di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 24 luglio 2021
Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: "Non mi piacciono i toni catastrofisti". Dice David Ermini, vicepresidente del Csm, che "bisogna cogliere, in positivo, l'opportunità che emerge anche dalle parole del presidente del Consiglio e della ministra della Giustizia. Lavorare sulle soluzioni possibili, con spirito di leale collaborazione".
Che cosa pensa della bozza di parere del Csm con dure critiche alla riforma?
"Ho letto la bozza della commissione, ascolterò il dibattito in plenum. Senza entrare nel dettaglio degli argomenti, credo sia innegabile la diffusa preoccupazione, non solo dei membri togati, sulla sostenibilità del meccanismo dell'improcedibilità sulla base dei carichi di lavoro delle corti d'appello. Molte non reggerebbero l'urto, a parità di risorse e personale".
Condivide i timori per i processi di mafia?
"Gli appelli di magistrati come il procuratore nazionale antimafia meritano ascolto. La specificità dei processi di mafia va considerata. Allungare i termini processuali solo per gli omicidi non è risolutivo".
Si è parlato, da parte delle toghe, di sicurezza nazionale in pericolo, incentivo a delinquere, pericolo per la democrazia. Esagerazioni?
"Non mi piacciono i catastrofismi. E preferirei che non si dimenticasse mai il doveroso rispetto della volontà del Parlamento".
Sta mancando? Al Csm non è stato gradito che la ministra non abbia chiesto il parere sulla riforma.
"In realtà l'ha chiesto, in extremis. La ministra ha sempre manifestato attenzione e rispetto per il Csm. C'è un dato obiettivo: i nostri tempi spesso sono incompatibili con quelli della politica".
In che senso?
"Quando ero parlamentare, ricordo che arrivavano pareri del Csm su testi nel frattempo già approvati. Anche oggi: la commissione ha lavorato sul testo uscito dal Consiglio dei ministri. È possibile che sopraggiungeranno ulteriori modifiche al testo. Dunque sarebbe opportuno dedicarsi soprattutto alle questioni generali".
Lei pensa che il testo del governo sarà modificato?
"Non spetta a me dirlo. Ma credo che l'interpretazione più corretta, nonché istituzionalmente positiva, del discorso del presidente del Consiglio sia nel senso di auspicare modifiche condivise per consolidare il consenso sulla riforma, ponendo però un limite temporale di una settimana. Uno spazio, anche se stretto, c'è".
Quanto stretto?
"Intervenire in modo condiviso su un meccanismo innovativo come l'improcedibilità richiede una convergenza politica non semplice, ma che occorre ricercare".
Più insidiosi gli ostacoli tecnici o politici?
"A mio avviso politici. La riforma della giustizia è come un'Olimpiade, deve far cessare le guerre tra e nei partiti. Altrimenti non si può fare. Se i partiti non rinunciano alle bandierine in un clima di pacificazione, non basta un anno per trovare l'accordo. Altro che una settimana".
Soluzioni possibili?
"Spettano al Parlamento. Mi pare promettente il lavoro su una maggiore diluizione dei tempi di entrata in vigore dell'improcedibilità e su una più adeguata individuazione dei tempi in appello e Cassazione con corretto computo degli stessi, escludendo quelli di "attraversamento" tra uffici, che talvolta superano i sei mesi".
Così, però, i due anni possono crescere a dismisura. Tanto rumore per nulla.
"Capisco l'obiezione: così si vanifica la certezza dei tempi processuali. Ma occorre tenere conto dell'oggettività dei dati statistici cui disponiamo".
Manca nella magistratura la giusta attenzione al principio costituzionale di ragionevole durata del processo?
"La prescrizione è una patologia, un pregio della riforma è valorizzare la ragionevole durata come diritto di ogni cittadino, vittima o imputato che sia. Dovrebbe stare a cuore a tutti. Anche se fare presto non significa automaticamente fare bene. Occorre ricercare e individuare un adeguato bilanciamento tra questi massimi principi in gioco. Lavoro niente affatto semplice".
Sui meccanismi alternativi al processo tradizionale la riforma è prudente: troppo?
"La direzione è giusta, il passo non troppo lungo. Ma, anche per la mia esperienza precedente, so bene che in Italia tutto ciò che si traduce in un'alternativa alla detenzione o che comporta uno sconto di pena diventa difficile da far digerire a una parte dell'opinione pubblica. Su questi temi, i partiti sono in campagna elettorale permanente. E infatti si parla molto di norme processuali, poco di risorse, investimenti, assunzioni. Cose non meno importanti, per migliorare il servizio giustizia".
Il Csm che può fare?
"Faremo di tutto per adeguarci. Alcuni posti per corti d'appello in sofferenza sono già stati banditi. Mi auguro che non si ripeta quanto accaduto in un passato non lontano, con posti rimasti privi di copertura".
Tra un anno finisce il suo tormentato mandato al Csm: la magistratura sta meglio o peggio di quando è iniziato?
"In questi anni la magistratura ha toccato il fondo. Ma ha reagito. E non ha nascosto la polvere sotto il tappeto. Ha fatto autocritica. I problemi sono diventati opportunità, si è capita la distinzione tra consenso interno, malato, e fiducia dei cittadini, sana. La sezione disciplinare del Csm non ha mai lavorato come in questo periodo. Dipingere novemila magistrati come artefici e vittime di un sistema di intrallazzi e il Csm come una Suburra è non solo mistificatorio, ma anche pericoloso. A chi conviene una magistratura nell'angolo?".
Ha letto il libro di Renzi? Su di lei va giù duro.
"Preferirei non parlare di libri che si occupano di me, per lo più in modo distorto e offensivo. Me lo sono imposto per il rispetto dell'istituzione che rappresento, anche mordendomi la lingua".
A proposito delle famose cene romane, a cui anche lei partecipava?
"La storia è diversa, verrà il tempo di scriverla. In ogni caso, non riesco a capire come possa sfuggire la differenza tra l'elezione del vicepresidente del Csm, che necessita per volontà costituzionale di un accordo tra magistratura e politica, e la scelta di un procuratore della Repubblica, in una procedura amministrativa concorsuale per titoli".
Sfugge per caso o perché?
"Si ignora o si disconosce che la lealtà verso le istituzioni è incompatibile con ogni forma di asservimento".
di Massimo Villone
Il Manifesto, 24 luglio 2021
Riforma della giustizia. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c'è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come? Come era nelle previsioni, è stata annunciata la questione di fiducia sulla riforma della giustizia. Quindi sul dibattito parlamentare calerà la mannaia, per porre argine al fiume degli emendamenti. Tenendo conto della disponibilità manifestata per qualche modifica, possiamo aspettarci un emendamento governativo, e i prossimi giorni ci diranno se sarà maxi, midi o mini. In ogni caso, è l'ennesimo schiaffo a un parlamento già esanime.
La ministra Cartabia insiste che la riforma è passata in consiglio senza obiezione alcuna. Ribadisce che la proposta era stata oggetto di ampio confronto e discussione, e concordata con tutti. Ovviamente, le crediamo. Ma vorremmo proprio sapere con chi ha discusso e concordato. Come vorremmo sapere se chi ha votato in consiglio dei ministri aveva letto le carte. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c'è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come? Certo, una pressione viene dall'Europa, che però non chiede questa o quella soluzione tecnica, ma soltanto una giustizia più efficiente e rapida, come vogliamo tutti. Quindi la responsabilità del che fare rimane tutta presso la politica italiana.
E rimangono domande che fin qui non hanno avuto risposte adeguate. È vero o no che con la formulazione attuale della proposta un gran numero di processi andranno al macero? Quanti, e dove? È vero o no che il limite per i reati commessi prima del 2020 non regge? È vero o no che potrebbe comunque cadere in Corte costituzionale? È vero o no che numerose Corti di appello non sono in grado di reggere l'urto della riforma? Quali? È vero o no che non ci si può attendere risultati epocali da un ufficio del processo popolato di giovani alle prime armi da formare e per di più assunti a tempo determinato? È vero o no che, se pure contribuissero a smaltire l'arretrato, al termine del contratto quell'arretrato ricomincerebbe a crescere?
È vero o no che tale infausto esito si eviterebbe solo con progetti pronti e risorse immediatamente disponibili - che invece mancano - per il rafforzamento degli organici dei magistrati e del personale e per le strutture? È vero o no che una maggiore rapidità ed efficienza del processo penale richiederebbe un deciso intervento anche sulla capacità investigativa che ne è la premessa, in termini di personale qualificato e di disponibilità di tecnologie avanzate? Infine, è vero o no che si vuole insistere su norme di sicura incostituzionalità come l'indicazione con legge di priorità per l'azione penale da parte del pubblico ministero? Per il significato di principio e gli effetti potenziali, è un punto almeno grave quanto il contenuto disomogeneo dei decreti-legge, l'abuso di emendamenti e maxi-emendamenti e l'inserimento di norme non urgenti fortemente - e giustamente - censurati da Mattarella.
La magistratura ha mostrato qualche esitazione, probabilmente per il clima particolarmente sfavorevole determinato dalla vicenda Palamara, e ora confermato dall'attacco referendario. Ma da ultimo la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura ha dato sull'improcedibilità un parere fortemente negativo, che peraltro la Cartabia non aveva chiesto. La ministra chiede ora che il Csm si pronunci su tutti gli emendamenti. Il corto circuito con l'accelerazione posta dalla questione di fiducia potrebbe rendere impossibile il parere in tempo utile. Che sia o meno una mossa dilatoria della ministra conta poco. Il parere della sesta commissione rimane, e anche l'Associazione nazionale magistrati ha manifestato un fermo dissenso.
E la politica? La tentata riforma "epocale" di Berlusconi e Alfano nel 2011 - cui questa somiglia non poco - destò opposizioni ben più nette e decise. Così, aspettiamo di sapere quali sono le - piccole? - modifiche necessarie per il Pd. Come aspettiamo che sia sciolto il mistero M5S. E ci preoccupa molto che Conte sia di mestiere - per quel che sappiamo - un civilista. Potrà chiarire alla Cartabia che in grandissima parte i processi di mafia non hanno a che fare con l'ergastolo?
Comunque sia, sulle riforme un segno politico c'è sempre. E per quanto ci riguarda è decisiva la valutazione di Salvini. Si è da ultimo speso per l'assessore sceriffo di Voghera. Non dubitiamo che chiederebbe la più dura condanna per il poveraccio che rubasse per fame una mela al supermercato. Da par suo, sulla riforma ha dichiarato che non toccherebbe una parola.
Questa è una riforma di destra nata da una politica sotto anestesia per Covid e governo istituzionale.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 24 luglio 2021
Vorrei in poche parole spiegare perché l'allarme sulla riforma della prescrizione che cancellerebbe i processi di mafia sia del tutto lontano dalla realtà. Innanzitutto, chiariamo di cosa stiamo parlando. Ci si riferisce prevalentemente a processi incentrati sulla contestazione di un reato associativo (416 bis c.p., associazione per delinquere di stampo mafioso) e dei c.d. "reati-fine" di quella associazione, che descrivono l'attività criminale in concreto addebitata a quella cosca in un dato contesto temporale. I più diffusi sono il traffico di stupefacenti (in assoluta prevalenza), le estorsioni, l'usura, il riciclaggio e l'autoriciclaggio, ma anche - seppure in misura molto minore - reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Ovviamente, non consideriamo nemmeno le contestazioni di fatti omicidiari, sottratti ad ogni forma di prescrizione.
Orbene, da sempre questi procedimenti penali, ovunque celebrati ed ancor più in quei distretti giudiziari pertinenti ai territori dove quella criminalità opera con particolare intensità, sono celebrati con connotazione di assoluta priorità.
Già il solo fatto di attribuire a questi procedimenti il valore medio dei tempi di celebrazione dei processi nei singoli distretti, costituisce una rappresentazione manipolata della realtà. Se a Napoli, per richiamare un esempio in questi giorni costantemente evocato, i tempi medi di definizione dei giudizi di appello supera i quattro anni, è corretto riferire questo tempo medio anche ai "processi di mafia"? È questo ciò che accade realmente a Napoli o in analoghe realtà giudiziarie? Sarebbe indispensabile, invece che agitare numeri a casaccio, dare una risposta statistica a questa banale domanda, visto che l'allarme è stato lanciato con riferimento specifico a quel tipo di processi e di imputazioni. Credo sia un dato agevolmente acquisibile dal Dipartimento statistico del Ministero di Giustizia presso tutte le Corti di Appello di interesse.
La esperienza forense ci consente già di affermare con cognizione di causa che non è così. E ciò non solo per la indiscussa natura prioritaria della trattazione di quei processi, ma ancor di più per la ovvia ragione che essi sono in larghissima percentuale a carico di imputati in stato di custodia cautelare. Come tutti ben sappiamo, sono i termini di custodia cautelare a governare i tempi di trattazione e di definizione di questi processi.
Nessuna Corte di Appello versa nelle condizioni di non riuscire a celebrare questi giudizi prima dello spirare del termine custodiale di fase, almeno per gli imputati e per le imputazioni principali. Possiamo anzi dire che è proprio la trattazione prioritaria di questa categoria di processi, imposta dai termini cautelari di fase, a determinare i gravi ritardi di trattazione dei tanti altri che qui per comodità vogliamo definire "ordinari".
Il termine custodiale in appello per questo genere di reati non è inferiore ad un anno e sei mesi, termine peraltro agevolmente prorogabile (evito noiosi tecnicismi) ben oltre i due anni. La prescrizione processuale voluta dagli emendamenti del Governo prevede un termine fino a tre anni per celebrare questi processi di appello. Aggiungo che questa assoluta priorità di trattazione vale anche nei pochi casi di imputati a piede libero. L'esempio delle sentenze Cosentino e D'Alò è ancora una volta un caso di manipolazione della verità. Quei processi di appello sono stati celebrati a tanta distanza dal fatto proprio perché gli imputati erano a piede libero, nessuna prescrizione maturava e dunque nessuna urgenza premeva.
State non certi ma certissimi che, vigente questa riforma, quei due processi sarebbero stati definiti entro il termine di maturazione della prescrizione. Se poi magari qualcuno proverà pure a chiedersi se appartenga alle regole di un Paese civile essere giudicati in appello a decenni dai fatti, ancorché di supposta matrice mafiosa, sarà sempre troppo tardi. Dunque questa è la modesta proposta che mi permetto di suggerire: un rapido accertamento statistico da parte del Ministero non sui tempi medi dei processi di appello, ma sui tempi medi di celebrazione dei "processi di mafia"; e vediamo chi sta raccontando la verità, e chi agita fantasmi, per continuare a tenere la Politica ed il Parlamento nella condizione di sovranità limitata nella quale è umiliata da ormai oltre 25 anni.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 24 luglio 2021
Prosegue il dibattito-scontro sulla prescrizione con posizioni apparentemente inconciliabili al punto che il presidente del Consiglio Draghi preannuncia che sarà posta la questione di fiducia sul testo che risulterà da "miglioramenti di carattere tecnico". Come è noto della prescrizione tratta uno dei 18 emendamenti della "riforma Cartabia" al disegno di Legge AC 2435, la "riforma Bonafede".
Non si parla oggi degli altri 17 emendamenti che recepiscono comunque molte (purtroppo non tutte) delle innovative proposte della commissione Lattanzi dirette ad incidere alla radice sui tempi dei processi: meno dibattimenti e tempi più brevi per i casi in cui il processo è veramente necessario, snellimento delle procedure senza nessun sacrificio per le garanzie di difesa. Ma tant'è, parliamo di prescrizione.
Non è osservazione originale, ma banale buon senso, quanto scrivevo su questo giornale l'11 luglio "Sono le regole del processo che devono individuare il punto di equilibrio tra fondamentali e irrinunciabili garanzie di difesa e l'obbiettivo che il processo si concluda il più celermente possibile". La ragionevolezza avrebbe imposto di tornare alla "riforma Orlando", stroncata, prima ancora che potessero esserne sperimentati gli effetti, con la forzatura del blocco della prescrizione dopo il giudizio di primo grado. Ma vi sono le ragioni della politica più forti della razionalità. I giuristi hanno discusso e discuteranno sulla soluzione proposta dalla riforma Cartabia, con l'ardito mix tra prescrizione sostanziale e prescrizione processuale.
Non proprio l'ideale, ma questo è il punto di mediazione raggiunto dalle ragioni della politica. In sintesi un tempo di due anni per il processo di appello e di un anno per il processo in cassazione, con prolungamenti per i reati di criminalità organizzata e di corruzione e imprescrittibilità per i reati puniti con l'ergastolo. Ma non appena asciugato l'inchiostro sul testo dell'emendamento sono stati pubblicati i dati sui tempi attuali di durata dei processi.
La cassazione è forse in grado di rispettare il termine di un anno. Per le corti di appello, se la maggioranza virtuosa non pone problemi, per le corti di Roma, Napoli (non proprio marginali) e anche Venezia e alcune altre, questi termini non sono raggiungibili in tempi brevi, nonostante ogni misura organizzativa attuata. che per produrre effetti concreti richiede ovviamente del tempo. Gli irriducibili della "prescrizione mai" non hanno neanche avuto la necessità di considerarli per condurre la loro crociata, ma penso che in molti si saranno chiesti se quei dati, pubblici e da tempo noti, siano stati letti dai tecnici del ministero che hanno scritto l'emendamento. Fiat iustitia et pereat mundus: vadano in prescrizione i procedimenti accumulatisi nelle Corti di appello meno virtuose.
Una (opinabile) scelta possibile con assunzione di responsabilità da parte del decisore politico. Ma sembra che così non sia stato e che oggi ci appresti a quelli pudicamente definiti "miglioramenti di carattere tecnico". Non ho bisogno di ritornare sul rifiuto del "fine processo mai", ma è tempo che il legislatore si misuri con i duri dati della realtà. I termini di due anni e un anno non stanno scritti in modo indelebile da nessuna parte, ma sono la ricerca di un punto di equilibrio. "Si sbaglio mi corrigerete" chiedeva Papa Wojtyla. Anche il ministero della giustizia può riaggiustare il tiro dopo aver letto i dati che aveva trascurato.
L'obbiettivo di ridurre drasticamente, del 25%, i tempi del processo penale può essere ragionevolmente raggiunto prendendosi per un periodo limitato un margine in più. Tre anni piuttosto che due per l'appello e uno e mezzo per la cassazione per i prossimi tre anni. Nel frattempo ci si impegna per l'attuazione delle misure organizzative messe in cantiere: ufficio per il processo, assunzioni di magistrati e personale amministrativo.
L'intendance suivra, una sottovalutazione pagata a caro prezzo da Napoleone. Nella decorrenza da fissare per il processo di appello, non si può partire dalla data del deposito della sentenza di primo grado, ma occorre considerare i tempi tecnici di trasmissione del fascicolo dai tribunali alle corti di appello, novanta giorni oggi nei casi migliori.
Il "Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale" opportunamente introdotto con l'art 15 bis se non vorrà essere un orpello, dovrà, per così dire, stare con il fiato sul collo delle Corti di appello più lente. Il "fine processo mai", che vogliamo rifiutare, si potrà ragionevolmente contrastare correggendo gli errori di valutazione con "miglioramenti tecnici" del tipo di quelli indicati, per evitare l'effetto boomerang che un numero rilevante di prescrizioni in appello determinerebbe su tutto il pregevole impianto della "riforma Cartabia".
di Paolo Farinella*
Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2021
Domenica 18 luglio 2021, intorno alle ore 16:00 mi chiama un amico per chiedermi se può dare il mio numero di cellulare a una giornalista del Tg1 Rai che vorrebbe intervistare un prete di Genova per i fatti del G8. Dopo poco più di un'ora mi chiama la giornalista: "Il mio nome è X Y e sono a Genova per un servizio. Potremmo vederci domani (19/07) per una intervista che vorremmo mandare sul Tg1 della Rai?". Dico di sì e mi chiede di che cosa voglio parlare, "così per avere un'idea".
Rispondo che io c'ero, ho visto e vissuto tante cose e, a distanza di anni, dopo molte sentenze in tribunale, compresa l'ultima del 18/07 della Corte di Giustizia Europea che ha respinto il ricorso dei militi che le si sono rivolti, possiamo forse capire il senso di quanto successo. Non fu impreparazione o incapacità, ma l'assalto armato e le conseguenti macellerie e torture furono una decisione politica di appropriazione dello Stato da parte di un governo - al tempo governo Berlusconi, Bossi e il fascista Fini - per vedere fino a che punto si poteva spingere per eliminare la Democrazia e lo Stato di Diritto, orpelli senza valore. Si volle la guerra e ci fu la guerra di uno Stato contro i propri cittadini migliori, usando corpi dello Stato per impedire l'esercizio di diritti sacrosanti.
Chi salvò la Democrazia fu Carlo Giuliani che, morendo, bloccò il processo dissoluto e mise paura. Aggiunsi che, oggi, a distanza di vent'anni, bisogna scegliere tra una rievocazione romantica, farcita da luoghi comuni, imposta dal calendario, o fare memoria nel contesto di quello che successe allora. Non solo, oggi si devono collocare quei fatti nel contesto di quanto accadde "dopo", perché oggi viviamo le conseguenze visibili di quei giorni che non sono finiti, perché Giustizia non è stata fatta, ma è stata volutamente negata. Non si possono non ricordare, oggi, le sentenze dei tribunali che hanno sancito la trattativa con la Mafia e accertato i rapporti di Dell'Utri per conto di Berlusconi con essa, e fare due più due non solo è lecito, ma forse anche doveroso.
Genova fu teatro di prova generale. Non fu sospesa la Democrazia, fu massacrata, perché la stessa sera, il governo al completo prese le difese dei poliziotti, carabinieri e soldati traditori, arrivando anche a promuoverli nei mesi e negli anni successivi. Poi aggiunsi alcuni particolari di cui fui testimone e conclusi che oggi vivo in Italia, ma rifiuto lo Stato che torturò e macellò il suo popolo migliore, abolendo la Costituzione.
La giornalista ascolta in silenzio e alla fine, come se fosse liberata, mi dice: "Devo sentire la redazione per valutare che taglio dare al pezzo, semmai la chiamo più tardi". Ho risposto "Ok", sapendo che non avrebbe chiamato perché ho sentito in lei la paura per le cose che avrei detto. Alle ore 18:11 mi arriva un WhatsApp che trascrivo: "Sono X Y del Tg1. Per domani mattina per il momento nulla, perché non abbiamo ancora deciso il taglio. La ringrazio comunque della disponibilità e mi salvo il suo numero". Io rispondo: "Immaginavo. Grazie a lei".
Mi sono chiesto quale taglio potesse avere un servizio volante del Tg1 di qualche minuto, a Genova, nel ventennale della macelleria e tortura del G8 del 2001, se non quello di immedesimarsi col clima di allora, dando voce non ad esagitati gratuiti o professionisti, ma uomini e donne, ormai vecchi, ma protagonisti viventi e dolenti di quel tempo buio che più buio non si può. Se il Tg1 arriva a censurare anche la storia, magari per non turbare gli equilibri o i propri referenti politici, è segno che la lottizzazione e la libertà del servizio pubblico sono una chimera e il servizio pubblico è un vero servizievole ossequio ai privati, sul quale non si può dire la verità, anche sancita da sentenze di tribunale.
Purtroppo, non capita solo al Tg1, ma anche alla "stampa", asservita al governo dell'ammucchiata e con la scusa di eventuali querele, nonostante si citino sentenze passate in giudicato virgolettate, ha ancora la deferenza dei "servi volontari" che s'impegnano con ardore a essere servi dei loro padroni diretti e acquisiti e ci riescono molto bene e senza sforzo alcuno. Alla luce di questo, bisognerebbe semplicemente abolire il servizio ex-pubblico Rai e non pagare più il canone che è una gabella medievale ingiusta e vessatoria a beneficio di un sistema che ritiene B. "uno statista" e parte integrante del governo, questo sì, dei "peggiori".
Ho ancora negli occhi la scena proprio del Tg1 con il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che col volto atterrito parla alla nazione e - fatto inaudito nella storia della Repubblica - accanto a lui Berlusconi in assetto di circostanza che si vide di botto smontare il giocattolino del suo successo, misto alla paura che vi potesse essere una insurrezione popolare. Passi per il Presidente Ciampi che rappresenta il Popolo Sovrano per imperativo costituzionale, ma che c'entrava Berlusconi che rappresentava solo il governo? Ancora una volta volle appropriarsi di un sentimento che da solo non poteva avere e rubò la scena al titolare di Diritto. Come sempre, come suo costume.
Quella sera gli andarono di traverso anche i limoni finti che fece legare alle piante ornamentali fuori stagione, falsi anche quelli, ma il seguito, programmato dalle "forze del disordine organizzato", non fu da meno a Bolzaneto o alla Diaz o dovunque vi fosse un assetto democratico da scoraggiare e da tortura. Una vendetta degna dei colonnelli argentini o cileni, o dell'Isis a cui abbiamo fatto scuola, con maestri e insegnanti di prim'ordine.
*Sacerdote
di Antonio Massari
Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2021
Intervista a Sebastiano Ardita, Consigliere Csm. L'ennesima bocciatura della riforma Cartabia arriva da Sebastiano Ardita, consigliere del Csm (corrente Autonomia e Indipendenza), ex pm antimafia e direttore generale dell'ufficio detenuti, tra il responsabile dell'attuazione del regime carcerario più duro, il "41bis".
Ardita, qual è la criticità principale della riforma?
C'è un equivoco di fondo: gli obiettivi sono importanti e condivisibili, ma i mezzi sono inadeguati, addirittura contraddittori rispetto agli scopi. Partiamo dalla lunghezza dei processi, tema legato alla prescrizione. Non basta dichiarare l'intenzione di accorciare i tempi, perché i tempi sono legati agli adempimenti e, se non si riducono gli adempimenti, è impensabile che i tempi si accorcino.
La riforma prevede - salvo proroghe di un anno o di 6 mesi per processi complessi e reati gravi - la durata massima di due anni per l'appello e un anno per la Cassazione. Cosa non va?
Poiché la tempistica non è legata allo snellimento degli adempimenti ed è dettata dall'alto, pena l'improcedibilità dall'appello in poi, e poiché già sappiamo che non potrà essere rispettata, nei fatti diventa un'amnistia. È una follia. Manderemmo in fumo il lavoro giudiziario a caso, senza alcun criterio razionale, slegato sia dalla gravità sia dalla vetustà dei processi. Un processo per un piccolo spacciatore che dura 10 anni in primo grado e 2 anni in appello (in totale 12) non verrebbe colpito da nessuna sanzione. Quello per un grosso trafficante di droga che dura 3 anni, di cui sei mesi in primo grado e 2 e mezzo in appello, diventa improcedibile. Qual è il significato strategico di questa amnistia random?
Lei intravede un'incidenza negativa su reati di mafia e corruzione?
Qualunque forma criminale organizzata ottiene un beneficio da un sistema processuale inefficiente. Se non bastasse, quando la giustizia dello Stato non funziona, è proprio quella della mafia ad attivarsi. Anche i fenomeni di corruzione sono più difficili da contrastare, se bisogna fare i conti col pallottoliere delle improcedibilità.
C'è comunque necessità di una riforma? In quale direzione? E perché?
C'è bisogno di una riforma radicale della giustizia penale. Una riforma che renda il rito penale non semplice, ma semplicissimo. Un processo allo stato degli atti, raccolti dal pm e dalla difesa, con pari dignità di prova. Una motivazione semplificata delle sentenze. Un regime di sanzioni diversificato, rispetto al quale il carcere sia una soluzione minoritaria, da adottare obbligatoriamente per soggetti pericolosi. Chi vuole un rito ordinario, lungo, orale, se viene condannato andrà incontro a un altro registro di sanzioni, molto più gravi. Allo stesso trattamento - al rischio di un aggravamento - dev'essere sottoposto chi appella una sentenza. I processi diminuirebbero. E sarebbero più agili. Ne sono certo.
Della riforma cosa salva?
Le pene alternative, la messa alla prova e la giustizia riparativa per i condannati. Ma senza nessuna esperienza, formazione e cultura di controllo delle pene alternative al carcere, non possono funzionare. Anzi, completerebbero il disastro di un sistema penale inefficiente. Ritengo assurdo che non esista un progetto sulle carceri, che investa sugli operatori e comprenda le ragioni del disagio dei detenuti, dell'indisciplina interna, delle rivolte del marzo scorso e del modo illegale con cui è stato riportato l'ordine interno. Ma vedo solo parole. Nessun fatto concreto.
La fiducia degli italiani nella magistratura è ai minimi storici. Perché?
È bassa perché, a dispetto dell'operato onesto e proficuo dei singoli, la magistratura appare come una struttura di potere organizzata e gelosa delle sue prerogative. La sua rappresentanza, che dovrebbe garantirne l'autonomia e l'indipendenza, s'è trasformata nel potere che gestisce l'autonomia. La crisi delle altre istituzioni l'ha reso il più stabile e duraturo dei poteri, il governo più strutturato e meno disponibile al cambiamento.
Il rimedio?
Nessun sistema di potere si sopprime da sé: l'unica speranza è una modifica legislativa che mantenga (o restituisca) indipendenza e autonomia ai magistrati e spazzi via questo modello reazionario di autogoverno. Basterebbe introdurre anche una tantum il sorteggio dei componenti del Csm. Ma gli altri poteri non ci pensano neanche. O le altre istituzioni ritengono questo potere così forte da temerne le reazioni, oppure pensano a una riforma radicale che porti via sia il potere dell'élite sia l'autonomia dei magistrati. Prospettive entrambe preoccupanti.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2021
Il delitto passionale aggravato, punito con l'ergastolo, non può essere attenuato dalla confessione di chi non ha scampo. Il disturbo borderline di tipo narcisistico non integra il vizio di mente dell'autore di un omicidio passionale, che resta pienamente responsabile del delitto commesso. I disturbi della personalità possono "azzerare" la capacità di intendere e volere solo quando determinano una vera e propria infermità dovuta a malattia mentale.
Non basta quindi al riconoscimento del vizio mentale dell'assassino far rilevare le sue problematiche caratteriali e le distorsioni del comportamento, neanche dando risalto al vissuto doloroso familiare che ha determinato in lui un deficit intellettivo e una personalità narcisistica. Come spiega la Cassazione, con la sentenza n. 28964/2021, rigettando il primo motivo di ricorso contro l'attribuita premeditazione dell'omicidio volontario.
La Cassazione ha riconfermato la sussistenza della premeditazione anche di fronte alla tesi difensiva dell'aver agito in stato d'ira a seguito del rifiuto della vittima di riprendere la relazione amorosa con il ricorrente. Infatti, il rifiuto era già stato espresso ed era perciò noto a colui che si era già determinato a uccidere se questo fosse stato rinnovato in occasione dell'ultimo fatale incontro tra i due. Si tratta di un'ipotesi di dolo condizionato da un evento futuro, che nulla toglie alla premeditazione anzi la conferma. Neanche l'eventuale ampio lasso di tempo tra la determinazione a uccidere e il verificarsi dell'evento rappresentato come occasione per agire spezza il nesso della premeditazione.
Il ricorso è stato rigettato anche sul punto del mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Infatti, spiega la Cassazione che non si può dare rilevanza alla confessione dell'omicida che si reca in Questura per costituirsi se questo avviene dopo diverse ore e dopo essersi consigliato con alcuni familiari addivenendo alla semplice e piana convinzione di non avere alternativa. Ciò che depone - tra l'altro - per una piena coscienza in opposizione all'affermato vizio di mente e soprattutto di una sincera spinta alla confessione. Precisa la Cassazione che il riconoscimento delle attenuanti generiche si fonda su plurimi elementi e che basta la ricorrenza o meno di uno solo di essi per negarle con espressa motivazione del giudice.
Neanche la contestazione della pena dell'ergastolo è stata accolta dalla Cassazione che ha rilevato come sia stata ampiamente provata la condotta di continue molestie poi sfociate nell'assassinio della donna. La sentenza di legittimità conferma la riconosciuta aggravante del reato di omicidio che il codice penale sanziona con il carcere "a vita".
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 24 luglio 2021
I legali di Adriatici: via i domiciliari. Oggi decide il gip. La versione ufficiale nulla aggiunge anzi forse toglie, perché mancando ancora un video sulla fase dello sparo, le parole di Massimo Adriatici messe a verbale davanti al gip ("Ero confuso, non ricordo quegli attimi") lasciano sospesi i misteri sulla dinamica balistica, e dunque sulle azioni e le eventuali responsabilità. Alle 22.30 di martedì in piazza Meardi, all'esterno del bar "Ligure", il 39enne Youns El Boussettaoui, cittadino marocchino, era stato ferito mortalmente da un proiettile esploso dalla pistola dell'assessore leghista alla Sicurezza. Una pistola con il colpo in canna e senza sicura essendo quella l'abitudine di Adriatici nelle ronde serali da "sceriffo", una nomea nella quale il diretto interessato "non si riconosce", ha ribadito l'avvocato Gabriele Pipicelli che auspica la cessazione dei domiciliari per l'assistito.
Se quella sera è stata l'ultima uscita di Adriatici con l'amata calibro 22, in quanto come raccontano al Corriere fonti del Comune di Voghera la Prefettura è intenzionata a non rinnovare il porto d'armi, in oltre due ore di domande del gip Maria Cristina Lapi, che oggi si pronuncerà sull'accusa (eccesso colposo di legittima difesa) e per appunto sulla misura (l'impossibilità di uscire dall'appartamento in pieno centro), Adriatici, in camicia, giacca e volto terreo, ha escluso ogni addebito. Non era andato in piazza Meardi per "puntare" l'immigrato, non aveva conti in sospeso e vendette da saldare, non coltivava la minima intenzione di assassinarlo.
La mossa del giudice, che si è presa l'intero tempo a disposizione fino all'ultimo minuto possibile, conferma la delicatezza tecnica del caso, senza menzionare la sua esasperata deriva politica. In una contrapposizione e in una narrazione che finge di non vedere, e anzi altera, i dati di cronaca fin qui assemblati dagli investigatori per cristallizzare lo scenario. In ordine sparso: Adriatici si ergeva a tutore dell'ordine pretendendo di consigliare a poliziotti e carabinieri cosa fare; all'esterno del bar "Ligure", anziché chiamare come ogni comune cittadino il 112 ha telefonato a un fisso del commissariato; della pistola col colpo in canna e senza sicura abbiamo detto, e il fatto che quel calibro sia piccolo, spesso non letale, è una giustificazione che non regge; quanto a El Boussettaoui, era un pluripregiudicato che aveva disatteso due ordini di lasciare l'Italia, aveva problemi mentali e drammatiche difficoltà esistenziali, molestava i passanti masturbandosi e orinando in luoghi pubblici, e inveendo contro chiunque per strada, minorenni compresi; infine, e lo diranno o meno i risultati degli esami tossicologici, forse martedì era indebolito e alterato da alcolici oppure droghe, e non essendo armato non rappresentava una minaccia.
O forse al contrario sì, e moltissimo, a cominciare dalla violenza del colpo a mano aperta sferrato contro Adriatici dopo che quest'ultimo aveva estratto la pistola per convincerlo (ma a quale titolo?) a darsi una calmata: nelle fasi successive all'arresto per omicidio volontario, saputo del decesso in ospedale di Boussettaoui l'assessore aveva avuto un mancamento. Trasferito a sua volta al pronto soccorso, i medici avevano constatato la pesantezza di quella botta ricevuta, ed escoriazioni sul corpo in conseguenza della successiva caduta a terra, come si vede nell'unico filmato recuperato da una telecamera.
Di frequente, i vertici delle forze dell'ordine avevano avvisato la sindaca Laura Garlaschelli dei pericoli rappresentati dal suo assessore, di quelle ronde, della convinzione di dover governare da solo Voghera, della pretesa di trasformare la cittadina in una battaglia perfino contro i barboni, che voleva far sloggiare, ma lei non aveva voluto o potuto togliergli l'incarico che comprendeva, oltre alla Sicurezza, la Polizia locale e l'Osservatorio sull'immigrazione. Immigrato il morto, immigrati i testimoni concordi nella versione che, insieme ai frame di quella telecamera che riprendono il colpo in faccia, avevano convinto la Procura a escludere l'omicidio e confermare la decisione, con l'avviso però al gip del rischio di una reiterazione di Adriatici.
È in programma oggi pomeriggio alle 16 in piazza Meardi una manifestazione delle comunità marocchine e di alcune associazioni fra cui la rete antifascista e Nsi-Noi siamo idee con Bahija, la sorella di Youns El Boussetaoui. "Giustizia per Musta - la sicurezza è per tutti" è il claim scelto per il presidio convocato proprio nella piazza in cui il 38enne è stato ucciso. Il sindaco Paola Garlaschelli, che dall'ottobre del 2020 guida una giunta di centrodestra, ha scritto ai commercianti della piazza e delle zone limitrofe invitandoli a "prestare ogni opportuna attenzione" e suggerendo di "valutare l'eventuale chiusura della propria attività".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 luglio 2021
Il Garante campano Samuele Ciambriello che ha visitato mercoledì Aurelio Quattroluni nel carcere di Secondigliano: "Si trova in una situazione drammatica ha metastasi in tutto il corpo e dovrebbe essere curato in ospedale". Ridotto pelle e ossa, si trova in una condizione fisica molto grave a causa di un tumore alla prostata che oramai è sfociato in metastasi in tutto il corpo. Ma non è in detenzione ospedaliera, l'uomo è recluso nel carcere campano di Secondigliano, essendo un ergastolano ostativo.
Soprattutto dopo le polemiche contro le "scarcerazioni", che poi erano, appunto, le detenzioni domiciliari per gravi motivi di salute, lo Stato ha preferito fare a meno del rispetto del diritto alla salute. Di fatto non si è dato seguito all'articolo 32 della Costituzione che teoricamente viene prima di ogni altra esigenza punitiva. Una pena di morte lenta, quella che sta subendo l'ergastolano Aurelio Quattroluni, classe 1960. Vive da malato terminale in carcere, in barba all'articolo 27 della Costituzione che disciplina il senso di umanità che deve caratterizzare tutte le pene e la finalità rieducativa dei trattamenti imposti al condannato. Tutto questo è da leggere in combinato disposto con l'art. 3 Cedu che vieta torture e trattamenti inumani e degradanti.
La visita a Secondigliano del garante campano Samuele Ciambriello - Una storia, la sua, presa in carico dal garante regionale Samuele Ciambriello che ha potuto rivederlo mercoledì scorso durante una visita al reparto T1 di Secondigliano. Una visita importante, quella effettuata dal Garante nel reparto dove sono reclusi i "fine pena mai". Sono i dimenticati, ma ricordati solamente quando c'è bisogno di strumentalizzare. Il Garante ha così portato un po' di luce in fondo al tunnel dell'indifferenza e della violenza, molto subdola, di uno Stato oramai arreso all'emergenzialismo quando l'emergenza non c'è.
Enrico Fumia ha interrotto lo sciopero della fame - Quello stesso giorno, il garante Ciambriello è riuscito a far interrompere lo sciopero della fame intrapreso da Enrico Fumia, un caso di detenuto oncologico segnalato dall'associazione Yairaiha Onlus e riportato sulle pagine de Il Dubbio. Grazie al coordinamento con l'autorità sanitaria, il garante regionale è riuscito a fargli prenotare la chemioterapia, indispensabile per la sua sopravvivenza. Ma ritorniamo all'ergastolano Quattroluni. Una vicenda drammatica. Dal carcere di Padova dove si trovava detenuto, su decisione del magistrato fu mandato agli arresti domiciliari e operato d'urgenza presso l'ospedale "Vittorio Emanuele" di Catania per cancro alla prostata in stadio avanzato, quindi sottoposto alle terapie. Purtroppo per il cancro di cui è affetto non vi può essere guarigione.Quattroluni resta per qualche tempo agli arresti domiciliari, viene curato sia fisicamente che mentalmente perché intanto gli si sono aggiunte altre patologie molto serie.
Rigettate tutte le istanze per i domiciliari per Aurelio Quattroluni - Nel mese di febbraio 2020 arrivano accuse retroattive risalenti a 25 anni fa. Lo arrestano e viene tradotto nel carcere di Catania. Arriva la pandemia e Quattroluni risulta anche positivo al Covid 19. Il tribunale di Catania dispone nuovamente gli arresti domiciliari con scadenza settembre 2020, ma la pec non viene letta in tempo utile e il detenuto viene trasferito presso il carcere di Secondigliano. L'avvocata Ornella Valenti del foro di Catania, che assiste il detenuto, si imbatte in 53 pec con allegati documenti e certificazioni. Istanze su istanze, ma prontamente rigettate.
Nel frattempo il detenuto peggiora. A ciò si aggiunge la depressione, alternando scioperi della fame con attacchi di autolesionismo. Com'è detto è affetto da patologia tumorale con metastasi, è stato sottoposto al primo ciclo di chemioterapia, che si è rivelata devastante in considerazione delle sue condizioni fisiche in fase di netta degenerazione e a causa dello stato di isolamento a cui è sottoposto. È evidente lo stato di incompatibilità con il regime carcerario. Per questo l'avvocata Valenti ha presentato l'ennesima istanza, rigettata di recente dal tribunale di Catania, mentre la magistratura di sorveglianza di Napoli tarda nel pronunciarsi. È stata chiesta la detenzione domiciliare, oppure - in subordine - almeno il ricovero presso un presidio ospedaliero in modo di poter essere monitorato in maniera adeguata. Nulla da fare. Da una parte il rigetto, dall'altra il silenzio.
È sottoposto a una sorveglianza particolare: un isolamento diurno - Mercoledì scorso, com'è detto, è andato a trovarlo il garante regionale Samuele Ciambriello. Riferisce a Il Dubbio che l'ha visto in condizioni gravi. "Si trova in una situazione drammatica - spiega il Garante - peserà 40 kg, ha il tumore in tutto il corpo e nonostante ciò rimane in carcere". Ma non solo. "Continuano a tenerlo in queste gravi condizioni - prosegue il Garante -, con l'aggiunta che è stato recentemente raggiunto da un ulteriore restrizione a causa di un nuovo pentito che l'accusa di delitti commessi più di 25 anni fa". Parliamo della sorveglianza particolare, un isolamento diurno. "C'è una possibilità di poterlo curare meglio - osserva sempre il Garante Ciambriello -, ovvero mandarlo all'ospedale oncologico di Catania dove c'è la possibilità di garantirgli una terapia adeguata. Basterebbe una detenzione ospedaliera in quel luogo, e lo avvicinerebbe anche alla famiglia". È allo stadio terminale l'ergastolano Quattroluni. Ma rimane in carcere, a quello di Secondigliano dove il reparto clinico interno non è adeguato a garantirgli una assistenza.
"Credo che stia morendo nel silenzio e nell'indifferenza", dice con amarezza il Garante Ciambriello, il quale si è attivato mandando una lettera alla direzione sanitaria del carcere, chiedendo un report sanitario. Che intendono fare? Quali provvedimenti prenderanno per garantire il diritto alla salute del detenuto? Questo è quello che il garante Ciambriello ha chiesto. Anche perché, un medico generico del reparto T1 di Secondigliano, non può garantire una assistenza oncologica. Ci vorrebbe un ospedale, non un carcere.
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 24 luglio 2021
Il Provveditore Cantone ha comunicato che il Dipartimento di amministrazione penitenziaria ha dato l'indicazione che i detenuti, su scelta volontaria, possono formulare e presentare una richiesta di trasferimento per avvicinamento familiare.
Nuovo incontro stamani tra i tre garanti dei detenuti, Samuele Ciambriello (Garante regionale), Pietro Ioia (garante città di Napoli) e Emanuela Belcuore (Garante della provincia di Caserta) con il Provveditore campano reggente dell'amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, per discutere nuovamente del trasferimento dei 42 detenuti dal reparto Nilo (quello delle violenze) dal carcere di Santa Maria C.V. L'incontro era stato chiesto dai tre garanti direttamente al capo del Dap, Bernardo Petralia, il quale, però, ha delegato Cantone, perché impedito da altri appuntamenti di natura istituzionale. I detenuti sono stati trasferiti nei giorni scorsi in 23 istituti penitenziari diversi, ma tutti fuori regione, da Sollicciano, Modena, Ivrea, Palmi, Forlì, Palermo, Reggio Calabria, La Spezia, Terni, Castrovillari ed altri.
Il Provveditore Cantone ha comunicato che il Dipartimento di amministrazione penitenziaria ha dato l'indicazione che i detenuti, su scelta volontaria, possono formulare e presentare una richiesta di trasferimento per avvicinamento familiare indicando 3 carceri più vicine alla Regione Campania, in seguito alla quale il DAP verificherà, d'intesa con la Procura, che ne aveva segnalato i trasferimenti, la fattibilità dell'accoglimento della richiesta. Anche se la Procura sulla scelta dei luoghi in cui sono stati trasferiti i detenuti non c'entra proprio nulla. In realtà la Procura aveva segnalato solo la necessità di allontanare da santa Maria Capua Vetere i detenuti vittime delle violenze del 6 aprile 2020, molti dei quali hanno anche denunciato gli agenti penitenziari.
"Credo che sarebbe stato più opportuno organizzare i trasferimenti diversamente - dice Il Garante regionale Samuele Ciambriello - con più umanità, più realismo, più ragionevolezza, ma sono comunque grato al DAP dell'incontro di stamattina, dal quale è emersa una strada da percorrere per il concreto avvicinamento dei detenuti. Una prospettiva di avvicinamento tra il carcere così com'è e come dovrebbe essere".
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