di Giulia Merlo
Il Domani, 15 giugno 2021
Luigi Di Maio ha parlato della necessità di confrontarsi sulle riforme in modo non ideologico, anche sulla giustizia. Parole che farebbero pensare a un ripensamento sulla prescrizione, che però non è seguito dai gruppi parlamentari. La sintonia tra Di Maio e Letta è sempre più forte, a partire dal caso sull'ex sindaco di Lodi Uggetti. L'obiettivo dei dem è di portare piano piano i Cinque stelle a convergere anche in parlamento sulle loro posizioni. Il tutto andrebbe a beneficio della ministra Marta Cartabia, che punta a portare in Aula la riforma del penale entro giugno. Le difficoltà, tuttavia, sono ancora molte e dovute anche al dualismo interno al Movimento tra Di Maio e Giuseppe Conte.
di Luigi Mastrodonato
Internazionale, 15 giugno 2021
L'ultima volta che Daniela Ernesti ha sentito la voce di suo marito era il 26 febbraio 2021. Alle 13.58 è squillato il telefono, la chiamata arrivava dal carcere di Orvieto. Erio Pettinari, 62 anni, le aveva telefonato anche qualche ora prima e il motivo era sempre lo stesso: non stava bene. Da qualche giorno era scoppiato un focolaio di covid-19 nella struttura umbra ed Ernesti temeva per la salute del marito. Aveva ragione di preoccuparsi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 giugno 2021
I dati "nascosti" della relazione di Via Arenula sull'ingiusta detenzione. Costa (Azione): "Troppi i tribunali che non trasmettono i dati al ministero". Il 24% dei tribunali non ha risposto al ministero della Giustizia, che ha quindi dovuto ricavare i dati sulle ingiuste detenzioni e le misure cautelari per altra via.
di Luigi Camilloni
Il Riformista, 15 giugno 2021
Vale la pena ogni tanto rileggere la nostra Costituzione perché le soluzioni ai tanti problemi italici risiedono proprio in questa grande Carta fondamentale ed in questo caso l'articolo 27. Oggi, nonostante l'articolo 27 della Costituzione stabilisca che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" assistiamo a dei messaggi 'diseducativi' provenienti conferenze stampa 'show' da parte dei Pubblici ministeri dove viene calpestato il principio di non colpevolezza dell'imputato.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 giugno 2021
Il presidente del sindacato delle toghe Santalucia: "Temo che si voglia un referendum sui magistrati. Sul tradimento che l'opinione pubblica sente di avere patito, sulla base di quello che si sente e si legge. E questa non è una cosa buona". "Le proposte della ministra saranno oggetto di approfondimento nell'ambito dei nostri gruppi di studio. In linea molto generale, posso dire che l'impianto illustrato dalla ministra Cartabia ci vede d'accordo. Sia sul processo penale che sul processo civile non abbiamo contrarietà particolari". Così il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia in un'intervista a La Stampa.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 giugno 2021
"Se vogliamo l'imparzialità della giustizia è fondamentale che ci sia un elemento di separazione tra giustizia e politica", ha ribadito il segretario del Pd. "La giustizia è lenta e inefficace. Finora discussioni tante, riforme poche. Il momento di fare le riforme è adesso".
Sul terreno della giustizia Enrico Letta non ha dubbi: la via per riformare il sistema è quella segnata dalla guardasigilli Marta Cartabia, nella quale il leader del Pd ha piena "fiducia". Già qualche settimana fa il segretario dem aveva liquidato le proposte di Lega e Radicali sulla Giustizia, ritenendo "sbagliato" lo strumento referendario e confermando il sostegno del Pd a Draghi e Cartabia.
"Perché un referendum abbia successo bisogna che voti il 50% dei cittadini - aveva spiegato Letta. In 25 anni mi sembra che uno solo abbia superato il quorum, sull'acqua una decina di anni fa. È una strada sbagliata, semplicemente uno strumento per fare lotta politica. Anche perché i tempi sono molto lunghi. A Salvini preferisco Cartabia e Draghi".
"Ho incontrato la ministra e l'ho incoraggiata", ha quindi confermato ieri il leader del Pd, ribadendo la necessità di "rendere più evidente uno iato tra politica e coloro che esercitano le funzioni della giustizia". Ospite al programma Omnibus su La7, Letta ha poi lamentato le troppe "contrapposizioni" sui temi portanti della giustizia. Divisioni che ricadono sui cittadini e finiscono per penalizzare l'economia, considerando che in Italia "non arrivano investimenti dall'estero perché il sistema li scoraggia", ha aggiunto Letta.
"Ci sono tutti i temi della velocizzazione e della digitalizzazione, che secondo me è essenziale", ha spiegato il segretario dem, secondo il quale però il nodo chiave resta la separazione "tra giustizia e politica". "Se vogliamo l'imparzialità della giustizia è fondamentale che ci sia questo elemento", ha sottolineato Letta. Quindi l'affondo: "Dobbiamo distinguere l'indipendenza della magistratura, che è un mantra, ma sul tema dell'autogoverno credo che sia importante fare delle riforme. Autogoverno non significa indipendenza, l'autogoverno non ha funzionato, c'è bisogno di sistemi di autogoverno che funzionino meglio".
di Valeria Teodonio
La Repubblica, 15 giugno 2021
Parla Davide, il bambino zero dell'inchiesta sui "Diavoli della Bassa Modenese": "Ricordo diversi colloqui anche di 8 ore. Psicologa e assistenti sociali non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro. Mi dicevano che ero coraggioso".
Davide ha un sorriso disarmante. All'inizio è un po' imbarazzato, ma poi si fa coraggio: "Sono pronto". Ha 31 anni, è un ragazzo alto e magro, la voce profonda e gli occhi verde acqua, appena velati da un'ombra scura. Ha deciso di raccontare per la prima volta la sua storia. La sua verità. Rivelazioni sconcertanti su fatti che hanno distrutto la vita di decine di persone alla fine degli anni '90.
Era uno scricciolo biondo quando, nel 1997, le assistenti sociali e la psicologa che lo seguivano iniziarono a fargli tante domande sulla sua famiglia. In quei colloqui Davide raccontò di aver subito abusi sessuali da parte di suo padre e di suo fratello, nella loro casa nella campagna di Massa Finalese, in provincia di Modena. Non solo. Disse che nei cimiteri della sua zona avvenivano delle strane cerimonie, parlò di messe sataniche in cui i grandi facevano del male ai piccoli. In cui i bambini venivano violentati ed erano costretti perfino a uccidere altri bambini.
I racconti di Davide - il "bambino zero" di questa storia - diedero il via a un'inchiesta che durerà anni, quella sui "Diavoli della Bassa Modenese". Un'inchiesta su cui "Veleno", il podcast firmato da Pablo Trincia e pubblicato da Repubblica nel 2017 (su cui Amazon ha realizzato una docu-serie), ha gettato nuova luce. L'indagine, dopo le testimonianze di altre presunte vittime, portò 16 bambini ad essere allontanati dai loro genitori. Alcuni imputati, tra cui i familiari di Davide, vennero condannati a molti anni di carcere per pedofilia. Altri vennero assolti. In ogni caso i genitori non riebbero mai più i loro figli. E una mamma si suicidò. Prima d'ora Davide non aveva mai rilasciato un'intervista. Ha deciso di farlo "perché - ha spiegato - non può più tenersi dentro la verità".
Quando iniziarono i colloqui? E perché?
"Iniziarono quando avevo 7 anni. I miei genitori erano poveri e venni affidato a un'altra famiglia. Ogni tanto però, come prevedeva la prassi, tornavo dalla mia famiglia d'origine. Una volta vidi mia madre naturale molto triste. E divenni cupo anche io. Così, quando tornai dalla famiglia affidataria, la donna che poi diventò la mia mamma adottiva mi chiese se fossi stato maltrattato. Ha insistito tanto che alla fine le dissi di sì. Anche perché avevo paura di essere abbandonato, se non la avessi accontentata. Senza rendermi conto delle conseguenze di quello di quello che stavo facendo".
Cosa succedeva durante i colloqui?
"La psicologa Valeria Donati e le assistenti sociali che mi seguivano iniziarono a martellarmi di domande. Ricordo diversi colloqui anche di 8 ore. Non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro. Mi chiesero di dire dei nomi e io inventai dei nomi a caso, su un foglio. Per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c'erano delle persone che facevano dei riti satanici. Ma non c'era nulla di vero. Mi sono inventato tutto. Perché se dicevo che stavo bene non mi credeva nessuno. A forza di insistere ho detto quello che si volevano sentir dire".
E cosa successe dopo quei colloqui?
"Vennero convocati altri bambini e anche loro fecero quei racconti. Loro mi dicevano che ero coraggioso, che ero il primo a parlare. "Coraggioso" era la loro parola preferita. Un giorno la psicologa mi fece fare un incontro con gli altri ragazzi, e lei disse che li avevo salvati. Ma io non avevo salvato proprio nessuno. Mi sono sentito morire dentro. Una volta cercò anche di farmi accusare una donna che mi aveva accolto quando ero piccolo, Oddina Paltrinieri. Ma non lo feci".
Sua madre per prima era convinta che gli abusi fossero reali?
"La mia mamma affidataria era sicura che mi facessero del male, ma non era vero. Mio fratello è andato in galera, ma in realtà eravamo molto legati, avevamo un ottimo rapporto. Guardavamo la televisione. Non riesco ad accettare di aver detto queste cose sulla mia famiglia. Mi dispiace tanto".
Perché lei era così convinta?
"Secondo lei è impossibile che un bambino possa inventarsi cose del genere. Ma vi assicuro che dopo determinate domande un bambino dice quello che vuoi. Se a un bambino dici dieci volte che i genitori facevano cose brutte, alla fine lui dice, sì, facevano cose brutte".
Cosa ha provato quando è uscito Veleno?
"Quando è uscito Veleno ho sentito il bisogno di chiedere scusa. Mi sentivo in colpa da una vita. Ho voluto riallacciare i rapporti con quello che resta della mia famiglia, i miei fratelli. Visto che i miei genitori sono morti dopo essersi ammalati in carcere. Ma mia madre adottiva ha detto che dovevo scegliere: o noi o loro. E ci sono stato molto male".
Lei è stato ricoverato più volte in questi anni, perché sentiva di non stare bene psicologicamente...
"Mia madre mi ha portato anche dallo psicologo Claudio Foti, a Bibbiano. Anche lui ha provato a farmi dire che avevo subito gli abusi. E di stare lontano dai giornalisti. Nel mio ultimo ricovero, invece, sono entrato volontariamente. Perché io continuavo a dire che quegli abusi non erano mai avvenuti mentre la mia madre adottiva continuava a sostenere che invece erano avvenuti e che dovevo farmi curare. Non sapevo dove sbattere la testa e ho chiesto di essere ricoverato per qualche giorno. Ma invece mi hanno tenuto 41 giorni contro la mia volontà. Un avvocato mi ha aiutato a uscire".
Perché altri bambini parlarono anche loro di abusi e riti satanici?
"Credo perché anche loro furono pressati, martellati con domande infinite".
E perché alcuni di loro, da grandi, continuano ad affermare di essere stati abusati?
"Perché nelle loro menti si è ormai creato un falso ricordo. O perché è difficile raccontare la verità adesso, dopo tanti anni. Hai paura che se la possano prendere con te per tutte le bugie che hai detto. Anche io avevo paura di dire la verità".
Cosa vuole dire a sua madre? E ai ragazzi che sono nella sua situazione?
"Vorrei dire a mia mamma che anche se non mi crede io le voglio bene. Ai ragazzi voglio dire di farsi forza, e di dire la verità. Perché nessuno ce l'ha con noi. Siamo vittime".
Ora come sta?
"Sono contento, rivedo i miei fratelli. Avevo paura a ricontattarli. Pensavo che l'avessero con me. Non era così".
E da quanto non era contento?
"Da quando avevo 7 anni".
di Conchita Sannino
La Repubblica, 15 giugno 2021
Il ministero della Giustizia: non ci sarà una risposta diretta. Ma la Guardasigilli ha già detto in
Antimafia: "Zero permessi ai mafiosi al 41 bis". La lettera del capomafia Giuseppe Graviano alla ministra Cartabia? È stata già da settimane inoltrata al Dap. Ma l'unica certezza che filtra da via Arenula è che "non c'è stata e non ci sarà alcuna risposta" al boss che fu uno dei mandanti delle stragi del 1993: 10 morti e 106 feriti, oltre al gravissimo danno per il patrimonio d'arte del Paese.
L'unica, del tutto indiretta, "reazione" della titolare della Giustizia si può tuttavia leggere nelle nette parole che la ministra ha pronunciato, solo cinque giorni fa, dinanzi alla commissione Antimafia: "Zero (permessi) al 41 bis", un accento più fermo del solito, illustrando in generale l'esame delle richieste pervenute da alcuni detenuti, evidentemente mafiosi, destinati al regime di carcere duro, mentre si soffermava sul tema dell'ergastolo ostativo e del lavoro sulla nuova norma di cui deve sentirsi investito fino in fondo il Parlamento, se non si vuole che sia la Consulta a procedere direttamente all'abrogazione.
E intanto, da quanto risulta a Repubblica, la missiva indirizzata da Graviano a Cartabia potrebbe essere acquisita dai pm della Procura di Firenze, nelle prossime ore. Proprio come è stato fatto dagli stessi inquirenti con quei fogli che lo stesso ergastolano aveva inviato, ormai 8 anni fa, all'allora ministra Beatrice Lorenzin. Che cosa significano quegli scritti? Recano messaggi o avvertimenti sotterranei? Sono segno di minacce, dopo la stagione di tritolo e sospetti, di macerie e innocenti a terra che puntava a piegare il Paese nei primi anni Novanta? Anche a queste domande, evidentemente, potrebbe rispondere l'istruttoria dei magistrati fiorentini.
Era il 10 giugno scorso quando la ministra Cartabia è arrivata a Palazzo San Macuto, in audizione dinanzi alla commissione parlamentare Antimafia. Nessun riferimento ufficiale alla lettera inviata dal mafioso Graviano, di cui ha dato notizia lunedì scorso Il Fatto. Ma l'ex presidente della Consulta, toccando il tema della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'ergastolo ostativo, e del conseguente "appello" della Consulta al Parlamento, aveva consegnato un dettaglio numerico tra gli altri, a proposito delle richieste globalmente pervenute ed esaminate da detenuti della massima sicurezza.
Cartabia aveva infatti ricordato come i detenuti destinati al carcere duro, quelli sottoposti appunto al 41 bis, non potessero usufruire dei permessi premio (né, ovviamente, della libertà condizionale) proprio perché ritenuti ancora collegati al sistema criminale, considerati socialmente pericolosi e per questo isolati in regime speciale.
"Può essere interessante sottolineare - aveva dunque detto Cartabia - che, dopo la decisione della Corte 253 del 2019 sui permessi premio, dal 41 bis, sei detenuti ergastolani hanno chiesto la possibilità di fruire dei permessi premio. Ad oggi nessuno - dal 41bis - l'ha ottenuto. Zero dal 41bis". Non solo. Precisando inoltre che allo stato, in Italia, "i detenuti sottoposti" al carcere duro "sono 753, di cui 740 uomini e 13 donne", la ministra sottolineava: "Del resto, l'applicazione del regime di cui all'articolo 41 bis presuppone l'attualità dei collegamenti con organizzazioni criminali; sicché, per chi è in regime di 41 bis, l'accesso ai benefici penitenziari non risulta possibile, perché non è compatibile con una valutazione di "sicuro ravvedimento" qual è quello richiesto dalla Corte costituzionale per la concessione dei benefici". Insomma: ostacoli insormontabili su cui possono infrangersi le speranze di mafiosi e criminali. E ora il testo scritto da Graviano potrebbe essere esaminato nell'ambito dell'inchiesta fiorentina.
I pm toscani che indagano infatti, come aveva raccontato tre mesi fa l'Espresso, su alcune dichiarazioni che il boss palermitano di Brancaccio ha reso a proposito dei suoi presunti rapporti con Silvio Berlusconi, avevano già allegato agli atti la missiva che lo stesso padrino ergastolano aveva inoltrato nel 2013 all'allora ministra della Salute.
Cinque pagine fitte, scritte ovviamente a mano, in cui Graviano si dichiarava "innocente", ma in carcere sottoposto al regime di massima sicurezza "solo per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, senza riscontri", aggiungendo poi rivolto a Lorenzin: "Come ben sapete voi esponenti del Pdl, perché dal primo giorno del mio arresto mi è stato detto che se non avessi accusato il presidente di Forza Italia e collaboratori, venivo accusato di tutte le stragi del 1993 in poi. Lo stesso i miei fratelli di altre accuse di associazione mafiosa, invitandomi a confermare le accuse dei collaboratori di giustizia nei confronti del senatore Berlusconi". Racconto poi ribaltato quando è tornato ad accusare Silvio Berlusconi. Che, occorre precisare, è entrato nelle inchieste di mafia almeno per quattro volte, e ne è sempre uscito con una archiviazione.
"Se è vero che Giuseppe Graviano ha scritto una lettera al ministro Cartabia, non ne sono al corrente, dunque non ne conosco il contenuto", alza le mani anche il difensore di Graviano, l'avvocato Giuseppe Aloisio, lo stesso che tre mesi fa ha firmato per Graviano il ricorso in appello contro la sentenza della Corte d'assise di Reggio Calabria in cui era stato condannato all'ergastolo, nell'ambito del processo "'Ndrangheta stragista", come mandante dell'agguato consumato il 18 gennaio 1994 sull'autostrada. All'altezza dello svincolo di Scilla, caddero uccisi due carabinieri: Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Continua il legale: "Se effettivamente l'ha scritta, non penso possa essere un messaggio, non lo credo. A questo punto dovrò parlarci nei prossimi giorni per capire. Ma naturalmente il nostro colloquio resterà riservato".
Ombre, mezze parole e ancora una missiva firmata da un boss che, stando alle sentenze, ha scritto pagine di sangue e morte nei dolorosi anni delle stragi. Ci furono 7 attentati in quei 14 mesi: dal 23 maggio del 1992 al 28 luglio 1993. Non solo le voragini di Capaci e via D'Amelio in cui morirono, con le donne e gli uomini delle scorte, Falcone e Borsellino, ma l'attentato contro Maurizio Costanzo, il raid a Firenze in via dei Georgofili, l'esplosivo a Milano in via Palestro, poi l'altro disegno stragista ancora nella capitale contro la Basilica di San Giovanni Laterano. E almeno un'altra dozzina di esplosioni ideate e non messe a segno. Un incubo che aspetta non lettere di ergastolani, ma pezzi di verità.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 giugno 2021
"Erano tutte bugie, fui costretto a inventare gli abusi sessuali". Sono sconvolgenti le rivelazioni fatte a Repubblica da Davide Tonelli, il "bambino zero" dell'inchiesta sui "Diavoli della Bassa modenese". Aveva appena sette anni quando, nel 1997, raccontò di aver subìto abusi dal padre e dal fratello, e di essere stato coinvolto con altri bambini in riti satanici nei cimiteri. Le sue testimonianze, unite a quelle di altri bambini, portarono all'allontanamento dalle rispettive famiglie di sedici minori, molti dei quali non rividero più i propri genitori. Decine di persone furono accusate di pedofilia e incarcerate. Alcuni imputati vennero poi condannati (come i genitori di Davide), altri assolti quando lo scandalo aveva già stravolto le loro esistenze.
Ora, a distanza di 24 anni, il racconto di Tonelli conferma i sospetti (già sollevati da Pablo Trincia nel podcast "Veleno") circa le pressioni subite dai bambini da parte degli psicologi: "La psicologa Valeria Donati e le assistenti sociali che mi seguivano iniziarono a martellarmi di domande - dichiara Davide - Ricordo diversi colloqui anche di 8 ore. Non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro. Mi chiesero di dire dei nomi e io inventai dei nomi a caso, su un foglio. Per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c'erano persone che facevano dei riti satanici. Ma non c'era nulla di vero. Mi sono inventato tutto. Perché se dicevo che stavo bene non mi credeva nessuno. A forza di insistere ho detto quello che si volevano sentir dire".
Davide poi racconta di essere stato portato in anni recenti dalla madre affidataria (da sempre convinta degli abusi) dallo psicologo Claudio Foti, a Bibbiano: "Anche lui ha provato a farmi dire che avevo subito gli abusi". L'incontro avvenne poco prima che nel 2019 scoppiasse il caso Bibbiano, anch'esso incentrato su un presunto sistema illecito di gestione dei minori in affido, che si sarebbe sorretto sulla manipolazione delle testimonianze dei bambini da parte di assistenti sociali e psicologi.
di Angela Stella
Il Riformista, 15 giugno 2021
Riforma penale. Il professore avvocato Vittorio Manes, Ordinario di Diritto penale presso l'Università degli Studi di Bologna, è tra i componenti della Commissione Lattanzi. "Le proposte di riforma avanzate puntano ad affermare il principio del minimo sacrificio necessario" spiega il giurista.
Il professore a Vittorio Manes, Ordinario di Diritto penale presso l'Università degli Studi di Bologna, è tra i componenti della Commissione Lattanzi, istituita presso il Ministero della Giustizia per elaborare proposte in materia di processo e sistema sanzionatorio penale, nonché in tema di prescrizione del reato.
Professore la riforma riesce a conciliare efficienza della giustizia e rispetto delle garanzie?
Premesso che una migliore efficienza nei tempi della giustizia è di per sé funzionale anche a garantire la durata ragionevole del processo, a me pare che nel perseguire questo obiettivo primario le proposte avanzate dalla Commissione - sulle quali, è bene sottolinearlo, la Ministra deve ancora fare le proprie scelte - abbiano cercato di avanzare soluzioni tutte pervase dallo sforzo di rispettare le direttrici - e dunque anche le garanzie - costituzionali: tra queste, principio di legalità, anche in punto di iscrizione della notizia di reato; riserva di legge, affidando al Parlamento le scelte in tema di priorità dell'esercizio dell'azione penale; sussidiarietà ed extrema ratio, potenziando gli istituti di deflazione sostanziale e processuale; finalità rieducativa della pena, assumendo il carcere ad ultima ratio. Nelle proposte - come è stato evidenziato da Maestri del diritto, come i professori Fiandaca e Pulitanò - c'è un ritorno ad una precisa idea del diritto e della giustizia penale, che vede il processo e la pena come strumenti altamente rights-sensitive, da utilizzare secondo il principio del "minimo sacrificio necessario", cercando nella Costituzione la linea d'arco che sorregge ogni proposta.
Prescrizione: fra le due proposte quale sarebbe più fattibile?
Le opzioni prospettate sono molto articolate, ma entrambe volte a superare il 'blocco" della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. L'idea di un processo senza fine, che abbandoni l'imputato nella morsa del potere punitivo senza alcun termine - co me un suddito in balia del Leviatano - è una idea che ai più appare incompatibile con principi basilari di civiltà del diritto, come del resto è ormai avvertito - anche grazie all'impegno culturale dell'Unione delle Camere penali - da una crescente opinione, anche sul fronte politico. Per questo, la proposta che ha attratto maggiori consensi è quella che sospende la prescrizione solo in caso di condanna in primo grado, al contempo fissando un termine entro il quale dovrà intervenire la sentenza di appello, termine varcato il quale il periodo sospeso verrebbe ricomputato nel calcolo complessivo della prescrizione. Diversa la seconda proposta, che impone tempi fissi e predeterminati per lo svolgimento delle diverse fasi processuali a pena di improcedibilità.
Si prevede di affidare le valutazioni di politica criminale al Parlamento, con una relazione del Csm...
È un punto importante: da un lato si prende alto che l'obbligatorietà dell'azione penale, da tempo, è un valore asimmetrico rispetto alla realtà ed ampiamente derogato nella prassi, anche solo perché il sistema non è in grado di processare un abnorme numero di richieste di attivazione della giustizia penale; dall'altro, si rimette all'unico organo democraticamente legittimato la scelta sull'ordine di importanza da seguire, "anche" sul la base di una relazione del Csm, che dunque avrà un compito meramente consultivo, ma anche di eventuale raccordo con le indicazioni che proverranno dai diversi Uffici delle Procure, in modo da prestare attenzione anche alle specifiche esigenze dei diversi contesti territoriali.
Impugnazioni: il pm non potrebbe appellare le sentenze di assoluzione e l'appello sarebbe per la difesa a critica vincolata...
L'idea di riproporre l'inappellabilità dell'appello del pm in caso di assoluzione non ha solo una finalità di deflazione, ma anche un significato culturale e giuridico sul terreno dei principi, perché valorizza nel modo più compiuto il criterio del ragionevole dubbio, che rischierebbe di residuare sempre a fronte di una precedente assoluzione. Per cercare di considerare le indicazioni offerte, in diverse occasioni, dalla giurisprudenza costituzionale si è ritenuto di bilanciare questa importante modifica introducendo presupposti più stringenti all'impugnazione anche per il difensore. È un terreno dove l'equilibrio è molto difficile, e forse di necessario compromesso: ma immagino che su questo punto la discussione potrà essere significativa, e personalmente spero possa sollecitare opzioni e soluzioni ulteriori.
Indagini preliminari: il pm chiederebbe l'archiviazione quando gli elementi acquisiti non sono tali da determinare la condanna. Si tende a responsabilizzare di più il pm? La stessa idea che ispira la modifica dei poteri del Gup?
In entrambi i casi si propone di potenziare il filtro rimesso ai singoli magistrati, inquirente e giudicante, ad evitare l'instaurazione o la prosecuzione di un processo che non merita di essere portato avanti: un costo economico e organizzativo inutile per lo Stato, a cui corrisponde un costo sociale altissimo per l'indagato. Il pm dovrà propendere per l'archiviazione, in assenza di elementi che lasciano intravedere la probabilità della condanna, ed il Gup dovrà fare altrettanto, di fronte ad imputazioni malferme o "azzardate", ovvero basate su indagini incomplete. Proprio per rivitalizzare l'udienza preliminare - nella gran parte dei casi, un passaggio obbligato che si traduce solo in una ulteriore afflizione per l'imputato -, si prevede che il Gup debba pronunciare sentenza di non luogo a procedere se gli elementi raccolti non sarebbero sufficienti a motivare una condanna. Se questa proposta trovasse spazio, le indagini non potrebbero più essere un "semilavorato", e l'imputazione non potrebbe essere più vista come una crisalide destinata a trasformarsi in farfalla nell'istruttoria dibattimentale.
Si esclude di procedere a un'iscrizione esclusivamente formale di fatti, soprattutto di soggetti la cui posizione sia quasi certamente estranea a profili di responsabilità penale...
Si tratta di un passaggio molto significativo, perché l'idea è quella di subordinare l'attivazione della macchina processuale-punitiva solo se ricorrano 'specifici elementi indizianti", sfatando così il "mito" dell'atto dovuto, che non è affatto tale per l'inquirente, che dovrebbe separare con sorvegliata attenzione, e sin da subito, il grano dal loglio, visto che anche la semplice iscrizione nel registro degli indagati innesca conseguenze gravemente pregiudizievoli per il singolo, e spesso una immediata capitis deminutio, non solo in termini di onore e reputazione, ma con ricadute immediate anche sulla vita familiare, lavorativa, come sulle carriere politiche e sulle sorti economiche di una impresa. Per la stessa ragione, del resto, si è proposto di prevedere che la semplice sottoposizione ad indagini non determini alcun effetto pregiudizievole sul piano civile e amministrativo. Si potrà dire che tutto questo dovrebbe essere scontato, in un sistema incentrato sul principio della presunzione di innocenza: ma sappiamo bene che, nella realtà, non è affatto così.
Patteggiamento e riti speciali saranno ancora più appetibili per l'imputato?
In un sistema accusatorio come il nostro, l'ampliamento dei riti speciali è funzionale a restituire effettività e pienezza al dibattimento, sviluppo processuale che - per le notevoli risorse che impegna - un approccio realista impone di considerare quale "risorsa limitata". In questa prospettiva, oltre ad estendere il raggio applicativo del patteggiamento e a proporre una maggiore diminuzione di pena, si propone di includere nell'accordo la pena accessoria e la confisca, consentendo anche di "patteggiare" una pena già sostituita dalla misura alternativa alla detenzione (come l'affidamento in prova ai servizi sociali), e si propone anche di precludere ogni effetto della sentenza di patteggiamento sul piano extra-penale e, in particolare, nel giudizio disciplinare. L'intento è chiaro: per rendere appetibile il patteggiamento - che per l'imputato implica una dolorosa rinuncia a difendersi bisogna assicurare allo stesso una effettiva convenienza, e soprattutto garantirgli di poter voltare pagina, una volta per tutte, rispetto all'errore commesso.
C'è una chiave di lettura comune a queste proposte?
A mio avviso possono individuarsi diverse chiavi di lettura: la riduzione dei tempi di risposta della giustizia penale, per soddisfare le aspettative di giustizia e assicurare le doverose garanzie agli imputati; la deflazione dei procedimenti e la diversificazione delle risposte sanzionatone, perché la giustizia penale è una risorsa scarsa, e la pena un'arma a doppio taglio che cura e, al contempo, distrugge; su entrambi i fronti, la responsabilizzazione dei diversi protagonisti del processo, pubblico ministero, giudice e avvocato, fino allo stesso reo negli spazi aperti alle esperienze di giustizia riparativa. A quest'ultimo riguardo, le proposte sono volte a migliorare non solo l'efficienza, ma anche l'accountability del sistema, la sua capacità di generare quel "public value" che è la fiducia dei cittadini nella giustizia, corresponsabilizzando tutti gli attori del processo. Ed anche l'avvocato, di fronte ai nuovi istituti che ampliano le possibilità e le opzioni processuali, vede fortemente amplificato il proprio molo, e la propria funzione di controllo critico: una funzione essenziale e vitale in uno Stato di diritto.
- Intercettazioni utilizzabili se il medesimo fatto è riqualificato in reato che non le consente
- Locazioni, abuso del diritto per il locatore che esige arretrati mai chiesti in un'unica soluzione
- No a protezione sussidiaria concessa solo per il superamento di una soglia minima di vittime
- Cagliari. Chiede di essere trasferito per poter vedere i suoi 7 figli
- Messina. Iniziativa dell'associazione "Memento" siciliano











