di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2021
I numeri potranno anche essere considerati bassi ma la percentuale è impressionante: secondo un rapporto congiunto dell'Istituto bahrainita per i diritti e la democrazia (Bird) e dell'ong britannica Reprieve, a partire dalla rivolta del 2011 l'uso della pena di morte da parte delle autorità del Bahrain è aumentato del 600 per cento. Negli ultimi 10 anni le condanne a morte pronunciate nei tribunali dello stato-isola del Golfo sono state 51; nel decennio precedente, ossia prima della rivolta contro il governo, erano state sette.
Nell'88 per cento dei casi, le condanne a morte sono state emesse per reati di terrorismo, un concetto descritto in maniera ampia e generica dalle leggi del Bahrain, al punto che può essere applicato anche ad attività del tutto legittime e pacifiche. Nei bracci della morte del paese si trovano 26 prigionieri, quasi la metà dei quali hanno denunciato in tribunale o attraverso i loro avvocati di essere stati torturati per fargli firmare confessioni false, spesso gli unici elementi di prova su cui i giudici si sono basati per emettere le condanne alla pena capitale. Il rapporto di Bird e Reprieve è stato diffuso in occasione del primo anniversario della sentenza della Corte di cassazione che ha confermato le condanne a morte di Mohammed Ramadan e Hussain Moosa, le cui storie sono state raccontare in questo blog. Le esecuzioni sono state sei, di cui tre - le prime dal 2011 - nel 2017 e le altre tre nel 2019.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 27 luglio 2021
Gli Usa diminuiranno i loro soldati nel Paese a fine anno. Intanto dal 2019, quando migliaia di giovani iracheni sono scesi in piazza per chiedere riforme una lunga campagna di omicidi mirati ha falcidiato intellettuali, ricercatori, giornaliste: due giorni fa l'ultimo omicidio.
Ali Karim aveva 26 anni e la "colpa" di essere figlio di Fatima Al-Bahadly, una donna che instancabilmente, da 20 anni, con il suo chador nero e il sorriso avvolgente lavora per dare alle donne di Bassora - una delle città irachene più ricche di risorse e più povere di mezzi - i diritti che spettano loro e ai ragazzini una chance di non finire arruolati nelle milizie. Ali Karim l'hanno ritrovato fuori Bassora sabato pomeriggio, ucciso con tre colpi di pistola alla testa e allo stomaco. Era scomparso 24 ore prima. Non ci sono per ora sospettati, le autorità hanno annunciato l'apertura di un'inchiesta che molti temono non arriverà a nulla, come decine di altre condotte in questi anni su attentati e omicidi di attivisti e difensori dei diritti umani iracheni.
Ali al-Bayati, un parlamentare che fa parte della Commissione irachena per i diritti umani, un organismo indipendente, ha confermato all'Associated Press che Al-Bahadly "era finita nel mirino di alcuni partiti politici che l'hanno accusata di essere legata a interessi stranieri". L'uccisione del figlio potrebbe essere legata alle attività della donna, che nel 2003, subito dopo l'invasione americana dell'Iraq, fondò a Bassora l'organizzazione non governativa Al Firdaws Society, nata con lo scopo di reintegrare nella società i bambini arruolati dalle milizie. Il lavoro dell'organizzazione si è poi esteso per includere i problemi legati all'alfabetizzazione, la risoluzione dei conflitti, la partecipazione politica delle donne e la lotta contro la violenza sulle donne. Fatima Al-Bahadly ha girato per anni nei villaggi della provincia di Bassora per costruire alleanze con i religiosi moderati e i leader tribali, far capire loro che la liberazione delle donne è la chiave della pace e della prosperità, per demilitarizzare una società che dalla caduta di Saddam è diventata ostaggio di gruppi armati e milizie legate a e sostenute dall'Iran.
L'omicidio di Ali Karim è solo l'ultimo in ordine di tempo. Dal 2019, quando migliaia di giovani iracheni sono scesi in piazza per chiedere riforme, lotta alla corruzione, servizi pubblici migliori e più lavoro, circa 600 sono stati ammazzati dalle milizie sciite filo iraniane, e una lunga campagna di omicidi mirati ha falcidiato intellettuali, ricercatori, giornaliste. Ali al-Bayati dice che gli omicidi mirati finora sono 36, su 90 tentati omicidi. Bassora, insieme alla capitale Bagdad, è una delle città più colpite da questa impunita scia di sangue perché è il cuore petrolifero dell'Iraq, è ricca di risorse e prigioniera di un sistema di corruzione clientelare endemica che ha arricchito leader tribali e milizie a spese di tutta la popolazione.
Dal 2018 ci sono proteste per la mancanza d'acqua, persino per la mancanza di energia elettrica, nonostante l'intera area sia letteralmente seduta su alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo. Fatima Al-Bahadly, premiata con il Frontline Defenders Award per il suo impegno, aveva ricevuto minacce due mesi fa, le avevano detto di lasciare Bassora, in stile mafioso. Nel 2018 era già stata accusata di fare gli interessi degli Stati Uniti perché aveva sostenuto le proteste. "Gli attivisti della società civile irachena continuano a pagare con la loro vita e con quella dei loro figli", scrive Donatella Rovera, di Amnesty International, sul suo profilo Twitter.
Un anno fa esatto a Bagdad fu ucciso in un agguato sotto casa Hisham al-Hashimi, un ricercatore e giornalista molto noto in Iraq per i suoi studi sull'Isis e sulle milizie di cui aveva denunciato la presa oppressiva e dannosa sulla società irachena. Pochi giorni fa le autorità irachene hanno arrestato un uomo, un ex tenente di polizia, che avrebbe confessato l'omicidio. Il primo ministro Mustafa Al-Kadhimi ha rivendicato l'arresto come il segno della sua capacità di tenere fede alle promesse ma la verità secondo diversi attivisti è che i mandanti e le ragioni dell'omicidio restano coperti e impuniti. Dice Raed al-Hamid, un ricercatore iracheno che si occupa di gruppi armati, ad Al Jazeera: "Al-Kadhimi non ha le forze di sicurezza in grado di affrontare le milizie. Lo ha fatto solo per dire che ha mantenuto la sua promessa il giorno in cui al-Hashimi è stato ucciso".
Intanto ieri Al-Kadhimi ha incontrato a Washington il presidente americano Joe Biden. La Casa Bianca, dopo l'Afghanistan, ha annunciato che, pur proseguendo il sostegno sul fronte dell'addestramento e dell'intelligence, entro la fine dell'anno porrà fine alle missioni di combattimento anche in Iraq e ridurrà gradualmente il numero di militari americani nel Paese, attualmente circa 2.500. Un assist importante per Al-Kadhimi, ma anche per Teheran e le milizie filo-iranaine che hanno un solo e unico punto in cima all'agenda: cacciare gli americani dal Medio Oriente.
di Domenico Quirico
La Stampa, 27 luglio 2021
Il veleno della tirannia estinta nel 2011 ha cercato di prosciugare anche il cuore della nuova fragile democrazia. Sì, è vero. C'è sempre una Tunisia da amare, piccolo tenace Paese stretto tra colossi dove ancora una volta la Storia tartaglia. Ma c'è da temere che la Tunisia da noi amata, quella dei gelsomini, della rivoluzione, di Mohamed Bouazizi, il martire con la sua carriola di verdura e di dolori, finisca con lo scomparire. Ogni anno, dieci sono armai scivolati via quasi tutti tetri, pesanti, da quei giorni memorabili, sembra portarsene via un po'. Nasce, l'altra, nei triboli, nei moti per la fame, nei colpi di mano dei politicanti: l'ultimo quello di un presidente Kaid Saied che non ha mai nascosto azzardose simpatie per la "democrazia diretta" come la chiama lui; che è, mediocremente, la vecchia cancrena araba del "raissismo", della guida suprema, che segue l'imperativo categorico "il popolo vuole". Che coincide con quello che vuole lui.
Condizioni immutate - Sta nascendo una non so quale Tunisia ove non riusciamo a trovare il posto di ciò che abbiamo amato. Ho viaggiato da poco nelle regioni interne che nessun padre della patria o dittatore ha mai aiutato a divincolarsi dalla miseria e dall'abbandono. Dove non ti assalgono certo le turibolate di profumo dei gelsomini. Con disperazione ho scoperto che era identica a quella attraversata nella primavera di dieci anni fa. C'erano esplicite, sfrontate, tutte le condizioni che resero quasi automatica la rivoluzione, come se i gestori di quella meravigliosa eredità l'avessero conservate in serra. Le strade, qui, si infilano come cicatrici di asfalto in terre di sublime tristezza, brulicanti di rabbia delusione disincanto, popolate di poveri. E ho urtato la domanda tremenda, formulata con voce insieme aspra e stanca, a cui non so rispondere: a che serve la democrazia se ha prodotto tutto questo? Forse non è davvero fatta per noi.
Una rivoluzione che non sa più far sognare, uccisa da una vana primavera, che ha prodotto uno Stato di fatto fallito e tenuto in piedi artificiosamente dagli elemosinieri internazionali non è forse una rivoluzione morta? Vien voglia di risponder sì, di rovesciare la delusione per il tradimento in una condanna senza appello, in astio e veleno. Forse è un errore.
La prima cosa che dovremmo fare, subito, noi dall'altra parte del mare, è gettar via gli occhiali con cui abbiamo fatto finta di guardare, sapendo che fornivano una immagine deformata, la Tunisia in questi dieci anni: le primavere arabe son morte... e poi un sospiro, meno male che c'è la Tunisia con i diritti delle donne, la costituzione, gli islamisti illuminati, le elezioni... ci serviva per far gli occhi dolci a governanti sciagurati che venivano utili per le solite sgangherate e efferate collaborazioni anti-migranti.
Di nuovo in mare - Dopo dieci anni guardate: i soldati di nuovo nelle strade, e i migranti, tunisini, che salpano sulle vecchie carriole, 13 mila solo nel 2020; parlamento e ministri cacciati, sospesi, da un infastidito tratto di penna del Palazzo di Cartagine, come ai tempi di Ben Ali e della parrucchiera. E poi il contrabbando che per i poveracci ha preso il posto della economia; e la solita burocrazia dei pascià, sterminata, incapace, accidiosa che si è gonfiata per tener buona la rabbia sociale; e un parlamento fatto di risse manesche, chiacchiere infinite, complotti ridicolmente bizantini. E "Ennadha", il partito di ex terroristi islamici con in testa l'infido manovratore Ghannouci che si travestono da ipocriti difensori della democrazia contro il "golpe" presidenziale. Loro che molto hanno fatto per ucciderla in culla e screditarla, la democrazia, costruendo un potere di clientele e affarismo e contemporaneamente, occulto, un contro-Stato negli apparati di sicurezza pronto a gettare la maschera al momento opportuno. Attorno a questi ipocriti una miriade di partitini e camarille che sono poco più di un supporto di clientelismi e traffici nauseabondi. Ultimo arrivato l'esplicito populismo controrivoluzionario di Abir Moussi, antico caudatario di Ben Ali, che abbaia il vecchio motto del "quando c'era lui...". Il tragico è che gli hanno dato motivo di sembrare convincente. Di non diversa stoffa il populismo del tele-milionario Nabil Karoui, il solito antipolitico che viene fuori, sotto tutte le latitudini, nel naufragio delle democrazie dei compari.
Il veleno della tirannia - Come il sale un tempo sparso sul terreno delle città sconfitte perché nulla germogliasse più, il veleno della tirannia estinta nel 2011 ha cercato di prosciugare anche il cuore della nuova fragile democrazia. Sì, la democrazia nascondeva un vizio, una imperfezione che nessuno ha rimediato: gli uomini che avevano il compito di farne buon governo quotidiano non erano all'altezza. E qui forse sta la speranza: le rivoluzioni hanno corsi sotterranei, andamenti silenziosi e imprevedibili; spariscono e noi con poca fede le diamo per defunte. Dieci anni gettati via, forse, sembrano troppi. Irrimediabili. Ma se fossero, mai domati, caparbi, la premessa di un nuovo capitolo? Avenue Bourghiba è lì, come dieci anni fa: da riconquistare
di Liana Milella
La Repubblica, 26 luglio 2021
Dal governo disponibilità sulla proposta del leader del Movimento 5S. Sarà eliminato il termine di prescrizione sui delitti dei clan e dei terroristi. Si può fare. I processi di mafia e terrorismo potranno durare tutto il tempo che serve. Per la Guardasigilli Marta Cartabia e per il premier Mario Draghi questo è possibile. I reati di mafia, come chiede il presidente di M5S Giuseppe Conte, possono uscire dalla gabbia della improcedibilità.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 26 luglio 2021
Com'era prevedibile, il progetto di riforma della ministra Cartabia ha provocato una rapsodia di critiche di una parte della magistratura, che ha agitato lo spettro dell'impunità di terroristi e mafiosi. La sesta commissione del Csm, a maggioranza, ha sparato a zero sulla improcedibilità dei giudizi troppo lunghi, ed è stata giustamente bacchettata da Mattarella che l'ha considerata quantomeno intempestiva. Gli avvocati, dal canto loro, hanno accusato il progetto di eccessiva timidezza. Senofane diceva che ognuno si dipinge gli dei a propria immagine, e che se un triangolo potesse pensare descriverebbe Dio fatto a triangolo. I pm e i difensori vedono la realtà giudiziaria attraverso la lente deformante dei propri pregiudizi.
di Davide Varì
Il Dubbio, 26 luglio 2021
Non sarà la riforma della giustizia a mettere a rischio il governo. A scandagliare fonti parlamentari del Movimento 5 Stelle emerge, questo sì, un diffuso malpancismo sui punti che riguardano la prescrizione, ma anche la consapevolezza che non ci sono le condizioni per lanciare "aut aut". D'altra parte anche la ministra delle Politiche Giovanili, Fabiana Dadone, ha aggiustato la mira rispetto alle dichiarazioni in cui parlava esplicitamente di dimissioni dei ministri M5s dal governo, se non si fosse trovata la quadra nella maggioranza. "Sono stata fraintesa, non è nel mio stile minacciare alcunché", ha dichiarato.
Il punto è che l'autorizzazione a porre la fiducia sulla riforma, chiesta e ottenuta dal premier Draghi al Consiglio dei ministri, ha ribaltato il tavolo delle trattative, mettendo in difficoltà gli eletti Cinque Stelle. Che continuano, nella stragrande maggioranza a dirsi contrari alle nuove norme sulla prescrizione, ma fra i quali sono pochi quelli che arriverebbero all'estrema ratio di sfiduciare il governo. "Non si vedono barricate in allestimento", spiega una fonte parlamentare M5s bene informata: "Sono dieci, forse 15 gli eletti che non voterebbero la fiducia. Non di più". A riportare i Cinque Stelle a più miti consigli sarebbe stata la mossa di Draghi sulla fiducia, dunque. Ma non solo. Ha pesato, spiegano ancora fonti parlamentari Cinque Stelle, anche la posizione del Partito Democratico. "La riforma della Giustizia è fondamentale per riuscire a finalizzare bene tutti i fondi europei del Pnrr", dice il segretario del Pd Enrico Letta: "Noi abbiamo fatto in queste ore il lavoro necessario, e lo continueremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni, per trovare i necessari aggiustamenti per arrivare a un'intesa la più larga possibile. Dopodiché il governo credo che metterà la fiducia perché è importante che questo provvedimento arrivi a un'approvazione della Camera prima della pausa estiva. È fondamentale perché noi dobbiamo dare all'Europa, che ci ha dato tantissimi soldi, la dimostrazione che siamo seri nel fare le riforme. Se non facessimo una riforma della Giustizia, credo che sarebbe una mancanza di serietà assoluta. Dobbiamo impegnarci in questa direzione".
In ogni caso, Letta si mostra tranquillo, dice che "il governo non scricchiola" e sottolinea che "di fronte a passaggi complicati" come quello della riforma della giustizia, "è naturale che ci siano delle discussioni". Il Partito democratico plaude, quindi, a una riforma "coraggiosa e innovativa" che "affronta questioni irrisolte da tempo", dice la capogruppo alla Camera. Non ci si nasconde, certo, che sul tema della improcedibilità "serve un intervento", ma da qui a evocare dimissioni di massa ce ne passa: "Credo che in questa fase ci voglia calma ma anche la consapevolezza che siamo a uno snodo epocale".
Il terzo e, forse, decisivo elemento ad aver raffreddato gli animi dei Cinque Stelle è stato quello del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in una lettera inviata al vicepresidente del Csm, David Ermini, ha invitato a rallentare e ripensare l'iter del parere-stroncatura sulla riforma, il cui approdo al plenum del Csm era previsto per la prossima settimana. Per il Capo dello Stato, il Consiglio deve pronunciarsi sull'impianto complessivo della riforma Cartabia e non sulla sola improcedibilità. Nonostante questo, pronosticano fonti parlamentari del Pd, i malumori e le fibrillazioni nella maggioranza non finiranno con il voto sulla riforma: la tesi è che alla base delle dure prese di posizione dei Cinque Stelle - ma anche della Lega e d'Italia Viva - ci siano le imminenti elezioni d'autunno nei comuni. Non si spiegherebbe altrimenti perché mai "dopo aver taciuto in Consiglio dei Ministri sull'autorizzazione a porre la questione di fiducia" sulla riforma della Giustizia, "il Movimento arrivi a parlare d'ipotesi dimissioni".
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Le posizioni dei 5 Stelle sui procedimenti giudiziari e della destra sull'immunizzazione: al fondo un'identica avversione per le condizioni che consentono a una società di essere libera. Apparentemente non hanno nulla in comune la volontà dei 5 Stelle, affiancati da certi settori della magistratura, di difendere l'imprescrittibilità dei procedimenti giudiziari e la campagna della destra contro l'obbligatorietà dei vaccini. Eppure, al fondo, si scopre un'identica ostilità per le condizioni che consentono a una società di essere libera, un'identica incomprensione di come si possa alimentare un regime di libertà. Non è solo colpa dei politici suddetti, sia chiaro. È, indubbiamente, un effetto del meccanismo democratico: quei politici rappresentano (al peggio o al meglio, giudicate voi) settori della società che nutrono la stessa ostilità e la stessa incomprensione.
di Giorgio Meletti
Il Domani, 26 luglio 2021
Messa alla prova del quotidiano esercizio del potere, Marta Cartabia, ministra della Giustizia dal 13 febbraio scorso, si è infilata in un tale dedalo di contraddizioni e balbettii da incarnare il fallimento di un audace esperimento: partita ciellina, non è riuscita a diventare gesuita per meglio servire le sue ambizioni politiche.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Per la riforma in Aula si annunzia il voto di fiducia, ma si teme che qualcosa non funzioni. Caro direttore, nel Consiglio dei ministri del 22 luglio si è discussa la riforma della giustizia (in aula il 30 luglio). Si annunzia il voto di fiducia, ma si teme che qualcosa non funzioni, per cui si apre a miglioramenti di carattere tecnico; sul nuovo testo si chiederà una nuova fiducia. Significa ammettere che nel progetto di riforma vi sono delle falle; e che sono seri gli allarmi, prima snobbati, sui tanti processi che possono andare in fumo, anche importanti, anche di mafia.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 26 luglio 2021
Ma cosa penserà Mattarella del Csm che ha appena espresso contrarietà alle linee-guida della riforma Cartabia? Cosa ne penserà chi svolge tra l'altro la funzione di presidente del Csm, e oltretutto notoriamente nutre stima e pratica il dialogo con l'attuale Guardasigilli, sin da quando sedevano nel medesimo Collegio di giudici costituzionali?
La domanda sorge per così dire spontanea, esattamente come parte non piccola della pubblica opinione si attendeva un monito dal presidente del Consiglio che stigmatizzasse i no-vax che si annidano e fan proselitismo anti-vaccinale proprio dai banchi del governo. Ma nel caso del Quirinale tutto è più complesso, per il ruolo di equilibrio istituzionale insito in quella funzione, oltre che per la delicatezza della materia. In poche parole, se è possibile e anzi altamente probabile che Sergio Mattarella faccia comprendere il suo pensiero circa l'indifferibilità di una riforma della giustizia cui del resto l'Europa ha condizionato l'erogazione dei vitali fondi Recovery, non ci si può invece attendere una esplicita presa di posizione a caldo.
Soprattutto, non su un pronunciamento di una Commissione dell'organo di autogoverno della magistratura. L'occasione per capire - o meglio: provare a decifrare - gli orientamenti del Quirinale è del resto dietro l'angolo: mercoledì prossimo è in agenda la "cerimonia del Ventaglio", l'annuale incontro con i rappresentanti dell'Associazione Stampa Parlamentare. Si tratta di uno dei due discorsi eminentemente e strettamente politici che il Capo dello Stato rivolge alla nazione e alla comunità delle istituzioni e dei partiti. Il motivo per il quale non è prevedibile - e nemmeno auspicabile che il Quirinale commenti, nemmeno in via informale, un pronunciamento del Csm risiede nel fatto che il capo dello Stato ha anche la funzione di presidente del Csm proprio perché fossero garantite al massimo livello possibile l'indipendenza e l'autonomia (che non son sinonimi) della magistratura dagli altri poteri, e cioè dal Parlamento e dal Governo.
Sergio Mattarella dunque, anche nei panni di presidente del Csm, svolge un ruolo ed adempie un dovere cardine dell'alta carica che ricopre: punto di equilibrio tra i poteri istituzionali. E, d'altro canto, non solo la "bocciatura" della riforma Cartabia è stata l'altro giorno operata non dal plenum del Csm (che il Capo dello Stato presiede, quando non delega a farlo il suo vice), ma è stata espressa per 4 voti su 6 dalla Sesta Commissione. Quella che ha come materie di competenza il contrasto alle organizzazioni mafiose e terroristiche, e che ha evidentemente raccolto e fatte proprie le obiezioni sollevate solo ventiquattr'ore prima - in audizione parlamentare- dal procuratore nazionale Antimafia e dal procuratore in prima linea contro la 'ndrangheta.
Se si considera poi che tra le funzioni costituzionalmente attribuite al Csm vi è proprio l'esprimere pareri sui disegni di legge governativi che riguardano l'amministrazione e io funzionamento della giustizia, è facile comprendere che quel pronunciamento della Sesta commissione, visto dal Quirinale, è solo una delle molteplici crune d'ago dalle quali la riforma Cartabia dovrà passare. E forse, si valuta dal Colle, dati i rapporti di forza in Parlamento dove il partito di maggioranza relativa è notoriamente sugli spalti, nemmeno la più perigliosa.
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