di Giovanni Rossi*
Il Manifesto, 10 novembre 2021
Il diritto di parola si sostanzia nel potere di dire No. Un No che può preludere a relazioni vere, costruite a partire dal rispetto delle reciproche, anche apparentemente inconciliabili posizioni.
Il 16 novembre 1961, Franco Basaglia, da poco Direttore del manicomio di Gorizia, disse No, "mi no firmo" al capoinfermiere. Non firmando il registro delle contenzioni utilizzava il suo potere di dire No per aprire la contraddizione tra la funzione di custodia e controllo che gli veniva richiesta ed il dovere della cura, che appartiene al medico.
A tutti, dentro il manicomio andava restituito il diritto di parola, di dire No. Per questo il No del direttore richiedeva l'invenzione di una nuova prassi. Dall'isolamento nel reparto e dalla contenzione meccanica alla messa in circolo di quei No nella assemblea come premessa per una nuova vita in comune, dentro l'istituzione ma anche fuori da essa in tutti gli spazi che la violenza sottrae alla socialità. Dalla violenza domestica alla violenza contro chi invaderebbe il suolo domestico. Il no restraint è quell'insieme di pratiche di presa in carico della persona e della sua sofferenza senza ricorrere a mezzi coercitivi.
La libertà di parola, la pari dignità riconosciuta a forme di linguaggio altre, la garanzia della libertà personale, la disponibilità di beni materiali, il riconoscimento della condivisione di un comune "essere nel mondo", vengono a comporre un nuovo paradigma della cura che non ha più alcuna relazione con la psichiatria dei manicomi. È il Quality Rights Mental Health Oriented proposto dalla OMS. È la Salute Mentale di Comunità promossa dalla Conferenza Nazionale svoltasi nel luglio scorso.
Il superamento di ogni forma di contenzione, meccanica, spaziale e chimica ne è premessa ineludibile. Oggi in Italia circa quattro milioni di persone non rischiano la contenzione per la presenza nel loro contesto di vita di Servizi che non la eseguono nemmeno durante il ricovero ospedaliero psichiatrico. Sono gli SPDC no restraint. Organizzato dal Dipartimento Salute Mentale di Trieste e Gorizia, il 15 e 16 novembre essi terranno il loro convegno annuale "Verso servizi liberi da contenzione. A sessant'anni da mi no firmo".
Si svolgerà a Trieste ma sarà anche on line (informazioni e iscrizioni gratuite su http://www.enjoyevents.it/). La prima sessione nella mattina del 15 novembre, vuole dar conto del panorama nazionale ed internazionale. Ne parleranno rappresentanti dell'OMS, delle Regioni, dei Tavoli tecnici ministeriali, degli Ordini professionali, dei Direttori dei Dipartimenti di salute mentale, delle Associazioni di utenti e familiari oltre ai portavoce della Campagna E tu slegalo subito e del Coordinamento nazionale salute mentale. È atteso un intervento del Ministro della Salute Roberto Speranza.
La seconda sessione, nel pomeriggio del 15, vedrà la presentazione da parte dei vari SPDC no restraint di esperienze di progettazione partecipata: insieme agli stakeholders, alle persone con l'esperienza del disturbo mentale, ai loro amici e familiari e alle istituzioni presenti nel campo sociale contiguo. La terza sessione, nella mattinata del 16 novembre, è dedicata al lascito di Franco Basaglia nel contesto odierno, con un focus sull'assetto dei Servizi di salute mentale nel Friuli Venezia Giulia e l'attualizzazione delle due tematiche generali che hanno caratterizzato il suo lavoro: la critica delle istituzioni (deistituzionalizzazione) e la città che accoglie. Interverranno Franco Rotelli, che di Basaglia ha continuato il lavoro, Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e Lorenzo Radice, il sindaco di Legnano che intende intitolare un ponte a Basaglia. Un ponte su cui camminiamo da sessant'anni.
*Presidente Club SPDC No Restraint
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 10 novembre 2021
Ci sono voluti poco più di dieci mesi di intenso lavoro per costruire il complesso carcerario più esteso d'Egitto e uno tra i più grandi al mondo. Ai microfoni di una radio egiziana il presidente Abdel Fattah al Sisi ha annunciato che nelle prossime settimane "se Dio vuole" sarà inaugurata quella che è a tutti gli effetti una città carceraria che sorge in una zona isolata, fuori dalla capitale, sull'autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria.
Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti del ministero dell'Interno, membri del parlamento e i media hanno avuto modo di ispezionare il complesso architettonico di Wadi al Natrun che, secondo i dati rilasciati dalle istituzioni egiziane, sarà in grado di ospitare fino a 34mila prigionieri.
Il progetto, presentato un po' in sordina, è l'ultimo delle grandi costruzioni volute dal generale al Sisi da quando è al potere (2013). Oltre agli agglomerati urbani e alle infrastrutture che sono sorte dalla sabbia del Sahara, secondo l'Arab organization for human rights in Uk dal 2016 il presidente egiziano avrebbe costruito anche 13 nuove prigioni dove stipare migliaia di cittadini arrestati negli ultimi anni. Tra questi, spiccano i 60mila detenuti tra attivisti, avvocati, giornalisti e dissidenti.
Per quanto riguarda la prigione di Wadi al Natrun non ci sono informazioni sui finanziatori, ma già sono stati rivelati importanti dettagli sulla struttura che includerà: un ospedale dotato di attrezzature all'avanguardia, tribunali, una sede del ministero dell'Interno, campi da calcio, farmacie, fattorie, laboratori, luoghi di culto, centri di formazione e serre per la coltivazione agricola.
"La costruzione di un grande complesso carcerario mostra la mentalità del regime che governa l'Egitto. Invece di investire nel sistema sanitario ed educativo e migliorare le condizioni economiche dei cittadini, il regime ha speso ingenti somme di denaro per costruire un carcere", dice Sara Mohani, attivista egiziana dell'associazione a difesa dei diritti umani EgyptWide.
Secondo la ricerca open source dell'organizzazione per i diritti umani We Record, la prigione di Wadi al Natrun si estende per circa 216 ettari ed è delimitata da una barriera alta sette metri. La struttura è talmente grande che è in grado di ospitare circa il 28 per cento della popolazione carceraria dell'intero paese che si aggira intorno ai 120mila detenuti. La maggior parte di questi verranno trasferiti dalle altre prigioni. Costruire l'istituto penitenziario in un luogo così isolato "è una vendetta perché la prigione di Wadi al Natrun è molto lontana da molte delle città in cui vivono le famiglie dei detenuti, il che rende difficile alle famiglie visitare i loro parenti", dice Mohani.
Tra i nuovi detenuti non dovrebbe rientrare Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna che si trova nel carcere di massima sicurezza di Tora dal 7 febbraio 2020. Sebbene gli amici e i famigliari di Zaki abbiano annunciato che il giovane studente sarà trasferito in un altro carcere, dato che l'istituto penitenziario di Tora verrà chiuso e demolito insieme ad altre 12 prigioni nei prossimi mesi, questo non sarà quello di Wadi al Natrun che non ospiterà prigionieri politici. "Lo spirito è che il 7 dicembre - giorno in cui si terrà la prossima udienza - Patrick Zaki esca da una prigione e non ci faccia più ritorno" dice Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia.
Il sistema egiziano - "Non puniremo un uomo due volte", ha detto il presidente al Sisi nel presentare la sua nuova prigione, sottolineando l'approccio dell'istituto penitenziario. Ma da diversi anni ong e società civile denunciano le sistematiche violazioni dei diritti all'interno delle carceri egiziane. "Le problematicità le conosciamo bene e vanno dal sovraffollamento alle condizioni igienico sanitarie inadeguate, fino all'uso dell'isolamento come una pratica punitiva. Un nuovo carcere non risolverà la situazione", dice Riccardo Noury. Situazione peggiorata con la pandemia che, come in altre parti del mondo, è giunta fin dentro gli istituti di pena egiziani. Per far fronte ai contagi sono state ridotte drasticamente, se non annullate in certi casi, le visite di avvocati e parenti e soltanto nell'ultimo periodo sono state nuovamente ammesse ma, come evidenziato da Human Rights Watch nel suo ultimo rapporto, per una durata massima di 20 minuti. Basti pensare che il blogger Mohammed Oxygen, detenuto da inizio 2020, è riuscito a vedere i suoi famigliari per la prima volta soltanto la settimana scorsa.
La strategia di al Sisi - Per molti osservatori il carcere di Wadi al Natrun è il risultato della pressione della comunità internazionale sull'Egitto sul tema del rispetto dei diritti umani. Nelle ultime due settimane questa strategia si è manifestata in maniera esplicita con una serie di provvedimenti adottati. Abdel Fattah al Sisi ha presentato una "nuova iniziativa per i diritti umani" che ha l'obiettivo di riformare il codice penale e migliorare le condizioni di vita dei detenuti. A questo si somma la fine dello stato di emergenza entrato in vigore nel 2017 dopo alcuni attentati alle chiese copte egiziane e che ha permesso alla sicurezza nazionale di allargare le maglie della repressione nei confronti di giornalisti e dissidenti.
Ma la società civile resta scettica e aspetta di capire cosa accadrà nelle prossime settimane. "Al Sisi sta facendo una campagna di pubbliche relazioni. Il progetto della nuova prigione sul modello statunitense, la carta dei diritti umani e la fine dello stato di emergenza non sono altro che una strategia per mettere a tacere le preoccupazioni da parte degli alleati più stretti", dice Noury. Tra gli alleati più stretti rientrano sicuramente gli Stati Uniti di Joe Biden.
Lunedì e martedì il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha ricevuto il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. All'incontro hanno partecipato anche membri del dipartimento della Difesa statunitense. La delegazione ha discusso di questioni internazionali e regionali, tra cui diritti umani e cooperazione bilaterale in ambito economico, giudiziario, di sicurezza, educativo e culturale. Non è un caso se il generale egiziano, nel presentare il progetto di Wadi al Natrun, ha spiegato di essersi ispirato al modello delle carceri statunitensi. Un ammiccamento lessicale che ha anche il sapore di una provocazione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 10 novembre 2021
Dopo 40 giorni di presidio permanente crescono le tensioni. Per Unhcr si tratta di una "crisi senza precedenti". Ma in Italia e in Europa tutto tace. La protesta dei rifugiati a Tripoli è arrivata al quarantesimo giorno. Soluzioni non se ne vedono e la situazione sta peggiorando. La scorsa settimana circa 150 manifestanti hanno lasciato il presidio permanente al Community Day Centre di Unhcr per raggiungere la sede principale dell'organizzazione. È l'ufficio dove chi ne ha diritto può registrarsi e chiedere il reinsediamento. Domenica mattina ci sono stati momenti di tensione.
In un comunicato Unhcr afferma che un piccolo gruppo di manifestanti violenti ha provato a impedire l'ingresso di altri rifugiati e richiedenti asilo. Durante una colluttazione due persone dello staff e una guardia giurata sarebbero rimaste ferite. I rifugiati, invece, denunciano di essere stati aggrediti da guardie giurate e poliziotti. In alcuni video, che non chiariscono del tutto la dinamica dei fatti, si vedono uomini in divisa blu e beige, alcuni con in mano dei lunghi bastoni, che spintonano i manifestanti. Un rifugiato sanguina dalla bocca e un altro dalla testa.
Il nuovo focolaio di protesta ha anche denunciato presunti favoritismi nell'accesso all'ufficio che avvantaggerebbero i rifugiati siriani. L'Unhcr è preoccupata che l'esasperazione possa far aumentare la violenza e che il blocco degli ingressi all'ufficio complichi il reinsediamento dei vulnerabili. Sono oltre 1.000 le persone in attesa di salire su un aereo che atterri lontano da Tripoli (su 41mila rifugiati). Per un anno i libici hanno impedito quasi del tutto le evacuazioni. Il 4 novembre, finalmente, 172 persone hanno lasciato la capitale nordafricana dirette in un campo in Niger. Da lì saranno reinsediate in paesi sicuri al termine della procedura. Secondo Unhcr a Tripoli è in corso una "crisi senza precedenti".
Dopo i rastrellamenti dell'1 ottobre nel quartiere di Gargarish oltre 5mila migranti sono stati arrestati. Molti si trovano ancora in detenzione. Gli altri hanno dato vita al presidio al Cdc: una protesta per chiedere l'evacuazione e un disperato tentativo di riparo da nuovi arresti. Per Unhcr, però, l'evacuazione non è una soluzione e al momento non sono in corso pressioni sui paesi che cooperano con le autorità libiche, Italia in primis, affinché si attivino o pretendano la fine delle persecuzioni contro i rifugiati.
"La Libia è un paese di destinazione, più che di transito. Migranti e rifugiati ci vanno soprattutto perché ha un'economia florida - ha detto il capo missione Unhcr Jean-Paul Cavalieri in un video diffuso su Twitter - L'obiettivo principale del nostro programma umanitario è permettere ai rifugiati di avere un'alternativa agli attraversamenti del Mediterraneo e poter vivere e lavorare in Libia". Per l'agenzia Onu le soluzioni vanno trovate in loco e le autorità di Tripoli devono garantire la regolarizzazione di migranti e rifugiati e fermare le detenzioni arbitrarie. Al momento, però, nessuno può garantire il diritto alla vita e alla libertà di queste persone.
Nei giorni scorsi Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) ha ribadito l'urgenza di interrompere i finanziamenti alla "guardia costiera" libica. "Di fronte a questi orrori dal governo Draghi nemmeno un sussulto di dignità?", ha chiesto. Lunedì Erasmo Palazzotto, parlamentare di LeU, ha dichiarato: "Dobbiamo ascoltare le persone che, per procura, facciamo respingere dai libici ed evacuarle al più presto". In Italia e in Europa, però, tutto tace e nessuno sente.
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 10 novembre 2021
Le ambasciate bielorusse dei Paesi più poveri offrono visti turistici a chi è disposto a pagare 12
mila euro per una finta vacanza: in sostanza Lukashenko si comporta come un trafficante di uomini. A tre ore da una capitale europea, lungo un'autostrada diritta e trafficata, ci sono almeno duemila persone accampate accanto al filo spinato di confine. Hanno poche tende e ancora meno sacchi a pelo. Dormono per terra, accanto a legna che brucia senza scaldare perchè qui l'aria è già sottozero, porta via il calore e si infila nei giacconi come una lama. Già almeno cinque persone sono morte assiderate nell'ultima settimana. Altri potrebbero non risvegliarsi. Tra loro ci sono bambini di due, tre anni. Eppure da una parte e dall'altra del filo spinato tra Bielorussia e Polonia, questa emergenza umanitaria è trattata come un'operazione militare. Il premier polacco Mateusz Morawiekci parla di un "nuovo tipo di offensiva", con migranti usati come armi. Il portavoce della Commissione di Bruxelles denuncia "metodi da gangster", da "guerra ibrida". Lukashenko non è da meno: "Non voglio lo scontro armato, ma non mi piegherò".
Varsavia ha schierato agenti in tenuta anti sommossa a pochi metri dai migranti, dichiarato lo stato di emergenza in un'intera regione. Il traffico commerciale è deviato, il valico di frontiera chiuso, le auto dei giornalisti vengono bloccate. Elicotteri, carri trasporta truppe, edifici pubblici requisiti per farne caserme avanzate. Già alla fine dell'estate Varsavia ha intuito i piani di Minsk e ha steso chilometri di filo spinato per scoraggiare il passaggio. Negli ultimi due giorni la crisi però è precipitata. Da piccoli gruppi di 10 o 15, i migranti sono diventati centinaia. I soldati polacchi si danno i cambi, al caldo per mangiare e riposarsi. I migranti restano lì, sempre più stanchi, perché anche di notte volano gli elicotteri con i riflettori accesi a controllare che non si muovano.
Dietro di loro, a tenerli imbottigliati, ci sono le truppe del dittatore bielorusso Alexandr Lukashenko. Dall'inizio dell'anno, secondo fonti Ue, 8mila migranti sono arrivati in Europa dalla sua Repubblica assolutista, nuova socia di una comunità affollata. La Libia ricatta l'Italia da decenni con i profughi africani, dal 2016 la Turchia di Erdogan tiene l'Europa per il portafogli con i siriani, quest'anno il Marocco ha aperto le porte verso l'enclave di Melilla quando ha voluto lanciare un avvertimento alla Spagna. Si trattava però sempre di Paesi di transito. In Bielorussia il flusso migratorio è stato creato ad arte, con un ponte aereo.
Da mesi in Turchia, Siria, Emirati Arabi, Azerbaijan e forse anche qualche Paese dell'Africa, le ambasciate bielorusse offrono visti turistici a chi è disposto a pagare una fortuna per una finta vacanza nelle steppe del nord: 10/12mila euro. Il governo ha anche ridotto il numero di agenzie turistiche autorizzate, in sostanza Lukashenko starebbe lucrando sui viaggi come un trafficante di uomini qualsiasi. La promessa è di un facile passaggio verso la fortezza europea. Quel che succede dopo è nel racconto di chi è riuscito a passare come Alì Noruddin.
"Ci hanno portato fino al confine con i pullman, ritirato i cellulari, distribuito dei tronchesini e poi abbandonati nel bosco. "Europa, Europa" indicavano con il dito. Arrivati al filo spinato non abbiamo fatto in tempo a tagliarlo perchè dall'altra parte c'erano già i polacchi. Chi ha cercato di tornare alla strada è stato picchiato dai bielorussi e sbattuto di nuovo alla frontiera". Alì Noruddin è un hazara afghano, con tagli sulle gambe e sulle braccia ancora aperti da domenica sera quando ha scavalcato il filo. Ora è nascosto a Byalistol, dalla parte polacca del confine. ""Usate questo tronco" ci hanno spiegato i bielorussi a gesti. Secondo loro avremmo dovuto appoggiarlo sopra le punte acuminate e passare, ma i polacchi sono arrivati e hanno sparato i lacrimogeni. Non c'è riparo al confine e non c'è cibo. Ora che la Polonia si è accorta di noi, chi è rimasto lì, è in trappola. Io ce l'ho fatta da solo, camminando di notte, ma non so come andare avanti". Verso dove? "In Germania, vogliamo tutti andare in Germania".
Pare che Lukashenko abbia a disposizione 10/20mila migranti da lanciare come missili verso la Polonia, ma anche la Lituania e la Lettonia che a loro volta hanno mobilitato l'esercito. A sperare di passare sono afghani, siriani, iracheni, africani che non pensavano di essere usati per far breccia nelle contraddizioni dell'Unione Europea. La campionessa dei diritti umani che lascia gente al gelo a due passi da casa. L'ironia del dittatore è acida: "Colonne blindate polacche si muovono contro questa gente sfortunata. Vergogna. In ogni caso noi non ci metteremo in ginocchio".
Varsavia e le Repubbliche Baltiche chiedono la solidarietà europea. Bruxelles è pronta a nuove sanzioni contro Lukashenko anche se sa che quelle commerciali fanno poco o nulla. La frontiera con la Russia del grande protettore Vladimir Putin è sempre aperta per i prodotti bielorussi. Potrebbero essere più utile sanzioni nei confronti delle compagnie aeree complici del flusso. Se ne parlerà settimana prossima. Sicuro, invece, il finanziamento comunitario a un muro di confine, l'ennesimo a protezione dell'Europa. Sigillare la frontiera potrebbe aiutare Varsavia a far dimenticare ai partner europei alcune sue leggi poco in linea con i valori comunitari.
E anche Lukashenko, ovviamente, pensa di guadagnarci da tanta sofferenza. Non solo per il prezzo dei biglietti. Mosca suggerisce all'Ue di pagare la Bielorussia per fermare il flusso come fa con la Turchia. A Lukashenko sarebbe forse sufficiente che i dissidenti rifugiatisi in Europa perdessero la possibilità di fare attività politica contro di lui. Smettete di destabilizzare la Bielorussia e io smetterò di inviarvi migranti.
di Emmanuel Carrère*
La Repubblica, 10 novembre 2021
Il processo contro i terroristi che colpirono Parigi il 13 novembre del 2015 ha un'ambizione smisurata, che non è soltanto rendere giustizia, ma esporre nel dettaglio, da tutte le angolazioni, dal punto di vista di tutti i protagonisti, quello che è successo quella sera. Per quattordici giorni, come prima cosa, è stato fatto il punto della situazione. Poliziotti, gendarmi, esperti sono venuti in aula a descrivere quello che hanno visto. Questi uomini agguerriti piangevano. Ora si entra in un'altra dimensione: le testimonianze delle parti civili, vale a dire i sopravvissuti e i congiunti delle vittime. Le persone a cui quella cosa là è successa.
Ci sono una quindicina di testimonianze ogni giorno, di un'intensità sconvolgente. È cominciato da quattro giorni e ci sembra che vada avanti da un mese. Le udienze iniziano a mezzogiorno e mezza e finiscono in teoria alle sette e mezza di sera, spesso più tardi, e visto che è complicato uscire e poi rientrare, perché bisogna ripassare per tutti i controlli di sicurezza, in pratica non vediamo più la luce del giorno: alle 18 crediamo che siano le 3 del mattino. Il resto della vita si allontana, una cena tra amici diventa completamente fuori tema. Il presidente, di cui tutti elogiano la fermezza e il tatto, ha detto una frase poco felice, di cui si è peraltro scusato: per non ingolfare troppo il calendario delle udienze, gli avvocati delle parti civili avrebbero dovuto concertarsi, fra loro e con i loro assistiti, per "evitare le ripetizioni inutili".
Cosa vorrebbe dire, evitare le ripetizioni inutili? Certo, ci sono delle cose che tutti quelli che erano nei ristoranti colpiti dagli attentatori (perché questa settimana era dei ristoranti che ci si occupava) dicono: che in un primo momento hanno creduto di sentire dei petardi, poi di essere finiti in mezzo a un regolamento di conti, prima di comprendere quella cosa assurda e cioè che degli uomini erano usciti da una macchina con armi da guerra in pugno per ucciderli; che quando è finito, quando la macchina è ripartita, c'è stato quello che a volte viene chiamato, senza pensarci, un silenzio di morte, ma in quel caso era davvero un silenzio di morte e dopo sono cominciate le urla; che era una carneficina, un mattatoio, un groviglio di corpi con buchi enormi da cui usciva sangue, carni, organi, e quando i primi soccorsi sono arrivati si sentiva ripetere questa frase: "Occupatevi dei vivi".
Ma non ci sono e non ci possono essere ripetizioni inutili, perché quegli stessi istanti ognuno li ha vissuti con la sua storia, con i suoi strascichi, con i suoi morti, e ora li racconta con le sue parole. Non sono dei fatti che vengono enumerati fino a inaridirsi, ma delle voci che si dispiegano e ognuna di queste voci ha il suo modo inconfondibile di suonare giusta, perché tutte suonano giuste. Tutte hanno l'accento della verità. La loro lingua stessa ha l'accento della verità, perché ognuno parla la sua e non, o molto raramente, quella dell'epoca, dei social, della convenzione sociale.
È questo che rende questa lunga sequenza di testimonianze non solo terribile ma anche magnifica, e non è per curiosità morbosa che noi che seguiamo il processo non scambieremmo i nostri posti con qualcun altro per niente al mondo e siamo agitati all'idea di mancare per un giorno. Ho letto, sentito dire e qualche volta pensato che viviamo in una società vittimaria, che coltiva una compiacente confusione fra lo status di vittima e quello di eroe. Forse è così, ma tantissime delle vittime che ascoltiamo giorno dopo giorno a me sembrano eroi, a tutti gli effetti.
Per il coraggio di cui hanno avuto bisogno per ricostruirsi, per il loro modo di vivere quell'esperienza, per la potenza del legame che li tiene annodati ai morti e ai vivi. Non so trovare un modo meno empatico di dirlo: di questi giovani - perché sono quasi tutti giovani - che si succedono sul banco dei testimoni vediamo l'anima. E ce ne sentiamo riconoscenti, spaventati, accresciuti.
Alice e Aristide sono fratello e sorella. Si assomigliano: capelli neri, visi scolpiti, corpi snelli, tutti e due molto belli. Lei aveva 23 anni, lui 26. Lei è una circense professionista: un'acrobata. Il suo mestiere consiste nel lanciarsi in aria all'indietro, sorretta per le mani da un portatore, ma lei lo descrive in un altro modo: "Il mio lavoro è far sognare la gente con le braccia". Aristide, invece, è un rugbista, anche lui professionista, e gioca e vive in Italia. Tutti e due sono atleti di alto livello, l'allenamento rigoroso che si impongono lascia loro poco tempo per vedersi, e allora quando si ritrovano per una cena a Parigi è una festa. Vanno al Petit Cambodge, perché i bo bun sono ottimi, ma i tavolini fuori sono pieni di gente, e dentro anche, perciò sono lì che ragionano su un piano B.
È in quel momento che un'auto da spacciatore, con i vetri oscurati, si ferma sul bordo del marciapiede e scende un uomo che assomiglia enormemente a uno dei migliori amici di Aristide, se non fosse che ha in mano un Kalashnikov, e lo tira su e comincia a sparare. Alice non ha visto niente, ha solo sentito i primi colpi e già si ritrova per terra. Aristide, con i suoi riflessi da rugbista, l'ha placcata giù, le si è gettato sopra e la protegge con tutto il suo corpo. È il caos, è assordante, dura qualche secondo o qualche minuto, non si sa. A un certo punto lei sente un dolore come non immaginava che potesse esistere: il suo braccio evidentemente sporgeva dal corpo di Aristide, che si prende, lui, tre di quelle pallottole mostruose. Alice dirà che lui le ha salvato la vita gettandosi su di lei, lui dirà che Alice gli ha salvato la vita riuscendo, nel caos dei primi soccorsi, dei gemiti, delle agonie, a farlo trasportare in ospedale dove gli diagnosticano uno stato di "morte imminente".
Lei sarà operata due volte nella stessa notte, in due ospedali diversi, e dopo sarà operata altre cinque volte ancora: riusciranno a salvarle il braccio ma non a consentirle di recuperarne l'uso. Aristide, da parte sua, aveva ferite ai polmoni, danni cerebrali gravi e gli avevano detto che la sua gamba destra era salva nel senso che non gliel'avrebbero amputata, però che non avrebbe più potuto camminare. Qualche mese dopo aveva cercato di correre malgrado tutto, ma il dolore era tale, lo sconforto era tale che si era ritrovato per mesi nell'ospedale psichiatrico.
Smettere con il rugby è stato un processo lungo e doloroso, ancora oggi non riesce ad avvicinarsi a un televisore che sta trasmettendo una partita: la tristezza lo sommerge. Anche Alice è rimasta menomata, non può più fare leva sulle braccia, "ma continuo a fare questo mestiere", dice. "Invento con i miei portatori nuovi metodi, facendo leva sui piedi. Voglio continuare a far sognare le persone. È difficile". Ripete "è difficile", c'è un silenzio, il mento le trema, la bocca si contrae e poi da quella contrazione esce fuori un sorriso miracoloso. Raccontano anche, tutti e due, quello che raccontano tutti gli altri, l'ipervigilanza, gli incubi, la perdita definitiva della spensieratezza, ma anche che sono grati al destino: la moneta è caduta dal lato giusto, sono vivi.
Combattono, ma non contro qualcuno. Per loro stessi, con loro stessi, con gli altri. Non sono le chiacchiere vuote del positive thinking che stiamo ascoltando, è una verità che hanno pagato a caro prezzo per poterla dire. Aristide: "Ho cercato di capire che cosa può portare dei ragazzi a decidere di sparare su altri ragazzi, in quel modo. Non capisco, forse non c'è niente da capire. Ma sono felice che possano essere ascoltati. Sono felice che questo processo abbia luogo. Penso che la mia generazione e quella futura abbiamo un bisogno enorme di credere nella giustizia". Guarda un istante verso il banco degli imputati, alla sua sinistra, ma si rigira subito. Guarda la corte davanti a lui, dritto in piedi, sulle due gambe. Noi li guardiamo, lui e Alice. Il fatto che ci parlino è già giustizia.
*Traduzione di Fabio Galimberti
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 10 novembre 2021
La tutela dei minori applicata in modo estensivo dopo il ricorso di una tunisina nata in Germania. Non sarà proprio un automatismo, ma si tratta di una delibera comunque importantissima quella emessa ieri mattina dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea. Secondo i giudici del Lussemburgo il figlio di un rifugiato ha infatti diritto a ottenere l'asilo politico come il genitore, applicando in modo estensivo la tutela dei minori. Alcuni Stati già applicano questo principio, altri invece lo negano alla base.
Il regime comune europeo di asilo, stando all'interpretazione dei giudici, non esclude infatti, in linea di principio, che uno Stato membro dell'Unione europea estenda automaticamente, in via derivata e al fine di mantenere l'unità del nucleo familiare, lo status di rifugiato al figlio minorenne di un genitore che gode dello status di rifugiato.
Sembrerebbe un principio logico e di umanità, quello di non separare le famiglie, ma sono migliaia i casi in cui genitori e figli vengono divisi per questioni di status giuridico. E migliaia i ricorsi.
La Corte di Giustizia dell'Ue ha infatti espresso questo parere in relazione a una questione preliminare sul caso di L. W una ragazza, nata in Germania nel 2017, di madre tunisina e di padre siriano, che gode dello status di rifugiato dal 2015. La domanda di asilo della minorenne era stata respinta dall'Ufficio federale tedesco per l'immigrazione e i rifugiati perché la piccola, cittadina tunisina, poteva beneficiare di una protezione effettiva nel Paese di origine della madre. Con la sua sentenza, la Corte di giustizia dell'Ue, al contrario ha stabilito che il sistema europeo di asilo non si oppone ad uno Stato membro, in virtù di disposizioni nazionali più favorevoli, concedendo, in via derivata e con lo scopo di mantenere il nucleo familiare, lo status di rifugiato di minore non coniugato, figlio di cittadino con protezione definitiva di rifugiato.
E ricorda che il sistema europeo di asilo prevede che la protezione internazionale possa essere estesa ai familiari di un rifugiato che non possiedano individualmente i requisiti necessari per poter beneficiare di tale status. Questa tutela vale anche nel caso in cui il minore sia nato nel territorio dello Stato membro e possieda, tramite l'altro genitore, la cittadinanza di un altro Paese terzo nel quale non correrebbe il rischio di subire persecuzioni.
La Corte, riunita in Grande Sezione, risponde dichiarando che le norme "non ostano a che uno Stato membro, in base a disposizioni nazionali più favorevoli, riconosca, a titolo derivato e ai fini del mantenimento dell'unità del nucleo familiare, lo status di rifugiato al figlio minore non coniugato di un cittadino di un Paese terzo al quale tale status è stato riconosciuto, anche nel caso in cui il figlio sia nato nel territorio dello Stato membro e possegga, tramite l'altro genitore, la cittadinanza di un altro Paese terzo nel quale non sarebbe esposto al rischio di persecuzioni".
La conformità alla direttiva presuppone tuttavia che al figlio "non sia applicabile un motivo di esclusione e che questi non abbia diritto, sulla base della sua cittadinanza o di altri elementi che caratterizzano il suo status giuridico personale, nello Stato membro a un trattamento migliore rispetto a quello derivante dal riconoscimento dello status di rifugiato". Secondo quanto stabilito dala direttiva europea del 2011 sulla protezione internazionale, per ottenere lo status di rifugiato occorre che siano soddisfatti due requisiti.
Il primo è che esista il pericolo concreto di persecuzione o di serio rischio per la propria incolumità nel paese d'origine, la seconda è l'assenza di protezione contro atti di persecuzione da parte del paese terzo di cui l'interessato ha la cittadinanza. Per fare un esempio, un cittadino extracomunitario protetto dall'Europa, risiedente in un Paese dello spazio comunitario che nel frattempo ha avuto un figlio durante il suo periodo di protezione internazionale.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 9 novembre 2021
Alla camera. Il Movimento torna ad attaccare l'ex sindaco di Lodi, condannato e poi assolto e al centro di una campagna la quale Di Maio aveva fatto autocritica. I dem reagiscono duramente, ma lo scontro è soprattutto all'interno del gruppo grillino.
politicamentecorretto.com, 9 novembre 2021
I concorsi di Artisti Dentro Onlus. Sarà presentata il prossimo 19 novembre l'Antologia 2021 di Artisti Dentro Onlus, il volume, edito da Il Prato Edizioni, che racchiude le opere dei finalisti di tre concorsi - Scrittori Dentro (narrativa, poesia e testi rap), Cuochi dentro (ricette rigorosamente replicabili in cella) e Pittori Dentro (creazione di una cartolina viaggiante, la mail-art) - che si rivolgono unicamente ai detenuti con sentenza definitiva nelle carceri di tutto il territorio nazionale.
redattoresociale.it, 9 novembre 2021
Inviato alla commissione ministeriale presieduta da Marco Ruotolo il contributo della Conferenza dei Garanti territoriali per la riforma e l'innovazione del sistema penitenziario e dell'esecuzione penale". "Non si potrà tornare al passato, come se la pandemia fosse una nuvola passeggera".
"Il sistema penitenziario del futuro non potrà tornare a essere quello del passato, come se la pandemia fosse una nuvola passeggera". È quanto si legge nel "Contributo della Conferenza dei Garanti territoriali per la riforma e l'innovazione del sistema penitenziario e dell'esecuzione penale", indirizzato al presidente della Commissione l'innovazione del sistema penitenziario, Marco Ruotolo, recentemente istituita con decreto della ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 novembre 2021
Disagi in diversi istituti: si chiedono interventi per ridurre la popolazione penitenziaria. Quest'estate, a differenza delle rivolte del 2020, le detenute delle Vallette e i reclusi di Oristano hanno intrapreso battaglie nonviolente.
Aumentano i suicidi in carcere, cresce il sovraffollamento come denunciato dal Garante nazionale e dagli ultimi dati sviscerati dall'associazione Antigone. Gli stessi sindacati di polizia penitenziaria, come la Uilpa pol. pen., chiedono un decreto carcere affinché si inseriscano misure deflattive e aumento dell'organico.
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