di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 luglio 2021
Il premier avvisa i 5 Stelle: la riforma della Giustizia non si tocca. E pone la questione di fiducia. Il premier Draghi ha deciso di blindare la riforma del processo penale. Lo ha comunicato questa sera nella conferenza stampa indetta con la Ministra Cartabia e il Ministro Speranza al termine del Consiglio dei Ministri dedicato principalmente alle questioni vaccini e green-pass.
"Sulla riforma della giustizia c'è stato un rapido passaggio in CdM - ha detto il primo Ministro. Ho chiesto l'autorizzazione alla fiducia quando sarà il momento in Parlamento, perché c'è stato un testo approvato all'unanimità in Cdm e questo è un punto di partenza. Qualora ci fossero miglioramenti tecnici anche importanti noi siamo aperti, molto aperti, qualora ci fossero servirà un nuovo passaggio in consiglio dei ministri".
Il Cdm ha autorizzato il governo a porre la questione di fiducia sulla riforma della giustizia, anche se fonti grilline si sono dette spiazzate dal fatto che i loro ministri abbiano dato l'autorizzazione. Draghi, rispondendo ad una domanda di un giornalista, ha specificato "c'è tutta la buona volontà di accogliere emendamenti che siano di carattere tecnico e non stravolgano l'impianto della riforma e siano condivisi. La richiesta di autorizzazione di fiducia è dovuta al fatto di voler porre un punto fermo" e ha risposto indirettamente anche ai Cinque Stelle: "Nessuno vuole sacche di impunità, bene processi rapidi e tutti i colpevoli puniti, è bene mettere in chiaro da che parte stiamo"; ma anche tranquillizzato rispetto ad uno scenario di spaccatura "Una riforma come quella della giustizia deve essere condivisa ma non è giusto minacciare un evento, la consultazione elettorale, se non la sia approva". Qual è il senso di questa mossa? Trovare innanzitutto un consenso sulla riforma, in quanto Draghi aspira a non spaccare la maggioranza. Tanto è vero che sono in corso trattative serrate con l'ex premier Giuseppe Conte, ora al timone dei grillini. L'importante però è che le modifiche siano di natura tecnica, non frutto di un puntiglio ideologico. Il secondo obiettivo è mandare anche un messaggio alla maggioranza che deve sapere che il testo condiviso nello scorso Cdm non può essere stravolto. Il terzo è blindare il consenso in un Cdm per poi portare il testo in Aula e ottenere la fiducia in quanto ritiene quella della giustizia una riforma molto importante.
Dopo il premier Draghi è intervenuta anche la Ministra Cartabia: "da più voci è stata espressa preoccupazione, che mi pare vada presa in considerazione seriamente, su un punto specifico: data la criticità di alcune Corti di appello evitare che l'impatto di una novità come quella introdotta con l'improcedibilità non provochi un'interruzione di procedimenti importanti.
Questa è una preoccupazione molto seria che anche il governo ha avuto fin dall'inizio ed è il terreno su cui si stanno valutando questi accorgimento tecnici". Dunque la ministra ha ribadito il metodo del dialogo e del confronto ma nessun stravolgimento del lavoro fatto fino ad ora e iniziato come ha ricordato "il giorno dopo l'insediamento di questo Governo", a voler dimostrare tutto lo sforzo possibile per giungere ad una riforma che abbia l'approvazione della maggioranza.
Adesso qual è il percorso da seguire? È quello tracciato ieri pomeriggio dalla conferenza dei capigruppo che porta la riforma del processo penale in aula alla Camera tra una settimana, venerdì 30 luglio. L'ufficio di presidenza della Commissione Giustizia ha convocato una seduta per oggi, dedicata solo alle ammissibilità dei sub-emendamenti agli emendamenti del governo. Dopo quella seduta verrà deciso il successivo calendario della Commissione.
Ora bisogna capire i margini di manovra sui contenuti. L'obiettivo del M5s sarebbe quello di indicare espressamente i reati per mafia, terrorismo e contro la Pa tra quelli imprescrittibili: "di certo non ci aspettiamo i giochetti fatti in Consiglio dei Ministri dove si aumentava di un anno i tempi per l'appello e di qualche mese quelli per la Cassazione. Occorrerà maggiore sensibilità della Ministra nei nostri riguardi", ci dice una fonte parlamentare. "Abbiamo proposto aggiustamenti che sono in fase di discussione -ha rivelato invece Enrico Letta- il provvedimento passerà comunque in parlamento. Voteremo la fiducia, auspico su un testo migliorato e, almeno per una prima approvazione, entro la pausa estiva".
Per l'onorevole di Azione Enrico Costa "vanno bene i miglioramenti tecnici ma non ci siano cedimenti all'asse pm-M5S". Proprio del Pd abbiamo sentito l'onorevole dem Walter Verini al termine della conferenza stampa: "Ci sono tutte le condizioni per raggiungere delle modifiche all'interno dell'impianto della riforma che fughino ogni preoccupazione circa il rischio di far morire determinati processi. Le preoccupazioni che hanno espresso personalità importanti del contrasto alla criminalità organizzata sono da ascoltare attentamente.
La Ministra saprà far tesoro di queste preoccupazioni. Per l'onorevole Pierantonio Zanettin di Forza Italia invece "è impensabile rendere imprescrittibile ad esempio un reato come il peculato, solo per un pregiudizio ideologico dei Cinque Stelle. In generale creare un doppio binario per alcuni reati potrebbe avere anche profili di incostituzionalità. Comunque la trattativa è molto laboriosa, è stata portata anche ai massimi livelli. Il mio auspicio è che da domani si possa cominciare a lavorare con serenità in Commissione".
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 23 luglio 2021
Parere a tempo di record con critiche giuridiche e sugli effetti operativi. Tensione istituzionale con il governo, Ermini media. Era dai tempi di Berlusconi che al Consiglio superiore della Magistratura non si registravano rapporti così tesi con un ministro della Giustizia. Sebbene non richiesto (il che, già di per sé, viene considerato uno "sgarbo istituzionale"), il parere del Csm sulla riforma Cartabia è pronto.
A tempo record la sesta commissione l'ha elaborato e depositato, per poter votarlo in plenum la prossima settimana. L'esito è scontato: la contrarietà alla riforma è quasi unanime, sia tra i membri togati che tra i laici. Al di là dei tecnicismi, nel Csm si pensa l'impatto politico del parere, considerato "una netta stroncatura".
In una trentina di pagine, il testo si concentra sulla prescrizione, evidenziando "una serie di criticità" sia sul piano giuridico che su quello operativo. L'incostituzionalità non è espressamente contestata, ma evocata con riferimento a due parametri. Il principio di obbligatorietà dell'azione penale, vanificato dall'impossibilità di portare a termine tutti i processi per la tagliola dell'improcedibilità in appello. E quello di ragionevole durata del processo.
Presentato come obiettivo del governo, ma malinteso: la riforma dispone in modo imperativo una "ragionevole durata" per gradi di giudizio (due anni in appello, uno in Cassazione), con l'effetto paradossale e irragionevole di consentire una durata anche molto differente dei processi di primo grado a parità di reato. Sul piano tecnico, le critiche sono diverse. Non piace che lla dilatazione dei tempi processuali in appello (fino a tre anni) e Cassazione (fino a 18 mesi) sia consentito per tipologie di reato. Un criterio rigido e inadeguato; piuttosto, dovrebbe essere tarata sulle caratteristiche di ciascun processo: numero di imputati, carichi di lavoro concreti, complessità probatoria. "Una perizia su una bancarotta può richiedere almeno un anno", ha spiegato nell'audizione parlamentare il giudice, ed ex politico, Alfredo Mantovano.
Non convince inoltre la disciplina del regime transitorio nell'entrata in vigore delle nuove regole, così come la "scarsa aderenza alla realtà" dei tempi medi di trattazione dei processi nelle diverse Corti d'appello. L'ufficio studi ha consegnato alla commissione i dati drammatici della "geografia territoriale": nove distretti su 26 superano la media di due anni in appello; Bari, Reggio Calabria, Venezia, Roma e Napoli (che rappresentano circa metà del carico giudiziario complessivo) superano i mille giorni. Dunque, sostiene la commissione, la riforma Cartabia "condanna all'estinzione" un gran numero di processi.
La parola amnistia, evocata da molti magistrati nei giorni scorsi, non viene usata per fair play, ma la sostanza è quella. "Riteniamo negativo l'impatto della norma", dice il presidente della commissione Fulvio Gigliotti, docente di diritto privato a Catanzaro (dove è stimato, tra l'altro, dal procuratore Gratteri), eletto dal Parlamento su indicazione del M5S.
Il parere è stato votato in commissione da 4 membri su 6. Astenuti il docente e avvocato penalista milanese Alessio Lanzi (quota Forza Italia) e la giudice Loredana Micciché della corrente conservatrice Magistratura Indipendente. Lanzi considera la riforma "non entusiasmante ma il male minore per superare il processo eterno introdotto da Bonafede". La Micciché non gradisce "alcuni passaggi stilistici del parere, ma condivido l'approccio critico".
Distinguo lessicali a parte, il plenum si annuncia un fuoco di fila. La riforma è riuscita a compattare una magistratura per il resto dilaniata. Anche i settori più disponibili l'hanno scaricata, come dimostra un editoriale di Questione Giustizia, rivista di Magistratura Democratica. Perplessità trapelano anche dalla commissione Lattanzi, istituita dalla Cartabia ma largamente sconfessata. Oltre che da chat e mailing list, il clima arroventato è testimoniato dal dibattito ieri al Csm su un tema minore: la commissione sui tribunali del Sud.
Voluta dalla ministra ignorando il Csm, salvo chiedere l'autorizzazione a coinvolgere alcuni magistrati. A nulla è valso il tentativo di ricucire del vicepresidente David Ermini: è passata, evitando un ceffone istituzionale, solo grazie a massicce e provvidenziali astensioni.
di Mario Giro
Il Domani, 23 luglio 2021
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare. Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.
Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.
Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.
Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.
Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 23 luglio 2021
Un bel lavoro a tenaglia, complimenti alla Casta in toga. In audizione mirata in Parlamento, chiamati a dar man forte ai grillini e a sparare sulla riforma Cartabia, due carichi da novanta come il procuratore nazionale "antimafia" De Raho e quello di Catanzaro Nicola Gratteri.
A Napoli una sorta di agguato organizzato di persona alla ministra con un bel combinato disposto del presidente di corte d'appello Giuseppe De Carolis e il procuratore generale Luigi Riello. Tutti in coro, non a dire quel che ci si sarebbe aspettato e sarebbe stato doveroso da parte di alti magistrati che rappresentano al massimo livello l'Ordine giudiziario. E cioè che si sarebbero impegnati al massimo delle proprie forze per applicare la legge voluta dal Governo e dal Parlamento, cioè dai due poteri dello Stato.
Invece no, perché non esiste in Italia una Casta agguerrita, rumorosa e mediatica quanto quella dei pubblici ministeri, cui si aggiunge ogni tanto qualche giudice. Facce di bronzo, vien da dire ogni tanto. Sanno come colpire, e soprattutto quando. Quando sono accesi i riflettori. E sanno anche con quale arma colpire.
Non con la critica, quella non fa neanche il solletico. Pensate se un procuratore Gratteri, per esempio, si limitasse a dire al governo, va bene la riforma (come ha detto per esempio, vera mosca bianca, l'ex procuratore di Torino Armando Spataro), sperimentiamo, però mandateci più magistrati e più cancellieri, così potremo dare il meglio. La guardasigilli avrebbe potuto subito rispondere, per esempio, che avrebbe immediatamente sottratto ai vari ministeri cinquanta dei 200 magistrati fuori ruolo e li avrebbe immediatamente mandati in Calabria. E altrettanti a Napoli. Visto che Reggio e Napoli, insieme a Roma, sono i distretti che non riescono a celebrare in tempi certi i processi. Invece no, la critica non fa neanche il solletico. E soprattutto non porta in televisione chi la fa. Ma si catturano le telecamere se si sostiene che con la riforma diventa conveniente delinquere. Un po' come quando Piercamillo Davigo cercava di dimostrare che con le nostre leggi è più conveniente uccidere la moglie che avviare la pratica di divorzio.
Ho sette maxiprocessi in corso, lamenta il dottor Gratteri. Ma si è accorto che con il sistema accusatorio introdotto dalla riforma del processo penale del 1989, i maxi non dovrebbero neanche esistere, insieme ai reati associativi che sono il loro collante, la loro unica ragion d'essere?
Quel che è successo ieri tra questi alti magistrati, e che ha la propria immagine speculare in Parlamento e tra le forze politiche, sembra il nuovo cavallo di troia che fa tornare alla memoria l'elenco dei ministri di giustizia annientati dalle toghe. O resi supini. O conniventi, come il penultimo. È il turno di Marta Cartabia. Non si illuda, signora guardasigilli, l'ampia maggioranza parlamentare di cui gode il governo Draghi, sulla giustizia si può frantumare, sbriciolare come un grissino.
Pur mettendo da parte la pervicacia priva di pensiero del movimento cinque stelle, non speri di poter contare mai sugli uomini e le donne del partito democratico: hanno spalle robuste e antenati feroci con canini gocciolanti sangue, quando si tratta di indossare abiti giacobini. E neanche si illuda sulla stampa. Pensi solo al fatto che da giorni e giorni il quotidiano del partito a cinque stelle chiama la sua riforma con l'appellativo di "salvaladri".
Il riferimento è a Berlusconi, ma soprattutto al suo primo ministro di giustizia, Alfredo Biondi, e al suo tentativo (sacrosanto) di riforma delle norme sulla custodia cautelare. Con quel decreto, che non fu mai convertito, erano stati liberati 2.750 detenuti (di cui solo 43 di quelli che Travaglio non chiama "imputati", ma direttamente "ladri"), e ne tornò in carcere meno del dieci per cento dopo la caduta del provvedimento, cui seguì in seguito anche quella del primo governo Berlusconi. Il che significa che non c'era nessuna necessità delle manette.
Bisogna sempre conoscere la storia, per capire i tranelli e gli agguati del mondo giacobino, che è giudiziario, politico, ma anche e spesso soprattutto mediatico. Definire "salvaladri" la legge sulla giustizia del presidente Draghi e della ministra Cartabia, è già in sé una minaccia: attenti, perché farete la fine di Berlusconi e Biondi. E dire, da parte di chi si occupa ogni giorno di reati di 'ndrangheta, che una riforma può mettere in crisi la sicurezza nazionale e render conveniente delinquere è molto vicino a un colpo di Stato. Prima ancora che a un tentativo di far cadere il governo.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 luglio 2021
L'ex procuratore aggiunto di Roma, direttore della rivista di Magistratura democratica Questione giustizia, sostiene il progetto. Ma non ne nasconde i limiti. Come direttore di "Questione giustizia", la rivista promossa da Magistratura democratica, lei ha ospitato interventi che non decapitano a priori la riforma Cartabia come fanno molte toghe. Lei come la vede?
"Ci sono ancora molti luoghi - e Questione Giustizia è uno di questi - nei quali non si è perso il vizio di ragionare, né la capacità di discernere, in un vasto progetto riformatore, le proposte positive e cariche di futuro e quelle frutto di compromessi incerti e destinati a complicare ulteriormente il quadro della giustizia penale".
Insomma, ci sarebbe del buono, ma anche del cattivo nella riforma?
"Innanzitutto è un vero sollievo non essere più costretti a riascoltare il trito ritornello delle riforme della giustizia a costo zero. Se le lentezze della giustizia penalizzano i cittadini più deboli e incidono pesantemente sul Pil e sulla competitività del Paese, allora sulla giustizia bisogna investire. Questa riforma finalmente lo fa, prevedendo nuove dotazioni tecnologiche e assunzioni di funzionari amministrativi, ma anche tecnici come informatici e statistici. E rilanciando il progetto organizzativo dell'Ufficio del processo, il team di supporto destinato a potenziare il lavoro dei magistrati".
Scusi, ma al recentissimo congresso di Md, tutte toghe rosse come lei, si sono sentite voci positive. Per esempio quella di Ezia Maccora e del probabile futuro segretario della corrente Stefano Musolino. Dicono che tutto il capitolo delle misure che riducono il ricorso al carcere e non portano tutto nell'imbuto del processo è da condividere. Ma basta questo?
"Mentre nella politica e nell'informazione vi è chi invoca "più carcere" o "più carceri" o "celle più chiuse nelle carceri", chi lavora sul campo sa che occorre battere altre strade. Puntando sulla giustizia riparativa - che rammenda gli strappi sociali prodotti dal reato risarcendo le vittime o la società - e su un ventaglio di sanzioni (anche ma non solo pecuniarie) che possono essere un deterrente molto più efficace per chi commette reati meno gravi e non violenti. Di qui il particolare apprezzamento nel congresso per questo capitolo della riforma. Così come è condivisa la valutazione politica della Ministra che ricorda ai magistrati che è insostenibile la difesa dello status quo".
Addirittura più d'uno ha proposto di fare anche un'amnistia per i reati fino a 4 anni...ma se la immagina la reazione di un Gratteri?
"Sul punto non c'è bisogno di scomodare Gratteri. Purtroppo, nel 1992, la politica si è di fatto privata di questo strumento con un'improvvida modifica dell'articolo 79 della Costituzione che oggi prevede una maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera per le leggi di amnistia e indulto. Una maggioranza pressoché irraggiungibile in tempi di populismo penale".
Mi dica un po', ma chi dice che questa riforma è una "salvaladri" sbaglia? Dal Csm arriva un parere critico...
"L'obiettivo di questa riforma non è salvare questo o quello e tanto meno i ladri, ma di realizzare un processo penale di durata ragionevole. A questo scopo la commissione Lattanzi, nominata dalla Ministra, aveva delineato una strategia composta di più tasselli. Incisivi strumenti deflattivi del carico giudiziario (come l'archiviazione meritata e l'estensione delle ipotesi di tenuità del fatto e di messa alla prova dell'imputato). Un più ampio accesso ai riti alternativi, in particolare al patteggiamento. Una significativa riduzione delle impugnazioni. Filtri più rigorosi dei procedimenti destinati al dibattimento. Salvo che su quest'ultimo punto la "mediazione Cartabia" si è risolta in una parziale retromarcia, negativa per l'accelerazione dei processi".
E qui veniamo al nodo della prescrizione e della improcedibilità. Lei è stato un pm per tutta la sua vita, poi procuratore aggiunto a Roma e poi avvocato generale in Cassazione. Qual è il suo voto sul sistema dell'improcedibilità?
"La prescrizione è solo il punto di scarico finale di un processo penale lento e inceppato. Se si arretra sul versante della deflazione dell'insostenibile carico penale il nodo della prescrizione diventa inestricabile. E per non impiccarsi a questo nodo scorsoio bisogna lavorare a monte per ridurre il numero dei processi".
Ma non hanno ragione Conte e Bonafede quando, anche adesso, mettono in guardia dal rischio dell'impunità?
"Prima di concordare su questo allarme vorrei capire meglio che cosa propongono loro per diminuire e velocizzare i processi".
Bloccare la prescrizione in primo grado e poi imporre tempi certi per Appello e Cassazione farebbe morire il 50% dei processi come dice Gratteri? E l'allarme per la democrazia lanciato da Cafiero De Raho?
"Al punto in cui siamo i toni da crociata servono solo a produrre titoloni sui giornali. La stima numerica di Gratteri è esagerata, anche perché il problema riguarda i giudizi di Appello e non quello - molto più spedito - di Cassazione. E sopra le righe è anche l'allarme per la democrazia. Certo però la soluzione ibrida - che lega la prescrizione nel processo di primo grado e i termini di improcedibilità per Appello e Cassazione - rischia di non reggere in termini giuridici e pratici".
In che senso?
"Anche volendo ignorare i risultati paradossali che tale soluzione può produrre, è un fatto che molte corti di Appello non sono in grado di rispettare i termini di improcedibilità. E per quelle più virtuose non ci si può troppo fidare di "medie temporali" di smaltimento che possono soffrire eccezioni proprio per i processi più complessi e di maggior impatto. Per evitare che gli Appelli
rimangano in un limbo lunghissimo e inconcludente occorre una soluzione diversa".
Insomma, lei sostiene che i processi dopo il primo grado non possono finire in un limbo, ma scusi, a Napoli sono già nel limbo 57mila processi che aspettano l'Appello...
"Il modello italiano di prescrizione, radicato nella nostra tradizione, non merita di essere abbandonato. La rapida celebrazione dei giudizi di Appello può e deve essere incentivata facendo decorrere di nuovo il tempo di prescrizione e sommandolo a quello già maturato in primo grado se le Corti non rispettano i termini previsti dal legislatore".
Se dovesse passare una norma transitoria - l'hanno battezzata lodo Serracchiani - per cui per i primi due anni, in attesa delle risorse, gli Appelli potrebbero durare di più, tre anni, e poi a regime, dal 2024, avrebbero davanti due anni, le andrebbe bene per promuovere Cartabia?
"Mi sembra un escamotage per togliere le castagne dal fuoco a una politica che si è infilata in un vicolo cieco e rinuncia a uscirne con soluzioni serie e coraggiose. Se si perde quest'occasione pesteremo acqua nel mortaio ancora a lungo. E non sarà un bene per i cittadini".
di Mario Giro
Il Domani, 23 luglio 2021
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare. Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.
Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.
Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.
Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.
Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 luglio 2021
L'Anm ha reso noto il documento elaborato dalla Giunta sul ddl di riforma del processo penale ideato dalla Guardasigilli e a ore in Aula. Sono sei i capitoli di criticità elencati. Il più corposo riguarda la prescrizione processuale, bersaglio maggiore della magistratura associata, innanzitutto perché "la soluzione messa in campo dall'emendamento governativo non contiene una misura acceleratoria, capace di assicurare una durata ragionevole, ma un meccanismo eliminatorio di processi". Una eventualità che i magistrati temono possa avere un impatto negativo sull'opinione pubblica che, priva delle giuste nozioni, incolperebbe i giudici per una negata giustizia.
Inoltre sarebbe opportuno per l'Anm prevedere che il tempo di definizione dei giudizi di impugnazione possa essere aumentato anche per i procedimenti aventi ad oggetto delitti quali depistaggio, omicidio colposo con violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro, omicidio stradale, maltrattamenti in famiglia, quelli contro l'ambiente.
Ma altre problematicità sono legate al giudizio di rinvio che se "non viene definito nel termine dato di due anni, pari a quello dell'appello, si estingue tutto, tutto il lavoro di tre gradi di giudizio va in fumo".
Gli altri capitoli sono dedicati alla prova dichiarativa in caso di mutamento del giudice; ai criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale: "pensare che sia il Parlamento con regole necessariamente generali e astratte a suggerire a quali reati dare la precedenza, è soluzione distonica rispetto al principio di obbligatorietà dell'azione penale e di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge nonché potenzialmente in grado di porsi in frizione col principio di separazione dei poteri" ; all' udienza filtro prevista per i processi a citazione diretta; al passo indietro sull'archiviazione meritata: "Sotto il profilo della necessità deflattiva, desta perplessità l'eliminazione dell'istituto della "archiviazione meritata" che era previsto dall'art. 3 bis".
E infine alla giustizia riparativa: "Pare condivisibile l'emendamento introdotto con l'art. 9 bis, con riferimento alla giustizia riparativa. Tuttavia, occorre valutare l'opportunità dell'accesso a percorsi di giustizia riparativa per le vittime di reati particolarmente traumatizzanti, che spesso lasciano effetti indelebili", come le vittime di violenza sessuale.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2021
L'esame ematico in ospedale per accertare lo stato di ebbrezza non può essere impedito dalle condizioni conseguenti all'incidente. Gli avvisi difensivi non possono essere dati - all'evidenza - a persona in stato di incoscienza. Ma ciò non può comportare una pregiudiziale immunità per chi si renda colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza da cui persino sia derivato un incidente, con o senza controparte.
La Corte di cassazione - con la sentenza n. 28466/2021 - ha escluso la nullità dell'accertamento espletato sul ricorrente ricoverato in stato di incoscienza e non assistito da un avvocato. Una presa di posizione - già espressa in alcuni precedenti di legittimità - che riduce la ben nota rilevanza che ha l'avviso di poter essere assistito da difensore al momento dell'espletamento dell'esame del tasso alcolemico di una persona che si è posta alla guida. È di sicuro un orientamento da seguire nel suo evolversi, in quanto appare aver individuato una circostanza atta a porre nel nulla quella che è stata sempre considerata una causa di invalidità dell'esame alcolimetrico richiesto dalla Polizia giudiziaria.
Sul punto la Cassazione, infine, precisa che la responsabilità penale di chi guida in stato di ebbrezza deriva dalla violazione di un divieto posto a tutela non solo degli altri, ma anche dello stesso conducente. Per cui, come nel caso concreto, se si verifica un incidente che non coinvolge altre persone e in cui l'unico danneggiato è il conducente stesso non viene meno l'esigenza pubblica di sanzionare la guida sotto l'influenza dell'alcol. La finalità pubblicistica - come affermato dalla Cassazione in altra recente sentenza - è quella di combattere una battaglia contro una consuetudine all'assunzione di alcol, considerata come piaga sociale.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 23 luglio 2021
La moglie di Paolo Bellini, figura torbida sotto processo con l'accusa di aver materialmente deposto la bomba che il 2 agosto 1980 provocò la strage più sanguinosa alla stazione di Bologna, ha riconosciuto in aula il marito in un breve video girato quel giorno alla stazione e ammesso di aver mentito quando, nelle inchieste immediatamente successive alla strage, aveva fornito a Bellini l'alibi che escludeva la sua presenza a Bologna.
I media sgranano gli occhi ma lo stupore sarebbe stato giustificato solo nella circostanza opposta, cioè se la signora non avesse riconosciuto l'ex marito. L'intero processo di basa infatti su quel riconoscimento e su quella ritrattazione dell'alibi. Senza quegli elementi non si sarebbe arrivati neppure al rinvio a giudizio. Un nuovo voltafaccia in aula sarebbe stato, quello sì, clamoroso.
La testimonianza chiave è una prova decisiva? Forse no. Il riconoscimento tardivo resta dubbio, trattandosi pur sempre di pochi fotogrammi, e la presenza di Bellini a Bologna il 2 agosto 1980 non è di per sé prova della sua responsabilità nella strage. Anche l'aver negato di essere a Bologna e l'essersi procurato un falso alibi nel clima di quei giorni, quando tutta l'estrema destra temeva di finire comunque nel mirino, non significherebbe automaticamente prova di colpevolezza.
Basti pensare a quanti estremisti di destra, incluso praticamente tutto il vertice politico e militare di Terza posizione, si diede alla fuga in quei mesi pur non avendo alcuna responsabilità nella strage.
Il peso della testimonianza però è indiscutibile. Bellini, autoaccusatosi dell'uccisione di Alceste Campanile ma con chiamate di correo risultate tutte false e fornendo versioni opposte del delitto, collaboratore dei servizi in carcere grazie ai suoi buoni rapporti con alcuni boss di Cosa nostra, autoaccusatosi di una quantità di esecuzioni piuttosto dubbie per conto della ' ndrangheta, è figura tanto ambigua e oscura da apparire al di sotto di ogni sospetto.
Le domande da porsi sono dunque due, e non una sola. La prima è se veramente sia stato lui a depositare il micidiale ordigno. La seconda è se, in questo caso, risulterebbero pertanto acclarate anche al di là della 'verità processuale' le responsabilità dei tre ex Nar già condannati per la strage ma con funzioni di organizzatori, dunque né di ideatori e mandanti né di ultimi esecutori,, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini e se risulterebbe confermata la responsabilità dei presunti mandanti, Gelli, Ortolani, l'ex capo dell'Ufficio affari servati del Viminale D'Amato, tutti alla sbarra ma solo come spettri, essendo nel frattempo trapassati.
La prima risposta deve darla il Tribunale di Bologna che sta processando Bellini. La seconda, sulla base degli elementi oggi a disposizione, invece la si può già dire ed è negativa. Non esiste alcun elemento, anche solo indiziario e vaghissimo, che confermi anche una semplice conoscenza tra gli ex Nar e Bellini. Nessun tra i numerosi pentiti dell'estrema destra di allora, Nar e non Nar, ha mai nominato Bellini, ha mai alluso, anche solo in base a un doppio o triplo de relato a un rapporto, fosse pure il più vago, tra il gruppo dei Nar e Paolo Bellini.
Lo stesso discorso vale, in tutte le direzioni, per quanto riguarda i presunti mandanti. Gli ex Nar, a differenza di altre organizzazioni dell'estrema destra di allora, non hanno mai avuto contatti con il Venerabile. La catena che porterebbe dalle stanze oscure della P2 a Bellini è oscura. Nessun collegamento indiretto è anche solo ipotizzabile sulla base di elementi concreti, fosse pure solo la vaga testimonianza di un pentito di dubbia credibilità. La stessa colpevolezza presunta di Gelli si basa solo su un appunto cifrato interpretato dagli inquirenti come nota di uno stanziamento di fondi per Bologna, e si sa che chi dice Bologna dice strage.
La sentenza sul processo contro Paolo Bellini è di là da venire. In compenso si può già dire che qualsiasi sia il verdetto, a meno di una confessione stavolta suffragata da elementi probatori dell'imputato, non servirà a fare alcuna luce sulla strage di Bologna, sulle motivazioni, sui mandanti e neppure sugli organizzatori materiali, individuati nel corso di uno dei processi più discutibili ed effettivamente discussi della storia italiana. Aiuterà solo a confermare una narrazione che era stata già tutta scritta ancora prima che partissero le indagini, come l'uomo che più di ogni altro aveva contribuito a scrivere quella verità preconfezionata, Francesco Cossiga, ha più volte ammesso.
torinoggi.it, 23 luglio 2021
Far conoscere meglio la figura della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale ai giovani detenuti e fornir loro tutte le modalità per entrare in contatto con l'Ufficio. È questo l'obiettivo di "Garante, questa sconosciuta", l'iniziativa rivolta ai giovani dell'istituto penale minorile Ferrante Aporti di Torino in programma domani, venerdì 23 luglio.
Si tratta di una vera e propria graphic novel in cinque parti all'interno delle quali il giovane detenuto protagonista viene accompagnato nei suoi dubbi e nelle sue incertezze da un'ape che risponde alle sue domande e lo invita a contattare chi è chiamato a garantire i suoi diritti "che non sono un premio - sottolinea la garante Monica Cristina Gallo - ma vanno garantiti sempre e comunque".
"L'Ipm di Torino al momento - prosegue - ospita 33 ragazzi e durante le nostre visite abbiamo sempre riscontrato un clima disteso, collaborativo e di grande attenzione verso i giovani ospiti. Dopo un periodo di chiusura dovuto alle restrizioni imposte dalla pandemia, il Ferrante Aporti sta ripartendo per garantire ai giovani detenuti non solo le consuete attività scolastiche e formative ma anche laboratori, corsi e percorsi volti al recupero e al superamento delle difficoltà dei ragazzi all'interno".
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