di Nicolò Delvecchio
tag43.it, 24 luglio 2021
Tanti sono i detenuti uiguri e di altre minoranze rinchiusi nel carcere più grande della Cina. Uno dei centri di rieducazione che il governo di Pechino ha declassato a prigione comune. Il reportage di Ap.
L'Associated Press ha ottenuto l'accesso in un centro di detenzione dello Xinjang, dove gli uiguri sono "rieducati". I detenuti uiguri erano seduti in file tutte uguali, con le gambe incrociate nella posizione del loto e la schiena dritta, numerata ed etichettata, guardavano una tv che trasmetteva immagini sgranate in bianco e nero della storia del Partito Comunista Cinese. A riportarlo l'Associated Press, prima testata occidentale in grado di entrare in un centro di detenzione dello Xinjiang, nell'ovest del Paese. I giornalisti dell'Ap hanno visitato il centro Urumqi 3 a Dabancheng, il più grande della Cina, che si estende su 89 ettari di terreno (il doppio del Vaticano) e sarebbe in grado di ospitare fino a 10 mila prigionieri, malgrado numeri ufficiali non siano stati forniti. All'edificio, come si vede dalle immagini satellitari pubblicate dall'agenzia americana, ne sono stati aggiunti altri nel corso degli anni.
La Cina, la guerra al terrore e la repressione degli uiguri - Quattro anni fa Pechino ha iniziato una dura repressione (giustificata come "guerra al terrore") nei confronti delle minoranze cinesi per lo più musulmane, dopo attentati e accoltellamenti da parte di alcuni estremisti uiguri originari dello Xinjiang. L'aspetto più controverso di questa repressione è rappresentato proprio dai "centri di formazione professionale", descritti dagli ex detenuti come dei brutali campi di internamento in cui si è sottoposti a violenze, torture e lavaggio del cervello per rigettare la propria cultura, e la propria religione, e imparare storia e tradizioni del Partito comunista. Più di un milione tra uiguri, kazaki e altri cinesi musulmani sono stati internati nel corso degli anni.
Se però è vero che la Cina ne ha chiusi alcuni, altri sono stati semplicemente convertiti in prigioni, o strutture di custodia cautelare, come quello Urumqi 3. Ne sono stati poi costruiti altri di nuovi, come quello da 34 ettari non lontano dal campo visitato dai giornalisti dell'Ap. In questo modo, trasformandoli in classiche carceri, Pechino può "legalizzare" i centri e continuare la repressione delle minoranze rispettando la legge. Restano i motivi assolutamente arbitrari per cui la gente viene incarcerata, dal portare con sé icone religiose allo scaricare sul cellulare app non consentite, come WhatsApp. Alcuni sono stati arrestati per essere andati all'estero.
Urumqi 3 era un centro di formazione, anche se Pechino lo nega - Durante il tour del campo 3, i funzionari hanno ripetutamente preso le distanze dai "centri di formazione" che Pechino afferma di aver chiuso. "Non c'era alcun collegamento tra il nostro centro di detenzione e quelli di addestramento", ha insistito il direttore dell'Ufficio di pubblica sicurezza di Urumqi, Zhao Zhongwei. "Non ce n'è mai stato uno qui intorno". Addirittura, i funzionari hanno anche affermato che Urumqi 3 è la prova dell'impegno della Cina per lo stato di diritto e per la riabilitazione dei condannati: ai detenuti sono forniti pasti caldi, gli viene consentito di fare esercizio fisico, sono assistiti legalmente e sono "aiutati", attraverso videolezioni, a capire perché hanno sbagliato. I diritti sono protetti, dicono i funzionari, e solo i trasgressori devono preoccuparsi della detenzione.
"Un rapporto della Bbc diceva che questo era un campo di rieducazione. Non lo è, è un centro di detenzione", ha detto Liu Chang, un funzionario del ministero degli Esteri. Tuttavia le prove confermano che il n. 3 era davvero un campo di internamento. Un'immagine Reuters dell'ingresso, scattata nel settembre 2018, mostra che la struttura si chiamava "Centro di istruzione e formazione professionale di Urumqi". I documenti pubblicamente disponibili raccolti da Shawn Zhang, uno studente di giurisprudenza in Canada, confermano che un centro con lo stesso nome è stato commissionato per essere costruito nella stessa posizione nel 2017. I registri mostrano anche che il colosso cinese Hengfeng Information Technology ha vinto un appalto da 11 milioni di dollari per l'allestimento del "centro di formazione" di Urumqi.
La vita in un centro per uiguri - La sala di controllo del centro è tappezzata di schermi, che coprono la stanza da parete a parete e riportano ciò che avviene in ogni cella. Un altro pannello, invece, è fisso su Cctv, la tv statale mostrata ai detenuti. "Controlliamo ciò che guardano", ha detto Zhu. "Possiamo vedere se infrangono i regolamenti, o se provano a ferirsi o uccidersi". Ma il centro trasmette anche delle lezioni video per insegnare ai detenuti lezioni sui crimini commessi: "Bisogna far capire perché non si uccide, e perché non si ruba".
Molti detenuti, secondo i loro parenti, sono stati condannati con accuse false, e gli esperti avvertono sulla poca trasparenza del sistema legale dello Xinjiang. Sebbene la Cina renda facilmente accessibili i registri legali, quasi il 90 per cento dei casellari giudiziari nello Xinjiang non sono pubblici. I pochi disponibili mostrano che alcuni sono accusati di "terrorismo" o "separatismo" per atti che pochi considererebbero criminali, come mettere in guardia i colleghi dal guardare porno, imprecare o pregare in prigione. Alcuni uiguri sono stati obbligati a firmare confessioni per quelle che le autorità definiscono "attività terroristiche", anche se alcuni sono stati poi rilasciati. Altri no: i rapporti della polizia ottenuti da Intercept descrivono in dettaglio il caso di otto uiguri, arrestati per aver letto testi religiosi, installato applicazioni di file sharing o semplicemente per essere "persone inaffidabili". Sono stati condannati da due a cinque anni di "studio".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 23 luglio 2021
Ai temi della sicurezza e della giustizia ha dedicato una parte della sua vita. Figlio di Efisio Zanda Loy (capo della polizia dal 1973 al 1975), portavoce di Francesco Cossiga al Ministero dell'Interno (1976-1978) ed alla Presidenza del Consiglio dei ministri con il primo e secondo governo Cossiga (1979-1980), il senatore Luigi Zanda, rieletto in questa legislatura a Palazzo Madama, dal marzo 2013 al marzo 2018 è stato presidente del Gruppo del Partito democratico al Senato. Con Il Riformista, Zanda affronta un tema caldo: quello della giustizia.
di Cristina Ornano*
huffingtonpost.it, 23 luglio 2021
Serve una forte azione culturale e pedagogica che formi in modo permanente gli operatori di Polizia penitenziaria. Il Premier Draghi e la Guardasigilli Cartabia hanno promesso un radicale cambiamento di passo nelle politiche in materia di pena e di carcere. Auspichiamo che alle parole seguano i fatti e che dopo la giusta indignazione seguita ai gravi fatti di Santa Maria Capua Vetere, queste violenze e queste torture non siano rassegnate alla memoria collettiva come un episodio eccezionale, del quale si sono resi responsabili le ormai così bollate "mele marce" e che come tale sia un unicum destinato a non ripetersi.
di Aldo Maturo*
studiocataldi.it, 23 luglio 2021
Per tanti il carcere è diventata una moda e una merce facilmente vendibile. Quando in un convegno di parecchi anni fa gli operatori penitenziari dissero che le nostre carceri erano le più civili del terzo mondo parlarono come sovversivi ad una platea assente e distratta che ha continuato ad ignorarli per anni. Ora che i politici hanno scoperto che le carceri italiane hanno raggiunto un livello di disumanità da non ritorno, i più ottimisti possono sperare che sta per cambiare qualcosa. In realtà il gioco delle parti continua con l'unica conseguenza che il carcere continua ad affondare.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 luglio 2021
Intervista a Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, ricorda l'ex capo del Dap e magistrato anti terrorismo scomparso ieri a 88 anni. "Non era certo contro l'emergenzialismo però considerava l'emergenza tale: transitoria. Perciò era critico verso quei provvedimenti che poi diventavano stabili".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 luglio 2021
Un magistrato, tre direttori, due comandanti e due dirigenti per sei mesi di indagini. In quei giorni morirono 12 detenuti. "Una Commissione ispettiva per fare luce sull'origine delle rivolte dei detenuti avvenute negli istituti nel marzo 2020, sui comportamenti adottati dagli operatori penitenziari per ristabilire l'ordine e la sicurezza e su eventuali condotte irregolari o illegittime poste in essere". Ad annunciarla è il ministero di Giustizia che ha voluto così rispondere - tardivamente, ça va sans dire - alle richieste di fare luce su quei 12 detenuti morti durante e dopo le rivolte scoppiate alle prime misure restrittive anti-Covid e sedate dalla polizia penitenziaria.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 luglio 2021
La discussione inizierà alla Camera venerdì prossimo. La sottosegretaria M5S per il Sud Dalila Nesci ai suoi: "No allo strappo sulla riforma su cui i nostri ministri hanno già mediato a palazzo Chigi". Sulla riforma della giustizia verrà posta la fiducia. È quanto emerge dal consiglio dei ministri che si è tenuto questo pomeriggio sul green pass ma nel quale è stato affrontato anche il nodo della riforma del processo penale. Ed è stata proprio la Guardasigilli Marta Cartabia a chiedere l'autorizzazione a porre la questione di fiducia in Parlamento, dove il provvedimento approderà il 30 luglio. Autorizzazione che è stata concessa dal Cdm.
Intanto con un voto a maggioranza nella sesta commissione del Csm, che valuta le riforme del governo, arriva un parere critico sulla riforma della giustizia. Il testo, appena approvato, dovrà essere discusso e votato dal plenum. Ma il presidente della commissione, il laico di M5S Fulvio Gigliotti, rende pubblica una prima anticipazione di cui dà notizia l'Ansa. Dice Gigliotti: "Riteniamo negativo l'impatto della norma". Perché comporta "l'impossibilità di chiudere un gran numero di processi". Il presidente della commissione anticipa ancora che "la disciplina non si coordina con alcuni principi dell'ordinamento come l'obbligatorietà dell'azione penale e la ragionevole durata del processo".
Il testo, che ha impiegato una decina di giorni per essere messo a punto, ha visto il voto favorevole del presidente Gigliotti e dei consiglieri della sinistra di Area Elisabetta Chinaglia e Ciccio Zaccaro e di Sebastiano Ardita. Astenuti invece il laico di Forza Italia Alessio Lanzi e la consigliera di Magistratura indipendente Loredana Micciché. In mattinata, a Radio anch'io, il vice presidente del Csm David Ermini aveva detto che l'allarme dei procuratori "è un richiamo su cui bisogna mettere attenzione". E ancora che nella riforma esistono "alcune criticità tecniche soprattutto sui tempi dell'Appello".
La riforma in aula il 30 luglio - Comincerà venerdì 30 luglio, nell'aula della Camera, la discussione sulla riforma della giustizia. A deciderlo sono stati i capigruppo di Montecitorio riuniti con il presidente Roberto Fico. Il rinvio del provvedimento si presenta inevitabile, rispetto all'originaria convocazione per domani, dopo la richiesta del presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni di M5S, costretto al rinvio perché non è ancora cominciata la discussione sui 1.631 subemendamenti - ben 917 di M5S - presentati sui 21 emendamenti all'originaria riforma, assunta come testo base, dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Stiamo parlando della riforma del processo penale che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell'improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione. In queste ore è in corso la trattativa sulla possibilità di introdurre una norma transitoria, proposta dalla capogruppo del Pd Debora Serracchiani per cui la riforma, fino al 2024, funzionerebbe con 3 anni per i processi di Appello, mentre poi a regime gli stessi dibattimenti dovranno durare due anni, e tre solo per i reati più gravi. M5S ha bocciato come "troppo poco" la proposta rispetto alle sue critiche alla riforma. Proseguono i contatti per raggiungere un accordo.
A questo punto però è inevitabile che la discussione e il voto sulla riforma slittino alla prima settimana di agosto. Ma, come ha ribadito più volte il premier Mario Draghi, la sua intenzione è di chiudere assolutamente il prima possibile. Già oggi, in consiglio dei ministri, Draghi potrebbe affrontare il tema della questione della fiducia. In ogni caso, poiché il semestre bianco parte dal 3 agosto, e la politica entra nel periodo in cui non è più possibile sciogliere le Camere, il voto avverrebbe già in quel periodo, come del resto quello successivo al Senato che non potrebbe cadere prima di settembre.
Ma il rinvio scatena le polemiche sia di Matteo Salvini che di Enrico Costa di Azione. Il primo invita Draghi "a tirare dritto" perché "spiace che Pd e 5stelle stiano rallentando sulla giustizia, come sulla riforma fiscale o della burocrazia. Noi dobbiamo tornare a correre, a vivere. Quindi 900 emendamenti dei 5stelle per bloccare una delle riforme più importanti del governo non sono un buon servizio". Costa invece ricorda che "la riforma del processo penale era calendarizzata in aula Camera il 28 giugno: rinviata. Poi il 23 luglio: rinviata. M5S sta tenendo in ostaggio il governo. Il tempo è scaduto. Si vada avanti, senza Conte e i grillini. Ed il Pd smetta di inseguirli".
Il pianeta M5S sulla giustizia intanto è nella massima agitazione. Continua il richiamo - da parte del fronte di Conte e Bonafede - alle parole dei procuratori Gratteri e Cafiero De Raho, molto duri nelle audizioni in commissione Giustizia, contro la riforma Cartabia, che "farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia". Però, a fronte delle critiche alla riforma di molti grillini, oggi la sottosegretaria per il Sud Dalila Nesci in un'intervista al Mattino dichiara che lo strappo sulla giustizia "non è la soluzione". Aggiunge che "governo e Camere sono già al lavoro per trovare una mediazione". Per Nesci "la giustizia è un patrimonio democratico universale su cui ci sono sensibilità diverse". E ancora: "L'obiettivo è quello di non smantellare la riforma Bonafede. Ma è altrettanto vero che il Guardasigilli non è più del Movimento. In democrazia bisogna saper mediare e i nostri ministri in Cdm lo hanno fatto benissimo".
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 23 luglio 2021
Il premier: non è minaccia di voto. Cartabia apre sull'improcedibilità. Primo no dal Csm. Mario Draghi definisce "un passaggio abbastanza rapido" l'esame in Consiglio dei ministri della riforma del processo penale. Quando si presenta in conferenza stampa l'annuncio è di questo tenore: "Ho chiesto l'autorizzazione di porre la fiducia". Il premier spiega le ragioni della scelta: "C'è stato un testo approvato all'unanimità in consiglio dei ministri e questo è un punto di partenza, siamo aperti a miglioramenti di carattere tecnico".
In sostanza la posizione del premier non muta rispetto all'incontro con il presidente in pectore dei 5 Stelle Giuseppe Conte. L'esecutivo e il ministro della Giustizia Marta Cartabia restano "molto disponibili" al confronto. In particolare, osserva, "c'è tutta la buona volontà ad accogliere emendamenti che siano di carattere tecnico e non stravolgano l'impianto della riforma e siano condivisi. Non mi riferirei solo agli emendamenti di una parte, perché ci sono anche altre parti".
Il nodo aperto resta sempre quella della prescrizione sulla quale i 5 Stelle non intendono recedere. Di più: Conte ha dichiarato che il M5S sarà vigile "per evitare sacche di impunità". La risposta di Draghi è perentoria: "Nessuno vuole sacche di impunità, bene processi rapidi e tutti i colpevoli puniti, è bene mettere in chiaro da che parte stiamo".
Sia come sia, Draghi richiede una sorta di fiducia preventiva, nella speranza che nelle prossime ore possano rientrare tutti i mal di pancia. C'è, però, un dato: il testo arriverà in aula, a Montecitorio, il 30 luglio, a quattro giorni dall'inizio del semestre bianco. Si tratta dei sei mesi che precedono l'elezione del Capo dello Stato nel corso dei quali non è possibile sciogliere le Camere. "Chiedere la fiducia può avere delle conseguenze diverse prima del semestre bianco o durante il semestre bianco, ma la diversità è molto sopravvalutata. Chiederla cinque o sei giorni prima è come chiederla durante, perché i tempi per organizzare una consultazione elettorale non ci sarebbero comunque. Una riforma come quella della giustizia deve essere condivisa ma non è giusto minacciare un evento, la consultazione elettorale, se non la si approva". Duro il commento di Giorgia Meloni (FdI): "Il Governo sostenuto dal 90% del Parlamento che pone il voto di fiducia su ogni provvedimento fa molta tenerezza".
Al fianco di Draghi c'è Marta Cartabia. La titolare del dicastero della Giustizia mette in chiaro: "La ricerca di un punto di mediazione non è una novità di oggi, non inizia dopo il Consiglio dei ministri di oggi ma è il tratto metodologico con cui abbiamo affrontato un tema che sapevamo essere difficile". Si tratta, insiste, di "una riforma complessiva della giustizia che ha uno scopo: quello di abbreviare i processi anche per evitare le zone di impunità".
E a chi lamenta la possibile interruzione di processi importanti, Cartabia apre: "Questa è una preoccupazione molto seria che anche il governo ha avuto fin dall'inizio e sulla quale si stanno valutando questi accorgimenti tecnici". Non a caso, insiste, "per le corti d'Appello in difficoltà, che sono 7, interverremo con strumenti ad hoc perché nessuno possa essere in condizioni di dire non posso chiudere un processo in due anni o in tre anni".
Un messaggio che viene accolto positivamente dall'entourage di Conte. "Significa - confidano - che il governo ha preso atto delle difficoltà tecniche presenti nella riforma Cartabia". Le stesse fonti riferiscono poi che Conte è in stretto contatto con il premier e con la Cartabia e il M5S starebbe offrendo anche alcuni soluzioni tecniche. Intanto, dal Csm arriva una prima bocciatura della norma sulla improcedibilità presente all'interno della riforma. La Sesta Commissione ha approvato con 4 voti a favore e 2 astensioni, un parere contrario.
di Enrico Sbriglia*
secoloditalia.it, 23 luglio 2021
Caro Direttore, oggi per me è "dies nigro signando lapillo", è una giornata tra le più tristi. Alcune ore fa avevo appreso da una cara amica, come me componente del Centro Europeo di Studi Penitenziari di Roma (www.cesp-europa.org), la notizia della morte di Nicolò Amato, un'icona enorme nella mia piccola storia umana e professionale.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 23 luglio 2021
I dem avvertono gli alleati: sulla giustizia oltre questo non si va. Le geometrie variabili del premier contro le sabbie mobili. È stato Draghi a chiedere in Consiglio dei ministri l'autorizzazione a porre la questione di fiducia sulla riforma della giustizia. Di solito tocca al responsabile per i Rapporti con il Parlamento celebrare il rito. Se ieri il premier ha rotto il cerimoniale è perché voleva caricare il gesto di valenza politica, far capire che non si lascerà irretire da chi immagina di usare il semestre bianco per trascinarlo nelle sabbie mobili insieme al provvedimento scritto dalla Cartabia. Così i grillini hanno scoperto che, aspettando l'ora X, sono finiti nel pantano. Deve averlo capito Conte, al termine di una telefonata con Draghi definita "critica" da un ministro. Di sicuro l'ha compreso l'intera delegazione Cinquestelle al governo, che davanti ai colleghi è parsa "in grave difficoltà".
Il tentativo di agguato sulla giustizia si sta trasformando per il Movimento in una trappola. Le loro mosse politiche sono schizofreniche: i ministri di M5S che nei giorni scorsi erano stati di fatto sfiduciati dal loro leader per aver approvato il testo della riforma, a loro volta ieri hanno di fatto preso le distanze da Conte, accettando la richesta del premier senza opporre resistenza. È vero che Draghi ha detto di "attendere" eventuali proposte migliorative del testo, "purché siano condivise da tutta la maggioranza". Ma è altrettanto vero che ha rimarcato come lo strumento della fiducia venga usato quando le distanze sono "incolmabili". Spazzando così via le voci che si erano inseguite su un nuovo patto con M5S senza il benestare dell'intera coalizione.
Stavolta non si ripeterà quanto accaduto nel precedente Cdm. E senza un'intesa, Draghi si appresta ad applicare la dottrina delle "maggioranze a geometrie variabili" di cui aveva parlato in un colloquio riservato un paio di mesi fa, consapevole che "su alcune cose potrò non avere il consenso di alcuni e su altre di altri". È questo l'antidoto al semestre bianco, immaginato come potenziale luogo d'agguato da partiti in affanno e senza strategia. E che questa tattica di logoramento si stesse per mettere in atto era stato chiaro sul decreto Semplificazioni, visti certi giochetti tra grillini e democratici in commissione contro il ministro Cingolani. Perciò il governo ha posto la fiducia.
L'atteggiamento del premier non risparmia nessun alleato. Sulla campagna di vaccinazione ieri ha usato toni durissimi verso Salvini, dopo aver prorogato lo stato di emergenza fino a dicembre e ottenuto che il decreto anti-Covid prevedesse il green pass, in modo da stare in linea con le misure concordate con i partner europei. In Consiglio dei ministri era toccato a Giorgetti spiegare le ragioni della Lega, ma il fatto stesso che dopo aver posto i problemi avesse proposto anche le soluzioni - cioè i ristori per le categorie in difficoltà - testimonia un accordo preventivo. Questo prevede il protocollo dei rapporti con Draghi, che non fa eccezioni.
Se così stanno le cose, si capisce perché sulla giustizia non farà sconti al Movimento e ai suoi supporter fuori dal Parlamento. Quel "nessuno vuole sacche di impunità" era rivolto ai magistrati che criticano la riforma "salva-ladri", e anche al Csm che ha bocciato le norme scritte dal Guardasigilli. "In un comunicato - ha commentato Costa di Azione - il grillino Gigliotti ha scritto che i tempi per l'appello sono troppo brevi e che la riforma contrasta con la ragionevole durata dei processi. Ha detto cioè una cosa e il suo contrario. Era in Bonafede o in malafede?". La domanda chiama un'altra domanda, posta dal leghista Molinari: "Ma cosa ha concordato Conte con Draghi? Perché o lui non controlla i gruppi di M5S o ha preso il premier per il c...".
I dem sperano di capirlo presto, siccome sudano freddo all'idea che la bomba grillina gli esploda in mano. Letta ha iniziato una manovra di sicurezza, accodandosi a Draghi sul voto della Camera "prima della pausa estiva". Ma l'ipotesi che sia il governo a fare la mediazione non regge, se è vero che il Pd si è intestato la mission con l'offerta a Conte di una "norma transitoria" per varare la riforma. E ieri uno degli sherpa democrat alla Camera schiumava rabbia parlando con un esponente della commissione Giustizia: "Oltre questo non si può andare. Se lo capiscono, bene. Se rompono, raccogliamo tutti gli emendamenti messi da parte, dalle intercettazioni all'abuso di ufficio, e andiamo avanti". Bum.
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