di Carlo Galli
La Repubblica, 27 luglio 2021
La giustizia "fai da te" sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. "La difesa è sempre legittima". Sembra che non ci sia nulla di più ovvio di questo principio, enunciato da Salvini a commento e giustificazione della vicenda di Voghera, che ha visto un extracomunitario ucciso da un assessore leghista, che ne era stato aggredito. E invece, anche al di là della valutazione dell'evento specifico, che spetta evidentemente alla magistratura, alcune considerazioni possono fare comprendere quanti problemi politici siano impliciti in quelle parole.
Al di là del fatto che la difesa può comportare un eccesso, proprio in quanto è affidata a una valutazione soggettiva, il punto è che il modello politico italiano ed europeo si fonda precisamente sul disarmo dei cittadini, sulla pacificazione dei conflitti e sull'attribuzione allo Stato del monopolio della violenza legittima: all'interno affidata alle forze di polizia, all'esterno alle forze armate. È nella dimensione pubblica, impersonale, formale, giuridica, oggettiva, che vengono tutelati i diritti individuali, le ragioni soggettive. Lo Stato moderno fonda la propria legittimità originaria sullo scambio fra protezione pubblica (della vita, della proprietà) e ubbidienza privata, sulla base delle leggi.
In quest'ottica, il possesso di armi da parte dei privati o è segno di grave disobbedienza, ossia di criminalità, o è visto come un'eccezione, che richiede giustificazioni speciali e permessi particolari, controllati e concessi dallo Stato. Non è certo un diritto, quindi. Il diritto, in quest'ambito, sta dalla parte dello Stato, non del cittadino. E l'autodifesa armata è in ogni caso un evento raro, da indagare con sospetto. Se fosse qualcosa di ovvio, di quotidiano, di normale, ciò significherebbe che l'efficienza e la legittimità dello Stato sono in crisi: che la società sta regredendo verso la giungla in cui ognuno è giudice di se stesso, che sta ritornando a quello stato di natura per fuggire il quale si è creato lo Stato.
E in tal caso sarebbe compito di una forza politica responsabile, all'altezza di un ruolo di governo, non certo accentuare il fenomeno, aggravandolo col legittimare l'autodifesa, come una pratica naturale. Al contrario, si tratterebbe di restaurare l'imperio della legge, di affermare non la sconfitta dello Stato ma la sua autorevolezza, di ristabilire le condizioni di una ragionevole sicurezza - che, tra l'altro, vanno ben al di là dell'ordine pubblico, e che si estendono anche alla sicurezza sociale e lavorativa (oltre che sanitaria) -. E ciò è tanto più vero nel caso di una forza politica di destra, il cui programma di "legge e ordine" non dovrebbe potersi rovesciare in "arbitrio e disordine", in una tutt'altro che rassicurante incertezza e in una diffusa insicurezza.
Si dirà che in quest'ambito, come in altri, la Lega interpreta la propria natura di destra secondo un modello americano, nel quale si mescolano Trump e National Rifle Association, la potente associazione dei produttori di armi da fuoco, ovviamente più che favorevole alla detenzione privata delle medesime. Ma proprio qui sta il problema. La Costituzione degli Stati Uniti protegge, con il secondo emendamento, il diritto dei singoli di portare armi; un diritto che anche di recente la Corte suprema ha affermato essere di pari rango rispetto alla libertà di religione e di parola. La politica, negli Usa, non disarma i cittadini. Il modello politico a cui si ispira è quello repubblicano del popolo in armi, un popolo in grado di difendere in prima persona la propria esistenza e la propria libertà - la guerra di indipendenza ha segnato profondamente la concezione americana della politica.
Un modello, quello americano, davvero affascinante, al quale, nonostante i molti gravi problemi cui dà origine, gli Usa non intendono rinunciare - al più, è realistico pensare che quel diritto possa essere ulteriormente regolamentato, non certo abolito. Un modello politico del tutto peculiare, quindi, e perciò inapplicabile in Europa, dove la politica con le sue istituzioni è stata pensata e organizzata come strumento per superare le guerre civili. Importarlo nel nostro contesto costituzionale, nella nostra civiltà giuridica, significa non avere la percezione storica e intellettuale della genesi e delle esigenze della nostra politica. E significa quindi collocarsi al di sotto delle esigenze di uno Stato democratico, i cui problemi non possono certo essere risolti con una populistica e privatistica giustizia "fai da te", che sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma che in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. In cui i cittadini abbiano il diritto di vivere sicuri senza portare le armi.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2021
Pubblicata la Relazione della Commissione Castelli. La Ministra della Giustizia Cartabia effettuerà le sue valutazioni e una sua sintesi. Pronta la Relazione finale sulla magistratura onoraria. Presieduta da Claudio Castelli, Presidente della Corte d'Appello di Brescia, la Commissione è stata costituita presso il Ministero della Giustizia con Dm del 23 aprile 2021, mentre i lavori sono iniziati il 7 maggio e si sono conclusi dopo 40 riunioni. Le conclusioni sono ora al vaglio della Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che effettuerà "le sue valutazioni e una sua sintesi".
La scelta di prendere come base il Dlgs n.116/2017, spiega la Relazione, deriva dal fatto che tale normativa "è stato il primo tentativo organico di dare una disciplina alla magistratura onoraria". Mentre è addirittura "superfluo" rappresentare "l'estrema difficoltà di intervenire" in una materia su cui oltre alle "oscillazioni normative" (dal giudice della terza età al magistrato semiprofessionale), si è creato un "forte contenzioso sia sindacale che giudiziario", fino alla recentissima messa in mora dell'Italia nella procedura di infrazione Europea del 15 luglio scorso che ha "inevitabilmente costretto la Commissione ad una rivisitazione del contenuto degli elaborati".
La scelta è quella di abbandonare il cottimo che "se può avere avuto elementi positivi sotto il profilo della produttività, ha anche facilitato distorsioni". Nel futuro, poi, la magistratura onoraria deve restare a termine e investire soltanto una parte del tempo di lavoro del professionista (9 gg al mese). Ma l'elemento "più complesso da affrontare", secondo la Relazione, è la "distinzione di status" tra magistrati di nuovo reclutamento e magistrati già in servizio, una distinzione che è stata "ulteriormente accentuata".
È infatti emerso che l'età media di un magistrato onorario è di 55 anni (59 per i giudici di pace, 55 per i g.o.t., 53 per i v.p.o., 58 per i giudici ausiliari in Appello). Non solo, ancor più rilevante è il dato della durata delle funzioni onorarie: poco più di 15 anni in media (19 anni per i giudici di pace, 15 per i v.p.o. e 12 per i g.o.t.). La riforma dovrà dunque muoversi in due diverse direzioni: tener conto di chi è già in servizio; e regolare l'assetto della magistratura onoraria del futuro favorendo l'accesso delle professionalità più giovani ma vietando la reiterazione dei contratti. La funzione di giudice onorario dovrà essere sempre di più un passaggio nella carriera del professionista legale.
Magistrati in servizio - La Relazione delinea un nuovo trattamento dei magistrati in servizio da più quadrienni per assicurare loro la conservazione dell'incarico in corso sino al conseguimento dell'età pensionabile (sino al limite massimo anagrafico incrementato da sessantotto a settanta anni, uniformandolo a quello dei magistrati professionali). E nell'intento di giungere a un regime di compenso "unitario e adeguato", la Commissione ha ritenuto "appropriato" un importo dell'indennità "non inferiore a 2.200 euro mensili netti (per 12 mensilità) per i magistrati onorari in servizio che abbiano scelto la fascia di maggiore impegno".
"Tale valore - spiega la Relazione - è stato ricavato facendo una comparazione con gli stipendi netti e lordi di alcune figure di responsabilità e prestigio dell'Amministrazione giudiziaria e con quello del magistrato di prima nomina". "È sicuramente vero - prosegue - che tutte le professioni comparate (funzionario, direttore, magistrato in tirocinio) riguardano attività esclusive ed a tempo pieno, ma oltre ad avere le maggiori garanzie del rapporto di lavoro pubblico e concernente l'attività dei magistrati onorari attività giurisdizionale e non amministrativa, va chiaramente detto che l'attuale trattamento che si propone tiene conto del lavoro pregresso prestato e che tale regime favorevole vuole essere anche a compensazione di esso".
Previdenza - Molto delicata poi la questione della tutela previdenziale. Data per pacifica, salvo che per i lavoratori dipendenti e per gli avvocati, l'iscrizione alla Gestione Separata INPS, per la Commissione, occorrerà verificare se tale iscrizione deve avvenire con le modalità di versamento della contribuzione previste per i lavoratori autonomi, e quindi con una contribuzione (allo stato del 25,98%) interamente a carico dell'iscritto o con le modalità previste a carico dei collaboratori che prevedono una contribuzione del 34,23 % di cui 2/3 vengono pagati dal committente e 1/3 dal collaboratore. Ciò non vale, peraltro, per i giudici onorari iscritti all'albo degli avvocati, che restano iscritti alla Cassa forense, e per i quali, quindi, i compensi percepiti come giudici onorari vanno a confluire nel coacervo dei compensi professionali, sui quali è commisurato il 15% di contributo soggettivo che gli avvocati sono tenuti a versare, in aggiunta al contributo integrativo del 4% riversato sui committenti.
Reclutamento - Una prima scelta, prosegue la Relazione, è già effettuata dal legislatore con l'art.11 Dl 9 giugno 2021 n. 80: privilegiare per la magistratura onoraria i giovani che avranno compiuto l'esperienza del funzionariato come addetti all'ufficio per il processo. A questa categoria in via gradata seguono quelle già delineate dal Dlgs n.116/2017, ovvero avvocati o notai con almeno due anni di professione o coloro che hanno concluso i tirocini formativi. Altro titolo di preferenza che viene aggiunto, peraltro in fondo, è l'aver riportato il Diploma delle scuole di specializzazione per le professioni legali che valorizza sempre i giovani che abbiano riportato una preparazione particolarmente qualificata. L'unico titolo di preferenza che è stato eliminato è l'esercizio pregresso di funzioni giudiziarie onorarie. Tale esclusione si fonda sulla necessità di evitare che si ricreino forme di precariato
Bandi - L'articolo 6 già prevede che il CSM debba provvedere ad individuare e pubblicare i posti ad anni alterni anche sulla base delle vacanze previste nei 12 mesi successivi. Il bando verrebbe emanato direttamente dal CSM e gestito dallo stesso fino alla redazione della graduatoria e all'ammissione al tirocinio.
L'indennità - La proposta di un'indennità fissa onnicomprensiva poi "pare quella che può dare migliori risultati, sempre se accompagnata da adeguate verifiche continuative". La somma indicata nel Dlgs n. 116/2017, € 16.140,00, tuttavia, "anche qualora venisse aumentata della parte variabile originariamente prevista ovvero del 15 o del 30%, arriverebbe a somme comunque molto limitate (€ 18.561,00 o € 20.982) e scarsamente appetibili per giovani laureati qualificati o per giovani avvocati che vogliono intraprendere questa esperienza professionale". Si tratterebbe di fatto di una indennità netta di € 1.100,00 al mese (per dodici mensilità). L'opinione della Commissione è che se si vogliono coinvolgere persone di qualità sia necessario riqualificare tale somma.
Assegnazione dei procedimenti civili e penali ai giudici onorari di pace nei tribunali - La Commissione ha affrontato poi il tema dell'utilizzo dei g.o.p. nei Tribunali. Il fil rouge lungo il quale si sono svolti i lavori è stato quello di garantire l'efficientamento degli uffici giudiziari che, così come per i magistrati onorari già in servizio, richiede la presenza anche della componente onoraria di nuova nomina nel settore penale. Le persistenti criticità evidenziate dai Presidenti di Tribunale e legate alle periodiche vacanze di organico ed ai carichi giudiziari, hanno consigliato di eliminare le preclusioni rigide di cui all'art. 11, autentica "norma capestro" che rende sostanzialmente quasi impossibile il ricorso al g.o.p., anche perché ancorate a valori statistici medi di difficile acquisizione.
di Andrea Lorenzo Capussela
Il Domani, 27 luglio 2021
Si parla di impunità, a proposito della prescrizione, ma circolano pochi dati. Ne discuterò alcuni sui crimini economici e finanziari, come la corruzione o il falso in bilancio. Reati scelti non perché siano necessariamente più gravi di altri, ma perché la loro diffusione colpisce la fiducia nella politica e nei mercati, e perché i loro protagonisti sono tipicamente parte delle categorie - politici, imprenditori, amministratori pubblici - che più influenzano le scelte politiche delle nazioni.
Il confronto - Da decenni la Banca mondiale elabora stime sulla diffusione della corruzione. Il suo indicatore ordina le nazioni secondo una scala che va da 2,5 a -2,5. Nel 2019 il livello assegnato a un paese particolarmente virtuoso, la Finlandia, era 2,15. Il livello della Francia, dove gli scandali non sono ignoti, era 1,30. Quello dell'Italia 0,24.
Non conosco simili stime per gli altri reati economici e finanziari, ma suppongo che la situazione non sia molto diversa. Del resto, l'indicatore del rispetto della legge disegna un quadro simile: Finlandia 2,02; Francia 1,41; Italia 0,28. Questi dati non vanno presi alla lettera, ma resta utile fissare gli ordini di grandezza che ci restituiscono. In Italia la corruzione sarebbe nove volte più diffusa che in Finlandia (2,15/0,24 = 8,9), e oltre cinque volte più che in Francia (1,30/0,24 = 5,4). Lì, invece, la diffusione sarebbe meno che doppia rispetto alla Finlandia (2,15/1,30 = 1,7). Il Consiglio d'Europa pubblica annualmente i dati sulla popolazione carceraria. Secondo l'ultima rilevazione, riferita al 31 gennaio 2020, le persone che scontavano in carcere una condanna definitiva per reati economici e finanziari erano 136 in Finlandia, 2.601 in Francia, e 418 in Italia. In rapporto alla popolazione, quindi, per questi reati c'era un carcerato ogni 40.625 residenti in Finlandia, uno ogni 25.797 in Francia, uno ogni 144.126 in Italia.
Ciò significa che in Finlandia il numero dei carcerati per questi reati era oltre il triplo che in Italia (144.126/40.625 = 3,5), e in Francia oltre il quintuplo (144.126/25.797 = 5,6). E la ragione non è una diversa propensione a ricorrere al carcere, perché rispetto alla generalità dei reati l'Italia imprigiona più di entrambe queste nazioni. I carcerati con condanna definitiva per reati di droga, in particolare, sono quasi il doppio che in Francia e quasi il triplo che in Finlandia. Esclusa questa spiegazione, combino la comparazione con quella sulla frequenza dei reati. Se in Italia i crimini economici e finanziari sono nove volte più diffusi che in Finlandia, ma i carcerati per questi reati sono meno di un terzo, in rapporto alla popolazione, ne consegue che verso di essi l'Italia è oltre trenta volte più tollerante della Finlandia (8,9x3,5 = 31,1). Il rapporto con la Francia è pressoché uguale (5,4x5,6 = 30,2). Francia e Finlandia sono in equilibrio, infatti: la prima è più corrotta della seconda (1,7 volte di più) ma anche il numero dei carcerati è maggiore (di 1,6 volte).
Tolleranti - Queste cifre, ripeto, non devono essere prese alla lettera. Non solo per le limitazioni e la scarsezza degli indicatori, ma anche perché i confini cronologici e geografici della comparazione dovrebbero essere allargati. Ma almeno una cosa si può dire, alla luce dell'equilibrio esistente tra Francia e Finlandia e dello squilibrio tra l'Italia ed entrambe. Noi siamo singolarmente tolleranti verso i crimini tipici della classe dirigente, che infatti pare più incline a violare la legge che altrove. E che il divario sia di tre, di dieci, o addirittura di trenta conta relativamente poco: l'effetto sullo sviluppo civile ed economico è comunque pesante, per le ragioni che ho detto.
La prescrizione è certo una causa di impunità, soprattutto per questi reati. Ma il problema di fondo, quanto alla riforma della giustizia, è immaginare sanzioni al tempo stesso civili - ossia rispettose della pari dignità delle persone, e temo che in Italia il carcere non lo sia quasi mai - e dissuasive. Questo è un tema non meno urgente dell'efficienza e dei tempi della giustizia, ma è meno discusso. Una ragione, presumo, è che questi sono i reati tipici della classe dirigente, nella quale la solidarietà interna sembra spesso prevalere sulla cura dell'interesse generale. Quindi è dalla società che deve venire la spinta per affrontare il problema. Ma se anche ciò non avvenisse, converrà tenere presente questi dati nel valutare il dibattito che ora si svolge attorno alla riforma della giustizia.
La Nazione, 27 luglio 2021
Dramma a Capanne. Agente della polizia penitenziaria si è sparato con la pistola d'ordinanza nel carcere di Capanne e ora è in fin di vita. A denunciare il fatto è Fabrizio Bonino, segretario del Sappe, sindacato della penitenziaria. "Al secondo piano della caserma di Perugia Capanne stamattina, erano circa le 8,10, un assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria ha tentato un gesto estremo sparandosi con l'arma d'ordinanza. Immediatamente sono intervenuti i medici dell'area sanitaria dell'Istituto ed i colleghi tutti: è stata chiamata l'ambulanza. Dopo una Tac, sembrerebbe avere gravi danni a fegato, reni e polmoni ed è in procinto di essere operato: la speranza ovviamente è che si possa salvare" "È una notizia agghiacciante, che sconvolge tutti noi - aggiunge Donato Capece, segretario nazionale Sappe - dall'inizio dell'anno ci sono stati ben quattro suicidi nelle fila del Corpo di Polizia Penitenziaria, nel 2020 furono 6 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita ed erano stati 11 nel 2019. Numeri sconvolgenti.
di Giulio Gavino
La Stampa, 27 luglio 2021
Un detenuto italiano, di 49 anni, recluso nel carcere di Sanremo, presso la sezione "Sex Offender", si è impiccato la scorsa notte. L'uomo era stato condannato per più estorsioni aggravate ed era accusato di una lunga serie di truffe agli anziani. Proprio per quest'ultimo motivo era stato associato a questa specifica sezione, che non comprende soltanto chi ha commesso reati a sfondo sessuale nei confronti di donne. Stando a quanto ricostruito, l'uomo si sarebbe tolto la vita con un lenzuolo legato alla grata del bagno. È stato un agente, durante un'ispezione delle celle ad accorgersi che l'uomo non era a letto, mentre gli altri detenuti dormivano. "Nulla da fare per il detenuto, che ha deciso di evadere la scorsa notte dalla vita terrena - afferma il segretario regionale della Uil Polizia Penitenziaria, Fabio Pagani - malgrado gli immediati soccorsi della polizia penitenziaria e del personale sanitario".
di Pierluigi Sposato
Il Tirreno, 27 luglio 2021
Ci sono 25 detenuti "ma non si deve abbassare la guardia". Don Enzo: "Indispensabili comunque spazi di vivibilità". Sono tutti d'accordo: la situazione del carcere di via Saffi è più che soddisfacente. Ma non basta, non bisogna abbassare la guardia. Né adesso né nel nuovo carcere che dovrà vedere la luce (ma non c'è ancora una data) alla ex caserma Barbetti di via Senese.
Dei problemi della detenzione, anche e soprattutto a livello nazionale, si è parlato nei giorni scorsi nella diretta video di Radio Radicale che ha avuto luogo dall'esterno di via Saffi e alla quale hanno partecipato Rita Bernardini (Partito Radicale e "Nessuno tocchi Caino"), Francesca Scopelliti ("Fondazione internazionale per la giustizia Enzo Tortora"), l'avvocato Massimiliano Arcioni (presidente Camera penale di Grosseto) e don Enzo Capitani (cappellano del carcere). Un "memento" al quale ciascuno ha portato il proprio contributo, anche scritto, parallelamente all'iniziativa di raccolta firme sul referendum giustizia.
"In carcere - dice don Enzo, sacerdote da trenta anni in via Saffi - la situazione dal punto di vista umano è eccellente. La struttura è piccola e, soprattutto, gli agenti della polizia penitenziaria sono disponibili a camminare accanto ai detenuti. Anche il settore educativo attivo nel carcere cerca di recuperare e superare le carenze strutturali. Cosa vuole dire? Vuol dire che in via Saffi manca uno spazio di vivibilità esterna alle celle. C'è un terrazzo con il calcio balilla, troppo poco".
E quindi isola felice ma... "Ma comunque un nuovo carcere serve - dice don Enzo - per migliorare ancora le condizioni umane. Occorre sviluppare la parte rieducativa, sennò quella lì - dice indicando l'ingresso - è soltanto una porta girevole, in cui chi esce è purtroppo destinato a rientrare. Serve una svolta".
Don Enzo cappellano da trenta anni: differenze notate? "Il carcere è uno spaccato della città. Nei primi anni Ottanta qui c'erano soprattutto i tossicodipendenti. Poi, qualche anno fa, ci sono state in contemporanea quattro persone accusate di omicidio: una situazione che è apparsa immediatamente anomala. Io dico che, nel quadro più generale del pianeta giustizia, questa periferia deve essere portata al centro".
Attualmente ci sono 25 detenuti, principalmente persone in attesa di giudizio. "Servono strutture moderne e dignitose - è il parere di Arcioni - Questa è una struttura non in sovraffollamento ma fatiscente, anche se l'amministrazione si impegna a tenerla dignitosa, soprattutto per i detenuti". In ambito nazionale, il presidente ha rilevato "l'esasperata ricerca del consenso elettorale", un giustizialismo "che ha svegliato i peggiori istinti di vendetta".
Il dibattito in diretta, anche con domande degli ascoltatori arrivate via Whatsapp a Bernardini (che ha elogiato la ministra Cartabia per le recenti iniziative), ha riguardato temi più generali. "Dai tempi di Enzo - ha tra l'altro detto Scopelliti, che di Tortora era stata compagna - purtroppo non è cambiato nulla".
Il Resto del Carlino, 27 luglio 2021
Sopralluogo della consigliera regionale Cestari nella struttura penitenziaria: "Ci sono 190 detenuti a fronte di 300 posti". Poco più di 190 detenuti a fronte di una potenziale capienza di 300. Una situazione certamente controcorrente quella del carcere cittadino. Qui ieri mattina si è svolto il sopralluogo della consigliera regionale Laura Cestari.
La consigliera regionale di Liga Veneta per Salvini Premier ha fatto tappa alla struttura in via Vittorio Bachelet ieri mattina dopo aver già illustrato nel corso della settimana scorsa in aula a Palazzo Ferro Fini, sede della Regione, la relazione sull'attività 2017-2020 del garante regionale per i diritti alla persona. Cestari è stata ricevuta dal direttore Tazio Bianchi, dal comandante Sara Milani e dal capo dell'area educativa Monica Motta.
La consigliera ha potuto toccare con mano la situazione dell'istituto polesano che, numeri alla mano, rappresenta un'eccezione nel panorama carcerario regionale ed italiano. A fronte infatti di una capienza regolamentare di 208 unità e una tollerabile di 306, i detenuti presenti ad oggi sono 'solo' 193, 90 dei quali in regime di cosiddetta alta sicurezza (81 italiani e 9 stranieri) e 103 in media sicurezza (32 italiani e 71 stranieri), con 112 ingressi dal primo gennaio scorso (59 da altri istituti) e 128 uscite (15 da altri istituti).
La delegazione, nel breve tour, ha potuto visionare tutti gli ambienti della struttura. A loro si è unito anche il garante provinciale Guido Pietropoli. Soddisfazione al termine del sopralluogo da parte della Cestari che ha così commentato: "Rovigo rappresenta una situazione assai positiva sia a livello regionale che nazionale, non essendo al momento interessata dal problema cronico del sovraffollamento che pure nel Veneto fa registrare un totale di 2287 detenuti su una capienza regolamentare di 1908 posti.
Al di là dei numeri, il ruolo delle istituzioni, quindi anche la Regione e del garante che essa esprime (si è insediato Mario Caramel in sostituzione di Mirella Gallinaro) resta quello di organi vigilanti. La pandemia ha riportato al centro del dibattito la questione della detenzione e il delicato equilibrio che esiste tra certezza della pena, rieducazione e dignità della condizione carceraria".
di Simone Bianchin
La Repubblica, 27 luglio 2021
In prefettura firmato il protocollo con la ministra della Giustizia Marta Cartabia: "C'è ancora da fare, lo spaccio si è spostato, ma questi sono segnali di speranza". Venti detenuti del carcere di Opera si prenderanno cura della manutenzione del boschetto di Rogoredo, l'area alla periferia Sud di Milano diventata nota come il 'boschetto della droga' - saranno formati per farlo e si aggiungeranno ai volontari già operativi per la riqualificazione dell'area verde naturale.
L'intesa è stata firmata oggi in Prefettura alla presenza della ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha sottoscritto con il prefetto Renato Saccone, il capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, il sindaco di Milano Beppe Sala e associazioni che hanno contribuito alla rinascita del parco, come Italia Nostra, il protocollo che stabilisce, in maniera sperimentale e per tre anni (con borse-lavoro e tirocini) la promozione di attività di cura e manutenzione di aree verdi, parchi e giardini da parte di massimo 20 detenuti per ciascuno dei tre anni per un percorso di riscatto collettivo già in atto, anche in carcere a Opera dove funzionano le attività di scuderia e cura dei cavalli gestite dalle Giubbe Verdi.
"Sono lavoratori particolarmente motivati - ha detto la ministra della Giustizia - e il loro coinvolgimento mette in rilievo due aspetti del tempo della pena: la formazione e il lavoro, per fare sì che sia l'occasione per una seconda possibilità". L'ex boschetto della droga, nella sua parte più ampia dal lato di via sant'Arialdo, tra Rogoredo e Porto di Mare, famoso per essere stato a lungo una delle più grandi piazze di spaccio e consumo di stupefacenti in Italia, da luogo di degrado - definito "un limbo di spettri tra siringhe e sguardi vitrei" da un padre che lì era andato a riprendersi suo figlio - oggi è luogo frequentato da runner e ciclisti e diventa "un bene comune fruibile da tutta la comunità", ha detto Marta Cartabia: "Celebriamo una rinascita che è già iniziata da anni anche se l'emergenza non è sconfitta e lo spaccio si sposta", come avviene dall'altro lato dei binari del treno, dove permane l'attività di vendita e consumo di stupefacenti.
"Mi piace pensare - ha aggiunto la ministra - che il protocollo abbia un valore simbolico di speranza e rinascita per i troppi ragazzi che vengono risucchiati in quell'abisso. Il mercato della droga cambia caratteristiche e contesti e non svanisce, anche perché è sempre alimentato dal business della criminalità organizzata".
"Siamo intervenuti tutti insieme perché Milano ha qualcosa in più, a volte", ha detto il sindaco Beppe Sala: "Il boschetto di Rogoredo era diventato un simbolo negativo che ha rappresentato una sfida alla città. Ora i tossicodipendenti si sono spostati lungo i binari e noi interverremo, con pazienza cercheremo di mettere mano alla cosa. La detenzione deve essere rieducazione e reinserimento: a Milano stiamo facendo la nostra parte, abbiamo dimostrato la volontà di farlo e io ci credo in particolare". I detenuti del carcere di Bollate, ha aggiunto Sala, erano già stati impiegati a turno, in duecento, nei lavori per l'allestimento di Expo 2015, "e ha funzionato in maniera incredibile. Poi nel 2017 all'Idroscalo avevamo detenuti di Opera e Bollate che si erano occupati di quello di cui si occuperanno a Rogoredo, ovvero la manutenzione del verde".
Per il prefetto di Milano Renato Saccone, "è stato smantellato il mercato più importante ma ci sono rivoli che vanno controllati e perseguiti, però ora il parco è fruibile da tutti in piena sicurezza". L'intesa (denominata 'L'unione fa la forza - volontari al servizio di una Milano più verde e più bella'), come sottolinea la presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, porterà alla formazione di venti detenuti in tre anni, che daranno una mano per dare un nuovo vestito alla città: il protocollo rappresenta "una boccata d'ossigeno per le carceri milanesi che potrà restituire dignità attraverso il lavoro".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 luglio 2021
Un protocollo che prevede di impegnare i detenuti nella tutela del verde pubblico e di acquisire competenze utili per reinserirsi nel mondo del lavoro. È questo lo scopo dell'accordo firmato oggi presso la Prefettura di Milano dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, insieme al capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (DAP) Bernardo Petralia e con il sindaco di Milano Giuseppe Sala alla presenza del prefetto Renato Saccone. Una promozione diretta all'attività di cura e manutenzione di aree verdi, parchi e giardini con il coinvolgimento di persone detenute.
"L'unione fa la forza - volontari al servizio di una Milano più verde e più bella" è infatti il progetto a cui afferisce il protocollo che, avvalendosi di soggetti volontari nelle attività di tutela del patrimonio urbano, ha già restituito all'uso sicuro da parte della cittadinanza ampie aree del Parco Porto di Mare e altri analoghi contesti urbani, alcuni dei quali, come il boschetto di Rogoredo, tristemente noti per essere una piazza di spaccio di sostanze stupefacenti.
Le persone detenute che accetteranno di svolgere attività formativa inizialmente a titolo di volontariato ma in una prospettiva professionalizzante, secondo quanto consentito dall'art.20 ter dell'ordinamento penitenziario, saranno inserite in una rete costituita da volontari e operatori del terzo settore. Nel testo dell'accordo si evidenzia come l'impegno nella tutela e nel recupero del patrimonio pubblico rappresenti per le persone detenute un'esperienza a forte contenuto sociale e, nel contempo, valorizzi la "cultura della restituzione", vale a dire la riparazione indiretta dei danni provocati dalla commissione dei reati.
"A oggi sono 130 sono i protocolli già firmati in tutta Italia con sperimentazioni notate a livello internazionale, dato che le Nazioni unite hanno preso come modello il nostro protocollo e portato in altri paesi come in Messico. Questo è l'autentico volto dell'amministrazione penitenziaria, questo è il volto in cui vogliamo riconoscerci e di cui siamo tutti orgogliosi": ha commentato la ministra Marta Cartabia intervenendo in Prefettura - "Lo sappiamo, e lo sa bene chi ci vive e lavora - ha aggiunto - quanto quest'ultimo anno sia stato particolarmente difficile per il carcere ma non possiamo solo inseguire le emergenze ma occorre progettare a lungo termine. Bisogna prevenire e guardare con prospettiva lunga e questo protocollo ha questo grande merito".
E mentre la ministra parlava dei protocolli raggiunti, il capo Dap Bernardo Petralia ha anche aggiunto che "I 130 i protocolli d'intesa con enti e istituzioni italiane che impegnano i detenuti in lavori di utilità pubblica diventeranno 140 entro il prossimo mese" specificando come siano state già programmate la sottoscrizioni dall'Ufficio Centrale Lavoro Detenuti del Dap, struttura a cui si deve la creazione di un vero e proprio modello di lavoro carcerario, apprezzato dalle Nazioni Unite e già adottato in Messico. Per la Guardasigilli si tratta di "un evento importante e positivo che celebra una rinascita iniziata da anni che vede un percorso alle spalle e uno proiettato in avanti: un punto di arrivo e di partenza. Numerosi detenuti di Opera saranno formati e poi impegnati nella manutenzione del verde di un'area tristemente famosa a Milano e oltre come le piu' grandi piazze di spaccio in Italia: da luogo di degrado diventa un bene comune".
Il protocollo, sperimentale e di durata triennale, prevede che il percorso di formazione teorico sia seguito da una fase on the job da svolgersi nel Parco Porto di Mare e nei quartieri di Rogoredo e Santa Giulia. Manutenzione e conservazione del verde pubblico, pulizia di aree degradate, piantumazione di nuove specie arboree, valorizzazione della flora e della fauna locale sono tra le principali materie dell'attività formativa. Al termine del percorso i corsisti detenuti che avranno superato la prova di apprendimento teorico-pratica svolgeranno un periodo di tirocinio e una borsa lavoro. Insieme ai firmatari dell'accordo, sono intervenuti alla cerimonia Giovanna Di Rosa, Presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, Luisa Toeschi, presidente Italia Nostra, Sezione Milano Nord, e Giuseppe Scabioli, presidente dell'Associazione Giacche Verdi Lombardia.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 27 luglio 2021
Come far conoscere la figura della Garante dei diritti delle persone private della libertà ai giovani detenuti del Ferrante Apporti? A questa domanda, venerdì 23 luglio, le componenti dell'Ufficio della Garante istituito presso il Comune di Torino in collaborazione con Simona Vernaglione, direttrice dell'Istituto penale minorile, hanno risposto presentando ai ragazzi ospiti dell'Istituto, un depliant illustrativo della figura e del ruolo di garanzia dell'organismo di tutela.
La "graphic novel", il fumetto come lo chiameremmo noi in Italia, è stato realizzato da Francesca Bonetto, civilista che ha prestato servizio nell'ufficio del Garante del capoluogo piemontese, ed è costituita da cinque parti all'interno delle quali il "giovane detenuto, protagonista, viene accompagnato nei suoi dubbi e nelle sue incertezze da un'ape che risponde instancabile alle domande", invitandolo a contattare chi è chiamato a proteggere quei diritti, perché, spiega, i "diritti che non sono un premio ma vanno garantiti, sempre e comunque".
Monica Cristina Gallo, la Garante, a proposito delle visite al Ferrante Aporti, racconta con soddisfazione di aver "riscontrato un clima disteso, collaborativo e di grande attenzione nei confronti degli ospiti". L'istituto, dopo l'inevitabile periodo di chiusura determinato dalla pandemia, sta iniziando a riprendere le attività scolastiche e formative, i laboratori, i corsi e tutti i progetti che possono aiutare i ragazzi a superare le difficoltà.
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