di Marco Vasini
La Repubblica, 9 novembre 2021
All'auditorium Paganini con Agnese Moro, Giorgio Bazzega, Manlio Milani, Franco Bonisoli, Adriana Faranda e Fiammetta Borsellino. La giustizia riparativa torna a Parma il prossimo venerdì 12 novembre, all'auditorium Paganini, con la terza edizione di Vivere e non Sopravvivere, in un evento, promosso dal Comune di Parma insieme a Cgil Parma, in collaborazione con Rinascimento 2.0 aps e con il patrocinio della Provincia di Parma. La conduzione dell'incontro, che vedrà tra il pubblico numerose classi delle scuole superiori del territorio, sarà affidata al giornalista e saggista Gad Lerner.
"Si tratta di un progetto coraggioso vista la tematica che abbiamo apprezzato e nel quale abbiamo creduto fin da subito. I complessi e delicati percorsi personali dei singoli protagonisti assumono una valenza collettiva molto importante soprattutto per le nuove generazioni: il dialogo, l'incontro e l'ascolto come strumento per provare a curare le proprie ferite e cercare di rimarginarle", sottolinea il presidente del Consiglio Comunale Alessandro Tassi-Carboni.
"Il tema della giustizia riparativa su cui si fonda il progetto - spiega Massimiliano Ravanetti, Filctem Cgil Parma - offre la possibilità, soprattutto ai giovani, di conoscere e capire, attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti, una modalità importante di approccio ai conflitti, fatta di dialogo e avvicinamento. Siamo noi a dover cercare di fornire questi strumenti ai ragazzi anche per contestualizzare quel periodo storico e guardare al futuro con altri occhi".
"La nostra Associazione - afferma Manlio Maggio, presidente Rinascimento 2.0 - si occupa non solo di cercare di valorizzare luoghi cittadini attraverso significative iniziative culturali, ma anche di supportare e collaborare in favore di eventi in cui crediamo come questo che presentiamo oggi: una iniziativa fondamentale nella lotta all'oblio di questo tempo per dimostrare come la conoscenza possa spezzare l'odio, all'interno di percorsi di violenza e sofferenza, spesso difficili da affrontare anche dopo molti anni".
"Abbiamo aderito all'intuizione di Massimiliano Ravanetti - le parole di Lisa Gattini, segretaria generale Cgil Parma - attraverso un percorso complesso e di confronto, ma abbiamo deciso di promuovere questo evento, e ringraziamo il Comune per averci affiancati, perché non lascia spazio a giudizi o sentenze ma mette l'accento sull'importanza dell'ascolto. L'ascolto delle vittime e degli esecutori dei crimini, che hanno intrapreso un percorso di dialogo e avvicinamento per provare a vivere e non sopravvivere appunto, con grande senso di responsabilità, senza cedere a buonismi e senza fare sconti a nessuno, con la consapevolezza di quanto il linguaggio e la parola (a cui è dedicata questa edizione) possano costruire la realtà nella quale viviamo".
A Parma interverranno Agnese Moro, figlia dello statista Aldo ucciso dalle Br nel '78, Giorgio Bazzega, figlio del poliziotto Sergio ucciso dal brigatista Walter Alasia in un conflitto a fuoco, Manlio Milani, marito di Livia morta nella strage di Piazza della Loggia a Brescia, Franco Bonisoli, ex brigatista componente del comitato esecutivo delle Br, Adriana Faranda, membro della colonna Romana delle Br, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo ucciso dalla mafia.
L'incontro del 12 novembre all'auditorium Paganini intende mettere l'accento sulla centralità del linguaggio come strumento per disattivare la violenza, partendo da quelle storie per interrogarsi su quanto la comunicazione e l'uso delle parole (nei linguaggi politici come nei rapporti tra le persone) possano veicolare un messaggio di non violenza e di "riparazione" di ferite e comunque di confronto rispetto a posizioni diverse.
di Bruno Quaranta
La Repubblica, 9 novembre 2021
Torna in libreria l'opera più importante del grande filosofo e giurista novecentesco. E qui il curatore italiano, Mario G. Losano, ci racconta perché rileggerlo è ancora un antidoto all'oscurantismo e all'arbitrio. La prima edizione italiana è del 1952.
Fra chi la compulsò, preparando l'esame di Filosofia del diritto, Alberto Arbasino, che ricordava: "Noi studenti d'allora la trovavamo assai elegante non solo per la copertina (lo stesso design dei Saggi, però in grigioperla e non arancione), ma perché la dottrina "pura" - viennese come Wittgenstein e Adolf Loos - insegnava a considerare il diritto senza ideologie".
Ritorna per Einaudi "La dottrina pura del diritto" di Hans Kelsen, a cura di Mario G. Losano. Allievo di Norberto Bobbio, dal professore venne incaricato di tradurre l'edizione ampliata dell'opera rispetto a quella che vide la luce nel 1934.
La dottrina pura, ovvero la scienza che studia il diritto valido, esistente, non proponendosi di legittimarlo come giusto o di squalificarlo come ingiusto. Oltre la psicologia, la sociologia, l'etica, la teoria politica. Più che attuale, Kelsen non è un classico?
"Che cosa c'è di classico in Kelsen? Il marchio di fabbrica della sua teoria: le norme sono valide perché organizzate in un ordinamento piramidale. È la struttura che consente di unificare il diritto vigente. In che cosa è attuale? È il teorico della democrazia parlamentare, da cui nasce la piramide giuridica".
L'ordinamento giuridico, secondo Kelsen, è valido perché si fonda sulla norma fondamentale. In che cosa consiste?
"È una norma - qui una contraddizione del giurista - non posta dal legislatore, ma presupposta: 'Bisogna ubbidire alla Costituzione'".
Un'accusa paradossale è stata rivolta alla dottrina di Kelsen, se si pensa alle sue origini ebraiche e alle sue frequentazioni socialiste nei primi anni viennesi: essere applicabile anche ai totalitarismi, a cominciare dal nazismo...
"Kelsen distingue fra diritto e giustizia. I contenuti delle norme non sono affar suo. La sua teoria pura del diritto spiega anche il diritto dello Stato nazista però senza giustificarlo".
Perché Kelsen fu critico verso il processo di Norimberga?
"Perché non esisteva una norma di diritto positivo anteriore ai fatti. È la giustizia del vincitore a imporsi. Il potere condiziona la realtà del diritto".
Venendo a oggi. Kelsen sarebbe accusato di giustificare il regime talebano in Afghanistan, là dove la sharia è il diritto positivo.
"A mancare è l'appiglio formale. Le norme coraniche non si inseriscono in un sistema piramidale. Il testo fondante, il Corano, non è giuridico, contiene indicazioni giuridicamente rilevanti solo in misura minima. Quella di Kelsen è una teoria del diritto europeo continentale, a misura dell'era industriale".
Sottraendo il diritto all'ideologia, Kelsen salvaguarda la scientificità di opere come il codice penale Rocco, risalente al Ventennio.
"E come il Codice civile del 1942. L'uno e l'altro ancora vivi. Due pregevoli costruzioni giuridiche".
Settecentocinquanta anni fa moriva Dante. Il primo saggio di Kelsen verte su "De Monarchia". Che cosa lo accomuna all'Alighieri, alla sua visione statuale?
"Una sicura suggestione: l'impero absburgico come stato nazionale, nell'immaginario epigono del Sacro romano impero della nazione tedesca. Un solco in cui lievita la stessa idea contemporanea dell'Europa: Schumann, Adenauer, De Gasperi, i padri fondatori, hanno in comune il medesimo humus germanico".
Kelsen si è occupato in due saggi (1920-1925) della democrazia parlamentare, della sua crisi. Passa il tempo, la questione resta. Come suggerirebbe di affrontarla?
"Invitava a contemperare la rappresentanza politica con interventi correttivi o integrativi di democrazia diretta. Come il referendum. La sua concezione della democrazia parlamentare risalta nella Costituzione austriaca del 1920, che lo ebbe tra i suoi autori. Inoltre è l'artefice della Corte costituzionale moderna, come quella italiana: essa elimina le norme in contrasto fra loro, tutela cioè il funzionamento della piramide normativa".
La fortuna italiana di Kelsen è torinese...
"Fu Gioele Solari a orientare verso la Germania Treves e Bobbio. Non dimenticando che a Torino, nell'800, era in cattedra Pietro Luigi Albini, pioniere della filosofia del diritto".
Singolare Torino. Vi insegnarono i capifila del giuspositivismo e del giusnaturalismo, rispettivamente Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d'Entrèves. Lei in che senso può definirsi giusnaturalista?
"Per il mio ideale di società, dove cardinali sono i diritti sociali, l'articolo 1 della Costituzione. Kelsenianamente".
arche.it, 9 novembre 2021
Umanizzare il carcere, trasformarlo da luogo della chiusura a luogo dell'incontro e dello scambio. È l'auspicio espresso dal presidente di Arché, p. Giuseppe Bettoni, nel corso dell'inaugurazione della mostra "San Vittore: quartiere della città" di sabato 6 novembre presso la biblioteca di Quarto Oggiaro, zona dove si svolgerà il progetto "Apriti cielo" di "Verso Itaca APS" con la partecipazione della Fondazione. Sabato, la prima a prendere la parola è stata la fotografa Margherita Lazzati che ha spiegato l'idea che l'ha portata prima all'interno di San Vittore a scattare le foto e a raccogliere alcune testimonianze e poi all'esterno in vari luoghi della città, tra cui appunto Quarto Oggiaro, a raccontare con voci e fotografie la quotidianità dei detenuti e delle detenute del carcere milanese e le loro interazioni con l'esterno.
All'inaugurazione sono intervenute anche le ideatrici della mostra Carla Chiappini e Laura Gaggini dell'associazione "Verso Itaca APS", e gli amministratori comunali, come il consigliere Alessandro Giungi, e del municipio 8, come Serenella Calderara e Sara Spadafora. Tutte e tutti hanno mostrato apprezzamento per la mostra e hanno ribadito la necessità di impegnarsi per rendere il carcere il luogo dove possa pienamente realizzarsi il dettato costituzionale: "tendere alla rieducazione del condannato".
Proprio su questo aspetto si concentrano anche le attività di Fondazione Arché nei confronti dei detenuti e delle detenute del carcere: "favoriamo il loro reinserimento lavorativo", ha spiegato p. Giuseppe Bettoni, aggiungendo che alle persone accolte dagli istituti penitenziari chiede sempre: "come ti immagini sarebbe stata la tua vita senza il reato?". Spesso, però, fintantoché si rimane in quel contesto, le risposte non sono in grado di immaginare un percorso diverso. Le cose cambiano una volta fuori, inseriti in percorsi di reinserimento e fianco di persone diverse: "è importante rimettere al centro le relazioni", è stata la conclusione di p. Giuseppe.
di Francesco Oliva
La Repubblica, 9 novembre 2021
Il caso arriva da Lecce dove, nei giorni scorsi, un giudice ha inflitto 3 mesi di reclusione ad un 42enne di Gallipoli nonostante l'imputato fosse deceduto il 12 giugno scorso. In tutti questi mesi, però, la morte dell'uomo non è mai stata comunicata e il processo si è celebrato comunque con tanto di condanna emessa a conclusione di un'istruttoria andata avanti per un paio di mesi.
Così uno dei tanti processi che si celebrano ogni giorno in Tribunale (di quelli che più di tutti ingolfano la macchina della giustizia dilatando i tempi di una sentenza) si è rivelato un flop giudiziario. Il caso è quello di un uomo accusato di aver violato la misura di prevenzione personale del foglio di via obbligatorio disposta dal questore di Lecce con un provvedimento emesso il 27 settembre del 2017.
In sintesi, l'imputato non avrebbe dovuto più mettere piede a Melissano e nelle vicine frazioni nei successivi tre anni. Il 26 gennaio del 2019, però, viene sorpreso dai carabinieri in una contrada del comune del basso Salento. E, sulla scorta di un decreto di citazione diretta a giudizio a firma della procura salentina, il 42enne venne mandato a giudizio senza il filtro dell'udienza preliminare.
E dire che lo scorso settembre il suo avvocato d'ufficio gli aveva anche provveduto a inoltrargli una lettera per conoscerlo e concertare una strategia difensiva che potesse essere condivisa in vista dell'imminente inizio del processo. Ovviamente il legale non ha mai ricevuto risposta e l'istruttoria è iniziata regolarmente a fine settembre. Il 28 ottobre il giudice ha dichiarato chiusa l'istruttoria dopo aver ammesso i mezzi di prova indicati dal pm e dalla difesa e acquisito tutti gli atti d'indagine.
Quel giorno stesso è stata emessa la sentenza: il Tribunale, dopo una rapida camera di consiglio, ha condannato l'imputato morto a 3 mesi di reclusione "perché le risultanze dibattimentali hanno fornito la prova certa della penale responsabilità". C'è di più a rendere l'intera vicenda ancora più singolare ed è contenuta in un passaggio delle motivazioni contestuali quando il giudice scrive che "a fronte di tali risultanze (...) non ha fornito nel corso del processo alcuna spiegazione alternativa, o alcuna giustificazione, circa l'accaduto. Pertanto, si appalesano perfettamente integrati, in diritto, tutti gli elementi costitutivi del reato contestato".
La scoperta di aver celebrato un processo fantasma è arrivata solo nei giorni scorsi quando l'avvocato d'ufficio si è presentato negli uffici del Registro generale del Tribunale per chiedere un estratto del casellario giudiziario del cliente, un passaggio propedeutico per poter scrivere l'atto d'appello. Nella documentazione acquisita era chiaramente specificato che una precedente sentenza a carico del 42enne (un patteggiamento per resistenza e altri reati) era stata già dichiarata estinta per la morte del reo a giugno.
Mesi dopo lo stesso imputato è stato nuovamente processato in un periodo storico in cui, a causa della pandemia, la giustizia è alle prese con troppi processi da smaltire dopo i mesi di stop e che spesso possono trasformarsi in veri e propri casi di blackout della macchina della giustizia.
di Paola Pisano*
Corriere della Sera, 9 novembre 2021
Esistono soluzioni tecnologiche efficaci ma è una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. Con l'inizio dell'"Internet Governance Forum" a Cosenza, si riaccende il dibattito sul mondo di Internet. Nella storia dell'umanità mai abbiamo avuto opportunità sconfinate come oggi. Internet ha reso il mondo meno sconosciuto dandoci la possibilità di immergerci in culture diverse, condividere pensieri e idee con più di 4 miliardi di persone. A detta della commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager nel suo discorso del 21 ottobre scorso presso l'Università di Humboldt, "... uno strumento incredibile, forse unico, per preservare e animare il nostro demos, rendendo le nostre società più inclusive".
In teoria. In pratica però questo non accade. La nostra democrazia online è stata negli anni congegnata da piattaforme capaci di ordinare dialoghi, immagini, espressioni e azioni secondo uno standard ben preciso. Non certo conforme ai principi di inclusività, uguaglianza, onestà o veridicità. Ma semplicemente alla potenzialità e alla capacità di essere virale. Lo standard della viralità, miccia della competizione e dei conflitti sociali in Rete, elemento essenziale per una strategia di marketing globale, è alla base del profitto digitale.
Con una aggravante. Questa massa di contenuti virali sta contaminando lo spazio delle dinamiche politiche degli Stati e delle vite private di noi cittadini. L'ultima prova, tra le più crude, perché testimoniata da documenti riservati e interni all'azienda, è dello scorso settembre. È stata diffusa da Frances Haugen, ex manager della piattaforma più onnipotente del cyberspazio, Facebook. Molte delle notizie hanno amareggiato, ma non certo stupito. Dal permesso di postare immagini e frasi che incitano alla violenza a personaggi famosi, alle analisi che evidenziano un aumento del tasso di ansia, depressione, anoressia nelle adolescenti che utilizzano Instagram. Dall'attenzione particolare verso i preadolescenti, prezioso target di utenti non ancora sfruttato, all'aumento della rabbia sulla piattaforma a causa di un cambio nell'algoritmo. Fino ad arrivare a spazi dedicati ai trafficanti di esseri umani in Medio Oriente, a gruppi armati in Etiopia contro le minoranze etniche, alle azioni del governo vietnamita contro il dissenso politico. Vendita di organi, esseri umani e pornografia.
Possono esserci delle soluzioni tecnologiche per invertire la tendenza? Certo che sì. Ne sono esempi l'age verification forte, per non permettere ai minori di 14 anni di utilizzare i social network, la limitazione dei like e del numero di condivisioni, per diminuire la diffusione della disinformazione, algoritmi che siano capaci di rappresentare equamente le opinioni includendo un bilanciamento del volume delle voci. È una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. La democrazia non si crea da sola, tantomeno nello spazio cibernetico. Sono certa che traslare le regole del mondo reale in quello digitale sarebbe già un grande traguardo, ma non basta. La democrazia del cyberspazio sarà difficile da plasmare se il modello di business dei social rimarrà ancorato ai soli meccanismi ormai obsoleti che sostengono un modello capitalista forte. In ogni caso anche se meglio attrezzate dei governi, non spetterà alle grandi piattaforme decidere le regole del gioco, domani. Spetta a coloro che abbiamo eletto, oggi.
*Ex ministro per l'Innovazione e la Digitalizzazione
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 9 novembre 2021
Mi chiedo: ci stiamo talmente abituando ai femminicidi da non considerarli prodotto di una cultura misogina e prevaricatrice su cui riflettere pubblicamente? Un altro femminicidio. Questa volta a Ostia Antica (Roma). Un uomo di 79 anni, Mauro Piunti, uccide a fucilate la moglie Elena Di Maulo, di 77, che era costretta a letto perché aveva da poco subito un'operazione al ginocchio. Un uomo incensurato, era "grande lavoratore e mai violento", così lo hanno descritto i conoscenti. Piunti era un cacciatore e possedeva due carabine e l'automatico Bonelli con cui ha sparato alla moglie. La notizia appare in piccolo, quasi fosse un normale incidente di cronaca nera. Mi chiedo: ci stiamo talmente abituando ai femminicidi da non considerarli prodotto di una cultura misogina e prevaricatrice su cui riflettere pubblicamente?
L'uomo era incensurato, come tutti coloro che da anni (in un ritmo costantemente crescente) uccidono le mogli o le compagne. E di solito si fanno arrestare senza reagire. Segno che stanno vivendo una vera tragedia interiore. Insomma non si tratta solo di egoismo o prepotenza, ma di una profonda adesione a una antica cultura della divisione dei generi purtroppo ancora diffusa, che andrebbe analizzata e combattuta consapevolmente.
Le donne, se abbandonate o se in lite con il proprio uomo, non pensano di ucciderlo. E non perché siano strutturalmente più pacifiche e generose, ma perché hanno imparato (il più delle volte costrette dalle leggi dei Padri) a sublimare. Un esercizio di grande civiltà che sta alla base di ogni progetto democratico. Per questo sarebbe bene avere più donne nel governo della res publica.
Sarebbe un guaio se, nell'importante processo di emancipazione, le donne buttassero a mare questa grande qualità conquistata a caro prezzo, adeguandosi ai valori storicamente maschili del possesso e del controllo sul più debole. Un uomo che non impara a sublimare, diventa vittima di quelle forze primordiali che portano all'aggressione, alla volontà di possesso e all'odio verso chi vi si oppone. Il caso Piunti ci fa capire ancora una volta quanto male può portare la divisione dei ruoli, la legittimazione di un potere di genere e l'abitudine storica, tollerata e spesso incoraggiata, al dominio e alla prevaricazione.
di Giuseppe Sedia
Il Manifesto, 9 novembre 2021
Spinti dal regime di Minsk verso la frontiera con la Polonia e respinti indietro a colpi di lacrimogeni dalla polizia polacca. Tra i tre e i quattromila migranti ieri si sono trovati tra due fuochi, strumento involontario degli "attacchi ibridi" del dittatore Alexander Lukashenko, che li utilizza per punire l'Unione europea per le sanzioni adottate contro il Paese. Ma anche vittime del governo di Varsavia, che lungo il confine con la Bielorussa ha schierato ormai 22 mila uomini pur di impedire a una massa sempre più numerosa di disperati di attraversare il suo territorio per arrivare in Germania. "Siamo pronti a difendere la frontiera", ha ribadito anche ieri il ministro polacco della Difesa Mariausz Blaszczak.
È un confine sempre più caldo quello tra Polonia e Bielorussia, al punto che la crisi dei migranti creata ad arte da Minsk rischia adesso di sconfinare verso scenari imprevedibili quanto pericolosi. Con la Nato, chiamata in causa dell'ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, oggi leader dell'opposizione al governo populista di Diritto e giustizia (Pis), attenta a quanto accade e "pronta ad assistere gli alleati", dall'altra parte, Mosca che difende e giustifica il regime bielorusso.
Gli sconfinamenti, in verità, vanno avanti da agosto ma mai si erano visti così tanti migranti provare a entrare tutti insieme in territorio polacco come ieri quando al checkpoint di Kuznica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine "scortati" dalla polizia di frontiera bielorussa. Ed è proprio nei dintorni di questo villaggio della Podlachia, nel profondo nordest del paese, che la voce di un buco nella rete delle recinzioni avrebbe convinto i profughi a tentare il tutto per tutto nella giornata di ieri. Secondo fonti riportate dal portale polacco di giornalismo investigativo Oko.press, la maggior parte delle persone confluite a piedi verso il confine polacco provenivano da una manifestazione organizzata dai migranti iracheni presenti in Bielorussia.
NEL POMERIGGIO POI una parte della recinzione di filo spinato ha cominciato a cedere in più punti. "I bielorussi vogliono provocare un incidente di dimensioni significative, preferibilmente con proiettili sparati e vittime", ha dichiarato il vice ministro degli Esteri polacco, Piotr Wawrzyk. Anche se ai giornalisti in Polonia resta vietato l'accesso alla zona chiusa di 3 chilometri lungo la frontiera con il vicino, è stato quasi impossibile non accorgersi di questa massa umana fotografata a più riprese dall'alto e sorvegliata da un elicottero militare polacco.
Fino a ieri, in attesa della costruzione di un muro vero e proprio, la strategia di push-back indiscriminato, messa in atto dal Pis aveva funzionato. Ma con questi numeri a saltare sono tutti gli schemi. A Kuznica è successo di tutto. Esercito e polizia hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere i migranti, mentre alcuni profughi hanno provato a sfondare le recinzioni utilizzato tronchi di alberi a mo' di arieti. Tuttavia, c'è anche chi in patria continua a dare prova di solidarietà nei confronti di esseri umani usati come pedine di un gioco politico imprevedibile e crudele che al momento coinvolge Varsavia, Minsk e Bruxelles. Dalle luci verdi accese all'esterno delle abitazioni dagli abitanti dei villaggi polacchi di confine per segnalare la propria disponibilità ad offrire soccorso ai migranti, passando per gli appelli firmati da personalità della cultura, c'è anche una Polonia che sembra disposta ad aiutare il prossimo, o quanto meno, pronta ad indignarsi. In una lettera indirizzata al Consiglio d'Europa e al parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la "catastrofe umanitaria" che si consuma ogni giorno al confine.
Con migliaia di soldati schierati nella zona, Varsavia spera di poter gestire l'emergenza senza coinvolgere Bruxelles. Un eventuale coinvolgimento di Frontex potrebbe essere interpretato come un cedimento all'idea di sovranità che il Pis vuole continuare a trasmettere ai suoi elettori, dopo aver detto "nie" nel 2015 al ricollocamento forzato di immigrati sul proprio territorio. Intanto il tema della crisi migratoria verrà affrontato "con urgenza" la settimana prossima dai ministri degli Esteri. "Invito gli Stati membri ad approvare finalmente il regime di sanzioni esteso alle autorità bielorusse responsabili di questo attacco ibrido", ha chiesto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
di Bernard Guetta*
La Repubblica, 9 novembre 2021
Insieme alla Polonia, che respinge uomini, donne e bambini al confine con la Bielorussia, tutta l'Unione europea si rende complice del reato di violazione dell'obbligo di soccorso a persone in grave pericolo. Devo confessarlo, per quanto sia ironico, per quanto sia doloroso. Devo ammettere che i polacchi non possono aprire le loro frontiere a tutti quei rifugiati mediorientali che la dittatura bielorussa lascia accorrere fino a Minsk facendo balenare la prospettiva di una facile via d'ingresso nell'Unione europea.
Se lasciassero aperta solo un po' la loro porta, i polacchi sarebbero inondati da una fiumana sempre più grande di uomini, donne e bambini. Pertanto, non resta loro altro da fare che sistemare reticolati di filo spinato - non è così? - se non fosse che...
Se non fosse che alla frontiera tra la Bielorussia e la Polonia le temperature sono così rigide che i rifugiati muoiono di freddo, nel vero senso della parola. Nondimeno, dramma umano o no, i polacchi non possono cedere a questo ricatto morale senza incoraggiare altri curdi e altri siriani ancora a credere a loro volta all'illusione bielorussa. In guerra come in guerra, se non fosse che...
Se non fosse che a tutte quelle persone che hanno già creduto alla promessa di Minsk non resta altro da fare che cercare di entrare in Polonia, perché le guardie bielorusse alla frontiera non permettono loro di fare inversione di marcia. Li respingono senza riguardi e, a fronte tanta crudeltà, i polacchi hanno dovuto - non è forse così? - dispiegare circa 17mila tra guardie di frontiera e soldati per vigilare affinché nessun rifugiato riesca a strisciare sotto i reticolati.
Non soltanto i loro 26 partner dell'Unione europea non hanno motivo di preoccuparsi ma, come dice Varsavia, cofinanziando la costruzione del muro appena approvato dalla Dieta polacca, di fatto proteggerebbero la nostra frontiera comune. Si tratterebbe - non è così? - di un segno di comunanza tra europei, di solidarietà a fronte di una dittatura che dimostra il suo cinismo, se non fosse che... Se non fosse che Lukashenko, bando all'ironia, ha già vinto la sua scommessa facendo precipitare la Polonia e l'Unione tanto in basso quanto è lui. La Polonia che accoglie così generosamente i rifugiati bielorussi e li sostiene senza risparmiarsi nella loro lotta per la libertà, la Polonia che nel 1980 aveva segnato la fine del comunismo senza aver mai smesso di combatterlo dal 1956, in questa circostanza evidenzia una mancanza assoluta di solidarietà nei confronti di altri esseri umani che fuggono dalla miseria e dalla morte.
Così facendo, la Polonia non soltanto tradisce sé stessa e qualsiasi sentimento di compassione umana e perfino quella fede cristiana che professa in modo così prevalente ma, oltre a ciò, la totalità dell'Unione europea si rende complice del reato di violazione dell'obbligo di soccorso a persone in grave pericolo. Così pronta a difendere e patrocinare sempre i suoi valori, l'Unione permette che questo rimpallo di esseri umani alla frontiera tra Polonia e Bielorussia prosegua perché vuole evitare che si moltiplichino i temi di conflitto con Varsavia, e perché la Commissione e il parlamento europei sanno bene che l'accoglienza dei rifugiati non è proprio popolare tra l'opinione pubblica europea, e perché un braccio di ferro con i dirigenti polacchi a questo proposito non si risolverebbe necessariamente a vantaggio dell'Unione.
Non so voi ma, quanto a me, io provo vergogna. Provo vergogna che una dittatura riesca a prenderci in trappola così facilmente nelle nostre contraddizioni. Provo vergogna prendendo atto che l'opposizione polacca non trova quasi niente da dire contro la ricostruzione di un muro nel cuore stesso dell'Europa. Provo vergogna che nel suo complesso l'Unione abbia paura dei rifugiati perlopiù perché sono musulmani. Provo vergogna per il fatto che non siamo capaci di trovare il modo di far capire a Lukashenko che il suo giochetto deve finire una volta per tutte. Provo vergogna per la mia stessa impotenza e perché comprendo sempre meglio, nel mondo di oggi, come il mondo in passato abbia potuto coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie davanti a Hitler e a Stalin.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 9 novembre 2021
Non c'è la prova che sia stato Israele ma i palestinesi sospettano che lo spionaggio elettronico sia legato alla recente designazione da parte del ministro della difesa Gantz di sei ong come organizzazioni terroristiche. Era metà ottobre quando Ghassan Halaika, un attivista palestinese di Gerusalemme piuttosto noto e ricercatore del centro per i diritti umani Al-Haq di Ramallah, una organizzazione storica della società civile palestinese, ha cominciato a sospettare che il suo telefono fosse sotto controllo. L'apparecchio si bloccava di frequente, altre volte, durante le conversazioni, emetteva qualche ronzio. Colleghi e amici gli hanno suggerito di rivolgersi agli irlandesi di Front Line Defenders (Fld), che dal 2001 monitorano le attività di cyber intelligence a danno di esponenti della società civile.
Un esperto di Fld ha scansionato il suo telefono e vi ha trovato lo spyware Pegasus, prodotto dalla NSO, azienda israeliana controllata dal ministero della difesa a Tel Aviv, al centro dello scandalo esploso in estate. Grazie ad Amnesty International e a Citizen lab, si è scoperto che attivisti dei diritti umani, giornalisti, uomini politici e dissidenti di mezzo mondo sono stati tenuti sotto stretta osservazione da Pegasus capace di controllare tutto ciò che entra ed esce da uno smartphone. Uno scandalo, a dir poco, così ampio e grave che la scorsa settimana persino il Dipartimento del Commercio degli Stati uniti ha aggiunto NSO e un'altra azienda di spyware israeliana Candiru, insieme a società russe e di Singapore, alla sua Entity List per le attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi della politica estera americana.
Il ritrovamento di Pegasus nel telefono di Halaika è stato poi confermato da ulteriori accertamenti svolti dagli specialisti di Amnesty e di Citizen Lab. L'indagine quindi si è ampliata. Sono stati scansionati altri 75 iPhone appartenenti a palestinesi membri di ong e associazioni varie. Alla fine, sono stati trovati altri cinque smartphone "infetti". I telefoni sono stati hackerati, tra l'estate del 2020 e nel 2021 senza che le vittime avessero eseguito alcuna azione come cliccare su un link o aprire un allegato. A clic zero dicono gli esperti.
Solo tre delle vittime dell'hacking hanno acconsentito alla divulgazione dei loro nomi. Sono, appunto, Ghassan Halaika, Salah Hammouri, avvocato di Addameer, che assiste legalmente i prigionieri politici palestinesi, e Ubai Al Aboudi, direttore del Centro Bisan che è anche un cittadino statunitense. Due anni fa Al Aboudi è stato incarcerato per alcune settimane senza processo con l'accusa di far parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp). La scorsa estate è stato arrestato dalla polizia dell'Autorità Nazionale di Abu Mazen per aver partecipato alle proteste per l'omicidio, compiuto da agenti dei servizi di sicurezza palestinesi, dell'attivista e oppositore politico Nizar Banat. Hammouri, di Gerusalemme, è anche cittadino francese. Da giovane ha scontato sette anni di carcere, con l'accusa di far parte del Fplp e di aver partecipato ad azioni di quel partito. Due settimane fa la ministra dell'interno israeliana, Ayelet Shaked, ha revocato la sua residenza a Gerusalemme sostenendo che "le sue attività costituiscono una violazione del rapporto di fiducia con lo Stato di Israele". Halaika di recente si è visto spesso nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, centro delle proteste di 28 famiglie palestinesi che rischiano l'espulsione per far posto a coloni israeliani che rivendicano la proprietà dei terreni dove sono state costruite le loro case.
"Non possiamo dire chi ha installato lo spyware. Possiamo solo immaginare chi ha l'interesse e la capacità di farlo", ha commentato con ironia Salah Hammouri. I palestinesi hanno pochi dubbi su chi sarebbe dietro l'attività di spionaggio attraverso Pegasus. E puntano il dito contro Israele. "Abbiamo il sospetto concreto che ci sia un legame tra la scoperta del Pegasus nei telefoni di nostri colleghi difensori dei diritti umani e la recente designazione di sei ong palestinesi come organizzazioni terroristiche fatta dal ministro della difesa israeliano Gantz", ha detto ieri al manifesto Tahsin Alayyan, un membro di al Haq al termine della conferenza stampa che le ong per i diritti umani, accusate da Israele di essere "una copertura per le attività del Fplp", hanno tenuto a Ramallah. "Quella designazione - ha aggiunto - qualche ora fa è stata estesa territorialmente dall'esercito israeliano alla Cisgiordania. E questo significa che in qualsiasi momento Israele può chiudere i nostri uffici ed arrestarci". Alayyan ha invocato un maggior sostegno internazionale alle sei ong colpite dal provvedimento israeliano. "Abbiamo ricevuto messaggi di solidarietà e di vicinanza ma abbiamo bisogno di un appoggio più forte e robusto e passi concreti in particolare dell'Europa per bloccare le intenzioni di Israele", ha concluso.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 8 novembre 2021
Con un Decreto Legislativo di pochi giorni fa, il Governo ha dato attuazione alla Legge del 22 aprile scorso che, recependo una direttiva europea, mira a rendere più effettiva la presunzione di innocenza prevista dalla nostra Costituzione.
- Rischio radicalizzazione nelle carceri. Intervista al cappellano di Rebibbia
- Abbracci e libertà
- Giustizia, l'Associazione nazionale magistrati si divide sulla riforma elettorale del Csm
- Nuove regole su minori e web, la sfida di Macina
- Presunzione di innocenza: tutte le modifiche al codice di procedura penale









