di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 9 novembre 2021
L'appello del Coordinamento migranti al neosindaco Matteo Lepore. Lo aveva promesso in campagna elettorale, e ora c'è chi pretende il rispetto di quella promessa. A Bologna il Coordinamento migranti chiede pubblicamente al neo sindaco Pd Matteo Lepore di chiudere l'hub di via Mattei, l'ex Cie poi riconvertito in un centro di accoglienza per migranti. "Va abbattuto e nemmeno ricostruito", aveva detto il primo cittadino. La sfida ora è farlo davvero.
"Convochi subito un tavolo con la Prefettura per chiudere il Mattei!", scrive il Coordinamento che ricorda "i migranti del Centro Mattei che continuano a vivere stipati in camerate, nonostante le numerose proteste e nonostante la legge Lamorgese stabilisca il superamento dei grandi centri di accoglienza a favore di forme comunali di accoglienza diffusa".
Nel 2013 il centro, all'epoca un Cpt e quindi un carcere per migranti, fu definito "il cuore di tenebra di Bologna" da parte dell'ex sindaco Merola. Fu chiuso, e poi riaperto. Non più con i migranti costretti dietro alle sbarre, ma come centro di smistamento, e poi di accoglienza. Sul tema il Comune fa sapere di essere già al lavoro per rilanciare l'accoglienza diffusa in città, e in prospettiva per riflettere sul ruolo del centro. I tempi però non saranno stretti, visto che il Mattei andrà a gara per rimanere aperto almeno per tutto il 2022.
Il coordinamento racconta come l'hub bolognese nel tempo sia diventato "il dormitorio dove le agenzie interinali reclutano migranti da far lavorare" all'Interporto di Bologna, "con contratti a chiamata e turni di lavoro massacranti". Proprio all'Interporto nelle ultime settimane un migrante di 21 anni è morto schiacciato mentre un altro ha perso sei dita.
La richiesta del Coordinamento in questo caso è di intervenire su tutti i fronti, compreso quello dei trasporti prevedendo un servizio di bus che da Bologna porti all'Interporto, non costringendo i migranti ad andarci in bici o a piedi di notte. Il coordinamento denuncia anche la "discrezionalità amministrativa con cui il Comune ostacola le pratiche per la residenza e l'idoneità abitativa", il certificato cioè necessario "per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno, per i ricongiungimenti familiari e per poter vivere in un appartamento una volta usciti dai centri di accoglienza". Ad esempio, spiega il coordinamento, "per ottenere la residenza non basta più l'accertamento della Polizia municipale. Solo e soltanto ai migranti viene chiesto che i proprietari di casa li accompagnino all'anagrafe".
Il Riformista, 9 novembre 2021
Avvocati, testimoni di giustizia, forze dell'ordine, persone vittime della giustizia uniti per Ambrogio Crespi Garante dei detenuti a Milano. Un'ondata di firme che in pochi giorni ha superato quota 160. Tanti i nomi che hanno sottoscritto l'appello: quello dell'ex sottosegretario Sandro Gozi, europarlamentare eletto con Macron, e di Giuseppe Gulotta, noto per il clamoroso errore giudiziario di cui è stato vittima.
Ma anche quello di Augusto Di Meo, testimone di giustizia dell'omicidio di don Peppe Diana, e del testimone di giustizia Benedetto Zoccola. E poi il nome di Francesco Pace (Associazione nazionale carabinieri), del docente esperto in Criminalistica Riccardo Sindoca, del presidente della Provincia di Caserta Giorgio Magliocca. Fra le firme, poi, anche quelle di esponenti della società civile come Luciano Roffi, la voce italiana di Quentin Tarantino in 'Pulp Fiction,' e Giusy Regalino, amministratrice della tv Rti Calabria.
L'appello, partito due settimane fa da 13 cittadini fra cui l'avvocato Gaetano Berni, già Consigliere di Cassazione, e Raffaele Sollecito, chiede al sindaco di Milano, Beppe Sala, di tenere conto del percorso del milanese Ambrogio Crespi, che oltre ad essere stato detenuto nel carcere di Opera nell'ambito di un caso giudiziario molto discusso, ha realizzato vari docufilm: sulla storia di Enzo Tortora, contro le criminalità organizzate ('Terra Mia'), e poi 'Spes contra spem', in cui ha saputo ascoltare e far parlare detenuti condannati per pesanti reati di mafia, creando uno dei più convincenti atti di accusa contro la criminalità organizzata non senza elogi da parte delle istituzioni. Un percorso, quello di Crespi, che ha portato alla recente Grazia parziale da parte del Presidente Mattarella.
Firme per Ambrogio Crespi a Garante dei detenuti
Sandro Gozi, deputato del Gruppo Renew Europe al Parlamento europeo, già Sottosegretario di
Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei; Avvocato Gaetano Berni già Consigliere di Cassazione per "meriti insigni" (art. 106, 3° comma, Cost."; Avvocato Giampaolo Berni, Presidente della Associazione Milano Vapore; Raffaele Sollecito; Mirko de Carli, consigliere nazionale del Popolo della Famiglia; Massimiliano Esposito, conduttore dirette Facebook Feedback & Dialoghi; Simone Sollazzo già consigliere comunale a Milano; Fiorello Cortiana; Pierpaolo Antonelli ex detenuto; Gianni Rubagotti Segretario Associazione per l'Iniziativa Radicale Myriam Cazzavillan; Francesco Monelli, tesoriere Associazione per l'Iniziativa Radicale Myriam Cazzavillan; Alberto Pacchioni ex consigliere comunale di Paullo; Fausto Bagnato; Pierluca Oldani, sindaco di Casorezzo; Alessandro Cucciolla, giornalista; Massimo Martini, giornalista; Marisa Summa, Social Media Manager; Benedetto Zoccola, testimone di giustizia; Greta Merlino dal Texas; Andrea Superchi dal Texas; Vincenzo Zurlo, carabiniere; Davide Riccardo Romano, già assessore della cultura della Comunità ebraica di Milano; Rosanna Favulli - responsabile welfare, terzo settore e politiche per le famiglie di Piattaforma Milano; Dario Dimitri Buffa, giornalista; Elisabetta Rampelli; Ernesto Caccavale, già europarlamentare; Avvocato Andrea Nicolosi; Alessandro Arrighi, Professore universitario; Pietro Funaro, giornalista e docente universitario; Mimma Cacciatore, Preside Coraggio; Bruno Cappuccio, Presidente Associazione Amici del Bosco; Edi Morini, giornalista; Andrea Bonetti, avvocato; Andrea Micb, carabiniere; Manuela Cerulli; Marco Cello, President CelloGroup CA; Marisa Denaro, Componente Comitato Sentinelle - per Capitano Ultimo.; Francesco Pace, Associazione Nazionale Carabinieri; Evelina Mucerscaia, influencer; Antonella Angelucci, attrice; Roberta Russo, studente; Antonella Reda; Camillo Maffia; Vincenzo Scatola, Comandante Prov. Napoli Guardie Zoofile presso FareAmbiente - Movimento Ecologista Europeo; Maria Paola de Stefano; Alfonso Magliocca; Clarice Mannucci, Socio fondatore presso Piccola Accademia Creativa; Victoria Colantonio, studente; Michele Saulle; Marcella De Conto; Francesco Simone; Gianni Roberto; Francesco Panico; Gabriel Principe, agente della polizia penitenziaria; Clotilde Recchia; Ylenia Shepherd Battimelli; Andrea Cavenaghi, Coordinatore Popolo Della Famiglia Lombardia; Cinzia Belligoni; Pierluigi Shrivastava, carabiniere; Nicola Fortuna, segreteria nazionale Partito Liberale Italiano; Giancarlo Morandi ex presidente del Consiglio Regionale della Lombardia; Elena Baldi, avvocato; Massimiliano Peluso Gaglione; Mattia Moro; Enrico Borg, ex consigliere provinciale a Milano; Davide Nunziante, giornalista; Massimo Diana; Anthony Puzzangaro; Alessandro Zingaretti; Alessandro Celuzza; Alessio Alberti coordinatore di Italia Viva in Brianza; Giuseppe Gulotta, vittima della malagiustizia; Marcello Lala avvocato; Anna Chiara Moggia; Monica Arcadio, giornalista; Nicoletta Nardi; Alberto Nigra; Amedeo Canale; Ylli Hyseni; Domenico Letizia, giornalista.; Massimo Mancarella; Simone Di Meo scrittore e giornalista; Augusto Di Meo testimone di giustizia di Don Beppe Diana; Pasquale Antonio Riccio; Paolo Cagna Presidente Upre Roma; Roberto Sorcinelli, segreteria nazionale PLI; Paolo Di Donato; Pasquale Valentina Malena; Angelica Iodice; Giorgio Magliocca, Presidente della provincia di Caserta; Giuseppe Inchingolo; Domenico Paparo; Chiara Macchione; Monica Bizaj Monica di Art.27 - Associazioni in Rete per il Territorio; Mirella Iezzi; Donatella Marchese; Ilaria Scacchetti; Federica Marchio; Leonardo Malgarini; Laura Iori; Maruska Albertazzi, Autrice e regista; Elisabetta Berti; Maria Tridico; Cinzia Lollobattista; Marta Lamberti; Alessandra Pontecorvo, Media relations; Daniela Oddo, infermiera; Simona Silicurti, Chef; Alessandro Salvaneschi, Capo Ufficio Studi di Forza Italia al Senato; Emilia Li Gotti; Silvia Sabatini; Paola Cimino, avvocato; Flaminia Camilletti, giornalista; Giusy Moriggi, media relations; Riccardo Sindoca, Docente Esperto in Criminalistica; Aldo Torchiaro, giornalista; Federica Moretti; Maria Luisa di Giorgio; Angela Pellacchia - Psicologa; Vincenzo di Nanna, Avvocato e segretario di Amnistia Giustizia Libertà Abruzzi; Francesca Natalini; Valentina Bracciali-Imprenditrice; Reda Mazzini - chef; Franca Garreffa; Vittoria Iaquinta; Luigi Di Gregorio - professore universitario; Giusy Regalino, RTI Calabria; Alessandro Miglio(Brigante); Federico Menna; Luciano Roffi, attore e doppiatore di Quentin Tarantino in Pulp Fiction; Erika Andretta; Lucia Lo Palo, imprenditrice ed editore; Alberto De Pisis, influencer; Rosalia lo Palo, beauty consultant; Augusto Passoni, imprenditore agricolo; Maria Mangoni, casalinga; Roberta Pedemonti, commessa; Manolo Mangoni, vigile e pompiere; Carla Poloni, pensionata; Carlo Curnis, Avvocato; Marco Carnevale, imprenditore e costruttore; Lucia Valli, imprenditrice proprietaria orobica marmi; Maurizio Valli, imprenditore; Lelio Degagnutti, pubblicista e studente; Fabio D'Introno, commercialista; Marcello Elia, avvocato; Antonio Lattanzi, vittima malagiustizia; Barbara Rosati; Silvana Virga, commercialista; Simona Sacco, insegnante; Carmelo Virga, pensionato; Pietro Cavallotti, avvocato; Massimo Niceta, imprenditore; Massimiliano Vicari, impiegato; Salvatore Pirrone, chef; Francesco Catalano, agente immobiliare; Daniele Bucalo, assistente di volo; Donatella Virga, geologo; lofaso Antonino, imprenditore; Pierangelo Ardizzone, agente di commercio; Salvatore Virga, ingegnere; Luigi Lucente, avvocato; Rossana Sparta;
lavocediasti.it, 9 novembre 2021
L'evento fa parte della rassegna del Salone del Libro, 'Voltapagina'. La direttrice: "Un progetto di impegno sociale". Nei giorni scorsi, nel teatro della Casa di Reclusione di Asti, si è tenuta la presentazione del libro "Seimila gradi di separazione, romanzo in 24 storie" con la presenza dell'autore Bruno Ventavoli responsabile dell'inserto de La Stampa "Tuttolibri".
L'evento, condotto da Beppe Passarino, rientrava nell'ambito del Progetto "Voltapagina", iniziativa del Salone Internazionale del Libro di Torino nata nel 2007 per portare i grandi autori della narrativa italiana negli Istituti Penitenziari durante il periodo di apertura del Salone.
"Un progetto di impegno sociale, spiega la direttrice Francesca Daquino, cresciuto negli anni per apprezzamento e partecipazione di scrittori, detenuti e pubblico esterno organizzato in collaborazione con il Ministero della Giustizia. Le precedenti edizioni di "Voltapagina" hanno avuto un grande successo, grazie anche alla presenza di un pubblico esterno. Quest'anno a causa dell'emergenza Covid l'invito è stato esteso ai soli rappresentati di associazioni ed enti che collaborano con la Casa di Reclusione di Asti".
Tra questi hanno aderito all'evento lanpresidente della Fondazione Biblioteca Astense "G. Faletti" Roberta Bellesini, il presidente della Fondazione "Giovanni Goria" Marco Goria, la presidente della Associazione ASO Asti Sistema Orchestra Antonella Pronesti, il Garante Regionale delle persone private della libertà on. Bruno Mellano e la Garante Comunale delle persone private della libertà Paola Ferlauto.
Anche quest'anno l'evento ha visto la partecipazione attiva dei detenuti, preparati dalla professoressa Paola Savio dell'istituto scolastico Cpia di Asti, che hanno interagito con l'autore, ponendo domande che la lettura dell'opera ha suscitato e riflessioni che i vari episodi presenti nel testo hanno richiamato.
"Ciò - spiega ancora Daquino - ha permesso di raggiungere il principale obiettivo che il progetto si prefigge". Bruno Ventavoli al termine si è impegnato, anche su richiesta dei presenti a coinvolgere ed invitare altri autori, anche al di fuori del progetto in atto. "Oltre che costituire un importante momento di promozione culturale, questa iniziativa conferma la volontà della Casa di Reclusione di favorire momenti d'incontro permanenti tra la realtà carceraria e quella esterna".
di Marco Vasini
La Repubblica, 9 novembre 2021
All'auditorium Paganini con Agnese Moro, Giorgio Bazzega, Manlio Milani, Franco Bonisoli, Adriana Faranda e Fiammetta Borsellino. La giustizia riparativa torna a Parma il prossimo venerdì 12 novembre, all'auditorium Paganini, con la terza edizione di Vivere e non Sopravvivere, in un evento, promosso dal Comune di Parma insieme a Cgil Parma, in collaborazione con Rinascimento 2.0 aps e con il patrocinio della Provincia di Parma. La conduzione dell'incontro, che vedrà tra il pubblico numerose classi delle scuole superiori del territorio, sarà affidata al giornalista e saggista Gad Lerner.
"Si tratta di un progetto coraggioso vista la tematica che abbiamo apprezzato e nel quale abbiamo creduto fin da subito. I complessi e delicati percorsi personali dei singoli protagonisti assumono una valenza collettiva molto importante soprattutto per le nuove generazioni: il dialogo, l'incontro e l'ascolto come strumento per provare a curare le proprie ferite e cercare di rimarginarle", sottolinea il presidente del Consiglio Comunale Alessandro Tassi-Carboni.
"Il tema della giustizia riparativa su cui si fonda il progetto - spiega Massimiliano Ravanetti, Filctem Cgil Parma - offre la possibilità, soprattutto ai giovani, di conoscere e capire, attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti, una modalità importante di approccio ai conflitti, fatta di dialogo e avvicinamento. Siamo noi a dover cercare di fornire questi strumenti ai ragazzi anche per contestualizzare quel periodo storico e guardare al futuro con altri occhi".
"La nostra Associazione - afferma Manlio Maggio, presidente Rinascimento 2.0 - si occupa non solo di cercare di valorizzare luoghi cittadini attraverso significative iniziative culturali, ma anche di supportare e collaborare in favore di eventi in cui crediamo come questo che presentiamo oggi: una iniziativa fondamentale nella lotta all'oblio di questo tempo per dimostrare come la conoscenza possa spezzare l'odio, all'interno di percorsi di violenza e sofferenza, spesso difficili da affrontare anche dopo molti anni".
"Abbiamo aderito all'intuizione di Massimiliano Ravanetti - le parole di Lisa Gattini, segretaria generale Cgil Parma - attraverso un percorso complesso e di confronto, ma abbiamo deciso di promuovere questo evento, e ringraziamo il Comune per averci affiancati, perché non lascia spazio a giudizi o sentenze ma mette l'accento sull'importanza dell'ascolto. L'ascolto delle vittime e degli esecutori dei crimini, che hanno intrapreso un percorso di dialogo e avvicinamento per provare a vivere e non sopravvivere appunto, con grande senso di responsabilità, senza cedere a buonismi e senza fare sconti a nessuno, con la consapevolezza di quanto il linguaggio e la parola (a cui è dedicata questa edizione) possano costruire la realtà nella quale viviamo".
A Parma interverranno Agnese Moro, figlia dello statista Aldo ucciso dalle Br nel '78, Giorgio Bazzega, figlio del poliziotto Sergio ucciso dal brigatista Walter Alasia in un conflitto a fuoco, Manlio Milani, marito di Livia morta nella strage di Piazza della Loggia a Brescia, Franco Bonisoli, ex brigatista componente del comitato esecutivo delle Br, Adriana Faranda, membro della colonna Romana delle Br, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo ucciso dalla mafia.
L'incontro del 12 novembre all'auditorium Paganini intende mettere l'accento sulla centralità del linguaggio come strumento per disattivare la violenza, partendo da quelle storie per interrogarsi su quanto la comunicazione e l'uso delle parole (nei linguaggi politici come nei rapporti tra le persone) possano veicolare un messaggio di non violenza e di "riparazione" di ferite e comunque di confronto rispetto a posizioni diverse.
di Bruno Quaranta
La Repubblica, 9 novembre 2021
Torna in libreria l'opera più importante del grande filosofo e giurista novecentesco. E qui il curatore italiano, Mario G. Losano, ci racconta perché rileggerlo è ancora un antidoto all'oscurantismo e all'arbitrio. La prima edizione italiana è del 1952.
Fra chi la compulsò, preparando l'esame di Filosofia del diritto, Alberto Arbasino, che ricordava: "Noi studenti d'allora la trovavamo assai elegante non solo per la copertina (lo stesso design dei Saggi, però in grigioperla e non arancione), ma perché la dottrina "pura" - viennese come Wittgenstein e Adolf Loos - insegnava a considerare il diritto senza ideologie".
Ritorna per Einaudi "La dottrina pura del diritto" di Hans Kelsen, a cura di Mario G. Losano. Allievo di Norberto Bobbio, dal professore venne incaricato di tradurre l'edizione ampliata dell'opera rispetto a quella che vide la luce nel 1934.
La dottrina pura, ovvero la scienza che studia il diritto valido, esistente, non proponendosi di legittimarlo come giusto o di squalificarlo come ingiusto. Oltre la psicologia, la sociologia, l'etica, la teoria politica. Più che attuale, Kelsen non è un classico?
"Che cosa c'è di classico in Kelsen? Il marchio di fabbrica della sua teoria: le norme sono valide perché organizzate in un ordinamento piramidale. È la struttura che consente di unificare il diritto vigente. In che cosa è attuale? È il teorico della democrazia parlamentare, da cui nasce la piramide giuridica".
L'ordinamento giuridico, secondo Kelsen, è valido perché si fonda sulla norma fondamentale. In che cosa consiste?
"È una norma - qui una contraddizione del giurista - non posta dal legislatore, ma presupposta: 'Bisogna ubbidire alla Costituzione'".
Un'accusa paradossale è stata rivolta alla dottrina di Kelsen, se si pensa alle sue origini ebraiche e alle sue frequentazioni socialiste nei primi anni viennesi: essere applicabile anche ai totalitarismi, a cominciare dal nazismo...
"Kelsen distingue fra diritto e giustizia. I contenuti delle norme non sono affar suo. La sua teoria pura del diritto spiega anche il diritto dello Stato nazista però senza giustificarlo".
Perché Kelsen fu critico verso il processo di Norimberga?
"Perché non esisteva una norma di diritto positivo anteriore ai fatti. È la giustizia del vincitore a imporsi. Il potere condiziona la realtà del diritto".
Venendo a oggi. Kelsen sarebbe accusato di giustificare il regime talebano in Afghanistan, là dove la sharia è il diritto positivo.
"A mancare è l'appiglio formale. Le norme coraniche non si inseriscono in un sistema piramidale. Il testo fondante, il Corano, non è giuridico, contiene indicazioni giuridicamente rilevanti solo in misura minima. Quella di Kelsen è una teoria del diritto europeo continentale, a misura dell'era industriale".
Sottraendo il diritto all'ideologia, Kelsen salvaguarda la scientificità di opere come il codice penale Rocco, risalente al Ventennio.
"E come il Codice civile del 1942. L'uno e l'altro ancora vivi. Due pregevoli costruzioni giuridiche".
Settecentocinquanta anni fa moriva Dante. Il primo saggio di Kelsen verte su "De Monarchia". Che cosa lo accomuna all'Alighieri, alla sua visione statuale?
"Una sicura suggestione: l'impero absburgico come stato nazionale, nell'immaginario epigono del Sacro romano impero della nazione tedesca. Un solco in cui lievita la stessa idea contemporanea dell'Europa: Schumann, Adenauer, De Gasperi, i padri fondatori, hanno in comune il medesimo humus germanico".
Kelsen si è occupato in due saggi (1920-1925) della democrazia parlamentare, della sua crisi. Passa il tempo, la questione resta. Come suggerirebbe di affrontarla?
"Invitava a contemperare la rappresentanza politica con interventi correttivi o integrativi di democrazia diretta. Come il referendum. La sua concezione della democrazia parlamentare risalta nella Costituzione austriaca del 1920, che lo ebbe tra i suoi autori. Inoltre è l'artefice della Corte costituzionale moderna, come quella italiana: essa elimina le norme in contrasto fra loro, tutela cioè il funzionamento della piramide normativa".
La fortuna italiana di Kelsen è torinese...
"Fu Gioele Solari a orientare verso la Germania Treves e Bobbio. Non dimenticando che a Torino, nell'800, era in cattedra Pietro Luigi Albini, pioniere della filosofia del diritto".
Singolare Torino. Vi insegnarono i capifila del giuspositivismo e del giusnaturalismo, rispettivamente Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d'Entrèves. Lei in che senso può definirsi giusnaturalista?
"Per il mio ideale di società, dove cardinali sono i diritti sociali, l'articolo 1 della Costituzione. Kelsenianamente".
arche.it, 9 novembre 2021
Umanizzare il carcere, trasformarlo da luogo della chiusura a luogo dell'incontro e dello scambio. È l'auspicio espresso dal presidente di Arché, p. Giuseppe Bettoni, nel corso dell'inaugurazione della mostra "San Vittore: quartiere della città" di sabato 6 novembre presso la biblioteca di Quarto Oggiaro, zona dove si svolgerà il progetto "Apriti cielo" di "Verso Itaca APS" con la partecipazione della Fondazione. Sabato, la prima a prendere la parola è stata la fotografa Margherita Lazzati che ha spiegato l'idea che l'ha portata prima all'interno di San Vittore a scattare le foto e a raccogliere alcune testimonianze e poi all'esterno in vari luoghi della città, tra cui appunto Quarto Oggiaro, a raccontare con voci e fotografie la quotidianità dei detenuti e delle detenute del carcere milanese e le loro interazioni con l'esterno.
All'inaugurazione sono intervenute anche le ideatrici della mostra Carla Chiappini e Laura Gaggini dell'associazione "Verso Itaca APS", e gli amministratori comunali, come il consigliere Alessandro Giungi, e del municipio 8, come Serenella Calderara e Sara Spadafora. Tutte e tutti hanno mostrato apprezzamento per la mostra e hanno ribadito la necessità di impegnarsi per rendere il carcere il luogo dove possa pienamente realizzarsi il dettato costituzionale: "tendere alla rieducazione del condannato".
Proprio su questo aspetto si concentrano anche le attività di Fondazione Arché nei confronti dei detenuti e delle detenute del carcere: "favoriamo il loro reinserimento lavorativo", ha spiegato p. Giuseppe Bettoni, aggiungendo che alle persone accolte dagli istituti penitenziari chiede sempre: "come ti immagini sarebbe stata la tua vita senza il reato?". Spesso, però, fintantoché si rimane in quel contesto, le risposte non sono in grado di immaginare un percorso diverso. Le cose cambiano una volta fuori, inseriti in percorsi di reinserimento e fianco di persone diverse: "è importante rimettere al centro le relazioni", è stata la conclusione di p. Giuseppe.
di Francesco Oliva
La Repubblica, 9 novembre 2021
Il caso arriva da Lecce dove, nei giorni scorsi, un giudice ha inflitto 3 mesi di reclusione ad un 42enne di Gallipoli nonostante l'imputato fosse deceduto il 12 giugno scorso. In tutti questi mesi, però, la morte dell'uomo non è mai stata comunicata e il processo si è celebrato comunque con tanto di condanna emessa a conclusione di un'istruttoria andata avanti per un paio di mesi.
Così uno dei tanti processi che si celebrano ogni giorno in Tribunale (di quelli che più di tutti ingolfano la macchina della giustizia dilatando i tempi di una sentenza) si è rivelato un flop giudiziario. Il caso è quello di un uomo accusato di aver violato la misura di prevenzione personale del foglio di via obbligatorio disposta dal questore di Lecce con un provvedimento emesso il 27 settembre del 2017.
In sintesi, l'imputato non avrebbe dovuto più mettere piede a Melissano e nelle vicine frazioni nei successivi tre anni. Il 26 gennaio del 2019, però, viene sorpreso dai carabinieri in una contrada del comune del basso Salento. E, sulla scorta di un decreto di citazione diretta a giudizio a firma della procura salentina, il 42enne venne mandato a giudizio senza il filtro dell'udienza preliminare.
E dire che lo scorso settembre il suo avvocato d'ufficio gli aveva anche provveduto a inoltrargli una lettera per conoscerlo e concertare una strategia difensiva che potesse essere condivisa in vista dell'imminente inizio del processo. Ovviamente il legale non ha mai ricevuto risposta e l'istruttoria è iniziata regolarmente a fine settembre. Il 28 ottobre il giudice ha dichiarato chiusa l'istruttoria dopo aver ammesso i mezzi di prova indicati dal pm e dalla difesa e acquisito tutti gli atti d'indagine.
Quel giorno stesso è stata emessa la sentenza: il Tribunale, dopo una rapida camera di consiglio, ha condannato l'imputato morto a 3 mesi di reclusione "perché le risultanze dibattimentali hanno fornito la prova certa della penale responsabilità". C'è di più a rendere l'intera vicenda ancora più singolare ed è contenuta in un passaggio delle motivazioni contestuali quando il giudice scrive che "a fronte di tali risultanze (...) non ha fornito nel corso del processo alcuna spiegazione alternativa, o alcuna giustificazione, circa l'accaduto. Pertanto, si appalesano perfettamente integrati, in diritto, tutti gli elementi costitutivi del reato contestato".
La scoperta di aver celebrato un processo fantasma è arrivata solo nei giorni scorsi quando l'avvocato d'ufficio si è presentato negli uffici del Registro generale del Tribunale per chiedere un estratto del casellario giudiziario del cliente, un passaggio propedeutico per poter scrivere l'atto d'appello. Nella documentazione acquisita era chiaramente specificato che una precedente sentenza a carico del 42enne (un patteggiamento per resistenza e altri reati) era stata già dichiarata estinta per la morte del reo a giugno.
Mesi dopo lo stesso imputato è stato nuovamente processato in un periodo storico in cui, a causa della pandemia, la giustizia è alle prese con troppi processi da smaltire dopo i mesi di stop e che spesso possono trasformarsi in veri e propri casi di blackout della macchina della giustizia.
di Paola Pisano*
Corriere della Sera, 9 novembre 2021
Esistono soluzioni tecnologiche efficaci ma è una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. Con l'inizio dell'"Internet Governance Forum" a Cosenza, si riaccende il dibattito sul mondo di Internet. Nella storia dell'umanità mai abbiamo avuto opportunità sconfinate come oggi. Internet ha reso il mondo meno sconosciuto dandoci la possibilità di immergerci in culture diverse, condividere pensieri e idee con più di 4 miliardi di persone. A detta della commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager nel suo discorso del 21 ottobre scorso presso l'Università di Humboldt, "... uno strumento incredibile, forse unico, per preservare e animare il nostro demos, rendendo le nostre società più inclusive".
In teoria. In pratica però questo non accade. La nostra democrazia online è stata negli anni congegnata da piattaforme capaci di ordinare dialoghi, immagini, espressioni e azioni secondo uno standard ben preciso. Non certo conforme ai principi di inclusività, uguaglianza, onestà o veridicità. Ma semplicemente alla potenzialità e alla capacità di essere virale. Lo standard della viralità, miccia della competizione e dei conflitti sociali in Rete, elemento essenziale per una strategia di marketing globale, è alla base del profitto digitale.
Con una aggravante. Questa massa di contenuti virali sta contaminando lo spazio delle dinamiche politiche degli Stati e delle vite private di noi cittadini. L'ultima prova, tra le più crude, perché testimoniata da documenti riservati e interni all'azienda, è dello scorso settembre. È stata diffusa da Frances Haugen, ex manager della piattaforma più onnipotente del cyberspazio, Facebook. Molte delle notizie hanno amareggiato, ma non certo stupito. Dal permesso di postare immagini e frasi che incitano alla violenza a personaggi famosi, alle analisi che evidenziano un aumento del tasso di ansia, depressione, anoressia nelle adolescenti che utilizzano Instagram. Dall'attenzione particolare verso i preadolescenti, prezioso target di utenti non ancora sfruttato, all'aumento della rabbia sulla piattaforma a causa di un cambio nell'algoritmo. Fino ad arrivare a spazi dedicati ai trafficanti di esseri umani in Medio Oriente, a gruppi armati in Etiopia contro le minoranze etniche, alle azioni del governo vietnamita contro il dissenso politico. Vendita di organi, esseri umani e pornografia.
Possono esserci delle soluzioni tecnologiche per invertire la tendenza? Certo che sì. Ne sono esempi l'age verification forte, per non permettere ai minori di 14 anni di utilizzare i social network, la limitazione dei like e del numero di condivisioni, per diminuire la diffusione della disinformazione, algoritmi che siano capaci di rappresentare equamente le opinioni includendo un bilanciamento del volume delle voci. È una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. La democrazia non si crea da sola, tantomeno nello spazio cibernetico. Sono certa che traslare le regole del mondo reale in quello digitale sarebbe già un grande traguardo, ma non basta. La democrazia del cyberspazio sarà difficile da plasmare se il modello di business dei social rimarrà ancorato ai soli meccanismi ormai obsoleti che sostengono un modello capitalista forte. In ogni caso anche se meglio attrezzate dei governi, non spetterà alle grandi piattaforme decidere le regole del gioco, domani. Spetta a coloro che abbiamo eletto, oggi.
*Ex ministro per l'Innovazione e la Digitalizzazione
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 9 novembre 2021
Mi chiedo: ci stiamo talmente abituando ai femminicidi da non considerarli prodotto di una cultura misogina e prevaricatrice su cui riflettere pubblicamente? Un altro femminicidio. Questa volta a Ostia Antica (Roma). Un uomo di 79 anni, Mauro Piunti, uccide a fucilate la moglie Elena Di Maulo, di 77, che era costretta a letto perché aveva da poco subito un'operazione al ginocchio. Un uomo incensurato, era "grande lavoratore e mai violento", così lo hanno descritto i conoscenti. Piunti era un cacciatore e possedeva due carabine e l'automatico Bonelli con cui ha sparato alla moglie. La notizia appare in piccolo, quasi fosse un normale incidente di cronaca nera. Mi chiedo: ci stiamo talmente abituando ai femminicidi da non considerarli prodotto di una cultura misogina e prevaricatrice su cui riflettere pubblicamente?
L'uomo era incensurato, come tutti coloro che da anni (in un ritmo costantemente crescente) uccidono le mogli o le compagne. E di solito si fanno arrestare senza reagire. Segno che stanno vivendo una vera tragedia interiore. Insomma non si tratta solo di egoismo o prepotenza, ma di una profonda adesione a una antica cultura della divisione dei generi purtroppo ancora diffusa, che andrebbe analizzata e combattuta consapevolmente.
Le donne, se abbandonate o se in lite con il proprio uomo, non pensano di ucciderlo. E non perché siano strutturalmente più pacifiche e generose, ma perché hanno imparato (il più delle volte costrette dalle leggi dei Padri) a sublimare. Un esercizio di grande civiltà che sta alla base di ogni progetto democratico. Per questo sarebbe bene avere più donne nel governo della res publica.
Sarebbe un guaio se, nell'importante processo di emancipazione, le donne buttassero a mare questa grande qualità conquistata a caro prezzo, adeguandosi ai valori storicamente maschili del possesso e del controllo sul più debole. Un uomo che non impara a sublimare, diventa vittima di quelle forze primordiali che portano all'aggressione, alla volontà di possesso e all'odio verso chi vi si oppone. Il caso Piunti ci fa capire ancora una volta quanto male può portare la divisione dei ruoli, la legittimazione di un potere di genere e l'abitudine storica, tollerata e spesso incoraggiata, al dominio e alla prevaricazione.
di Giuseppe Sedia
Il Manifesto, 9 novembre 2021
Spinti dal regime di Minsk verso la frontiera con la Polonia e respinti indietro a colpi di lacrimogeni dalla polizia polacca. Tra i tre e i quattromila migranti ieri si sono trovati tra due fuochi, strumento involontario degli "attacchi ibridi" del dittatore Alexander Lukashenko, che li utilizza per punire l'Unione europea per le sanzioni adottate contro il Paese. Ma anche vittime del governo di Varsavia, che lungo il confine con la Bielorussa ha schierato ormai 22 mila uomini pur di impedire a una massa sempre più numerosa di disperati di attraversare il suo territorio per arrivare in Germania. "Siamo pronti a difendere la frontiera", ha ribadito anche ieri il ministro polacco della Difesa Mariausz Blaszczak.
È un confine sempre più caldo quello tra Polonia e Bielorussia, al punto che la crisi dei migranti creata ad arte da Minsk rischia adesso di sconfinare verso scenari imprevedibili quanto pericolosi. Con la Nato, chiamata in causa dell'ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, oggi leader dell'opposizione al governo populista di Diritto e giustizia (Pis), attenta a quanto accade e "pronta ad assistere gli alleati", dall'altra parte, Mosca che difende e giustifica il regime bielorusso.
Gli sconfinamenti, in verità, vanno avanti da agosto ma mai si erano visti così tanti migranti provare a entrare tutti insieme in territorio polacco come ieri quando al checkpoint di Kuznica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine "scortati" dalla polizia di frontiera bielorussa. Ed è proprio nei dintorni di questo villaggio della Podlachia, nel profondo nordest del paese, che la voce di un buco nella rete delle recinzioni avrebbe convinto i profughi a tentare il tutto per tutto nella giornata di ieri. Secondo fonti riportate dal portale polacco di giornalismo investigativo Oko.press, la maggior parte delle persone confluite a piedi verso il confine polacco provenivano da una manifestazione organizzata dai migranti iracheni presenti in Bielorussia.
NEL POMERIGGIO POI una parte della recinzione di filo spinato ha cominciato a cedere in più punti. "I bielorussi vogliono provocare un incidente di dimensioni significative, preferibilmente con proiettili sparati e vittime", ha dichiarato il vice ministro degli Esteri polacco, Piotr Wawrzyk. Anche se ai giornalisti in Polonia resta vietato l'accesso alla zona chiusa di 3 chilometri lungo la frontiera con il vicino, è stato quasi impossibile non accorgersi di questa massa umana fotografata a più riprese dall'alto e sorvegliata da un elicottero militare polacco.
Fino a ieri, in attesa della costruzione di un muro vero e proprio, la strategia di push-back indiscriminato, messa in atto dal Pis aveva funzionato. Ma con questi numeri a saltare sono tutti gli schemi. A Kuznica è successo di tutto. Esercito e polizia hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere i migranti, mentre alcuni profughi hanno provato a sfondare le recinzioni utilizzato tronchi di alberi a mo' di arieti. Tuttavia, c'è anche chi in patria continua a dare prova di solidarietà nei confronti di esseri umani usati come pedine di un gioco politico imprevedibile e crudele che al momento coinvolge Varsavia, Minsk e Bruxelles. Dalle luci verdi accese all'esterno delle abitazioni dagli abitanti dei villaggi polacchi di confine per segnalare la propria disponibilità ad offrire soccorso ai migranti, passando per gli appelli firmati da personalità della cultura, c'è anche una Polonia che sembra disposta ad aiutare il prossimo, o quanto meno, pronta ad indignarsi. In una lettera indirizzata al Consiglio d'Europa e al parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la "catastrofe umanitaria" che si consuma ogni giorno al confine.
Con migliaia di soldati schierati nella zona, Varsavia spera di poter gestire l'emergenza senza coinvolgere Bruxelles. Un eventuale coinvolgimento di Frontex potrebbe essere interpretato come un cedimento all'idea di sovranità che il Pis vuole continuare a trasmettere ai suoi elettori, dopo aver detto "nie" nel 2015 al ricollocamento forzato di immigrati sul proprio territorio. Intanto il tema della crisi migratoria verrà affrontato "con urgenza" la settimana prossima dai ministri degli Esteri. "Invito gli Stati membri ad approvare finalmente il regime di sanzioni esteso alle autorità bielorusse responsabili di questo attacco ibrido", ha chiesto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.









