di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 25 luglio 2021
Serve una svolta culturale che colpisca la prima responsabile della crisi in cui la scuola è sprofondata. Una delle principali cause della decadenza italiana è stata la catastrofe educativa che ha colpito il Paese da almeno una trentina d'anni. Una catastrofe che ha disarticolato l'istituzione scolastica, producendo generazioni sempre meno preparate.
Figuriamoci dunque se non sono d'accordo con quanto ha scritto Angelo Panebianco (Corriere del 20 luglio) invocando un sussulto di consapevolezza da parte della classe dirigente e un intervento del governo. Che dovrebbero essere entrambi mirati - egli scrive - a sottolineare l'importanza dell'istruzione ma soprattutto a mandare un segnale agli insegnanti. Un forte segnale di apprezzamento circa l'importanza pubblica della loro funzione insieme a un miglioramento della condizione economica del corpo docente e alla decisione, al tempo stesso, anche di rompere l'attuale uniformità retributiva che mortifica i migliori e ne spegne ogni energia.
Ripeto: magari accadesse qualcuna di queste cose. Ma visto che a farle accadere, come scrive anche Panebianco, dovrebbe pensarci una classe dirigente, mi chiedo: ma se una tale classe dirigente davvero esistesse come mai essa ha lasciato che si producesse la catastrofe di cui sopra? La verità - che tutti rimuoviamo - è che da decenni l'Italia è un Paese privo di una classe dirigente ed è perciò che l 'istruzione si trova nelle condizioni in cui si trova.
Il ceto politico - ormai sempre più giovane - è in buona parte il frutto esso per primo del crollo educativo di cui stiamo parlando. Non a caso da almeno dieci anni in Parlamento nessuno ha fatto una proposta circa che cosa debba essere la scuola, i suoi contenuti, le sue modalità; nessuno è mai intervenuto a discuterne davvero i risultati.
L'amministrazione pubblica, dal canto suo, impoverita di competenze e di competenti, nel campo dell'istruzione è stata solo la fautrice di ogni conformismo didattico e di tutte le iniziative scervellate dei vari ministri (ad esempio quella di cambiare ogni anno le modalità degli esami di licenza). Il ceto industriale, infine, tranne singoli casi che non contano, in questo come in mille altri campi non è mai stato capace di guardare al di là del proprio immediato interesse. Ai suoi occhi la scuola migliore è sempre stata quella capace di sfornare gli operai e i tecnici di cui aveva bisogno. Il resto non gli è mai interessato.
Questa è nella realtà il modo in cui la classe dirigente italiana ha gestito l'istruzione del Paese. Certo, Mario Draghi è un'altra cosa, ma possiamo andare avanti facendo affidamento per qualsiasi questione sullo "zar buono"? Tanto più che nel campo della scuola quello che serve non è questo o quel provvedimento - neppure quelli ottimi indicati da Panebianco - ma una cosa completamente diversa e ben più complicata.
Quel che serve è una svolta culturale che colpisca alla radice l'ideologia che è stata la prima responsabile della crisi in cui la scuola è sprofondata.
Tutto ebbe inizio negli anni 60 dal proposito sacrosanto di cancellare le chiusure e i privilegi classisti di cui era imbevuto l'ordinamento scolastico tradizionale. Ma rapidamente tale proposito - per effetto dell'estremismo dei tempi e delle parti politiche che gli davano voce - si è tradotto (e corrotto) in due idee rivelatisi micidiali. La prima è stata l'idea che il classismo della scuola consistesse essenzialmente nei suoi contenuti e nei relativi modi di insegnamento e di apprendimento. Cioè nella cosiddetta cultura "borghese" e nel "nozionismo", e dunque che, modificati o aboliti l'una o l'altra, cancellati il latino, il riassunto e le poesie "a memoria", sarebbe stata possibile un'istruzione nuova finalmente per tutti.
La seconda idea sconsiderata è consistita nel credere che l'espressione di un tale rinnovato modello d'istruzione non classista dovesse essere non già una scuola in grado di annullare gli svantaggi di partenza di molti suoi allievi com'era giusto e sacrosanto. Bensì una scuola programmaticamente "inclusiva", cioè subordinata all'obiettivo prioritario di garantire in linea di principio il "successo formativo" di tutti i suoi allievi. Una formula suggestiva che tradotta in pratica ha finito per significare però una cosa sola: l'ovvia, benché naturalmente mai esplicita, delegittimazione di qualsiasi selezione e dei suoi strumenti.
Peccato che una volta fissati questi principi, nessuno seppe poi dire quale altra cultura diversa da quella "borghese" dovesse insegnarsi e attraverso quale altro modo se non articolandola comunque in "nozioni". Così come nessuno trovò mai il coraggio di dire che al pari di qualsiasi impresa umana anche la riuscita di un impegno educativo e del relativo apprendimento può essere misurata dal più al meno: e caso mai trovata insufficiente. In mancanza di che il senso stesso di quell'impegno svanisce e con esso pure il significato ultimo della scuola.
Idee sbagliate e mancate risposte hanno aperto un drammatico vuoto d'identità nel sistema scolastico: puntualmente assecondato peraltro dalla miope volontà delle famiglie, nella maggioranza dei casi desiderose solo di avere qualcuno cui affidare per qualche ora al giorno i propri figli e di vederli promossi alla fine dell'anno.
Si è avviata così una trasformazione decisiva: la funzione socialmente democratica della scuola - che consiste per l'appunto nell'istruzione obbligatoria e di qualità e nell'individuazione dei "capaci e meritevoli" attraverso l'insegnamento dei contenuti delle diverse discipline - questa funzione socialmente democratica della scuola è stata progressivamente soppiantata da una funzione ideologicamente democratica.
Da molti anni pertanto la scuola sembra esistere esclusivamente per essere non solo l'ambito delle più svariate iniziative ispirate al politicamente corretto (insegnamento della Costituzione, "nave della legalità" e quant'altro fino alla recente proposta dell'onorevole Zan di far celebrare annualmente in ogni istituto una sorta di "gay pride" in formato scolastico) ma il terreno di applicazione di una serie continua di prescrizioni innovative - didattiche, pedagogiche, psicologiche, tecnologiche - che proprio per questo loro carattere, per il loro modernismo esibito, per il loro essere contro il "vecchio", contro "ciò che si è fatto finora", sono presentate come un frutto felice del progresso dei tempi, positive, "buone", magari prescritte dall'"Europa" e dunque per ciò stesso inevitabilmente "democratiche"
Sia chiaro: non si tratta di opporre al nuovo un assurdo passatismo. Ma di capire che queste novità - in parte anche positive se inserite in un'istituzione scolastica solidamente orientata alla propria antica vocazione educativa - hanno invece avuto e continuano ad avere un effetto solo distruttivo, definitivamente distruttivo, su una scuola da decenni bersaglio di un'ideologia che ha mirato a delegittimarla proprio in tale vocazione. È dunque tale ideologia, ostile agli insegnamenti disciplinari, all'accertamento del merito, alla selezione, che prima di ogni altra cosa il Paese deve spazzare via se vuole avere una scuola finalmente capace di accompagnarlo sulla strada della sua rinascita.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 25 luglio 2021
Il governatore Riad Salameh ha distribuito per anni soldi a tutte le fazioni in lotta. Ora è sotto inchiesta mentre il Paese affonda nella crisi economica. Il Libano non è soltanto una storia di politica e di milizie, di geopolitica e di scontro fra religioni. Il Libano è soprattutto una storia di mafie. E di soldi. Di miliardi e miliardi di dollari. E allora bisogna seguire i soldi per arrivare a capire - forse - qualcosa. E come in tutte le storie di mafia c'è un uomo, il "ragioniere", che ha gestito i conti delle mafie. Un uomo che per anni ha distribuito miliardi a tutti, sunniti, cristiani, sciiti, drusi, armeni, alawiti. E molti milioni li ha dirottati nelle casse della sua famiglia.
Quest'uomo si chiama Riad Salameh, 71 anni, è il governatore della Banca centrale del Libano. Un cristiano, perché nella spartizione settaria delle cariche di governo nel Libano quel posto spetta ai cristiani. Lo ha nominato nel 1993 il sunnita Rafiq Hariri, il padre del premier incaricato Saad che si è appena dimesso. Salameh era il capo di Merrill Lynch in Libano, il banchiere che gestiva gli investimenti di Hariri padre, ucciso nel 2005 in un attentato attribuito ad Hezbollah. Da quasi 30 anni guida la cassaforte del Paese, da sempre quindi ha gestito i soldi che ha distribuito in mille modi a tutti i partiti del Libano. Salvo che ad Hezbollah, che però si finanzia con le armi e i dollari che arrivano direttamente da Teheran.
Per anni Salameh è stato celebrato come un elemento di stabilità decisiva in Libano, "a source of stability" scrivevano i giornali americani. Era il salvatore. L'uomo che mentre i partiti settari erano sempre a un passo dallo scontro armato, provava a far girare i conti dello Stato. Ancora nell'autunno 2019, mentre a Beirut le banche bloccavano i conti dei cittadini (che quindi iniziavano ad assaltare le banche), lui offriva una festa ai banchieri mondiali, alla riunione annuale del Fondo monetario a Washington, con quintali di caviale e gamberi.
Dal 2019, l'anno del default del Libano, tutto è cambiato. Salameh è sotto inchiesta, in Francia e in Svizzera, e sta venendo fuori di tutto. Nell'agosto dell'anno scorso, pochi giorni dopo l'esplosione del porto di Beirut, la Ong "Organized Crime an Corruption Reporting Project" pubblicava i dati delle proprietà immobiliari accumulate all'estero dalla famiglia. Sono almeno 100 milioni in palazzi e appartamenti, in Germania e Gran Bretagna, con un appartamento da 4 milioni di dollari a Hyde Park. Quell'appartamento era stato acquistato da una compagnia fantasma registrata a Panama nel 2010, ed era diventato la residenza di un figlio del governatore, Nady. Nel gennaio del 2017 la proprietà è stata girata direttamente a Nady, e la società di Panama è stata chiusa dopo 2 mesi senza altre attività.
Adesso però i giudici anti-corruzione francesi e soprattutto svizzeri stanno scoprendo altro. Innanzitutto, appartamenti anche a Parigi, uno accanto alla torre Eiffel. Ma soprattutto un altro immenso tesoro che Salameh ha accatastato facendo lavorare il fratello Raja Salameh con la Banca centrale. I giudici svizzeri hanno ricostruito tutti i passaggi che la Banca del Libano ha gestito con la "Forry Associates" di Raja, in conti che vanno dalla Svizzera a Panama. La "Forry" è una società di brokeraggio finanziario che Salameh-governatore adoperava per far gestire e vendere a Salameh-fratello i bond della Banca centrale del Libano, che prima di essere giudicata inaffidabile sui mercati mondiali ha raccolto miliardi e miliardi di fondi nelle piazze finanziarie di tutto il mondo. Una piccola percentuale sui bond, un grande tesoro per i Salameh. Un altro percorso di cui si sono accorti i procuratori svizzeri è che dei 300 milioni di dollari che hanno individuato come pagati alla Forry Associates, almeno 200 sono ritornati in Libano. Per esempio, in conti della Bankmed, che è di proprietà della famiglia Hariri. Ovvero del padre che nominò Salameh nel 1993 e del figlio che è stato premier dopo di lui, e che ancora guida i sunniti in Libano. La verità su Salameh girava da anni in Libano. Il New York Times ricorda che l'ambasciatore Usa in Libano Jeffrey Feltman, oggi inviato per il Corno d'Africa, nel 2007 in un cablo di Wikileaks descriveva Salameh come "inseguito da voci di corruzione, con una attitudine al segreto e una autonomia extralegale nelle operazioni della Banca centrale".
Chi lo attacca pubblicamente adesso è il deputato sciita Jamil al Sayyed, ex capo della Sicurezza Generale (uno dei servizi del Paese). Jamil è stato in carcere per 4 anni perché coinvolto dai giudici nell'assassinio di Hariri padre. Si è fatto il carcere in silenzio, "non adopererò mai il mio archivio", e adesso è deputato vicino ad Amal ed Hezbollah. Di Salameh dice che "lui non è più il capo della Banca centrale, è il contabile della mafia che governa il Paese: protegge loro, e loro proteggono lui per proteggere loro stessi".
Un altro che ha il coraggio di parlare di Salameh (non essendo legato a gruppi potenti come è Al Sayyed) è il giornalista Hassan Hillaik: "Salameh è il vero potere del Libano. Tutti devono qualcosa a lui. Non possono rimuoverlo. Lui è perfino nei media, nelle televisioni, dentro la Otv del presidente Aoun, nella NbnTv dello sciita Nabih Berri. Il patriarca cristiano lo difende, perché Salameh ha tutelato gli interessi della chiesa ortodossa". Riad Salameh, il signore della bancarotta, è ancora molto potente. Anche lui, come l'ex capo dei servizi di intelligence vicino a Hezbollah, ha un archivio sterminato. Ha pagato, comprato, investito, redistribuito a tutti. È questa la vera storia del Libano: dietro ai kalashnikov ci sono i dollari.
di Maria Brucale*
Il Domani, 24 luglio 2021
Non si può non salutare con favore la diffusione delle immagini del pestaggio in carcere, di un orrore che si consuma da sempre nei luoghi del buio e dell'indifferenza dove segregare ed isolare quello che nessuno vuol vedere. Si è assuefatti a un'informazione che si nutre di ogni aspetto cruento, pruriginoso, scandaloso, scabroso.
di Marco Conti
Il Messaggero, 24 luglio 2021
Anche nel giorno del suo 80esimo compleanno Sergio Mattarella non si è risparmiato e ha infilato un paio di "rampogne". La prima, in ordine di tempo, ha coinvolto l'attuale Consiglio Superiore della Magistratura. Il Csm, a suo tempo composto con il "metodo Palamara" è costretto ad aggiustare il tiro e il calendario.
Ovvero, a seguito della richiesta della Guardasigilli ha diritto di esprimere un parere sull'intera riforma del processo penale e non su un unico aspetto. Non lo sapeva, forse, il presidente pentastellato della Sesta commissione Fulvio Gigliotti o voleva solo portarsi avanti con il lavoro, visto che in tutta fretta ha fatto votare una sonora stroncatura degli articoli che azzerano il "fine processo mai" voluto da Alfonso Bonafede.
Tocca al vicepresidente del plenum David Ermini spiegare in un comunicato che il parere "reso limitatamente all'istituto dell'improcedibilità dell'azione penale, approvato ieri dalla Sesta commissione non è stato inserito nell'ordine del giorno ordinario del prossimo plenum per consentire al Csm di esprimersi sull'intera riforma del processo penale". In questo modo il vicepresidente Ermini recepisce le indicazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella "contenute nell'assenso all'ordine del giorno ordinario predisposto per il plenum". Appuntamento quindi il 28 luglio quando il Csm potrebbe riunirsi per dare un parere sulla riforma complessiva e non solo sul tassello più indigesto ad una parte della magistratura. Se ne riparlerà quindi tra qualche giorno, anche se il parere di Palazzo dei Marescialli è solo consultivo e il giudizio sulla riforma del M5S è noto come è nota la difficoltà che ha il Movimento a trovare al suo interno una sintesi in grado di non farlo saltare al momento del voto in Aula.
L'altra "rampogna" di Sergio Mattarella è indirizzata a governo e Parlamento, anche se l'obbiettivo principale sembra essere soprattutto quest'ultimo che continua ad "inzeppare" leggi e decreti con materie non omogenee. Oggetto dell'avvertimento il "Sostegni-bis", che diventa legge con le modifiche apportate dal Parlamento. Basta però, è il succo dell'ultimatum quirinalizio, con le norme "fuori tema", l'eccessivo ricorso alla decretazione d'urgenza, con i provvedimenti che confluiscono in altri provvedimenti e con i decreti che diventano omnibus e che, tra aggiunte, commi e revisioni, perdono di vista il loro intento originario. "Il testo che mi è stato trasmesso contiene 393 commi aggiuntivi, rispetto ai 479 originari", spiega il Capo dello Stato che mostra di non avere intenzione di cambiare passo anche nell'imminente arrivo del semestre bianco.
La lettera è stata inviata ai presidenti delle Camere e a Mario Draghi ed in effetti tra le modifiche introdotte ve ne sono alcune curiose "non riconducibili all'esigenza di contrastare l'epidemia e fronteggiare l'emergenza" o "appaiono del tutto estranee" al provvedimento. È il caso, ad esempio, del contributo al settore dei treni storici della Fondazione FS Italiane, della riorganizzazione del sistema camerale della Regione siciliana o delle norme per l'autonomia dell'Istituto nazionale di Geofisica.
Per Mattarella "inserimenti di norme con queste modalità, oltre ad alterare la natura della legge di conversione, recano pregiudizio alla qualità della legislazione, possono determinare incertezze interpretative, sovrapposizione di interventi, provocando complicazioni per la vita dei cittadini e delle imprese nonché una crescita non ordinata e poco efficiente della spesa pubblica". Quindi "valuterò l'eventuale ricorso alla facoltà prevista dall'articolo 74 della Costituzione". Non è la prima volta che dal Quirinale partono avvisi del genere al Parlamento, ma sembra l'ultima almeno per quanto riguarda il Settennato di Sergio Mattarella. Anche perché tale caos normativo sarebbe stato comprensibile nel momento di picco della pandemia, ma non certo ora.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 24 luglio 2021
Chi era al Consiglio dei ministri: nessuno dei grillini ha fiatato. Però ci sarebbero almeno trenta parlamentari pronti a strappare. "Nessuno ha fiatato...". Davanti a Mario Draghi e alla sua determinazione ad approvare in fretta la riforma della giustizia, il via libera dei ministri alla richiesta del premier di autorizzare il voto di fiducia era stato unanime e immediato. "Nessuno ha fiatato", racconta chi giovedì vi ha preso parte. Sì convinto da Di Maio, Patuanelli, D'Incà e anche da Fabiana Dadone, che ieri in tv ha rischiato di terremotare il governo e tranciare di netto il filo dei rapporti tra Draghi e Giuseppe Conte.
Per qualche ora la nave dell'esecutivo di unità nazionale ha ballato e l'alleanza con il Pd è stata messa a durissima prova, finché la ministra ha cambiato rotta: "Le mie parole sono state pompate". Quando anche Conte le ha chiesto di rettificare pubblicamente, Dadone ha affidato ai social una nota alla camomilla per placare gli animi e confermare la fiducia al governo. D'altronde le cronache raccontano che c'era anche Fabiana Dadone a Palazzo Chigi quando, l'8 luglio scorso, Draghi parlò al telefono con Beppe Grillo e ottenne il sì al testo Cartabia, che fu poi approvato dal quartetto di ministri pentastellati.
A Palazzo Chigi il caso Dadone è stato derubricato a semplice "fraintendimento" e la mediazione di Draghi con Conte, per arrivare al "consenso necessario sul provvedimento" che molto sta a cuore al premier, continua. Ma con fatica, perché Draghi non intende cedere. Il capo de governo fortissimamente vuole che la riforma del processo penale sia approvata entro la prossima settimana e che gli aggiustamenti invocati dal M5S non stravolgano l'impianto. Giovedì è stato lo stesso Draghi a spiegare a Conte al telefono quanto alto sia il rischio di minare il (fragile) accordo raggiunto con tutti i partiti.
L'uscita di Dadone ha svelato gli umori in casa 5 Stelle, anche dopo la conferenza stampa in cui il premier ha aperto ad "aggiustamenti tecnici". Una trentina di deputati del Movimento sarebbero pronti allo strappo sulla riforma Cartabia e c'è chi dice che i malpancisti siano "molti, molti di più". Il sì dei ministri all'ipotesi fiducia ha spiazzato e irritato tanti parlamentari, che rivedono il film di due settimane fa, quando la squadra di governo sconfessò la riforma con cui l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede aveva stoppato la prescrizione.
E adesso? Toccherà a Conte, che ieri ha passato la giornata a Montecitorio, provare a riportare la calma nei gruppi parlamentari, divisi tra gli irrequieti che premono per rompere e i governisti che guardano a Luigi Di Maio. L'avvocato e quasi presidente del M5S assicura di non aver cambiato idea, tra i suoi piani non c'è quello di portare i gruppi fuori dalla maggioranza e di aprire la crisi di governo. Ma il voto di fiducia per il Movimento è una strettoia vera e il leader, prima che il 30 luglio il testo arrivi in aula alla Camera, si aspetta "un segnale" da Palazzo Chigi. Guai a parlare di bandierine da sventolare, ma Conte punta a ottenere, dalla triangolazione con Draghi e Cartabia, modifiche concrete al testo presentato dalla Guardasigilli. Un senatore contiano la spiega così: "Se il governo pone la questione di fiducia sulla riforma così com'è uscita dal Consiglio dei ministri, noi non possiamo votarla. Sia il premier che la ministra della Giustizia hanno ammesso che non funziona, perché c'è un problema sull'improcedibilità".
Giorni fa nel "cordiale" faccia a faccia con il presidente Draghi, il predecessore aveva confermato l'impegno a sostenere le riforme, ma ora Conte si aspetta che l'ex capo della Bce trovi il modo di sciogliere il nodo politico e di merito. "Questa legge non può far svanire nel nulla centinaia, migliaia di processi", è lo slogan del giurista pugliese. La preoccupazione dei magistrati, dal Csm all'Anm, è anche quella di Conte, che nelle riunioni riservate rilancia l'allarme sul "rischio impunità" e chiede che gli "aggiustamenti tecnici" promessi da Draghi non siano semplici ritocchi d'immagine: i tempi della prescrizione devono essere allungati e l'entrata in vigore deve essere spostata in avanti. Richieste di gran lunga più pesanti di quelle che Draghi è disposto a concedere.
di Giulia Merlo
Il Domani, 24 luglio 2021
Il neo leader del Movimento è stato smentito dal premier: salito a palazzo Chigi per sbattere i pugni sulla prescrizione, non ha incassato nulla. I parlamentari tentati dal no alla fiducia. Il ddl penale, il testo che contiene la modifica alla legge sulla prescrizione voluta dall'ex ministro Alfonso Bonafede, è una riforma sostanzialmente blindata. Il presidente del Consiglio Mario Draghi se ne è assicurato, incassando ben due fiducie all'unanimità del Consiglio dei ministri: ci sarà spazio per degli "aggiustamenti tecnici" ma nulla più. Al massimo qualche apertura su dettagli che permettano a Giuseppe Conte di avere almeno qualche argomento per tentare di ammansire i gruppi parlamentari sulle barricate.
All'indomani dell'annuncio sulla fiducia, le tensioni nel partito sono scoppiate in tutta la loro violenza. La ministra grillina alle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, ha addirittura ipotizzato la dimissione dei ministri nel caso non si trovi una sintesi soddisfacente: "È un'ipotesi che sicuramente si dovrebbe valutare, ma parlandone prima con Conte".
Una battuta che ha incendiato il dibattito e che ha dato anche la dimensione di quanto il Movimento sia diviso e frastornato. Quasi contemporaneamente, infatti, un altro ministro grillino considerato fedelissimo dell'avvocato di Volturara Appula come Stefano Patuanelli aveva parlato di "ottimismo" e di una discussione che "sta conducendo verso un accordo per migliorare il testo del ddl".
Quale sia la verità, tra le sirene che invitano Conte a uscire dall'esecutivo e la fiducia nella dialettica parlamentare, rimane oscuro agli stessi Cinque stelle. Certo è che il fronte dei ministri, che è stato colto alla sprovvista e si è piegato per la seconda volta alle pressioni di Draghi, è sempre più scollato da quello dei parlamentari: almeno una trentina di eletti sarebbe pronta a votare contro la riforma Cartabia e, secondo gli oltranzisti, i numeri potrebbero aumentare se la trattativa non raggiungesse una mediazione soddisfacente.
Proprio questo complica non poco la posizione del leader: la sconfitta di Conte risulta - almeno sulla carta e agli occhi dei più scettici sulla sua capacità di leadership - tanto più cocente perché era stato proprio lui a salire a palazzo Chigi per fare la voce grossa con Draghi e reclamare modifiche al testo. Il risultato, invece, è stata una apertura a modifiche vincolata all'accordo con tutta la maggioranza, e nessuna concessione specifica. Anzi l'unico elemento che sembrava essere stato incassato, il fatto di non mettere la fiducia in parlamento, è stato smentito: il 30 luglio si voterà il ddl penale senza ulteriori dilazioni per rispettare la roadmap europea, con o senza l'appoggio dei Cinque stelle.
Anche la minaccia del non voto su cui Conte poteva far leva, infatti, è già stata neutralizzata da Draghi, che ha detto in modo chiaro che la fiducia si chiede appunto su provvedimenti in cui le distanze politiche tra alleati di maggioranza sono risultate "incolmabili". Tradotto: il premier è pronto ad affrontare il semestre bianco facendo affidamento su maggioranze variabili.
Se politicamente la posizione di Conte è molto complicata, la sua partita non è ancora persa. L'asse con il segretario del Pd Enrico Letta è salda e i dem si sono posti come forza di mediazione con la ministra Marta Cartabia per limare il ddl, rassicurati proprio dalla presenza del nuovo capo politico.
Chi lo conosce e conosce la sua storia, infatti, sa che Conte è tutt'altro che un giustizialista: avvocato e professore di diritto, proveniente dallo studio di Guido Alpa, da sempre garantista convinto, è cresciuto da un mondo in cui la mediazione è sempre la miglior strategia. Anzi, in molti si erano stupiti nel vederlo salire sulle barricate in difesa dello stop alla prescrizione e avevano colto in quel posizionamento una pura scelta politica dettata dalla necessità di contrapporsi a Luigi Di Maio, che aveva parlato di "deideologizzazione" della giustizia. Ora, è il ragionamento del Pd, proprio il fatto che la trattativa sia in mano a Conte dovrebbe essere garanzia che una sintesi si troverà, perché in lui non ci sono vere preclusioni culturali e ideologiche a nulla del contenuto del ddl penale.
Tuttavia quello della giustizia è il suo primo vero banco di prova da leader, necessario per affermarsi sia all'interno del Movimento che agli occhi degli alleati, portando i suoi a un compromesso politico che l'implosione del Movimento e lo scontro definitivo tra governisti e malpancisti. Nel frattempo, è certo che a ora il primo sconfitto della scelta di Draghi è l'ex guardasigilli Alfonso Bonafede: suo è il nome sulla riforma della prescrizione, che adesso verrà sostituita - passasse in parlamento - da quella ideata dalla nuova ministra Cartabia. È stato lui a soffiare sul fuoco dell'ira dei colleghi e che più convintamente era pronto a far saltare ogni accordo. Eppure, sembra essere rimasto solo. Tra i più infuocati antagonisti di Cartabia c'erano il suo ex sottosegretario, Vittorio Ferraresi, e Giulia Sarti: entrambi pronti a fare "le barricate" fino a qualche settimana fa, nei giorni scorsi hanno abbassato i toni, parlando di "spirito costruttivo nel dialogo in commissione".
L'interrogativo, ora, è capire se la mediazione già imbastita - norma transitoria per l'entrata in vigore della nuova prescrizione e allungamento a tre anni per l'appello e 18 mesi per la cassazione - basti a placare gli animi nel Movimento. L'onere di far digerire il ddl penale ai suoi spetta a Conte, che così potrebbe completare la mutazione del Movimento in partito, moderato e alleato col Pd.
di Tommaso Ciriaco e Liana Milella
La Repubblica, 24 luglio 2021
Dadone minaccia le dimissioni dei ministri grillini, poi frena. Conte: "Noi lavoriamo a una mediazione". Il Colle al Csm: parere su tutta la riforma. Il tempo stringe, ma adesso il governo non è più disponibile a inseguire i Cinque Stelle sulla giustizia. Fallita venerdì una mediazione che sembrava a un passo dal successo- e andata in frantumi la trattativa portata avanti telefonicamente fino a ieri con Giuseppe Conte - Mario Draghi non intende arretrare. Non accetterà giochetti, né rinvii. Le comunicazioni non sono interrotte, ma appaiono congelate. Un modo come un altro per lanciare un segnale all'avvocato, ma soprattutto ai falchi 5S, che va tradotto così: un'intesa su modifiche tecniche è possibile, ma l'onere di una proposta digeribile dalle altre forze politiche è a questo punto nelle mani dei 5S. Se non saranno capaci di prendere un'iniziativa, l'esecutivo porrà la fiducia appena il testo approderà in Aula.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 24 luglio 2021
Con Nicolò Amato, magistrato e poi avvocato di lunghissimo corso, professore universitario di filosofia del diritto, autore di un lunghissimo elenco di libri e saggi scientifici, appena spentosi serenamente a 88 anni nella sua abitazione vicino Roma, è scomparso l'ultimo capo degno di questo nome di quello che conosciamo come Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. In particolare, egli fu capace in dieci lunghissimi e terribili anni, fra il 1983 e il 1993, di fare della "complessità" congenita della realtà carceraria "un mix progettuale efficace". Lo ha riconosciuto in un'intervista al manifesto il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. "Capacità - ha precisato - che, mi spiace dirlo, non ho più trovato successivamente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 luglio 2021
"Negli istituti penali per minorenni l'educazione è tutto. Se è vero che nella nostra Costituzione, pena ed educazione sono sempre un binomio inscindibile, ciò è ancor più vero quando la pena riguarda ragazze e ragazzi minorenni o giovani adulti".
di Tito Lucrezio Rizzo
L'Opinione, 24 luglio 2021
"La civiltà di un Paese è data dalle condizioni delle sue carceri" (Voltaire). Il nucleo primario di ogni sistema penale va colto in comportamenti avvertiti come forti disvalori dalla coscienza degli uomini di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni convinzione religiosa o laica (quali, ad esempio, il ledere l'incolumità, la libertà o la proprietà dell'individuo): si tratta dunque di violazioni arrecate a dei diritti naturali.
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