di Roberta Rampini
Il Giorno, 16 giugno 2021
Ci sono le ricette delle lasagne light, del tiramisù, delle arancine siciliane e della Miascia, un dolce tipico lombardo. Frammenti di vite dietro le sbarre. Emozioni e ricordi. C'è tutto questo nel libro "Cucinare al fresco" scritto dai detenuti e dalle detenute di dodici istituti di pena italiani, tra cui Como-Bassone, Bollate, Opera, Varese, Sondrio, Alba, Pavia, Monza, edito da L'Erudita, in vendita da oggi in tutte le librerie italiane.
Il progetto è stato ideato da Arianna Augustoni, giornalista e volontaria in carcere, "Cucinare al fresco è iniziato in sordina tre anni fa nel carcere del Bassone di Como, grazie all'allora direttore Carla Santandrea. Poco alla volta è entrato in altre carceri - spiega - non è solo un laboratorio, ma ha un valore più profondo, in quanto i detenuti durante le lezioni raccontano le loro emozioni, le speranze, le difficoltà e, seppur con difficoltà, assaporano la libertà attraverso i sorrisi che si condividono o le notizie che vengono raccontate. L'iniziativa è nata proprio per portare all'esterno i sapori e i profumi della cucina vissuta dietro le sbarre".
La prima raccolta di ricette preparate dietro le sbarre è stata presentata a Palazzo Pirelli alla presenza del presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi, della coordinatrice del progetto Augustoni, del direttore del carcere comasco Fabrizio Rinaldi, di Giorgio Leggieri direttore del carcere di Bollate e della Presidente della Commissione speciale sulla situazione carceraria Antonella Forattini.
"Si tratta di un'iniziativa molto bella e molto valida, che offre stimoli intelligenti a chi sta scontando pene all'interno delle carceri - ha sottolineato il Presidente Fermi - Un modello di collaborazione tra agenti, persone ristrette e agenti di Polizia penitenziaria che può essere replicato in altri istituti e che offre opportunità concerete di formazione professionale per il post detenzione". Centoventi pagine, ricette e profumi che raccontano storie.
"Abbiamo ricominciato a vivere, ad assaporare la libertà. Cucinare al fresco non è semplicemente un ricettario, ma una speranza, un percorso per comprendere meglio un cammino di riabilitazione - racconta Luigi, un detenuto che partecipa al progetto - È una testata giornalistica ideata e scritta da persone che hanno perso la libertà, ma che non si sono perse d'animo e hanno deciso di rimettersi in gioco per fare qualcosa di buono attraverso il cibo, spiegando i metodi utilizzati nelle stanze di reclusione per cucinare con le risorse a loro disposizione".
Ricette che riportano all'infanzia, alla propria madre, "che, seppure in difficoltà, non ha mai fatto mancare nulla ai figli, quel panino con lo zucchero o con una fetta sottilissima di formaggio, perché doveva bastare per tutti". Ma anche ricette che evocano ricordi amari, "ho approcciato i gruppi di lavoro con grande leggerezza cercando di mettere al centro di ogni lezione loro, i detenuti e le detenute, coloro che mi hanno dato fiducia e stimolata a proseguire - conclude la coordinatrice Augustoni - Ho lasciato a loro il compito di organizzare il progetto in base alle singole esigenze, ma sempre con un solo obiettivo: raccontare le proprie esperienze in cucina attraverso un linguaggio corretto e preciso. Dal racconto alla scrittura il passo è stato breve, in quanto le tante nozioni sono state organizzate per dare vita a una pubblicazione che raccontasse queste esperienze anche all'esterno".
di Daniele Vaira
gazzettadalba.it, 16 giugno 2021
Il progetto si chiama Zona luce e attraverso il calcio vuole "illuminare" le prospettive dei giovani detenuti. L'iniziativa, promossa dal Settore giovanile e scolastico della Figc e dalla fondazione Scholas occurrentes, è stata presentata nei giorni scorsi presso all'istituto penale minorile Ferrante Aporti di Torino. Lo scopo è di tutelare e rafforzare il valore educativo, morale e culturale del calcio attraverso un percorso per la formazione di istruttori sportivi, che dia ai giovani detenuti le necessarie competenze per poter proseguire un'attività nel mondo del calcio a fine pena.
Parteciperanno al progetto dodici ragazzi dell'istituto penitenziario individuati dalla direzione, ma anche cinque agenti di polizia penitenziaria. Durante i corsi saranno presenti gli educatori dell'associazione Essereumani, il coordinatore regionale del Settore giovanile scolastico del Piemonte e Valle d'Aosta Luciano Loparco e tutto lo staff tecnico della Figc che svolgerà le attività pratiche con i ragazzi durante i 10 incontri.
"È un progetto prima di tutto umano, piuttosto che tecnico. Vogliamo dare ai ragazzi uno strumento e una serie di conoscenze che permettano loro di guardare al futuro con più fiducia. Stiamo già parlando con le società del nostro territorio per fare in modo che un domani ci possa essere un percorso costruttivo per i partecipanti. Ringrazio la fondazione Scholas occurrentes, l'associazione Essereumani, ma soprattutto Gabriella Picco, direttrice dell'unità operativa dell'istituto penale minorile Ferrante Aporti per il grande sostegno e per la disponibilità", ha affermato Luciano Loparco.
di Paola Suraci
reggiotoday.it, 16 giugno 2021
Giovanna Russo e Agostino Siviglia raccontano le impressioni avute durante la visita del presule Morrone all'istituto penitenziario nella periferia nord della città. "È stato un incontro lontano dai formalismi, vero, toccante e di testimonianza della parola", racconta la Garante dei detenuti dell'Amministrazione comunale Giovanna Russo, dopo l'incontro con il neo vescovo Fortunato Morrone nel carcere ad Arghillà.
"La scelta che ha compiuto il vescovo Morrone è senza dubbio insolita, - prosegue Russo - nel giorno del suo insediamento ha voluto andare ad incontrare, subito, gli ultimi dentro le mura di un carcere ed anche nella periferia abbandonata come quella di Arghillà. Durante la visita ha mostrato il volto della misericordia, ha parlato con i detenuti, chiamandoli per nome, si è fermato a dialogare con loro interessandosi realmente a come stanno. Il vescovo ha incontrato, nel dialogo, i detenuti. È stata un'esperienza forte, bellissima, che porterò sempre nel mio cuore".
"Penso che sia necessario ancora, - sostiene la Garante - sensibilizzare la città e non solo ai problemi delle carceri, a cosa vuol dire reinserimento per i detenuti e questo si può fare solo attraverso la conoscenza di questa realtà e soprattutto cercando di reinserire i detenuti attraverso il lavoro. C'è molto da fare ma sono fiduciosa. In questo cammino dobbiamo essere insieme anche con la polizia penitenziaria, e il direttore, che mi sento di ringraziare per il grande lavoro quotidiano che fanno all'interno delle carceri".
Anche il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale Agostino Siviglia è molto soddisfatto del pomeriggio trascorso insieme al vescovo Morrone. "Sono state due ore intense - racconta Siviglia - che ci indicano la strada da percorrere. Il vescovo ha avuto nei confronti dei detenuti parole filiali, richiamandoli al bene che c'è in ognuno di noi e alla forza di cambiare strada per ritrovare la via giusta.
Ecco la funzione della pena, così come previsto dal nostro ordinamento, è quella di rieducare e reinserire chi delinque nella società. Bisogna sconfiggere i pregiudizi. Sono molto grato al vescovo che ha dato testimonianza del bene. Sono certo che ci ritroveremo a lavorare insieme, in altri incontri, per il bene dei detenuti e delle loro famiglie. Mons. Morrone nel suo incontro ha messo al centro la persona, che va oltre la pena, e da qui bisogna partire per un percorso comune".
di Piero Ignazi*
Il Domani, 16 giugno 2021
La presenza nell'alleanza atlantica di paesi di problematica democrazia, e persino "dittatoriali" secondo la definizione di Mario Draghi, come la Turchia, indebolisce la narrazione proposta da Joe Biden. Quando si fa finta di nulla sulla torsione illiberale e autoritaria di Recep Tayyp Erdogan e non si richiede nemmeno un gesto simbolico come la liberazione di giornalisti, intellettuali e politici critichi - come giustamente si pretende dalla Russia e dalla Cina - crolla la visione della Nato come alleanza a difesa della democrazia. Un dittatore - se così si considera Erdogan - non può sedersi accanto a leader democratici.
La cascata di commenti entusiastici per i recenti meeting dei G7 e della Nato rischia di far perdere di vista alcuni gravi e persistenti problemi che affliggono tanto le democrazie occidentali quanto l'alleanza militare del Patto atlantico. Anche se abbiamo salutato con un enorme sospiro di sollievo la vittoria, sofferta, di Joe Biden alle elezioni americane, non possiamo altresì dimenticare cosa è successo nei mesi precedenti e successivi alla competizione elettorale, fino all'apice dell'assalto a Capitol Hill.
Le democrazie sono ancora sotto stress ovunque, il test finale della loro resistenza verrà dalle elezioni francesi dell'anno prossimo e da quelle italiane, paesi nei quali partiti che coabitano nello stesso gruppo estremista al parlamento europeo hanno buone possibilità di vincere. E poi vedremo cosa succederà nelle altre nazioni in mano a governi "autocratizzanti" come Polonia e Ungheria: ritroveranno la retta via democratica o si inclineranno verso una deriva turco-russa?
Il sentimento antipolitico e antipartitico in Occidente non è scomparso. Tuttavia la presidenza Biden ha innalzato il sistema e i valori democratici a vessillo delle nazioni del G7, in contrapposizione ai regimi autoritari. E finalmente, dopo le porte aperte degli anni Novanta, ha riconosciuto nella Cina il vero avversario strategico, relegando implicitamente la Russia a problema regionale. Del resto, un paese con nemmeno 150 milioni abitanti e un Pil che non lo colloca nemmeno nei i primi 10, potrà creare tensioni regionali e "nel cortile di casa", o al limite nel Mediterraneo, ma niente di più. Del tutto diversa la sfida della Cina per le sue dimensioni, la sua economia e la sua crescente assertivita sul piano internazionale.
Di fronte a questo scenario l'America ha riproposto una politica estera fondata sui valori. L'insistenza su questo aspetto non riesce però a celare che esistono anche interessi e convenienze tattiche che, inevitabilmente, ottundono l'enfasi sui grandi principi. La riunione Nato dell'altro giorno ha dato una prova plastica di come le dichiarazioni ufficiali possano essere contraddette dalla pratica.
La presenza nell'alleanza atlantica di paesi di problematica democrazia, e persino "dittatoriali" secondo la definizione di Mario Draghi, come la Turchia, indebolisce la narrazione proposta da Joe Biden. Quando si fa finta di nulla sulla torsione illiberale e autoritaria di Recep Tayyp Erdogan e non si richiede nemmeno un gesto simbolico come la liberazione di giornalisti, intellettuali e politici critichi - come giustamente si pretende dalla Russia e dalla Cina - crolla la visione della Nato come alleanza a difesa della democrazia.
Un dittatore - se così si considera Erdogan - non può sedersi accanto a leader democratici. Va emarginato e messo al bando. Se poi, come sostiene il nostro presidente del consiglio, la Turchia costituisce un partner affidabile, allora lasciamo perdere i grandi proclami. Ed evitiamo gaffes.
*Politologo
di Marco Perduca*
Il Riformista, 16 giugno 2021
Riprende alla Camera la discussione delle pdl sui fatti di lieve entità per consumo di sostanze. Sulla carta c'è il favore per rivedere le pene. Il proibizionismo arranca, in un terzo degli Stati uniti la marijuana è legale. Basta ideologia: una questione di salute e scelte personali non può essere gestita col carcere.
Oggi in Commissione Giustizia della Camera riprende il dibattito su proposte di legge concernenti fatti di lieve entità legati al consumo di sostanze stupefacenti proibite. Tra i testi presentati, quello del radicale Riccardo Magi prevede, tra le altre cose, anche la depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis. Sulla carta i numeri per rivedere le pene per consumi minimi sembrerebbero favorevoli, come favorevole è il contesto internazionale.
Non solo: nella patria del proibizionismo un terzo degli Stati ha legalizzato la marijuana, ma dal dicembre 2020 la pianta (anche medica) è stata cancellata dalla IV tabella delle sostanze che la Convenzione Onu del 1961 ritiene pericolose. L'esempio degli USA e l'attenuata attenzione del controllo globale sulla cannabis dovrebbero incoraggiare quei parlamentari che, al momento delle decisioni, si fanno prendere dal timore di abbassare la guardia in tema di "salute" e "ordine" pubblico.
Ai timorosi o timidi, ma anche ai contrari, occorre ricordare che se (anche) in Italia non s'è fatto alcun passo avanti per contenere il fenomeno è (anche) perché da 30 anni si persegue la via della penalizzazione piuttosto che quella della regolamentazione di produzione e consumo delle "droghe". Rispetto al passato ci sono novità importanti anche a livello nazionale: la Ministra Fabiana Dadone ha annunciato l'intenzione di organizzare finalmente la Conferenza Nazionale sulle Droghe e la Ministra Marta Cartabia ha parlato in termini netti di "proporzionalità della pena" e "carcere come extrema ratio".
Niente come la penalizzazione di comportamenti che nella stragrande maggioranza non causano vittima necessita d'una revisione delle sanzioni (penali e amministrative) e niente come un problema, anche di salute, di scelte personali consapevoli dovrebbe esser gestito fuori dalle mura carcerarie. Infine, niente come una conferenza sulle droghe convocata dopo 12 anni dovrebbe far tesoro del contributo di chi, in modo indipendente e disinteressato, critica leggi e politiche che hanno contribuito a cristallizzare il problema invece che governarlo.
La presenza delle sostanze proibite in Europa è stata presentata la settimana scorsa dall'Osservatorio sulle droghe e le dipendenze di Lisbona. Anche se i dati non sono omogenei e poco dettagliati, in nessuno dei capitoli della relazione c'è di che rallegrarsi. I dati relativi al 2017 e 2018 registrano un aumento di sequestri di tutte le sostanze, ampliamento delle infiltrazioni criminali maggiore purezza e aumento di decessi per overdose, spesso da policonsumo, in particolare tra gli ultra 50enni.
In tutta l'Unione Europea, che conta mezzo miliardo di persone, nel 2018 le morti sono state 8300, in Italia 334. Il rapporto non prevede schede per Paese ma per quanto riguarda la cannabis in Italia si conferma che il 30% della popolazione (20 milioni di persone!) l'ha provata nell'arco della propria vita. Che ci sia qualcosa che non va è indubbio ma occorre un cambio controcorrente. Le proposte ci sono. I numeri, e forse i tempi, pure. Riuscirà la pragmaticità a prevalere su ideologia o tatticismi da "larghe intese"? *Associazione Luca Coscioni
di Susanna Ronconi*
Il Manifesto, 16 giugno 2021
Abbiamo aspettato la notizia di una delega politica sulle droghe e della convocazione di una Conferenza nazionale per 12 anni, o meglio per 21 a Genova con don Gallo, se consideriamo che la Conferenza 2009 a Trieste non è stata che una claque di consenso alla legge Fini - Giovanardi. La notizia dell'avvio del percorso di organizzazione della Conferenza entro l'anno non può che essere una buona notizia, e anche una nostra vittoria: per anni l'abbiamo inclusa nella nostra agenda politica, fino a diffidare nel 2017 il governo per inadempienza.
E tuttavia le buone notizie si stanno incagliando in ciò che apprendiamo, per altro, in tanti, in modo informale, perché manca qualsiasi dispositivo partecipativo trasparente e pubblico, precondizione minima.
Il Dipartimento Politiche Antidroga sembra pensare che gli attori titolati alla partecipazione siano Ser.D e comunità, che sono importanti ma gli attori sono ben di più, società civile esperta, ricercatori indipendenti, le persone che usano droghe: non siamo a 30 anni fa, loro ci sono, sono organizzati e sono i primi "portatori di interessi".
Uno dei temi proposti circa il sistema di intervento recita "SerD, comunità e volontariato": sono decenni che non è più così, il sistema ha setting, approcci e protagonisti diversi, solo uno sguardo in difesa dello status quo può non vederlo. La finalità generale recita, "la programmazione delle politiche relative alle dipendenze patologiche".
No, non siamo a 30 anni fa: a parte il linguaggio vetusto (e le parole sono pietre), non abbiamo alcuna possibilità di programmare se prima non valutiamo 30 anni di politiche penali, sociali, e sanitarie dagli esiti inefficaci quando non infausti. Nulla al di sotto di questo compito di valutazione.
Non si possono poi centrare politiche che ricadono su milioni di persone che usano droghe secondo molti diversi modelli, limitandole alle cosiddette "dipendenze patologiche", che meritano tutte le attenzioni ma sono una minoranza del fenomeno: lo scenario del consumo è radicalmente cambiato, e una Conferenza 2021 deve calibrarsi su consumi sempre più normalizzati, che non sono patologici ma che richiedono politiche innovative che si curino della sicurezza di chi consuma ("safety first") e creino contesti che facilitino un uso sicuro, minimizzando rischi e danni.
Ecco, la riduzione dei danni e dei rischi (RdD): nei lavori della Conferenza semplicemente la RdD non è nemmeno menzionata. Sembra un ritorno all'editto di Serpelloni del 2009, la RdD non s'ha nemmeno da citare. La RdD si pratica in Italia dagli anni 90, è nei LEA (sebbene inapplicati), ci lavorano centinaia di servizi, è pilastro delle politiche Europee; e soprattutto è il futuro, se si assume un principio di realtà e con esso la responsabilità politica di tutelare e promuovere la salute e il benessere di chi usa.
La Strategia europea 2021-2025 le attribuisce un ruolo strategico, portandola fuori dalla generale "riduzione della domanda", questa è la via. Nulla al di sotto di questo. E, poi, il mondo è cambiato: le politiche alternative avanzano nel solco della decriminalizzazione dei consumi e della regolazione legale di alcuni mercati. Vogliamo parlarne o la Conferenza sceglierà di librarsi in un tempo fuori dal mondo? Nulla al di sotto di questo. Noi - movimento per la riforma delle politiche sulle droghe - lavoriamo per una Conferenza nazionale all'altezza dei tempi e mettiamo a disposizione le nostre competenze. Insieme, riprendiamo l'iniziativa di una Conferenza autoconvocata, rinviata a causa della pandemia, per elaborare e comunicare ciò che in una agenda politica e scientifica deve esserci. Starà al processo partecipativo in corso stabilire se si tratterà di fruttuosa sinergia o se, e non lo vorremmo, ci ritroveremo di fronte a una nuova Trieste.
*Forum Droghe
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 16 giugno 2021
"La luce dentro", un documentario, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione "Con il Sud", vincitore del Social Film Fund Con il Sud, che racconta il Meridione attraverso il sociale. La pellicola, girata tra le mura della Casa Circondariale di Lucera. "Il nostro papà è una persona speciale perché cerca di far sentire sempre la sua presenza. Quando è fuori, giochiamo e ci divertiamo insieme tutto il giorno. Una volta il giudice gli ha permesso di trascorrere un mese con noi e lui si è dato da fare per realizzare con le sue mani una stanza tutta nostra".
Gianni e Simone parlano del loro padre, Mario, in carcere da 14 anni, e i loro occhi si illuminano quando lo descrivono come "uomo alto, intelligente, cuoco provetto e anche spiritoso. Quando è dietro ai fornelli ci racconta un sacco di storie divertenti". L'entusiasmo lascia il posto alla tristezza, invece, quando sperano che al più presto "venga assunto in un negozio". Motivo? "Così passa più tempo con noi".
Per i due ragazzini, il loro papà ha una marcia in più: "Ci sorprende la sua forza" rivelano. "Quando deve tornare dentro, non si mostra dispiaciuto, perché non vuole che soffriamo". La storia di Mario è quella di tanti ospiti costretti a dividersi tra la cella e gli affetti familiari, dove da una parte figura il reato, dall'altra la pena, in mezzo i figli condannati a pagare per colpe che non hanno. Giornate trascorse a ridere, stupirsi, gridare e ad abbracciarsi solo nella fredda e asettica sala colloqui perché oltre il muro la paternità è "a distanza".
Ma Mario è un papà diverso e della sua voglia di riscatto se ne è accorto il regista Luciano Toriello che lo ha voluto tra i protagonisti de "La luce dentro", un documentario, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione "Con il Sud", vincitore del Social Film Fund Con il Sud, che racconta il Meridione attraverso il sociale. La pellicola, girata tra le mura della Casa Circondariale di Lucera, in provincia di Foggia, affronta proprio il delicato tema della genitorialità vissuta dietro le sbarre, proponendosi come una delicata riflessione intorno alle esigenze affettive ed educative dei bambini figli di padri detenuti, nonché del desiderio di riscatto e cambiamento di questi ultimi.
L'eco dell'opera e la valenza del suo messaggio ha raggiunto anche i palazzi del potere tanto che, il 20 marzo dello scorso anno, è stata proiettata all'interno della nuova aula del Palazzo dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. "Mi hanno proposto di partecipare a un docufilm e all'inizio non ero certo di farlo perché raccontare se stessi non è mai facile" commenta Mario ricordando con commozione quei momenti.
"Ma poi ho pensato che sarebbe stato un modo per far capire ai miei figli e a chi mi osservava la voglia di riscatto che c'è in me e per questo devo ringraziare chi mi ha offerto questa opportunità. All'inizio ero titubante - continua -. Ero bloccato dalla paura. Poi così non è stato perché hanno avuto molto rispetto per la mia figura e questo mi ha fatto rivedere in maniera positiva alcuni miei pensieri sui progetti che si svolgono in carcere con le associazioni. Ora partecipo molto di più, e più volentieri".
Tra le iniziative che oggi Mario apprezza di più "è quando ci permettono di passare un pomeriggio a giocare con i bambini nel cortile o nelle zone previste per lo svolgimento di queste attività".
L'esperienza della proiezione alla Camera dei Deputati ha suggellato la voglia di cambiamento. "Vedere tanta gente credere in me (mia moglie su tutti) e regalare un sorriso ai miei figli è stata la spinta decisiva. Il mio percorso di riabilitazione passa soprattutto attraverso la volontà di recuperare il tempo perso con loro ed essere di aiuto alla mia compagna che in tutti questi anni ha gestito da sola questa difficile situazione. Le sono davvero molto grato". Secondo il regista de La luce dentro: "A me piace pensare che in realtà il cambiamento di Mario sia dovuto, seppur in minima parte, a questo progetto perché il cinema può essere inserito a pieno titolo nelle cosiddette attività trattamentali". Toriello rivela, inoltre: "Ho avuto modo di intrattenere con lui una corrispondenza epistolare amichevole, di incontrare la moglie e i suoi figli. È sua ferma volontà di offrire a loro prospettive migliori rispetto a quello che hanno vissuto e, in parte, continuano a vivere".
Chiaro il riferimento del regista alla realtà particolarmente dura soprattutto per i ristretti i cui figli risiedono in altre città perché a causa dell'emergenza epidemiologica i colloqui visivi sono stati sospesi, sostituiti con le videochiamate, e la presenza del genitore detenuto, per i figli minori, nel 2020, è stata ancora di più a distanza. Mentre il ruolo di genitore, come dimostra la vicenda di Mario, è una molla per andare avanti in tanti percorsi rieducativi attivi negli istituti di pena: nello studio, nella formazione professionale, nel lavoro. Un detenuto che è genitore studia, lavora e "recita" non solo per se stesso: lo fa anche per essere un padre migliore.
L'11 maggio del 2015, durante l'incontro con i bambini de "La Fabbrica della pace", rispondendo ad una figlia di un detenuto che domandava se ci fosse una possibilità di perdono "per chi ha fatto cose brutte", Papa Francesco rispose: "Siamo noi a non trovare strade di perdono, tante volte per incapacità o perché è più facile riempire le carceri che aiutare ad andare avanti chi ha sbagliato nella vita. Sei caduto? Alzati! Io ti aiuterò ad alzarti, a reinserirti nella società.
Sempre c'è il perdono e noi dobbiamo imparare a perdonare, ma così: aiutando a reinserire chi ha sbagliato". Nel ricordare il testo di una canzone degli Alpini, Francesco disse: "Nell'arte di salire, la vittoria non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto. Tutti cadiamo, tutti sbagliamo. Ma la nostra vittoria su noi stessi e sugli altri, per noi stessi, è non rimanere caduti e aiutare gli altri a non rimanere caduti". Il cuore di padre ha consentito a Mario di rialzarsi e di aiutare Gianni e Simone a crescere insieme ad un uomo alto, intelligente, spiritoso, forte e che sa cucinare. Un alpino "speciale".
di Lello Tedeschi
baritoday.it, 16 giugno 2021
Va in scena "Facciamo i fantasmi", lo spettacolo molto liberamente ispirato a "I giganti della montagna" di Pirandello, realizzato dai detenuti attori dello spazio teatrale "Sala prove", curato da Lello Tedeschi all'interno dell'Istituto penitenziario minorile 'Fornelli' di Bari. "Facciamo i fantasmi" è in programma per tre repliche il 23, 24 e 25 giugno alle ore 20.30 in un apposito spazio all'aperto del Fornelli, in via Giulio Petroni 90, con i giovani detenuti che hanno preso parte al progetto di Teatri di Bari realizzato in collaborazione con Compagnia CasaTeatro.
L'accesso è previsto esclusivamente su prenotazione fino a esaurimento posti, inviando una mail a
Scheda spettacolo: da I Giganti della Montagna di L. Pirandello in scena Haisè, Noemi Alice Ricco, Davide Sgamma ideazione e regia Lello Tedeschi.
Nessuno di noi è nel corpo che l'altro ci vede, ma nell'anima che parla chi sa da dove... Facciamo i fantasmi. Tutti quelli che ci passano per la mente... e ce ne lasciamo incantare... E non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa, quella in cui viviamo.
L. Pirandello, I giganti della montagna - Nelle parole che Pirandello ha scritto dando voce a Cotrone, il mago della Villa degli Scalognati ne "I giganti della montagna", abbiamo incontrato, detenuti e non, il senso del nostro lavoro in Sala Prove. Fino ad averne quasi paura: giochiamo con così tanto gusto e piacere a fare i fantasmi, in sala Prove, che alla fine rischiamo di credere più a questi che a noi, fino a confonderci tra di essi, a smarrirci, a ritrovarci felici ma a volte anche lontani e soli, proprio come gli Scalognati della Villa. Questo lavoro nasce da questo sentimento, quasi una dichiarazione identitaria, in chiave poetica, del nostro fare teatro in un carcere minorile.
Il nucleo artistico della Sala Prove è mobile, composto da attori di fuori e attori di dentro. Introduce di continuo giovani detenuti che incontrano il teatro per la prima volta, mossi da una scintilla di desiderio che nasce anzitutto dalla curiosità e dal bisogno di trascorrere diversamente parte del proprio tempo di detenzione. Dopo qualche tempo qualcuno va, qualcuno resta. Il nucleo si stabilizza per un tempo determinato e si comincia davvero, insieme agli attori di fuori, per un lavoro di scena che è una scoperta imprevedibile, una sorpresa, un incontro che è rigore e fatica ma anche dono inatteso, cosa mai vista né vissuta accolta come uno spiazzamento, accogliendo una diversa visione e possibilità di sé.
In questa condizione il teatro, da spazio di intrattenimento, pare a volte proprio trasformarsi in luogo di manifestazione dei fantasmi evocati da Pirandello, ovvero della nostra "anima che parla chi sa da dove". Ed è quest'anima che proviamo a restituire agli spettatori, felici dell'incontro ma con un lieve sentimento di solitudine, come se l'eco delle mura dell'Istituto in cui vive il nostro teatro in parte ci divori e ci isoli tutti, fino a crederci davvero un po' come i fantasmi che abbiamo evocato.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 16 giugno 2021
Lo studente in carcere da 494 giorni compie 30 anni. L'amico e portavoce della campagna Patrick Libero: abbiamo paura di tornare in Egitto. "Ci siamo conosciuti in piazza Tahrir, all'epoca frequentavamo entrambi la Germany University del Cairo e avevamo creato un gruppo politico per portare le idee della rivoluzione all'interno dell'Università. Combattevamo soprattutto per un sistema educativo migliore e per la libertà". Per Mohamed Hazem, ingegnere informatico, oggi di stanza a Berlino, parlare di Patrick non è facile. Soprattutto oggi che quell'amico caro compie 30 anni, lontano, rinchiuso in una cella da 494 giorni (il 2 giugno gli è stata per l'ennesima volta rinnovata la custodia cautelare di 45 giorni).
Quando è stata l'ultima volta che vi siete visti?
"Era aprile o maggio del 2019, all'improvviso me lo sono trovato alla porta, mi aveva fatto una sorpresa ed era venuto a trovarmi a Berlino. Patrick è così. Era molto preoccupato della sua sicurezza in Egitto, mi disse che era contento di trasferirsi a Bologna per studiare. Ci eravamo ripromessi di rivederci in Italia".
Lei oggi è uno dei portavoce della campagna Patrick libero, ogni giorno postate aggiornamenti in arabo, italiano e inglese. Quali sono le sue condizioni di salute?
"Le prigioni egiziane sono tra le peggiori al mondo, se i familiari gli mandano del cibo il più delle volte non gli viene dato, anzi viene buttato o rubato. Ha problemi a dormire, soffre ancora dolori lancinanti alla schiena. E nell'ultimo mese la sua asma è peggiorata, temiamo a causa del Covid, per il quale non è stato vaccinato".
Patrick ha il Covid?
"Non possiamo averne certezza, dato che in quella prigione non fanno i tamponi. Ma siamo certi che l'abbia avuto e che abbia indebolito la sua salute già fragile".
Psicologicamente come sta?
"È frustrato, triste e depresso, come comprensibile. Spero che possa riabbracciare un giorno da suo padre che è molto malato e che possa tornare ad avere contatto con il mondo. Conoscendolo, immagino che la cosa che lo distrugga di più sia non sapere cosa succede qua fuori".
Molti studenti egiziani all'estero non rientrano più a casa per paura che capiti loro la stessa cosa...
"Certo. E se ad un certo punto hai bisogno di farlo, sai che andare all'aeroporto significa avere il telefono controllato. Inoltre se ti rifiuti di mostrarlo, ti arrestano. Questa è la regione per cui molti chiudono i profili social prima di tornare. È pratica comune ed è un modo per silenziare le persone".
Questo vale anche per chi non fa attivismo?
"Sì, perché il regime egiziano è imprevedibile. Possono decidere di arrestarti semplicemente per far paura agli altri. Con Patrick è stato così. Puniscono la libertà, di qualunque tipo sia".
Dunque difficile anche ipotizzare cosa succederà a Patrick...
"Nessuno può dirlo ma non è molto difficile essere ottimisti. Quello che gli stanno facendo è contrario perfino alla legge egiziana. È detenuto in assenza di qualunque tipo di prova. Non c'è nulla contro di lui. E allora possiamo solo continuare a chiedere ai governi europei di smetterla di sostenere economicamente e militarmente quel regime che ha fatto questo ad un ragazzo di 30 anni, la cui unica colpa è esistere".
di Roberto Gressi
Corriere della Sera, 16 giugno 2021
Dire che gli italiani vengono usati come cavie non è vero. E soprattutto non dà soluzioni, semina solo incertezze. Siamo tutti un po' stanchi, provati dalle tante vite - persone, non numeri - perdute nella battaglia contro il virus. Logorati per le libertà negate e l'economia in affanno. Ma non è una buona ragione per perdere lucidità, razionalità, o addirittura per tornare al fai da te, alla demagogia, alle liti pretestuose, ai protagonismi inaccettabili, alle furbizie, addirittura alle divisioni sanguinose che hanno funestato la prima stagione della pandemia.
Non adesso che la svolta c'è già, non ora che grazie ai vaccini abbiamo cominciato a riprenderci la vita, il diritto a lavorare serenamente, a riguadagnare il tempo perduto. Siamo un Paese che ha pagato un prezzo altissimo, 127.101 decessi, ma che ora è secondo in Europa solo alla Germania nelle somministrazioni dell'antidoto. Il negazionismo è stato spazzato via e tutti sappiamo che cosa sarebbe successo se avesse vinto.
Gli italiani si sono messi in fila per vincere il morbo e le regioni, il sistema sanitario, seppure con risultati diversi, si sono impegnati perché le code fossero ordinate, il più possibile veloci, quasi sempre con operatori instancabili ed educati alla gentilezza.
Sarebbe insopportabile ora dover tornare anche solo a discutere con i terrapiattisti del vaccino. Non lo meritano le persone che con fiducia hanno permesso che in pochi mesi le morti e i contagi crollassero, non lo merita la scienza che, non dimentichiamolo, ci ha messo in mano l'arma per sconfiggere il Covid in un solo anno. Oggi possiamo addirittura permetterci che i negazionisti continuino a pensare e a agire come vogliono, perché la scelta compiuta dalla stragrande maggioranza degli italiani è sufficiente a proteggere anche loro. E adesso bisogna decidere come andare avanti. Stabilire quali siano i farmaci più adatti per quella parte della popolazione che non ha raggiunto i sessanta anni, con particolare attenzione ai giovanissimi e soprattutto alle giovani donne. Il dramma di Camilla, la ragazza morta di trombosi dopo aver ricevuto la prima dose di AstraZeneca, impone a tutti scelte consapevoli.
Ieri ci sono stati 1.255 contagi e 63 morti. Molti, moltissimi in meno rispetto ai giorni bui, ma 27 in più del giorno precedente. La sfida non è finita, anche se il tasso di positività è sceso allo 0,6%, il più basso di sempre. Oltre 28 milioni di italiani hanno ottenuto la prima iniezione vaccinale, più di 14 milioni hanno completato il percorso con il richiamo. C'è pieno motivo per essere ottimisti e per non concedersi pause.
Domani, stando a quello che pare deciso al momento, si riuniranno il governo e i presidenti delle Regioni. Hanno un dovere irrinunciabile: discutere, non nascondere nulla, fare chiarezza con tutti i dati che hanno a disposizione e alla fine decidere. Scegliere la via migliore per proseguire la campagna vaccinale, in modo assolutamente unitario, vietati trucchi e smarcamenti. Questo Paese, di fronte alla pandemia, ha scelto la strada dell'unità nazionale proprio per impedire che interessi personali o di partito potessero gettare ombre sul percorso migliore da seguire.
È anche miope pensare che strizzare l'occhio alle legittime paure di chi aspetta la seconda dose del farmaco possa recare dei vantaggi. Dire che gli italiani vengono usati come cavie non è vero. E soprattutto non dà soluzioni, semina solo incertezze, timori, sfiducia. Governare vuol dire scegliere, assumersi la responsabilità ed essere pronti a risponderne, non ci sono scorciatoie, mai. Di sicuro non ci sono quando si affronta una partita come questa.
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