di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 25 luglio 2021
Il caso del dirigente regionale Bonfiglioli che indagherà su cosa accadde nell'istituto di Modena, dov'era presente. Anche Marco Bonfiglioli, dirigente del Provveditorato Emilia Romagna e Marche, è nella commissione ispettiva istituita dal Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per far luce "dall'interno" sulle rivolte del marzo e aprile 2020 e sui tredici detenuti morti, nove dei quali di Modena. Ed è proprio la figura di Bonfiglioli ad apparire già in possibile conflitto d'interesse: quello che oggi è membro in commissione è lo stesso dirigente che, stando alle carte della richiesta di archiviazione della Procura, il giorno della rivolta era in carcere a Modena per organizzare i trasferimenti dei detenuti. Compresi i quattro deceduti durante il trasporto o in altre carceri. Il rischio è che si trovi a indagare sul suo operato. Tra i membri designati anche Rosalba Casella, fino al 2017 direttrice di Sant'Anna, che ha una lunga conoscenza di prima mano e approfondita della nostra struttura carceraria. La commissione annunciata dal ministro Marta Cartabia prevede infatti la presenza di un magistrato, tre direttori, due comandanti e due dirigenti. La commissione sarà presieduta da un magistrato: Sergio Lari, ex procuratore generale della Corte d'Appello di Caltanissetta. Il coordinamento delle indagini è affidato al capo del Dap Petralia e al suo vice Tartaglia. Sono stati previsti sei mesi di tempo per completare i lavori e il rapporto finale. Un atto che avviene a un anno e mezzo dalle rivolte e dai morti, dopo che il precedente ministro Alfonso Bonafede si era limitato a dare risposte evasive al Parlamento. La commissione voluta dall'attuale ministro di Grazia e Giustizia ha lo scopo preciso di verificare se sono stati compiuti abusi o violenze da pare degli agenti di polizia penitenziaria o di altro personale penitenziario nel corso delle rivolte e soprattutto dopo, quando - secondo alcuni esposti presentati da detenuti - sarebbero avvenuti pestaggi e atti di violenza e sopraffazione verso detenuti inermi, molti dei quali estranei o passivi alle rivolte. Si tratta di un atto in più, quello annunciato dal ministro in Parlamento, che si muoverà parallelamente alla ricostruzione penale in corso ad opera delle singole procure interessate. E a proposito delle indagini giudiziarie, a Modena si avvicina la data per la fissazione del reclamo presentato dall'associazione Antigone contro l'archiviazione decisa dal gip Andrea Romito sul filone di indagini riservato esclusivamente agli otto morti (il nono, Salvatore Sasà Piscitelli, è trattato dalla Procura di Ascoli).
bologna2000.com, 25 luglio 2021
Dal 27 al 30 luglio, a Modena, Trasparenze di Teatro Carcere offre una panoramica su spettacoli e attività delle compagnie che operano negli Istituti della regione: Teatro del Pratello (Bologna), Teatro Nucleo (Ferrara), Associazione Con...Tatto (Forlì), Cooperativa Le Mani Parlanti (Parma), Lady Godiva Teatro (Ravenna), MaMiMo - Teatro Piccolo Orologio (Reggio Emilia) e Teatro dei Venti (Modena e Castelfranco Emilia), compagnia organizzatrice del Festival e membro fondatore del Coordinamento.
Martedì 27 luglio alle 16.00 debutta "Odissea" progetto biennale del Teatro dei Venti (solo per spettatori autorizzati), che mette in relazione le Carceri di Modena e Castelfranco Emilia, con repliche il 28, 29 e 30 luglio. Ingresso riservato agli spettatori autorizzati. Odissea è il risultato finale del lavoro svolto all'interno delle strutture carcerarie e in sala prove tra riunioni e discussioni a distanza, prove da remoto e riprese video in teatro. Un viaggio diventato sfida che prende finalmente forma dopo oltre due anni di ricerca, prove e confronto. La sfida consiste nell'attraversare insieme agli spettatori tutti i luoghi che hanno reso possibile la creazione, luoghi distanti e che abitualmente non comunicano tra loro: l'edificio teatrale, la città e le carceri. Si attraverseranno infatti con un bus navetta le Carceri di Modena e Castelfranco Emilia.
Teatro del Pratello (Bologna) - Nella stessa giornata alle ore 21.30 presso il Teatro dei Segni in Via San Giovanni Bosco 150, il Teatro del Pratello, porta in scena "PADRE, GUARDAMI! secondo studio", esito di un lungo laboratorio con un gruppo di ragazzi in carico ai Servizi della Giustizia Minorile. Rappresenta la penultima tappa del progetto "Padri e Figli" una polifonia di voci di figli che chiamano, confortano, urlano, rincorrono padri sperduti, padri che si nascondono, tanto sordi quanto fragili. Con i ragazzi della Compagina del Pratello e Giorgia Ferrari; drammaturgia di Paolo Billi; con le cure di Paolo Billi, Elvio Pereira De Assunçao e Viviana Venga; una produzione Teatro del Pratello e Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna
Il Teatro del Pratello lavora da oltre vent'anni con progetti di teatro carcere, rivolti sia a minori che ad adulti, detenuti o con misure alternative. A Bologna, all'interno dell'Istituto Penale Minorile e con i ragazzi dell'Area Penale Esterna, cura laboratori continuativi durante tutto l'anno e produce spettacoli teatrali aperti alla cittadinanza, dentro l'Istituto e presso teatri cittadini.
Questa esperienza, considerata "buona pratica", è stata trasferita anche all'IPM Femminile di Pontremoli, dove le giovani detenute sono protagoniste ogni anno di uno spettacolo ospitato al Teatro della Rosa. Dal 2008 è in corso il progetto Esperimento di Teatro alla Dozza, alla Casa Circondariale di Bologna, che coinvolge oggi le detenute della sezione femminile. Realizza sul territorio progetti di teatro civile e teatro comunità e gestisce a Bologna lo spazio PraT Teatri Comunità.
Associazione Con...Tatto (Forlì) - A seguire, va in scena il reading "Lettere dalla Tempesta", a cura di Associazione Con...tatto, che porta in scena il progetto epistolare ispirato all'opera Shakespeariana, con la lettura degli scritti dei detenuti della Casa Circondariale di Forlì. A cura di Sabina Spazzoli e Michela Gorini in collaborazione con la compagnia "Malocchi & Profumi". Attraverso la scrittura epistolare i protagonisti dell'opera del Bardo si raccontano, ripercorrono le relazioni familiari e cosa significhi sopravvivere alla tempesta, relegati nello spazio dell'isola, una prigione senza sbarre, ma dove il mare è una porta di ferro chiusa a doppia mandata, in un tempo che resterà nella memoria per sempre. L'associazione "Con...tatto" opera all'interno della Casa Circondariale di Forlì dal 2006 e cura diverse attività a favore dei detenuti e delle loro famiglie; dal 2010 ha preso in carico il Laboratorio teatrale, svolto nel tempo presso le tre sezioni (maschile, femminile e protetti). Laboratorio che a partire dal 2014 è portato avanti in collaborazione con il Liceo Classico "Vincenzo Monti" di Cesena. Biglietto unico per la serata: 4 euro. Info e prenotazioni: 345 6018277 -
Il concerto - La serata del 27 luglio si conclude con il concerto di Prim, alle ore 22.30, gratuito con prenotazione obbligatoria. Voce e chitarra Irene Pignatti, tastiera e chitarra Matteo Mugoni, basso e synth Davide Severi, batteria e pad Diego Davolio. Prim è un progetto musicale nato nel 2019 da Irene Pignatti, cantautrice modenese con influenze sull'indie pop britannico. Durante gli anni è entrata in contatto con diversi generi, ma il suo stile è stato formato da artisti come Daughter, The 1975, The Japanese House e The Neighbourhood. Prim rilascia il suo primo singolo "Cheap Wine" a fine aprile 2020, brano scritto e registrato da lei stessa in casa durante il primo periodo di quarantena. Prim e il suo gruppo debuttano col primo EP composto da cinque brani, intitolato "Before You Leave", uscito il 2 ottobre 2020 per l'etichetta italo-americana We Were Never Being Boring Collective e disponibile all'ascolto su tutte le piattaforme streaming.
Il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna - Il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna lavora per costruire una rete tra le realtà teatrali che operano nelle carceri della regione, favorendone la visibilità e le interazioni con il territorio. Costituitosi in associazione nel marzo 2011, nell'aprile dello stesso anno ha firmato un documento d'intesa sull'attività di Teatro in Carcere con la Regione Emilia-Romagna e il Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria, rinnovato periodicamente, un Protocollo d'Intesa che coinvolge tre Assessorati Regionali (Cultura, Welfare, Formazione) e il Centro Giustizia Minorile Emilia Romagna e Marche, per le attività teatrali con minori e giovani adulti in carico ai Servizi di Giustizia Minorile. Gli appuntamenti con gli eventi del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna proseguono fino al 30 luglio. Successivamente il Festival si sposta a Gombola con un programma di spettacoli, concerti e incontri per vivere il territorio da Spettatori Residenti. Prezzi dei biglietti e aggiornamenti sul sito: www.trasparenzefestival.it. Info e prenotazioni: 3456018277 -
di Teresa Numerico
Il Manifesto, 25 luglio 2021
Tempi presenti. Riflessioni intorno al libro "La giustizia digitale. Determinismo tecnologico e libertà" di Antoine Garapon e Jean Lasségue, uscito per Il Mulino. Nel volume gli autori mettono in guardia sulla possibilità di un nuovo regime normativo: per esempio, il codice del software con i suoi sacerdoti tecnici, al posto del testo di legge.
La delega alla macchina è una tentazione dei nostri tempi e il mondo della giustizia non fa eccezione. Ne parlano Antoine Garapon e Jean Lasségue nel libro La giustizia digitale. Determinismo tecnologico e libertà (Il Mulino, pp. 279, euro 28), volume intenso, denso e complesso. L'operazione editoriale è completata dalla bella prefazione di Maria Rosaria Ferrarese, che introduce l'edizione italiana, facendo il punto sulle questioni scottanti e ineludibili poste dal famoso giurista Garapon, supportato dall'epistemologo Lasségue che compendia il lavoro con un approfondimento sulla rivoluzione grafica.
Il libro si apre con un'analisi del passaggio dalla scrittura a stampa a quella digitale, una nuova testualità di natura logica. Impossibile restituire la ricchezza delle argomentazioni presenti nel volume, ma è appassionante analizzare alcuni dei nodi argomentativi più sfidanti. La digitalizzazione di tutte le informazioni disponibili, comprese quelle di carattere giuridico - sia come leggi scritte, sia come giurisprudenza - è condizionata all'assunto sistemico che sia possibile riprodurre tutto quello che è necessario per ricostruire la capacità di decisione giuridica, nel contesto informatico.
La scrittura digitale, cioè, sarebbe un nuovo tipo di scrittura che porta alle estreme conseguenze la rivoluzione grammaticale delle lingue alfabetiche, nelle quali ciò che viene riprodotto è il singolo suono e non la rappresentazione del significato, come invece avviene in quelle ideografiche. La scrittura digitale eliminerebbe qualsiasi dimensione simbolica dal proprio funzionamento, riferendosi esclusivamente alla capacità di manipolare simboli definiti univocamente, attraverso l'uso di regole fissate, finite e inequivocabili.
Le lingue naturali, comprese quelle alfabetiche, mantengono relazioni plurali tra significanti e significati. Tale collegamento permette a una parola di avere correlazioni anche ambivalenti e stratificate con i suoi significati variabili e di manifestare una dimensione metaforica e simbolica per veicolare il senso complesso di un concetto o di un oggetto, a cui il significante associa il proprio carattere materiale.
La rivoluzione informatica invece rinuncerebbe completamente al rapporto con questa dimensione simbolica per concentrarsi esclusivamente sulle possibilità della manipolazione dei caratteri senza riferimento.
Il mondo esterno - confuso e molteplice - che fa capolino nella lingua naturale, nella sua ricchezza, nella sua dinamicità collettiva, sarebbe completamente tagliato fuori dalla rivoluzione digitale, che si impone per il suo carattere privo di riferimento all'esterno, sul quale però non rinuncia a intervenire.
Il progetto della giustizia digitale, analizzato nel volume, sembra voler salvare i giudizi dall'umanità con il suo carattere soggettivo e parziale. La giustizia predittiva, infatti, si propone di annettere il diritto a causa della sua capacità di contenere in sé tutta la giurisprudenza e di valutare i comportamenti umani, attribuendo loro la possibilità di costituire un'anticipazione di eventi futuri.
Come suggeriva Hannah Arendt in Vita Activa (1958), la scienza moderna si è sviluppata ponendo la ragione scientifica fuori dal mondo sensibile che si sforzava di comprendere e imponendo la rinuncia all'affidabilità dei sensi e della percezione rispetto alle tecniche di misurazione dei fenomeni fisici. Allo stesso modo, la scienza dei dati vuole fare a meno della ragione umana: la certezza scientifica dell'analisi dei dati non dipende dai singoli individui, ma dalla possibilità di incorporare le loro capacità cognitive nel complesso sistema algoritmico che esercita l'interpretazione.
Talvolta gli autori immaginano la morte del simbolico, rispetto all'avvento della rivoluzione digitale, ma in realtà si tratta di uno spostamento, che anche loro a tratti riconoscono, parlando del mito della delega alla macchina. Il simbolico non è morto, ma alla macchina - incaricata di sostituire le nostre decisioni, non solo giuridiche - si attribuisce maggiore affidabilità ed efficienza, perché si nutre del riconoscimento di una nuova istanza di verità e fiducia, dovuta alla sua potenza artificiale.
Un mito è costituito di simboli e di una triangolazione con un'autorità capace di fondare un nuovo regime normativo: per esempio il codice del software, coi suoi sacerdoti tecnici, al posto del testo di legge. Se il processo arrivasse alle sue estreme conseguenze si interromperebbero le interpretazioni, proprie della funzione giuridica, perché nel codice informatico non ci sono parole. La ricerca di correlazioni tra dati, sostituita all'ermeneutica, giuridica e non, usa gli algoritmi come prassi, senza spiegazione, senza responsabilità e senza contraddittorio.
La dimensione simbolica del rituale giuridico e della decisione del giudice verrebbe sostituita da un sistema che riorganizza la vita collettiva. L'elisione del simbolico prelude, secondo gli autori, a una eliminazione ancora più problematica: quella della politica, da loro identificata, forse con troppa leggerezza, con lo stato. La politica fatta di decisioni prese a partire da scelte degli individui che, proprio in virtù della loro soggettività e per essere situati in un contesto, determinano l'agire in situazioni di incertezza e rendono possibile la convivenza, l'opposizione e la critica. Che succede se lo sguardo sulla società avviene fuori dallo spazio e non è attribuito a una soggettività giuridica che si assume la responsabilità delle scelte?
Nessuno lo sa. Gli autori descrivono un mondo in mutamento in cui vecchia legittimità giuridica e nuova giustizia digitale coesistono. L'invito è a elaborare strategie su come incorporare il software nel diritto senza abdicare alla logica della testualità, del rituale e dell'incarnazione. Uno dei pregi decisivi del volume è la chiara definizione di un campo comune di lotta tra diritto e tecnologia: è in atto lo scontro su quali attori abbiano la legittimità di governare la società.
Il processo è in corso, anche se talvolta le argomentazioni adottate adombrano una pericolosa soglia deterministica, che ipotizza l'avvento incontrollabile di un nuovo sistema. C'è ancora spazio per l'agire politico, per la vita activa di Arendt, ma non c'è molto tempo. Le scelte sull'uso della tecnologia sono l'orizzonte più politico del presente.
ansa.it, 25 luglio 2021
Il legame tra Carolina Crescentini e il Giffoni Film Festival, dove torna per la terza volta fra i protagonisti degli incontri con i ragazzi, passa ora anche attraverso il suo lavoro più recente. "Ero sul set della seconda stagione della serie "Mare fuori", per Rai2, e un assistente alla regia mi ha ricordato che ci eravamo già incontrati dieci anni prima al festival dove lui era giurato", ricorda con l'Ansa l'attrice, che ritornerà anche nei panni di Corinna nella quarta stagione della serie cult Boris, "un personaggio che amo, e mi diverte moltissimo, ci sono dentro molte cose che ho vissuto e subito. Boris non è fiction, è un documentario - aggiunge ironica - ci sono dei set così".
Invece in Mare fuori 2 che ha debuttato in autunno con la prima stagione in piena pandemia, l'attrice torna nei panni di uno dei personaggi più intensi della sua carriera, Paola Vinci, direttrice dell'Istituto di Pena Minorile di Napoli: "La lavorazione è andata benissimo, abbiamo due nuovi registi, Milena Cocozza (con cui l'attrice ha già girato il thriller horror soprannaturale Letto n.6) e Ivan Silvestrini (Monolith) "che conosco da quando avevo 19 anni, andavamo a scuola insieme".
Anche stavolta "c'è stata una fusione totale con i ragazzi e nel cast ce ne sono di nuovi. Amo lavorare con loro, per la loro verità, imprevedibilità e il confronto umano che nasce". Il tema della riabilitazione in carcere è di particolare attualità, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere: "Noi avevamo mostrato la prima serie a Nisida e loro ci avevano detto che le nostre guardie erano più buone delle loro... Questa è una storia che vogliamo raccontare perché sono luoghi e persone che non devono essere dimenticati. Il carcere dovrebbe essere un luogo di passaggio dove imparare anche delle nozioni e delle regole".
Sempre nei mesi di pandemia ha debuttato su Rai1, La bambina che non voleva cantare, film tv di Costanza Quatriglio: Crescentini interpretava la mamma di Nada, una performance per la quale ha ottenuto la sua quinta candidatura ai Nastri d'argento (vinto nel 2011 per 20 sigarette e Boris - Il film). "Questo è stato un anno molto doloroso ma mi sono anche sentita da un altro lato una miracolata, perché non ho mai smesso di lavorare tranne un mese a gennaio.
Ti sentivi anche in colpa, perché tanta gente invece non sapeva dove sbattere la testa. Molti altri settori sono stati massacrati da questi mesi e ancora lo sono, come la musica. Ad esempio alcuni giorni fa ero a Pistoia per un concerto, ed eravamo tutti distanziati, non ci si poteva alzare e chi lo faceva veniva fatto uscire. Il giorno dopo ci sono stati i festeggiamenti per la vittoria dell'Italia gli Europei. Allora ti senti presa in giro".
L'attrice. che sarà a Taormina per ricevere il Nations Award, tornerà in autunno su Rai1 con la nuova stagione de I bastardi di Pizzofalcone e al cinema con due commedie Per tutta la vita di Paolo Costella, su una serie di coppie sposate che scoprono nullo il loro matrimonio ("viene da chiederti cosa faresti in quella situazione") e il terzo capitolo della saga di Massimiliano Bruno sui criminali che viaggiano nel tempo, Finché c'è crimine c'è speranza. Sei una buona o cattiva nella storia? "Direi abbastanza buona...", conclude sorridendo.
di Rita Salvadei
artemagazine.it, 25 luglio 2021
Un murale realizzato con il coinvolgimento degli stessi detenuti, che "buca" metaforicamente il muro del carcere. Visibile anche dalla parte della città, l'opera è un'ideale trasposizione artistica di un percorso di "redenzione", di rinascita e di costruzione di nuove progettualità di vita.
Lo scorso 15 luglio è stato inaugurato, alla Casa circondariale Mario Gozzini di Sollicciano, il progetto "La scritta che buca", un murale frutto di un processo partecipativo che, sia nell'ideazione che nella realizzazione, ha visto coinvolti attivamente, insieme a C.A.T. Cooperativa Sociale e all'Associazione Culturale Toscana Elektro Domestik Force, gli stessi detenuti del carcere. A raccontare la nascita, lo sviluppo e la realizzazione dell'opera è Nico "Löpez" Bruchi, che dal 2003 è parte dell'Associazione e, insieme a Marco Milaneschi, ha firmato il progetto.
Ci racconti in poche parole come e con quale scopo nasce l'Associazione Elektro Domestik Force?
EDFcrew è un progetto che nasce nel 2003 dall'incontro con Niccolò Giannini e Daniele Orlandi. All'epoca abbiamo deciso di fare un'esperienza nel mondo dei graffiti, quasi in maniera giocosa e senza alcuna pretesa. Successivamente è nata una vera e propria passione, non solo per i graffiti in sé, ma per il viaggiare e lo stare insieme. All'inizio dipingevamo esclusivamente muri illegali, in seguito ci siamo mossi per cercare di regolarizzare il nostro lavoro, in maniera più professionale. Abbiamo quindi iniziato ad essere "ospiti" di muri altrui, allenando prima di tutto l'empatia e la nostra capacità di adattamento, accorgendoci anche che il nostro era un percorso molto centrato sugli aspetti più sociali del mondo del graffissimo. Coltivando la nostra amicizia abbiamo, dunque, deciso di dare vita a un'organizzazione più strutturata.
Da un punto di vista pratico come vi siete organizzati, che tipologia di lavori realizzate e con quali realtà vi interfacciate?
Abbiamo deciso di mixare la nostra esperienza e le nostre capacità a un tipo di organizzazione più professionale, appunto, come poteva essere quella del mondo del teatro, dal quale provengo. È nata un'associazione che con il tempo si è espansa e attualmente conta 11 membri, con una serie di figure che si occupano della progettazione, degli aspetti burocratici e logistici e anche del recupero fondi. Ci sono poi collaboratori e soci che fanno un grandissimo lavoro di incoraggiamento nei nostri confronti. Ci muoviamo in Italia e anche in buona parte dell'Europa con le finalità classiche del mondo dell'Urban Art, ma anche con una maggiore attenzione verso gli aspetti sociali. Per noi è fondamentale lo scambio di opinioni, il coinvolgimento, la compartecipazione, la coprogettazione. Tendiamo quindi a metterci per un momento quasi in secondo piano, per cercare di far emergere le esigenze e le volontà del luogo, del quartiere in cui andiamo ad operare. Ci organizziamo facendo cene, coinvolgendo le associazioni di quartiere, i cosiddetti "social brokers", ovvero persone che ci aiutano ad entrare nella dinamica del luogo. Nasce in questo modo ogni nostro progetto. Lavoriamo principalmente per scuole, ospedali, carceri, ambienti pubblici di tipo sociale, luoghi in cui passano molte persone.
Il progetto per il carcere Gozzini come ha avuto origine?
Siamo stati invitati dalla Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze e dalla Direttrice del carcere a fare una valutazione sul muro della facciata esterna, per capire se fosse effettivamente possibile realizzare qualcosa. Da un primo sopralluogo è nato uno scambio immediato, sono stati poi coinvolti una serie di partner come la cooperativa CAT di Firenze, che da molti anni lavora in carcere, per cui ci ha introdotti e guidati in un ambiente che è sicuramente più complesso di altri. Ne è nato uno scambio molto proficuo e attivo con i detenuti. I lavori sono stati invece finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, insieme al Comune, col quale collaboriamo da molti anni.
Il murale che avete realizzato presenta una narrazione molto articolata e ricca di simbologie, puoi spiegarlo?
Questo progetto è stato realizzato con i detenuti del braccio di fine pena del carcere Gozzini. Si tratta di detenuti a cui mancano pochi anni da scontare. Nella fase progettuale ci siamo confrontati con loro cercando di capire, innanzi tutto, se considerassero utile questa iniziativa. Per molti non lo era. Per altri, invece il progetto poteva rappresentare un aiuto anche per le loro famiglie e in particolare i bambini, che trascorrono molte ore di fronte a quel muro in attesa dei colloqui. La richiesta dei detenuti coinvolti è stata principalmente quella di realizzare un murale molto colorato e con un look adeguato ai bambini. Per quanto riguarda i contenuti sono uscite tantissime idee, che noi abbiamo cercato di accorpare, dandogli un senso. Il risultato è stato un'immagine che esprime il desiderio di redenzione, metaforicamente interpretata con la distruzione del "sé" per la costruzione di nuovi "sé" e di nuove opportunità.
Il percorso narrativo prende avvio da un uomo fatto di mattoni che si sta sgretolando. Abbiamo deciso di giocare sul modulo del rettangolo, partendo dalla forma del mattone. In seguito allo sgretolamento i mattoni si trasformano in assi di legno che vengono utilizzati per costruire una nave che trasporta i detenuti sulla sabbia di un deserto, mirando verso un faro che si trova su una scogliera. Questo faro è anche una bilancia, che simboleggia l'equilibrio, la giustizia, ma anche la saggezza. Si tratta di un'immagine ispirata a una poesia di Giovanni Farina, uno dei capi dell'Anonima Sequestri, rinchiuso nel carcere Gozzini, che ci ha dedicato una bellissima poesia in cui scrive: "La libertà è un miraggio". Ci siamo dunque immaginati questa nave che viaggia tra visioni oniriche e miraggi. Il viaggio trova la sua fine quando si arriva a una Torre di legno, fatta con le stesse assi della nave, in un paesaggio naturale, molto toscano. La torre è per eccellenza il simbolo della saggezza e della ricostruzione. Le assi della nave assumono un nuovo ruolo edificante.
Pensi che l'Urban Art abbia sempre un ruolo sociale e possa essere l'arte del futuro?
Noi ci definiamo artisti sociali, ma siamo fuori dall'etichetta di urban artist, perché non ci rappresenta. Credo che l'arte in generale abbia un mega ruolo sociale, non solo l'arte urbana. L'arte è assolutamente essenziale. Lo è ai fini sociali, perché riesce a far sognare le persone, a farle uscire dagli schemi. L'arte offre la possibilità di andare oltre, di far uscire dai confini della vita, per immaginare un mondo anche fuori dalle regole, dai problemi, questo sia nel bene che nel male.
Per quanto riguarda l'arte urbana credo sia in una fase di crescita. A un certo punto avrà magari un declino, come spesso accade per tutte le correnti artistiche e culturali. Attualmente ha un ruolo sociale, parlare attraverso i muri è importante. C'è una frase molto bella che dice: "muri bianchi, popoli muti". Credo che sia molto vera.
Noi in questo momento stiamo decorando delle sale di ospedali e stiamo lavorando insieme ai medici e al personale ospedaliero per realizzare ambienti che, in qualche maniera, possano aiutare sia i pazienti che i familiari. Lo stesso vale per i plessi scolastici. Migliorare un ambiente scolastico esteticamente può sembrare banale, ma in realtà fa la differenza per i ragazzi. Essere circondati da un ambiente bello è stimolante e incoraggiante. Il ruolo sociale dell'Urban art io lo vedo in questa direzione, come miglioramento estetico, quindi vitale per certi luoghi.
A quali altri progetti state lavorando?
Stiamo lavorando a diversi progetti. Il prossimo per l'ex cinema di Castelfranco di sotto, un paesino molto vicino alla nostra sede di Pontedera. Poi realizzeremo un progetto per un altro braccio del carcere di Sollicciano.
di Massimo Giannini
La Stampa, 25 luglio 2021
Di fronte alle piazze anarcoidi e destrorse che urlano a vanvera "libertà", le parole pronunciate da Mario Draghi dopo l'ultimo Consiglio dei ministri segnano un confine etico, politico, democratico del nostro tempo. Dire "chi invita a non vaccinarsi invita a morire" non è solo una messa in mora per chi, come Matteo Salvini, ha finora beatamente flirtato con il mondo no-vax.
È anche una scossa alle coscienze di chi, per incompetenza o per diffidenza, ha ascoltato il canto delle sirene complottiste e ha preferito rifugiarsi nel limbo agnostico dell'attesa. Il premier inchioda i partiti alle loro responsabilità. E chiama gli italiani a una scelta di campo. Dopo un anno e mezzo di battaglia contro il virus dovremmo averlo capito: il vaccino è vita, il non-vaccino è morte. Fisica, civica, economica. Per questo la stagione degli opportunismi elettorali e degli equilibrismi lessicali è finita. O si sta di qua, o si sta di là. O si sta con quelle piazze, o si condannano senza appello.
L'operazione-verità dà qualche frutto. Ma non è abbastanza. Sul fronte politico si registra un'evoluzione. Le due destre, che cercano consensi danzando sotto il vulcano della pandemia, si avvicinano a Canossa. Salvini fa la prima dose, sia pure "auto-certificandosi" con un Qr-Code mentre beve un cappuccino. Meloni annuncia che la farà, sia pure tuonando contro il "terrore draghiano". Sul fronte sociale si nota una polarizzazione. Da una parte c'è una spinta a vaccinarsi in una maggioranza silenziosa di indecisi, che adesso è finalmente in coda davanti agli hub. Dall'altra c'è una spinta a mobilitarsi in una minoranza rumorosa di irriducibili, che torna a berciare pericolosamente nelle piazze da Torino a Palermo.
Sappiamo bene quale delle due spinte sia più propulsiva: la prima può far ripartire il Paese, la seconda lo può affossare. In ogni senso. Lo prova il nuovo leader dei ribelli Ugo Mattei, intellettuale della Rive Gauche, già allievo di Rodotà e amico di Zagrebelski, che oggi pontifica contro la "dittatura sanitaria" insieme ai capetti neofascisti di Forza Nuova come ieri "Nuto Revelli combatteva a fianco di Edgardo Sogno". Icastica conferma del perfetto Teorema-Odifreddi: da "No-Vax, No-Pass, No-Mask" a "No-Brain" il passo è davvero breve.
La tesi che considera l'invito a non vaccinarsi equivalente a un invito a morire non ha solo fondamento politico, ma anche scientifico. Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, spiega che oggi esistono "due epidemie": quella dei vaccinati che è paragonabile a un'influenza, e quella dei non vaccinati che è un'infezione potenzialmente letale. Lo dicono tutti i responsabili delle terapie intensive, dal Sacco di Milano al Weill Cornell di New York: il 97 per cento dei ricoverati per Covid non è vaccinato. Dovrebbe essere pacifico, ma non lo è ancora.
Per questo serve il Green Pass obbligatorio, e per questo il nostro giornale ne sostiene la necessità senza se e senza ma. Siamo ben consapevoli delle contraddizioni con le quali ci siamo arrivati, e lo diciamo al governo con serena chiarezza. Lamentarsi ancora per gli assembramenti, dopo aver consentito alle folle entusiaste di festeggiare la vittoria degli azzurri agli Europei per le strade di Roma, è quasi grottesco. Accusare ancora le regioni che obiettano o le discoteche che protestano, dopo aver ceduto con disonore le armi dell'ordine pubblico nell'impropria "Trattativa Stato-Bonucci", è quasi offensivo.
Ma adesso dobbiamo guardare avanti. Il passaporto vaccinale ci consente di convivere con un virus mutato ma depotenziato grazie all'immunizzazione crescente della popolazione, e di vivere in più sicurezza la nostra vita di sempre, fatta di socializzazione e di scambio. Al bar o al ristorante, al cinema o a teatro, in piscina o in palestra. Persino in ufficio o in fabbrica (l'idea di un Pass per accedere anche ai luoghi di lavoro, sia pure mal veicolata da Confindustria, è tutt'altro che insensata). È davvero ora di sfatare il luogo comune sul quale riposa la becera propaganda dei #No-Paura-Day e la truce narrazione politica che la cavalca. Per me non ci sarebbe nulla di scandaloso se il vaccino anti-Covid fosse obbligatorio per tutti: in Italia non ne abbiamo già dodici? Ma qui nessuno "insegue i ragazzi con la siringa in mano" né cuce la stella di David sulla giacca dei renitenti. Al contrario. Qui si fa fatica a imporre l'obbligo persino ai medici e agli insegnanti (questo sì, uno scandalo insopportabile).
E ora, proprio per non imporre altri obblighi vaccinali, l'Italia sceglie il modello francese. E fa bene, perché il Green Pass non viola alcuna libertà: semmai la protegge. Certifica il mio status: sono immune perché vaccinato. Dunque mi garantisce di fruire pienamente della mia libertà, senza minacciare la salute degli altri. Anche chi rifiuta l'obbligo esercita ugualmente il suo diritto alla libertà: rifiuta vaccino e Green Pass.
Ma in questo modo sceglie legittimamente uno status diverso dal mio, dal quale derivano però alcune ovvie limitazioni. Banalizzando: è la stessa logica della patente di guida. Puoi scegliere liberamente di non prenderla. Ma se non la prendi, non puoi guidare una macchina. Scegli il tuo status, ne accetti le conseguenze. Semplice, lineare. C'è qualcuno che grida alla "dittatura automobilistica", per questo? Non risulta. La stessa risposta si può dare a chi boccia il Green Pass perché considera impossibile fare i controlli. Abbiamo forse la certezza che tutti gli automobilisti che circolano sulle nostre strade posseggano effettivamente la patente? No, non ce l'abbiamo. Eppure nessuno si sogna di dire che se non li controlliamo uno per uno allora tanto vale abolire la patente.
Il patto che lo Stato sottoscrive con i cittadini, e che i cittadini sottoscrivono tra loro, si basa sulla fiducia reciproca. Che può essere tradita, ma resta l'essenza di ogni sistema democratico. Anche per questo la battaglia sul Green Pass dice molto di noi e della condizione del Paese. Come scrive Donatella Di Cesare, e come dimostra la grancassa No-Pass dell'estrema destra, ormai si profila una divaricazione sempre più netta tra una politica della responsabilità, che ha a cuore la democrazia e perciò è in grado di parlare di "obbligo", e una politica che, scherzando col fuoco del "liberi tutti" e avallando l'ideologia dell'Ego Sovrano, ha evidentemente mire sfasciste.
Di fronte a un agente patogeno che non arretra, a un indice di trasmissibilità che sale ai livelli di cinque mesi fa, non possono esserci esitazioni. Per ragioni sanitarie, ma anche finanziarie. L'Economist avverte che la Variante Delta è la vera minaccia per la ripresa americana, molto più dell'inflazione al 5,4 per cento. Il Financial Times segnala i pericoli di una "Whiplash Economy" nei Paesi Ocse: più accelera la Variante Delta, più rallenta il tasso di crescita.
Le Monde indica la Variante Delta come fattore di incertezza che costringerà gli Stati a regimi economici da "Long Covid". In questo scenario critico, quello che dobbiamo temere è il lockdown, non il Green Pass. Per questo gli sgangherati "libertadores" che strillano nelle piazze italiane sbagliano Tiranno. Loro lo fanno per ignoranza. Chi li istiga per un pugno di voti lo fa per calcolo. Difficile dire quale sia il male peggiore.
di Donatella Di Cesare
L'Espresso, 25 luglio 2021
L'eccidio norvegese, il 22 luglio 2011, non fu il gesto isolato di un folle nazista. Breivik è sotto ogni aspetto l'esponente della Nuova Destra che va affermandosi sempre più, dall'Ungheria all'Olanda, dall'Italia alla Repubblica Ceca. I sopravvissuti ne ricordano ancora l'orgiastica danza di annientamento. Il crepitio dell'arma automatica seguiva il ritmo trionfante di mani e occhi. Nessuno doveva sfuggire. Raffiche contro ogni singhiozzo, scariche di mitra contro ogni respiro trattenuto. Annusava ovunque le tracce delle sue vittime: nel fruscio delle foglie, nell'acqua che si muoveva tingendosi di sangue. E sparava concentrato, mentre il sorriso suggellava la furia omicida. Fiero della violenza compiuta, si è consegnato alla fine spontaneamente. Più crudele è l'esecuzione e più potente è la maestà politica. Così anche in tribunale, mano tesa, riso spudorato e proclami minacciosi, questo gelido massacratore ha potuto autocelebrarsi come il sovrano dell'orrore.
Anders Behring Breivik, l'assassino di Utøya, che per anni ha pianificato minuziosamente la strage, è stato riconosciuto "sano di mente e penalmente responsabile". Non è un folle, né uno psicopatico. E ogni aggettivo analogo, che lo escluda dalla ragione e dalla storia, rischia di ostacolare la riflessione su un atto efferato che investe il nostro presente. Anche l'etichetta "terrorista" è qui, più che mai, un termine vuoto. Sebbene abbia guardato agli attentati compiuti da islamisti e jihadisti, Breivik non ha ucciso a caso. Ha scelto, anzi, con precisione le sue vittime, ragazze e ragazzi appartenenti all'Auf, l'organizzazione giovanile del Partito laburista norvegese. Erano insieme, in quel campo estivo sull'isola, per confrontarsi sulle proprie esperienze e progettare una coabitazione nel segno dell'ospitalità. Le pareti della caffetteria e dei dormitori erano costellate di manifesti e scritte sui confini aperti e l'accoglienza. "Morite marxisti!", così suonava la condanna, mentre venivano freddati con un colpo alla testa.
Con l'oculatezza ossessiva del complottista Breivik ha cercato i colpevoli da punire nei suoi attentati di Oslo e Utøya: non i nemici potenziali, gli immigrati, i musulmani, bensì i sottomessi, i buonisti, i traditori della patria, quelli che per stoltezza o tornaconto aprono le porte all'invasione. Sono i socialdemocratici, i "multiculturalisti", gli "immigrazionisti", i "marxisti culturali", i libertari di sinistra, quelli che mirano a cancellare genere e sesso, che vogliono pregiudicare l'identità. Meritano di morire. Ecco la nuova guerra civile tra "bianchi" che si profila nel cuore dell'Europa.
Breivik non è un lupo solitario né un mostro isolato. E non è neppure semplicemente un "neonazista", se con questo s'intende la mera espressione di un passato che riaffiora e che, seppure inquietante, resta passato. Le cose stanno ben diversamente. Breivik è sotto ogni aspetto l'esponente della Nuova Destra che va affermandosi sempre più nei paesi europei, dall'Ungheria all'Olanda, dall'Italia alla Repubblica Ceca. Di qui il valore emblematico della strage di Utøya, che politicamente non chiude una stagione, ma ne apre piuttosto una nuova. Sarebbe perciò miope non considerarla come l'inaugurazione simbolica del nuovo suprematismo europeo. È in quel frangente drammatico che la questione viene infatti alla luce in tutta la sua complessità e la sua virulenza.
La Norvegia da cui viene Breivik è la democrazia aperta e tollerante della parità di genere e della coscienza ecologica. Come spiegare quel massacro? L'interrogativo resta insieme al trauma profondo. Perché l'assassino non è, come si usa dire, un "quisling", un collaboratore di Hitler, come lo fu Vidkun Quisling, capo di un governo fantoccio durante l'invasione tedesca. Figlio di un'infermiera e di un'economista, Breivik è il portato di un'educazione che lui, con toni di rimprovero, ha definito "superliberale", cioè troppo permissiva, priva di disciplina, eccessivamente femminista, in grado di effeminarlo e di corromperne l'identità. È la Norvegia che, povera e ripiegata per secoli su se stessa, è divenuta d'un tratto il secondo paese più ricco del mondo grazie al petrolio e al gas. Un cambiamento per alcuni troppo rapido. Perché dover condividere benessere e stato sociale con i rifugiati, per di più islamici? E la "purezza" di un tempo? Il volto umanitario e benevolo ha celato e cela il fastidio verso l'altro, il microrazzismo, la politica del respingimento. Breivik è figlio di tutto ciò.
Basta con la "decostruzione della cultura norvegese". Questo è il tenore del suo memoriale "2083: Una dichiarazione europea d'indipendenza", 1508 pagine che, pur tra proclami rabbiosi e continui copia e incolla, rendono bene quella posizione politica. Il 2083, il 400° anniversario della battaglia di Vienna del 1683, quando un'alleanza cristiana respinse l'assedio turco, sarà l'anno della sconfitta definitiva dell'immigrazionismo globalista. Breivik si erge a cavaliere templare, paladino dell'Occidente puro, nemico dell'Eurabia, amico dei "cristiani sionisti", quegli evangelici neocon, ala oltranzista dei repubblicani. Ma questo è il cristianesimo dimentico di sé e delle sue origini, mescolato a miti pagani e fondato sul rifiuto dell'altro. Così può essere riutilizzato da quella "destra degli dei" che, tra Alain de Benoist e Renaud Camus, rilancia oggi la rivoluzione conservatrice. La democrazia deve essere una etnocrazia, dove il popolo custodisce se stesso. Non si tratta di immaginarsi "al di sopra" degli altri, come facevano i nazisti, bensì di non volersi mescolare e contaminare. L'invasione tacita dell'Europa è già in atto, avallata dai globalisti, perpetrata dalle Ong. Il blocco identitario deve combattere. Il fronte è ampio e Breivik stesso menziona gli schieramenti politici, compresi quelli italiani che, a partire dalla Lega per arrivare a CasaPound, sono un modello. Certo, essere identitari e sovranisti non vuol dire innescare attentati come quello di Utøya. Ma proprio di questo si discute oggi in Europa: quanto Breivik non sia l'effetto parossistico, eppure immediato, di quella visione politica che ormai appare più diffusa e radicata della vecchia socialdemocrazia.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 25 luglio 2021
Alla vigilia del prevertice delle Nazioni Unite di lunedì parla Agnes Kalibata, inviata speciale del segretario generale dell'Onu: "Questa è un'occasione unica". "Con la pandemia il problema della fame nel mondo si è acuito grandemente ma non per questo dobbiamo arrenderci, anzi. Se pensiamo ai bambini e alle donne malnutriti non dobbiamo chiederci se l'obiettivo di mettere fine alla fame nel mondo entro il 2030 è raggiungibile, dobbiamo farlo e basta". Agnes Kalibata, inviata speciale del segretario generale dell'Onu, non ha dubbi: il prevertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari che comincerà domani a Roma e il summit vero e proprio che seguirà a New York a settembre sono "un'occasione che nella vita capita solo una volta". "Stiamo mettendo in moto - spiega - un meccanismo per aiutare i Paesi a guardare ai loro sistemi alimentari, a quello che sta funzionando e a quello che va cambiato". Nella capitale italiana saranno messe sul tavolo duemila proposte arrivate da 400 gruppi di agricoltori, produttori e associazioni.
Nata in Rwanda da piccoli agricoltori che dovettero lasciare la loro terra durante la lotta per l'indipendenza del Paese nei primi anni 60 Kalibata è cresciuta in un campo profughi in Uganda dove i suoi genitori coltivavano fagioli e allevavano mucche. Dal 2008 al 2014 è stata ministra dell'agricoltura in Rwanda ed è la presidente della Alleanza per una rivoluzione verde in Africa (Agra), un'organizzazione che ha abbracciato la tecnologia e l'innovazione nella costruzione della produzione agricola e della sicurezza alimentare nel continente.
Quali sono le sue aspettative sul prevertice di domani?
"Spero che i Paesi arrivino con le idee chiare su come vogliono cambiare i loro sistemi alimentari e che formino delle coalizioni tra di loro per affrontare le varie sfide. Abbiamo lavorato 18 mesi per arrivare qui, coinvolgendo migliaia di giovani agricoltori, politici, scienziati".
Pensando alle alluvioni che abbiamo appena visto in Germania quanto pensa che il nostro sistema alimentare pesi sul cambiamento climatico?
"C'è un'ovvia connessione tra il cambiamento climatico e la produzione di cibo, pensiamo che il 53% dei gas serra provengono dal modo in cui produciamo il cibo ma l'agricoltura è anche vittima dell'inquinamento e del cambiamento climatico. Pensiamo soltanto all'effetto della siccità
e delle alluvioni sui raccolti".
A gennaio lei ha scritto una lettera a tutti i membri delle Nazioni Unite invitandoli a riflettere su cos'è il sistema alimentare. Ci può spiegare meglio?
"È molto semplice. Noi non dobbiamo più pensare al cibo come a una forma di sostentamento ma come a un cerchio che produce anche lavoro e crescita economica. Dobbiamo pensare a un sistema che possa funzionare, sfamare tutti, salvare l'ambiente e la diversità. Questo è quello che c'è in gioco".
Il Covid-19 ha peggiorato grandemente la situazione alimentare rendendo l'obiettivo di sconfiggere la fame nel mondo entro il 2030 ancora più difficile da raggiungere.
"In questo senso la pandemia va considerata come un'opportunità per costruire qualcosa di migliore. È un'opportunità che arriva solo una volta nella vita. Abbiamo visto che il sistema alimentare non è in grado di reggere sotto pressione ma la fame nel mondo c'era anche prima, non l'ha creata la pandemia. Ovviamente non c'è una soluzione unica per tutti, l'importante è mettere tutti in connessione, globalmente dobbiamo creare una coscienza poi deve agire ogni Paese".
A questo proposito ogni Paese ha la sua cultura alimentare, come è possibile elaborare delle indicazioni che valgano per tutti? Non pensa che sia importante diversificare?
"Ma certo i sistemi alimentari sono locali, ogni Paese deve definire come vuole cambiarli e si deve prendere la responsabilità di controllare che il sistema funzioni. Per questo ho insistito per coinvolgere i piccoli agricoltori e le comunità indigene che producono il 6-80 per centro del cibo nel mondo. L'iniziativa delle Nazioni Unite ha rilasciato 58 potenziali percorsi per affrontare gli obiettivi di sostenibilità. I gruppi, che sono stati sviluppati attraverso un processo che includeva forum pubblici e consultazioni online, includono l'idea di garantire che i piccoli agricoltori abbiano "accesso alla tecnologia agricola, input e finanziamenti ... fornendo così un percorso conveniente e scalabile per aumentare la produttività agricola, oltre la semplice agricoltura di sussistenza".
Per fare una rivoluzione ci vogliono i fondi. Come verrà finanziata questa trasformazione dei sistemi alimentari?
"Ovviamente serviranno degli investimenti sia pubblici che privati. Uno strumento cui penso è quello dei future bonds, molto usati nei Paesi occidentali. Questo sarà uno degli argomenti fondamentali del summit".
Entro la fine del 21mo secolo, si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà gli 11 miliardi. A livello globale, nel 2018 una persona su tre era malnutrita, nel 2030 potrebbe essere una su due. È una corsa contro il tempo.
"È un motivo in più per agire subito se non facciamo nulla peggiorerà ancora di più, questo è un problema globale. È un'opportunità che arriva solo una volta nella vita. Il numero di persone che non riesce a nutrirsi sale. nel 2021 sono stati 811 milioni".
Qual è l'importanza della tecnologia nella trasformazione dei sistemi alimentari? L'agricoltura industriale viene criticata perché ignora quella ecologica, i cibi organici e le conoscenze indigene. C'è chi teme che il summit vada in una sola direzione. Lei cosa risponde?
"Non abbiamo proposto una soluzione unica, sul campo ci sono 2500 idee diverse. Noi vogliamo dare alle persone la capacità di capire il problema e la possibilità di cambiarlo. Lo scopo è mettere tutti in connessione, creare una coscienza globale e poi lasciare che ogni Paese agisca".
di Dimitri Deliolanes
Il Manifesto, 25 luglio 2021
L'imputazione è grave: sul confine marittimo tra Grecia e Turchia l'organismo europeo avrebbe tradito la sua missione: salvaguardare il rispetto dei "principi europei" verso i richiedenti asilo. Per la prima volta nei 17 anni d'esistenza Frontex è imputato di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'imputazione è grave: sul confine marittimo tra Grecia e Turchia l'organismo europeo avrebbe tradito la sua missione: salvaguardare il rispetto dei "principi europei" verso i richiedenti asilo. Il ricorso alla Corte è stato promosso da una Ong olandese incollaborazione con l'Osservatorio Greco sugli Accordi di Helsinki e due gruppi europei di sostegno legale. Il ricorso avviene per conto degli accusatori: un minore non accompagnato e di una donna. Accusano Frontex di maltrattamenti e di respingimenti anche violenti verso la Turchia.
Secondo la loro versione, i due ricorrenti erano riusciti a sbarcare più volte a Lesbos, dove erano entrati in contatto con esponenti delle strutture di solidarietà ed avevano presentato domanda di asilo. Prima ancora che la domanda fosse presa in considerazione, le forze di polizia avevano segregato loro ed altri richiedenti asilo in luoghi di detenzione, li avevano maltrattati e derubati ed alla fine, di fronte ai funzionari di Frontex, costretti a inbarcarsi su zattere trascinate verso le acque turche e lasciate là in balia delle correnti, senza cibo e senza acqua.
È dal marzo del 2020 che il governo conservatore greco ha adottato verso i barconi provenienti dalle coste turche la strategia dei respingimenti, secondo l'accusa seguita anche da Frontex. Atene ha collegato i respingimenti con la provocazione intentata pochi giorni prima da Erdogan a Evros, il confine terrestre con la Grecia, dove più di 150 mila profughi e migranti si erano scontrati con polizia ed esercito greco per circa un mese. Da allora il fronte si è spostato nelle isole dell'Egeo: i pattugliatori della Guardia Costiera turca spesso accompagnano i barconi nelle acque territoriali greche e quelli greci cercano di bloccarli e di rimandali in Turchia.
In questa situazione di grande rischio per i migranti ci sono state numerose denunce sulla partecipazione di Frontex alle operazioni di respingimento della Guardia Costiera e della polizia greca nelle isole dell'Egeo, che spesso si traducono in tragedie: l'ultimo naufragio è di giugno, con 11 morti. Il respingimento dei richiedenti asilo viene applicato dai poliziotti quasi automaticamente. A fine giugno due donne kurde, dirigenti del partito turco della sinistra Hdp, hanno attraversato il confine di Evros ed hanno subito chiesto asilo. Ma la polizia greca le ha consegnate alle autorità turche. La storia, tenuta nascosta, è stata resa nota dai rifugiati kurdi in Grecia.
Di recente anche l'Eruroparlamento è arrivato alla conclusione che Frontex dovrebbe prendere in esame l'eventualità di sospendere le sue attività oppure di ritirarsi dal territorio greco. Frontex ora è accusata di essere venuta meno ai suoi doveri. Di difendere le leggi e le regole Ue, di impedire cioè alle autorità locali di comportarsi illegalmente. Per due esponenti dell'Osservatori Greco il ricorso alla Corte Europea è avvenuto poiché "la Grecia ha già dimostrato di non essere uno stato di diritto".
di Federico Marconi
Il Domani, 25 luglio 2021
Presidenti, uomini delle istituzioni, politici, oppositori, giornalisti, dirigenti d'azienda. Lo spyware Pegasus ha infettato i cellulari e raccolto informazioni di circa un migliaio di persone in giro per il mondo. Tra questi anche il presidente francese Emmanuel Macron e l'ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, spiati dal Marocco.
È la drammatica realtà che sta venendo a galla grazie al lavoro giornalistico di 17 testate internazionali - tra cui Guardian, Washington Post, Le Monde - che stanno collaborando al "Pegasus Project", grazie ai dati messi a disposizione da Amnesty International e Forbidden Stories. Quello che sta emergendo però "è solo la punta dell'iceberg: Pegasus è un programma vecchio di dieci anni fa, l'ho utilizzato, ora siamo molto più avanti", come racconta a Domani un programmatore informatico di fama internazionale, che ("per ovvie ragioni", ci dice) preferisce rimanere anonimo.
Per chi lavora nel mondo dello spionaggio digitale, Pegasus è un sistema che ha già fatto il suo tempo: "Tra l'altro è semplicissimo da utilizzare, l'interfaccia è adatta anche a chi ha poca competenza. Credo fosse vendutissimo anche per questo". Oggi circolano da tempo sistemi molto più evoluti, che spesso non hanno bisogno nemmeno di una persona che stia dietro un computer a digitare e controllare lo spyware, ma che fanno tutto da soli grazie all'intelligenza artificiale e al machine learning, l'apprendimento automatico del software.
"Bisogna ricordarsi inoltre che più un programma di questo tipo è conosciuto, meno è potente: le applicazioni più moderne, molto più efficaci di Pegasus per introdursi negli apparecchi digitali che si vogliono spiare, sono avvolte da segretezza assoluta. Il problema è che molti servizi di sicurezza dei paesi occidentali non sanno nemmeno della loro esistenza", spiega il programmatore.
Proteggersi da questo tipo di intrusione è quasi impossibile. "Ci sarebbe bisogno che nessuno conoscesse il tuo numero di telefono, che al giorno d'oggi è infattibile: in un modo o nell'altro è possibile trovarlo, e anche molto facilmente", dice il tecnico. Per questo motivo anche i più importanti rappresentanti delle istituzioni - come Macron e Prodi, appunto - diventano facili bersagli. I loro dispositivi però potrebbero essere protetti: "Esistono delle applicazioni che permettono di conoscere in tempo reale se su un dispositivo avvengono delle operazioni anomale, sintomo di un'intrusione, ma sono molto costose". Sul mercato, ci racconta il programmatore, si trovano per cifre che vanno dai 400mila ai 5 milioni di euro.
Non proprio alla portata delle tasche di un semplice cittadino. Per entrare dentro uno smartphone serve conoscere i punti deboli del suo sistema operativo e un codice che permetta di sfruttarle. Ci sono società, attive soprattutto negli Emirati Arabi, che si occupano solo di questo e le rivendono a clienti selezionati, ma anche sui mercati online del dark web, disponibili a tutti, sempre che poi si sia in grado di utilizzarle. Il costo varia dal tipo di falla. Le più care sono le "zero day", una vulnerabilità del sistema operativo appena scovata, non conosciuta nemmeno dai programmatori che l'hanno creato. In questo caso il codice può essere utilizzato fino a che l'errore nel sistema non viene riparato.
"Una volta comprati, questi codici vanno "armati", gli va detto cosa devono fare: è come se un ladro comprasse la chiave di un appartamento da svaligiare, poi può decidere cosa, come e quanto rubare", spiega l'hacker. Lo spione quindi può sviluppare un programma, con un'interfaccia, che può vendere o utilizzare in prima persona.
Lo spyware poi può essere più o meno caro anche per altre caratteristiche. Può essere "zero click": significa che sfruttai "buchi" del sistema operativo senza che lo spiato debba cliccare su messaggi o link fasulli. Questo è il caso degli "one click", come il trojan che ha infettato il cellulare del magistrato Luca Palamara: il programma spia entra nel dispositivo solo dopo un intervento attivo di chi subisce l'intrusione. C'è poi la persistenza dello spyware: se questo rimane nel dispositivo sempre, anche dopo il suo spegnimento, o se in questo caso si disattiva.
Ci sono molte società che le comprano, per poi rivenderle. Il costo varia per il tipo di sistema operativo, o di programma: il listino prezzi ha dei costi stellari. Da quanto ha potuto verificare Domani, un codice per uno "one click" per i sistemi operativi Windows costa 500mila euro. Lo stesso, per iOS di Apple ha un prezzo che oscilla tra 1,5 e 2 milioni di euro, ma per uno "zero click" si può arrivare fino a 5 milioni. Per Android non esiste invece un codice universale, ma se esistesse forse potrebbe venire pagato oltre i 10 milioni di euro. Esistono però dei codici per le varie versioni, con un prezzo sul mercato che varia dai 300mila a 1,5 milioni di euro. "Chi trova questi codici e chi crea i programmi per utilizzarli è sempre un passo avanti a chi cerca un modo per difendersi", continua il programmatore. "Chiunque utilizzi qualsiasi tipo di dispositivo elettronico, oggi è un possibile target: i dati rubati possono essere utilizzati in tantissimi modi. Anche quelli delle persone comuni, non solo quelli dei Macron o dei Prodi".
Gli spyware non sono utilizzati solo da chi vuole carpire illegalmente informazioni riservate, avere accesso a chat, telefonate, immagini, localizzazione, di persone da sfruttare per trarne un qualche profitto. In Italia questi software sono utilizzati anche dalle procure e dagli investigatori nel corso delle indagini contro presunti mafiosi o corrotti. Il caso più celebre degli ultimi tempi è quello del pm ed ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, che proprio ieri è stato rinviato a giudizio con l'accusa di corruzione dai giudici del tribunale di Perugia. Sul cellulare del magistrato, nel maggio del 2019, è stato installato un trojan "one click": aveva aperto e cliccato su un falso link inviatogli dal suo operatore telefonico. Da quel momento, gli investigatori hanno avuto accesso a tutte le informazioni presenti sul suo smartphone: messaggi e chat di WhatsApp che hanno fatto e stanno ancora facendo tremare la magistratura italiana.
Un altro caso degli ultimi anni è quello dei fratelli Giulio e Francesca Occhionero: sono stati condannati in primo grado nel 2018 a 5 e 4 anni di reclusione per aver avuto accesso a 3,5 milioni di mail di oltre 6mila persone. I due fratelli avevano preso di mira i computer di Camera e Senato, dei ministeri degli Esteri e della Giustizia, del Partito democratico, di Finmeccanica e Bankitalia. Inoltre avrebbero tentato di avere accesso alle e-mail dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, del suo predecessore Mario Monti, e di quello attuale - a quei tempi numero uno della Banca centrale europea - Mario Draghi. Il virus che hanno utilizzato permetteva di colpire i computer attraverso un messaggio e-mail, che poi immagazzinava le informazioni rubate in un server negli Stati Uniti. Nessuno è al sicuro.
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