La Repubblica, 13 giugno 2021
"Internamento di massa e torture contro le minoranze musulmane. Nella regione dello Xinjiang un inferno distopico di dimensioni gigantesche che dovrebbe sconvolgere la coscienza dell'umanità", ha detto Callamard, segretaria generale dell'organizzazione. "Come nemici in guerra": un rapporto di 160 pagine di Amnesty International denuncia l'inferno delle minoranze musulmane, inclusi gli uiguri, nella provincia dello Xinjiang in Cina, per la responsabilità di Pechino. Le conclusioni della lunga relazione si basano su testimonianze di prima mano raccolte tra ottobre 2019 e aprile 2021, sull'analisi di immagini satellitari, su dati ufficiali e su documenti governativi trapelati al pubblico. Amnesty ha intervistato oltre 50 ex detenuti, persone residenti nello Xinjiang a partire dal 2017, tra cui 70 parenti di persone scomparse o detenute, informatori del governo, giornalisti e altri ancora.
Sono decine le testimonianze di ex detenuti che hanno descritto le misure estreme adottate dalle autorità cinesi a partire dal 2017 per sradicare le tradizioni religiose, culturali e le lingue locali dei gruppi etnici musulmani dello Xinjiang. Torture commesse col pretesto ufficiale della lotta al "terrorismo". Questi crimini hanno preso di mira uiguri, kazaki, hui, kirghizi, uzbeki e tagiki.
"In tutto lo Xinjiang le autorità cinesi hanno realizzato uno dei più sofisticati sistemi di sorveglianza del mondo e costruito centinaia di centri per la 'trasformazione attraverso l'educazionè, veri e propri campi d'internamento", riporta Amnesty nel rapporto. All'interno di queste strutture, i maltrattamenti e le torture sono sistematici e ogni aspetto della vita quotidiana è regolamentato per instillare a forza gli ideali di una nazione cinese non religiosa e omogenea e quelli del Partito comunista.
"Nello Xinjiang le autorità cinesi hanno dato vita a un inferno distopico di dimensioni gigantesche - ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty - Gli uiguri, i kazachi e le altre minoranze musulmane subiscono crimini contro l'umanità e altre gravi violazioni dei diritti umani che minacciano di radere al suolo le loro identità culturali e religiose. Il fatto che enormi numeri di persone vengano sottoposte al lavaggio del cervello, alla tortura e ad altri trattamenti degradanti in quei campi d'internamento, per non parlare degli altri milioni che vivono nella paura a causa del sistema di sorveglianza di massa, dovrebbe sconvolgere la coscienza dell'umanità".
Dall'inizio del 2017 centinaia di migliaia di persone sono state portate in carcere e altrettante inviate nei campi d'internamento. Tutti i sopravvissuti sentiti da Amnesty International hanno riferito di essere stati arrestati per "condotte del tutto legali, come il possesso di immagini a tema religioso o il contatto con persone all'estero. Un funzionario dello Stato cinese che partecipò agli arresti di massa nella seconda metà del 2017 ha raccontato che la polizia portava via le persone dalle loro abitazioni senza mandato di cattura e le poneva in stato d'arresto al di fuori di qualsiasi garanzia giudiziaria".
Spesso gli interrogatori - hanno riferito - avvenivano sulle "sedie della tigre" - strutture d'acciaio con sbarre di ferro e manette incorporate per bloccare i detenuti in posizioni dolorose. I pestaggi, la privazione del sonno e il sovraffollamento erano la norma.
Il racconto di una detenuta - "Ogni giorno ci svegliavamo alle 5 del mattino e dovevamo rifare il letto in modo perfetto. Poi c'erano la cerimonia dell'alzabandiera e il giuramento. Poi la colazione. Poi tutti in classe. Poi il pranzo. Poi di nuovo tutti in classe. Poi la cena. Poi ancora una lezione. Poi a dormire. Ogni notte due di noi dovevano 'essere in servizio', cioè controllare gli altri, a turni di due ore. Non c'era un attimo libero. Eravamo esausti...". Nelle prime settimane di reclusione, continua Amnesty, gli internati venivano costretti a restare seduti o inginocchiati immobili, in completo silenzio, per buona parte della giornata. Successivamente, seguivano corsi di "educazione" forzata dove venivano indottrinati a disprezzare l'Islam, a dimenticare la loro lingua e altre tradizioni culturali, a imparare il cinese mandarino e a studiare la propaganda del Partito comunista cinese.
L'appello di Amnesty - Chiediamo alla Cina di smantellare immediatamente i campi d'internamento, rilasciare le persone arbitrariamente detenute in quelle strutture così come nelle carceri e porre fine al sistematico attacco in corso contro la popolazione musulmana dello Xinjiang", ha detto Callamard. "La comunità internazionale deve prendere posizione e agire all'unisono per porre fine a questo abominio una volta per tutte. Le Nazioni Unite devono istituire e mandare urgentemente sul posto un meccanismo d'indagine indipendente con l'obiettivo di chiamare a rispondere le persone sospettate di crimini di diritto internazionale".
di Michele Farina
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
La denuncia Onu: 350 mila persone nel pieno di una "catastrofe alimentare". Una tragedia provocata dal leader che vinse il Nobel. Non c'è la siccità nel Tigray, le cavallette se ne sono andate e stanno per arrivare le piogge, eppure la gente rischia di morire di fame. Alex de Waal racconta sulla Bbc che i soldati impediscono ai contadini più coraggiosi di seminare nei campi: qualcuno si arrischia ad andare di notte a scavare qualche solco, con improvvisate sentinelle pronte a dare l'allarme in caso arrivino i militari. Vietato seminare.
Questa è ancora più atroce delle "solite" calamità africane: questa carestia è causata dagli uomini (e addirittura dai premi Nobel per la Pace), dagli uomini che portano avanti una guerra nel Nord dell'Etiopia che si combatte anche distruggendo gli ospedali, rubando i sacchi degli aiuti e togliendo il pane di bocca ai bambini. Che sono i più colpiti: l'ultima denuncia dell'Onu scodellata sul tavolo del G7 parla di almeno 350 mila persone nel pieno di una "catastrofe alimentare" (fase 5 della Integrated Food Security Classification), con altri 1,7 milioni che premono dal gradino della fase 4 (quella dell'"emergenza"). E in caso di grande carestia, sappiamo che due terzi delle vittime sono i più piccoli, i primi a morire. Sembra pazzesco che una regione dove si vedono ancora le turbine dell'energia eolica all'orizzonte sia ridotta così, con il 90% degli abitanti (in totale 6 milioni) che non hanno abbastanza da mangiare. E non lo dicono i nemici del governo di Addis Abeba (che pure nega l'emergenza: "Il cibo in Tigray non manca") ma 18 agenzie e organismi internazionali dentro e fuori l'Onu.
Si può scavare nelle responsabilità del conflitto tra il premier Abiy Ahmed, premiato nel 2019 con il Nobel per la pace fatta con la vicina Eritrea, e i dirigenti del Tpfl (Fronte Popolare di Liberazione) che dopo aver governato con mano autoritaria l'intero Paese si sono arroccati nella regione nativa del Tigray (il Tigrè di italica memoria). Si può discettare sulle radici del conflitto, sulle responsabilità condivise, ma l'urgenza impone di parlare dei mancati germogli nei campi, delle violenze contro la popolazione civile, degli stupri di massa, della fame usata come arma. Sette mesi di guerra e di terra bruciata (l'80% degli ospedali della regione è stata distrutta, denuncia Medici Senza Frontiere) hanno prodotto una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi anni. E questa volta non sono la siccità o le cavallette, non è l'Etiopia del 1984, non ci sono popstar a organizzare un nuovo Live Aid. Un Paese di 120 milioni di abitanti, una locomotiva che per anni ha viaggiato con una crescita del Pil a due cifre, l'avvento di un leader giovane e dinamico come Abiy che aveva cominciato svuotando le carceri dai prigionieri politici e tendendo la mano nel 2018 al grande nemico della porta accanto, quell'Eritrea del dittatore Afewerki diventata alleato indispensabile e sanguinario nella campagna del Tigray cominciata nel novembre 2020. Dei 150 massacri documentati in questi mesi, la maggioranza è imputabile al fronte governativo, con le forze eritree e le milizie di etnia Amara.
Portano la loro firma anche 128 dei 129 "incidenti" segnalati dall'Onu per quanto riguarda il blocco di aiuti umanitari nell'ultimo mese. Si è cominciato a morire di fame nel Tigray. Jan Egeland, capo del Norwegian Refugee Council, chiede un cessate il fuoco per fermare la carestia. Nessuno si è fatto avanti in questo senso. Mesi fa Addis Abeba aveva annunciato il via libera agli aiuti internazionali. L'Onu attraverso il Programma Alimentare Mondiale è riuscito a distribuire cibo a 2,8 milioni di persone: un sacco di farina da 30 chili, il fabbisogno di una famiglia per dieci giorni. Due milioni di sfollati interni costretti a fuggire dalle loro case incenerite vivono in condizioni particolarmente precarie. In un luogo dove persino le ambulanze sono state requisite dai militari, dove 22 mila donne sono sopravvissute agli stupri e i contadini sono costretti ad arare i campi al buio per paura di rappresaglie, tutto è possibile: che 300 mila bambini muoiano di fame nei prossimi mesi. O che uno sforzo decisivo della comunità internazionale sospenda la guerra tra le pale eoliche e i canyon mozzafiato: dove fino a ieri arrivavano i pulmini dei turisti, passino i camion con la farina e i piselli secchi.
Il Giornale, 13 giugno 2021
L'ex terrorista contesta l'isolamento, nel suo settore a Rossano i detenuti sono jihadisti islamici. Sciopero della fame e rifiuto della terapia a oltranza. Anzi "fino alla morte". Cesare Battisti protesta contro le condizioni della sua detenzione nel carcere di Rossano Calabro dove è stato trasferito 9 mesi fa, in seguito a un altro sciopero della fame, contro l'isolamento "di fatto" a cui era costretto nel carcere di Oristano, essendo il solo detenuto classificato As2, ossia Alta Sicurezza 2, riservato ai terroristi.
A Rossano di As2 ce ne sono, ma tutti jihadisti a parte lui. "Qui tutto è predisposto per tenere a bada dei ferventi musulmani", ha scritto l'ex terrorista ricordando che pure il cappellano "ha ignorato le mie richieste di colloquio" perché si tiene alla larga dal cosiddetto "antro Isis". E così di fronte al no del Dap alla nuova richiesta di trasferimento fatta dai suoi legali, Battisti il 2 giugno ha iniziato lo sciopero della fame contro la sua classificazione As2, ritenuta inadeguata visto che i suoi reati risalgono agli anni 70 e che inoltre non garantirebbe rieducazione e reinserimento.
Ecco dunque la lettera in cui Battisti chiede ai suoi cari e "ai compagni" comprensione per la sua "scelta radicale", lamentando di essere stato "spremuto e usato per ogni scopo ignobile del potere" e dicendosi pronto ad andare avanti "fino alla morte".
Che Battisti abbia diritto a essere "rieducato e reinserito" è fuori di dubbio. Ma Battisti, condannato per omicidio, è dietro le sbarre da due anni e mezzo dopo 37 anni di latitanza durante i quali si è sottratto sia ai processi che al carcere. Non è certo colpa dello Stato se gli altri terroristi "italiani" hanno scontato le loro pene mentre lui era latitante.
di Tonia Mastrobuoni
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Li chiamano i "dublinanti". Secondo gli accordi di Dublino devono chiedere asilo nello Stato di primo approdo e non si possono spostare in altri nazione europee. La pandemia aveva fermato i charter tedeschi che li riportavano verso questi paesi. Hussein, siriano: "Cacciato due volte". Lamin, Sierra Leone: "In Lombardia tentai il suicidio, qui lavoro". Tre anni fa lo hanno costretto per la prima volta a lasciare la Germania. E Hussein Hulouajjouri si è ritrovato solo. Quando è atterrato a Milano, la polizia ha registrato le sue impronte digitali e lo ha mandato via. La prima notte ha dormito sotto a un albero, a "milanocentrale". In uno scambio whatsapp lo scrive così, tutto attaccato.
Quando si è svegliato, i suoi vestiti e la sua borsa erano spariti. E da lì è cominciata la sua odissea: ogni tanto il ventiduenne dormiva alla Caritas, ogni tanto lo ospitavano altri siriani, ma "nessuno mi ha aiutato", ci racconta. Hussein è ripartito per il nord. Prima ha tentato la sua fortuna in Norvegia, poi è tornato in Germania. Il suo destino, però, era segnato.
Il siriano è un "dublinante", il suo primo approdo in Europa è stato in Italia. Ed è lì, secondo le regole europee fissate a Dublino, che deve tornare. Può chiedere asilo soltanto dopo anni. Ma il governo tedesco cerca di rispedirlo in Italia prima della scadenza. Prima della pandemia, nel 2019, i dublinanti respinti in Italia erano ancora 2.692, secondo i dati del governo. Nel 2020 sono crollati a 509, perché tutti concentrati nei primi mesi dell'anno, prima che il governo Conte bloccasse i trasferimenti a causa della pandemia. Ma qualcosa comincia a muoversi.
Hussein è terrorizzato, ammette. È già stato due volte in Italia, la prima volta dalla Libia, dopo essere stato vessato dai ribelli. Ha vissuto di stenti e non vuole tornare nel nostro Paese. Quando di recente gli è arrivato l'ennesimo avviso che sarà respinto a Milano, per la prima volta la sua fidanzata lo ha visto piangere. "Non smetteva più", ci racconta Sandra al telefono.
I due vivono insieme da un anno a Erfurt, in Turingia. "Siamo felici, Hussein sta imparando il tedesco. Ci vogliamo sposare, perché ci devono separare?". È chiaro che se anche dovesse essere respinto, Hussein tenterebbe subito di fuggire in Germania. "Anche perché - sostiene Sandra - sul documento del governo c'è scritto che in Italia gli daranno soldi e un posto dove stare. Ma chi ci crede più?".
Il suo non è un caso isolato. Sull'avviso del tribunale bavarese che è arrivato a Lamin C. c'era scritta persino una data per il ritorno in Italia: 22 aprile 2021. Anche lui si è disperato. Lamin viene dalla Sierra Leone, è passato per la Libia, ma non riesce a parlarne, troppi traumi. È in Baviera da un anno, sta imparando il tedesco e la sua insegnante all'istituto tecnico che frequenta, Eva Gahl sostiene che "è un ottimo allievo e ha ottime possibilità di trovare un lavoro". Lo abbiamo raggiunto al telefono: quando è arrivato dalla Libia, perché il suo gommone si è rovesciato al largo delle coste siciliane, lui si è salvato per miracolo. "Tanti intorno a me sono morti affogati".
Per anni ha tentato la fortuna in Lombardia, ma "dopo essere uscito dal centro di accoglienza sono finito a lavorare un po' in nero e un po' con contratti precari e mi pagavano troppo poco per una casa". Per sei mesi, Lamin ha dormito sotto a un ponte. Lavorava in un magazzino frigorifero, "tornavo sul fiume con il freddo nelle ossa e dormendo sotto al ponte non mi passava mai". Un paio di volte è salito sul ponte e ha guardato giù, ha fissato per un po' il fiume. "Mi ha salvato la mia religione, che vieta il suicidio. Ma avevo cominciato a prendere delle droghe, andavo nei supermercati e mi venivano idee sbagliate. Io non voglio rubare, non voglio drogarmi. Io voglio un futuro".
Quando ha letto sui giornali dei primi casi di coronavirus nella sua città, Lamin è andato nel panico. Da senzatetto, temeva di essere particolarmente a rischio. È allora che ha deciso di scappare in Germania, con la speranza di trovare quello che non ha trovato in Italia: un lavoro e una casa. In Baviera gli hanno dato un tetto e la possibilità di frequentare una scuola e un corso di tedesco. Ma come Hussein, essendo stato registrato in Italia, dovrà tornare lì. Con noi al telefono, Lamin parla in italiano. Ed è grato al suo angelo custode, Stephan Reichel, l'instancabile direttore di Matteo, l'organizzazione che si occupa dei migranti e li aiuta a ottenere l'asilo della chiesa.
Lamin ora è sotto l'ala protettrice della Chiesa evangelica: l'asilo è una zona grigia, dal punto di vista legale. Ma la differenza è enorme, se lo ottieni, come ci spiega Reichel. "Il tribunale ha avvisato Lamin che la polizia lo avrebbe prelevato il 22 aprile. Se lui fosse scappato, lo avrebbero dichiarato fuggitivo e avrebbero potuto spostare la sua data della fine del periodo da 'dublinantè di diciotto mesi". C'è infatti una scadenza per tutti i dublinanti: se non vengono riportati in Italia entro una certa scadenza, possono chiedere asilo in Germania. Così, per evitare di essere considerato latitante, Lamin ha chiesto aiuto alla Chiesa. E in questo caso, la scadenza non slitta, non è considerato fuggitivo. Il sierraleonese potrà chiedere presto asilo in Germania.
Ma Reichel racconta che ci sono almeno altri due casi che lo preoccupano. Uno è un ragazzo afgano che dovrà essere riportato in Italia martedì prossimo. "Gli ho offerto il nostro aiuto, ma non mi risponde più al telefono, temo sia scappato". L'altro è un venticinquenne somalo che vive in Germania da nove anni. Ha persino un figlio che è nato qui. Anche lui è nel limbo dei dublinanti rimandati già in Italia una volta, che sono fuggiti in Germania e vogliono restarci. Il suo avvocato, Johannes Fleischmann parla di una situazione "difficile". La polizia sta già preparando l'espulsione.
di Elisabetta Grande
L'Indice, 13 giugno 2021
Intervista a Stefano Anastasia.
Il 15 aprile di quest'anno la tanto attesa decisione della nostra Corte Costituzionale relativa alla possibilità di concedere la liberazione condizionale della pena agli ergastolani ostativi non è giunta. La Corte ha deciso di non decidere fino al maggio del 2022. In gioco c'erano le speranze (al momento deluse) di coloro che, per dirla con Carmelo Musumeci, stanno scontando la pena di morte viva. Cosa credi che abbia mosso la Corte a prendere questa posizione attendista?
Premesso che, nonostante tutto, la Corte ha manifestato il suo orientamento nel merito del quesito che gli era stato proposto, e cioè che l'ergastolo ostativo è incostituzionale, è vero che si è messa in una posizione di attesa, rinviando di un anno l'operatività della sua decisione, in modo da dare il tempo al legislatore di assumere quelle misure di politica criminale che dovesse ritenere opportune per bilanciare la fine dell'ergastolo ostativo con la continuità dell'azione di contrasto alle organizzazioni criminali. E', questa sospensione, una decisione che non condivido: non necessaria e che non credo che porterà a nulla, considerate le culture giuridiche presenti in Parlamento e l'eterogeneità della maggioranza che sostiene il Governo. Per di più è una decisione che dichiara l'illegittimità dello status di centinaia di persone e non obbliga i giudici a porvi fine, di fatto accettando che diritti fondamentali costituzionalmente acclarati possano continuare a essere violati dall'autorità pubblica senza che nessuno intervenga. Ciò detto, non dobbiamo dimenticare che la Corte costituzionale è l'autorità giudiziaria più politica che ci sia, composta per due terzi da membri di nomina politica e inserita dentro una trama di relazioni istituzionali che è politica al massimo grado. Non a caso, già nella precedente pronuncia sulla concedibilità dei permessi-premio agli ergastolani ostativi, la Corte si era inventata una nuova valutazione prognostica sulla persona, che dovrebbe obbligare il giudice di sorveglianza a valutare "il pericolo di ripristino" di collegamenti non più esistenti con l'organizzazione criminale. Pura scienza divinatoria, ma evidentemente considerata necessaria all'accettabilità politica dell'affermazione di quel principio di diritto. Già quella decisione fu presa sotto l'enorme pressione di alcuni settori della stampa e della magistratura che hanno esplicitamente sostenuto la legittimità della deroga alla legalità costituzionale e alle convenzioni internazionali sui diritti umani in nome della lotta alla criminalità organizzata, secondo i parametri del diritto penale del nemico. E il coro si era già rianimato in questa occasione. Così, la Corte ha ritenuto di dover chiamare in causa il Parlamento per affrontare le opposizioni che le si sarebbero scagliate contro. E' stata, quella della Corte, una chiamata in correità del Parlamento: la Costituzione dice questo (l'ergastolo ostativo è illegittimo), fate quel che potete per farlo comprendere all'opinione pubblica, altrimenti vi assumerete la responsabilità di quel che noi non possiamo non dire.
Due recenti sentenze della nostra Corte Costituzionale, la 253 e la 263 del 2019, sulla scia della decisione resa dalla Corte europea nel caso Viola, il 13 giugno 2019, avevano assestato i primi due fermi picconi a quel sistema di automatismi e preclusioni nell'applicazione dei benefici penitenziari che, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, ha caratterizzato il regime penitenziario di alcuni detenuti, responsabili dei delitti elencati nell'art 4 bis. La rigida logica per cui alla mancata collaborazione con la giustizia corrisponderebbe necessariamente un non ravvedimento, sembrava abbandonata. Con la prima delle due sentenze- in particolare- anche ai detenuti non collaboranti è stata data la possibilità di accedere al beneficio del permesso premio "allorchè siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata, sia il pericolo di ripristino di tali collegamenti". Credi che, dopo l'ordinanza di aprile, l'ottimismo di quanti immaginavano "una scia giurisprudenziale composta da tante pronunce di accoglimento quante sono le misure alternative alla pena, oggi ancora precluse al detenuto non collaborante" (Pugiotto), sia fuori luogo?
Ottimista non sono, perché intanto registro che finora quelle sentenze hanno avuto una, forse due applicazioni, e neanche per tutti i casi approdati al giudizio delle Corti superiori. Eppure non penso che la Corte possa fare marcia indietro da quanto affermato in quelle sentenze e, soprattutto, da quanto anticipato con la notizia dell'accoglimento della decisione della incostituzionalità dell'ergastolo ostativo. Dalla parte del "diritto alla speranza" c'è qualcosa di più dell'ottimismo della volontà e il Parlamento non potrà resistervi varando una normativa incostituzionale, che faccia rivivere l'ostatività sotto altre spoglie. Il problema saranno piuttosto le decisioni di merito e la capacità della giurisdizione di sorveglianza di rispondere positivamente al giudicato costituzionale.
"La realtà esclude in modo assoluto che lo status di un uomo d'onore possa mai cessare, salvo nell'ipotesi (unica) di collaborazione" dice Gian Carlo Caselli, a sostegno dell'attuale preclusione agli ergastolani ostativi di accedere alla liberazione condizionale della pena. "E' da Lombrosiani pensare che se non ti penti sei mafioso per sempre" sostiene invece Giovanni Fiandaca, ritenendo opportuno e doveroso valutare caso per caso l'effettivo ravvedimento del detenuto che non abbia collaborato. Qual è la tua opinione?
Ho grande stima per Gian Carlo Caselli, ma non capisco come possa evocare l'esistenza di una realtà inoppugnabile e metterla in relazione a una scelta processuale, come tutte le scelte processuali, legittimamente opportunistica. Come hanno ben detto le Corti, si può collaborare senza ravvedimento e si può non collaborare pur avendo maturato un distacco definitivo da precedenti scelte devianti. La verità è che le esperienze delle lunghe pene mette a dura prova l'equilibrio psico-fisico di una persona, inducendola a rivendicazioni identitarie del proprio passato o a difficili oltrepassamenti verso un nuovo modo di essere e di pensare. La minaccia della pena fino alla morte induce più facilmente ad atteggiamenti opportunistici o a paranoie identitarie che a reali percorsi di cambiamento. Nella mia esperienza ho conosciuto decine di ergastolani ostativi, a partire da Carmelo Musumeci, che quel percorso l'hanno compiuto o lo stanno compiendo, nonostante l'ostatività e senza mai subordinarlo a scelte di collaborazione postuma con la giustizia. Sono storie che vanno conosciute, comprese e sostenute, dando concretezza ai principi dell'articolo 27 della Costituzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2021
"Valutare la possibilità di attivare il meccanismo della liberazione anticipata speciale e un provvedimento di indulto generalizzato, nonché un intervento di modifica alle norme penitenziarie, nella parte relativa ai colloqui tra familiari e detenuti, affinché sia favorito il tanto declamato principio di rieducazione della funzione carceraria che, necessariamente passa dalla serenità generata dal singolo individuo, acquisita nel calore dei propri affetti".
di Angela Stella
Il Dubbio, 12 giugno 2021
Nel collegio difensivo di Marcello Viola alla Cedu c'era anche l'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida che ci spiega: "Quando siamo intervenuti dinanzi ai giudici di Strasburgo abbiamo fatto riferimento all'impossibilità per il signor Viola di poter accedere alla liberazione condizionale, perché all'epoca era applicabile l'art. 4-bis che escludeva i benefici; e anche la liberazione condizionale, in mancanza della collaborazione con la giustizia, era preclusa. Oggi (ieri, ndr) il Consiglio di Europa non ha detto che occorre concedere tale beneficio al detenuto, ma semplicemente che l'Italia, adeguandosi anche alla recente ordinanza della Corte Costituzionale (n. 97 del 2021), deve dotarsi di una legge che escluda l'attuale automatismo tra assenza di collaborazione e divieto di concessione della liberazione condizionale".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 giugno 2021
Parla il magistrato del Tribunale di Napoli Nicola Graziano. Quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono a fondo il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l'autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? "Un tirocinio all'interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato", spiega Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli e autore di Matricola zero zero uno, un libro con cui ha provato a superare il muro del pregiudizio vivendo 72 ore da detenuto nell'ospedale psichiatrico di Aversa.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 giugno 2021
Anche il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa condanna l'ergastolo ostativo e ribadisce la posizione espressa dalla Corte costituzionale nell'ordinanza n. 97 (redattore Nicolò Zanon) depositata l'11 maggio scorso. A darne notizia è l'Associazione Antigone.
di Angela Stella
Il Riformista, 12 giugno 2021
Il tema dell'ergastolo torna al centro del dibattito politico: ieri, nel stesso giorno in cui il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di adottare quanto prima una legge sul carcere a vita, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, ascoltata dalla Commissione Antimafia, si è appellata al Parlamento affinché "non perda l'occasione per riscrivere la norma" sul fine pena mai. Ha indicato anche una possibile strada come quella di "prevedere, sempre a titolo esemplificativo, specifiche prescrizioni che governino il periodo di libertà vigilata, anche regolandone diversamente la durata".











