di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 8 novembre 2021
Oliverio Mazza, ordinario di diritto processuale penale all'Università Bicocca: "Eppure non mancano situazioni contraddittorie". Nel programma Help il riferimento alla Corte europea dei diritti dell'uomo è costante. Questo organo giurisdizionale, istituito nel 1957 con sede a Strasburgo, assicura il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (Cedu) da parte di tutti gli Stati contraenti. L'articolo 32 della Cedu stabilisce che la Corte ha la competenza nel giudicare "tutte le questioni riguardanti l'interpretazione e l'applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli". Può essere adita nel momento in cui vengono esauriti tutti i rimedi interni, previsti dal diritto nazionale, secondo i principi di sovranità dello Stato, di dominio riservato e di sussidiarietà. Dunque, uno Stato prima di essere chiamato a rispondere di un proprio illecito sul piano internazionale, deve avere la possibilità di porre fine alla violazione all'interno del proprio ordinamento giuridico.
A ciascuno Stato contraente è garantita la rappresentatività nella Corte, composta da un numero di 47 membri. I componenti vengono scelti tra giuristi in possesso, secondo quanto indicato dall'articolo 21 della Cedu, di "requisiti richiesti per l'esercizio delle più alte funzioni giudiziarie o giureconsulti di riconosciuta competenza". I giudici della Corte vengono eletti dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ed il loro mandato dura sei anni con la possibilità di essere rinnovato. Riunita in seduta plenaria, la Corte elegge, a scrutinio segreto, il presidente, uno o due vicepresidenti e i presidenti delle sezioni, in carica per tre anni. L'elezione è prevista pure per il Cancelliere (Greffier) che rimane in carica cinque anni.
Nella Corte operano i Comitati, composti da tre giudici. Sono loro che esaminano o respingono, se vi è unanimità, i ricorsi manifestamente irricevibili. Le Camere (Chambre), invece, sono composte da sette giudici e trattano i ricorsi in prima battuta. La Corte europea dei diritti dell'uomo viene adita con ricorso. Tale atto può essere "interstatale", quando è proposto da ciascuno Stato contraente, oppure "individuale". In questo caso si esalta al massimo il sistema di tutela dei diritti umani con la possibilità che il ricorso sia presentato da una persona fisica, da un'organizzazione non governativa o da un gruppo di individui. Il ricorso va proposto sempre nei confronti di un Stato contraente. Non è prevista la possibilità di ricorrere con atti diretti contro privati (persone fisiche od istituzioni). Il ricorso può essere introdotto dalle persone fisiche, dalle organizzazioni non governative o dai gruppi privati personalmente o per mezzo di un rappresentante. Gli Stati contraenti sono rappresentati invece da agenti, che possono farsi assistere da avvocati o consulenti.
Instradare un procedimento davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo non è semplice, come ci conferma Oliviero Mazza, ordinario di Diritto processuale penale nell'Università degli Studi di Milano Bicocca. "L'attività processuale - dice il professor Mazza - è certamente complessa perché la Corte europea vive una situazione analoga a quella delle nostre magistrature superiori nazionali. La Corte si è riorganizzata nel corso del tempo. Si è divisa in Camere e ha attivato dei filtri di ingresso di ammissibilità dei ricorsi molto stringenti perché si basano su criteri formali. Ad esempio, l'esaurimento delle vie di ricorso interne e l'esatta compilazione del formulario. Sono tutte questioni di forma che incidono sulla ammissibilità del ricorso, che in Europa prende il nome di irricevibilità. In tutto ciò abbiamo un paradosso: la doglianza nel merito può essere molto rilevante se attiene a violazioni gravi dei diritti dell'uomo e nonostante ciò deve passare attraverso il formalismo esasperato del ricorso alla Corte europea. Qui il sistema va in contraddizione.
È recentissima la sentenza sulla Cassazione civile "Succi e altri contro Italia" del 28 ottobre scorso. Il nostro Paese è stato condannato per i filtri di accesso alla Cassazione per l'eccessivo formalismo di alcuni passaggi procedurali, nel civile, con conseguente violazione del diritto di accesso ad un giudice, diritto fondamentale. Poi però è la stessa Corte europea che incorre sostanzialmente nella medesima violazione".
Altro tema esaminato dal professor Mazza riguarda il filtro di irricevibilità che passa attraverso un giudice monocratico. In questo caso il legame con il modello dell'Ufficio per il processo è forte per non dire replicato a livello comunitario. "Il giudice monocratico - evidenzia Mazza - quasi sempre delega la valutazione al suo assistente di studio. Il ricorso alla Corte europea, che dovrebbe essere l'atto estremo per le violazioni più gravi, rischia di essere deciso da uno stagista. Anche questa situazione è a dir poco paradossale. La decisione di irricevibilità, fino a quando non entrerà in vigore un nuovo protocollo, già approvato ma non ancora in vigore, è sostanzialmente immotivata. Abbiamo una decisione di tre righe, che si esprime, per esempio, sul mancato esaurimento delle vie di ricorso interno, ma non ci dice qual è la via di ricorso interno che avremmo dovuto adire prima di arrivare alla Corte europea".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 novembre 2021
Dal 1959 al 2020 il nostro Paese ha subìto 2.427 condanne da parte dei giudici di Strasburgo. Oltre mille hanno riguardato i ritardi delle sentenze "domestiche" e il diritto a un giusto processo. Sono diverse le sentenze della Cedu che hanno riguardato il nostro Paese. Secondo le statistiche pubblicate sul sito ufficiale, dal 1959 (anno di istituzione) al 2020 l'Italia ha subìto 2427 giudizi, di cui 1857 hanno riscontrato almeno una violazione. Di questi 1202 hanno riguardato la lunghezza dei processi e 290 il diritto a un giusto processo. Peggio di noi sono Russia e Turchia. Vediamone alcune. Nel 2013 ci fu l'importantissima sentenza Torreggiani. Alcuni detenuti degli istituti penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza avevano adito la Cedu lamentando che le loro rispettive condizioni detentive costituissero trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell'articolo 3 della Convenzione. Essi avevano denunciato la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle (nelle quali avrebbero avuto a disposizione uno spazio personale di 3 metri quadrati), l'esistenza di gravi problemi di distribuzione di acqua calda e una insufficiente aerazione e illuminazione delle celle.
La Corte accolse il ricorso, prendendo atto che l'eccessivo affollamento degli istituti di pena italiani rappresentava un problema strutturale dell'Italia e decise di applicare al caso di specie la procedura della sentenza pilota, ordinando all'Italia di rimediare al sovraffollamento nel giro di un anno. Nel 2015 arriva la famosa sentenza, in materia di legalità dei reati e delle pene, sul caso di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato, condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cedu ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell'art 7 della Convenzione in quanto al momento della condanna il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento.
Nello stesso anno la Corte interviene nel caso del signor Cestaro che, invocando in particolare l'articolo 3, relativo alla proibizione della tortura, lamentava di essere stato vittima di violenze e sevizie al momento dell'irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Non solo ebbe ragione ma la Cedu invitò il nostro Paese a dotarsi di una norma specifica sul reato di tortura. Nel dicembre 2016 la Grande Camera della Cedu sul caso Khlaifia v. Italia confermò la condanna del nostro Paese per il trattenimento illegittimo dei cittadini stranieri (violazione art. 5) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione. Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13) per contestare eventuali violazioni.
Un'altra decisione di rilievo in materia carceraria è stata quella del caso Viola c. Italia con cui la Cedu nel 2019 negò la compatibilità dell'ergastolo ostativo con l'art. 3 della Convenzione, laddove non consente mai misure di affievolimento della restrizione carceraria e, in prospettiva, di liberazione anticipata, in mancanza della decisione del detenuto di collaborare con la giustizia. Nello stesso anno arrivò dinanzi ai giudici europei anche il caso Amanda Knox, in materia di diritto a un processo equo. Il nostro Paese fu condannato per violazione degli articoli 3 e 6 avendo negato alla ragazza l'assistenza linguistica inadeguata e la presenza di un difensore durante l'interrogatorio della polizia e per la mancanza di effettive indagini su asserite percosse durante l'interrogatorio.
In materia di libertà di espressione, la Cedu si è espressa sempre nel 2019 sul caso di Alessandro Sallusti, allora direttore del quotidiano Libero, condannato a un anno e due mesi di reclusione, per diffamazione e per omesso controllo su un articolo che recava falsità in danno di un magistrato. La Corte gli diede ragione perché la pena detentiva per l'attività giornalistica viene considerata un rimedio estremo i cui presupposti nel caso di Sallusti non furono ravvisati. Sempre in tema di libertà di stampa, nel marzo 2020, nel ricorso promosso da Renzo Magosso e Umberto Brindani, nel 2004 rispettivamente giornalista e direttore responsabile del periodico Gente, la Cedu ha riscontrato la violazione dell'art. 10 (libertà di espressione). Come ha reso noto il ministero della Giustizia, "il tema della causa riguardava la pubblicazione di un articolo, intitolato "Tobagi poteva essere salvato", sulla vicenda dell'omicidio di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 da un commando terroristico di estrema sinistra. Il contenuto del pezzo giornalistico aveva provocato la reazione di due ufficiali dei Carabinieri che si erano sentiti diffamati". I due giornalisti furono condannati in via definitiva.
Per la Cedu la sentenza adottata in sede nazionale si è tradotta "in una ingerenza sproporzionata del diritto alla libertà di espressione degli interessati, non necessaria in una società democratica". Il 27 maggio di quest'anno la Cedu ci ha condannati per aver violato i diritti di una presunta vittima di stupro per una sentenza che conteneva passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima. In particolare la Corte ha ravvisato la violazione del diritto alla vita privata nelle considerazioni irrispettose della dignità della ragazza, presenti nelle motivazioni della sentenza d'appello che ha assolto gli imputati. Ad agosto, inoltre, la Cedu ha depositato la sentenza relativa al ricorso, presentato da Radicali Italiani e Marco Pannella, contro l'Italia riguardante l'interruzione dal 2008 delle tribune politiche nel periodo non elettorale. È stata riconosciuta la violazione dell'art. 10 in quanto la Lista Pannella "era stata assente da tre programmi televisivi e si era trovata, se non esclusa, almeno altamente emarginata nella copertura mediatica del dibattito politico".
Recentissima è invece la decisione Succi c. Italia del 28 ottobre con cui la Cedu ha riscontrato la violazione dell'art. 6 della Convenzione per l'eccessivo formalismo dei criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione. Attualmente pende dinanzi alla Cedu il ricorso di Silvio Berlusconi c. Italia che, successivamente alla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale, ha attivato un ricorso lamentando di aver subito la violazione dei diritti ad un equo processo, all'applicazione irretroattiva della legge penale e a non essere giudicato due volte per lo stesso fatto.
di Luca De Vito
La Repubblica, 8 novembre 2021
Il caso Voghera finisce sul tavolo della ministra della Giustizia. E solleva richieste di chiarimenti, tra politici e penalisti, dopo l'inchiesta di Repubblica che ha sottolineato una serie di dubbi sulle indagini per la morte del 38enne Youns El Boussettaoui, ucciso il 20 luglio scorso da un colpo di pistola partito dall'arma dell'ex assessore leghista del Comune pavese, Massimo Adriatici. "Fermo restando che in ogni caso giudiziario c'è sempre la presunzione di non colpevolezza per tutti fino alla sentenza definitiva, ci sono due cose che mi colpiscono nella vicenda di Voghera - dice Giuliano Pisapia, eurodeputato del Partito democratico, ex sindaco di Milano e avvocato penalista -. Per prima cosa i dubbi e le modifiche sul reato ipotizzato inizialmente: omicidio volontario o eccesso colposo in legittima difesa? È abbastanza normale che il reato contestato in prima battuta possa poi essere modificato, ma di solito questo avviene alla conclusione delle indagini, quando sono stati fatti tutti gli accertamenti".
Una serie di ombre si è allungata sul procedimento della procura di Pavia. Come l'autopsia effettuata in tempi record e senza avvisare gli avvocati, il video che mostra come Adriatici abbia parlato con i testimoni la sera stessa, le immagini che mostrano la familiarità dell'ex assessore con gli agenti della scientifica ancora in piazza Meardi, luogo della sparatoria. Fino all'incontro elettorale a tre giorni dal ballottaggio per le Comunali di Legnano del 2020 che vide la partecipazione dell'allora procuratore aggiunto di Pavia (e attuale reggente) Mario Venditti, alla presenza del leghista Angelo Ciocca.
"L'altro aspetto che mi colpisce, ed è una perplessità di carattere generale, è la partecipazione di un pubblico ministero, tanto più se procuratore aggiunto, a un evento elettorale della Lega o di qualsiasi altro partito - aggiunge Pisapia -. Non ha una rilevanza dal punto di vista delle indagini, ma sicuramente rappresenta un problema di opportunità. Sono molto utili i dibattiti e i convegni con magistrati, avvocati e legislatori che si confrontano sui temi della giustizia in generale, ma è ben diverso partecipare a un dibattito chiaramente elettorale, tanto più su temi peraltro delicati, come quello di una commissione antimafia".
Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra italiana, ha annunciato un'interrogazione parlamentare alla ministra Cartabia: "Non ci possono essere in questa vicenda terribile zone d'ombra e punti oscuri - ha detto - I molti, troppi dubbi sulla gestione dell'indagine da parte della locale procura devono essere sgombrati al più presto, deve farlo lo Stato anche per rispetto nei confronti dei familiari della vittima. Presenteremo per questo un'interrogazione parlamentare alla ministra Cartabia affinché sia attivata un'ispezione ministeriale che verifichi la veridicità delle accuse". Anche la famiglia di Youns è decisa ad andare fino in fondo e a scoprire la verità. "Dietro a questa storia non c'è solo la sparatoria di un assessore e un maghrebino rimasto ucciso - dice Debora Piazza, avvocata che assiste i familiari -, ma c'è ben altro. Siamo davanti a fortissimi gruppi di potere che cercano di calpestare i diritti delle persone più deboli".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2021
Il Dl Recovery ha introdotto il contraddittorio e un percorso di bonifica prima del varo del provvedimento. Restano alcuni nodi applicativi.
In cinque armi le interdittive antimafia emesse dai prefetti per bloccare in via preventiva l'attività delle imprese sospettate di essere infiltrate dalla criminalità organizzata sono più che raddoppiate: i provvedimenti amministrativi che congelano ogni rapporto conia Pa, fermi a 972 nel 2017, sono stati più di 2.000 nel 2020 e al 31 ottobre scorso erano già 1.789.
Ora il Governo prova a limitare il ricorso all'interdittiva per favorire la continuità aziendale, senza abbandonare il contrasto alle mafie. Il decreto legge Recovery mette infatti in campo due nuovi strumenti affidati ai prefetti: il contraddittorio con l'impresa sospettata di infiltrazione e poi, se il contatto è solo "occasionale", il percorso di bonifica della "prevenzione collaborativa" che anticipa, in sede amministrativa, il controllo giudiziario.
Ma il rischio di allungare i tempi e dubbi applicativi possono pesare sull'applicazione concreta. Per aumentare le garanzie dell'impresa il Dl stabilisce che prima di emettere un'interdittiva venga instaurato un contraddittorio con l'azienda sospettata di infiltrazioni in base alle verifiche effettuate dal prefetto. Il confronto permetterà all'azienda di difendersi con osservazioni, documenti e chiedendo di essere ascoltata. Solo al termine il prefetto deciderà se rilasciare la liberatoria, emettere l'interdittiva o, se l'infiltrazione è riconducibile ad agevolazioni "occasionali", disporre la nuova "collaborazione preventiva".
Con questo strumento il prefetto può condurre l'impresa verso la "bonifica", prescrivendo misure da rispettare per un periodo da sei mesi a un anno: a partire dall'adozione di modelli organizzativi (come quelli del decreto legislativo 231/2001 per la responsabilità amministrativa degli enti) per rimuovere le cause di agevolazione occasionale, e dal monitoraggio di movimenti di denaro (sopra i 7mila euro) e contratti.
Concluso il periodo, il prefetto dovrà verificare la situazione e, se i rischi di infiltrazione sono stati eliminati, rilascerà un'informazione antimafia liberatoria. Benefici e rischi Un nuovo sistema, quindi, che punta a "proteggere le imprese sia dai condizionamenti che dalla morte", osserva Costantino Visconti, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Palermo e precursore dell'uso dei modelli organizzativi per bonificare le imprese. "Intervenire sull'organizzazione - spiega - permette di arginare i tentativi di infiltrazione, inevitabili in certi contesti. Ma le imprese devono attuare i modelli e le Pa comprenderne il valore".
Giudizio positivo anche dall'Unione camere penali, che però contesta l'aumento del ruolo dei prefetti e la mancata giurisdizionalizzazione della procedura. Perché gli strumenti funzionino vanno però risolti dubbi normativi e problemi applicativi. Il contraddittorio, ad esempio, si potrà "saltare" solo in caso di "particolari esigenze di celerità del procedimento", che la norma non specifica.
Potrebbero riguardare appalti di lavori che non possono sopportare tempi più lunghi: il contraddittorio dovrà concludersi entro 60 giorni, che si aggiungono ai 30 (45 per verifiche complesse) già previsti. Mai casi potranno essere altri e sarà il prefetto a decidere. Inoltre, nelle aree con più procedimenti, potrebbe essere complesso organizzare contraddittorie dispone percorsi di bonifica, per cui servono tempo e personale.
Appare delicata, inoltre, la valutazione sull'occasionalità dell'infiltrazione, che spetta sempre ai prefetti. E se il percorso di bonifica non andasse a buon fine, l'interdittiva porterebbe alla revoca di appalti o contributi eventualmente già ricevuti dall'azienda. Con il rischio di allungare i tempi e accrescere il contenzioso.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 8 novembre 2021
È in carcere dal novembre 2004 e all'ufficio matricola accanto al suo nome compare la dicitura: fine pena mai. C'è un duplice omicidio nella storia di un uomo che sconta l'ergastolo a Volterra e che dietro le sbarre tenta di dare un senso a un'esistenza segnata per sempre. Condannato per aver ucciso una coppia di connazionali a colpi di piccozza in testa, un 39enne lituano ha vinto una causa contro il suo datore di lavoro nonché "padrone" di casa. Il Tribunale di Roma, competente per materia, ha condannato il ministero della Giustizia a pagargli 41.770 euro, la differenza tra quanto percepito come mercede carceraria (gergo tecnico per le paghe dei detenuti-lavoratori) e quanto prevede il contratto collettivo nazionale per le mansioni svolte negli anni. Il detenuto ha preso parte anche a diversi spettacoli messi in scena dalla Compagnia della Fortezza.
Nel novembre 2004 nel Foggiano confessò il duplice omicidio, commesso con un complice, spiegando di essere stato sfruttato e deluso dalla coppia, che aveva li aveva fatti arrivare dalla Lituania trovando loro un lavoro, ma alla quale dovevano cedere il 50 per cento del loro salario. La documentazione allegata nella causa racconta in modo puntuale luoghi, lavori e pagamenti, con tanto di cedolini prodotti, ricevuti nel corso degli anni dall'ergastolano. Dal gennaio all'agosto 2008 è stato carcere di Teramo e dal gennaio 2009 e fino all'agosto 2020 nel carcere di Volterra.
Nel tempo ha svolto varie mansioni. Scopino, porta vitto, piantone, aiuto cuciniere, cuciniere, addetto alla cucina, apprendista lavorazione tessuti, aiuto sarto, muratore qualificato. Il Tribunale di Roma sottolinea la "completezza e la condivisibilità dei conteggi prodotti dalla difesa del ricorrente, in relazione alle differenze retributive oggetto della odierna domanda, sulla scorta della chiara verificabilità dei medesimi in forza del confronto tra gli importi ricevuti - e riscontrabili dalle buste paga - e quelli di cui alle tabelle allegate al Ccnl, ben potendosi ritenere la correttezza degli stessi in relazione alle singole voci indicate ed ai criteri di calcolo utilizzati, coerentemente elaborati in base a quanto accertato in questa sede. Ne consegue la condanna dell'amministrazione convenuta (ministero della Giustizia, ndr) al pagamento della differenza fra quanto spettante, sulla scorta delle superiori statuizioni, e quanto corrisposto al ricorrente, per un totale di 41.770 euro maggiorato di interessi legali dalle singole scadenze fino al soddisfo".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 8 novembre 2021
Nasce il Polo Universitario Penitenziario Sapienza. Si tratta di un'infrastruttura di servizi creata nell'ambito dell'ateneo romano per promuovere e facilitare tutte quelle attività funzionali a garantire, ai detenuti presenti negli istituti penitenziari della Capitale, il diritto allo studio e il conseguimento dei titoli universitari.
La decisione, deliberata dal Senato accademico della prima università di Roma nella seduta di ieri, dà attuazione al protocollo d'intesa sottoscritto nel settembre 2019 dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e dalla Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari nonché alle linee guida recentemente adottate da DAP e CNUPP sulle modalità di collaborazione tra le istituzioni penitenziarie e le università.
Il nuovo Polo della Sapienza si occuperà di interagire con la platea dei destinatari, offrendo il proprio supporto per la gestione delle pratiche amministrative, l'orientamento allo studio, la didattica dedicata, l'utilizzo di materiale delle biblioteche e l'eventuale inserimento dei laureati nel mercato del lavoro.
"La nascita di questo nuovo Polo Universitario Penitenziario - afferma il Capo del DAP, Bernardo Petralia, commentando con soddisfazione la notizia - costituisce un nuovo e significativo passo che la società esterna, e in questo caso il mondo accademico, muove verso la realtà del mondo penitenziario. Un passo che è testimonianza di un comune impegno rivolto al recupero e al reinserimento dell'individuo, garantito dalla nostra Carta Costituzionale, di cui il diritto allo studio rappresenta uno dei caposaldi".
"Il Polo Universitario Penitenziario rappresenta uno strumento efficace e diretto per attivare procedure che aprano le porte del sapere e dell'università, in un'ottica inclusiva e di Terza Missione, stimolando concreti percorsi di riabilitazione e di reinserimento sociale", sottolinea la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni. Alla cui voce si aggiunge quella di Pasquale Bronzo, delegato dell'ateneo per il Polo: "La scommessa è fare in modo che la detenzione non sia un tempo sospeso. La presenza delle università nei luoghi di detenzione ha, in questo senso, una profonda valenza culturale per il Paese".
di Martina Maiorano
linkabile.it, 8 novembre 2021
Si è tenuta presso l'ex OPG di Napoli, la presentazione del libro "Barre" di Francesco Carlo, in arte Kento, rapper di Reggio Calabria. L'artista ha raccontato le esperienze negli istituti di detenzione minorile dove lui stesso insegna il rap ai giovani. Strutture come Casal di Marmo, Beccaria e Paternostro dove musica e poesia rappresentano due elementi fondamentali durante il periodo della reclusione. Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Oltre a descrivere la vita e le difficoltà nelle carceri, nel testo c'è una forte riflessione sulla giustizia italiana e sul futuro incerto dei ragazzi, che stimola il lettore a meditare sulla questione proposta.
Kento, infatti, dichiara che la sua voglia di scrivere questo testo deriva proprio dalla mancanza di fonti riguardo le carceri minorili, una questione che doveva essere raccontata in qualche modo, perciò ci dice che "non è un libro per chi lavora nelle carceri, ma per tutti", rivelandoci lo scopo reale del testo. Dopo aver citato l'articolo 27 della Costituzione, che prevede il reinserimento e la rieducazione del detenuto, ci ha lasciati con un quesito: "Se un ragazzo non è mai stato inserito in società, come si applica tale principio?".
All'evento hanno anche partecipato tre ospiti speciali. Giusy Santella, giornalista di "Mar dei Sargassi", che ha spiegato brevemente di cosa tratta il libro, sottolineando il grave problema della detenzione come scelta estrema ed invitando a riflettere il lettore: "Ciò che accade negli istituti di detenzione riguarda tutti non solo chi se ne occupa". Ha partecipato all'evento, Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, che ha introdotto il discorso parlando proprio della sua vita, gli inizi in alcune carceri e delle associazioni "Agorà" e "La Mansarda", da lui stesso fondate.
Paragonando i ragazzi dell'epoca a quelli della società odierna, ha affermato che: "Oggi questi adolescenti hanno la morte nel cuore, sono adolescenti a metà", a causa dei reati pesanti da loro commessi. Essenziale risulta la questione dello Stato, assente in questa situazione e della società malata in cui viviamo, la quale abbandona il giovane senza alcun aiuto. Alla fine ci ha lasciati con un impegno, quello di essere: "Liberarci dalla necessità del carcere ed uomini della speranza e garantisti, perché il garantismo è rivoluzionario e di sinistra". Per ultima è intervenuta Serena Voluttuoso, attivista di "Rete di solidarietà popolare", che ha esposto lo scopo dell'associazione: "Creare un ponte tra interno ed esterno" per far capire davvero cosa non funziona. Obiettivo raggiungibile con i numerosi progetti della Rete e con volontari, che possano denunciare affinché lo Stato agisca concretamente.
unina.it, 8 novembre 2021
Si terrà lunedì 8 novembre 2021 l'inaugurazione dell'Anno Accademico 2021-2022 del Polo Universitario Penitenziario della Federico II - PUP. La cerimonia si terrà alle 11 nel Centro Penitenziario Pasquale Mandato di Secondigliano, sede del Polo campano. È il quarto anno dalla sua istituzione.
Nel corso della cerimonia sarà anche firmata la convenzione tra l'Università degli Studi di Napoli Federico II, il Dipartimento di Farmacia, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, l'ASL NA1 e il Provveditorato Amministrazione Penitenziaria Campania, per l'attivazione del primo tirocinio interno per gli studenti del Corso di Laurea in Scienze erboristiche, che si svolgerà nella farmacia dell'Istituto.
Il Polo Universitario Penitenziario della Federico II conta oggi circa 100 studenti, divisi in 8 corsi di studio. È ubicato nel Centro Penitenziario di Secondigliano, dove sono state destinate agli studenti detenuti due sezioni, la sezione Ionio per i detenuti in regime di alta sicurezza e la Mediterraneo per quelli di media sicurezza. All'interno delle sezioni gli studenti hanno un regime diverso, hanno le celle aperte tutto il giorno, spazi per lo studio, per le lezioni, per l'incontro con professori e tutor.
7 sono i Dipartimenti federiciani coinvolti, più di 100 a semestre i docenti che vi insegnano e 26 i tutor tra studenti e dottorandi impegnati nel progetto. Agli studenti del Polo sono garantite lezioni, seminari, orientamento per la preparazione degli esami, assistenza alla preparazione delle tesi di laurea, e naturalmente lo svolgimento degli esami e delle sessioni di laurea.
È il primo polo universitario penitenziario del Meridione d'Italia, nato da un importante lavoro di collaborazione tra l'Università degli Studi di Napoli Federico II e il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria della Campania. È una iniziativa molto importante per l'affermazione e la concretizzazione del diritto allo studio di persone in regime di restrizione della libertà personale nel solco di una concezione della pena rieducativa, come recita l'art. 27 della nostra Costituzione che mette insieme l'istanza personalistica cioè il principio di umanità, con l'istanza solidaristica cioè il principio rieducativo. Lo dimostrano la partecipazione, l'impegno e i risultati ottenuti dagli studenti in regime di restrizione nei 3 anni accademici trascorsi dalla sua istituzione.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 8 novembre 2021
Assia è stata vittima di una marea di offese via social per le foto con il velo islamico pubblicate in campagna elettorale. Ma le indagini non hanno prodotto alcun risultato. Assia Belhadj, una ragazza italo-algerina di 26 anni, in Italia da 16, denuncia in procura - a Belluno - di aver ricevuto una marea di offese via social. In pochi giorni sono arrivati centinaia di insulti, ingiurie e qualche minaccia a sfondo razziale e religioso, dopo le sue fotografie con il velo islamico postate durante la campagna elettorale per le Regionali di settembre 2020 (era candidata con "Il Veneto che vogliamo"). Timbri, Digos, polizia postale, ufficio del pubblico ministero, l'ipotesi della diffamazione e adesso - ha fatto sapere lei stessa l'altro giorno - è arrivata la decisione: il pm Katjiuscia D'Orlando ha chiesto l'archiviazione e la giudice delle indagini preliminari Enrica Marson gliel'ha concessa. Quindi il fascicolo si è chiuso con un nulla di fatto. Ci sta. Chiedere che un'accusa venga archiviata fa parte dei possibili esiti di un procedimento penale. Tanto più se "le indagini non hanno consentito di identificare in modo chiaro gli autori di quei post", come ha tenuto a precisare il procuratore Paolo Luca.
Ma certo è quantomeno bizzarro che nel provvedimento di archiviazione si dica che fra i motivi della mancata identificazione c'è anche il fatto che "la Rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook". Anche perché è quasi matematico che, pur avendo quell'accesso, non sarebbe cambiata la sorte del caso specifico, poiché Facebook e gli altri gestori Internet statunitensi non rispondono quasi mai alle richieste delle procure italiane per risalire all'identità degli odiatori protetti dall'anonimato. Tra l'altro, al di là dell'oceano quello che noi denunciamo come diffamazione in molti Stati non è nemmeno reato ma pura libertà di opinione, come ci ha ricordato con una nota ufficiale del 2016 il Dipartimento di Giustizia americano sperando così che avremmo dato un taglio alle continue richieste. Non a caso lo stesso procuratore Paolo Luca ha ricordato proprio quella nota del 2016 intervenendo dopo il polverone sollevato dalla storia di Assia. Una storia "sconcertante e all'apparenza incredibile", per dirla con la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani, che chiede chiarimenti e confida nel fatto che "gli odiatori in Rete abbiano la certezza di essere riconosciuti e chiamati a rispondere dei loro atti". Nulla più che una bella speranza, al momento.
di Valerio Calzolaio
ilbolive.unipd.it, 8 novembre 2021
C'era una volta, millenni fa, un minuscolo isolotto di un piccolo arcipelago del Mediterraneo non distante dalla Roma antica e moderna. C'era una volta, secoli fa, un sofisticato carcere su quest'isola con poca terra e poche specie fertili, costruito da monarchi per controllare scientificamente criminali e politici avversari. C'erano una volta, da decenni, le abbandonate vestigia fatiscenti di quella struttura sull'isola disabitata, e un'area marina protetta intorno per difendere valori ambientali e naturalistici. Forse è proprio giunto il momento di intervenire pubblicamente sul complesso della storia narrata, questa svolta è in corso.
L'isola vulcanica di Santo Stefano fa parte con Ponza (la più grande, 7,5 km²) e Ventotene (1,89) delle Isole Ponziane: è la più piccola, solo 29 ettari, molto meno di un chilometro quadrato, forma quasi circolare, oltre 500 metri di diametro. La storia antica, moderna e contemporanea dell'isola si mescola e confonde con quella proprio di Ventotene, meno di due chilometri a ovest, ben conosciuta nel Neolitico, soprattutto come riserva di ossidiana, il materiale usato per lame e utensili, utile tappa sulle rotte tirreniche di vari popoli e gruppi umani (compresi i greci), già sede di esilio forzato in epoca romana (Giulia, Agrippina Maggiore, Flavia Domitilla). Nel periodo romano entrambe avevano diversa varia denominazione: da una parte Pandateria, Pandotira (dal greco), Pantatera, Ventatere, Bentetien, Vendutena, Ventotiene quella che è Ventotene; dall'altra Partenope (dal greco), Palmosa, Dommo Stephane, Borca quella che è Santo Stefano, che fa oggi pure amministrativamente parte del comune di Ventotene.
Da sempre poco e male abitabile in modo residenziale per le scogliere ripide e i rari punti di complicato approdo (da scegliere comunque a seconda dei venti), oggi Santo Stefano è assolutamente disabitata ma precariamente visitabile. L'unico edificio ancora presente sull'isola è l'antico carcere, la struttura denominata Ergastolo, all'inizio mirabilmente circolare con 99 celle (celle poi sdoppiate, numero poi ulteriormente cresciuto per ristrutturazioni e aggiunte di una sezione), fatto edificare a fine Settecento da Ferdinando IV di Borbone, restato in vario uso sotto successive forme di stato e governo fino al 1965. La svolta verso l'isola carcere (esclusivamente carcere) si ha con il Regno delle Due Sicilie. Ferdinando I decise di installare sull'isola un penitenziario a struttura cellulare che servisse a separare fortemente i detenuti dal resto della società. Incaricò del progetto e della realizzazione nel 1794-97 il maggiore del genio militare Antonio Winspeare, in collaborazione con l'architetto Francesco Carpi.
L'istituto penitenziario di Santo Stefano ha le proporzioni del Teatro San Carlo di Napoli ed è una variante concreta della proposta di nuovi carceri emersa dai principi illuministici propugnati dal filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832), secondo il quale "nei tentativi di recupero dei detenuti" sarebbe "possibile ottenere il dominio di una mente sopra un'altra mente" tramite un'adeguata struttura edilizia, una sorta di carcere ideale, denominato Panopticon: tutti i detenuti, rinchiusi nelle proprie celle disposte a semicerchio, in teoria potrebbero essere individualmente sorvegliati da un unico guardiano posto in un corpo centrale, senza peraltro loro sapere se in quel momento risultano osservati o meno. Le celle avrebbero avuto l'unica apertura rivolta verso il centro della struttura, cieche verso il mare. L'isola carcere venne destinata a ergastolani e condannati ai ferri, appunto. Ve ne furono simili esempi in varie parti del mondo, addirittura in Australia nella Rottnest Island, una prigione per gli aborigeni. Così, la dissuasione a fare il male sarebbe derivata dalla consapevolezza di essere costantemente sotto controllo. Ciò nonostante, non mancarono tentativi di evasione.
Il 26 agosto 1797 nel nuovo carcere vi fu un tentativo di evasione di massa, il quale poté essere domato solo grazie all'arrivo di rinforzi da Napoli e lasciò sul terreno due morti e numerosi feriti. Un altro tentativo fu effettuato nel 1798, e l'anno seguente la struttura accolse progressivamente una parte dei condannati per i moti rivoluzionari del 1799. Identica sorte ebbero i rivoluzionari del 1848, tra cui si annoveravano numerose personalità di rilievo, come Silvio Spaventa e Luigi Settembrini (che vi rimase tristemente dal 1851 al 1859). Nell'ottobre 1860 vi fu una nuova e violenta rivolta, durante la quale gli 800 carcerati, principalmente camorristi della Bella Società Riformata che erano stati esiliati nell'isola dal governo borbonico, presero il controllo del carcere.
L'occasione fu data dalla partenza del distaccamento dell'Esercito delle Due Sicilie per unirsi alla resistenza organizzata a Capua dopo l'invasione sarda. Una volta messe le quaranta guardie in condizione di non nuocere, i camorristi istituirono la cosiddetta Repubblica di Santo Stefano, le cui redini furono offerte al capintrito (capobanda) Francesco Venisca. L'effimera Repubblica ebbe il tempo di dotarsi di uno statuto di convivenza tra gli ex detenuti e gli abitanti dell'isola, ma finì nel gennaio 1861, disfatta dall'arrivo delle truppe sarde a ripristinare l'ordine e l'isolamento detentivo. In quegli anni di passaggio di regno anche in altri carceri (come a Favignana) si ristrutturano dinamiche e gerarchie interne al micromondo carcerario, soprattutto per il ruolo della criminalità organizzata.
Anche dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, il carcere mantenne il proprio ruolo sotto la monarchia italiana. In questo periodo, il carcere continuò ad accogliere detenuti comuni e speciali, tra cui il più noto capobrigante post-risorgimentale Carmine Crocco e l'anarchico Gaetano Bresci che aveva ucciso re Umberto I di Savoia e con ogni probabilità fu impiccato in cella dai secondini e seppellito frettolosamente. Durante il ventennio fascista il carcere continuò a essere un luogo privilegiato per la collocazione di dissidenti politici. Detenuti famosi di questo periodo furono Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Rocco Pugliese e Sandro Pertini (il quale ne parlò in aula già nel 1947, ricordando come lì vi fu "suicidato" Bresci) che più tardi come noto è divenuto il settimo Presidente della Repubblica Italiana (1978-1985).
Altri antifascisti furono confinati dal regime sull'isola di Ventotene, ma non furono mai carcerati a Santo Stefano: per esempio Giuseppe Di Vittorio, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Proprio e soprattutto a questi ultimi tre si deve la redazione del cosiddetto Manifesto di Ventotene che nel 1941, in pieno conflitto mondiale, chiedeva l'unione dei paesi europei e costituirà, negli anni successivi (la prima distribuzione clandestina risale al gennaio 1944), il riferimento ideale cui guarderanno in molti per il successivo processo di integrazione continentale, proseguito per decenni e ancora in corso.
Al termine della seconda guerra mondiale, il carcere borbonico riprese la sua funzione di severa pena detentiva nei confronti dei delinquenti comuni. Significativo fu il periodo, otto anni dall'estate 1952 all'estate 1960, in cui fu direttore Eugenio Perucatti (1910), che riuscì a cambiare profondamente le strutture, le regole e l'atmosfera stessa del penitenziario. Trovandosi di fronte al regolamento obsoleto (peraltro proprio di tutti le carceri) si adattò a violarlo palesemente: la prima cosa che fece fu far leggere ai suoi collaboratori il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione italiana, in vigore da appena cinque anni: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato." Nel 1956 Perucatti espresse idee e proposte complessive in un volume significativamente intitolato: ""Perché la pena dell'ergastolo deve essere attenuata".
L'istituto di Santo Stefano è stato definitivamente chiuso nel 1965 e, da allora, la struttura è andata incontro a una lenta e progressiva decadenza. Benito Lucidi era stato l'unico detenuto riuscito a evadere in tempi moderni, nel 1960. Nel 1981, sopra il portone di accesso alla fortezza, fu apposta una grande lapide in marmo candido del Monte Altissimo (Alpi Apuane) per ricordare i patrioti dell'Ottocento e i prigionieri dell'epoca fascista. All'interno del penitenziario è stato girato il film L'urlo (1970) di Tinto Brass e alcune sequenze di Ostia di Sergio Citti e di Sul mare di Alessandro D'Alatri. Isola e carcere s'identificano da secoli, il contesto culturale temporale e artificiale del carcere è la sostanza dell'identità insulare, non se ne può prescindere per gli umani di oggi e forse del futuro.
Nei decenni recenti sono stati proposti alcuni progetti di recupero, ivi compresa un'improvvida iniziativa privata che mirava a trasformarlo in struttura alberghiera. Di notevole rilievo è ora il progetto di restauro e riuso del Complesso dell'ex Carcere dell'isola di Santo Stefano-Ventotene, promosso nel 2016 e rilanciato nell'ultimo biennio, fra l'altro con un finanziamento di 70 milioni di euro. Per assicurare il coordinamento tra le almeno otto amministrazioni pubbliche coinvolte e dare un impulso operativo all'attuazione degli interventi previsti, a fine gennaio 2020 è stato affidato a Silvia Costa il ruolo di Commissario straordinario. Dapprima è stato così approvato il piano operativo 2020-2023 e impostato uno Studio di Fattibilità (approvato poi a maggio 2021) in base al quale Santo Stefano dovrebbe diventare una "Scuola di alti pensieri" di respiro europeo su tre assi tematici: Storia/Cultura, Ambiente/ Natura, Europa/Mediterraneo, con la realizzazione di percorsi sia museali che naturalistici.
Sono stati inoltre eseguiti da novembre 2020 i primi lavori d'urgenza per la messa in sicurezza del nucleo storico; è stato bandito il Concorso Internazionale di Progettazione per l'intero Complesso dell'ex carcere; è stato allestito ad aprile 2021 un Infopoint al porto di Ventotene; tramite procedura aperta è stato affidato l'appalto della "messa in sicurezza degli edifici", i cui lavori stanno iniziando a fine 2021; è in corso la Valutazione di Impatto Ambientale del progetto di realizzazione per il delicato nuovo approdo. Oggi esiste anche l'area protetta a mare e l'intero comune di Ventotene (compresa Santo Stefano) include una Riserva naturale statale e l'Area marina protetta, con tutti i vincoli di legge. Forse bisognerebbe partire anche da lì per pianificare una forma di esistenza integrata, leggera e sostenibile.
La vocazione biologica dell'isolotto di Santo Stefano non è residenziale per gli umani, pur avendo la nostra specie reso immigrabile e abitabile ogni ecosistema, ogni lembo di terra e di mare, via via nel corso dei millenni e dei secoli. In linea di massima si potrà anche dover e poter dormire a Santo Stefano, non è un peccato in sé, tuttavia solo funzionalmente ad attività di alta formazione culturale, manutenzione, studio, visite guidate, documentazione, ricerca e osservazione naturalistica (marina e terrestre), non come residenza civile o turismo o spettacolo. Le forme possibili sono tante: esistono foresterie, ostelli per studenti, appartamenti d'appoggio temporaneo o stagionale per lavoratori residenti altrove, comunque sempre riferendosi a poche decine di persone in tutto. Non avrebbe senso lavorarci, spendere e recuperare per poi abbandonare di nuovo l'isolotto con gli edifici ben ristrutturati (con pochi e sostenibili impatti ambientali), destinati proprio a meglio conservare e valorizzare memorie di storia umana e di 170 anni di vita penitenziaria, da fruire con utilità morale e civile pubblica, prima possibile. Il flusso stabile di visite verso Santo Stefano, con imbarcazioni autorizzate provenienti esclusivamente da Ventotene, è previsto per il 2026, massimo 280 persone al giorno per otto mesi l'anno.









