di Giovanna Corrias Lucente
Il Domani, 24 luglio 2021
La sentenza della corte risolve il conflitto tra tutela della libertà di espressione e diritto alla reputazione, ma non trascura i casi in cui il giornalista che diffama non pone in essere la funzione di c.d. "cane da guardia" della democrazia, ma all'inverso costituisce un pericolo per essa. Anticipata dal comunicato, successivo alla camera di consiglio del 22 giugno scorso, la Consulta deposita la sentenza n. 150 del 2021 destinata a risolvere uno dei punti nevralgici del conflitto fra tutela della libertà di espressione e diritto all'onore ed alla reputazione, che orbitava intorno alla previsione dell'art. 13 della legge sulla stampa. Tale norma, introdotta nel 1948, prevedeva la pena della reclusione da uno a sei anni nel caso di diffamazione con il mezzo della stampa aggravata dall'attribuzione del fatto determinato. Va rilevato che si trattava di una aggravante e, dunque, nella massima parte dei casi il suo operare veniva paralizzato dalla concessione delle attenuanti generiche che consentiva di applicare la diversa pena alternativa (o multa o reclusione di molto inferiore) prevista dall'art. 595, co. 3. È per questo che, per anni, il problema del carcere ai giornalisti non si era posto come tema di vivo interesse.
Infatti, dopo una risalente condanna al carcere per Guareschi che, se ben ricordo, decise di non proporre appello e di far sì che la sentenza venisse eseguita, il tema è sorto all'attenzione delle cronache, soprattutto con le sentenze a carico di Sallusti e Belpietro. In entrambi i casi, decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo avevano poi condannato l'Italia.
Una riforma difficile - Ormai una riforma era imposta, ma complessa da costruire, per la delicatezza della materia e la necessità di trovare un punto di equilibrio nella tutela di beni in conflitto: libertà di stampa ed onore e reputazione; v'è a dire che entrambi hanno rango costituzionale ed entrambi appaiono fondamentali per garantire la democrazia. La Consulta, investita da due ordinanze dei Tribunali di Bari e Salerno, non aveva trascurato l'estrema rilevanza e complessità della questione e, con l'ordinanza del 2020 n. 132 del giugno scorso, aveva ritenuto necessaria e una rimeditazione della normativa, giudicando opportuno "in uno spirito di leale collaborazione istituzionale e nel rispetto dei limiti delle proprie attribuzioni" rinviare di un anno la decisione, per consentire al legislatore di approntare una nuova disciplina. In altri termini, la Corte non aveva ritenuto scelta privilegiata la declaratoria di illegittimità della norma (cioè, la sua amputazione dal sistema), ma aveva ritenuto più adeguata una modifica della disciplina per coordinarla con i principi fissati dalla Giustizia europea e, in parre, dalla giurisprudenza nazionale. Nell'inerzia del legislatore, trascorso il termine dato, la Consulta ha ripreso in mano la materia.
La sentenza della Consulta - La motivazione della sentenza n. 150 si articola in sintetiche e lucide fasi. In premessa, ritiene che norme (come l'art. 13 per la stampa e l'art. 30 della Legge n. 233 del 1990 sulle radiotelevisioni, che lo richiama) poiché prevedono, come la reclusione come pena congiunta alla multa, non siano compatibili con il diritto di libera manifestazione del pensiero, riconosciuto. Dal lato dei principi, affermano che tale sanzione è incompatibile con l'esigenza di non dissuadere, per effetto del timore della sanzione, la generalità dei giornalisti dall'esercitare la propria essenziale funzione di controllo sui poteri pubblici, la cui rilevanza è a cuore alla Corte europea. Mitigano questo assunto, con l'immediata osservazione che la pena detentiva non può, su questo fondamento, essere espunta dal sistema totalmente; merita di restare per i casi di diffamazione più gravi. Ciò deciso, restava da prender posizione sull'art. 595 comma terzo del codice penale che prevedeva la reclusione, tuttavia in alternativa alla multa, per il caso di diffamazione con il mezzo della stampa od altro mezzo di pubblicità, ma era ormai inapplicato dall'epoca di introduzione dell'art. 13 della legge sulla stampa, norma speciale. Invece di espungere anche questa norma dal sistema, la Consulta opportunamente rammenta che anche la reputazione personale è un bene di rango costituzionale ed inviolabile.
Testualmente riporta "aggressioni illegittime a tale diritto attraverso la stampa, la radio e televisione, testate giornalistiche online, siti Internet e social network, etc, possono incidere grandemente sulla vita privata, familiare, sociale, professionale, politica delle vittime, precisando che i danni possono essere amplificati dalla tecnologia che consente di reperire anche tutte le diffamazioni compiute in danno di una persona anche a distanza di anni e senza certosine ricerche di archivio. Chi si sia trovato ad affrontare tali situazioni sa quanto possano essere dolorose.
Il bilanciamento - Il potenziale dannoso e la rilevanza del bene leso impongono alla Corte di operare un bilanciamento tra le contrapposte esigenze di tutela. Non si può, dunque, conclude la Consulta, espungere in assoluto la pena detentiva. Nel percorso argomentativo, ricorre alla Core europea la quale, in numerose decisioni, aveva affermato che la detenzione può essere prevista per i casi di eccezionale gravità. Se gli esempi dell'organo sovranazionale riguardano i discorsi d'odio e di incitamento alla violenza, la Consulta opportunamente aggiunge che il requisito dell'eccezionalità pertiene, anche e per esempio, a campagne di disinformazione condotte attraverso i media, connotate dalla propalazione di addebiti gravemente lesivi della reputazione e con il dolo dell'autore.
In tali casi infatti, secondo la Corte costituzionale, chi diffama non pone in essere la funzione di c.d. "cane da guardia" della democrazia, ma all'inverso costituisce un pericolo per essa: a titolo esemplificativo, potrebbe ricorrere alla menzogna per screditare un avversario politico con conseguenze distorsive sulle elezioni. Se ben circoscritta, afferma la Consulta a casi analoghi a quelli ipotizzati, la previsione della pena detentiva non produce alcuna intimidazione verso l'esercizio della professione giornalistica e del suo fine nella democrazia.
Tale statuizione dovrà fungere da criterio interpretativo per i Giudici nella scelta della pena da applicare. In conclusione ed in questa cornice ben delineata, la Corte costituzionale stabilisce di dichiarare inammissibili l'art. 13 della legge sulla stampa e l'art. 30, comma 4 della legge n. 223 del 1990 (che rinviava alla prima norma), mantenendo nell'ordinamento l'art. 595 comma terzo che prevede in alternativa pene pecuniaria e detentiva, dettando i criteri, applicati i quali, potrà irrogarsi la pena detentiva.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2021
Lo ha chiarito la Corte costituzionale, sentenza n. 169 depositata oggi, dichiarando non fondata la questione sollevata dal Giudice istruttore di Salerno perché basata su di una interpretazione erronea della norma. In tema di responsabilità dei magistrati per danni causati nello svolgimento delle funzioni, la Corte costituzionale ha chiarito che non è corretta l'interpretazione, fatta propria dal giudice rimettente, secondo cui dopo l'eliminazione del filtro di ammissibilità e la soppressione del termine di due mesi dalla comunicazione, il Pg della Cassazione sia tenuto immancabilmente ad esercitare l'azione disciplinare non appena abbia notizia della pendenza di un giudizio risarcitorio. "Benché supportata, in apparenza, dalla lettera della disposizione censurata, tale conclusione - spiega la Consulta - è da escludere sulla base di un'interpretazione sistematica che tenga conto della ratio della riforma di cui alla legge n. 18 del 2015".
Per cui il giudice delle leggi, sentenza n. 169 depositata oggi, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 9, comma 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), come modificato dall'articolo 6, comma 1, della legge 27 febbraio 2015, n. 18 (Disciplina della responsabilità civile dei magistrati), sollevate, in riferimento agli articoli 3, 101, secondo comma, 104, primo comma, e 108 della Costituzione, dal Giudice istruttore del Tribunale ordinario di Salerno.
Invece, prosegue la decisione, il rimettente, pur nell'attuale assenza di una espressa indicazione in tal senso, ricava non implausibilmente dal disposto della norma censurata l'obbligo, per il giudice investito dell'azione di risarcimento di danni cagionati da magistrati ordinari nell'esercizio delle loro funzioni, di rimettere copia degli atti al Pg presso la Corte di cassazione. Infatti, la trasmissione degli atti dei giudizi risarcitori "assicura al Procuratore generale presso la Corte di cassazione una 'finestra conoscitiva' - non lasciata alla sola iniziativa, meramente eventuale, delle parti interessate - riguardo alle condotte dei magistrati che si assumono aver prodotto danni ingiusti con dolo o colpa grave, ovvero per effetto di denegata giustizia".
Il giudice a quo, invece, per la Corte non può essere seguito allorché ulteriormente suppone l'immediata obbligatorietà dell'azione. "Già prima di tale riforma - allorquando la disposizione denunciata collegava l'obbligo di esercizio dell'azione disciplinare alla dichiarazione di ammissibilità della domanda risarcitoria - si era ritenuto - prosegue la decisione - necessario coordinare tale previsione con il nuovo assetto della responsabilità disciplinare dei magistrati introdotto dal d.lgs. n. 109 del 2006: traendosi da ciò la conclusione per cui la comunicazione dell'avvenuto superamento del filtro di ammissibilità non imponeva, per ciò solo, di avviare l'azione disciplinare, in difetto di una condotta classificabile nel catalogo degli illeciti stabilito dal citato decreto legislativo".
Ciò, sia per una ragione procedurale, legata al fatto che il nuovo sistema contempla una fase cosiddetta predisciplinare di valutazione della natura "circostanziata" dell'addebito disciplinare e della plausibilità dell'incolpazione, in difetto della quale è prevista; sia per una ragione sostanziale, connessa alla circostanza che il principio di legalità e tassatività dell'illecito disciplinare impedisce che si possa promuovere un'azione disciplinare per un fatto - quale che ne sia la fonte di informazione - che non vi rientra. "Tale indirizzo appare a maggior ragione giustificato dopo la caduta del filtro di ammissibilità, conseguente alla legge n. 18 del 2015".
Mentre per quanto può desumersi dai lavori parlamentari, la soppressione, nell'articolo 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988, dell'inciso "entro due mesi dalla comunicazione di cui al comma 5 dell'articolo 5" è stata suggerita da una mera esigenza di coordinamento con l'avvenuta abrogazione dell'intero articolo 5, senza che essa sia stata accompagnata da alcuna volontà di innovare al sistema della responsabilità disciplinare. Nemmeno consta alcun indice di una eventuale volontà legislativa di innovare al principio di autonomia dell'azione disciplinare rispetto all'azione civile di danno.
"In quest'ottica, va escluso che la legge di riforma della responsabilità civile dei magistrati abbia mutato, anche solo pro parte, la struttura del sistema di giustizia disciplinare: sicché, in sostanza, per quanto attiene a tale sistema, è la legge n. 117 del 1988 a dover essere armonizzata con l'assetto del d.lgs. n. 109 del 2006, e non viceversa". È giocoforza, di conseguenza, concludere che i presupposti per l'esercizio, sia pure obbligatorio, dell'azione disciplinare non sono stati rivisitati dalla modifica della legge n. 117 del 1988.
Da un lato, dunque, il promovimento di tale azione richiede, comunque sia, l'acquisizione della notizia circostanziata di un fatto riconducibile ad una delle ipotesi tipiche previste dalla legge, e non può fondarsi sulla semplice notizia della pendenza di una causa risarcitoria; dall'altro lato, ove pure la domanda risarcitoria presenti le caratteristiche di una "notizia circostanziata" di illecito disciplinare, ciò non esclude la necessità di svolgere accertamenti predisciplinari, intesi a verificare che quella notizia abbia una qualche consistenza.
In definitiva, una volta escluso l'ipotizzato indefettibile esercizio dell'azione disciplinare per la mera proposizione della domanda risarcitoria, l'obbligo di trasmissione degli atti alla Procura generale, che il rimettente plausibilmente reputa insito nel disposto della norma censurata, si rivela "innocuo" per i valori costituzionali evocati. "Viene meno, di conseguenza, il timore che il meccanismo possa essere maliziosamente utilizzato da soggetti interessati al fine di incidere sull'indipendenza e sulla serenità di giudizio del magistrato".
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 24 luglio 2021
Il Pm dispose l'autopsia senza sentire i familiari della vittima. "Fatto inaudito", protestano i legali. Oggi la decisione del Gip. A Voghera è stata la giornata dell'interrogatorio di Massimo Adriatici di fronte al Gip Maria Cristina Lapi. L'assessore leghista è stato ascoltato per circa tre ore in mattinata. I suoi legali lo descrivono come "affranto e distrutto", sostengono che l'assessore si è attivato perché Youns El Boussetaoui "aveva avuto comportamenti violenti e scagliato una bottiglia". Adriatici, raccontano a Voghera in queste ore, da tempo aveva caratterizzato la sua carica aggirandosi per le vie considerate a "rischio degrado" con la pistola in tasca. Una scelta vistosa e direttamente collegata alla ricerca di consenso che aveva creato imbarazzi quando non disguidi diplomatici con alcuni esponenti delle forze dell'ordine.
La decisione del magistrato è prevista per quest'oggi. Il pubblico ministero Vincenzo Valli ha chiesto che Adriatici rimanga agli arresti domiciliari perché, sostiene, c'è il rischio che inquini le prove e perché potrebbe ripetere il reato. Il che è in contraddizione con l'ipotesi di reato formulata dagli stessi inquirenti nelle prime ore successive all'assassino di El Boussetaoui: eccesso colposo in legittima difesa. Se pure l'eccesso colposo configura una fattispecie di reato, è il ragionamento dei difensori della famiglia della vittima, questo implica una circostanza specifica: la minaccia alla persona e della relativa difesa seppure sproporzionata di fronte al pericolo. Ma questo è un fatto che difficilmente potrebbe reiterarsi.
Come si spiega? "Questa contraddizione logica - è la valutazione dell'avvocata Daniela Piazza - è l'effetto di quello che è avvenuto nei giorni scorsi". In altre parole, il clima intorno al caso sarebbe cambiato. Dapprima, e la circostanza sarebbe ulteriore elemento di allarme se confermata, sembrava di trovarsi di fronte a un senza fissa dimora figlio di nessuno. Questo pregiudizio utilizzato come alibi per la superficialità con la quale è stato affrontato il caso suona come un'aggravante non da poco. Spiegherebbe ad esempio il fatto, che i difensori di El Boussetaoui considerano gravissimo e inaudito, che sul corpo dell'uomo sia stata eseguita l'autopsia senza che ne venisse informata la famiglia o i legali stessi. Sono cinque anni che difendo El Boussetaoui per reati minori, bagatellari - racconta ancora Piazza - L'ho fatto col gratuito patrocinio, il che significa che per il tribunale di Pavia sarebbe stato semplicissimo risalire ai miei contatti".
E invece è successo che i membri della famiglia di El Boussetaoui hanno scoperto della morte di Youns soltanto perché Piazza ha letto per caso la notizia mercoledì mattina e li ha avvisati. Nessuno ha avuto l'accortezza di fare un piccolo accertamento per risalire ai parenti della vittima: padre in Italia, a Novara, un fratello in Svizzera e una sorella in Francia. Il pm Valli ha dovuto scusarsi per aver disposto l'esame sul cadavere senza che vi partecipasse un perito di parte. Fatto insolito ma non riparativo rispetto al danno arrecato al confronto tra le parti. La difesa proverà a recuperare qualcosa, anche se nulla sostituisce la partecipazione diretta al momento dell'autopsia, grazie all'intervento del dottor Galeazzi, medico legale nominato dalla difesa che nelle prossime ore potrà osservare la salma per provare a ricostruire la dinamica dell'uccisione.
Ma, dicevamo, forse proprio l'intervento dei familiari e degli avvocati ha consentito che il clima attorno al caso mutasse. Dal momento in cui la vittima è uscita dall'anonimato, come se un anonimo meritasse una giustizia minore, l'atteggiamento degli inquirenti pare essere cambiato. Così potrebbe spiegarsi la discrepanza tra la prima ipotesi di reato e la richiesta di custodia cautelare che il Gip sta valutando. Tuttavia, l'avvocata Piazza lamenta che non appena ha cominciato a occuparsi della vicenda ha raccolto alcune testimonianze ma che ha trovato un muro di gomma presso i carabinieri che hanno in mano il fascicolo. "Eppure - spiega ancora Piazza - il codice consente alle parti di condurre indagini autonome e depositare testimonianze". Tutto adesso finirà in procura.
ilcaudino.it, 24 luglio 2021
Secondo il Gip non sussistono elementi per far pensare a qualcosa di diverso dal suicidio. Samuele Ciambriello ha attivato tutte le procedure per fare chiarezza sul suicidio di Salvatore Luongo, di anni 22, avvenuto in data 20.10.2020, nell'Istituto Penitenziario di Benevento. Ricordiamo che Ciambriello ricopre il ruolo di Garante per i diritti dei detenuti della Regione Campania. Ciambriello comunica di seguire con la massima attenzione il caso al fine di far luce sulle reali cause della morte del detenuto. Secondo la Procura della Repubblica competente, sarebbe avvenuto per effetto di un gesto personale.
IL Garante Samuele Ciambriello, nello specifico, ha inviato una lettera alla Procura della Repubblica di Benevento. Lo ha fatto per far emergere una ricostruzione realistica dei fatti che hanno indotto il giovane detenuto all' estremo gesto contro la propria persona. Questo anche in considerazione dell'autopsia effettuata" ed il Procuratore della Repubblica di Benevento, Dott. Aldo Policastro, a tal uopo, ha comunicato quanto segue. "È stata avanzata richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari di Benevento. Secondo il giudice per le indagini preliminari non sussiste alcun dubbio in ordine alla genesi suicidaria del decesso in oggetto, non essendo emersi altri profili di responsabilità penalmente rilevante". Salvatore, originario di Melito, in provincia di Napoli, si trovava al Penitenziario di Benevento da circa una settimana. Proveniva dal Penitenziario di Andria.
La dichiarazione di Ciambriello - "Per dovere di cronaca, di giustizia, e di verità - dice Samuele Ciambriello - comunico, che tale ennesimo drammatico episodio fa emergere nuovamente il disagio quotidiano e le disumane e gravi condizioni di vita dei detenuti. Si tratta di situazioni che in qualità di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale denuncio quotidianamente. Non si può continuare a morire di carcere, in carcere, così conclude Samuele Ciambriello. Da tempo Ciambriello si batte per trovare un'alternativa al carcere soprattutto per quei reati considerati minori. Gli istituti di pena, purtroppo, ogni giorno che passa diventano delle vere a proprie polveriere.
padovaoggi.it, 24 luglio 2021
Il podcast originale della giornalista padovana andrà in onda da domenica 25 luglio su Radio 24. Da settembre poi la versione integrale sarà disponibile in abbonamento su Audible.
Pianosa è un puntino al largo dell'Elba, uno scoglio piatto nel mar Tirreno che fin dall'antichità è stata una prigione, un altrove dove mandare chi era sgradito. L'isola del diavolo. Silvia Giralucci, giornalista padovana, il cui papà fu vittima del primo omicidio delle Brigate Rosse, ci capita in vacanza e rimane affascinata dal contrasto tra un luogo dal paesaggio paradisiaco e la sua storia.
"Sono stata affascinata da questo luogo e non sapevo perché. Poi ho capito che era perché faceva parte della mia storia ed in questo luogo sono andata a cercare i miei fantasmi".
Il podcast "Pianosa - L'isola del diavolo" è il suo racconto del viaggio tra le storie del passato e del presente di Pianosa, storie che intrecciano la storia d'Italia e che portano a una riflessione profonda sul senso della pena. Il carcere duro lenisce il dolore delle vittime? A cosa serve davvero la pena? Che cosa succede alle persone dentro un carcere di massima sicurezza?
Su Radio24 a partire da domenica 25 luglio - Disponibile in forma ridotta sulle principali piattaforme (Apple Podcast, Spotify e sul sito di Radio 24) il podcast andrà in onda nella sua versione integrale su Radio24 a partire da domenica 25 luglio, la domenica alle 20 e il sabato alle 17. Da settembre poi la versione integrale sarà disponibile in abbonamento su Audible.
Cos'è stato Pianosa - Per 150 anni Pianosa è stata un carcere, colonia penale agricola e poi carcere di massima sicurezza i vertici del terrorismo rosso, e poi la cupola della mafia dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio.
La storia - Silvia Giralucci ritorna sugli interrogativi che l'assillano fin da bambina, e attraverso le voci di chi ha abitato Pianosa - da bambino, da detenuto, da agente, da guida turistica, da avvocato - racconta i segreti di un luogo sospeso tra inferno e paradiso, esplorando allo stesso tempo il nostro complicato rapporto con la pena. Con una guida ambientale si addentra nella zona carceraria, dove le sezioni sono rimaste in un tempo sospeso dal 1998 quando, improvvisamente, il carcere venne chiuso e l'isola abbandonata.
Si trova davanti alla sezione Agrippa, dove sono stati rinchiusi anche alcuni degli assassini di suo padre, e attraverso il racconto di Franco Bonisoli, uno degli autori del rapimento di Aldo Moro, si interroga sul carcere duro e su che cosa possa portare i terroristi ad assumersi la responsabilità dei reati commessi.
Nel viaggio, nel tempo e nello spazio, incontra Gaetano Murana, condannato per la strage di Paolo Borsellino, detenuto per 18 anni, di cui 16 al 41 bis la maggior parte a Pianosa, prima di essere riconosciuto completamente innocente e vittima di depistaggi; il direttore di carcere Luigi Pagano, che ha iniziato la sua carriere come vicedirettore del penitenziario di Pianosa, e che dopo una vita passata nell'amministrazione penitenziaria è convinto che il carcere andrebbe abolito, e poi Stefano Ricci, antropologo fisico che racconta il passato lontano che emerge dagli scavi di Pianosa; i detenuti in semilibertà che abitano l'isola oggi lavorando con i turisti, e i due agenti di polizia penitenziaria Claudio Cuboni e Michele Comune che da trent'anni vivono questo posto sperduto come due eremiti.
Silvia Giralucci - Silvia Giralucci, è giornalista professionista dal 2001. Ha lavorato per ANSA, CNNitalia.it, il Mattino di Padova e collaborato con il Sole 24 Ore e Repubblica. È stata caporedattrice a Fabrica (Benetton group). Per Mondadori Strade Blu ha pubblicato L'inferno sono gli altri (2011). È autrice e co-regista del film documentario Sfiorando il muro (Doclab, selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012). Si occupa di comunicazione per enti pubblici e privati. È presidente dell'associazione Casa della Memoria del Veneto.
di Ilenia Pistolesi
La Nazione, 24 luglio 2021
Problemi di allestimento per la Compagnia della Fortezza a causa del Covid, ma lo spettacolo si farà lo stesso: "Superate le difficoltà". "Le Entità che cerchiamo di far emergere in noi. Abitano nella loro patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto sopportano come forestieri; ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è per loro terra straniera. Dimorano sulla terra - scrive Armando Punzo - ma sono cittadini del cielo. Innocenza, Armonia, Letizia, Luce, Respiro, Vento dolce, Vento luminoso, Anima, Mondo che si ritrae, Principio Speranza, Uscite dal Mondo, Il Cacciatore celeste, Il Distillatore della vita, Vita mancata, Aurora, Natura, Infinito. Per arrivare all'Annientamento in vista della più difficile delle valli, quella della Permanenza".
La Compagnia della Fortezza si prepara al debutto dello spettacolo "Naturae. La Valle dell'Annientamento", in scena fra le mura del Maschio da domani al primo agosto dopo le terribili settimane che questo inverno hanno scatenato un potente cluster fra le celle, con i lavori dello spettacolo interrotti a marzo e ripresi a maggio. Troppo breve il tempo per realizzare il finale del grande romanzo epico e etico partito nel 2015 con le baraonde selvagge shakesperiane e le Babeli di Borghes, ed ecco che lo spettacolo sarà ancora un nuovo varco da trascendere per i protagonisti, 'Lui e il bambino'. Ne parliamo con il regista e drammaturgo Armando Punzo. Punzo, lo spettacolo non sarà un approdo. "Sarà la possibilità di approfondire i temi che dovevamo affrontare nel finale della saga, ma sono mancati due mesi e mezzo di lavoro. È l'idea di questo lungo viaggio dell'essere umano che ci ha consegnato Shakespeare, per arrivare ai 'personaggi-idea' di Borghes. È un viaggio per scoprire quelle qualità che normalmente teniamo segregate in un pozzo. E il nuovo spettacolo, di fondo, è un anelito alla felicità".
Perché "La Valle dell'Annientamento"?
"È un riferimento al 'Verbo degli Uccelli', è il distaccamento per raggiungere uno stadio di evoluzione al di sopra del bene e del male. Annientarsi per giungere alla possibilità di una felicità ed arrivare alla 'Valle della Permanenza', luogo dove mettere in pratica questa nuova Genesi che portiamo in scena dal 2015".
Quanto è stato arduo allestire lo spettacolo in un 2021 in cui il carcere è stato travolto dalla tempesta pandemica?
"Abbiamo avuto un cluster con più di 70 ammalati, gestito all'inizio con molte difficoltà, ma con grande professionalità. Ho ritrovato un carcere come quello di 30 anni fa, ancor più chiuso, nonostante l'impegno della direzione carceraria a tenere i contatti fra detenuti e loro cari. Alcuni detenuti sono rimasti 40 giorni, anche più, in isolamento nelle loro celle. Quel che abbiamo fatto è ritrovare gli orizzonti, rinascere per dare spazio a nuovi ragionamenti. È stato come rincominciare da capo. Abbiamo adattato il nostro lavoro combattendo con questa nuova difficoltà, arrivando probabilmente a capire ancora più in fondo dove stiamo arrivando adesso".
di Armando Di Landro
Corriere della Sera, 24 luglio 2021
La Caritas: così non reggiamo. Cooperative e associazioni hanno anticipato il possibile per continuare a offrire il servizio, che è ancora operativo: più di 500 persone sul territorio. Il prefetto: pronti nuovi pagamenti. Non è chiaro se le cause siano da imputare all'atavica lentezza dello Stato nei pagamenti sul territorio (nel 2014 la prefettura aveva accumulato 3 milioni di debiti solo per l'affitto dello stabile di Via Tasso) oppure alle conseguenze dell'inchiesta penale che, a partire dall'estate del 2020, ha svelato un sistema di malaffare reale o presunto risalente al 2017-2018, e già giudicato in primo grado con condanne per quanto riguarda la cooperativa Rinnovamento, della rete d'accoglienza dei richiedenti asilo. Ma i fatti sono chiari: solo a maggio e giugno di quest'anno la prefettura ha erogato alle cooperative il 50% delle risorse previste, e concordate con gli appalti, per il servizio di accoglienza di agosto, settembre, ottobre e novembre del 2019. Il resto, e cioè l'ultimo anno e otto mesi, non è ancora stato pagato.
Le risorse in questione sono quelle che un tempo corrispondevano ai 35 euro al giorno per ogni migrante e che invece, da fine 2019, si traducono in rette diverse, dai 18 ai 26 euro, in base alle dimensioni del centro da gestire. Complessivamente, per tutto il sistema dell'accoglienza sul territorio bergamasco, la somma dei fondi non percepiti da dicembre 2019 e già rendicontati è pari a dieci milioni di euro. Una cifra da suddividere tra tutti gli operatori del sistema, anche la cooperativa Rinnovamento che ha ospitato migranti fino a poche settimane fa.
Anche se la fetta principale riguarda l'associazione temporanea di imprese costituita da Diakonia, cooperativa Ruah e Il Pugno aperto, che stanno rischiando parecchio in termini finanziari avendo già anticipato su fornitori e personale.
La questione è delicata e lo sono anche i rapporti con la prefettura. "È un periodo in cui i pagamenti si fanno solo dopo un'attenta e scrupolosa verifica, anche in relazione all'inchiesta penale, e solo dopo aver ricevuto la documentazione che le cooperative devono presentare in modo puntuale - commenta il prefetto Enrico Ricci. Le cifre variano in relazione ai mesi e ai tipi di contratto. Posso dire che ci sono i pagamenti di una serie di mensilità pronti a partire". A intervenire, nella serata di ieri, è stato direttamente il direttore della Caritas, a cui Diakonia fa capo, don Roberto Trussardi: "Abbiamo il massimo rispetto per il prefetto e non vogliamo assolutamente fare o creare polemiche. Ma crediamo che in uno stato civile il lavoro fatto vada compensato, semplicemente questo. I fatti contemplati dall'inchiesta peraltro ricadono nel periodo 2017-2018, quella è un'altra storia. Così facciamo davvero fatica ad andare avanti e ci sono cooperative che stanno rischiando. Abbiamo scritto a molti politici bergamaschi, tutti restano basiti. Faremo in modo di muoverci ancora".
Forse il tema non ha più alcun appeal, per la politica. Ma l'accoglienza è ancora operativa. Solo nell'ultimo mese sono state ospitate da Diakonia e Ruah 37 donne, per lo più nigeriane. La recente revoca del servizio alla Rinnovamento ha portato, per esempio, a un nuovo carico di lavoro, con circa 70 nuovi ospiti. E in tutto, ancora oggi, sono più di 500 i migranti ospitati nei vari centri sul territorio: una cifra non certo indifferente se si pensa che, all'apice dell'emergenza, quando l'accoglienza era sotto i riflettori (anche politici) ogni giorno, erano circa 2.500 gli ospiti sul territorio.
Il prefetto ha lasciato intendere che le verifiche sono state minuziose, a prescindere dai governi che si sono alternati: una prima stretta sul flusso dei migranti era arrivata con Marco Minniti agli Interni negli ultimi mesi del 2017. Da giugno dell'anno successivo era stato Matteo Salvini a guidare il Viminale, fino a settembre del 2019, periodo che risulta in parte pagato. Poi, con il governo giallo-rosso, la guida era passata a Luciana Lamorgese. È quindi difficile intravedere ragioni meramente politiche nei rubinetti chiusi, che sono tali da più di un anno e mezzo. Alla cooperativa Ruah si parla, con preoccupazione, di "ridimensionamento". Tutto il sistema dell'accoglienza coinvolge più di un centinaio di operatori.
di Ludovica Tagliaferri
sicurezzainternazionale.luiss.it, 24 luglio 2021
Il presidente ecuadoriano, Guillermo Lasso, ha annunciato lo stato di emergenza nel sistema carcerario del Paese. Questa misura è stata decretata dopo i disordini verificatisi nello Stato latino-americano, mercoledì 21 luglio, che hanno causato una ventina di morti e quasi 50 feriti. Il Servizio nazionale per l'assistenza globale ai detenuti (Snai) ha riferito che, questo giovedì 22 luglio, si sono verificati nuovi incidenti a Cotopaxi e che sono stati ricatturati circa 78 evasi.
Dopo che Lasso ha confermato la sostituzione del capo della Snai, il generale Edmundo Moncayo, con il colonnello Fausto Cobo, ha comunicato che sono stati istituiti controlli militari e di polizia nelle prigioni e che "il Governo si impegnerà per imporre lo stato di diritto e garantire la pace e i diritti umani" nel carcere di Latacunga e Guayaquil. "In questi tempi difficili, voglio trasmettere un messaggio di sicurezza ai nostri cittadini. Dando pieno appoggio alle nostre forze dell'ordine, vi annunciamo che il Governo ha ripristinato il pieno controllo dei due centri di privazione della libertà, dove ieri notte ci sono stati scontri tra bande", ha affermato il presidente, sottolineando che le bande criminali che "intendono intimidire il Paese sbagliano se credono che il Governo non risponderà".
Lo scontro avvenuto nel carcere di Guayaquil ha registrato 8 detenuti morti e 3 agenti di polizia feriti, mentre la rissa nella prigione di Latacunga ha causato 41 feriti e la morte di almeno 10 detenuti, nonché danni alle aree amministrative del complesso carcerario. Nella prigione di Guayaquil sono detenuti diversi membri della banda Los Choneros, dedita all'estorsione, all'omicidio, al traffico di droga e ad altre attività criminali.
Il capo banda, Jorge Luis Zambrano, noto come "Rasquiña", aveva il controllo delle attività illecite che avvenivano nelle prigioni del Paese prima che venisse ucciso, il 28 dicembre 2020, in un centro commerciale situato nella città costiera di Manta, nella provincia di Manabí. Da quel momento, vari gruppi criminali hanno iniziato a contendersi il comando delle carceri del Paese. Il 23 febbraio, sono avvenuti scontri simultanei, considerati i più mortali degli ultimi anni. Secondo un bilancio riportato da Moncayo, le violenze avevano generato oltre 60 morti, di cui 33 a Mirador de Turi, 8 nella prigione di Cotopaxi e 21 nella Penitenciaría del Litoral, nella regione di Guayaquil.
In seguito agli scontri del 23 febbraio, l'ex presidente dell'Ecuador, Lenín Moreno, aveva riferito che circa 800 poliziotti si erano mobilitati per controllare e ristabilire l'ordine all'interno delle prigioni e aveva aggiunto che il sistema carcerario nazionale si trovava in stato di emergenza. "Il Ministero della Difesa deve esercitare un maggiore e rigoroso controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi nelle aree circostanti gli istituti penitenziari", aveva evidenziato il presidente.
Nel mese di aprile, nuovi scontri tra due bande di prigionieri erano avvenuti in 4 centri di detenzione nelle città di Guayaquil, Cuenca e Latacunga. Queste risse avevano provocato la morte di circa 80 detenuti e una ventina di feriti, generando un acceso dibattito sulle "presunte debolezze" delle forze di sicurezza dell'Ecuador incaricate di controllare le prigioni del Paese. Attualmente, il sistema carcerario dello Stato latino-americano ha una capacità di 29.000 detenuti in 60 strutture ma, ad oggi, contiene 38.000 prigionieri e ci sono circa 1.500 guardie a sorvegliarli.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 24 luglio 2021
"Inconcepibile che passi senza una discussione nell'Aula del Senato". La leader di +Europa: "Come già accaduto alla Camera, il voto non può avvenire solo attraverso le commissioni Esteri e Difesa". "Il rifinanziamento per l'addestramento della Guardia costiera libica deve coinvolgere tutti i senatori. È politicamente inconcepibile che passi con il solo via libera nelle commissioni Esteri e Difesa. Io sono e resto contraria alla collaborazione con i guardacoste libici".
Emma Bonino, ex ministra degli Esteri e commissaria Ue, senatrice e leader di +Europa, dà battaglia. Con un gruppo di senatori sta raccogliendo le firme che servono, secondo il regolamento di Palazzo Madama, per discutere in aula le missioni internazionali che hanno già avuto l'ok della Camera.
Emma Bonino, lei è contraria al supporto italiano alla Guardia costiera libica, perché?
"La strategia inaugurata con il memorandum Italia-Libia del 2017, proseguita con il riconoscimento della SaR (la zona di Search and Rescue) libica, con il decreto motovedette dell'estate 2018 e con queste missioni di supporto che ora si chiede di rinnovare, si regge su una finzione cui nessuno può più far finta di credere: che le autorità libiche siano in grado di salvare persone in mare garantendo il rispetto dei più basilari diritti umani. Le condizioni dei centri di detenzione, non chiamiamoli di accoglienza per favore, sono note a tutti, ne sono pieni i rapporti delle organizzazioni internazionali. Sono dei lager"
Dopo il via libera della Camera, ora al Senato cosa sta succedendo? Non si vota neppure in aula?
"Stiamo raccogliendo le firme necessarie, come prevede il regolamento, per portare il voto per il rifinanziamento in aula. Si tratta, in particolare per la Libia, di missioni politicamente delicate. È indispensabile coinvolgere la responsabilità di tutti i senatori".
Ma lei, ex ministra degli Esteri, profonda conoscitrice della situazione in quell'area, non ritiene che senza il presidio Libia, ci sia il caos migranti?
"Già oggi siamo di fronte a un caos migranti a una grave crisi umanitaria con decine di migliaia di persone recluse in condizioni inaccettabili. Carcerieri e trafficanti sono facce della stessa medaglia. Occorre rompere questo circolo vizioso senza rimandare decisioni che vanno prese oggi, non domani".
Non si rischia di dare ancora maggiore spazio a Turchia e Russia?
"Francamente non mi pare che la strategia seguita finora abbia evitato che la presenza di queste due potenze prendesse sempre più piede. Né ha favorito la stabilizzazione del Paese e tantomeno una transizione ordinata. Ora in vista delle elezioni di fine anno sarebbe importante cominciare a smantellare un sistema che ha stabilizzato più che altro gli attori principali del sistema di detenzione e di traffico degli esseri umani".
Della mediazione del Pd, di affidare cioè all'Europa dal prossimo anno l'addestramento dei guardacoste libici, cosa ne pensa?
"Che non è molto chiaro cosa voglia dire. La Ue già ora co-finanzia alcune missioni, del resto l'Ue non ha proprie forze armate da impiegare e sul ruolo di Frontex nel guidare e coordinare gli interventi dei guardia coste libiche ci sono pesanti dubbi e non del tutto infondati. In ogni caso il punto è cambiare strategia e il nostro Paese deve continuare ad assumersi le proprie responsabilità, ma senza mollare su principi fondamentali e senza nascondersi dietro l'Ue".
Naufragi, arrivi di migranti, l'hot spot di Lampedusa al collasso. Come cambiare le politiche migratorie?
"In estrema sintesi gli ambiti di intervento sono due: una nuova politica europea dell'asilo che passi da una modifica del Regolamento di Dublino, che includa redistribuzione obbligatoria cioè un vero vincolo di solidarietà e responsabilità per tutti gli stati membri. Nel Mediterraneo centrale andrebbe attivata una vera missione di salvataggio. In ambito nazionale c'è ancora da cambiare la legge italiana sull'immigrazione (Boss- Fini) per creare davvero quei canali legali di ingresso di cui tutti parlano e per consentire in modo permanente la regolarizzazione di chi è qui e ha concrete possibilità di inserimento lavorativo e sociale. Con Riccardo Magi abbiamo appena chiesto che alla Camera riprenda l'iter della proposta di legge "Ero Straniero"".
Draghi dovrebbe fare di più?
"Draghi con la sua autorevolezza può favorire il raggiungimento di soluzioni condivise di riforma a livello europeo ma come sappiamo non è affatto facile trovare l'unanimità su questi temi. Anche in Italia può dare un contributo affinché il tema immigrazione che negli ultimi anni è stato al centro di un'enorme strumentalizzazione sia affrontato con un po' meno di demagogia. E il Parlamento deve fare la sua parte".
di Emanuele Bonini
La Stampa, 24 luglio 2021
L'ente statistico europeo: gli stranieri non rubano il lavoro, semmai se lo meritano perché più bravi dei colleghi non stranieri. "Gli stranieri ci rubano il lavoro". È questa una delle argomentazioni più diffuse per chiudere la porta in faccia ai migranti, che Eurostat smentisce e derubrica nei fatti alla voce "fake-news". L'istituto di statistica europeo corregge l'affermazione tanto usata da un certo tipo di politica: gli stranieri non rubano il lavoro, semmai se lo meritano perché più bravi dei colleghi non stranieri.
Lo dicono i numeri. Nel 2020, il tasso di sovra-qualificazione dell'UE era del 41,4% per i cittadini non comunitari e del 32,3% per i cittadini di altri Stati membri dell'UE. Vuol dire che a parità di posto di lavoro, il forestiero, che sia marocchino, romeno, o bulgaro ha perlomeno una marcia in più rispetto a un italiano.
"I cittadini stranieri occupati hanno maggiori probabilità dei cittadini del Paese in cui si trovano di essere troppo qualificati per il loro lavoro", sostiene Eurostat. In Italia gli italiani rischiano dunque di non reggere la concorrenza straniera dei migranti. Anche qui i numeri non giocano a favore di chi sbandiera il patriottismo. Tra gli Stati membri dell'UE, la quota più elevata di cittadini extracomunitari sovra-qualificati è stata registrata nel 2020 in Grecia (71,6%), seguita da Italia (66,5%).
Ecco che i migranti, anche extracomunitari, risultano essere una risorsa, che in quanto tale andrebbe integrata, innanzitutto nel mondo del lavoro. La politica del "prima gli italiani" andrebbe quindi applicata alla formazione professionale, così da rendere gli italiani a prova di concorrenza straniera. Ragionamento valido anche per gli altri Paesi dell'Unione europea, oggetto delle stesse dimaniche. La manodopera straniera tende a essere più efficiente e competitiva di quella nazionale ovunque.
Eurostat non entra nel merito di questioni sensibili legati a immigrazione e lavoro. I dati suggeriscono da una parte la non competitività dei costi salariali e l'impossibilità di assunzione per gli stranieri. In altri termini, un lavoratore troppo qualificato costa troppo, e può quindi rimanere escluso. Ma c'è l'altra faccia della medaglia. Dall'altra parte un lavoratore straniero rischia di essere pagato meno di un collega nazionale, rispetto al quale ha più capacità. È il fenomeno del cosiddetto dumping sociale, che opera una discriminazione anche nei confronti del migrante, pagato meno di quello che meriterebbe per le capacità e le competenze che ha. Ancora, a parità di curriculum ed esperienza, lo straniero è quello che può accettare di più accordi al ribasso, e il datore di lavoro può essere attratto dalla convenienza di bravi dipendenti a costi più concorrenziali.
L'Italia non deve temere solo i lavoratori extracomunitari. L'appartenenza all'UE, che non ostacola i migranti economici, in termini lavorativi costa agli italiani se si guarda al merito, quello vero. Per i cittadini di altri Stati membri dell'UE, le quote più elevate di lavoratori sovra-qualificati sono state registrate in Italia (47,8%), Cipro (47,7%) e Spagna (47,2%). Lo Stivale è il primo per maggior tasso di lavoratori anche troppo qualificati per uno stesso impiego che potrebbe ricoprire un nazionale.
L'Italia non è comunque un fenomeno isolato. Al contrario, è la conferma di una tendenza generale. I lavoratori nazionali sono ovunque, nell'UE, i meno qualificati di quelli stranieri utilizzati nel mercato del lavoro con contratto regolare, secondo i dati Eurostat. Questo sembra indicare che chi si reca all'estero ha capacità da vendere, e che in realtà non è vero che "gli stranieri rubano il lavoro". Sono semplicemente più bravi, e questo vale per i tanti italiani all'estero.
Non finisce qui. Nell'Europa che dichiara guerra alla discriminazione di genere, Eurostat dice chiaramente che sulla base dei dati 2020 "le donne avevano maggiori probabilità di essere troppo qualificate rispetto agli uomini, indipendentemente dalla cittadinanza". Un qualcosa su cui dover lavorare.










