di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 13 giugno 2021
Ai detenuti condannati per i reati di violenza contro le donne viene offerto di partecipare a sedute di "trattamento psicoeducativo". "Fanno autocritica".
Andrea Donaglio, ancora non se lo spiega: "Possibile che non capissi ciò che comunque era chiaro senza tante spiegazioni?". Gli sembra davvero difficile da credere. Ma almeno finalmente adesso lo sa, che dentro di sé tutto partiva "da un atteggiamento di superbia che in realtà mascherava insicurezza e carenza di autostima". Ecco, le ragioni della violenza sulle donne spiegate da chi l'ha commessa. E che spesso l'ha fatto nel modo più feroce e irreparabile.
Andrea Donaglio - Ciascuno confida le proprie ragioni a tutti gli altri, in una sorta di terapia di gruppo che da qualche tempo viene portata avanti all'interno di alcune carceri del Veneto. Guidati da psicologi e operatori, i detenuti ascoltano altri detenuti, affrontando le confessioni più intime. "Ritrovandomi in alcuni aspetti definiti scorretti, prevaricanti, violenti - arriva ad ammettere Donaglio - ho provato un senso di vergogna".
A Spinea nessuno ha scordato il suo nome: Andrea Donaglio è il professore di chimica che il 6 luglio 2010 massacrò con oltre sessanta coltellate la sua ex fidanzata Roberta Vanin. Un femminicidio per il quale sta scontando una condanna a sedici anni di reclusione al Due Palazzi di Padova. Ed è chiuso lì dentro, che s'è ritrovato a essere uno dei partecipanti a quello che lo psicoterapeuta Antonio Di Donfrancesco definisce "un ciclo di incontri di tipo psicoeducativo durante il quale si parla degli effetti che la violenza ha sulle vittime e di come nasce l'aggressività. L'obiettivo è di arrivare al punto che l'autore degli abusi ne comprenda le dinamiche, scoprendo così che è possibile interpretare un modello diverso di maschilità".
Gli incontri - In un lungo articolo su Ristretti Orizzonti, la rivista carceraria, Donaglio ha spiegato come, attraverso quegli incontri, trova "la conferma dell'importanza basilare di saper gestire le proprie emozioni. Senza sviluppare questa capacità prima o poi ci si schianta, col rischio di coinvolgere altri in questa forma di autolesionismo". Al Due Palazzi sono già tre anni che ai detenuti - specie quelli che scontano condanne per femminicidi e reati di maltrattamenti in famiglia - viene offerta l'occasione di partecipare a sedute di "trattamento psicoeducativo"; da quest'anno il servizio si è allargato al "Baldenich" di Belluno. Oltre a Di Donfrancesco, gli incontri vengono condotti dalla psicologa Nicoletta Regonati e dal counselor Fabio Ballan, operatore del servizio "Cambiamento maschile" di Montebelluna.
Un "fenomeno trasversale" - "Quello della violenza sulle donne - spiega Regonati - è un fenomeno trasversale. In carcere ci finiscono ragazzi poco più che maggiorenni e pensionati, laureati e semianalfabeti. E questo perché gli abusi hanno radici che affondano in fattori diversi. C'è chi ha avuto genitori aggressivi e chi sente di non avere scelta e vuole il controllo dell'altro, magari per un senso di superiorità del maschio sulla femmina". Attraverso ventiquattro incontri in carcere - due ore la settimana, che possono proseguire anche all'esterno, quando il detenuto ha finito di scontare la pena - gli psicologi puntano a far sviluppare all'autore dei maltrattamenti un senso di autocritica. "Il 90 per cento di chi accetta di partecipare - assicura Ballan - continua a mantenere un comportamento non violento anche dopo la scarcerazione".
L'impiegato trevigiano - È stato così anche per un impiegato trevigiano che nel 2013 tentò di uccidere la moglie, per fortuna senza riuscirci. "Tenevo tutto dentro - ci racconta - nella convinzione che parlarle dei miei problemi fosse un segno di debolezza. E alla fine, come una pentola a pressione, sono scoppiato arrivando al punto di scaricarle addosso la colpa di tutto...". Chiede di restare anonimo perché, assicura, "in tanti ricordano ciò che ho fatto e ogni volta che il mio nome esce sui giornali, scoppia un putiferio".
Sia chiaro: gli incontri con gli psicologi gli sono serviti a capire che "la responsabilità era solo mia e, anche se non posso tornare indietro e correggere i miei errori, almeno adesso so che non sbaglierò più". Scontata buona parte della pena, e complice la buona condotta, ora è libero. "Ho chiesto scusa in lacrime alla mia ex e credo abbia capito che il mio pentimento è sincero. Oggi ho una nuova compagna alla quale parlo di tutto: assieme sapremo affrontare ogni difficoltà".
consiglioveneto.it, 13 giugno 2021
La commissione Sanità e Sociale del Consiglio veneto, presieduta da Sonia Brescacin (ZP) ha approvato all'unanimità la relazione del Garante regionale per i diritti della persona sull'attività svolta nel 2019.
Una media di tre fascicoli al giorno, 394 istanze di accesso agli atti della pubblica amministrazione, ricerca di un tutore per 422 minori, in gran parte stranieri non accompagnati, 223 casi di affido, conflitto genitoriale o criticità nei servizi per l'infanzia affrontati con interventi mediazione, orientamento, ascolto istituzionale, 53 richieste di intervento da parte di detenuti relativamente alle condizioni di vita carceraria e di salute o di accesso a visite familiari, opportunità di lavoro o di studio: questi i numeri che sintetizzano l'attività di un anno del Garante regionale per i diritti della persona, impersonato in Veneto dal 2015 ad oggi da Mirella Gallinaro, già responsabile dell'Ufficio legislativo del Consiglio veneto.
Figura unica di garanzia istituita con lo Statuto regionale nel 2012, il Garante accorpa le funzioni del Difensore civico e del Pubblico tutore dei minori (il Veneto fu la prima regione d'Italia nel 1988 a creare il tutore per l'infanzia) con quelle del Garante per le persone private di libertà personale. L'attività del Garante regionale, che utilizza prevalentemente gli strumenti della mediazione, della conciliazione e della 'moral suasion', ha dedicato particolare attenzione sulle problematiche dell'infanzia: ha formato con appositi corsi centinaia di volontari disponibili ad assumere la funzione di 'tutore dei minori' (725 quelli disponibili nel 2019, quasi 1500 i volontari formati dal 2004 ad oggi), in particolare nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (che costituiscono l'85 per cento dei 407 minori interessati); ha esercitato interventi istituzionali di mediazione, ascolto e orientamento in 223 casi di minori in difficoltà per fragilità della famiglia, disomogeneità e carenza di personale dell'organizzazione nei servizi, conflitti genitoriali, difficoltà di trovare strutture accoglienti nei casi di disabilità, contenziosi tra Comuni e strutture di accoglienza per il pagamento delle rette.
Altro ambito di particolare impegno per il Garante regionale è la situazione carceraria: a fine 2019 nei nove istituti penitenziari del Veneto erano detenute 2672 persone, 730 in più rispetto alla capienza regolamentare di 1942 posti, con un indice di sovraffollamento del 138 per cento, superiore di 18 punti alla media nazionale. Oltre a farsi carico di 53 istanze personali presentate da altrettanti detenuti, il Garante regionale è intervenuta con visite di monitoraggio non annunciate, facendo rete con i Garanti comunali dei detenuti, promuovendo un nuovo protocollo per l'accoglienza di madri con bambini nel carcere femminile di Venezia e collaborando con l'Osservatorio permanente interistituzionale sulla salute in carcere istituito in Veneto.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Primi due indagati nell'inchiesta: sono il direttore della struttura e un medico. Cambia indirizzo (giuridico) l'inchiesta sulla morte di Moussa Balde, il ragazzo di 23 anni, originario della Guinea, che si era tolto la vita a fine maggio, dentro al Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi: la Procura, che stava indagando per istigazione al suicidio, ipotizza ora l'omicidio colposo. E se prima il fascicolo era contro ignoti, adesso spuntano i primi nomi sul registro degli indagati: sono il direttore della struttura e il medico coordinatore. L'ipotesi è che in quei giorni, nel Cpr, possano essere state violate le necessarie regole e norme di cautela, portando il giovane al suicidio.
Gli investigatori hanno girato un video - Ieri mattina (11 giugno), il procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo e il pubblico ministero Rossella Salvati hanno fatto un'ispezione al Cpr, insieme ai carabinieri del Nas e a personale medico: anche grazie a riprese video, gli investigatori vogliono rendersi bene conto dello stato dei luoghi e della situazione all'interno della struttura. Soprattutto perché - secondo la prima ricostruzione - Moussa Balde era stato spedito in una cella del cosidetto "ospedaletto", per un'infezione dermatologica poi rivelatasi inesistente. "Chi lo ha chiuso in gabbia, ha stretto con lui il nodo del lenzuolo con cui si è impiccato", aveva detto l'avvocato Gianluca Vitale, che assiste i familiari della vittima. E che ieri, in una lettera, ha polemizzato con il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che del caso aveva parlato rispondendo al question time: "Nelle sue parole non traspare il minimo rincrescimento per questa morte". Duro era stato anche l'avvocato Davide Mosso, dell'Osservatorio carcere: "I Cpr sembrano campi di concentramento".
Il pestaggio di Ventimiglia - Il ragazzo, accusato di una tentata rapina, era stato aggredito da tre italiani all'uscita di un supermercato di Ventimiglia, e picchiato. Gli aggressori, identificati dal video fatto da un passante, andranno a processo per lesioni, ma senza l'aggravante razziale, di cui però resta il dubbio. Dimesso dall'ospedale, Moussa Balde era poi stato trasferito al Cpr, avendo il permesso di soggiorno scaduto e un decreto di espulsione.
di Mauro Cerri
Il Giorno, 13 giugno 2021
Antiniska Pozzi racconta il progetto Pugni Chiusi che l'istruttore Mirko Chiari ha portato dentro le carceri milanesi di San Vittore e Bollate in un magnetico intreccio di vicende umane.
Sono frammenti immutabili di dna e la variabile incerta degli incontri a decidere il nostro destino, a decretare chi diventeremo. Quale dei due elementi prevale sull'altro? Se lo chiede spesso Antiniska Pozzi, poetessa e scrittrice per vocazione ancor prima che per scelta. La risposta l'ha trovata inciampando nella vita di Mirko Chiari, pugile per ostinazione e istruttore di boxe per precisa volontà.
Dal loro incontro, sullo sfondo denso di vita e pericoli della periferia nord di Milano, che può condannarti o elevarti con eguale possibilità, è nato il racconto di un'esperienza che va oltre l'ispirazione iniziale dell'autrice: documentare, cioè, il progetto Pugni Chiusi che Mirko Chiari ha portato come volontario dentro le carceri di Bollate e Milano. Le lezioni di pugilato ai detenuti, certo, dove Mirko - che l'umido della cella lo ha respirato per una sola notte ma così lunga da cambiargli la vita - insegna più che la tecnica la gestione della rabbia e dell'offesa, la resistenza all'istinto della reazione immediata, l'arte di incassare, essenza del pugilato e forse della vita. Così su quel ring ci salgono in tanti, il bandito specializzato nei colpi in banca o la bellissima donna imprigionata nel corpo di un uomo e molti altri "ospiti" del penitenziario. Qualcuno resiste, parecchi mollano perché la disciplina e la motivazione per resistere là sopra pretendono un prezzo alto tanto quanto la ricompensa. Ognuno è una storia che nessuna definizione può cristallizzare, figuriamoci quella di "detenuto".
Sul ring ci è salito anche lo sguardo di Antiniska Pozzi che quelle storie ha provato a raccogliere, trasmettere e rielaborare nelle pagine di "Per essere chiari" edito da Milieu, un romanzo che nasce come biografia e si trasforma in qualcosa d'altro che sfugge alle etichette proprio come i suoi personaggi. Un gioco di contrasti, come la boxe, come il linguaggio poetico a illuminare gli angoli bui di Milano dove si rubano motorini o ad amplificare i tonfi sordi dei guantoni appena prima degli schizzi di sangue sulle pareti. Un mondo di maschi indagato dagli occhi di una donna.
"Il mio linguaggio risponde al mio modo di osservare il mondo - spiega Antiniska Pozzi, giornalista milanese, già autrice di "Dove vanno le iguane quando piove" e di varie raccolte di poesia - e osservare questo mondo è stato un viaggio faticoso e sorprendente, come lo è la vita di Mirko e degli altri personaggi che ho incontrato in questi due lunghi anni di scrittura e conoscenza".
di Angelo Mavuli
La Nuova Sardegna, 13 giugno 2021
Appello per l'istituzione di una fermata dell'Arst davanti casa di pena di Nuchis La 48enne di Olbia costretta a fare mezzo chilometro ogni giorno insieme al cane. A piedi dalla fermata del bus di Nuchis al carcere dove lavora, mezzo chilometro sotto il sole o la pioggia. È un disagio per chiunque, ma lo è ancora di più per una donna di 48 anni, di Olbia, non vedente. E così da Tempio parte una petizione all'Arst perché istituisca una fermata intermedia del pullman fra Nuchis e Tempio, anche di fronte al piazzale della Casa di reclusione Paolo Pittalis.
L'iniziativa è stata assunta all'interno della struttura carceraria da alcuni operatori e ha trovato subito ottima accoglienza. In questo momento è rivolta soprattutto a favore di Amelia De Carlo, una operatrice carceraria di Olbia, non vedente, che quotidianamente deve lavorare nella casa di reclusione posta in piena campagna a circa un chilometro dall'abitato di Nuchis, sulla direttrice provinciale per Tempio. La donna che arriva nel piccolo centro con un mezzo pubblico dell'Arst è costretta a percorrere a piedi, in qualunque condizione atmosferica, aiutata solo da Itaca, il suo dolcissimo e bellissimo cane guida, il mezzo chilometro di strada che divide a fermata del bus dall'ingresso dell'imponente e importante struttura carceraria, che si trova in campagna.
La richiesta di una ulteriore fermata, proprio di fronte al carcere, pare non sia mai stata presa in considerazione dall'Arst, nonostante le visite alla struttura siano numerose e frequenti, soprattutto da parte dei parenti di detenuti e nonostante gli stessi accessi all'enorme piazzale esterno del carcere consentano, strutturalmente e fisicamente, il comodo passaggio di grossi mezzi ivi compresi gli autobus.
"Le fermate del mezzo di linea fra Nuchis e Tempio - si legge nella petizione che si rivolge soprattutto alle autorità comunali - sono due. La prima nel centro del paese e la successiva in località la Madonnina, posta però poco più avanti, rispetto al bivio sulla destra che porterebbe proprio al carcere. Chiediamo che chi di competenza, politica o meno, si faccia parte attiva chiedendo all'Arst di istituire fra Nuchis e la Madonnina una ulteriore fermata nell'ampio ed enorme parcheggio all'esterno della casa di reclusione.
ùCosì da permettere, non solo ad Amelia ovviamente, ma a quanti hanno necessità di giungere a piedi sul posto, di poterlo fare, nel caso specifico, in piena sicurezza". La richiesta di quanti stanno perorando la causa di Amelia si rivolge anche al consigliere comunale della frazione di Nuchis, Marco Careddu, "perché anche lui voglia farsi parte diligente per risolvere al più presto la situazione. Nel caso di Amelia la soluzione diventa estremamente urgente e necessaria".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Fatichiamo a capire questa generazione incupita dall'isolamento sanitario, vulnerabile alle ossessioni social, priva di miti e modelli (i pochi che esistono pensano solo a far soldi sulla propria popolarità).
La questione terrorizza chi ha figli o nipoti adolescenti, e dovrebbe spaventare chiunque abbia due occhi, un cuore e un cervello. La violenza tra i giovanissimi cresce e cambia. Gli episodi si moltiplicano. A Milano scontri ripetuti, con machete e cani feroci. A Roma risse continue come passatempo; dopo la partita Italia-Turchia, lanci di bottiglie contro i poliziotti e scontri a Campo dè Fiori. A Torino, fuori dalla scuola media "Rosselli", una ragazzina di 13 anni è stata chiamata "cagna" e "lesbica schifosa" da un gruppo di coetanee, poi pestata a sangue. Portava una borsa con i colori dell'arcobaleno e un collarino rosa. Ogni luogo d'Italia, grande e piccolo, ha brutte storie da raccontare.
La primavera 2021 ci sta riconsegnando una generazione che fatichiamo a capire, nelle sue frange estreme. Incupita dall'isolamento sanitario, vulnerabile alle ossessioni social, priva di miti e modelli (i pochi che esistono pensano solo a far soldi sulla propria popolarità).
Polizia e carabinieri sono molto preoccupati perché si accorgono che è saltato il nesso tra provocazione e reazione, per quanto odioso potesse essere. Non c'è un movente ideologico, come un tempo; non c'è un movente politico o sociale; lo scontro fra bande rivali - patetica imitazione americana - esiste, ma è marginale. È una violenza nuova, casuale e cattiva.
Una violenza spesso senza conseguenze, per chi ne è responsabile. Il codice penale può poco con i minorenni. Il carcere a quell'età non è quasi mai una risposta, anche perché i giovanissimi criminali non hanno consapevolezza dei crimini, dei rischi e delle conseguenze. E la società non trova soluzioni. La cosa più grave è che nemmeno le cerca. Eppure qualcosa di nuovo bisogna inventare, tra pene alternative e servizi sociali.
Non è una proposta, ovviamente, solo una considerazione. Un articolo di giornale non può suggerire soluzioni per un fenomeno che i genitori non possono evitare, i sociologi non sanno spiegare, gli psicoterapeuti non riescono a curare, le forze dell'ordine faticano ad arginare. Ma sembra evidente: così non si può andare avanti. Gli adolescenti di oggi cresceranno e cambieranno, certo. Ma nel frattempo rischiano di farsi, e di fare, molto male.
primacomo.it, 13 giugno 2021
Dai ricettari distribuiti a Como, il progetto si fa ancora più grande. "Abbiamo ricominciato a vivere, ad assaporare la libertà. Cucinare al fresco non è semplicemente un ricettario, ma una speranza, un percorso per comprendere meglio un cammino di riabilitazione. È una testata giornalistica ideata e scritta da persone che hanno perso la libertà, ma che non si sono perse d'animo e hanno deciso di rimettersi in gioco per fare 'qualcosa di buono' attraverso il cibo, spiegando i metodi utilizzati nelle stanze di reclusione per cucinare con le risorse a loro disposizione".
Esce martedì 15 giugno 2021 in tutte le librerie d'Italia "Cucinare al fresco" edito da L'Erudita. Si tratta della prima raccolta di ricette che caratterizza il progetto Cucinare al fresco, un laboratorio di idee all'interno del quale, attraverso i piatti preparati dai detenuti e dalle detenute, vengono raccontate storie, emozioni e soprattutto ricordi. Un percorso che vuole creare momenti di normalità per creare nuove chance e nuovi percorsi riabilitativi. Partito in sordina nella Casa circondariale del Bassone di Como, oggi la redazione conta un centinaio di detenuti che lavorano su singole proposte editoriali, oltre ad essere riusciti a strutturare una redazione con ruoli e organizzazione simili a quanto avviene nei giornali.
Difficile, anzi improbabile pensare che in carcere si possano preparare dei manicaretti da leccarsi i baffi, ma così è, e solo leggendo le pagine di questo libro, che preferiamo definire "quaderno dei sapori", i detenuti e le detenute raccontano, attraverso un linguaggio semplice, il proprio rapporto, sempre molto personale, con il cibo, narrando i propri gusti e i propri piatti preferiti.
"Partendo dal presupposto che non sono nata per insegnare, ma sempre per imparare dagli altri, ho approcciato i gruppi di lavoro con grande leggerezza cercando di mettere al centro di ogni lezione loro, i detenuti e le detenute, coloro che mi hanno dato fiducia e stimolata a proseguire - commenta la coordinatrice del progetto, Arianna Augustoni. Ho lasciato a loro il compito di organizzare il progetto in base alle singole esigenze, ma sempre con un solo obiettivo: raccontare le proprie esperienze in cucina attraverso un linguaggio corretto e preciso. Dal racconto alla scrittura il passo è stato breve, in quanto le tante nozioni sono state organizzate per dare vita a una pubblicazione che raccontasse queste esperienze anche all'esterno".
di Giacomo Pisano
nemesismagazine.it, 13 giugno 2021
Il teatro come percorso di crescita libera e creativa? Ne sono convinti Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu, attori e registi della compagnia cagliaritana Cada Die Teatro che ha ideato un laboratorio gratuito, iniziato il 1 giugno e tuttora in corso, nel Centro d'Arte e Cultura la Vetreria di Pirri-Cagliari, rivolto a ex detenuti che hanno da poco terminato di scontare la pena.
Il laboratorio mira a trasmettere stimoli, tecniche, suggestioni e competenze professionali per affrontare il mondo dopo l'esperienza carceraria. "Che il teatro possa migliorare i percorsi di vita è indubbio - ci ha detto Alessandro Mascia - fare un lavoro di gruppo, di espressione libera, è un'occasione di condivisione sociale importantissima".
Grazie alla collaborazione con i docenti del CPIA 1 Karalis (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti di Cagliari) al progetto, che si concluderà a dicembre con un saggio finale, partecipano studenti e giovani adulti che hanno avuto esperienze carcerarie, di affidamento o che abbiano vissuto situazioni di disagio. L'iniziativa si inserisce in un contesto progettuale nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", giunto alla sua terza edizione, finanziato nell'Isola dalla Fondazione di Sardegna. Il significativo nome dato all'iniziativa è un motto latino che significa "attraverso gli ostacoli verso le stelle" e contiene in sé un buon augurio.
L'idea promossa da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuta da dieci Fondazioni bancarie, da tre anni coinvolge circa 250 detenuti di dodici carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro. In Sardegna è coinvolta la Casa Circondariale di Uta che da tempo collabora con la compagnia cagliaritana. Il lavoro teatrale è ispirato ad un testo inedito della scrittrice sarda d'origine e danese d'adozione, Maria Giacobbe e che tratta della Sardegna degli anni '60 e '70 quando, attraverso il Piano di Rinascita, venne finanziata l'industrializzazione dell'Isola e nacquero poli chimici e petrolchimici a Ottana, Porto Torres, Sarroch. In tanti si illusero che quei grandi investimenti sarebbero stati un'opportunità di crescita e di riscatto; altri, già da allora, temevano che un'improvvisa trasformazione della millenaria economia agropastorale in economia incentrata sul petrolio e i suoi derivati avrebbe avuto effetti devastanti sul territorio, sulla salute, sull'identità di un intero popolo. Questa tematica è particolarmente cara ai Cada Die Teatro, da sempre sensibili verso le questioni legate all'ambiente e alla salute.
di Giampaolo Silvestri*
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Bisogna ripensare i rapporti con lo Stato. I mesi della pandemia hanno dimostrato che la cura dei più fragili e quindi della collettività è stata presa in carico da subito da altri soggetti e in certe circostanze con maggior efficacia e immediatezza
Stato e Terzo Settore: la relazione tra questi due pilastri del nostro vivere insieme ha bisogno di essere rivista. I dati e le esperienze inedite registrate nell'ultimo anno ci incalzano in questa direzione. Certo, molti segni della necessità di impostare un nuovo modo di lavorare e di investire le risorse erano già sotto i nostri occhi prima della pandemia, ma questa ha spazzato via gli ultimi residui di incertezze.
Giuliano Amato, in particolare, ha affrontato recentemente il tema con alcune provocazioni che meritano di essere riprese dal dibattito comune. Credo che sia esaurito il paradigma vigente nel Novecento secondo il quale lo Stato, nelle sue articolazioni, promuove e attua il bene comune quasi in esclusiva, come sua prerogativa assoluta. Usando una metafora molto semplice, lo Stato era la macchina, unica, certa e necessaria a raggiungere il traguardo del bene comune. E in questa cornice si comprende bene quanto la politica fosse considerata lo strumento più nobile in grado di far funzionare lo Stato. Restando alla metafora automobilistica, la politica era la benzina indispensabile per viaggiare.
E se questa era la politica, la "forma più alta di carità", è chiaro che i "migliori" dovessero avvertire il richiamo all'impegno pubblico come una vocazione speciale, perché quello era il luogo adatto a realizzare il bene nella misura più alta. Ma oggi la società, le relazioni, gli equilibri, sono mutati. Lo abbiamo visto in modo chiaro durante i mesi scorsi: la cura dei più fragili e quindi della collettività è stata presa in carico da subito da altri soggetti accanto allo Stato, e in certe circostanze con maggior efficacia e immediatezza.
Anzi addirittura in alcune situazioni certe decisioni statali hanno avuto come risvolto non voluto la crescita di alcune forme di diseguaglianza. In questi primi anni del nuovo millennio, anche se non se ne ha piena coscienza, il vecchio paradigma sta cedendo il passo: alla macchina statale si sono affiancate altre vetture che viaggiano più veloci, consumando di meno, e in grado di raggiungere prima, senza sprechi, le mete che si pongono.
Sono i soggetti del Terzo Settore che, nonostante le leggi ancora non le sostengano pienamente, si pensi solo alla questione fiscale, si sono imposte come soggetti insostituibili di sviluppo, capaci di investire le risorse economiche meglio di organi statali e di coprire l'ultimo miglio. Perché allora invitare chi sta svolgendo in pieno il suo "mestiere" di cura del bene comune all'interno del terzo settore a trasferirsi in politica, come suggerisce Amato? Non si rischia di bruciare chi sta già offrendo efficacemente il suo contributo? La proposta di Amato non si basa ancora sulla convinzione che solo lo Stato sia titolato a fare bene il bene comune, alla fine?
Invece è tempo di liberare e sostenere l'azione del Terzo Settore come partner di quella statale. Sono consapevole che le mie parole sono in controtendenza in una fase in cui lo Stato è tornato alla ribalta in molti interventi ottimisti sulle sua capacità. Ma dopo mesi in cui ripetiamo che il Covid chiede un cambio di passo, ritengo che potremmo cominciare da qui: dal pensare in modo radicalmente nuovo sia il compito della politica e di chi la fa, sia i rapporti tra Stato e Terzo Settore. Non più di cooptazione, ma di responsabilità condivisa nella cabina di regia, dove si disegnano i piani, si decidono i budget, si assegnano le risorse, si valutano i risultati raggiunti.
Segretario generale di AVSI*
di Walter Siti
Il Domani, 13 giugno 2021
Se un padre oggi in Italia, avendo scoperto che il figlio ha una relazione omosessuale, uccidesse sia il figlio che il compagno e sostenesse di averlo fatto in ossequio alla Bibbia, verrebbe considerato un pazzo criminale: ma la sua citazione biblica sarebbe corretta. A nessuno verrebbe però in mente di associare il delitto alla religione cristiana. Ridurre tutte le vicende (come quella recentissima di Saman) a una lite da pollaio, tra occidentali che danno colpa di tutto alla religione e imam tesi a rassicurare che la religione non c'entra, è fuorviante e fa solo casino.
Se un padre oggi in Italia, avendo scoperto che il figlio ha una relazione omosessuale, uccidesse sia il figlio che il compagno e sostenesse di averlo fatto in ossequio alla Bibbia, verrebbe considerato un pazzo criminale: ma la sua citazione biblica sarebbe corretta (Levitico 20, 13): "Se un uomo giace con un altro uomo come si fa con una donna, entrambi hanno commesso una cosa abominevole: siano messi a morte e il loro sangue ricada su di loro".
A nessuno verrebbe in mente di associare il delitto alla religione cristiana. Ma, in Italia oggi, non verrebbe in mente a nessun padre di giustificarsi in quel modo; sono secoli ormai che da noi vige l'idea che il testo sacro debba essere interpretato storicamente, considerato datato e/o simbolico, adattato culturalmente alle leggi e ai diritti moderni. (E poi tanto oggi il Levitico non lo conosce nessuno).
Nei paesi musulmani questo percorso di laicizzazione, di separazione delle regole di convivenza civile dai rigidi dettami della religione è stato più lento ed è ancora in corso.
Dal punto di vista strettamente religioso (soprattutto per le religioni monoteiste) non è facile accettare che le leggi degli uomini valgano più della legge di Dio. Dio ha imposto ad Abramo di sgozzare il suo unico figlio e Abramo era pronto a obbedire. Quanto allo Stato, l'obbligo di "adattarsi" alle regole del luogo che ti ospita era quello che l'Impero Romano chiedeva ai primi cristiani, e il loro rifiuto ancora oggi lo esaltiamo come eroismo spinto fino al martirio. L'Islam non ha un Papa, la sua "dirigenza" è plurale, difficile che parli con una voce sola; ci sono musulmani progressisti che interpretano il Corano come noi da secoli abbiamo interpretato la Bibbia, rifiutando la sua letteralità soprattutto per quel che riguarda la sensibilità moderna ai diritti.
Ci sono femministe musulmane che hanno da tempo interpretato in senso moderno la famosa sura 2 là dove dice che "gli uomini sono superiori" e la sura 4 (detta "delle donne") dove si dice di "chiudere in casa, finché non sopraggiunga la morte" quelle che hanno commesso "atti infami" (se in essi sia da considerare, oltre all'adulterio, anche l'insubordinazione è oggetto di aspre discussioni). Femministe musulmane che, tra l'altro, fanno notare come nella religione cristiana Dio dopotutto si sia incarnato in un maschio, mentre nella loro si è incarnato in un Libro.
L'importante è capire in che tempi e con che modi anche l'Islam arriverà al processo di secolarizzazione che separa nettamente Religione e Stato; nei diversi Paesi, secondo le diverse declinazioni dell'Islam, nelle diverse classi sociali e calcolando i gap generazionali - con corsi universitari, libri e (perché no?) fatwe, cioè chiarimenti religiosi rivolti alle autorità civili.
Ridurre tutte le vicende (come quella recentissima di Saman Abbas) a una lite da pollaio, tra occidentali che danno colpa di tutto alla religione e imam tesi a rassicurare che la religione non c'entra, è fuorviante e fa solo casino. Pardon, spettacolo.











