di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Tempo ed energia del legale, del pm, del giudice, dei testimoni, dei cancellieri. Tutto per i fiori che un padre ha portato sulle macerie che hanno sepolto e ucciso suo figlio.
Un fascicolo penale, un decreto penale di condanna per 4.550 euro, l'opposizione al decreto, il processo davanti al giudice, il pubblico ministero che mette assieme "documentazione varia", la lista dei testimoni da sentire da una parte e dall'altra, la sentenza di assoluzione e - adesso - le motivazioni del verdetto: "Non doversi procedere per particolare tenuità del fatto". Tempo ed energia del legale, del pm, del giudice, dei testimoni, dei cancellieri... Tutto questo - tenetevi forte - per i fiori che un padre ha portato sulle macerie che hanno sepolto e ucciso suo figlio. È stato il 21 maggio del 2018 e quelle macerie erano sotto sequestro perché scena di un crimine. Erano i resti dell'hotel Rigopiano, raso al suolo da una valanga il 18 gennaio del 2017: 29 morti e fra loro anche Stefano Feniello, 28 anni, figlio adorato di Alessio e Maria. Il giorno di Pasquetta del 2018 Alessio e Maria vedono in tivù e sui social gruppi di escursionisti che oltrepassano i sigilli ed entrano laddove a loro è sempre stato negato. Selfie, pallone, picnic, oggetti portati via come souvenir... "Allora siamo andati lassù a portare i fiori come gesto di risarcimento verso i morti per la vergogna di quella Pasquetta", dice Alessio. Che però quel giorno trovò i carabinieri a vigilare davanti ai sigilli.
Il brigadiere provò a fermarli ma "l'imputato si oppose con veemenza e la sua reazione - dice il militare al giudice - in quel frangente era comprensibile. Ho accompagnato la moglie a portare i fiori sulle macerie e l'ho riaccompagnata fuori con l'imputato che nel frattempo si era tranquillizzato". Domanda: era proprio necessario mandare avanti un procedimento del genere? La procura di Pescara ha chiesto e ottenuto per lei l'archiviazione per la tenuità del fatto.
Non poteva fare lo stesso anche per lui invece di imbastire un processo e chiedere tre mesi di reclusione e 100 euro di multa? La giudice, Marina Valente, l'ha assolto spiegando che sì, è vero, si sarà pur trattato "astrattamente" di violazione dei sigilli, ma il reato è stato generato da un "da profonda prostrazione e rabbia conseguente alla morte del figlio" e "l'azione non appare certo sintomatica di una particolare pericolosità". Lui voleva solo "vedere il luogo in cui ha perso la vita il figlio e sistemare un fiore sulla sua "tomba". Ecco. Come dice il brigadiere: comprensibile. Purtroppo non a tutti.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 26 luglio 2021
Il costituzionalista avverte: "Va tolta al Csm la funzione disciplinare, serve un organo terzo". Alla fine, a decidere sul putiferio in corso nel palazzo di giustizia di Milano sarà il Consiglio superiore della magistratura: giudici che giudicano se stessi, una sezione disciplinare dove spesso sembrano contare più le appartenenze di correnti che i torti e le ragioni. Ma è venuto il momento di togliere al Csm la funzione disciplinare: sarebbe una svolta epocale, e a proporla è Sabino Cassese, uno dei più importanti costituzionalisti italiani. Che intanto avverte i Procuratori: attenzione, il tetto vi sta per crollare sulla testa.
Professore, a Milano più di metà di una procura insorge in difesa di un pm di cui il capo della stessa Procura ha chiesto l'allontanamento. È un caso senza precedenti. Fin dove si possono spingere i poteri del capo di un ufficio inquirente? I pm non sono liberi per legge?
"L'articolo 107 della Costituzione dispone che il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull'ordinamento giudiziario. Questo vuol dire che le garanzie del pubblico ministero non sono direttamente stabilite dalla Costituzione ma vengono stabilite dalla legge. In secondo luogo, le garanzie di indipendenza necessarie per gli organi giudicanti non sono simili a quelle necessarie per gli organi dell'accusa, le cui decisioni sono comunque sottoposte al giudizio della magistratura giudicante. Le implicazioni di queste due premesse mi paiono chiare".
Storari ha consegnato i verbali di Amara a Davigo sostenendo che di fatto gli veniva impedito di indagare. Ma in base alla Costituzione l'azione penale non sarebbe obbligatoria?
"Non conosco gli atti e ho una conoscenza sommaria dei fatti, come noti attraverso la stampa. I verbali erano atti riservati della procura e non dovevano circolare.
A giudicare Storari, di cui il pg della Cassazione ha chiesto il trasferimento cautelare da Milano e dalle funzioni, sarà lo stesso Consiglio superiore della magistratura di cui fanno parte consiglieri il cui nome compare negli stessi verbali di Amara. Come si esce da questo cortocircuito?
"In casi di questo tipo, i principi del diritto richiedono un obbligo di astensione di tutte le persone che abbiano conflitti di interessi".
Non sarebbe il momento di portare la funzione disciplinare fuori dal Consiglio della magistratura, in modo da impedire che a giudicare siano a volte i colleghi di corrente degli accusati?
"La funzione disciplinare dovrebbe essere comunque rimessa ad un organismo terzo, per assicurare indipendenza e imparzialità non solo rispetto al poter esecutivo, ma anche nei confronti del corpo della magistratura. Al di là di ciascuno dei singoli passaggi di questa vicenda, due considerazioni generali vanno fatte. La prima è che la declinazione dell'indipendenza in termini di autogoverno è stata errata fin dall'inizio (e duole dire che fu Lodovico Mortara a parlarne per primo, ancor prima della Costituzione). La seconda è che sarebbe consigliabile un maggior self-restraint del corpo dei procuratori, per salvaguardare l'ordine giudiziario, che altrimenti corre il rischio di vedersi precipitare il tetto addosso".
Davigo aveva il diritto di ricevere quei verbali informalmente?
"Non so se si possa parlare di un diritto di ricevere, mentre mi sembra abbastanza chiaro che vi era un obbligo di riservatezza di colui che ha consegnato".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 26 luglio 2021
Il presidente del Tribunale di Palermo: "Non vedo profili di incostituzionalità nelle proposte del leader 5S. Ma questo vale anche per altri casi di particolare complessità". "È una riforma importante quella di cui stiamo discutendo in questi giorni - dice il neo presidente del tribunale di Palermo Antonio Balsamo - ma non si può pensare di fissare un termine dopo il quale il processo si estingue senza avere prima apprestato tutti i mezzi e le risorse per celebrare i processi entro i termini previsti".
Quali punti della riforma consentiranno un'accelerazione dei tempi della giustizia?
"Il filtro più rigoroso che verrà assegnato al giudice delle indagini preliminari credo che sarà un forte fattore di deflazione dei processi. Come accade in tutti i paesi che adottano il rito accusatorio il dibattimento è l'eccezione. L'ampliamento dei casi di citazione diretta a giudizio è un altro fattore importante. Di grande rilievo è poi il capitolo relativo alla cosiddetta giustizia riparativa, in accoglimento di una direttiva europea: è previsto l'accesso ai programmi di giustizia riparativa in tutte le fasi del procedimento".
Giustizia riparativa, ovvero quel percorso che porta l'autore del reato a rimediare alle conseguenze della sua condotta.
"Le forme di giustizia riparativa sono un grande impegno per dare speranza, contemporaneamente ai colpevoli e alle vittime dei reati. Mi è piaciuto molto un riferimento fatto dalla ministra Cartabia al congresso delle Nazioni Unite a Kyoto, nel marzo scorso: citò il motto della polizia penitenziaria, garantire la speranza è il nostro compito. Proprio perché noi crediamo che sia indispensabile diffondere speranza sono necessarie delle riforme di carattere organizzativo con un ampliamento del numero dei giudici, che ci ponga in linea con l'Europa, come ha chiesto l'avvocatura al congresso nazionale forense. La richiesta dell'avvocatura di portare il numero dei magistrati togati a 16.500 va presa in attenta considerazione. E poi c'è da tenere in considerazione la sperimentazione fatta in Canada, dove questo tipo di riforma è stato attuato".
Cosa è emerso da quella esperienza?
"Dopo un anno dall'avvio della riforma, solo 61 processi sono saltati nello stato del Quebec perché oltre il termine massimo previsto. In Italia, il numero potrebbe essere enormemente superiore. Ma c'è un altro dato da tener presente: il governo del Quebec ha stabilito uno stanziamento di 175 milioni di dollari canadesi per nuovi magistrati, cancellieri e aule di udienze. Un investimento di 118 milioni di euro. Un dato che ci deve far riflettere. A Palermo, dove mi sono insediato da qualche giorno ho trovato colleghi grandemente motivati, come nei giorni drammatici del post stragi, ma è necessario sostenere questo impegno straordinario con un investimento altrettanto importante. Dobbiamo fare ogni sforzo per scongiurare il rischio che siano deluse le aspettative di giustizia delle vittime e le aspettative di sicurezza de i cittadini".
Il governo ha confermato gli investimenti, ma i magistrati impegnati sul fronte della lotta alla mafia hanno espresso riserve.
"Vedo delle grosse criticità nella riforma non solo per i processi di mafia, ma anche per tutti quelli che comportano una notevole complessità negli accertamenti: penso ai dibattimenti per le morti sul lavoro, o per i disastri ambientali".
L'ex presidente Conte ha ipotizzato di tenere fuori dalla riforma i reati di mafia.
"Non vedo profili di incostituzionalità in questa proposta. Ma ripeto il problema potrebbe crearsi anche per altri tipi di processi, dunque credo sia necessario pensare a dei correttivi, come la ministra Cartabia ha già annunciato. Ho molto apprezzato la citazione che la ministra ha fatto di Giovanni Falcone all'ultima sessione della commissione delle Nazioni unite per la prevenzione della criminalità, a Vienna. Falcone riteneva che si dovesse passare ad una fase di intensa e leale collaborazione fra i poteri dello Stato. Con questo spirito, è essenziale che il legislatore ascolti la magistratura e l'avvocatura, facendo una previsione realistica degli effetti delle riforme, e predisponendo tutti i rimedi".
Quali correttivi potrebbero essere fatti al capitolo della riforma riguardante i tempi del processo?
"Si potrebbe pensare a una sospensione dei termini di durata massima del processo di appello o di cassazione in tutti i casi di particolare complessità del giudizio. Un'altra soluzione sarebbe quella di pensare a una decorrenza del termine di durata massima del giudizio di appello dal momento in cui la corte effettivamente riceve gli atti. Perché, talvolta, come ha ricordato Matteo Frasca, presidente della corte d'appello di Palermo che è virtuosa per tempi di durata dei processi, possono esserci dei casi in cui ad esempio il giudice di primo grado ha impiegato molto per scrivere la sentenza, oppure possono esserci state difficoltà con le notifiche. E il giudice di appello non ha il controllo di queste situazioni. Ma resta prioritario il tema delle risorse, come ribadito dal commissario europeo per la giustizia".
Quale aspetto mette in rilievo nella sua analisi?
"Il rapporto annuale della commissione europea sottolinea che il numero dei giudici italiani resta uno dei più bassi nell'ambito dei paesi dell'Unione europea".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 26 luglio 2021
Parla il presidente delle Camere penali. Sono "preoccupati e delusi", gli avvocati penalisti. La riforma Cartabia secondo loro ha tradito molte attese. Per colpa dei veti incrociati tra partiti, alla fine mancano alcuni tasselli importanti. Considerano il ritorno della prescrizione una grande conquista, ma sono perplessi al pari dei magistrati sul meccanismo concreto.
E così, Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali, dice: "Se è vero che arriveranno i denari, questo solo conterà. Perché se i tempi sono lenti, è anche perché i vuoti d'organico sono paurosi".
In che senso, più che sulle norme, voi siete attenti agli investimenti?
"Perché la riforma, se consideriamo le premesse della commissione Lattanzi, si è molto scolorita lungo il cammino. Ma se davvero arriveranno i rinforzi promessi, il nuovo personale di cancelleria, gli investimenti sugli edifici e sull'infrastruttura digitale, allora certi tempi morti potranno essere superati. Questa è la vera scommessa. Se infatti occorrono mesi, o addirittura anni, per lo spostamento di un fascicolo da un tribunale a una Corte di Appello, ciò accade perché manca letteralmente il personale. Le cancellerie hanno vuoti del 50 per cento".
Che cosa vi attendevate e invece non c'è nella riforma?
"Una seria spinta sui riti alternativi. Si sono persi per strada, credo per via dei veti leghisti. Il concetto di premialità come incentivo ai patteggiamenti, che pure è l'unico modo per deflazionare sul serio la massa dei processi, e quindi velocizzare, per i leghisti non è spendibile. Anche la riscrittura dell'udienza preliminare si è persa in gran parte per strada: si è passati dalla "previsione di condanna" a una generica "prognosi". Diciamo pure che si è scolorita".
E il meccanismo della nuova prescrizione processuale, detta della improcedibilità?
"Un'innovazione giuridica di cui non si sentiva la necessità. Peraltro nemmeno era tra le bozze della commissione dei saggi. Di sicuro non è una nostra proposta; noi avremmo preferito il meccanismo della legge Orlando, con le sospensioni da riconteggiare in caso di sforamento dei tempi, che faceva da pungolo per il giudice, e non rappresentava una morte del procedimento. È comparsa all'improvviso, perché bisognava accontentare i grillini, arroccati a difesa della riforma Bonafede. Unica consolazione: quantomeno si supera quel mostro giuridico, che avrebbe avuto l'effetto di ritardare ancor di più i processi".
di Francesca Sabella
Il Riformista, 26 luglio 2021
Ha un cancro in stato avanzato, ha perso trenta chili negli ultimi mesi, si sottopone periodicamente a chemioterapia, è una larva umana, ma per lo Stato deve morire in carcere. Aurelio Quattroluni è un detenuto di origine siciliana condannato all'ergastolo ostativo, è in prigione da più di vent'anni, oggi sta scontando la sua pena nel carcere di Secondigliano dove è recluso dal 2020. È malato, la famiglia riferisce che versa in un forte stato depressivo e che alterna scioperi della fame ad attacchi di autolesionismo.
Tutto ciò, però, non basta: deve morire in cella. "Ho inviato più di sessanta pec al Tribunale di Sorveglianza di Napoli facendo richiesta di arresti domiciliari - racconta Ornella Valenti, legale di Quattroluni - Non ho mai ricevuto una risposta, se non mail nelle quali mi veniva comunicato che gli uffici non avevano ancora acquisito le informazioni necessarie. Se non i domiciliari, almeno il trasferimento vicino casa significherebbe già tanto per lui". Il Tribunale di Catania, invece, seppure con qualche ritardo ha risposto all'avvocato Valente.
"Il magistrato siciliano ha rigettato per due volte la richiesta dei domiciliari - continua Valente - una volta nel settembre del 2020 e l'altra nel febbraio di quest'anno ritenendo che le condizioni di salute del mio assistito fossero compatibili con il carcere. Ma non è così". Dal carcere di Padova, dove era inizialmente recluso, Quattroluni fu "spedito" agli arresti domiciliari a Catania dove fu operato d'urgenza. Rimase a casa per due anni e sei mesi, quindi in regime di arresti domiciliari, per le cure necessarie.
Nel mese di febbraio 2020, in seguito a un'inchiesta relativa a fatti risalenti a 25 anni prima, fu arrestato e condotto portandolo nella casa circondariale di Bicocca, a Catania. Dopo lo scoppio dell'emergenza Covid la vicenda subì uno stop, ma successivamente il Tribunale di Catania dispose di nuovo gli arresti domiciliari con scadenza a settembre 2020. Nel frattempo le istanze presentate dal suo avvocato non sono state lette e il detenuto è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, dove si trova adesso. Pec non lette, risposte mai date all'avvocato e un uomo che seppur condannato al carcere a vita, in quel carcere rischia di morire, in aperta violazione del diritto alla salute e della sua dignità.
Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello ha incontrato recentemente Quattroluni e ha riacceso i riflettori sulla sua condizione e sulla necessità di consentirgli di essere curato, se non a casa, in una struttura attrezzata. "Aurelio è una persona malata, condannata all'ergastolo ostativo, ha un cancro, sta facendo dei cicli di chemioterapia - spiega Ciambriello - Sulle sue spalle pesano due condanne mortali: ergastolo e cancro, ma per ironia della sorte una può cancellare l'altra". La condanna all'ergastolo non equivale alla pena di morte o, almeno, non dovrebbe. "Adesso Aurelio è pelle e ossa - sottolinea il garante - Non si tratta di essere benevoli o buonisti: sono deciso ad andare avanti per difendere il diritto alla salute e alla vita, senza la doppiezza ipocrita di chi divide i detenuti in buoni e cattivi o di chi vuole separare quelli condannati per reati ostativi da quelli che si trovano in carcere per fatti meno gravi". Si tratta di rispettare i diritti. "Viviamo in un Paese dove il populismo penale si coniuga con il populismo politico - conclude Ciambriello - Non possiamo tollerare altre reticenze e dimenticanze sui temi del diritto, della giustizia e della detenzione".
laprimapagina.it, 26 luglio 2021
Cyclette, macchine multifunzione e panche per il potenziamento muscolare ma anche palloni da calcio, racchette da tennis tavolo, cerchi per la ginnastica. Le palestre (maschile e femminile) allestite all'interno del carcere di Sollicciano dove i detenuti svolgono attività fisica nell'ambito del progetto Uisp "Sport in libertà" possono contare numerosi attrezzi in più. Sono quelli consegnati dall'assessore allo sport Cosimo Guccione e del garante dei detenuti Eros Cruccolini. Con loro c'erano la direttrice del carcere, Antonella Tuoni, e il presidente di Uisp comitato di Firenze Marco Ceccantini.
"Un modo per stimolare movimento, attività sportiva e benessere psicofisico dei detenuti - ha sottolineato l'assessore Guccione - vogliamo offrire un'opportunità per favorire l'umanizzazione della pena, così come stabilisce la Costituzione. E proprio le attività ricreative, tra cui lo sport, sono considerate dal 1975, anno della riforma dell'ordinamento penitenziario, uno dei pilastri del trattamento penitenziario che dovrebbe ottenere la rieducazione del condannato". "Attività fisica come spazio di libertà - ha aggiunto - ma anche come momento di socializzazione e convivenza, di confronto e di crescita". Il presidente Marco Ceccantini ha ricordato come da molti anni Uisp porta avanti tutti i giorni il progetto che consente ai detenuti di svolgere attività fisica in palestra e negli spazi verdi del carcere. L'iniziativa, seppur ridotta nel periodo dell'emergenza Covid, non si è mai interrotta grazie alla presenza di un presidio sanitario interno alla casa circondariale.
"Abbiamo continuato a operare in carcere in questo periodo -ha aggiunto Ceccantini- ritenendo l'attività motoria fondamentale per il benessere psicofisico delle persone recluse e soprattutto un valido contributo per superare questo difficile momento nel miglior modo possibile. Ringrazio il Comune per l'impegno nell'investire risorse, seppur limitate, per l'acquisto di nuovi macchinari al fine di sostituire quelli già esistenti, ormai obsoleti".
di Valerio Calzolaio
unipd.it, 26 luglio 2021
Qualche isola-carcere è ancora attiva in Italia e nel mondo. Forse il caso più significativo nel Mediterraneo riguarda la più piccola e lontana delle isole dell'Arcipelago Toscano, Gorgona, 222 ettari appartenenti al comune di Livorno, più o meno di fronte alla città, a circa 35 chilometri dalla costa, sul mar Ligure. Si tratta di un territorio prevalentemente montuoso (massimo 255 metri sul livello del mare) e ricco di vegetazione tipica della macchia mediterranea: pineta e lecceta più in alto, esemplari di castagno e ontano nero, bassi resistenti cespugli in basso. Verso ponente la costa cade a picco nel mare, mentre a levante degrada formando tre valli terminanti con piccole deliziose cale, insenature e baie, come Cala Scirocco, dove si apre la Grotta del Bove marino, un tempo rifugio di foche monache.
Gorgona ha avuto innumerevoli denominazioni nel passato, fu abitata fin dal Neolitico, frequentata da Etruschi e Romani, poi sede di monaci eremiti, che fondarono i monasteri di Santa Maria e di San Gorgonio. Nei millenni successivi la presenza umana fu connessa alle scorribande di terra e di mare in Toscana e nel Tirreno, con conseguenti edificazioni di case, torri, chiese e fortificazioni. Citata da Plinio, Namaziano e Dante, risultò comunque sempre complicato l'uso agricolo. Agli inizi dell'Ottocento, i Citti di Lugliano (Lucca) popolarono l'isola, dando origine all'attuale paese dei pescatori. È probabilmente loro lontana discendente l'unica residente oggi stabilmente abitante sull'isola, dodici mesi l'anno, Luisa Citti, 93 anni splendidamente portati, spesso intervistata, arzilla e fedele, sola e tranquilla (con i suoi gatti).
Due secoli fa il granduca di Toscana inviò circa duecento contadini per coltivarla, che però fecero di necessità virtù, dedicandosi solo alla pesca. Ma, già dal 1869, inoltre, una parte dell'isola fu destinata a colonia penale all'aperto come succursale di quella di Pianosa. E isola carcere sempre è rimasta, da oltre centocinquanta anni, mai solo carcere, mai senza detenuti, un caso abbastanza raro. Il centro di Gorgona è ancora borgo di discendenti di antichi pescatori, come detto oggi quasi spopolato: una decina di famiglie, fra 60 e 130 abitanti "civili" nell'ultimo quindicennio, sono residenti ma la abitano ogni anno qualche settimana o raramente qualche mese (estivo), in vacanza. Del resto, non ci sono attività sull'isola diverse da quelle "rieducative" (articolo 27 della Costituzione italiana) seppur utili e funzionali. L'unico bar è gestito dal personale di polizia dell'amministrazione penitenziaria; come pure l'unico negozio che vende prodotti, quelli realizzati da gruppi di detenuti, per esempio pomodori e uova.
Non mancano problemi. La lontananza dalla terraferma comporta disagi per tutta la popolazione umana (permanente e soprattutto transitoria, detenuta e non), disservizi e scomodità sono quelli di tante isole italiane, i collegamenti marittimi non sempre sono possibili causa le avverse condizioni del mare. La gestione e la direzione hanno sede nella distante Livorno. Il personale di polizia penitenziaria è in numero talora insufficiente quando aumentano d'improvviso i detenuti (anche 100 alcuni mesi), non sempre è accompagnato dalla famiglia e andrebbe scelto più su base volontaria. Non tutti i condannati hanno sempre lavoro sufficiente e l'intera esperienza non sembra davvero sostenuta dall'amministrazione centrale, con progetti e fondi specifici.
Sul territorio di Gorgona persiste comunque in ampi spazi il carcere all'aperto, una Sezione distaccata della Casa Circondariale di Livorno (in base a un decreto dell'ottobre 2013), con la capienza di 88 detenuti (al 30.11.2017 erano 90 uomini, stranieri 46; al 30.1.2021 82 sempre solo uomini, ancora 46 stranieri), unica esperienza di colonia penale agricola ancora funzionante in Europa (vi si viene trasferiti come premio di buona condotta, con una condanna definitiva con residuo di pena non superiore a dieci anni). L'istituto è suddiviso in due sezioni prive di imponenti mura di recinzione, ognuna delle quali è praticamente autosufficiente. La prima composta da 19 stanze singole ospita detenuti con un programma di trattamento "più ampio", nel senso che non è previsto una vigilanza di polizia fissa ma dinamica, dalle 7.00 alle 21.00, orario di chiusura delle stanze; ha un campo da bocce, il refettorio e una sorta palestra all'aperto. La seconda (Capanne) consta di 90 posti ed è dotata di campo sportivo, sala musica, sala hobby, biblioteca, palestra, aula scolastica, barbieria, oltre a cucina e refettorio.
Le diramazioni di costruzione più recente si trovano nei pressi del piccolo villaggio, mentre quelle ottocentesche sono ubicate sulle alture dell'isola. Il lavoro può essere considerato il perno attorno al quale gira tutta l'organizzazione del carcere. Le attività, tuttavia, non sono sempre presenti e ben coordinate: vanno bene l'agricoltura (due ettari di vitigni autoctoni, una cantina di vinificazione, ulivi, ortaggi e piante aromatiche, panificazione), l'edilizia (manutenzione, ristrutturazione, carpenteria), e la gestione dei rifiuti; rispetto alla zootecnia il macello è stato chiuso (molti animali trasferiti, il terzo residuo oggetto d uno studio relazione d'intesa con l'Università Bicocca di Milano); l'acquacoltura è durata solo per circa un decennio (2001-2012) e non può essere più praticata.
Sono stati ristrutturati degli edifici presenti a Cala Scirocco, nella parte sud orientale dell'isola ed è stato creato il Laboratorio di Biologia Marina e Maricoltura (Labimm), il quale oltre a svolgere attività di ricerca, è dotato di un'unità d'allevamento larvale e pre-ingrasso, che fornisce avannotti di specie pregiate (orate, spigole, ombrine), che saranno poi collocate sul mercato esterno per la vendita (oltre una piccola parte che viene naturalmente destinata al consumo interno). L'allevamento vero e proprio dei pesci avviene in gabbie off shore situate nella Cala Bellavista, e tutto ciò è accompagnato da corsi che forniscono ai detenuti la competenza necessaria per portare avanti il progetto. Alcuni detenuti sono impegnati nel gestire l'impianto e (ora) gli "impiantini" di produzione dell'energia elettrica, nelle attività di pesca sostenibile e, ormai, in lavori connessi al turismo didattico riguardante l'ambiente naturale dell'isola.
La giornata "tipo" di un detenuto "incarcerato" a Gorgona prevede la sveglia alle ore 6.30 e, dopo la colazione, alle 7.30 inizia il turno lavorativo fino a mezzogiorno per la pausa pranzo. Il turno pomeridiano è dalle 14.00 alle 16.00. La restante parte della giornata viene impiegata per l'attività scolastica oppure per il tempo libero (è presente una biblioteca, una palestra, un campo da calcetto). L'istituto di Gorgona è dunque definibile "un istituto a trattamento avanzato": il lavoro costituisce l'elemento cruciale e fondamentale del trattamento stesso, le acquisite capacità professionali garantiscono dignità, autosufficienza, autostima e aiuto economico ai familiari.
Per larga parte degli ultimi trenta anni è stato responsabile del carcere un funzionario del mMinistero della Giustizia, Carlo Alberto Mazzerbo (Catania, 1957), direttore della casa di reclusione di Gorgona dal 1989 al 2005 (quando la visitai da sottosegretario insieme all'allora Presidente dell'Ente Parco dell'Arcipelago Toscano), con incarichi e missioni ad hoc su Gorgona dal 2005 al 2013, gestore del trasferimento a Livorno dal 2013 al 2015, direttore del carcere di Livorno (e quindi anche di Gorgona) dal 2019 in avanti. Il libro scritto qualche anno fa da Mazzerbo insieme al giornalista Gregorio Catalano ha diffusamente raccontato l'esperienza ("Ne vale la pena: Gorgona, una storia di detenzione, lavoro e riscatto", Nutrimenti Roma 2013). Dal 2016 è stato firmato fra Amministrazione Comunale di Livorno, Ente Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e direzione della Casa di Reclusione Gorgona Isola un Protocollo d'Intesa relativo alla fruizione turistico naturalistica dell'isola di Gorgona. Nel 2019 è stato riattivato un trasporto passeggeri di linea, bisettimanale.
Nel 2021 Gorgona resta un'isola carcere. Potete andare a visitare l'isola di Gorgona. Yacht e crociere non possono attraccare, passeggeri e turisti sì. Il sabato e il lunedì vi è un traghetto da Livorno, servizio pubblico che parte e torna anche con un solo pagante il biglietto. Quei due giorni e pure la domenica la società che ha vinto il bando pubblico (Toscana Trekking) organizza visite guidate per massimo cento persone al giorno, anche per insegnanti e studenti. Nel 2019 ne usufruirono quasi 20.000 persone, nel 2020 (nonostante la pandemia) oltre 12.000. Il fascino sta nell'isola, bella e varia, non nell'essere carcere. Le funzioni giudiziarie semplicemente obbligano ad avere una guida esperta e competente ogni gruppo di 25 turisti. E l'ecosistema merita.
In realtà, quasi tutte le isole dell'arcipelago toscano sono state utilizzate per isolamento detentivo, in tutto o in parte, prima o poi e non solo nel lontano passato: Elba (Napoleone), Capraia (in più epoche), Gorgona, Montecristo, Pianosa (in più epoche, anche romana). Il carcere di Porto Longone a Porto Azzurro (isola d'Elba) è pure ancora attivo, ma l'Elba è troppo grande per essere considerata un'isola-carcere in senso stretto con i criteri descritti nel volume, ha una superficie di circa 224 km, ovvero cento volte Gorgona. La casa di lavoro all'aperto di Capraia fu chiusa con un decreto del Ministero di Grazia e Giustizia del 27 ottobre 1986, mentre l'istituto penitenziario di Pianosa è stato definitivamente soppresso con la legge del 23 dicembre 1996 n. 652.
Gorgona "resiste" come isola-carcere. Meriterebbe forse maggiore attenzione nazionale. Le isole non andavano e non vanno usate come carcere e andrebbe complessivamente ripensata ogni strutturazione detentiva. Le isole sono purtroppo state un lungo elettivo di "doppio isolamento" da millenni, in ogni mare del mondo, ovunque l'ecosistema aveva come confine acqua (anche in tanti ampi laghi e larghi fiumi). In linea di massima, tutte le isole andrebbero pensate ormai senza carceri e le vestige degli istituti penitenziari del passato andrebbero usate come museo all'aperto sulla crudeltà umana. Tuttavia, Gorgona è un caso unico, forse quello che più va incontro a un'esigenza di giustizia operosa, rieducativa e riabilitativa che dovrebbe essere praticata in ogni luogo e momento della pena detentiva.
Gorgona avrebbe avuto grandi potenzialità. Possiamo e forse dobbiamo chiudere ogni isola carcere, comunque quel modo di trattare i condannati alla pena detentiva dovrebbe pur essere sperimentato (anche) da qualche altra parte! In Italia meno del tredici per cento della popolazione carceraria lavora. Il resto passa venti ore al giorno in cella, senza alcuna occupazione e senza effettiva osservanza del testo costituzionale.
Discutere seriamente di Gorgona è un altro modo di affrontare collettivamente la questione dei carceri italiani, spesso incubatori di crimini, saliti a cronache pessime anche di recente, per comportamenti non confacenti delle pubbliche istituzioni o di chi lì le rappresenta, fenomeni ordinari e scandali straordinari di cui recentemente il presidente del consiglio Draghi e la ministra della giustizia Cartabia hanno detto di volersi occupare per ottenere finalmente che la detenzione sia l'inizio di un nuovo percorso di vita per chi "è stato" criminale.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 26 luglio 2021
L'appello della senatrice grillina. "Purtroppo il carcere è diventato nel tempo una discarica sociale dove confluiscono tutti i problemi non risolti". Ne è convinta la senatrice pentastellata Cinzia Leone che in questi giorni ha svolto approfondite visite nelle carceri campane e siciliane.
Vuole vedere con i suoi occhi una situazione che al carcere di Santa Maria Capua Vetere è diventata esplosiva ma che è il campanello d'allarme per tutta la nazione. "Obiettivo di questo breve tour è quello di dar luogo a delle relazioni seguite da interrogazioni parlamentari alla Ministra Cartabia".
"In particolare ho intenzione di soffermarmi su quanto è successo a Santa Maria Capua Vetere durante la mia visita - prosegue la senatrice - C'era un uomo ignoto con noi che mi ha accompagnato nel reparto delle donne (reparto Senna, massima sicurezza, Ndr). Al termine della visita ho scoperto che avevano scritto che era il mio autista ma io non lo conoscevo. Ho chiesto ai presenti chi fosse questo Armando Schiavo che mi accompagnava ma nessuno mi rispondeva, è sceso un silenzio imbarazzante. Poi mi hanno detto che era il compagno della direttrice. Questo episodio merita un'attenta riflessione: È imbarazzante che a seguito dei fatti accaduti tutt'ora serpeggia uno strato di opacità in questa struttura carceraria".
Per la senatrice si è trattato di un episodio "gravissimo, farò anche interrogazione già martedì con un intervento di fine seduta. Fatto, ancor più che gravissimo, in cui emerge all'indomani della visita della ministra Cartabia e del presidente Draghi. Una presenza non autorizzata giuridicamente ad accompagnare una senatrice della repubblica in una ispezione ed all'uscita constatare che all'ingresso era stato scritto 'autista della senatrice Armando Schiavo', ma io non sapevo chi fosse".
"Ritengo che la ministra tempestivamente provveda a far sì che la direttrice, la quale si è presentata come ammalata, con accanto il compagno ex poliziotto che faceva gli onori di casa fin dove non c'erano le telecamere, ad una sostituzione della stessa poiché è un carcere che necessita di essere seguito con molta forza e responsabilità, serietà e trasparenza che ad oggi sembra venir meno. Nel momento in cui i vice direttori sono stati sostituiti perchè non sostituire anche lei? Forse non ha la serenità anche fisica per ricoprire quel ruolo. Bisognerà fare chiarezza sul ruolo di Armando Schiavo all'interno del carcere".
La garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore, per garbo, aveva avvisato il giorno prima della visita della Senatrice Cinzia Leone. "La Direttrice Palmieri ci ha accolto nel suo ufficio ma non ha proseguito il giro nei reparti". Al termine ha ricevuto dalla stessa una telefonata che sottolineava che il signor Schiavo fosse un 'Articolo 17', cioè un volontario del carcere. "Resta che non era l'autista della Senatrice, come precedentemente scritto nell'elenco dei visitatori - ha detto Belcuore - gli articoli 17 sono preposti a fare attività per i detenuti. Com'è possibile che, abbia accompagnato una Senatrice della Repubblica mentre altre associazioni lamentano difficoltà a entrare in carcere per realizzare attività con i detenuti? Trovo imbarazzante che alla domanda della Leone 'Chi è quest'uomo che mi ha accompagnata?' venga risposto da un commissario che è il compagno della direttrice, ex appartenente al corpo della polizia penitenziaria in pensione e non una persona che fa il volontario nel carcere. È stata un'altra occasione mancata per rilevare le positività e le criticità del carcere".
In una visita durata diversi giorni, accompagnata dai garanti dei detenuti di Napoli, Pietro Ioia e di Caserta, Emanuela Belcuore, Leone ha visitato le carceri di Santa Maria Capua Vetere, Poggioreale e Secondigliano. Ha trascorso molte ore all'interno di quelle carceri e si è fatta una idea chiara. "In realtà ci vorrebbe un colpo di ali e con fantasia per percorrere la strada delle pene alternative al carcere e si necessita che lo stato si riappropri del suo alto compito rieducativo e riabilitativo soprattutto all' interno delle strutture penitenziarie", ha detto al termine delle visite.
"Il governo Monti con la sua esigenza di austerity - ha continuato - ha fatto sì che tanti piccoli carceri fossero chiusi e che ha dato come effetto quello di far convergere un numero eccessivo di persone in uniche megastrutture che se meglio rispondono al principio di economicità, di certo rischiano di fare passare in secondo piano le esigenze delle persone".
Leone ha guardato con i suoi occhi e toccato con mano la situazione. "Queste strutture che spesso sono ospitate in edifici del secolo scorso o addirittura di un paio di secoli fa spesso non sono per nulla rispondenti alle esigenze attuali - ha detto - La sofferenza della popolazione carceraria è dimostrata oltre che dalle frequenti proteste, molte delle quali condotte in modo pacifico e non violento come il digiuno o la sospensione di terapie farmacologiche. Ma questa sofferenza è dimostrata dall' alto tasso di suicidi sia tra i detenuti che tra la polizia penitenziaria che si trova oberata da compiti che in senso stretto non gli spetterebbe".
"Purtroppo il carcere è diventato nel tempo una discarica sociale dove confluiscono tutti i problemi non risolti: c'è un'elevata percentuale di detenuti con problemi psichiatrici e molti altri che per ragioni di povertà e di mancanza di alternative finisce per delinquere. Vari progetti ma attuati purtroppo in modo sporadico e spesso condotti per iniziativa di direttori penitenziari lungimiranti hanno dato prova che fornire una professione alle persone detenute contribuisce non poco a dare un'altra autorappresentazione e apre nuove prospettive ai detenuti che una volta liberi li aiuta al reinserimento nella società e li aiuta a liberarsi dallo stigma di essere stati carcerati".
"Purtroppo non avremo mai i dati certi di come una misura tanto attaccata come è il reddito di cittadinanza abbia tenuto distanti dal crimine migliaia di persone che hanno potuto provvedere alle basilari necessità proprie e dei propri familiari. Ed in cui lo stato ha dato prova di tutelare la dignità della persona e così facendo ha sottratto manovalanza alla criminalità. Questo dato purtroppo temo che rimarrà un dato nascosto".
Cosa ne pensa della riforma avviata dalla ministra Cartabia? "Per quanto riguarda la prescrizione non mi sento di pronunciarmi abbastanza perché mi fido del lavoro dei colleghi delle rispettive commissioni giustizia, ognuno ha la propria competenza. Sicuramente se hanno presentato mille emendamenti correttivi vuol dire che c'è una necessità di revisione rispetto a quella che era la nostra proposta con il ministro Alfonso Bonafede di cui ho un'immensa stima".
Gazzetta di Lucca, 26 luglio 2021
Daniele Barsotti, cantante lucchese riparte con un nuovo tour che metterà in evidenza il ruolo sociale della musica e dell'essere artista. Lo spettacolo proposto da Daniele Barsotti con la sua band regalerà oltre un'ora di quella libertà che nasce spontaneamente da momenti di condivisione, di gioia legati a brani che fanno parte della nostra storia musicale. Ad accompagnare Daniele in questo percorso musicale, la Band composta da: Eva Spadoni alle testiere, Tommaso Livi alla batteria e Filippo Vannucci alle chitarre.
Il progetto musicale "Oltre quel Muro" nasce dalla voglia di portare la musica all'interno delle carceri italiane, inizierà dal carcere di Sollicciano, Firenze per poi toccare strutture circondariali in varie città italiane. Il progetto nasce come strumento di riflessione, di condivisione e di sollievo in luoghi come le carceri, cupi e spesso carichi di tensioni emotive. Il tour sarà accompagnato da una costante attività di promozione, con l'obiettivo di far conoscere quanto la musica sia in grado di far star bene chi è in sofferenza. La musica può essere medicina psicologica anche per quelle persone che avendo commesso dei reati in qualche modo possono percorrere un viaggio interiore per capire e per capirsi. Il testo di alcune canzoni (C'è tempo di Fossati, La Cura di Battiato, Guardastelle di Bungaro, ma anche inediti di Daniele Barsotti), brani che hanno il potere di avviare un viaggio introspettivo al fine di migliorarsi e magari rendere la vita più serena.
La cultura e la musica, come citato dal maestro Riccardo Muti, sono cibo spirituale che spetta anche e soprattutto a coloro che hanno un grande bisogno di interagire con gli altri ma non può farlo a causa del prezzo da pagare per il proprio passato. Sono un diritto irrinunciabile della persona soprattutto se questa vive una situazione di disagio.
La musica può attraversare barriere e muri invalicabili: "Oltre quel muro" vuole essere tutto questo. Le prime date del Tour: 26 luglio ai campi sportivi di San Macario (con un breve recital di anteprima); 8 agosto - Agorà della Versiliana Festival, Tonfano; 21 Agosto "Oltre quel Muro" presso giardino del Teatro "I. Nieri" Ponte a Moriano.
articolo21.org, 26 luglio 2021
Nell'ambito di Trasparenze Festival, giovedì 29 luglio alle ore 21, al Teatro dei Segni di Modena si svolge la presentazione del numero monografico della rivista Quaderni di teatro carcere, dal titolo Il nuovo attore. Cristina Valenti e Laura Mariani dialogano con i registi del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna Eugenio Sideri, Vincenzo Picone, Paolo Billi, Stefano Tè, Fabio Banfo, Cecilia Di Donato e con Roberto Rinaldi, direttore responsabile di "Rumorscena".
Nel corso del terzo millennio il profilo dell'attore non professionista è sensibilmente mutato in relazione alla continuità e alla stabilità di molte esperienze. Le attitudini ingenue dei non attori si sono coniugate a competenze professionali e addestramento teatrale, producendo dimensioni inedite dell'essere attore.
Il dossier monografico pubblicato nel nuovo numero di "Quaderni di Teatro Carcere", indaga la figura del nuovo attore attraverso contributi di studiosi (Cristina Valenti, Laura Mariani, Guido Di Palma) e testimonianze di registi attivi anche al di fuori dell'ambito carcerario: Babilonia Teatri, Paolo Billi, Horacio Czertok, Nanni Garella, Alberto Grilli, Rita Maffei, Eugenio Sideri, Sabina Spazzoli, Stefano Tè, Corrado Vecchi.
La parte extra-monografica ospita un focus sul teatro in carcere al tempo del Coronavirus (con contributi di Marco Bonfiglioli, Armando Punzo, Valeria Venturelli) e un caso di studio (di Giuseppe Scutellà) dedicato alla realizzazione del teatro PuntozeroBeccaria di Milano, primo teatro aperto a tutta la cittadinanza all'interno di un carcere. Completa la rivista un percorso per immagini che attraversa le esperienze dei registi del Coordinamento emiliano-romagnolo, allargando lo sguardo al di fuori delle scene ristrette, per spaziare in esperienze altre realizzate con non professionisti.
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