di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2021
Il Cdm ha approvato un decreto legislativo, sulla scia di una direttiva Ue del 2016, per rafforzare la presunzione di innocenza. Ce n'era proprio bisogno? Forse no. Siamo un Paese fra i più garantisti al mondo: giusto processo con relativa presunzione di innocenza consacrati e garantiti fin dalla Carta costituzionale; tre gradi e oltre di giudizio che nessun altro sistema accusatorio si sogna; agli imputati il diritto di non rispondere e se rispondono quello di mentire impunemente; la prescrizione (alias improcedibilità) che cancella tutto consentendo a fior di "galantuomini" di sfangarla.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2021
Nella selva di proposte di modifica della norma penale, quella della Lega vuole rendere lecite violazioni di legge dolose. Di questi tempi molti invocano scudi rispetto alla responsabilità penale (e per la conseguente responsabilità civile discendente da reato). Si è operato e si chiede di operare per limitare la responsabilità di medici, altri operatori sanitari, giornalisti, professionisti vari e amministratori locali e non solo.
Chissà perché non si pensa di limitare la responsabilità penale (che è piena) dei magistrati (che pure svolgono funzioni almeno altrettanto delicate), anzi, con un referendum, si vuole estendere la loro responsabilità civile consentendo l'azione diretta (oggi in sede civile si deve agire contro lo Stato, che è poi obbligato a rivalersi sul magistrato, mentre in sede penale è ovviamente possibile la costituzione di parte civile contro il magistrato imputato). Stanno così fiorendo disegni di legge volti a limitare la responsabilità dei sindaci e non solo.
Il disegno di legge "modifica all'articolo 54 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, in materia di responsabilità penale degli amministratori locali", di iniziativa del senatore Vincenzo Santangelo e di altri dieci appartenenti al Gruppo del Movimento 5 Stelle, affronta il problema limitatamente alla responsabilità per colpa lieve dei sindaci nell'ipotesi di non aver impedito un evento che si ha l'obbligo giuridico di evitare (l'art. 40 comma 2 codice penale prevede infatti che non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di evitare equivale a cagionarlo).
Il disegno di legge "Disposizioni in materia di responsabilità penale, amministrativa e contabile dei sindaci" presentato dal senatore Dario Parrini e da altri 14 senatori iscritti al Gruppo del Partito democratico, oltre che sulla responsabilità omissiva si propone di intervenire sul reato di abuso d'ufficio e sulla responsabilità erariale e contabile con specifico riferimento ai sindaci.
Il disegno di legge avente a oggetto "Modifica dell'articolo 323 del codice penale in materia di reato di abuso d'ufficio", di iniziativa dei senatori Andrea Ostellari e da altri 52 senatori appartenenti al Gruppo Lega-Salvini premier - Partito Sardo d'Azione, si propone di cambiare la portata del reato di abuso d'ufficio.
Il testo attuale dell'art. 323 codice penale (in vigore dal 17.7.2020 dopo l'ennesima modifica) è il seguente: "Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità".
Avevo già riferito in un articolo, pubblicato su questo giornale il 5 marzo 2021, come dopo le modifiche apportate dal 17 luglio 2020, il presidente della Sesta Sezione penale della Corte suprema di cassazione Giorgio Fidelbo, in una (allora) recente intervista aveva affermato che, alla luce di tale restrizione, tanto vale abolire il reato di abuso d'ufficio.
Il disegno di legge presentato dai senatori del Gruppo Pd propone di inserire nell'articolo 323 del codice penale, dopo il primo comma, il seguente: "Quando il fatto di cui al primo comma è compiuto dal sindaco, la violazione si intende riferita a specifiche regole di condotta previste dalla legge o da atti aventi forza di legge relative a competenze espressamente attribuite al sindaco e dalle quali non residuino margini di discrezionalità". Dal punto di vista tecnico non riesco a capire la reiterazione del richiamo alle regole di condotte ecc. quando bastava scrivere che se il fatto è compiuto dal sindaco si deve trattare di competenze espressamente attribuite al sindaco. Si prevede poi una modifica nello stesso senso dell'art. 40 comma 2 del codice penale.
Il disegno di iniziativa dei senatori del Gruppo Lega ecc. propone il seguente nuovo testo: "Art. 323 - (Abuso di ufficio) - Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, omettendo di astenersi in presenza dell'interesse proprio o di un prossimo congiunto, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità".
Ovviamente le scelte legislative sono di competenza dei Parlamentari e non intendo entrare ora nel merito delle valutazioni politiche sottese. Vorrei però che un partito politico che ha condotto la campagna anche per il referendum sulla responsabilità dei magistrati con lo slogan "Con la Lega chi sbaglia paga" riflettesse sulla propria coerenza.
Quando ero bambino, un giorno mentre tiravo sassi contro il muro fui ammonito che avrei potuto rompere un vetro. Imperterrito continuai e ruppi un vetro. Mi arrivò un ceffone accompagnato dalla frase: "Così impari" (funzione rieducativa della pena). Mi giustificai dicendo che non lo avevo fatto apposta e me ne arrivò un altro con la frase: "Ci mancherebbe", così capii la differenza fra dolo (farlo apposta) e colpa (quando l'evento non è voluto).
Abolendo, come vorrebbe il progetto leghista, la punibilità per la "violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità [...] intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto" significa rendere penalmente lecite violazioni di legge dolose, cioè fatte apposta (anche per i magistrati).
Diventerebbero così leciti comportamenti come per esempio (spigolando da sentenze): il demansionamento di un dipendente comunale attuato con intento discriminatorio o ritorsivo (Cass. 22871/2019); il rilascio di un permesso in sanatoria in contrasto con lo strumento urbanistico di zona e per opere non sanabili nonché l'omessa revoca del permesso di costruire e la mancata emissione dell'ordinanza demolitoria (Cass. 4140/2017); la lesione delle prerogative parlamentari, nell'ipotesi di acquisizione agli atti di un procedimento penale di tabulati, relativi a comunicazioni intercorse su utenze riferibili a deputati o senatori, senza la preventiva autorizzazione della Camera di appartenenza di questi ultimi, ovvero nell'ipotesi di elaborazione di tali dati, illegittimamente acquisiti, da parte del magistrato o di un suo collaboratore (Cass. 49538/2016). La Lega dovrebbe allora cambiare il suo slogan in questo modo: "Con la Lega chi sbaglia paga, a meno che non lo abbia fatto apposta" almeno salverebbero la coerenza anche se non il buon senso.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 9 novembre 2021
Sono lo studio legale più grande d'Italia, tutti "soci" volontari, con il fatturato più povero: zero euro. Assistono persone precipitare nella povertà dopo licenziamenti, sfratti, divorzi, costrette oggi a vivere sui marciapiedi, nei dormitori, in auto. Per tutti la sfida più grande: ottenere un indirizzo di residenza per non essere più invisibili.
Sono lo studio legale più grande d'Italia (mille "soci" tra civilisti e penalisti) e anche il più povero: fatturato euro zero. Del resto i loro clienti, nella scala sociale, sono gli ultimi degli ultimi, così privi di tutto da non avere nemmeno un indirizzo: sono clochard, senza tetto, senza fissa dimora. Si chiamano "avvocati di strada", sono riuniti in un'associazione fondata nel 2001 da Antonio Mumolo, avvocato giuslavorista che nelle fredde notti di Bologna, da volontario portava cibo e coperte a chi viveva sui marciapiedi o sotto rifugi di cartone. "E molti di loro, conoscendo il mio mestiere, mi facevano domande legali, raccontandomi di pensioni perdute, di eredità negate, di figli mai più incontrati per mancanza di un indirizzo di residenza, di fallimenti economici per crediti inesigibili, di assistenza sanitaria negata. Capii che quel mondo di invisibili finiva per strada non soltanto per tossicodipendenza, alcolismo o per problemi psichiatrici, ma soprattutto per diritti negati".
Insieme a un solo altro collega, Mumolo fonda la onlus "Avvocato di strada", oggi presente in 56 città, con mille legali che offrono assistenza (gratuita) ai senza dimora, trentottomila persone seguite dal 2001 ad oggi, tremila pratiche aperte ogni anno, centinaia di cause vinte, ma soprattutto centinaia di ex drop-out tornati a vivere dal mondo di sotto al mondo di sopra. Con il motto non "esistono cause perse", "Avvocato di strada" ha dedicato ai sessantamila clochard italiani addirittura un festival nell'ottobre scorso, per raccontare questo estremo segmento di povertà.
Spiega Antonio Mumolo: "Il senzatetto che dorme sui cartoni è solo la forma più evidente di questa emarginazione, figlia delle ripetute crisi economiche che hanno devastato l'Italia. A differenza di vent'anni fa quando i senza dimora erano persone con storie di alcol o malattie mentali, oggi sono cittadini, all'ottanta per cento italiani, che da un giorno all'altro perdono il bene fondamentale: la casa. Ci vuole poco: un licenziamento, le rate di mutuo non pagate, lo sfratto, una pensione troppo misera, un divorzio e ci si ritrova a dormire in auto, nei dormitori pubblici, negli edifici occupati, in fila alla mensa, alle docce, alle distribuzioni di vestiti usati. Bussando da una porta all'altra alla ricerca di lavoro".
La storia di Francesca, da commessa in un supermercato ad una vita senza più figlie né una casa
Come accade a F. che chiameremo Francesca, nelle tante storie che "Avvocato di strada", pubblica sul suo bilancio sociale ogni anno. Francesca è italiana, ha 40 anni, è mamma di due bimbe di 6 e 8 anni. Emblema e paradigma di come si possa passare da una situazione dignitosa alla povertà in un tempo brevissimo, fulmineo. Un capitombolo nel baratro. "F. era commessa in un supermercato, conviveva con il suo compagno e padre delle bambine, finché i due non decidono di separarsi e l'uomo, abbandonata la casa, smette di prendersi carico delle spese. F. non ce la fa, il suo stipendio è troppo basso per pagare un affitto e gestire, da sola, due figlie. Arriva lo sfratto e le bimbe vengono affidate ai nonni paterni. Costretta a dormire in macchina, Francesca si rivolge ad "Avvocato di strada" perché è inverno, i soldi stanno finendo e pagare la benzina per arrivare al lavoro diventa impossibile". F. si ammala di broncopolmonite, viene aggredita nella notte, la macchina si guasta irreparabilmente. Sul lavoro le assenze diventano troppe e Francesca viene licenziata.
"Dopo aver messo in contatto Francesca con i servizi sociali della città - ricorda Agostina, avvocata di strada di Milano - siamo riusciti a farle ottenere la residenza fittizia, grazie alla quale ha potuto cercare un nuovo lavoro e un alloggio". Piano piano Francesca riemerge dal buio e ricostruisce un rapporto con le figlie. Con il sogno, oggi, di riaverle con sé.
Per chi nella vita ha sempre avuto un indirizzo e un nome sul citofono, la parola residenza evoca soltanto un fastidio burocratico da espletare quando, magari, si cambia casa o città. Invece no: la residenza è un diritto fondamentale che determina lo spartiacque tra l'esistenza e la non esistenza. Tra l'essere cittadini o clandestini. Essere invisibili oggi è non poter fornire un indirizzo, dunque ottenere una carta d'identità, quindi un lavoro e l'assistenza sanitaria.
Gli avvocati di strada ricostruiscono i fili spezzati di queste vite, cuciono una tela che riannoda affetti, patrimoni, dignità. Portano in tribunale comuni e datori di lavoro, enti previdenziali e familiari disonesti. "I comuni - dice Mumolo - spesso violano l'obbligo di assegnare per legge ai senza dimora una di quelle vie fittizie inventate proprio per dare una residenza a chi non ce l'ha". Come via Modesta Valenti a Roma, clochard che morì di stenti, o via della Speranza, o via dei Senzatetto in altre città.
Si sentono rinascita e resistenza nelle storie degli avvocati di strada. C'è M, italiano, che viveva in un dormitorio dopo una dolorosa separazione. Grazie all'assistenza legale riesce a definire il divorzio, trova alloggio in co-housing. "La cosa più bella - è stata sentirmi di nuovo chiamare papà".
La storia di Stella, da clandestina a una vita alla luce del sole - C'è S. la chiameremo Stella, ucraina, mamma di un bellissimo bambino con cui viveva, però, quasi nascosta. "Nel periodo in cui è venuta al nostro sportello viveva in una situazione totalmente precaria fuori Genova. Non aveva documenti, non riusciva ad ottenere un permesso di soggiorno ed era costretta a vivere nella clandestinità, nella paura, senza assistenza sanitaria, senza potersi rivolgere ai servizi sociali, né poter iscrivere suo figlio a scuola" Stella era invisibile. Gli avvocati strada rintracciano in Grecia il padre del bambino, ottengono i suoi documenti, regolarizzano la posizione di Stella. "Oggi a lei ed al suo piccolo è stata restituita la dignità e il riconoscimento che per troppo tempo erano stati loro ingiustamente sottratti". E Stella e il suo bambino non hanno più paura di camminare alla luce del sole.
La storia di Giuseppe, non aveva più una residenza ora l'ha ottenuta - C'è G, lo chiameremo Giuseppe, napoletano. "Arrivò ad Avvocato di strada dopo girato tutti servizi della città senza essere riuscito a far rispettare un suo diritto essenziale, quello alla residenza anagrafica. G. che un tempo aveva una casa e un lavoro, aveva camminato tanto, tra uffici freddi e pieni di inutile burocrazia, trovando tutte le porte chiuse. Quando arrivò da noi era veramente esausto e sfiduciato. Aveva perso la speranza e la sua voglia di credere in una società giusta e civile. In breve tempo, grazie al preziosissimo aiuto di una nostra volontaria, G. ottiene la residenza nella via fittizia. Oggi ha nuovamente diritto di voto, accesso alle cure mediche. È tornato a godere di tutti quei diritti fondamentali di cui gode un cittadino italiano residente sul territorio".
Antonio Mumolo cita una frase "cult" del libro di John Grisham "L'avvocato di strada": "Prima di tutto sono un essere umano. Poi un avvocato. È possibile essere entrambe le cose".
La Sicilia, 9 novembre 2021
Le indagini della Procura hanno portato a questa verità a distanza di mesi. Non è stata resa l'identità dell'indagato né il movente. Era sembrata una morte dovuta a cause naturali quella di un detenuto del carcere di Caltagirone il 31 gennaio scorso, ma accertamenti medico legali hanno permesso di accertare che invece Giuseppe Calcagno, 46 anni, era stato assassinato.
E per la Procura ad ucciderlo sarebbe stato il suo allora compagno di cella, che lo avrebbe strangolato nel sonno. L'indagato per l'omicidio, che era ai domiciliari, è stato arrestato dai carabinieri. Nei suoi confronti militari dell'Arma hanno eseguito un'ordinanza del Gip emessa su richiesta del procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, e del sostituto Samuela Maria Lo Martire.
La vicenda è stata resa nota, con un comunicato, dalla Procura di Caltagirone che parla di omicidio di quello che all'inizio era stato considerato un decesso per cause naturali. "La minuziosa attività investigativa svolta - scrive la Procura nel comunicato senza indicare né l'identità né l'età dell'indagato e neppure il movente - corroborata da inequivocabili accertamenti medico-legali, permetteva di fare luce sulle cause del decesso del detenuto, inizialmente apparsa quale morte naturale".
"Al contrario, le indagini eseguite," spiega la Procura di Caltagirone, "accertavano che "G.T., mediante strangolamento, attingendo il collo del Calcagno, mentre questi dormiva, cagionava la morte di Calcagno", suo compagno di cella. L'indagato, che era detenuto per un altro reato, è stato poi scarcerato e posto agli arresti domiciliari. Dopo i nuovi sviluppi, "l'indagato, peraltro già condannato in passato per omicidio e tentato omicidio" è stato nuovamente arrestato e, dopo le formalità di rito, ricondotto in carcere. Il provvedimento cautelare del Gip è stato eseguito da carabinieri della locale sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Caltagirone coadiuvati da militari dell'Arma della locale compagnia.
La Stampa, 9 novembre 2021
Vito Marino, 55 anni di Paceco (Tp), figlio del boss Girolamo, detto "Mommo u nano", ucciso del 1986, è morto ieri nel carcere di Torino dove stava scontando una pena all'ergastolo. Marino era detenuto in quanto accusato della strage avvenuta a Brescia nel 2006, dove vennero uccisi Angelo Cottarelli, la moglie e il figlio 17enne. Per la strage è stato indagato pure il cugino di Marino, Salvatore. I processi sono stati caratterizzati da condanne e annullamenti con rinvio. Per Vito Marino la pena era diventata definitiva. Per il cugino è in corso il quarto processo d'appello. La Procura di Torino ha disposto l'autopsia. Il corpo è stato rinvenuto dagli agenti, stamani, all'interno della sua cella.
Corriere della Calabria, 9 novembre 2021
Accolto il ricorso dell'ex consigliere nazionale dei radicali Quintieri. Decaduto l'incarico di Siviglia. Alla fine l'ha spuntata il radicale Quintieri. Il Tribunale amministrativo regionale della Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, con sentenza n. 850/2021 del 22 settembre 2021, depositata l'8 novembre 2021, ha accolto il ricorso proposto dall'ex consigliere nazionale dei Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri, difeso dall'avvocato Fabio Spinelli del Foro di Paola e, per l'effetto, ha annullato il decreto del Presidente del consiglio regionale della Calabria n. 5 del 30 luglio 2019 con il quale l'ex presidente del Consiglio Nicola Irto (Partito democratico), sostituendosi al Consiglio regionale, aveva nominato l'avvocato Agostino Siviglia del Foro di Reggio Calabria, Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria.
I giudici amministrativi (Caterina Criscenti, presidente estensore, Agata Gabriella Caudullo, referendario e Andrea De Col, referendario), hanno accolto tutte le censure sollevate dalla difesa di Quintieri, respingendo sia quelle dell'ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, difeso dall'avvocato Angela Marafioti dell'avvocatura regionale che quelle del Garante regionale Agostino Siviglia, difeso dall'avvocato Francesco Fabbricatore, perché prive di fondamento in fatto e in diritto.
La ricostruzione - "L'ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, esperto di diritto penitenziario e promotore ed estensore della Legge Regionale n. 1 del 2018 istitutiva del Garante Regionale - è scritto in una nota - tra le altre cose, aveva lamentato l'illegittimità della nomina per incompetenza relativa, eccesso di potere, violazione e falsa applicazione della Legge Regionale istitutiva, dello Statuto della Regione e del Regolamento Interno del Consiglio regionale ed altre Leggi dello Stato poiché il Garante Regionale avrebbe dovuto essere eletto dal Consiglio Regionale e non nominato dal Presidente in quanto non era previsto in capo allo stesso alcun potere sostitutivo. Tale motivo secondo il Tar è fondato poiché per il Garante la legge istitutiva ha previsto all'art. 3, non già la designazione o la nomina, ma l'elezione da parte del Consiglio regionale a maggioranza qualificata, consentendo, altresì, per il caso di mancato raggiungimento del quorum, che l'elezione possa aver luogo a maggioranza semplice".
"Questo dato normativo - è detto ancora - per il Collegio giudicante è particolarmente significativo. Per un verso, infatti, la previsione del meccanismo elettorale si raccorda in maniera sintonica con la natura di figura di garanzia, indipendente e autonoma, non sottoposta ad alcuna forma di controllo gerarchico o funzionale, ma pur sempre espressione di un'ampia maggioranza dei componenti del Consiglio Regionale, natura che, invece, mal si concilierebbe con la nomina diretta da parte di un organo monocratico. Per altro verso, la norma regionale si fa previamente carico di una plausibile difficoltà nella convergenza del consenso allargato su un candidato, prevedendo, alla terza votazione, l'elezione a maggioranza semplice. Questi due aspetti militano e confluiscono entrambi a sorreggere la tesi prospettata in ricorso".
Il potere sostitutivo che con l'atto impugnato il presidente ha inteso esercitare è, infatti, correlato sul piano logico e del diritto positivo, ai casi di nomina, che vengono deliberate secondo le ordinarie regole degli organi collegiali, e non già ai casi di elezione per i quali la legge può prevedere modalità peculiari e, come nel caso di specie, quorum anche rafforzati. Tali previsioni della normativa regionale calabrese sono in totale sintonia con le linee guida del 2 novembre 2016 dettate dal Garante Nazionale per l'istituzione dei Garanti Regionali, laddove al punto 1. sulle "modalità di elezione" è specificato che "La prima garanzia dell'indipendenza e dell'autonomia del Garante Regionale proviene dalle modalità della sua istituzione. In primo luogo, la designazione deve provenire dall'elezione da parte del Consiglio Regionale, giacché un atto di nomina di fonte governativa renderebbe l'organismo inevitabilmente legato, se non altro nella forma, al potere politico della Giunta in carica. In secondo luogo, il sistema di elezione deve assicurare che la nomina sia condivisa il più possibile ma, allo stesso tempo, deve evitare che si creino poteri di veto in capo ai partiti o alle forze politiche rappresentate nel Consiglio. In tale prospettiva, si può prevedere l'elezione a maggioranza qualificata per un numero limitato di consultazioni e il successivo eventuale passaggio alla maggioranza assoluta per altrettanto numero limitato di consultazioni, a cui può seguire il voto a maggioranza semplice.". Della sussistenza di una precisa volontà legislativa di attribuire e mantenere nel caso del Garante per i detenuti la sua natura elettiva, si trae, inoltre, indiretta ma chiara conferma dalle differenti previsioni delle leggi regionali istitutive di altri Garanti o figure affini".
Le motivazioni - Per i Giudici del Tar di Reggio Calabria non solo il potere sostitutivo non è contemplato dalla legge istitutiva del Garante che prevede e regolamenta in maniera articolata la sua elezione, ma neppure può farsi applicazione della Legge Regionale n. 39 del 1995 visto che la figura del Garante non rientra nel suo ambito applicativo dal punto di vista soggettivo. È accaduto, infatti, che la proposta, sebbene più volte iscritta all'ordine del giorno dei lavori dell'Assemblea, non sia mai stata posta in votazione perché sempre preliminarmente rinviata. Nessuna votazione è stata, infatti, svolta sui nominativi dei soggetti che avevano presentato le loro candidature. Non vi era, dunque, spazio, per questa residuale ragione, per un intervento sostitutivo del Presidente cui spetta, tra gli altri, il compito di assicurare il buon funzionamento del Consiglio e provvedere al regolare andamento dei suoi lavori. Risulta, infatti, quantomeno singolare che per più sedute si sia autorizzata una riformulazione dell'ordine del giorno, consentendo che la votazione per il Garante non avesse mai luogo, e poi si sia intervenuti provvedendo direttamente alla nomina di uno fra i diciassette aspiranti. In definitiva, il potere sostitutivo del Presidente del Consiglio Regionale, non poteva essere esercitato.
Quintieri: "Riconosciuta la fondatezza dei rilievi eccepiti" - "Mi dispiace che l'annullamento di questa nomina illegittima non sia stato tempestivo come avevo richiesto - ha commentato l'ex consigliere nazionale dei Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri - ma sono comunque soddisfatto dell'esito del giudizio perché riconosce totalmente la fondatezza delle censure da me prospettate nel ricorso. Mi auguro che, adesso, il nuovo Consiglio Regionale della Calabria, appena la sentenza diverrà definitiva, provveda al più presto alla elezione del Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione, questa volta nel rispetto di quanto stabilito dalla Legge e dalla stessa sentenza del Giudice Amministrativo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 novembre 2021
Nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 5 ottobre dalla Cassazione viene confermata sostanzialmente la decisione della Corte d'appello del Borsellino quater. Nell'inchiesta sulla strage di Via D'Amelio ci sono stati "abnormi inquinamenti delle prove che hanno condotto a plurime condanne di innocenti". Non solo: per quanto riguarda l'esecuzione della strage dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, "i dati probatori relativi alle "zone d'ombra" possano al più condurre a ipotizzare la presenza di altri soggetti o di gruppi di potere (co)-interessati all'eliminazione di Paolo Borsellino, ma ciò non esclude il riconoscimento della paternità mafiosa". Sono alcuni passaggi delle motivazioni, appena depositate, della sentenza di Cassazione che ha confermato la condanna di appello del Borsellino quater.
Ricordiamo che la sentenza della Cassazione c'è stata il 5 ottobre scorso e dunque sono definitive le condanne all'ergastolo per i capomafia Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e quelle per calunnia per Calogero Pulci (dieci anni) e Francesco Andriotta che ha ottenuto un piccolo sconto di pena (da 10 anni a 9 anni e 6 mesi) per la prescrizione di due calunnie ai danni del falso pentito Vincenzo Scarantino, mentre da una terza accusa di calunnia, sempre ai danni di Scarantino, è stato assolto. Le motivazioni della Cassazione confermano sostanzialmente la decisione della Corte d'appello del Borsellino quater.
Gli avvocati dei mafiosi hanno portato avanti anche la tesi sulla cosiddetta trattativa Stato Mafia. Tesi non accolta dalla Corte (e confermato dalla Cassazione), sottolineando che l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, "inserita nell'ambito di una più articolata "strategia stragista" unitaria", rispondeva a più finalità di Cosa Nostra, una finalità di vendetta che chiama in causa la vita professionale del magistrato, una finalità preventiva, perseguita da Cosa Nostra in relazione "alla possibilità che il giudice Borsellino divenisse capo della Procura Antimafia, e una "finalità di destabilizzazione", volta a "esercitare una pressione sulla compagine politica e governativa" e "a mettere in ginocchio lo Stato".
L'avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, commentando con l'Adnkronos le motivazioni della Cassazione sul processo Borsellino quater, ha sottolineato che "in questo scenario bisogna anche collocare l'abnorme inquinamento probatorio di cui parla anche la Cassazione perché l'uccisione e il depistaggio sono legati". E aggiunge: "C'è una finalità preventiva, non bisognava, secondo noi, sviluppare il versante delle indagini "mafia e appalti". Perché i livelli delle cointeressenze erano alti". Quali? "Le cointeressenze di Cosa nostra - ha spiegato l'avvocato Trizzino - con importanti imprenditori e società del Nord, i cui sviluppi si sarebbero potuto meglio vedere solo attraverso una giusta valorizzazione del dossier mafia e appalti. Cosa che Borsellino non ha potuto fare". In effetti, le motivazioni del Borsellino Quater di secondo grado sono chiare. Borsellino fu ucciso "per vendetta e cautela preventiva".
La vendetta è relativa all'esito del maxiprocesso, mentre la "cautela preventiva" è relativa alle sue indagini, in particolare quelle su mafia-appalti. Quest'ultima ipotesi - scrive la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di secondo grado - "doveva, peraltro, essere anche collegata alla circostanza riferita dal collaboratore Antonino Giuffrè sui "sondaggi" con "personaggi importanti" effettuati da Cosa Nostra prima di decidere sull'eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino oltre che sui sospetti per i quali lo stesso Borsellino, il giorno prima dell'attentato, aveva confidato alla moglie "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse"".
di Tommaso Di Giannantonio
Corriere del Trentino, 9 novembre 2021
Raddoppiati i casi di autolesionismo, cresce il disagio. Mentre "fuori" si sta tornando gradualmente alla normalità, tra le mura della casa circondariale di Trento si assiste ad una concentrazione di criticità che desta "molta preoccupazione": dalla carenza di personale (155 operatori su una pianta organica di 227 unità) alla mancata attivazione del centro diurno per le persone con grave infermità psichica, dall'interruzione del servizio medico h24 alla sospensione prolungata dei trasferimenti.
L'autolesionismo - Che la situazione sia allarmante lo testimoniano le recenti denunce dei sindacati sulle aggressioni ai danni degli agenti penitenziari ("commesse nella quasi totalità dei casi da persone affette da gravi disagi psichici") e dall'aumento significativo di atti di autolesionismo nel 2020: 59 casi contro i 29 del 2019 (la media degli ultimi 5 anni è di 32 atti). Fortunatamente non si sono registrati suicidi e sono diminuiti leggermente i casi di tentato suicidio (da 18 a 14), anche se la cifra rimane elevata. "Nel carcere si sta attraversando un momento molto difficile che richiede urgentemente un tavolo di confronto tra tutte le istituzioni provinciali competenti - ha detto nel corso della presentazione del suo rapporto annuale Antonia Menghini, garante dei diritti dei detenuti del Trentino -. Da questo punto di vista è di buon auspicio la volontà del nuovo commissario del governo di convocare una riunione del comitato sicurezza sulla situazione carcere".
Meno agenti e attività - Per prima cosa risulta particolarmente preoccupante la progressiva riduzione di personale. A partire dalla direzione: dal novembre 2019 la direttrice Annarita Nuzzaci, di cui più volte la garante ha rimarcato l'impegno, dirige a scavalco anche la casa circondariale di Bolzano. Continua a persistere, poi, la carenza di organico nell'area educativa: da oltre un anno e mezzo ci sono 3 educatori invece di 6. Ancora più critico l'andamento del personale penitenziario, in flessione continua: 155 unità rispetto alle 227 previste in rapporto alla capienza originaria di 240 detenuti. Ed oggi nel carcere di Trento sono ristrette circa 300 persone. "Non è possibile alcun percorso trattamentale - è stata la denuncia di Menghini - se non ci sono risorse di personale che possono seguire le singole attività educative".
Assistenza sanitaria - Centrale rimane il problema del disagio psichico in carcere, "nonostante gli ingenti e più che positivi investimenti fatti nel 2019 dall'Azienda sanitaria" ha precisato la garante. Ad oggi, infatti, non è stato ancora realizzato il "centro diurno" per le persone con grave infermità psichica, che rappresentano il 10% della popolazione carceraria. "Fermo restando che coloro che presentano gravi disagi psichici non dovrebbero eseguire la pena in carcere - ha considerato Menghini - è necessario attivare un luogo in cui queste persone potrebbero essere adeguatamente seguite".
Inoltre, sul piano dell'assistenza sanitaria, dal 25 ottobre è stato interrotto per carenza di organico il servizio medico h24: manca un dirigente medico (per cui è stato bandito il concorso recentemente) e 3 medici di medicina generale a tempo pieno (i bandi sono andati deserti). Su quest'ultimo punto, per aumentare l'attrattività del posto, "abbiamo incremento la retribuzione dei medici che prestano servizio in carcere nell'accordo sulla medicina generale", ha riferito l'assessora Stefania Segnana.
Trasferimenti - Infine, fra le tante limitazioni imposte dalla pandemia, la più impattante (sul piano psicologico) ha riguardato la sospensione dei trasferimenti, dall'inizio della pandemia fino allo scorso agosto. "Ai detenuti - ha affermato Menghini - è stato negato il diritto di eseguire la pena nell'istituto più prossimo alla famiglia". Dunque, "la vera sfida dei prossimi mesi sarà tentare un vero ritorno alla normalità, con tutto ciò che questo comporta - scrive la garante nella sua relazione -. La percezione è infatti quella che la pandemia abbia contribuito ancora di più ad alimentare quella dimensione estraniante che già caratterizzava le nostre carceri, alimentando la percezione di una vita sospesa in una bolla, lontana, troppo lontana dal mondo libero".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 9 novembre 2021
"Sollicciano è un carcere malato, ma sono in corso progetti che lo rivoluzioneranno". Antonella Tuoni, direttrice di Sollicciano, spazia a tutto tondo sulle criticità del penitenziario e sui progetti in corso per tentare di risolverle.
Ma lei oltre a Sollicciano dirige anche il Gozzini. Non è un problema essere direttrice part time?
"Sì, però è vero che ho accettato questo incarico con impegno e volontà; dovremmo sapere presto, in base agli esiti della procedura concorsuale, chi sarà il nuovo direttore: sono tra i candidati".
Negli ultimi mesi ci sono state decine di aggressioni agli agenti...
"È vero, le aggressioni ci sono state ed è un dato di fatto, ma dipende come vengono veicolate le informazioni. Queste aggressioni non sono state così gravi come si vorrebbe far credere".
Qualcuno ha strumentalizzato?
"Ognuno fa il suo mestiere, i sindacalisti fanno il loro, è loro interesse enfatizzare certe notizie, stiamo intervenendo".
In che modo?
"Ci sono troppo pochi agenti, ne vorremmo almeno 50 in più e ci stiamo impegnando col dipartimento e il provveditorato".
A settembre un detenuto è morto con la testa tra le sbarre e l'autolesionismo è un'urgenza: nel 2020, 700 episodi...
"Gli atti di autolesionismo provengono da detenuti non italiani e quindi necessitano di essere approfonditi anche sotto il profilo culturale. Per questo mi sono recentemente incontrata con un centro di etnopsichiatria per prevedere, attraverso il finanziamento con fondi europei, l'ingresso in carcere di etnopsichiatri capaci di decifrare professionalmente questi comportamenti
autolesionisti e prevenirli".
Ma perché queste cose accadono?
"Perché molte sono persone in ozio che passano 20 ore su 24 in cella. Dobbiamo pensare ad una maggiore apertura dei reclusi che deve però essere accompagnata da un tempo fuori dalle celle con contenuti".
Il riferimento è al lavoro?
"Sì, nel prossimo futuro avremo un edificio per lo svolgimento di attività formative per detenuti. È stato recentemente completato un laboratorio di pelletteria che ha impegnato 12 detenuti".
Bambini in carcere con madri detenute. Non è una vergogna?
"Dobbiamo fare in modo che stiano fuori, sono favorevole alla nascita dell'istituto per le detenute madri".
Il sindaco Nardella ha lanciato la proposta di un nuovo carcere...
"Le opinioni sono legittime ma considerato che stiamo investendo tanti soldi per Sollicciano pensare di costruire un nuovo penitenziario mi sembra intempestivo".
Quali sono i lavori in corso?
"Abbiamo tanti cantieri: la manutenzione delle coperture e delle facciate dei reparti detentivi eliminerà il problema infiltrazioni. Poi c'è la revisione delle sottocentrali termiche e la realizzazione delle dorsali degli impianti idricosanitari, che aiuterà la presenza di acqua calda nelle docce. È in previsione la realizzazione delle docce in tutte le celle, oltre che l'installazione del fotovoltaico sui tetti. E ancora la messa in sicurezza del muro di cinta e il potenziamento della videosorveglianza. E infine il completamento di un campo sportivo".
Quando dovrebbero concludersi tutti i lavori?
"Entro il 2024. Ma c'è un altro progetto che ritengo prioritario: ed è il giardino degli incontri come luogo di apertura del carcere alla città, dove coinvolgere i detenuti che qui potranno vedere mostre, spettacoli. Il carcere non dev'essere la discarica della città, ma parte di essa. La valorizzazione del giardino fa parte di un progetto di ben più ampio respiro, con i Comuni di Firenze e Scandicci, il dipartimento di architettura e la fondazione Michelucci, per rigenerare l'area industriale attorno al carcere".
di Antonio Passanese
Corriere Fiorentino, 9 novembre 2021
"Sarebbe un grande gesto di attenzione. Sollicciano è una vergogna dell'architettura carceraria del nostro Paese". Sovraffollamento, autolesionismo e struttura fatiscente. Il carcere di Sollicciano "è una vergogna dell'architettura carceraria del nostro Paese, con tutto il rispetto per chi l'ha disegnata". Parole forti, nette, quelle pronunciate dal sindaco Dario Nardella oggi, lunedì, in Consiglio comunale dopo aver ascoltato la relazione annuale del garante dei detenuti Eros Cruccolini. "Quella struttura - ha aggiunto il primo cittadino - non è pensata per aiutare il detenuto e per la rieducazione della pena. Chiedo alla ministra Cartabia di venire a visitare il carcere di Sollicciano, sarebbe un grande gesto di attenzione".
Soprattutto dopo la plateale protesta di 8 detenuti, che nel luglio scorso sono saliti sul tetto, e la denuncia, a settembre, di Sandra Rogialli, direttrice Salute in carcere nei presidi penitenziari fiorentini. Che paragonava Sollicciano "a un manicomio". Nardella nel suo intervento nel Salone de' Dugento ha ricordato che "ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo sei per il mantenimento, solo 35 centesimi per la sua rieducazione, quella di cui parla la Costituzione italiana. Spesso l'opinione pubblica ritiene il carcere come qualcosa" su cui non porre attenzione "e spesso si dice alla persona che si deve sbatterlo in galera e buttare via la chiave. Questo concetto è lesivo, bisogna fare un grande lavoro".
Per il sindaco di Firenze, "dobbiamo riprendere in mano la Costituzione per evitare il sovraffollamento: serve ripensare a misure alternative e a non doversi trovare così costretti a votare l'ennesimo provvedimento svuota carceri". È fondamentale, ha aggiunto, la "rieducazione, che ci consente di dare una opportunità a questi detenuti. Qui c'è in gioco la civiltà: il carcere va ripensato e ricostruito. E devo ripeterlo: il carcere di Sollicciano è una vergogna dell'architettura carceraria del nostro paese. Quella struttura non è pensata per aiutare il detenuto, non è pensata per la rieducazione della pena".
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