di Bernard Guetta*
La Repubblica, 9 novembre 2021
Insieme alla Polonia, che respinge uomini, donne e bambini al confine con la Bielorussia, tutta l'Unione europea si rende complice del reato di violazione dell'obbligo di soccorso a persone in grave pericolo. Devo confessarlo, per quanto sia ironico, per quanto sia doloroso. Devo ammettere che i polacchi non possono aprire le loro frontiere a tutti quei rifugiati mediorientali che la dittatura bielorussa lascia accorrere fino a Minsk facendo balenare la prospettiva di una facile via d'ingresso nell'Unione europea.
Se lasciassero aperta solo un po' la loro porta, i polacchi sarebbero inondati da una fiumana sempre più grande di uomini, donne e bambini. Pertanto, non resta loro altro da fare che sistemare reticolati di filo spinato - non è così? - se non fosse che...
Se non fosse che alla frontiera tra la Bielorussia e la Polonia le temperature sono così rigide che i rifugiati muoiono di freddo, nel vero senso della parola. Nondimeno, dramma umano o no, i polacchi non possono cedere a questo ricatto morale senza incoraggiare altri curdi e altri siriani ancora a credere a loro volta all'illusione bielorussa. In guerra come in guerra, se non fosse che...
Se non fosse che a tutte quelle persone che hanno già creduto alla promessa di Minsk non resta altro da fare che cercare di entrare in Polonia, perché le guardie bielorusse alla frontiera non permettono loro di fare inversione di marcia. Li respingono senza riguardi e, a fronte tanta crudeltà, i polacchi hanno dovuto - non è forse così? - dispiegare circa 17mila tra guardie di frontiera e soldati per vigilare affinché nessun rifugiato riesca a strisciare sotto i reticolati.
Non soltanto i loro 26 partner dell'Unione europea non hanno motivo di preoccuparsi ma, come dice Varsavia, cofinanziando la costruzione del muro appena approvato dalla Dieta polacca, di fatto proteggerebbero la nostra frontiera comune. Si tratterebbe - non è così? - di un segno di comunanza tra europei, di solidarietà a fronte di una dittatura che dimostra il suo cinismo, se non fosse che... Se non fosse che Lukashenko, bando all'ironia, ha già vinto la sua scommessa facendo precipitare la Polonia e l'Unione tanto in basso quanto è lui. La Polonia che accoglie così generosamente i rifugiati bielorussi e li sostiene senza risparmiarsi nella loro lotta per la libertà, la Polonia che nel 1980 aveva segnato la fine del comunismo senza aver mai smesso di combatterlo dal 1956, in questa circostanza evidenzia una mancanza assoluta di solidarietà nei confronti di altri esseri umani che fuggono dalla miseria e dalla morte.
Così facendo, la Polonia non soltanto tradisce sé stessa e qualsiasi sentimento di compassione umana e perfino quella fede cristiana che professa in modo così prevalente ma, oltre a ciò, la totalità dell'Unione europea si rende complice del reato di violazione dell'obbligo di soccorso a persone in grave pericolo. Così pronta a difendere e patrocinare sempre i suoi valori, l'Unione permette che questo rimpallo di esseri umani alla frontiera tra Polonia e Bielorussia prosegua perché vuole evitare che si moltiplichino i temi di conflitto con Varsavia, e perché la Commissione e il parlamento europei sanno bene che l'accoglienza dei rifugiati non è proprio popolare tra l'opinione pubblica europea, e perché un braccio di ferro con i dirigenti polacchi a questo proposito non si risolverebbe necessariamente a vantaggio dell'Unione.
Non so voi ma, quanto a me, io provo vergogna. Provo vergogna che una dittatura riesca a prenderci in trappola così facilmente nelle nostre contraddizioni. Provo vergogna prendendo atto che l'opposizione polacca non trova quasi niente da dire contro la ricostruzione di un muro nel cuore stesso dell'Europa. Provo vergogna che nel suo complesso l'Unione abbia paura dei rifugiati perlopiù perché sono musulmani. Provo vergogna per il fatto che non siamo capaci di trovare il modo di far capire a Lukashenko che il suo giochetto deve finire una volta per tutte. Provo vergogna per la mia stessa impotenza e perché comprendo sempre meglio, nel mondo di oggi, come il mondo in passato abbia potuto coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie davanti a Hitler e a Stalin.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 9 novembre 2021
Non c'è la prova che sia stato Israele ma i palestinesi sospettano che lo spionaggio elettronico sia legato alla recente designazione da parte del ministro della difesa Gantz di sei ong come organizzazioni terroristiche. Era metà ottobre quando Ghassan Halaika, un attivista palestinese di Gerusalemme piuttosto noto e ricercatore del centro per i diritti umani Al-Haq di Ramallah, una organizzazione storica della società civile palestinese, ha cominciato a sospettare che il suo telefono fosse sotto controllo. L'apparecchio si bloccava di frequente, altre volte, durante le conversazioni, emetteva qualche ronzio. Colleghi e amici gli hanno suggerito di rivolgersi agli irlandesi di Front Line Defenders (Fld), che dal 2001 monitorano le attività di cyber intelligence a danno di esponenti della società civile.
Un esperto di Fld ha scansionato il suo telefono e vi ha trovato lo spyware Pegasus, prodotto dalla NSO, azienda israeliana controllata dal ministero della difesa a Tel Aviv, al centro dello scandalo esploso in estate. Grazie ad Amnesty International e a Citizen lab, si è scoperto che attivisti dei diritti umani, giornalisti, uomini politici e dissidenti di mezzo mondo sono stati tenuti sotto stretta osservazione da Pegasus capace di controllare tutto ciò che entra ed esce da uno smartphone. Uno scandalo, a dir poco, così ampio e grave che la scorsa settimana persino il Dipartimento del Commercio degli Stati uniti ha aggiunto NSO e un'altra azienda di spyware israeliana Candiru, insieme a società russe e di Singapore, alla sua Entity List per le attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi della politica estera americana.
Il ritrovamento di Pegasus nel telefono di Halaika è stato poi confermato da ulteriori accertamenti svolti dagli specialisti di Amnesty e di Citizen Lab. L'indagine quindi si è ampliata. Sono stati scansionati altri 75 iPhone appartenenti a palestinesi membri di ong e associazioni varie. Alla fine, sono stati trovati altri cinque smartphone "infetti". I telefoni sono stati hackerati, tra l'estate del 2020 e nel 2021 senza che le vittime avessero eseguito alcuna azione come cliccare su un link o aprire un allegato. A clic zero dicono gli esperti.
Solo tre delle vittime dell'hacking hanno acconsentito alla divulgazione dei loro nomi. Sono, appunto, Ghassan Halaika, Salah Hammouri, avvocato di Addameer, che assiste legalmente i prigionieri politici palestinesi, e Ubai Al Aboudi, direttore del Centro Bisan che è anche un cittadino statunitense. Due anni fa Al Aboudi è stato incarcerato per alcune settimane senza processo con l'accusa di far parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp). La scorsa estate è stato arrestato dalla polizia dell'Autorità Nazionale di Abu Mazen per aver partecipato alle proteste per l'omicidio, compiuto da agenti dei servizi di sicurezza palestinesi, dell'attivista e oppositore politico Nizar Banat. Hammouri, di Gerusalemme, è anche cittadino francese. Da giovane ha scontato sette anni di carcere, con l'accusa di far parte del Fplp e di aver partecipato ad azioni di quel partito. Due settimane fa la ministra dell'interno israeliana, Ayelet Shaked, ha revocato la sua residenza a Gerusalemme sostenendo che "le sue attività costituiscono una violazione del rapporto di fiducia con lo Stato di Israele". Halaika di recente si è visto spesso nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, centro delle proteste di 28 famiglie palestinesi che rischiano l'espulsione per far posto a coloni israeliani che rivendicano la proprietà dei terreni dove sono state costruite le loro case.
"Non possiamo dire chi ha installato lo spyware. Possiamo solo immaginare chi ha l'interesse e la capacità di farlo", ha commentato con ironia Salah Hammouri. I palestinesi hanno pochi dubbi su chi sarebbe dietro l'attività di spionaggio attraverso Pegasus. E puntano il dito contro Israele. "Abbiamo il sospetto concreto che ci sia un legame tra la scoperta del Pegasus nei telefoni di nostri colleghi difensori dei diritti umani e la recente designazione di sei ong palestinesi come organizzazioni terroristiche fatta dal ministro della difesa israeliano Gantz", ha detto ieri al manifesto Tahsin Alayyan, un membro di al Haq al termine della conferenza stampa che le ong per i diritti umani, accusate da Israele di essere "una copertura per le attività del Fplp", hanno tenuto a Ramallah. "Quella designazione - ha aggiunto - qualche ora fa è stata estesa territorialmente dall'esercito israeliano alla Cisgiordania. E questo significa che in qualsiasi momento Israele può chiudere i nostri uffici ed arrestarci". Alayyan ha invocato un maggior sostegno internazionale alle sei ong colpite dal provvedimento israeliano. "Abbiamo ricevuto messaggi di solidarietà e di vicinanza ma abbiamo bisogno di un appoggio più forte e robusto e passi concreti in particolare dell'Europa per bloccare le intenzioni di Israele", ha concluso.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 8 novembre 2021
Con un Decreto Legislativo di pochi giorni fa, il Governo ha dato attuazione alla Legge del 22 aprile scorso che, recependo una direttiva europea, mira a rendere più effettiva la presunzione di innocenza prevista dalla nostra Costituzione.
di Tatiana Santi
sputniknews.com, 8 novembre 2021
Il Copasir ha recentemente risollevato il problema della radicalizzazione islamica nelle carceri italiane chiedendo urgentemente la creazione di una legge contro questo fenomeno. Una domanda cruciale da cui iniziare evidentemente sarebbe quella relativa alle condizioni in cui vivono i detenuti musulmani.
di Samuele Ciambriello*
cronachedi.it, 8 novembre 2021
L'emergenza Covid in carcere ha reso più gravi e irrisolti i problemi del pianeta carcere. Il sistema penitenziario del futuro non potrà tornare ad essere quello del passato. C'è la necessità, subito, di tornare al diritto penale minimo, liberale e garantista e al carcere come estrema ratio, riservato solo agli autori di reati gravi. Aumenta la presenza dei detenuti nelle carceri, creando preoccupazione ed indignazione.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 8 novembre 2021
Se c'è un argomento che scatena davvero le passioni dentro la magistratura italiana, queste sono le elezioni al Csm. Il Consiglio superiore, organo di autogoverno delle toghe, là dove si decidono le carriere e si celebra la giustizia disciplinare, come ha raccontato lo scandalo Palamara, è il cuore del potere giudiziario. Ora, è in avvicinamento una riforma del Csm che a breve sarà licenziata dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. La riforma cambierà anche il sistema elettorale per approdare al Csm. E qui, al momento di trovare unità e proporre una loro ipotesi alla politica, ieri i magistrati dell'Anm si sono spaccati ferocemente.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 novembre 2021
Tra i meriti del governo va ascritta l'attenzione per le conseguenze relazionali della pandemia. Lo segnala la rinnovata attenzione del ministro Roberto Speranza per il diritto alla salute mentale, a cui fa da pendant il tavolo per la tutela dei minori che accedono ai social presieduto a via Arenula da Anna Macina. Obiettivo della sottosegretaria: individuare contromisure e progetti utili per gestire la vita digitale di bambini e giovanissimi, spesso troppo precoce e pervasiva. Una condizione che il covid ha degenerato in nuova dipendenza.
"I bambini non possono essere lasciati da soli in rete, servono iniziative per limitare i rischi e per coinvolgere attivamente le famiglie. Il mondo del digitale corre veloce, dobbiamo stare al passo", ha detto Macina al termine della prima riunione, tenuta giovedì scorso a ministero della Giustizia. Sono stati ascoltati Nunzia Ciardi, vicedirettore dell'Agenzia per la Cybersicurezza nazionale, Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, Brunella Greco e Giusy D'Alconzo di Save The Children. Si è trattato della prima giornata di audizioni, con cui si punta ad approfondire i tre ambiti individuati nel "Tavolo Macina": l'età di accesso dei minori ai social e i relativi sistemi di controllo, utilizzo e sfruttamento dell'immagine dei minori in rete, le campagne di sensibilizzazione rivolte alle famiglie.
Oltre al dicastero di via Arenula, l'iniziativa coinvolge tre autorità garanti: Privacy, Infanzia e adolescenza, Agcom. "Ringrazio tutti i partecipanti", ha detto la sottosegretaria alla Giustizia, "i lavori procedono spediti, abbiamo anche già avviato un confronto con le principali piattaforme digitali sulla base di un questionario molto specifico, a cui risponderanno". Si tratta di Google, chiamata in causa per Youtube, Facebook, che detiene anche Instagram, e Tik tok. Colossi che a dicembre, insieme con Macina, potrebbero essere chiamati a un confronto diretto e a contribuire alla stesura di un vero e proprio codice.
Tra i nodi da sciogliere, la necessità di rendere effettiva la soglia anagrafica per l'accesso ai social, fissata a 13 anni ma quasi sempre disattesa. Le soluzioni normative, sulla cui forma si deciderà a breve, potrebbero riguardare anche un "diritto all'oblio" per chi vuole veder rimosse dalle piattaforme le immagini postate da familiari all'epoca in cui era bambino, Tutela che in Francia, ad esempio, è già prevista.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2021
Gli interventi previsti dal Dlgs approvato ieri in Consiglio dei ministri aggiungono un articolo e ne modificano altri. Il Consiglio dei ministri, in ossequio alla normativa europea, ha approvato ieri lo schema di Dlgs sul rispetto del principio della presunzione di innocenza. Si tratta di un rilevante cambio di passo che interviene anche sul codice di procedura penale inserendo l'articolo 115-bis (Garanzia della presunzione di innocenza) e modificando l'articolo 314, comma 1, (aggiungendo un periodo); l'articolo 329, comma 2, (inserendo una parola); l'articolo 474 (aggiungendo il comma 1-bis).
"È stato un lungo percorso - ha commentato il deputato di Azione Enrico Costa - partito con un mio emendamento alla legge di delegazione europea, per recepire la direttiva europea sulla presunzione d'innocenza". "Dopo il sì praticamente unanime del Parlamento - prosegue Costa - il Governo e la Ministra Cartabia si sono impegnati per dare attuazione alla delega, dialogando con le commissioni giustizia di Camera e Senato. Ora occorre vigilare affinché quello che è uscito dalla porta - le inchieste spettacolo, il marchio di colpevolezza sugli indagati, i nomi alle inchieste, le conferenze stampa di magistrati e forze di polizia - non rientri dalla finestra".
Ma quali sono esattamente le modifiche al codice di procedura penale introdotte dal Decreto legislativo recante "Disposizioni per il compiuto adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni della direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali, in attuazione della delega di cui all'articolo 1 della legge 22 aprile 2021, nr. 53 (Ministro della giustizia)".
Ebbene il testo approvato (6 articoli in tutto) prevede all'articolo 4 (Modifiche al codice di procedura penale), con riferimento alle possibili violazioni della presunzione di innocenza a mezzo di "decisioni" dell'autorità giudiziaria, l'inserimento nelle disposizioni generali sugli atti del procedimento, di cui al Titolo I del Libro III del codice di rito, dell'articolo 115-bis (lettera a)).
L'articolo, "Garanzia della presunzione di innocenza", riproduce nel contesto normativo del codice, il divieto di riferimenti pubblici alla colpevolezza in relazione ai "provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell'imputato", dal quale vengono esclusi - conformemente a quanto previsto dalla direttiva - gli "atti del pubblico ministero volti a dimostrare la colpevolezza della persona sottoposta ad indagini o dell'imputato" (art. 115-bis, comma 1).
Si precisa inoltre che nei provvedimenti che, pur non essendo diretti alla decisione sul merito della responsabilità penale dell'imputato, presuppongano comunque "la valutazione di prove, elementi di prova o indizi di colpevolezza", l'autorità giudiziaria sia tenuta a "limita[re] i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l'adozione del provvedimento" (comma 2).
I rimedi - Per quanto concerne i rimedi, invece, si è riconosciuto all'interessato il diritto di richiedere la correzione del provvedimento, nei dieci giorni successivi alla conoscenza di esso (comma 3). Diversamente, dunque, da quanto stabilito in via generale dall'articolo 130 Cpp per la correzione degli errori materiali, in tal caso, oltre a replicarsi lo stringente termine perentorio di quarantotto ore già imposto dall'articolo 2, comma 3, del decreto a tutte le "autorità pubbliche" per la rettifica delle "dichiarazioni", si è previsto che sull'istanza di correzione sia in ogni caso competente a provvedere il giudice che procede, anche quando il provvedimento sia stato adottato dal pubblico ministero. E si è altresì precisato che, nel corso delle indagini preliminari, la competenza spetti al Gip. La decisione andrà assunta nelle forme del decreto motivato, da notificarsi all'interessato e alle altre parti e comunicato al pubblico ministero.
Nella formulazione originaria era stato previsto che avverso il decreto fosse proponibile, a pena di decadenza, nei dieci giorni successivi, opposizione innanzi al medesimo giudice che l'aveva adottato, il quale avrebbe dovuto provvedere in camera di consiglio a norma dell'articolo 127 cod. proc. pen. (comma 4). Le Commissioni Giustizia tuttavia hanno posto una duplice condizione, volta l'una a introdurre "un procedimento più snello per la correzione dell'errore in riferimento alla salvaguardia della presunzione d'innocenza", l'altra ad attribuire "all'ufficio del giudice che lo ha emesso" (anziché "al giudice che lo ha emesso") la competenza a decidere sull'eventuale opposizione alla decisione relativa all'istanza di correzione. La Relazione al decreto, spiega dunque, che è parso opportuno, al fine di rendere più completa la disposizione, prevedere che il rimedio sia proponibile innanzi al presidente del tribunale o della corte, salvi i casi di incompatibilità. Riguardo lo "snellimento" poi è stata eliminata, per l'opposizione, la previsione dell'udienza camerale partecipata, prevedendosi che essa venga decisa "con decreto senza formalità di procedura".
Facoltà di non rispondere - Nell'intervento sull'articolo 314 Cpp, in tema di riparazione per l'ingiusta detenzione (art. 4, comma 1, lettera b), è stata recepita la condizione posta dalle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. In particolare, la Commissione ha richiesto che "quanto all'articolo 7 della direttiva sul diritto al silenzio e sul diritto a non autoincriminarsi, sia specificato all'articolo 314 del Cpp che la condotta dell'indagato che in sede di interrogatorio si sia avvalso della facoltà di non rispondere non costituisce, ai fini del riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione, elemento causale della custodia cautelare subita".
La condizione, si legge nella Relazione tecnica, è finalizzata a neutralizzare il consolidato orientamento giurisprudenziale, ritenuto in contrasto con il diritto al silenzio riconosciuto dalla direttiva, secondo il quale "[i]n tema di equa riparazione per l'ingiusta detenzione, la condotta dell'indagato che, in sede di interrogatorio, si avvalga della facoltà di non rispondere, pur costituendo esercizio del diritto di difesa, può assumere rilievo ai fini dell'accertamento della sussistenza della condizione ostativa del dolo o della colpa grave poiché è onere dell'interessato apportare immediati contributi o riferire circostanze che avrebbero indotto l'Autorità Giudiziaria ad attribuire un diverso significato agli elementi posti a fondamento del provvedimento cautelare" (sez. IV, Sentenza n. 24439 del 27/04 - 30/05/2018, Stamatopoulou, rv. 273744 - 01).
Si è quindi provveduto ad aggiungere un ulteriore periodo al comma 1 dell'articolo 314, comma 1, in cui si prevede che "[l]'esercizio da parte dell'imputato della facoltà di cui all'articolo 64, comma 3, lettera b), non incide sul diritto alla riparazione di cui al primo periodo".
Potere di desegretazione - A seguito poi di uno specifico rilievo della Commissione europea si è intervenuti sull'articolo 329, comma 2, del codice, al fine di precisare che il potere di "desegretazione" sia esercitabile solo allorquando risulti "strettamente" necessario ai fini della prosecuzione delle indagini, così replicando la puntuale indicazione contenuta nell'articolo 4, paragrafo 3, della direttiva (articolo 4, comma 1, lettera c) b, dello schema di decreto).
Misure di coercizione in udienza - È stato infine modificato l'articolo 474 del codice, con la specifica finalità di chiarire che l'eventuale adozione di misure di coercizione fisica nei confronti dell'imputato in corso di processo, per l'ipotesi in cui ricorra il pericolo di fuga o di consumazione di atti di violenza, debba costituire oggetto di specifica valutazione da parte del giudice. Ed anche se la direttiva non lo impone, si è previsto, al nuovo comma 1-bis, che tale valutazione sia formalizzata dal giudice in un'apposita ordinanza, da pronunciarsi in udienza nel contraddittorio delle parti e da revocarsi allorquando le anzidette esigenze di cautela risultino cessate. Resta invece pacifico che, anche in caso di adozione dell'ordinanza, "è comunque garantito il diritto dell'imputato e del difensore di consultarsi riservatamente", la nuova disposizione consente ora che, a tal fine, possano essere impiegati anche "idonei strumenti tecnici", laddove disponibili (art. 4, comma 1, lettera d), dello schema).
di Michele Gelardi
opinione.it, 8 novembre 2021
Possiamo ancora sperare che l'Italia imbocchi la strada dell'autentico liberalismo, il cui presupposto necessario è il reciproco riconoscimento di legittimità delle forze politiche antagoniste? Fin quando l'avversario politico sarà demonizzato come "nemico", colpevole a priori di tutte le possibili nefandezze, e l'ostilità travalicherà i confini del confronto programmatico, giungendo nelle aule dei tribunali, la strada non potrà dirsi imboccata.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 8 novembre 2021
Al via oggi il corso per gli avvocati che vogliono patrocinare alla Corte Europea dei diritti umani: iniziativa di Consiglio d'Europa e istituzione forense. Avvocati e avvocate con un approccio sempre più internazionale e conoscenze sempre più specialistiche. A queste due esigenze risponde il programma del Consiglio d'Europa denominato Help (Human rights education for legal professionals). Un ruolo da protagonista lo svolge il Consiglio nazionale forense, che attraverso la Commissione centrale per l'accreditamento della formazione e la delegazione italiana a Bruxelles partecipa alle attività di formazione dei professionisti in materia di diritti umani. I corsi online, in lingua italiana e della durata di circa tre mesi, iniziano proprio oggi, 8 novembre, e verteranno sui seguenti temi: "Etica per giudici, procuratori e avvocati", "Imprese e diritti umani", "Violenza contro le donne e violenza domestica".
Ai partecipanti sarà offerta una panoramica del quadro giuridico internazionale ed europeo e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. La sessione introduttiva servirà a presentare le caratteristiche dei corsi e fornirà alcune informazioni sull'utilizzo della piattaforma e-learning sulla quale si svilupperà tutta l'attività formativa, sotto la supervisione di un tutor. Al termine del corso gli avvocati otterranno i certificati emessi dal Consiglio d'Europa in collaborazione con il Cnf.
Gli obiettivi di "Help" - Ma quali sono gli obiettivi del programma Help? Prima di tutto sensibilizzare e supportare gli Stati membri del Consiglio d'Europa affinché a livello nazionale la Convenzione europea dei diritti dell'uomo possa trovare piena applicazione. Tutto ciò in conformità alla Raccomandazione (2004)4 del Comitato dei Ministri, alle Dichiarazioni di Brighton del 2012 e di Bruxelles del 2015. Un altro ambizioso obiettivo che si prefigge Help è quello di dare appunto centralità al lavoro degli operatori del diritto (avvocati, giudici e pubblici ministeri), rafforzando così l'applicazione della Convenzione Edu in tutti i 47 Stati membri del Consiglio d'Europa, con un'offerta formativa di qualità. Da qui l'esigenza di un continuo aggiornamento sugli standard e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Le testimonianze dei legali - Anche gli avvocati italiani saranno impegnati nelle attività di formazione di Help in procinto di partire, consci della grande opportunità offerta. "Non è la prima volta - dice al Dubbio l'avvocata Chiara Dolcini del Foro di Milano - che partecipo alle tappe formative del programma Help. Ho sempre trovato gli argomenti proposti molto peculiari, spesso sottovalutati e comunque delicati sia per tematiche sia per aree di interesse. Partecipando attivamente ai corsi, soprattutto quelli presentati con l'assistenza di un tutor, ho riscontrato una grande preparazione degli argomenti, una vastità di proposte di interazione con i fruitori e un livello di coinvolgimento molto approfondito".
Dolcini è membro del Ccbe-European Lawyers, con sede a Bruxelles, e ritiene che l'alta formazione per gli avvocati sia indispensabile a maggior ragione in questo periodo. "Una formazione di carattere sempre più internazionale - evidenzia - è fondamentale per poter svolgere la professione in Italia. Ormai si sta andando negli ultimi anni sempre più verso una professione internazionalizzata, grazie anche all'avvento delle nuove tecnologie e mezzi di comunicazione anche social, che ci permettono di comunicare con tutto il mondo avanzato in un click, partecipando a corsi, udienze, incontri professionali, webinar, in un modo che solo vent'anni fa era considerato fantascienza. Negli ultimi due anni tale direzione ha ricevuto una forte spinta anche dal periodo pandemico che stiamo vivendo, ma in ogni caso già nell'ultimo decennio le basi per una professione senza confini erano state poste, per poi essere approfondite, migliorate e contestualizzate nella nostra storia più recente".
Il Cnf svolge un ruolo rilevante nell'incentivare l'alta formazione. "Sono venuta a conoscenza -aggiunge Dolcini - di questa innovativa possibilità offerta dal programma Help attraverso una comunicazione diretta da parte del Cnf. Sono convinta, e lo sarò sempre, di aver effettuato la scelta migliore nel momento in cui ho aperto il link di riferimento e mi si è aperto un mondo sugli argomenti trattati nei vari moduli proposti. Sono stata attratta soprattutto da quelle tematiche che riguardano la mia attività più da vicino. Mi riferisco alla tutela dei diritti delle donne vittime di violenza, di cui mi occupo tra le altre materie, alla tutela dei diritti delle minoranze, all'etica professionale per i ruoli nel mondo del diritto, alla tutela del diritto alla salute. Ma anche a come poter essere un legale preparato e specializzato per le società proprie clienti".
"Un impegno doveroso" - I corsi del programma Help sono un'occasione di crescita professionale e umana. Di questo è convinta l'avvocata Mara Giuseppina Bottone, con studio legale a Genova. "Ho incontrato - afferma - colleghe e colleghi molto preparati e il confronto è proseguito anche dopo il singolo corso. Il motivo che mi ha spinta a partecipare al corso sulla "Violenza contro le donne e violenza domestica" è legato al forte interesse nei confronti di questa materia sia come avvocata che come donna. In Italia solo nel 2021 sono stati riportati più di cinquanta casi di femminicidio. Purtroppo, viviamo ancora in una società con un forte retaggio maschilista. Studiare e approfondire le strategie per difendere i diritti delle donne è per me un dovere che va al di là dell'obbligo deontologico".
"Nel 2017 ho partecipato al corso "Lotta al razzismo, alla xenofobia, all'omofobia e transfobia". È stata l'iniziativa più vicina alle materie affrontate nella vita professionale, per cui è stato facile trovare una rapida sintonia con tutti i partecipanti. Il secondo corso, quella di Bioetica, è stato il più impegnativo poiché molti argomenti erano per me completamente nuovi, per esempio il fine vita. Il corso è stato coordinato in maniera eccellente dal tutor e collega Giovanni Pansini che ha saputo coinvolgere tutti i partecipanti e ci ha fatto lavorare sodo con la redazione di un articolo di approfondimento. Il Consiglio nazionale forense da sempre è attento al tema dei diritti umani. Non solo con il Consiglio d'Europa, ma anche con altri organismi si fa promotore di valide iniziative volte a promuovere la cultura dei diritti fondamentali".
Secondo l'avvocata Bottone, la formazione europea è la sfida più impegnativa che i legali saranno chiamati ad affrontare nel futuro prossimo. "L'aggiornamento - commenta - è uno degli strumenti per poter sostenere queste sfide. Sono una cittadina europea, per me è doveroso essere aggiornata sulle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte di Giustizia dell'Unione europea. Il rispetto dei diritti umani, la democrazia, lo stato di diritto non sono qualcosa che si conquistano una volta e per sempre. La battaglia per i diritti umani è quotidiana, non possiamo permetterci il lusso di abbassare la guardia. L'applicazione del diritto dell'Unione europea e del diritto internazionale fatica ancora ad essere riconosciuta nella vita di tutti i giorni. Penso a molti uffici sia amministrativi che giudiziari, che ancora stentano a riconoscere la supremazia del diritto dell'Unione europea sul diritto nazionale".
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