di Laura Cappon
Il Domani, 26 luglio 2021
Ikram Nazih è ancora in carcere e una cappa di silenzio continua ad avvolgere la sua vicenda processuale. Condannata lo scorso 28 giugno in primo grado a 3 anni di reclusione e al pagamento di una multa per blasfemia, la studentessa italo-marocchina è rinchiusa da allora in un penitenziario di Marrakesh, in Marocco.
In molti, vista la particolarità della sua situazione, speravano che venisse liberata tramite grazia presidenziale, una consuetudine che si è rinnovata il 21 luglio in occasione della Festa del sacrificio (la ricorrenza musulmana dell'Eid al-Adha). Ma la ragazza non è tra i 761 detenuti graziati da re Mohamed VI con un comunicato di rito: "In occasione dell'Eid al-Adha di quest'anno, sua maestà il Re Mohammed VI ha gentilmente concesso la sua grazia a un gruppo di persone condannate da diversi tribunali del regno".
Nonostante le speranze di famiglia e legali di Ikram, e nonostante fra i beneficiari del provvedimento ci fossero anche 14 ergastolani la cui condanna è stata commutata in una pena a termine, era nell'aria che la grazia per Ikram avrebbe rappresentato comunque un'eccezione. I nomi presenti nella lista, infatti, sono stati condannati in tutti e tre i gradi di giudizio mentre Ikram è solo al primo.
Stallo diplomatico - La diplomazia italiana, intanto, continua a seguire il caso. La studentessa, nata a Vimercate e poi trasferitasi a Marsiglia dove frequenta l'università, riceve ogni settimana la visita di un rappresentante del nostro consolato. Questo particolare, tra chi ha familiarità con le autorità marocchine, è considerato un segnale di apertura evidente. Ikram, infatti, ha due passaporti ma, secondo le norme del diritto internazionale, nei casi di doppia cittadinanza come il suo non è possibile per uno dei paesi coinvolti attivare la protezione diplomatica contro l'altro.
"È una vicenda complessa e molto delicata", ripetono come un mantra, e a taccuini rigorosamente chiusi, le autorità italiane alle prese con il dossier. Lo dimostrano le accuse, basate su un post condiviso da Ikram nel 2019 su Facebook, che con un gioco di parole trasformava la sura dell'abbondanza in sura del whisky. Quel semplice clic, a insaputa della ragazza, aveva provocato una denuncia da parte di un'associazione religiosa. Denuncia presa evidentemente molto sul serio dall'autorità giudiziaria, poiché l'Islam in Marocco è uno dei tre pilastri su cui si basa la legittimità dello stato.
Basso profilo - A ormai quasi un mese dalla sentenza di condanna, nessuno ha ancora troppa voglia di azzardare dichiarazioni sul caso. Il padre di Ikram, che è volato in Marocco a seguire la vicenda, non vuole parlare con la stampa, così come il rappresentante legale della ragazza. Secondo alcune fonti marocchine, la famiglia avrebbe nominato un nuovo avvocato. Il difensore d'ufficio che aveva seguito la vicenda dopo il suo primo interrogatorio del 20 giugno aveva rassicurato la giovane che la situazione si sarebbe risolta in tempi rapidi. Appena otto giorni dopo, invece, è arrivata la condanna. La ragazza era stata bloccata al suo arrivo in Marocco, dove stava andando a visitare i suoi parenti.
Dopo l'interrogatorio, il processo si è svolto a Marrakesh perché è la città dove due anni fa l'associazione religiosa aveva depositato la denuncia per blasfemia nei suoi confronti. Anche la comunità musulmana italiana mantiene un basso profilo nonostante l'appello di Davide Picardo, tra i fondatori dei Giovani Musulmani d'Italia, che dopo essere stato uno dei primi a occuparsi del caso sul giornale online La Luce, aveva chiesto la grazia reale alle autorità marocchine. L'opinione maggioritaria nella comunità, anche in assenza di dichiarazioni ufficiali, è che la pena inflitta a Ikram sia eccessiva e che una multa o un periodo di lavori socialmente utili sarebbe stato sufficiente. Soprattutto per una ragazza nata in Italia che non ha mai avuto un profilo da attivista e probabilmente non immaginava conseguenze penali così pesanti per la semplice condivisione di un post.
In attesa dell'appello - Il silenzio delle persone appartenenti sia alla comunità musulmana sia a quella marocchina in Italia dimostrano quanto il tema dell'oltraggio all'Islam resti altamente sensibile. Prendere posizione sul caso significa, anche a queste latitudini, correre comunque un rischio ed esporsi davanti alle autorità di Rabat. D'altronde, la maggioranza dei cittadini marocchini che vive in Italia ha ancora dei parenti nel paese, proprio come Ikram. E c'è chi, a differenza della giovane, non ha nemmeno ancora la cittadinanza italiana. Intanto, il governo italiano continua a muoversi con discrezione per ottenere la sua liberazione. Come rivelato proprio sulle pagine di questo giornale, la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha parlato del caso a porte chiuse nel viaggio ufficiale in Marocco dello scorso 16 luglio.
Giovedì prossimo, in commissione esteri verrà discussa l'interrogazione parlamentare presentata dal deputato della Lega Nord, Massimiliano Capitanio. Ma per sapere quale sarà il destino di Ikram è necessario attendere sino alla fine del mese. A breve sarà calendarizzata l'udienza di appello, mentre il 30 luglio è il giorno della Festa del trono, che celebra il ventiduesimo anniversario dell'incoronazione di re Mohammed VI. Anche in quell'occasione il sovrano marocchino concederà delle grazie reali. E nonostante l'iter processuale di Ikram non sia terminato, c'è chi spera, anche tra le autorità italiane, che stavolta il suo nome possa comparire nella lista dei graziati.
di Piergiorgio Odifreddi
Il Domani, 26 luglio 2021
In questo momento storico la tensione tra il politicamente e lo scientificamente corretto si manifesta con evidenza nei dibattiti sulle problematiche di genere, che si palleggiano fra le contrapposte posizioni delle "scienze" sociali e delle scienze naturali. La confusione deriva in parte proprio dal pessimo andazzo di chiamare "scienza" qualunque disciplina, comprese quelle che di scientifico non hanno proprio niente: né i metodi, né le posizioni.
La differenza più radicale fra le "scienze" sociali e quelle naturali sta nel fatto che le prime, che sono spesso prede e vittime del post-modernismo, tendono a rifiutare qualunque categorizzazione, comprese quelle di genere, mentre le seconde si fondano sulle categorizzazioni, comprese quelle sessuali. Il dibattito sulle categorizzazioni non è comunque una novità, ed è anzi soltanto una versione moderna della famosa disputa medievale sugli universali: i post-moderni di oggi la pensano infatti come i nominalisti di ieri, e sostengono che i termini astratti siano soltanto espressioni linguistiche (post rem), e non corrispondano a una realtà concreta (in re).
Soggettività o oggettività - Nel caso dei generi, la questione degli universali si traduce nella domanda se i raggruppamenti di individui, effettuati in base a caratteristiche sessuali, siano sempre e soltanto costruzioni mentali soggettive, come pensano appunto le "scienze" sociali, o se questi raggruppamenti siano spesso reali e oggettivi, come pensano invece le scienze naturali. La questione, lungi dall'essere univoca, dipende dai linguaggi usati per formulare la domanda, e dai criteri e dai metodi adottati per fornire la risposta, che sono molto diversi nelle "scienze" sociali e nelle scienze naturali.
La sociologia, ad esempio, ha facile gioco nell'ammettere di non poter distinguere i generi in base ai propri criteri, che sono mutevoli e instabili, oltre che vaghi e indefiniti, essendo basati sui comportamenti individuali e sulle relazioni sociali, che spaziano dalle abitudini sessuali all'abbigliamento. Dal canto suo, la psicologia si imbatte in difficoltà ancora maggiori quando sostiene che, per decostruire il genere, basta notare che un individuo può percepirsi in maniera diversa da come appare agli altri, e che questo è tutto ciò che conta.
Questa separazione dell'essenza di una persona dai suoi accidenti costituisce un ritorno alla nozione aristotelica di sostanza, come ha giustamente osservato su Domani il 19 luglio Raffaele Alberto Ventura: sminuendo, però, il fatto che quella nozione non soltanto è ormai anacronistica, ma è stata completamente screditata dalla scienza, fin dal suo nascere.
Come Ventura ricordava correttamente, la nozione di sostanza aristotelica rivela ancor oggi tutta la sua problematicità nella dottrina cattolica della transustanziazione, secondo la quale l'ostia consacrata muterebbe la propria sostanza nel corpo di Cristo, pur mantenendo invariati tutti gli attributi del pane. Non a caso la dottrina fu messa in crisi nel Seicento dal nascente atomismo scientifico, professato da Galileo nel Saggiatore (1623): addirittura, Pietro Redondi ha sostenuto in Galileo eretico (1983) che fu proprio la critica dello scienziato alla nozione aristotelica di sostanza a metterlo nei guai con la Chiesa, più che l'eliocentrismo.
La difesa dell'identità di genere in base alla sua concordanza con la filosofia aristotelica, in generale, e con la nozione di sostanza, in particolare, è dunque un "rattoppo peggiore del buco", e costituisce semmai un argomento a suo carico e colpa, invece che a suo discarico e discolpa. E incominciare a insegnare l'ideologia di gender a scuola non sarebbe meglio che continuare a insegnare il dogma della transustanziazione. Di ore di religione ce ne basta una, e sarebbe molto più sensato pensare di abolirla, invece che di raddoppiarla!
Oggi gli scienziati vengono messi a tacere dai social media, invece che dal Santo Uffizio, ogni volta che si azzardano a dire che i generi "eppur ci sono", o attirano l'attenzione sulle difficoltà di casi come quello di Bruce Jenner, invece che parlare dell'ostia consacrata. Per chi non lo conoscesse, Jenner è stato un grande decatleta, tre volte detentore del record mondiale e medaglia d'oro alle Olimpiadi di Monaco del 1976: ha sempre provato attrazione sessuale solo per le donne, ne ha sposate tre e ha avuto sei figli da loro, ma dichiara di essere mentalmente una donna. Jenner è oggi la più famosa transgender del mondo, ed è apparsa in innumerevoli programmi televisivi americani. Ma ci sono casi meno noti di donne che dicono seriamente di sentirsi gatte, e almeno una, di nome Jocelyn Wildenstein, ha effettuato una serie di costosissime operazioni chirurgiche per acquistare un'apparenza felina.
I casi di Jenner e Wildenstein non differiscono tra loro dal punto di vista logico, essendo entrambi affidati unicamente alle autopercezioni dei soggetti interessati. Ma mentre molti concedono alla transgenericità almeno il beneficio del dubbio, pochi sono disposti a considerare la transpecificità un fenomeno reale, al di là della mitologia di Romolo e Remo o della letteratura di Mowgli. Forse il diverso atteggiamento deriva dal fatto che persino i post-moderni concedono alla specie umana un'oggettività che negano ai suoi generi.
Ma come la pensa la scienza, a proposito del genere? Anzitutto, la morfologia esterna permette di classificarli approssimativamente sulla base degli organi genitali, come si fa nell'atto di nascita. L'anatomia fornisce criteri aggiuntivi di classificazione, che vanno dagli organi riproduttivi interni, all'ossatura e alla muscolatura: ad esempio, i medici legali e gli antropologi riescono spesso a risalire al genere di un individuo, anche a partire da piccoli frammenti del suo scheletro.
Il parere della scienza - Significativamente, le classificazioni anatomiche risultano spesso sovrapponibili a quelle morfologiche: ad esempio, negli sport gli uomini e le donne competono separatamente. Dal canto suo, la biochimica permette una valutazione più sofisticata delle differenze di genere mediante la valutazione dei livelli ormonali del testosterone, del progesterone e degli estrogeni. È appunto su questi ormoni che agiscono le terapie farmacologiche per il cambiamento di sesso, e si basano i protocolli ufficiali di rilevamento dei livelli ormonali per gli atleti maschi transgender che partecipano alle competizioni femminili. È comunque alla genetica che tutte le classificazioni oggettive degli esseri viventi devono ridursi, in ultima analisi. Nelle specie sessuate il genere è determinato dai cromosomi sessuali, che nell'uomo sono di due tipi: uno neutro (X) e uno maschile (Y). I maschi hanno una copia di ciascuno (XY), e le femmine due copie di quello neutro (XX): il sesso è dunque determinato in via maschile, tramite la presenza o l'assenza del cromosoma Y, e non si può cambiare, almeno fino a quando non ci saranno terapie geniche in grado di permetterlo.
Non sembra ci sia però un collegamento tra le tendenze e i comportamenti sessuali che portano alle problematiche di genere e le variazioni atipiche dei cromosomi sessuali. Ad esempio, gli individui con soli cromosomi X sono tutti femmine: normali, se ne hanno due o più, e portatrici della sindrome di Turner, se ne hanno uno solo. Analogamente, gli individui con almeno un cromosoma X e uno Y sono tutti maschi: normali, se hanno un solo cromosoma X, e portatori della sindrome di Klinefelter, altrimenti. Non ci sono invece individui con soli cromosomi Y, perché non sopravvivono.
Come si vede, i problemi sollevati dalla nozione di identità di genere sono variegati, e le vaghe posizioni dei sociologi e gli psicologi si contrappongono nettamente a quelle precise dei fisiologi, degli anatomisti, dei biologi e dei genetisti. Il dibattito sulla proposta di legge Zan non è dunque una contrapposizione fra la destra e la sinistra, come tendono a presentarlo i media, ma fra le "scienze" sociali e le scienze naturali. Il che spiega come mai, anche a sinistra, molti siano a disagio con l'ideologia gender. E non sarebbe male che anche loro potessero parlarne serenamente, senza dover per forza dover dimostrare la fedeltà alla propria "squadra", come se si trattasse soltanto di una partita di calcio giocata allo stadio, invece che di un dibattito da fare in parlamento.
Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2021
Ma è silenzio sulle Rsa che non aprono ai parenti. Tra pochi giorni scade l'ordinanza Speranza sulle strutture per non autosufficienti. Il comitato Orsan: "Quasi tutte la domenica sono chiuse ai parenti per mancanza di personale. È una situazione ormai insostenibile". E prepara un esposto nei confronti del Ministero della Salute, delle Regioni e delle ATS.
Dal ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti a quello degli Affari regionali, Maria Stella Gelmini, passando per quello della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. È unanime il coro ministeriale di auguri ai nonni d'Italia per la prima giornata mondiale degli anziani istituita dal Papa. Che richiama ad alleanze generazionali, cure, custodia e condivisione. Ma dimentica gli anziani ospiti delle Rsa del Paese, in attesa del rinnovo della normativa sulle riaperture delle strutture che ospitano i nonni più fragili e non autosufficienti in scadenza alla fine della settimana.
"Si celebra oggi la prima Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani, istituita da Papa Francesco. Questo tempo chiede di rinnovare e rinsaldare con coraggio quell'alleanza tra generazioni che ha negli anziani e nei nonni il suo pilastro. È un giorno di condivisione e di festa che viviamo con la consapevolezza che soltanto nella cura e nella custodia reciproche costruiamo il futuro", ha scritto su Facebook il ministro Bonetti. Mentre Brunetta ha parlato di "anello di congiunzione tra le generazioni. A loro va il riconoscimento di tutti come modello di solidarietà da preservare, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria". E Gelmini evidenzia come gli anziani siano la "risorsa preziosa per tante famiglie, a loro va il nostro grazie per quello che fanno ogni giorno. A noi l'impegno di proteggerli e non lasciarli mai soli".
"Peccato non poter accogliere l'invito del Papa a visitare i nostri cari anziani", aveva sottolineato venerdì il comitato Open Rsa Now (Orsan) in una nota a proposito della festa odierna ricordando che "noi abbiamo i nostri cari residenti in Rsa e la domenica quasi tutte le Rsa sono chiuse ai parenti per mancanza di personale. È una situazione ormai insostenibile". L'associazione che si sta organizzando per preparare entro il 29 luglio un esposto nei confronti del Ministero della Salute, delle Regioni e delle ATS, ricorda quindi che "a giorni scadrà l'ordinanza Speranza dell'8 maggio e ancora non ci sono notizie sul rinnovo o sul miglioramento della stessa. Chiediamo solo tre cose: che almeno un familiare dotato di green pass abbia accesso libero 7 giorni su 7 alla Rsa; che gli ospiti ricoverati non siamo sottoposti a quarantena dopo le uscite e che si obblighino le Rsa ad aumentare durata e frequenza delle visite. Speriamo che Papa Francesco ci possa sostenere con le sue preghiere".
Oltre ai parenti, a ricordare i coetanei che vivono nelle Rsa ci hanno pensato alcuni anziani della Comunità Sant'Egidio di Milano. "Noi anziani possiamo e vogliamo scegliere per le nostre vite, mentre a molti è stata negata questa possibilità. Abbiamo diritto a vivere e morire a casa nostra e quando non è possibile vogliamo stare in luoghi che siano comunità e non istituzioni, insieme alle altre generazioni. Questo è il nostro sogno". E ancora: "Il Papa è stato molto saggio ad istituire la festa degli anziani dedicata soprattutto a quelli che non hanno una famiglia. È perciò anche la festa delle persone sole. Il Papa è una persona illuminata, anziano come noi, e ha ragione quando dice che nessuno si salva da solo", sottolineano i firmatari, Alberto, Anna, Eugenia, Gianni, Luigia, Luisa, Maria, Pietropaolo, Wanda.
di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 26 luglio 2021
Flick: "La salute è un interesse collettivo". De Siervo: "Il certificato è una strada per non costringere a vaccinarsi". Altro che "dittatura sanitaria" e Green Pass liberticidi. Conversando con alcuni dei più eminenti costituzionalisti italiani si ricava un verdetto unanime: la Costituzione consente sia l'obbligo di vaccinazione che il lasciapassare sanitario e le polemiche non hanno alcun fondamento, almeno dal punto di vista giuridico. Il dibattito sull'obbligo si sta svolgendo in modo "improprio", secondo Giovanni Maria Flick: "È un obbligo presente nel nostro ordinamento da molto tempo, pensiamo alle vaccinazioni per la polio, il morbillo, altre malattie infettive". Soprattutto, ricorda, "la Corte costituzionale ha ribadito che l'obbligo vaccinale è conforme alla Costituzione, ai sensi dell'articolo 16 che stabilisce che la libertà di circolazione - e quindi di socializzare - può essere limitata per ragioni di sanità, con la sola garanzia della legge".
Bisogna poi ricordare che "l'articolo 32 dice che la salute è un diritto fondamentale del singolo - di tutti i singoli! - e un interesse della collettività. Nell'esercizio del mio diritto alla salute non posso danneggiare la salute degli altri". E l'obbligo può avere ancor più un senso "per coloro che svolgono attività a contatto con soggetti fragili". Ma, aggiunge, anche "ragionare sul Green Pass in termini di limitazioni della libertà mi sembra sbagliato: non è un obbligo, ma una attestazione che il soggetto non è tenuto a certe cautele perché si è vaccinato. Non esiste una libertà senza limiti. Sono il primo a dire che sarebbe meglio che la gente si convincesse e non dovesse essere obbligata, e che l'informazione su questo tema evitasse le confusioni praticate in passato. E si può capire la paura di molti. Ma è come per guidare la macchina: occorre la patente. Uno dice: non la voglio perché è una limitazione! Bene, ma se viene beccato è logico che si prenda la multa".
Per Sabino Cassese "l'articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Quindi, con una legge o con altro atto con forza di legge si può disporre un trattamento sanitario obbligatorio". Peraltro, sottolinea, la Consulta "ha stabilito limiti aggiuntivi: vi deve essere una delimitazione temporale e il trattamento sanitario obbligatorio deve rispondere a criteri di proporzionalità e di non discriminazione". Aggiunge: "Altrettanto importante la disposizione dello stesso articolo della Costituzione secondo la quale la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. Dunque, la salute di ciascuno è collegata anche a un interesse collettivo, proteggere la salute di tutti". Insomma, perfettamente legittimo adottare misure per tutelare la salute pubblica, "la lettura degli articoli della Costituzione che ho citato mi pare chiara. Per non parlare dell'articolo 2087 del codice civile per il quale l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".
Ugo De Siervo, poi, non vuole sentir parlare di "libertà". È netto: "Non c'entra niente! Come dice in modo espresso la nostra Costituzione la sanità è un ovvio interesse della singola persona, ma al tempo stesso della comunità nazionale. Quindi bisogna bilanciare le due situazioni". E certamente la Costituzione afferma il "principio fondamentale dei diritti inviolabili dell'uomo, ma nello stesso articolo - immediatamente dopo - si parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Insomma, "nessuno può pensare di chiedere la tutela dei diritti se non si pone a disposizione degli interessi collettivi". Ancor meno fondate sono le critiche al Green Pass che "in fondo è la strada per non obbligare a fare la vaccinazione. E ricordo che molti di noi hanno sul braccio le cicatrici perché obbligo vaccinazione per certe malattie".
di Michele Ainis
La Repubblica, 26 luglio 2021
Questo Green Pass è una creatura misteriosa. Non si capisce neppure se sia un consiglio o un obbligo. se serva a spronare i riottosi o viceversa a bastonarli. Qualcuno osserva che il Green Pass costituisce un requisito, non un obbligo. Altri parlano d'un obbligo indiretto. Mettiamola così: è un requisito obbligatorio. Se ne sei privo, rinunci a buona parte della tua vita sociale. Ma a sua volta l'obbligo - per essere legittimo - soggiace ad alcune condizioni, dettate dalla Carta costituzionale e dal buon senso.
Primo: occorre una legge (o un decreto legge). La pretende l'articolo 32 della Costituzione, affinché una scelta così drastica venga discussa in Parlamento. E la legge dovrebbe poi riflettere un criterio di gradualità, d'applicazione progressiva e temperata, senza liste di proscrizione né diktat, giacché ogni misura sanitaria obbligatoria si situa sul crinale fra libertà e doveri. Nel caso del Green Pass, chi ne è sprovvisto perde una quota di diritti, chi lo ottiene rinuncia giocoforza alla sua privacy.
Secondo: l'obbligo dev'essere esigibile. Può sembrare ovvio, invece non lo è. Quasi la metà degli italiani non ha ancora completato il ciclo vaccinale; e in 20 milioni non hanno ricevuto alcuna dose. Se corressero tutti insieme a vaccinarsi, la loro richiesta non potrebbe venire soddisfatta, perché al momento sussiste una riserva di 3,3 milioni di dosi a Rna messaggero. Senza dire degli immunodepressi o delle persone a cui per vari motivi il vaccino è sconsigliato.
Terzo: l'estensione del Green Pass. Dipende dalla situazione di fatto, e dipende dai diritti in gioco. Oggi c'è un allarme, non un'emergenza assoluta (e meno male) come un anno fa, con gli ospedali saturi e centinaia di morti al giorno. Dunque è lecito comprimere un ventaglio di diritti secondari, relativi al tempo libero, come una cena al ristorante o una domenica allo stadio. Non però i diritti che la Costituzione stessa dichiara "fondamentali": è il caso del lavoro, così come della libertà di circolare su ogni mezzo di trasporto.
Il guaio è che soffia un vento d'intolleranza, acre, nemico delle mezze misure. Da un lato, il popolo dei No vax (2 italiani su 10, stima Diamanti su Repubblica, 31 maggio), o più semplicemente di quanti aspettano che a vaccinarsi siano gli altri, tutti gli altri, così loro la scampano senza pagare dazio. Egoismo di massa, che oltretutto infrange i "doveri inderogabili di solidarietà sociale", evocati dall'articolo 2 della Costituzione. Dall'altro lato, marciano i legionari del vaccino, sguainando il pugnale contro gli infedeli. Così, la virologa Ilaria Capua vorrebbe far pagare ai non vaccinati le cure ospedaliere. Confindustria propone d'espellerli dai luoghi di lavoro, lasciandoli perciò senza stipendio. Idem l'associazione dei presidi rispetto agli insegnanti. E intanto la Statale di Milano ha già vietato le residenze universitarie agli studenti privi del vaccino.
Se l'aria che tira è questa, tanto vale stabilire la vaccinazione obbligatoria, senza troppe ipocrisie. D'altronde il governo l'ha già decisa per i medici. Ma un'ulteriore stretta è lecita soltanto se s'impennano i contagi, i ricoveri, i decessi. Qui e oggi, è stato perciò giusto lasciare fuori dal decreto i diritti fondamentali: scuola, trasporti, lavoro. Ed è invece sbagliato pretendere il Green Pass per i concorsi pubblici (benché sia già obbligatorio un tampone negativo), assimilandoli alle sagre e alle piscine, mescolando il posto fisso con lo svago. C'è infatti un unico criterio distintivo da tenere a mente; e non dipende dalla quantità di folla ospitata in uno spazio, bensì dalla qualità del diritto di volta in volta esercitato.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
La pandemia sta acuendo una grave crisi del sistema istituzionale creato dopo la caduta della dittatura nel 2011. La variante Delta ha inflitto un duro colpo alla Tunisia. L'Europa aiuta la Tunisia con milioni di euro, ma nella diplomazia dei vaccini, in cui conta molto il tempismo, ha perso un'opportunità. All'inizio della pandemia, la prima a inviare vaccini qui è stata la Russia.
Da giugno il Paese è stato travolto da una nuova ondata di Covid, con vaccini insufficienti (solo il 7% dei tunisini ha ricevuto due dosi), carenza di ossigeno negli ospedali e 100-200 morti al giorno (18 mila in totale su 12 milioni di abitanti, il tasso più alto in Africa). "I Paesi del mondo arabo e musulmano sono sembrati più pronti a intervenire, e solo negli ultimi dieci giorni sono arrivate le donazioni europee, che adesso hanno preso piede con invii giornalieri soprattutto nell'ambito di Covax", spiega Youssef Cherif, direttore del Columbia Global Center di Tunisi.
La Tunisia, spesso citata come l'unica storia di successo della Primavera araba, ha bisogno più che mai dell'Europa e di alleati democratici. La pandemia sta acuendo una grave crisi del sistema istituzionale creato dopo la caduta della dittatura nel 2011: al posto del partito unico c'è un triumvirato (presidente, premier e speaker del Parlamento) ma dal 2019 queste figure, che esprimono diversi circuiti di potere, sono entrate in conflitto e manca una Corte costituzionale che dirima le dispute.
L'ascesa del populismo, la perdita di popolarità dei partiti tradizionali e la loro frammentazione hanno reso impossibili le riforme necessarie per risollevare l'economia, ovvero ciò che preoccupa di più i tunisini. Proteste violente sono scoppiate in diverse città ieri, festa della Repubblica, con un assalto agli uffici del partito islamico Ennahda, la principale forza in Parlamento. Il presidente Kais Saied che aveva appena dato all'esercito la gestione della pandemia, ha licenziato ieri notte il premier, sospeso il Parlamento e annunciato che lui stesso gestirà l'esecutivo con l'assistenza del nuovo premier, in quello che Ennahda definisce un golpe. La democrazia non è scontata e va sostenuta dagli alleati.
di Francesco Palmas
Avvenire, 26 luglio 2021
Non è più tempo di propaganda in Afghanistan. Anche gli alti vertici militari statunitensi ammettono che la situazione è critica. Il Pentagono ha dovuto fare una parziale retromarcia e riprendere il supporto aereo ravvicinato alle truppe di Kabul nell'area di Kandahar. Il capo di stato maggiore generale Usa, Mark Milley, è molto franco: "La dinamica strategica è favorevole agli insorti, ma l'esito finale della battaglia è ancora incerto". E ben poco sembra essere valsa a rassicurare il presidente Ashraf Ghani la telefonata ricevuta ieri da Joe Biden. Molto più pessimistiche sono infatti le valutazioni anche dell'intelligence militare del Pentagono: "Il governo di Kabul potrebbe essere rovesciato nel giro di sei mesi".
I taleban cingono ormai d'assedio 16 delle 34 capitali provinciali. Diciotto province su 34 stanno per capitolare. Molte nel nord, un tempo roccaforte dei governativi e dell'Alleanza del nord. E ieri le autorità di Kabul hanno ordinato il coprifuoco nottuno in 31 delle 34 province. Da quando Joe Biden ha annunciato il rompete le righe, gli insorti hanno triplicato il numero di distretti ghermiti. In pochi mesi, i taleban hanno espugnato 13 dei 16 distretti provinciali di Herat, abbandonata dagli italiani. Il governo di Kabul sta tentando il tutto per tutto, presidiando la città con le truppe d'élite. Diffidandone, si è risvegliato pure il signore della guerra locale, Ismail Khan, che ha chiamato a raccolta i suoi miliziani.
La situazione non è migliore a Kandahar, a Kunduz, a Jawzjan, a Laghman e a Takhar, tutte in procinto di capitolare. Nonostante le smentite del ministero della Difesa di Kabul, il 90% dei posti di frontiera con il Tagikistan, l'Uzbekistan, l'Iran e il Turkmenistan sarebbe ormai in mano ai taleban, che hanno riconquistato anche tutti i passaggi strategici con il Baluchistan pachistano. Sembra che l'"Inter service intelligence" e unità speciali dell'esercito pachistano stiano supportando l'offensiva degli insorti.
Ne è convinto il primo vice-presidente afghano, Amrullah Saleh, che accusa i "commando di Islamabad di inquadrare interi reparti di prima linea dei taleban". Quando l'aviazione afghana ha tentato di appoggiare la controffensiva dei regolari a terra, intorno al valico di Spin Boldak, l'Aeronautica pachistana ha intimato di non avvicinarsi allo spazio aereo transfrontaliero, pena l'abbattimento dei velivoli. Il Pakistan ha ripreso a manovrare dietro le quinte. Non è un caso che la Russia, preoccupata dell'instabilità alle sue marche di frontiera centroasiatiche, lo stia corteggiando nuovamente. Vi ha stretto di recente un partenariato promettente. Mosca ha una sorta di accordo di Shengen con tutti i Paesi dell'Asia Centrale. Persone e merci si muovono liberamente.
Un Afghanistan instabile la esporrebbe a infiltrazioni terroristiche del Daesh e a un incremento dei traffici di droga, fluenti lungo la rotta centroasiatica. Per la Russia, si sta aprendo un nuovo fronte, dopo la guerra nel Donbass, i tumulti in Bielorussia, l'escalation fra Armenia e Azerbaigian e i torbidi in Kirghizistan. Al Cremlino sospettano che gli Usa guardino con "simpatia" ai problemi frontalieri russi, forieri di dispersione di forze e di guai.
I russi sono guardinghi. Hanno mobilitato l'intelligence militare del Gru, per monitorare la situazione, mentre il distretto militare centrale sta allertando intere brigate per manovrare con uzbechi, tagichi e kirghizi, tra fine luglio e inizio settembre. L'ambasciatore Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente Putin per l'Afghanistan, sta facendo la spola fra Kabul, l'Asia Centrale, l'ufficio politico dei taleban e i suoi contatti cinesi per delineare un quadro confacente agli interessi di Mosca. La Russia non ha i mezzi per intervenire militarmente. Ma ha due basi ai confini afghani e può far sentire il suo peso. Vuole guadagnarsi una fetta nella spartizione.
Le Terre rare afghane fanno gola non solo a Mosca, ma anche a Pechino, che ha già nel Pakistan un crocevia fondamentale della Via della seta. Nei piani cinesi, un Afghanistan stabilizzato significherebbe nuovi corridoi infrastrutturali e possibilità di far fruttare le concessioni minerarie già strappate a Kabul. Per alcuni, è ormai tempo di affari, anche per la Turchia, che punta a mantenere un corpo di spedizione in Afghanistan, con reparti di force protection all'aeroporto di Kabul, a dispetto delle minacce dei taleban.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 25 luglio 2021
Un governo italiano ha per la prima volta, da trent'anni a questa parte, l'opportunità di sottrarsi alla tutela della magistratura in materia di politica giudiziaria. L'occasione è forse irripetibile. A causa della congiuntura generata dalla pandemia, che ha incrinato equilibri cristallizzati tra poteri e istituzioni, un governo italiano ha per la prima volta, da trent'anni a questa parte, l'opportunità di sottrarsi alla tutela della magistratura in materia di politica giudiziaria. E di attuare, o almeno di incardinare davvero, ciò che da decenni è una sorta di araba fenice del discorso pubblico: la riforma della giustizia.
di Nello Trocchia
Il Domani, 25 luglio 2021
Dopo il pestaggio di Santa Maria Capa Vetere. I disegni di legge presentate alla Camera dei deputati sono due, presentate dal deputato Riccardo Magi (+Europa) e da Giuditta Pini (Pd), ma giacciono in commissione affari costituzionale da due anni e mezzo alla camera dei Deputati.
"Il casco di protezione indossato dal personale delle forze di polizia deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore un codice alfanumerico che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa", recita l'articolo 2 della proposta di legge, firmata da Giuditta Pini, che chiede l'introduzione dei codici identificativi per le forze dell'ordine impegnate nei servizi di ordine pubblico.
di Luigi Manconi
La Stampa, 25 luglio 2021
A Modena nove carcerati morirono per overdose durante la rivolta del 2020. La foto ritrae una tomba nel cimitero di Ganaceto, una frazione di 321 anime del Comune di Modena. Si vede la terra smossa che ricopre una bara tumulata di recente e delimita il perimetro di una tomba che appare improvvisata. Conficcata nella terra, un'asta non alta che porta inchiodato un cartello sul quale sono scritti un nome e alcune date.
- L'appello di Cartabia: cari avvocati, aiutatemi a riformare questa giustizia disastrata
- Riforma della giustizia, le condizioni di Conte: via i reati di mafia o fiducia a rischio
- Cascini: "Con la riforma della giustizia salta la metà dei processi. Il Csm deve poter valutare"
- Giuseppe Santalucia: "I magistrati difendono la giustizia. Legittimo criticare la prescrizione"
- Non scherziamo con la prescrizione










