmente, non si tratti di merci.
Intanto sulla crisi arrivano l'allerta della Nato, responsabile di quasi tutte le guerre dalle quali macerie i profughi sono in fuga, e perfino la voce grossa degli Stati uniti che di muri contro i migranti e delle prigioni perfino per bambini profughi davvero se ne intendono.
Ma allora che fine devono fare le migliaia di profughi imbottigliati al confine polacco-bielorusso? C'è un appello delle quattro scrittrici Nobel per la letteratura, l'austriaca Elfrie Jelineke, la russa Svetlana Aleksievic, la tedesca Herta Muller e la polacca Holga Tokarczuk, che appellandosi al responsabile degli affari esteri Ue Charles Michel dicono chiaro: "Per noi l'Ue è soprattutto una comunità morale basata sulle regole della solidarietà interpersonale... Comprendiamo che non è facile far fronte all'assalto della disperazione ai confini dell'Europa. Tuttavia, ciò che stiamo permettendo alla frontiera polacca non si adatta ai nostro valori fondamentali", e chiedono quindi il rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati: vuol dire accoglimento, rispetto delle persone, salvaguardia del diritto d'asilo. Sarebbe la vera ingerenza umanitaria. Altrimenti nella zona grigia di questa crisi si consumerà un lento ma inesorabile declino di quella che ancora chiamiamo Unione europea.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 11 novembre 2021
Il 31 ottobre è scaduto il termine per depositare in Cassazione le richieste referendarie. La chiusura della campagna di raccolta firme offre, già ora, dati a consuntivo di sicuro interesse. Allineamoli. Sono state promosse 5 iniziative referendarie: in tema di giustizia (6 quesiti), eutanasia legale (1), depenalizzazione della cannabis (1), abolizione della caccia (1) e del green pass (4). Un altro quesito, abrogativo del reddito di cittadinanza, benché annunciato urbi et orbi non è mai stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Sono tutti referendum d'iniziativa popolare cui si è affiancata, per i soli quesiti sulla giustizia, identica richiesta di 9 Consigli regionali. Tutte le iniziative hanno beneficiato di importanti novità procedurali: allargamento della platea di autenticatori (ora inclusiva anche di avvocati, consiglieri regionali, parlamentari); proroga del termine per la raccolta e il deposito di firme e certificati elettorali (differito di un mese); possibilità (a far data dal 1° luglio) di sottoscrivere digitalmente i quesiti. Il numero approssimato di sottoscrizioni raccolte, dichiarato dai comitati promotori, varia per ogni iniziativa. Giustizia: 4.275.000 firme totali (di cui 18.000 digitali), tra le 700.000 e le 750.000 a seconda del quesito. Eutanasia: 1.222.000 (di cui 388.000 digitali). Cannabis: 630.000 (di cui 606.880 digitali). Caccia: 520.000 (di cui 73.800 digitali). Green pass: ignote le cifre ufficiali evidentemente insufficienti per il deposito in Cassazione, non avvenuto. Così come non c'è stato per le firme dei quesiti sulla giustizia, a sostegno dei quali sono state formalizzate le sole delibere regionali. Sulla regolarità delle richieste depositate deciderà l'Ufficio Centrale di Cassazione; a seguire, sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi sull'ammissibilità dei singoli quesiti. Anche i termini per tali operazioni di controllo sono stati differiti di un mese: al 30 novembre (Ufficio centrale), al 10 febbraio (camera di consiglio della Consulta), al 10 marzo (pubblicazione delle sue sentenze). Che cosa racconta questa messe di dati?
Ridimensiona, innanzitutto, l'urlato pericolo per il sopravvento di un'arrembante click-crazia, sicaria della democrazia rappresentativa. Abaco alla mano, la possibilità di raccolta online delle firme si è rivelata indispensabile solo per 2 quesiti (cannabis, caccia), non è stata determinante per 7 quesiti (giustizia, eutanasia), non ha evitato il fallimento di 4 quesiti (green pass), né è servita a far decollare un referendum annunciato (reddito di cittadinanza). Dunque, non basta la tecnologia per assicurare consenso referendario. Può rivelarsi necessaria ma non è sufficiente: a fare la differenza, più che il vettore, è il merito del quesito, promosso da un comitato riconoscibile, credibile, capace di fare rete tra persone e associazioni. Nessuna deriva tecno-populista è automaticamente trainata dalle firme digitali. Neppure se al servizio di referendum su un tema mediaticamente dopato, qual è il ribellismo contro il green pass e "qualsiasi altro strumento di coercizione e di controllo sociale" governativo (sic, nel sito del comitato promotore). Nessuna torsione referendaria in chiave antiparlamentare. L'antiparlamentarismo è l'anticamera di ogni fascismo. Il referendum, invece, avvia con le Camere una competizione potenzialmente feconda (e costituzionalmente garantita) sulla disciplina oggetto del quesito. Le richieste depositate questo fanno, grazie anche alle firme digitali.
Se così è come i dati mostrano, sbagliano bersaglio i rimedi proposti contro la paventata spid-democracy: volendo arginarne l'abuso, ostacolano l'uso dello strumento referendario. Preliminarmente, tali proposte muovono da un malinteso: la digitalizzazione delle firme rappresenta un rimedio, non un problema da risolvere. Infatti, la si è introdotta perché l'Italia è stata condannata dal Comitato Diritti Umani dell'ONU per le "restrizioni irragionevoli" che la legge n. 352 del 1970 impone alla partecipazione al procedimento referendario.
Per ciò la legge n. 178 del 2020 obbliga il Governo a realizzare - a decorrere dal 1° gennaio 2022 - una piattaforma pubblica per la raccolta online delle firme necessarie a iniziative referendarie (e legislative) popolari. Tale modalità di raccolta è stata transitoriamente anticipata - a spese dei promotori - con un emendamento al decreto semplificazioni (n. 77 del 2021) approvato all'unanimità, contro il parere del Ministero di giustizia. L'emendamento dell'on. Magi, dunque, si è innestato su una scelta legislativa dovuta, pregressa, consapevolmente anticipata. Non nasce da astuzia luciferina, semmai dall'intelligenza politica di chi sa esercitare il mandato parlamentare, nel solco della migliore scuola radicale.
Guadiamoli allora, questi rimedi. L'idea di innalzare la soglia costituzionale delle 500.000 firme è motivata come adeguamento alle dimensioni del corpo elettorale: 50 milioni, contro i 30 milioni del 1948. È una premessa sbagliata. Se i Costituenti avessero inteso esprimere una proporzione tra firme referendarie ed elettori, non avrebbero indicato una cifra assoluta ma una percentuale (come, in origine, negli artt. 56 e 57 della Costituzione sul numero di deputati e senatori). Quella soglia, in realtà, esprime convenzionalmente la serietà della richiesta referendaria: a questo serve, non ad ostacolarne l'iniziativa. Sul come raccoglierle poi, la Costituzione nulla dice, tantomeno che lo si debba fare al rallentatore. Preso sul serio, l'aggiornamento proposto collocherebbe l'asticella a quota 920.000 sottoscrizioni. Un'enormità. Poco meno delle firme richieste per l'iniziativa legislativa popolare europea: 1 milione (a fronte però di 450 milioni di cittadini comunitari); soglia raggiunta, in 10 anni, solo 6 volte.
È già disegno di legge (C. n. 3284) l'anticipazione del giudizio di ammissibilità del referendum a quando ha ottenuto, entro un mese, almeno 100.000 sottoscrizioni (e non più di 120.000). Si eviterebbero così "possibili frustrazioni" per le centinaia di migliaia di firmatari, consentendo alla Consulta di "pronunciarsi con serenità". Posso dire? Una Corte costituzionale, istituzionalmente chiamata a opporsi a norme (illegittime) del Parlamento o del Governo, non abbisogna di simili cautele. Le sue decisioni referendarie non sono una variabile dipendente dal numero delle firme raccolte. Le critiche ad esse rivolte non si appuntano sul loro esito ma sulla loro imprevedibilità, dovuta a una giurisprudenza labirintica e contraddittoria. Superato il controllo preventivo dell'Ufficio centrale, 100.000 firme basterebbero per elevare prematuramente una ridotta falange di sottoscrittori a potere dello Stato. Infine, si moltiplicherebbero oltre il necessario gli interventi della Corte.
Le Camere avranno tempo per razionalizzare la novità delle sottoscrizioni online: combinando l'arco temporale di raccolta, il divieto di nuovi referendum nell'ultimo anno di legislatura e nei primi 6 mesi della nuova, se ne riparlerà tra 3 anni. Per i quesiti già depositati, invece, si prospetta il voto in primavera. Salva una loro ecatombe in Cassazione o alla Consulta. E salva l'ipotesi di elezioni anticipate, come già accaduto (nel 1972, 1976, 1987, 2008) quando le Camere furono sciolte per evitare consultazioni referendarie già convocate. Tentazione che potrebbe riaffiorare, pur di sottrarsi alla logica binaria del voto e guadagnare tempo utile a disinnescarlo con mirati interventi legislativi. Voteremo altrimenti su quesiti numerosi e tematicamente differenti. In passato (nel 1990, 1997, 2000, 2003, 2005, 2009), la loro moltiplicazione ha scoraggiato la partecipazione fino a invalidarne il voto. Non è dunque necessariamente vero che più quesiti, richiamando platee diverse che si sommano, assicurino il raggiungimento del quorum. Questa volta, però, la loro rilevanza rende plausibile sia una massiccia affluenza alle urne che un voto differenziato (come già nel 1995: 12 quesiti, 5 approvati, 7 bocciati). Ne deriverà un positivo corollario: "l'astensionismo strategico diventa troppo rischioso e quindi i contrari saranno indotti a partecipare" (Vassallo).
Vedremo. La storia referendaria ci ha abituato a tutto. Mai però si era visto, prima d'ora, il suicidio di un comitato promotore che dichiara di aver raccolto le firme ma non le deposita. Legittimando così qualsiasi retropensiero, anche quello di un numero talmente alto d'irregolarità nella raccolta da precludere la soglia delle 500.000 firme necessarie. Il comitato promotore dei referendum sulla giustizia esce così di scena, abbandonando ai delegati regionali (tutti leghisti) i 6 quesiti e perdendo ogni potere d'iniziativa costituzionale in loro difesa. In concreto: non potrà costituirsi davanti alla Consulta o contestare le decisioni dell'Ufficio Centrale. Non potrà sollevare conflitti d'attribuzione a tutela della "genuina manifestazione della sovranità popolare" (sent. n. 161/1995) contro Governo, Parlamento, Commissione di vigilanza. Non usufruirà di appositi spazi televisivi per la comunicazione referendaria.
Di più. La scelta fatta capovolge la titolarità del potere d'iniziativa referendaria, che la Costituzione riconosce ai sottoscrittori "istituzionalmente rappresentati dai promotori" (sent. n. 69/1978). Il comitato ha agito, invece, come se quel potere fosse suo, sacrificandone gli autentici titolari alle proprie strategie. Servirsi degli elettori (e dei propri militanti) fingendo di esserne al servizio è proprio di partiti a guida autocratica. Della Lega si sapeva e non sorprende. Ma che il Partito Radicale subisca abbozzando, delude e lascia increduli. All'avvio della campagna referendaria (Il Riformista, 11 giugno 2021) ci si interrogava su chi, tra i due alleati, ne avrebbe avuto l'egemonia: la risposta è arrivata.
di Giusy Baioni
Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2021
Ora in manette anche membri Onu e missionari. Un portavoce dell'esecutivo ha affermato che i dipendenti Onu sono stati trattenuti per la loro "partecipazione al terrore", ma non è stata presentata alcuna prova. A preoccupare i leader del Paese è soprattutto l'unione di nove gruppi ribelli che adesso minacciano direttamente la capitale federale Addis Abeba e puntano a rovesciare il governo.
Settantadue autisti del Programma alimentare dell'Onu (Pam) arrestati a Semera, 16 dipendenti delle Nazioni Unite e 17 missionari salesiani detenuti nella capitale: è solo l'ultimo allarmante segnale che giunge da Addis Abeba, capitale dell'Etiopia, dove la guerra in corso da un anno esatto ha registrato negli ultimi giorni un brusco deterioramento. Un portavoce del governo etiope ha affermato che i dipendenti Onu sono stati trattenuti per la loro "partecipazione al terrore", dopo che dal 2 novembre è in vigore lo stato di emergenza. Secondo un operatore umanitario sentito dall'Associated Press dietro garanzia di anonimato, tutti i membri dello staff Onu fermati sono tigrini, popolazione considerata dal governo come nemica e schierata al fianco delle forze ribelli che puntano a rovesciare l'esecutivo guidato dal premio Nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed Ali. Stando alle Nazioni Unite, non è stata fornita alcuna ragione per tali detenzioni, ma la comunità tigrina denuncia arresti diffusi attuati solo su base etnica.
Il governo etiope, dal canto suo, afferma di detenere persone sospettate di sostegno alle forze rivali del Tigray, classificate all'inizio dell'anno come gruppo terroristico. Già il mese scorso Addis Abeba aveva espulso 7 membri del personale Onu, accusandoli senza prove di aver gonfiato falsamente la portata della crisi. Gli sforzi diplomatici e le denunce internazionali per le espulsioni e per arresti che paiono motivati esclusivamente dall'appartenenza etnica non hanno per ora sortito alcun effetto: Washington, così come l'Unione Africana, spingono per un cessate il fuoco immediato. Il segretario generale dell'Onu per gli Affari Umanitari, Martin Griffiths, ha concluso da poco un viaggio di quattro giorni nel Paese, dove ha incontrato il primo ministro Ahmed e ha visitato le "autorità di fatto" del Tigray, puntando almeno a facilitare l'accesso degli operatori umanitari a milioni di persone vittime del conflitto.
Le radici della crisi - L'Etiopia era da anni indicata come un modello: un'economia in forte crescita, riforme atte a modernizzare il Paese, sede dell'Unione Africana, la migliore stabilità del Corno d'Africa. Ma è bastato un anno per precipitare in un incubo. Il suo premier, Abiy Ahmed, insignito del Nobel per aver ottenuto il riavvicinamento con l'Eritrea dopo decenni di guerra, il 4 novembre 2020 decideva una "azione lampo" dell'esercito in risposta a un attacco del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tplf) contro alcune basi militari. Il Tigray si era già distinto per atti di ribellione contro il governo centrale, culminati con la tenuta di elezioni senza l'autorizzazione di Addis Abeba. La guerra "lampo", dopo un anno, ora rischia di trascinare l'intero paese nel caos e di minare alle fondamenta la sua credibilità. Ora il Tplf, coalizzato con altri otto gruppi fra cui l'Esercito di liberazione degli Oromo (Ola), minaccia direttamente la capitale federale Addis Abeba.
L'escalation di questi giorni è solo l'ultimo atto di un conflitto di vecchia data che ha visto la minoranza tigrina governare l'Etiopia con pugno di ferro per quasi tre decenni. I tigrini (6% su 115 milioni di abitanti, nel secondo paese più popoloso d'Africa) avevano dovuto rinunciare al potere dopo che, nel 2015, enormi manifestazioni di piazza avevano preteso un cambio di regime. Era così giunto al potere l'attuale premier Abiy Ahmed, esponente della maggioranza oromo fino ad allora oppressa, che rappresentava un simbolo di riscatto e speranza. Le sue prime mosse avevano ristabilito il multipartitismo e la libertà di stampa, liberando prigionieri politici e giungendo infine a firmare la pace con l'Eritrea.
Per la verità, ai Paesi vicini (la fragile Somalia in testa) già non sfuggivano le mire espansionistiche di un'Etiopia che puntava alla crescita economica e di prestigio, ma è stato solo nell'ultimo anno che l'immagine di Abiy Ahmed come riformatore illuminato ha definitivamente ceduto il posto a quella di un leader arroccato sulle sue posizioni e intestardito nella difesa a oltranza del suo esercito, anche quando commetteva crimini sulla popolazione tigrina: migliaia i morti, decine di migliaia gli sfollati, violenze e stupri, crimini di guerra testimoniati da diverse organizzazioni dei diritti umani e compiuti - va detto - da tutti gli attori in campo.
Il conflitto nel Tigray non è l'unico rischio imminente per la regione: la decisione ostinata di costruire la Grand Ethiopian Renaissance Dam, ovvero la mega diga sul fiume Nilo, senza prestare ascolto alle rimostranze di Sudan ed Egitto, i Paesi a valle le cui economie dipendono in larga parte dalla portata del grande fiume africano, ha enormemente aumentato gli attriti regionali ed è passata in secondo piano solo a causa del mortifero conflitto col Tigray.
Tigray che, invaso un anno fa, non è restato a guardare: i suoi leader, dopo essersi ritirati sulle montagne, si sono riorganizzati e ora - col probabile appoggio dei tanti nemici che si è fatto Abiy nella subregione - stanno puntando sulla capitale, con un rovesciamento delle posizioni di forza. Il premier ha chiamato i suoi concittadini alla rivolta contro il "nemico traditore del popolo". E decine di migliaia di persone sono scese in piazza ad Addis Abeba e in altre città per sostenere il governo e protestare contro l'avanzata del Tplf.
In ogni caso, un risultato è certo: credibilità azzerata, investitori in fuga, diplomazie preoccupatissime sono solo i più evidenti risvolti del precipitare degli eventi, in un'escalation che non mina solo la grande Etiopia, ma tutta la regione e rischia di avere pesanti conseguenze per l'intero continente, le cui istituzioni hanno sede proprio a Addis Abeba. Tace per ora il tigrino più illustre, il capo dell'Oms Tedros Gebreyesus che mosse i primi passi politici proprio nel Tplf e fu ministro della sanità nel governo precedente, quando l'Etiopia era guidata con pugno di ferro da Meles Zenawi.
di Floriana Bulfon
La Repubblica, 11 novembre 2021
Alberto Livoni lavora per il volontariato salesiano. Da giorni in corso una retata di missionari e attivisti. Ad Addis Abeba si respira un clima d'assedio e le forze governative vivono nella paranoia di una "quinta colonna" tigrina attiva in città contro il premier Abiy Ahmed. Da una settimana vengono segnalati arresti di missionari, volontari delle Ong e persino dipendenti delle agenzie Onu. E il 6 novembre è stato fermato anche un operatore umanitario: Alberto Livoni. Il cittadino italiano lavora per Vis, il Volontariato Internazionale per lo Sviluppo che si ispira al messaggio di San Giovanni Bosco occupandosi di scuole e corsi di formazione per i giovani.
Non ci sono conferme ufficiali sulle motivazioni del fermo. La polizia federale avrebbe agito per "ragioni di sicurezza" e avrebbe contestato a Livoni la cessione di una valigetta con un milione di birr - una somma pari a circa 20mila dollari - con il sospetto che il denaro servisse ad aiutare la popolazione tigrina.
Livoni, cinquantenne di origini emiliane, studi in Svizzera e una lunga esperienza nella cooperazione, sarebbe ancora detenuto. In Etiopia lavora proprio per l'emergenza nel Tigray. La regione è isolata da oltre un anno: lo scorso novembre ha subìto l'offensiva scatenata dall'esercito, che da allora ostacola i rifornimenti di cibo e medicine provocando una crisi umanitaria gravissima. Poi il contrattacco tigrino ha inflitto una dura sconfitta alle truppe di Addis Abeba, innescando la rivolta di altri gruppi etnici che ora marciano verso la capitale. Ma le condizioni della popolazione restano drammatiche. Pochi mesi fa Livoni ha raccontato proprio i progetti allestiti nelle scuole dove sono stipati migliaia di bambini, tutti profughi in fuga dai villaggi devastati dal conflitto. Il nostro consolato e la nostra ambasciata si sono messi in contatto con le autorità etiopi per trovare una soluzione al fermo del volontario italiano.
La situazione nella capitale peggiora ogni giorno. Nove formazioni hanno costruito un'alleanza contro il premier Abiy, che due anni fa era stato premiato con il Nobel per la Pace: le loro milizie sono a poco più di cento chilometri dalla città. Nelle strade di Addis Abeba ci sono state manifestazioni in sostegno del governo, con slogan contro gli Stati Uniti e l'Europa. Mentre aumentano le retate con perquisizioni, arresti e deportazioni in luoghi sconosciuti.
Proprio un giorno prima dell'arresto di Livoni alcuni agenti sono entrati in un centro gestito dai Salesiani nella zona di Gottera. All'interno c'erano 17 persone, sacerdoti e laici etiopi ed eritrei che vivevano nella struttura. "Sono stati tutti portati in una località segreta dove adesso sarebbero detenuti" fa sapere Fides, l'organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie in contatto con fonti locali. "Non riusciamo ancora a comprendere quali siano i motivi alla base di un atto così grave: perché arrestare sacerdoti che svolgono la loro missione di educazione, peraltro in un centro impegnato da sempre a fare del bene, molto frequentato da anni da tantissimi bambini, dove si fa recupero dei bambini di strada?", chiede don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeisha mentre i Salesiani in Etiopia hanno inviato un messaggio in cui invitano a "pregare per la pace e l'unità del Paese".
In questa escalation del terrore anche sedici dipendenti delle Nazioni Unite originari del Tigray sono finiti in cella. "Sono al momento detenuti contro la loro volontà", fa sapere il portavoce Stephane Dujarric. E ieri l'Onu ha annunciato che settanta autisti dei camion che trasportano gli aiuti del Pam - il Programma Alimentare Mondiale - sono stati arrestati con una contestazione generica di "terrorismo": si tratta di persone di etnia diverse, non solo tigrina. L'effetto della retata è chiaro: impedire l'afflusso di cibo e medicine. L'operazione è scattata a Semera, la città chiave da cui i convogli cercano di raggiungere il Tigray. "C'è in corso un vero blocco umanitario. L'80 per cento dei farmaci essenziali non è più disponibile nella regione", ha denunciato l'Onu. Ma il governo sostiene che i rifornimenti distribuiti dalle agenzie umanitarie finiscono anche nelle mani dei miliziani ribelli e contesta l'opera di alcune ong con accuse gonfiate per aumentare il livello della crisi. Il tutto - secondo l'Onu - senza fornire prove.
Di fronte a questa escalation, le ambasciate occidentali hanno cominciato a ridurre al minimo il personale in Etiopia preparando piani di evacuazione completa e molte aziende straniere stanno rimpatriando i loro dipendenti. Un'emergenza che preoccupa anche l'Italia: ieri il Copasir ha ascoltato il generale Giovanni Caravelli, direttore dell'Aise: "Abbiamo chiesto informazioni sulla drammatica crisi che investe l'Etiopia e che vede l'avanzata delle milizie del Tigray verso la capitale Addis Abeba, anche in considerazione delle possibili ricadute sulla dinamica dei flussi migratori e della penetrazione islamica nel Corno d'Africa, Regione di nostro prioritario interesse strategico".
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 11 novembre 2021
I ricordi di Matthew sono ancora vivi e dolorosi. È stato prigioniero nelle carceri emiratine sotto il controllo, tra gli altri, del generale Ahmed Naser al Raisi, uno dei candidati alla presidenza dell'Interpol. Per scaricare la tensione Matthew accarezza Bruce, il cane di piccola taglia seduto sopra le sue ginocchia. Con fatica tra silenzi e sospiri racconta il calvario che ha subito nel 2018 negli Emirati Arabi Uniti. "Mi trovavo lì per finire la mia ricerca di dottorato incentrata sull'autoritarismo per l'università di Durham. Conoscevo le persone che stavo intervistando, erano tutti stranieri e non membri della sicurezza nazionale. Mi sentivo al sicuro", dice.
La sua ricerca procede senza intoppi e dopo mesi di lavoro, il 5 maggio, Matthew è pronto a salire su un volo per tornare in Inghilterra quando viene fermato dai poliziotti all'aeroporto di Dubai. "La situazione era caotica. All'inizio mi hanno detto che non ero in arresto, ma che avrei dovuto seguirli perché ero indagato. Ho subito chiesto un avvocato ma me lo hanno negato". Matthew viene ammanettato, incappucciato e caricato su una vettura.
La sua storia è un flusso di coscienza continuo. Ricorda che lo hanno portato davanti al procuratore di stato che, dopo dodici ore di interrogatorio, gli ha detto che sarebbe stato trattenuto in attesa di risolvere il caso. Nel frattempo, in Inghilterra, sua moglie Daniela non riesce né a contattarlo né a capire dove sia finito e percepisce che qualcosa non va. Matthew viene rinchiuso nella stanza di un edificio della sicurezza nazionale ad Abu Dhabi. È un posto dove di solito vengono portate persone accusate di crimini gravi o di reati politici. Ma lui è britannico, non avrebbe mai immaginato di essere trattato come Ahmed Mansoor, l'attivista per i diritti umani che dal 2017 sta scontando, in condizioni inumane, una pena di dieci anni per le sue critiche nei confronti del governo emiratino.
Verso la confessione - Col passare dei giorni gli interrogatori diventano più aggressivi e arrivano a durare fino a quindici ore. "Mi dicevano che sapevano della mia ricerca, del mio lavoro. Mi hanno chiesto di rubare dei documenti dal ministero degli Esteri britannico ed è in quel momento che sono iniziati gli attacchi di panico", dice il ricercatore. "Hanno iniziato a darmi delle medicine e gli interrogatori si sono fatti più aggressivi. Ho capito che era l'introduzione verso qualcos'altro. Mi hanno rinchiuso in una stanza. C'era del sangue per terra, sentivo la gente urlare di continuo. Era tutto organizzato per distruggere psicologicamente chi si trova lì dentro", racconta guardando il vuoto. Lo hanno talmente imbottito di medicinali che è stato ricoverato in ospedale. Ed è lì che ha tentato il suicidio. Nel frattempo sua moglie è riuscita a trovare un avvocato, ma non serve. Una volta capito di cosa si tratta il legale decide di mollare il caso. Per Matthew l'unico modo di uscire da quella situazione è firmare una confessione. Dopo mesi di interrogatori, privazione del sonno e violazioni dei diritti umani decide di farlo. Solo a quel punto riesce a incontrare un rappresentante dell'ambasciata britannica.
"È stata una riunione di cinque minuti, il procuratore di stato era circondato dalle sue guardie armate. Quando i diplomatici mi hanno chiesto se fossi stato torturato li hanno fatti uscire con la forza. Non riuscivo a crederci". Passano ancora le settimane e a fine ottobre il giovane ricercatore viene rilasciato su cauzione per due settimane. Scopre che il suo caso è su tutti i giornali britannici. Sua moglie Daniela lo raggiunge nel paese. Solo a distanza di sei mesi dall'arresto ha saputo che nei confronti del marito c'è un'accusa di spionaggio.
Il 21 novembre un giudice lo condanna all'ergastolo ma dopo cinque giorni ottiene il perdono presidenziale, esibito come un gesto di favore da parte delle autorità emiratine a quelle britanniche. Finalmente il 26 novembre Matthew torna a casa.
Il processo nel Regno Unito - Ma il rientro in Inghilterra non è facile. Il trauma è talmente profondo che Matthew non riesce a uscire di casa. Inizia un percorso di terapia e di disintossicazione dagli antidepressivi. E inizia anche la sua battaglia personale per ottenere giustizia. Tramite il parlamentare laburista Ben Bradshaw nel settembre del 2019 presenta un reclamo all'Ombudsman (il difensore civico) del parlamento inglese lamentando, nei confronti negligenze e inadempienze del governo britannico nella gestione del suo caso. In parallelo parte anche un processo legale presso la Corte suprema di Londra contro quattro ufficiali degli Emirati Arabi Uniti: Saqr Said al Naqbi, il procuratore generale di Abu Dhabi di quel tempo; Mohammed Khalfan al Rumaithi, il capo della polizia di Abu Dhabi quando Matthew era detenuto; Hamad Hammad al Shamsi, un ufficiale dell'intelligence e, infine, il generale Ahmed Naser al Raisi, ispettore generale del ministero dell'Interno. Tutti nomi sconosciuti ai più tranne uno.
Le ambizioni di al Raisi - Il generale al Raisi è una figura di spicco della sicurezza nazionale emiratina. È entrato a far parte delle forze di polizia di Abu Dhabi nel 1980 ed è arrivato a occupare la posizione di Ispettore generale del ministero dell'Interno nel 2015. È a conoscenza dei 25 prigionieri di coscienza che, stando al rapporto di Amnesty International 2020 sono detenuti nelle carceri che, di fatto, sono sotto il suo controllo. I suoi obiettivi sono ambiziosi e dopo una campagna elettorale in giro per l'Africa, l'Asia e l'Europa sta puntando alla carica di presidente dell'Interpol. Le elezioni si terranno a porte chiuse dal 23 al 25 novembre a Istanbul e varie ong hanno firmato appelli affinché al Raisi non ottenga l'incarico. "Non ho mai incontrato il generale al Raisi. Ogni volta che mi spostavano dalla stanza venivo incappucciato. Ma lui è responsabile di chiunque venga fermato e detenuto in un edificio della polizia o della sicurezza nazionale. È impossibile non sapesse del mio caso", dice Matthew Hedges.
È dello stesso parere Ali Issa Ahmad, un cittadino britannico detenuto, a suo avviso, per aver indossato una maglietta del Qatar durante una partita della coppa d'Asia che si è tenuta il 22 gennaio a Dubai. Fuori dallo stadio è stato avvicinato da alcuni agenti della polizia in borghese che gli hanno chiesto come mai indossasse quella maglietta. Ne è nato un diverbio e Ali è stato rinchiuso in una cella dove dice di essere stato torturato per diversi giorni. Come prova mostra le foto del suo corpo dopo il rilascio. Si vedono i segni di un piccolo coltellino: i poliziotti hanno provato a ritagliare la bandiera del Qatar cucita sulla maglietta che indossava. Per Ali il suo è un caso di discriminazione razziale acuito dai cattivi rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Qatar. Nel 2019 i qatarini erano al centro dell'embargo imposto dagli altri paesi del Golfo e dall'Egitto per via delle accuse di finanziare il terrorismo islamista.
"Sono stato un paio di settimane in una stazione di polizia a Sharja. Non mi è stato dato un avvocato e non ho potuto chiamare né la mia famiglia né l'ambasciata inglese", dice con la voce spezzata. "Per uscire da quell'incubo ho firmato un foglio in cui dichiaravo di essermi ferito da solo". Ali se l'è cavata con una multa e una condanna per aver fatto "perdere tempo alla polizia".
Oggi è a Wolverhampton ma anche lui ha iniziato una causa contro gli ufficiali emiratini. Tra questi c'è il generale al Raisi. "Non l'ho mai incontrato ma è lui che firma ogni documento, controlla ogni caso. Ma lui dà le direttive, nessun agente di polizia può fare come vuole soprattutto in un paese del genere. Non ci credo che possa diventare il prossimo presidente dell'Interpol. Chi vìola i diritti umani non può avere una carica del genere".
La beffa - Una volta rientrato in Inghilterra Matthew ha scoperto che Alistair Burt, il ministro per il Medio oriente in carica nel momento della sua detenzione, ha legami stretti con le istituzioni degli Emirati Arabi Uniti. Una settimana dopo l'arresto di Hedges, Burt ha firmato un importante memorandum tra il governatorato di Dubai e i servizi di comunicazione del governo britannico con l'obiettivo di "scambiarsi buone pratiche e il know how sulla comunicazione governativa". Nel dicembre del 2019 sempre Burt, che appartiene ai Tory, è stato nominato dall'ambasciata degli Emirati Arabi Uniti di Londra come presidente onorario della Emirates society, un'associazione che si occupa di promuovere le relazioni e gli investimenti tra i due paesi. Ma non è finita qui. Secondo quanto rivelato dal Daily Mail Alistair Burt è indagato per aver fatto lobbying in favore del generale al Raisi per la presidenza dell'Interpol.
Una serie di eventi su cui Matthew sta cercando di indagare con i suoi avvocati: "Per quanto è doloroso ho deciso di continuare questa battaglia legale perché io ho l'opportunità di farlo a differenza di chi non ce l'ha. È una responsabilità che sento addosso".
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 10 novembre 2021
Misure alternative, depenalizzazioni, politiche di accoglienza. E la vita in prigione deve essere il più possibile simile a quella di fuori: sorveglianza dinamica, partecipazione, diritto alla sessualità. La Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà ha contribuito con un documento ai lavori della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario istituita dalla ministra Cartabia e guidata dal professor Ruotolo. Se ne discuterà venerdì e sabato in un convegno a Udine.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 novembre 2021
Alla Camera il presidente della commissione Giustizia, il 5Stelle Mario Perantoni, presenta il testo base per attenuare la misura, anche se con molti paletti. Meloni chiede all'opposto una modifica costituzionale per rendere intoccabile l'ergastolo duro per i mafiosi.
Sarà durissima la battaglia in Parlamento sull'ergastolo "ostativo", quello senza benefici proprio per la gravità dei reati commessi, a partire dai delitti di mafia per finire alle stragi e al terrorismo. Sul quale però la Corte di Strasburgo prima e la nostra Corte costituzionale poi hanno messo paletti. Adesso la battaglia passa alla Camera, e se non si arriverà a una nuova legge entro maggio 2022 allora sarà la stessa Consulta a decidere proseguendo sulla strada dell'incostituzionalità contro un carcere senza luci né speranze.
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