di Concita De Gregorio
La Repubblica, 14 giugno 2021
La serie tv che sto seguendo in questi giorni è interrotta molte volte dalla stessa pubblicità. Si vede un uomo che cammina per strada inseguito da un nugolo di persone, ai suoi lati e dietro di lui, che gli parlano facendogli delle offerte allettanti e in apparenza vantaggiose. Lo stesso uomo arriva a casa, le persone gli si accomodano tutt'attorno. Lui sceglie, sul suo telefono, di attivare un'opzione che li fa scomparire uno alla volta, come se esplodessero in una nuvola di vapore, finché non resta solo, finalmente.
Ero con mia madre, davanti alla tv: attivissima nell'uso di computer, telefoni e altri "device", come dicono i nipoti quando parla con loro in videochiamata. Mi ha domandato, all'ennesimo passaggio dello spot: non ho capito, cosa pubblicizza? È di ieri la notizia della vendita di un archivio che contiene le informazioni sanitarie di più di sette milioni di italiani. Informazioni ottenute durante la campagna vaccinale.
Lo spot che interrompe la serie tv parla di questo. Un apparecchio che contiene un filtro in grado di evitare - dice, la pubblicità, poi non so - che i nostri dati personali passino di mano in mano. Ho provato a spiegarlo a mia madre. "È una cosa che evita che i tuoi dati siano venduti a qualcuno che poi li usa per farti offerte commerciali, come quando quel tipo ti ha chiamata per offrirti un condizionatore nuovo proprio dopo che tu avevi cercato su internet, ti ricordi?". E come fanno, mi ha chiesto. Ho provato a essere chiara. Lei ha detto: Se le cose stanno come dici non c'è rimedio. Anche questa cosa qui del filtro, è inutile. L'unica soluzione sarebbe non usare più Internet, ha concluso. Siamo rimaste un po' in silenzio, è ripartita la serie.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 14 giugno 2021
Sempre più spesso il puro di turno prende spunto dalla cronaca per puntare il dito contro persone o categorie intere che ritiene indegne. E la via più spiccia per dimostrare l'indegnità altrui è - con una frequenza diventata ormai fastidiosa - gridare al silenzio.
Pare che Pietro Nenni in un discorso ai giovani socialisti abbia detto: "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura". Oggi, 41 anni dopo la sua morte, abbiamo ripetuti esempi di gare fra puri e di puri che, inesorabilmente, prima o poi vengono epurati. Il fatto è che sempre più spesso il puro di turno prende spunto dalla cronaca per puntare il dito contro persone o categorie intere che ritiene indegne. E la via più spiccia per dimostrare l'indegnità altrui è - con una frequenza diventata ormai fastidiosa - gridare al silenzio.
Sembra un ossimoro e invece è una domanda carica di polemica: perché questo o quello non si fa sentire su questo o quell'argomento? Perché non dichiara la sua solidarietà? Qualche esempio pratico: perché le femministe tacciono sul caso Saman? Oppure: perché la destra non dice nulla sui bambini morti nella traversata? Da una parte e dall'altra - e pure al Centro - pare sia diventata irresistibile la tentazione di usare espressioni come "silenzio assordante", che stavolta sì, è un ossimoro, ma è anche una critica. Del puro, ovviamente.
Che però immediatamente dopo ha da ridire (a volte con insulti) su qualunque parola proferisca la persona o la categoria fino a quel punto "silente". Ma la ruota, si sa, gira per tutti; e così è facile che, al successivo fattaccio di cronaca che evoca questioni sociali irrisolte, si capovolga la situazione e che siano i silenti a domandare agli inquirenti dell'ultima volta: perché non dici niente su questa storia?
Il risultato di questa impostazione è concentrarsi sulla polemica figlia del "tu hai taciuto" e perdere di vista la sostanza delle cose. Cioè quel che si può fare affinché i casi drammatici della cronaca indichino la strada per arrivare a soluzioni che evitino di ripeterli.
Si rende più giustizia a Saman, per dire, se si lavora sull'integrazione delle famiglie come la sua o sulla protezione fisica di tutte le future Saman anziché litigare su quello che le femministe avrebbero potuto o dovuto dire. Che poi, diciamocela tutta: la categoria "femministe" ormai da tempo nelle discussioni pubbliche e nei talk show è evocata quasi esclusivamente per il suo presunto "silenzio assordante", appunto. Spesso contestato da chi non ne ha mai ascoltato una sola parola e nega quel che il femminismo ha fatto e fa di buono in questo Paese.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 14 giugno 2021
Che cosa si nasconde dietro la ripresa economica annunciata col declino della pandemia? Ci sono solo i riflettori davanti ai capannoni, nella notte di Tavazzano, provincia di Lodi, per illuminare l'ultimo testa-coda del lavoro italiano. Qualche decina di operai licenziati a marzo da una ditta di logistica a Piacenza sono venuti qui per inseguire il lavoro perduto, finito nei magazzini di un'altra azienda del settore, collegata alla prima. Montano un picchetto. Vogliono bloccare il passaggio delle merci, ma quando dai cancelli esce un tir lo accompagna una squadra di uomini con le pettorine rosse fluorescenti che si scontra col presidio con bastoni, sassi, aste di ferro, lasciando sull'asfalto nove feriti e una domanda: cosa si nasconde dietro la ripresa economica annunciata col declino della pandemia?
Certamente una metamorfosi del lavoro, già esploso sotto i nostri occhi nella frammentazione della post-modernità che nega non soltanto la standardizzazione e la rigidità del vecchio modello di produzione a catena, ma persino l'unitarietà del concetto novecentesco, inseguendo le sue schegge nelle nuove forme e nelle nuove categorie in cui abbiamo rinominato il lavoro, sterilizzandolo: saperi, competenze, professionalità, esperienze, tutte parzialità eufemistiche a cui ricorriamo ormai senza mai definire l'insieme. E senza accorgerci che deviando e disperdendo il concetto di lavoro noi stiamo smarrendo il suo significato generale, cioè il suo peso sociale, culturale e dunque politico.
Gli operai-facchini che picchettano il fantasma del lavoro scomparso rincorrendolo nella sua mobilità, le squadre dell'azienda che sfondano il blocco, in una sorta di appalto del conflitto, sono le due facce dell'ultima mutazione. Che non a caso si compie nel settore chiave del cambiamento della domanda e dell'offerta, del costume e delle abitudini, quella "logistica" del trasporto e consegna di merci e prodotti arrivata oggi a 100 miliardi di euro di fatturato, il 7 per cento del Pil. Con la pandemia che ha funzionato da acceleratore dei fenomeni, spingendo il settore in 24 mesi ad un giro d'affari che nelle previsioni si sarebbe raggiunto soltanto in nove anni. Non è un caso nemmeno che l'epicentro di questo cortocircuito finale sia il Piacentino, con i suoi 8 mila addetti alla logistica in un distretto che ha una distesa di capannoni pari a 5 milioni di metri quadrati, proprio all'intersezione tra le due autostrade E35 ed E70: qui durante la prima ondata si era concentrato anche il virus, viaggiando sui tir per sopravvivere durante il lockdown, e causando nella prima fase proprio a Piacenza - insieme con Cremona - il numero di morti più alto d'Italia in rapporto alla popolazione.
Dovremmo aver imparato che nell'emergenza modernità e primitivismo si toccano, convivendo. I facchini che cercano nei capannoni di Tavazzano il lavoro di carico e scarico perduto a Piacenza vogliono fermare fisicamente i camion, ma in realtà lottano con un'entità molto più immateriale, l'algoritmo che muta continuamente perché ricalcola gli scostamenti degli ordini, la tempistica delle consegne, nell'unica logica per cui è programmato, fuori da qualsiasi spazio negoziale. D'altra parte la stessa cultura sindacale si spezza nella frantumazione del lavoro.
Col risultato che i sindacati confederali faticano ad arrivare fin qui, nei mille rivoli della globalizzazione convogliati dalla "logistica" nei grandi centri di smistamento delle merci, gli hub dove cresce SiCobas. Regolato dalle oscillazioni periodiche dell'algoritmo il settore non sopporta rigidità contrattuali, si gonfia e si sgonfia continuamente ricorrendo a subappalti, cooperative, agenzie di lavoro interinale. I facchini che caricano le stesse merci possono così avere padroni diversi, con la frantumazione che diventa sistema, anzi modello, generando un indebolimento della rappresentanza, e una dispersione conseguente dei diritti.
La pandemia, operando in un ambiente globale già sconvolto dalla crisi economico-finanziaria più pesante del secolo, ha determinato uno stato d'emergenza, in cui vige la legge della necessità. Dopo le misure di sicurezza indispensabili, con la diffusione del vaccino la prima necessità diventa ovviamente la ripartenza del sistema, la ricostruzione, la ripresa, con i populisti che in tutto il mondo chiedono spazio per il rilancio dello spirito imprenditoriale e commerciale, trasformato ideologicamente in una questione di libertà.
Il lavoro dipendente, materiale, si subordina e da attore sociale collettivo com'è stato nel Novecento diventa una semplice variabile dipendente dalla necessità, una struttura servente senza una valenza e un ruolo autonomi. Non solo. Il lavoro manuale si proletarizza, confinato nel sottomondo degli immigrati, dove si marginalizza inevitabilmente nell'anno zero di una coscienza collettiva del rapporto tra lavoro, cittadinanza e diritti, perché questa cultura ha bisogno di tempo per svilupparsi. Non c'è la condivisione di uno status, figuriamoci di una classe: e manca anche una rete politica interessata a pescare in questo universo sommerso dandogli un orizzonte, visto che la sinistra oggi tra tutte le auto-rappresentazioni che insegue sembra aliena proprio da quella laburista: che immediatamente le conferirebbe senso, rappresentanza e identità, perché i diritti civili non vivono disincarnati.
Naturalmente questo non è il problema di una parte, ma dell'insieme della società e della qualità complessiva della crescita che si annuncia. Così il tema è spuntato al tavolo del G7 in Cornovaglia, quando Draghi ha proposto politiche attive del lavoro per aiutare i più deboli, sottolineando il "dovere morale" dell'Occidente di agire in maniera diversa dalle crisi precedenti, "quando ci siamo dimenticati della coesione sociale".
Qui infatti si forma il nucleo delle disuguaglianze e delle esclusioni. Tre dati lo confermano. Tra chi riceve il reddito di cittadinanza, ed è accusato di preferire il sussidio al lavoro, il 14 per cento ha solo la licenza elementare, e il 6 per cento nemmeno quella: non è facile in queste condizioni ricollocarsi; i Neet, cioè i giovani sotto i 35 anni che non studiano e non lavorano, sono ormai il 36 per cento al Sud, in crescita e molto lontani dalla media europea; con le ore di lavoro che scendono e i salari bassi il numero di coloro che lavorano ma sono comunque poveri aumenta, e arriva a quota 13 per cento.
La risposta, com'è evidente, non sta nel conservatorismo compassionevole. Ma nemmeno nella logica autonoma del Recovery Fund. Bisogna che gli investimenti siano indirizzati alla creazione di lavoro, inteso come fattore di sviluppo, di inclusione, di cittadinanza. Ma per farlo bisogna sciogliere il nodo politico del rapporto tra Stato e mercato. Soprattutto, bisogna avere l'ambizione di una politica che sappia leggere la trasformazione del lavoro, indirizzando il processo, coscienti che la ricostruzione post-virale è l'occasione per una ricomposizione sociale e culturale, non solo economica. Sappiamo che la civiltà europea è una civiltà del lavoro, costruita nella combinazione tra capitalismo, welfare state, democrazia rappresentativa. L'indebolimento del lavoro, da soggetto politico a merce, è proprio questo: un indebolimento di civiltà, che ci porta in un'era sconosciuta.
di barbara morra
La Stampa, 14 giugno 2021
"I nostri prodotti sono fatti bene, fanno bene e fan del bene". Lo dice Nino Mana direttore della Caritas di Fossano a proposito degli ortaggi prodotti a Cascina Pensolato, l'azienda agricola della coop che dà lavoro a detenuti a fine pena in regime di semilibertà, a giovani con difficoltà di inserimento lavorativo e, recentemente, anche a chi ha disabilità fisiche e psichiche. C'è di più: questa settimana è stato firmato un protocollo d'intesa con il carcere di Fossano in modo che dagli ortaggi si possano ricavare conserve, marmellate, prodotti sott'olio in un laboratorio all'interno della casa di reclusione dando così lavoro ad altre persone.
"La cooperativa Cascina Pensolato è nata a Sant'Antonio Baligio nel 2017 per volontà di Caritas, Diapsi, Camminare Insieme e alcuni privati tra cui Dario Armando degli Orti del Casalito - spiega Mana -. È stato proprio Armando a fornire il terreno, circa due ettari. Si è cominciato così il lavoro con i ragazzi del carcere cui si sono poi aggiunte persone in difficoltà che facevano riferimento a Caritas. Ora cinque persone sono assunte altre stanno sperimentando forme di tirocinio e borse lavoro, in tutto una decina".
L'anno scorso con l'inasprimento delle regole anti-Covid il lavoro con i detenuti a fine pena non è stato possibile. "Così abbiamo messo la cascina a disposizione per il domicilio e il lavoro di persone agli arresti domiciliari - continua il direttore Caritas - in totale sono passati da noi cinque ragazzi ed è stata un'esperienza molto proficua con il lavoro negli orti". É stata allestita anche una serra dove lavorano, alla preparazione dei "piantini", ragazzi disabili psicofisici. Il tutto, coltivato senza diserbanti, viene convogliato nel negozio di Fossano, in via Sacco 5, aperto da una decina di mesi.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 14 giugno 2021
Ciambriello: "La Pandemia ha triplicato i problemi in queste strutture". Oggi, lunedì 14 giugno, alle ore 11.00, si svolge nella sala del Consiglio Comunale, in Piazza Vanvitelli 69, la presentazione del Report 2020, su scala provinciale, delle criticità e delle buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale (carceri, misure alternative, R.E.M.S., T.S.O.) realizzato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva.
Ai saluti del Sindaco di Caserta Carlo Marino farà seguito l'intervento del Garante Campano, si alterneranno, quindi, Raffaele Ruberto Prefetto di Caserta, Maria Antonietta Troncone Procuratore della Repubblica di santa Maria Capua Vetere, Antonio Fullone Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, Gabriella Maria Casella Presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte Magistrato di Sorveglianza, Emanuela Belcuore Garante dei detenuti della provincia di Caserta, Mena Minafra Docente di Diritto Penitenziario dell'Università Vanvitelli, Francesco Piccirillo Avvocato, Don Carmine Schiavone Direttore della Caritas Diocesana di Aversa.
Il Garante Regionale, Samuele Ciambriello, che con l'incontro di lunedì 14 giugno conclude il ciclo di presentazioni provinciali che, dallo scorso mese di maggio, si sono svolte ad Avellino, Salerno e Benevento dichiara: "Esiste un noi ed un loro. Ascoltare storie, esperienze, disagi, ingiustizie, fa accorciare le distanze, ridurre l'indifferenza verso le persone diversamente libere.
Il carcere esiste, non è una discarica sociale. Insieme al tema della giustizia giusta ci riguarda tutti. Pensavamo solo di essere vittime, ci rendiamo conto che spesso siamo complici. La Pandemia ha triplicato i problemi in carcere, nelle Rems, nei Servizi Psichiatrici di diagnosi e cura, con più morti, attese, forme di autolesionismo, non tutela del diritto alla salute, al lavoro, alle relazioni umane: presenteremo lunedì prossimo di dati della provincia di Caserta".
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 giugno 2021
Sui rapporti con la Cina, vince la linea della mediazione voluta anche dall'Italia. Draghi: "Cooperare con franchezza su violazioni diritti umani". Un miliardo di dosi di vaccini anti-Covid per i paesi più poveri, l'impegno per il clima con 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare il mondo in via di sviluppo a tagliare le emissioni e la promessa dei Paesi del G7 a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050. Il primo summit in presenza dei Sette grandi degli ultimi due anni, in Cornovaglia, si è concluso con questi impegni, oltre che con una presa di posizione unitaria sulla Cina che include l'invito a rispettare diritti umani in Xinjiang, dove Pechino è accusata di gravi violazioni contro gli uiguri, e nella città semi-autonoma di Hong Kong. E con la richiesta alla Russia di fermare il "comportamento destabilizzante e attività maligne, inclusa l'interferenza in sistemi democratici di altri paesi".
Con la Cina bisogna collaborare ma "bisogna essere franchi sulle cose che non condividiamo". Al termine dei lavori del G7 in cui vince la mediazione sui rapporti con il colosso asiatico, il premier Mario Draghi sintetizza in una linea di chiara diplomazia la posizione dell'Italia nei confronti della Cina, usando la stessa formula già adottata per definire i rapporti con la Turchia. "Si è scritto tanto della nostra posizione, si è parlato di divisioni - dice alludendo alle notizie trapelate dallo staff statunitense il giorno precedente - io credo che il comunicato riflette la posizione nostra ma quella di tutti in particolare rispetto alla Cina in generale nei confronti di tutte le autocrazie, che usano la disinformazione, i social media, fermano gli aerei in volo, rapiscono, uccidono, non rispettano i diritti umani, usano il lavoro forzato".
Una posizione che "non è particolarmente dura", assicura sottolineando la vittoria della mediazione - su cui si erano schierati Italia, Germania e Ue - che ha depotenziato il pressing statunitense che chiedeva invece la linea dura nei confronti di Pechino. Per Draghi "bisogna cooperare, e bisogna competere. Nessuno disputa che la Cina debba essere una grande economia, quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, è una autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo che hanno le democrazie". E dunque bisogna essere franchi "sulle cose che non condividiamo, l'ha detto bene Biden in una frase, il silenzio è complicità".
Con il presidente Usa ieri si è tenuto un colloquio, il primo dell'era Draghi-Biden, "un ritrovarsi perché ci conosciamo già, è andato molto, molto bene, c'è stata ampia disponibilità a lavorare insieme, c'è un rapporto antico che andava semplicemente richiamato, non consolidato". Sul tavolo i tanti dossier di politica estera di attualità, "abbiamo parlato di varie parti del mondo in cui la collaborazione con gli Stati Uniti può essere di aiuto, direi soprattutto per il ruolo che hanno gli Stati Uniti nelle Nazioni unite". Come il Nordafrica, e la Libia in particolare, dove l'Italia è molto attiva e ha diversi progetti ma "la prima esigenza è attuare il cessate il fuoco e quindi i mercenari siriani, i soldati russi e turchi vadano via dalla Libia, questa è la strada con cui la Libia può iniziare la ricostruzione del Paese data molto importante delle elezioni a dicembre può essere una linea di demarcazione dallo stato di caos".
Una "riunione straordinaria, collaborativa e produttiva", l'ha definita Joe Biden, che era al suo debutto internazionale da presidente in un viaggio europeo che lo porterà anche al summit Nato e infine al faccia a faccia con Vladimir Putin a Ginevra. E Boris Johnson, che ha fatto gli onori di casa a Carbis Bay, ha parlato addirittura di "fantastica armonia" tra i leader, glissando sullo scontro fra Londra e l'Ue che si è consumato a margine del vertice per la Brexit, in particolare per la cosiddetta "guerra delle salsicce" che ha come protagonista l'Irlanda del Nord.
Londra, per bocca del ministro degli Esteri Dominic Raab, si è detta offesa dalle parole di Emmanuel Macron: pare che nel bilaterale di Johnson e Macron, il primo abbia chiesto al secondo come si sentirebbe se le salsicce di Tolosa non potessero arrivare a Parigi e che l'inquilino dell'Eliseo abbia risposto che il paragone non regge perché Parigi e Tolosa fanno parte dello stesso Paese. Johnson in conferenza stampa si è rifiutato di tornare sul tema, ma ha assicurato che "faremo "whatever it takes" per proteggere l'integrità territoriale del Regno Unito".
I leader si sono mostrati sempre sorridenti, desiderosi di mostrare il ritorno della cooperazione internazionale dopo gli sconvolgimenti causati dall'imprevedibilità di Donald Trump prima e dal coronavirus poi. E di mostrarsi più amici dei paesi poveri di quanto non lo sia la Cina (offrendo un piano di investimenti in infrastrutture alternativo alla Nuova via della seta).
Ma diversi attivisti si dicono delusi per la portata degli impegni assunti. Innanzitutto a proposito del clima: per molti ambientalisti la promessa di emissioni nette zero entro il 2050 è troppo poco e troppo tardi; e la promessa di 100 miliardi all'anno per aiutare i Paesi più poveri a tagliare le emissioni sarebbe troppo ristretta visto che già nel 2009 i Paesi sviluppati avevano assunto lo stesso impegno. Il rischio, secondo gli attivisti, è che i Paesi in via di sviluppo possano non collaborare alla Cop26 in programma a novembre a Glasgow se l'aiuto offerto non è considerevole.
Sui vaccini, il G7 ha promesso di donare un miliardo di dosi entro il prossimo anno ai Paesi in difficoltà, garantendo che sarà solo un primo passo. Ma l'Oms ha spiegato che sono 11 miliardi le dosi necessarie per vaccinare almeno il 70 per cento della popolazione mondiale e per porre davvero fine alla pandemia. Biden, che è responsabile di circa la metà della donazione, cioè circa 500 milioni di dosi, ha annunciato però che contribuire con un miliardo aggiuntivo.
di Michele Andreucci
Il Giorno, 14 giugno 2021
Grazie all'iniziativa in tredici hanno potuto ottenere il patentino di conduttore cinofilo. I tempi in cui era considerato l'Hilton delle carceri italiane per la qualità dei servizi offerti ai detenuti sono un pallido ricordo. Ma piano piano, soprattutto grazie alla direttrice Teresa Mazzotta, la Casa circondariale di Bergamo riprende quota.
L'impegno principale dei vertici della struttura è quello di aiutare i reclusi verso una vita nuova, che sappia andare oltre l'errore commesso. L'ultima iniziativa è un corso di pet therapy, la terapia che ha come elemento fondante la vicinanza di un animale da compagnia. Negli ultimi mesi, grazie ad un progetto finanziato dalla Fondazione Cariplo e realizzato dall'associazione pavese DogBliss con la collaborazione del centro cinofilo "Il Biancospino", nel carcere intitolato a don Fausto Resmini, lo storico cappellano portato via dal Covid, si è concretizzato un progetto che ha permesso di ridurre gli stati depressivi di alcuni detenuti.
Tredici sono stati coinvolti nell'iniziativa, hanno partecipato al corso al termine del quale hanno sostenuto un esame che ha consentito loro di ottenere il patentino di conduttore cinofilo, un riconoscimento assegnato dal centro "Il Biancospino" a tutte quelle persone che dimostrano una buona educazione cinofila, nonché una sufficiente capacità di gestire i comportamenti del cane in un ambiente urbano o in una comunità. Un attestato che può essere una carta per il reinserimento nella società con nuove competenze.
Spiega la direttrice Mazzotta: "I formatori esperti di DogBliss e del Biancospino hanno affiancato queste 13 persone. L'interazione è stata molto positiva: vi è stata una grande apertura, lo sviluppo di forme solidaristiche, il ritorno dell'emotività, di forme di empatia che aiutano tantissimo nella risocializzazione". Esperienze pilota di pet therapy sono state realizzate negli anni scorsi in diverse carceri in Italia. La Casa di Bergamo, che ora conta 528 detenuti, di cui 35 donne (a fronte di una capienza regolamentare di 315), non si è fatta sfuggire l'occasione di partecipare.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 14 giugno 2021
La storia e i ricordi di Irena Saulute Valaityte-Spakauskiene e di Jonas Markauskas: "Continuavamo a inciampare nei cadaveri dei nostri cari, ma non avevamo la forza di seppellirli nel permafrost". Mentre l'ex presidente Dalia Grybauskaite accusa: "Ai nostri confini abbiamo dittatori". "Vennero a prenderci di notte. Tutta la nostra famiglia si era riunita per festeggiare l'ultimo giorno di scuola. Fu l'ultimo incontro. Il 14 giugno i soldati sovietici invasero la nostra fattoria e ci portarono in stazione per caricarci su un carro bestiame. Come animali destinati al macello". Irena Saulute Valaityte-Spakauskiene accarezza i dolorosi ricordi con le dita nodose deformate dall'artrite.
Quella notte di ottant'anni fa, appena una settimana prima dell'invasione nazista, fu perpetrato il primo pogrom, il prologo di una serie di deportazioni, esecuzioni e immigrazioni forzate che, fino alla morte di Stalin, avrebbero portato la Lituania a perdere un milione di abitanti, un terzo della popolazione.
Un destino comune anche agli altri Paesi baltici che oggi commemorano la loro "giornata della memoria". Una pagina di Storia venuta alla luce solo dopo la caduta della cortina di ferro, una cortina di oppressione e silenzio. E tuttora largamente ignorata, benché i Baltici facciano parte della Ue e della Nato. "Ma che è importante ricordare - ci dice la "lady di ferro lituana", l'ex presidente Dalia Grybauskaite - perché oggi ai nostri confini abbiamo dittatori che ancora una volta prendono di mira, torturano e uccidono i loro cittadini solo perché la pensano diversamente".
Irena è nata a Kaunas nel 1928 quando la seconda città del Paese era la capitale provvisoria della Lituania indipendente prima che venisse schiacciata da due totalitarismi contrapposti: annessa nel '40 dall'Urss in seguito al cinico patto con cui Hitler e Stalin si erano divisi l'Europa centrale, poi invasa dalla Germania nazista nel '41 per ritornare sotto l'occupazione sovietica nel '44.
"La cosiddetta "deportazione di giugno" del '41 durò quattro giorni. Era stata pianificata da mesi con lo scopo di purgare lo spazio baltico dei membri dell'élite culturale ed economica. Annientandoli, non solo giustiziandoli con un colpo di pistola. L'Nkvd, l'antenato del Kgb, aveva stilato le liste degli elementi "anti-sovietici": politici, militari, professori, religiosi, ma anche agricoltori, operai e artigiani.
Deportarono intere famiglie. Gli uomini, circa 4mila, vennero separati e portati nei campi di concentramento nel territorio di Krasnojarsk, mentre 13.500 donne, bambini e anziani furono portati in Kazakhstan, Altaj, Komi e infine nell'Artico. Fu uno shock. Non c'erano state avvisaglie. La gente non sapeva che cosa l'aspettasse", spiega Kristina Burinskaite, storica del Centro di ricerca sul genocidio e la resistenza di Vilnius ospitato nell'ex sede del Kgb.
Irena ricorda bene lo spaesamento del viaggio di un mese sulle rotaie fino all'Altaj, Siberia occidentale. Circa il 40 per cento dei deportati del 1941 erano bambini sotto i 16 anni come lei, ci ha spiegato Ramuné Driauciunaité guidandoci tra le sale del Museo delle Occupazioni e delle battaglie per la libertà.
Nei carri bestiame non c'era cibo eccetto un po' d'acqua e una brodaglia imbevibile. Non c'era aria per respirare, solo feritoie chiuse da sbarre e un buco come bagno. "Entra qui e prova a immaginare", dice Irena conducendoci dentro un vagone arenato tra le betulle del Museo etnografico all'aria aperta di Rumsiskes, a circa 25 chilometri da Kaunas che, a 92 anni, Irena percorre ogni giorno in bus e a piedi per guidare gli avventori tra le mostre e la sua memoria. Oltre la metà di loro, racconta irrequieta, saltellando da un angolo all'altro, morì subito. I corpi di chi non ce la faceva venivano gettati lungo i binari. Prima soccombettero le donne incinte e i bambini. Poi i vecchi.
Non ci fu quasi il tempo di abituarsi alle fatiche del lavoro forzato e al duro clima nell'Altaj, alla fame e allo scorbuto, che un anno dopo i pochi sopravvissuti furono nuovamente ammassati su carri bestiame. Stavolta la destinazione era Trofimovsk, una delle tante isole di permafrost sferzate dai venti ed erose dalle tempeste sparse nel delta del fiume Lena che si getta nel Mar di Laptev, Oceano artico, estremo Nord siberiano, uno dei luoghi più terrificanti dell'Arcipelago Gulag.
Per molti anni l'unica terra conosciuta per Jonas Markauskas, il "primo figlio di Trofimovsk". Nacque tra i ghiacci eterni oltre il circolo polare nel 1946. Oggi è il presidente di Laptevieciai, la confraternita degli ex deportati nel mar di Laptev che, benché si assottigli di anno in anno, tiene viva la memoria di quello che definiscono un "genocidio". "L'Olocausto degli ebrei è stato forse più doloroso del massacro di interi popoli soggiogati dai sovietici? Se tagliassero il mio dito e il tuo dito, uno di noi due soffrirebbe di più? I crimini contro l'umanità non hanno nazionalità".
"Nel Mar di Laptev dovevamo trascinare tronchi pesanti affondando nella neve o pescare con le reti nelle acque gelate. In cambio ottenevamo pochi grammi di pane che dovevamo razionare. E dopo 12 ore di lavoro dovevamo costruire le nostre case con i detriti e i rami che trovavamo sulla spiaggia. Il pavimento era il permafrost, le finestre blocchi di ghiaccio. Avevamo letti a castello di 35 centimetri ciascuno. Ci sono volute due settimane per costruire una yurta come questa", spiega Irena, rannicchiata sull'asse di una replica ricreata a Rumsiskes, intrecciando alla rinfusa i fili di una storia che ha ispirato il bestseller Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys.
"Ma il libro non racconta l'orrore di uscire a cercare qualcosa da bruciare o mangiare o a raccogliere il ghiaccio da trasformare in acqua da bere senza sapere se saresti tornato o saresti morto assiderato. O di vedere tua madre morire di fame, senza che ci fosse nulla che potessi fare. Continuavamo a inciampare nei nostri morti, ma non avevamo la forza di scavare tombe nella terra ghiacciata per seppellirli. E noi eravamo sepolti vivi, ma sognavamo di tornare nella nostra patria e questo sogno ci ha tenuto in vita. Io riuscii a fuggire dopo qualche anno. Altri dovettero attendere la morte di Stalin".
Ma il rimpatrio fu un altro capitolo doloroso. "Non avevamo documenti, né diritti. Ho dovuto nascondermi per otto anni. Senza vestiti, senza scarpe, senza cibo, senza denaro. Col timore di essere catturata a ogni passo dal Kgb. Non sapevo dove andare perché le nostre case erano occupate e i nostri cari non c'erano più".
È solo con la perestrojka e l'indipendenza che gli ex deportati sono venuti allo scoperto. "Ora posso finalmente parlare", esulta Irena. "Non lo faccio per costruire un monumento a noi stessi. Racconto la mia storia anche se è come grattare una ferita, per tenere accesa la memoria di chi non ce l'ha fatta, di chi non è potuto diventare grande, innamorarsi, crescere figli. Rivedo ancora le loro facce, anche se non ricordo più i nomi. I corpi gettati fuori dai vagoni. La mia brigata del primo inverno. Il primo bambino che morì di freddo nell'Artico".
Oggi gli ex deportati ricevono una pensione. E le loro sofferenze vengono commemorate ogni anno. Ma la giustizia negata brucia. "Per noi non c'è stata una Norimberga", insiste Jonas. "Nessuno è stato chiamato a rendere conto di quello che è stato fatto. Nessuno ha mai chiesto perdono".
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 14 giugno 2021
La staffetta solidale sul Canal Grande per l'imprenditore italiano detenuto a Khartoum. L'ultima "sistemazione" di Marco Zennaro, l'imprenditore italiano detenuto in attesa di giudizio a Khartoum, in Sudan, assomiglia a una gabbia: un quadrato di cemento con una grata al posto del soffitto e il sole che batte quasi tutto il giorno sulle teste degli occupanti. "Sta bollendo là dentro con una ventina di altri prigionieri", informa da Venezia il fratello Alvise. La temperatura esterna sfiora nelle ore più calde i 50 gradi, "e di notte penso che la minima non scenda sotto i 40" aggiunge, angosciato.
L'unico sollievo della famiglia è la possibilità di comunicare con lui via telefonino. La vicenda giudiziaria dell'amministratore delegato dell'azienda di materiale elettrico fondata dal nonno si è complicata con il passare delle settimane; e la detenzione preventiva, tra rinvii di udienze e nuove istruttorie, si allunga come la coda dei presunti danneggiati. A marzo il distributore locale della ditta veneta aveva contestato una partita di trasformatori elettrici da un milione e 200 mila euro circa che Zennaro, 46 anni, aveva inviato in Sudan dopo essersi aggiudicato, tramite la Gallabi & Figli, un bando di concorso nel 2020. Zennaro è partito per Khartoum con l'idea di poter risolvere il contenzioso, ma si è ritrovato agli arresti domiciliari in albergo la sera stessa del suo arrivo.
Il primo aprile la questione sembrava risolta tramite un rimborso (un po' coatto) di 400 mila euro e Zennaro si apprestava a decollare per l'Italia, quando sono arrivate altre denunce per truffa ed è scattato il nuovo arresto. Non più dentro una stanza d'hotel, ma nelle affollate camere di sicurezza di un paio di commissariati (senza neppure una branda a disposizione) e, per qualche giorno, in prigione.
A pretendere, complessivamente, quasi un altro milione e mezzo di euro sono società elettriche locali, clienti in qualche caso della famiglia Gallabi, uno dei cui componenti, Ayman, è stato ritrovato annegato nel Nilo il 22 maggio. Capofila dei querelanti è la Società elettrica sudanese, presieduta da un parente stretto del numero 2 del Consiglio nazionale di transizione, il generale Mohamed Dagalo, alla guida del Paese dopo il colpo di stato del 2019.
Quando un paio di settimane fa il direttore generale per gli italiani all'estero, Luigi Vignali, è stato inviato dalla Farnesina a parlamentare a Khartoum, le autorità sudanesi gli hanno opposto altre denunce, relative ad altri contratti che, indipendentemente dalla posizione della Società elettrica sudanese, impedirebbero il rilascio di Zennaro.
La Farnesina protesta e insiste, attraverso l'ambasciatore Gianluigi Vassallo, perché gli siano concessi gli arresti domiciliari o almeno un trattamento più rispettoso dei diritti umani, in attesa dei dovuti chiarimenti giudiziari. Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha chiesto l'intervento del nunzio apostolico in Sudan ed Eritrea, Luis Miguel Munoz Cardaba; e il sindaco, Luigi Brugnaro, quello di Mario Draghi. Tra mezzogiorno di sabato e ieri, sulle acque del Canal Grande, le società remiere hanno organizzato una nuova manifestazione: 24 vogatori si sono alternati per 24 ore in una staffetta di solidarietà. Perché Marco, stipato in una cella torrida dove si parla solo arabo, si senta meno solo. Nei vari trasferimenti ha perso infatti l'unico compagno, un professore iracheno, con cui poteva intendersi in inglese.
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2021
È ammesso il risarcimento da parte di un terzo, come la compagnia assicurativa. L'estinzione del reato per condotte riparatorie, prevista dall'articolo 162-ter del Codice penale introdotto dalla legge 103 del 2017, pur avendo avuto minore successo applicativo della messa alla prova, può essere uno strumento di composizione dei conflitti sfociati nei giudizi penali.
Con la sentenza 2490 del 21 gennaio scorso la Cassazione ha delineato i presupposti di questo istituto. Come hanno precisato i giudici, le condotte riparatorie dell'imputato devono essere spontanee, a carattere restitutorio o risarcitorio, comunque destinate definitivamente a incrementare la sfera economica e giuridica della persona offesa. Non si può invece considerare integrata la causa estintiva nel caso di sola restituzione del bene sottratto. Né ricorre la causa estintiva quando la riparazione sia avvenuta in esecuzione di un altro provvedimento di condanna, perché mancherebbe il presupposto della spontaneità.
Si applica solo ai reati procedibili a querela soggetta a remissione. Per ciò non è applicabile al reato di atti persecutori commesso con minacce gravi e reiterate, che rientra tra le ipotesi di procedibilità a querela irrevocabile. E ciò anche a prescindere dalla espressa causa di esclusione per lo stalking prevista dall'ultimo comma dell'articolo 162-ter Codice penale (Cassazione 14030/2020). Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito a offerta reale in base agli articoli i208 e seguenti del Codice civile, formulata dall'imputato e non accettata dalla persona offesa, se per il giudice la somma offerta è congrua.
La causa di estinzione si applica anche se il danno sia integralmente risarcito da un terzo (come la compagnia assicuratrice), se sollecitata dall'imputato (Cassazione 10107/2019). Questo istituto presenta, rispetto alla messa alla prova, una più spiccata connotazione sostanziale.
Tuttavia i suoi effetti sono pure condizionati da profili processuali. La riparazione del danno rileva come causa di estinzione se avviene entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Questo sbarramento riecheggia quello previsto (per tutti i reati) dalla circostanza attenuante comune dell'articolo 62 n. 6 del Codice penale (l'avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno o l'essersi adoperato per eliderne le conseguenze).
Ma è più preciso: coincide con il momento entro cui si può chiedere il rito alternativo. I giudici di legittimità hanno escluso che la causa estintiva possa farsi valere dopo l'irrevocabilità della sentenza, proprio perché ha natura sostanziale e il procedimento volto a verificarne la sussistenza, nel prevedere che siano sentiti l'imputato e la persona offesa, presuppone la pendenza del giudizio di cognizione e la presenza delle parti (Cassazione 43278/2019).
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