di Maurizio Cavaliere
isNews.it, 12 novembre 2021
Partirà in questi giorni una nuova campagna solidale di Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, che ha una propria sezione anche in Molise. L'associazione ha inteso promuovere l'acquisto di farmaci da banco che non necessitano di ricetta medica, da distribuire nelle tre case circondariali molisane di Campobasso, Isernia e Larino.
Ieri sera il neo presidente Giovannino Cornacchione, che da alcuni mesi ha sostituito il compianto Gian Mario Fazzini, si è riunito con altri soci di Antigone Molise per deliberare su modalità e tempi dell'iniziativa: "Contiamo di portarla avanti fino alla prossima primavera" ci ha detto Cornacchione - Negli ultimi tempo ci siamo resi conto che all'interno degli istituti penitenziari molisani mancano alcuni farmaci da banco, per esempio quelli contro il mal di testa o le pomate contro le dermatiti, per citarne solo un paio.
Ci siamo riuniti per avviare ufficialmente questa campagna solidale che riteniamo importante e perfettamente in linea con la missione di Antigone". I farmaci di cui necessitano i ristretti sono stati individuati attraverso un elenco che nei mesi scorsi è stato richiesto alle carceri dal Garante regionale dei Diritti delle persone private della libertà personale Leontina Lanciano che lavora a stretto contatto con Antigone e con le altre associazioni che operano per la tutela dei diritti delle fasce della società più a rischio prevaricazioni.
Redattore Sociale, 12 novembre 2021
Oltre 1.700 libri da destinare al circuito bibliotecario degli istituti penitenziari delle Marche: li ha donati la casa editrice "Liberilibri" di Macerata, sostenuta nell'iniziativa dal Garante regionale, Giancarlo Giulianelli. La consegna simbolica di alcuni testi nel corso di un incontro ospitato a Palazzo delle Marche, a cui hanno partecipato lo stesso Garante; Michele Silenzi, direttore editoriale della casa editrice; Marialucia Faggiano, responsabile della Sezione Osservazione e Trattamento del Prap; Rossana Barbaccia, responsabile dell'Area trattamentale degli istituti di Montacuto e Barcaglione; Angela Rutigliano, educatrice presso la Casa di reclusione di Fossombrone e Chiara Azzini, referente delle biblioteche degli istituti penitenziari di Ancona. "Siamo convinti - scrive Giulianelli in una nota - che la cultura rappresenti un tassello importante nel quadro più generale delle attività trattamentali. Ringrazio il presidente della casa editrice, Marco Cingolani, per aver condiviso questo mia idea e spero che ci sia l'occasione di realizzare insieme altre iniziative, come quella di poter effettuare donazioni anche ad istituti penitenziari fuori regione, di cui ho già parlato con altri Garanti".
Giulianelli si è soffermato anche su altre progettualità riguardanti le attività trattamentali, che saranno al centro dell'attività complessiva dell'Autorità di garanzia. "Il nostro obiettivo - ha detto - è quello di fornire ai detenuti strumenti che favoriscono il loro ingresso nel mondo del lavoro una volta fuori dal carcere. Su questo versante la formazione è essenziale". Considerazioni condivise da Marialucia Faggiano, che ha parlato di una significativa capacità della Regione Marche di "fare rete" e ha ricordato due importanti realtà come quella del Polo regionale universitario di Fossombrone (che vede la collaborazione di Prap, Università di Urbino e Garante) e del Polo di formazione professionale a Barcaglione, come non ha mancato di evidenziare l'eccellenza del Sistema bibliotecario carcerario regionale.
La Casa editrice "Liberilibri", nata nel 1986 da un'idea di Aldo Canovari e Carlo Cingolani, è conosciuta per libri di saggistica e narrativa a contenuto libertario e la donazione propone titoli che spaziano in tutti i generi e le collane del catalogo saggistica, narrativa, teatro e carte costituzionali. Presenti 23 grandi autori internazionali, italiani e anche una rappresentanza di marchigiani (Marco Severini e Paolo Rivolta). "Quella che proponiamo - ha sottolineato il Direttore editoriale, Michele Silenzi - è una donazione a cui teniamo particolarmente, anche perché il tema della giustizia, inteso nel senso più ampio del termine, è stato sempre al centro della nostra attività e riteniamo che l'attenzione sulla situazione carceraria vada tenuta alta. La detenzione non può essere inquadrata in una condizione di non umanità". La responsabile della comunicazione, Stefania Gelsomini, ha ricordato che la "Liberilibri" non è nuova a operazioni di questo tipo; nel 2018 sono stati donati 850 volumi agli istituti penitenziari della Campania.
tgcom24.mediaset.it, 12 novembre 2021
Adelina Sejdini si è tolta la vita lanciandosi da un cavalcavia ferroviario a Roma dopo che le era stata riassegnata la cittadinanza albanese. Aveva denunciato il racket della prostituzione.
Si è tolta la vita lanciandosi da un cavalcavia ferroviario a Roma dopo che le era stata negata la cittadinanza italiana, che aspettava da anni, e riassegnata quella albanese, che non voleva più. Questo ha spinto al suicidio Adelina Sejdini, ex prostituta nata a Durazzo, che aveva denunciato il racket albanese della tratta delle donne; così aveva fatto arrestate 40 persone e denunciate altre 80. Ora la sorella Ermira, da Pavia, chiede giustizia. "Mia sorella - racconta - ha affrontato la vita aiutando le persone a non soffrire: quando è stata lei a chiedere aiuto, nessuno l'ha aiutata".
Denunciò il racket albanese - "Voglio sapere cosa è successo - aggiunge Ermira. La salma non ci è ancora stata restituita. Dalle istituzioni abbiamo avuto solo una telefonata, a mio padre, per annunciare che mia sorella era morta". Era disperata, Adelina Sejdini, dopo che nel suo permesso di soggiorno era stato tolto lo stato di apolide e indicata la cittadinanza albanese. Aveva fatto arrestare i suoi sfruttatori, in gran parte appartenenti alla mafia albanese che controllava lo sfruttamento della prostituzione in tutta Italia, e attendeva di ottenere la cittadinanza italiana.
La storia di Adelina - Arrivata in Italia a 22 anni dall'Albania, nel 1996, Adelina per anni è stata picchiata, violentata e mandata in strada. Ha avuto la forza di denunciare e uscire da quell'inferno. Ma, alla fine, si è sentita abbandonata dallo Stato, senza una casa, invalida al 100%, con un tumore al seno e, soprattutto, priva di quella cittadinanza italiana che le sarebbe spettata. Viveva a Pavia, ma per protestare contro la burocrazia, alla fine di ottobre aveva deciso di andare a Roma, nonostante le sue precarie condizioni di salute, sperando di poter incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella o alcuni funzionari del ministero dell'Interno.
Proprio davanti al Viminale il 28 ottobre si era data fuoco. Soccorsa e trasportata all'ospedale Santo Spirito con gravi ustioni, la donna, su disposizione delle autorità, sarebbe dovuto rientrare a Pavia, ma è rimasta a Roma e l'8 novembre si è tolta la vita lanciandosi dal cavalcavia ferroviario di ponte Garibaldi. Aveva 47 anni. Sulla tragedia sono in corso accertamenti da parte della polizia ferroviaria di Roma Termini.
di Lillo Montalto Monella
rainews.it, 12 novembre 2021
Presentato l'intervento di ristrutturazione che punta su innovazione e apertura alla città. Una rivoluzione nella struttura, che si spera inneschi anche una rivoluzione nelle teste, ovvero nel sistema carcerario. Questa la filosofia dietro il progetto di rifacimento della casa circondariale di Udine, in via Spalato. Lavori da 4 milioni e mezzo di euro, soldi provenienti da Roma, che inizieranno nel 2022 per rendere agibile l'ex sezione femminile, abbandonata da 20 anni.
Diventerà un polo culturale e del volontariato, sede di laboratori di attività artigianali. Si aprirà una sezione per i detenuti in semilibertà, con più spazi per i colloqui privati con le famiglie. Saranno rifatti gli impianti, le finestre, installati pannelli fotovoltaici, sistemate le strutture per l'ora d'aria, incluse aiuole per il giardinaggio. Sarà soprattutto costruito un teatro da 100 posti, aperto alla città.
La capienza del carcere di Udine è di 90 posti - un numero che non aumenterà. Ma ad oggi sono 133 i detenuti ospitati. Franco Corleone, garante delle persone private della libertà a Udine rileva che: "Il problema è che con i muri, occorre cambiare le teste, e il carcere deve rispettare i valori della Costituzione".
Indispensabile ora, indica Corleone, è ripensare l'applicazione delle misure alternative per ridurre il sovraffollamento, potenziare la rete per il reinserimento sociale dei detenuti, e aumentare gli organici di servizi sociali e di salute mentale. IL carcere di Udine non ha nemmeno educatori presenti tutti i giorni.
I lavori di ristrutturazione - - che verranno presentati in un seminario di due giorni, alla presenza delle più alte cariche nel settore penitenziario - - vogliono fare di via Spalato un nuovo modello di carcere, "un presidio di civiltà, anche all'interno della stessa regione. Nel frattempo qualche passo avanti è stato fatto negli ultimi mesi: è stata ristrutturata l'infermeria, allestita una palestra per detenuti, rinnovata quella per la polizia penitenziaria e istituito un luogo di culto e sala riunioni per una 20ina di persone. Il progetto di rinnovamento del carcere sarà presentato ai detenuti, che ora hanno anche un comitato di rappresentanza di 15 membri.
di Monica Magro
youtg.net, 12 novembre 2021
Afflitti da disturbi di personalità e di adattamento alla loro condizione, che derivano anche dall'uso di sostanze stupefacenti. È la fotografia dei detenuti nel carcere di Uta. Se ne è parlato durante l'appuntamento "la tutela della salute mentale: dal territorio alle carceri" organizzato dall'Ats e iniziato oggi al T-hotel di Cagliari.
Una due giorni con massimi esperti della materia durante la quale è emerso che nel penitenziario cagliaritano la metà dei detenuti è tossicodipendente e usa diverse sostanze stupefacenti. L'età media è di 35 anni. La condizione della sezione femminile è la stessa. Quelli in carico al dipartimento di salute mentale zona sud sono circa 250.
"Rispetto al lockdown la situazione è rimasta immutata", spiega Matteo Papoff responsabile progetto carceri Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - Zona Sud, "l'aspetto più preoccupante è determinato dall'uso di nuove sostanze e dal suo incremento. la Sardegna non fa eccezione rispetto al resto d'Italia".
E per migliorare la quotidianità dei detenuti l'Ats ha deciso di incrementare le figure professionali. "Stiamo modulando le risposte, aumentando le figure presenti come quella degli psicologi ed educatori", dice Graziella Boi, direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - Zona Sud, "spero in un prossimo futuro che si possa parlare anche di terapia di gruppo".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 12 novembre 2021
Il magistrato di sorveglianza di Rebibbia ha firmato per la scarcerazione della donna che rischiava di partorire in prigione. Soddisfatti i Garanti. Anastasia: "Divieto di custodia in carcere largamente disatteso". La detenuta in attesa di due gemelli, della quale vi avevamo parlato qualche giorno fa, non partorirà in carcere.
A dare la notizia è stata la Garante di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni, dalla sua pagina Facebook: "Una buona notizia. Il Magistrato di Sorveglianza di Rebibbia Femminile ha appena firmato per l'accoglienza in comunità per la signora in attesa di due gemelli. Ieri è arrivato il definitivo per il suo procedimento e quindi è passata di competenza al Tribunale di Sorveglianza di Roma. A nome mio e del Garante Regionale Stefano Anastasia un sincero apprezzamento per la velocità con la quale il Magistrato ha risolto questa delicata vicenda a rischio".
Come ci spiega proprio la garante comunale Stramaccioni "la donna, di circa 38 anni, aveva già una condanna definitiva per furto a Roma e il magistrato di sorveglianza, il dottor Marco Paternello, le aveva già concesso l'affidamento in una comunità; ma c'era un altro procedimento a Milano che prevedeva la custodia cautelare. Per fortuna è arrivato il definitivo anche per questo secondo caso di furto e la competenza è tornata al Magistrato di Sorveglianza di Roma che nel giro di due giorni, essendo stato allertato ed avendo una grande sensibilità, ha predisposto il trasferimento nella comunità, specializzata proprio nell'accoglienza di donne incinte.
Ma qual è il motivo profondo per cui è così difficile richiedere e ottenere che i detenuti siano trattati decentemente? Qual è la ragione connaturata per cui non ci si preoccupa, e anzi spesso ci si compiace, del fatto che i detenuti "soffrano"? Da decenni penso alle cose della giustizia e in decenni ho cambiato molte convinzioni in proposito, ma una ho avuto da sempre e ho ancora. E cioè che coloro ai quali ripugna l'idea che il detenuto possa ambire a qualche modestissimo miglioramento di vita non essere trasportata in ospedale". Purtroppo, ci spiega la garante Stramaccioni, "queste donne rom hanno diversi cumuli di pena ma non per reati gravi o contro la persona".
Per il garante Anastasia, riconfermato da poco portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali, "è stato un bel risultato. Nelle settimane scorse la collega comunale ed io avevamo scritto al giudice per le indagini preliminari a Milano, rappresentandogli appunto le condizioni della signora e quindi anche il pericolo che potesse partorire in carcere.
Gli abbiamo chiesto di verificare comprendono la preziosità del bene supremo di cui il detenuto, pur trattato meglio, è in ogni caso privato, e che loro invece, per quanto possano essere maltrattati dalla vita, hanno in ogni caso a disposizione: la libertà.
Chi giudica superfluo, o magari offensivo, che al detenuto sia assicurato di vivere in una cella non affollata, di avere cibo accettabile e buone cure mediche, di disporre di spazi e strumenti di studio e svago, e momenti di intimità con parenti e persone care, cosa potesse essere fatto. In realtà non speravamo che si definisse il procedimento, saremmo stati soddisfatti anche di una attenuazione delle misure cautelari per essere trasferita in una struttura in attesa della decisione di merito.
Invece è arrivata la definizione del procedimento e tutto si è risolto per il meglio, evitando di ripetere quanto accaduto quest'estate a Rebibbia quando a partorire in carcere fu una giovane rom che aveva solo rubato 40 euro da un portafoglio".
Quest'ultimo dettaglio porta il Garante Anastasia a muovere una e risente di tutto questo come se si trattasse dell'oltraggiosa concessione di privilegi ingiustificati, a tanto risentimento giunge perché non avverte "differenza di stato" tra sé e il detenuto. Se il recluso "sta bene", allora non c'è più nessuna differenza rispetto a chi è libero, perché a far differente la condizione dell'uno da quella dell'altro non c'è, perché non ha nessun valore, la libertà disprezzata di chi sta fuori e quella soppressa di chi sta dentro.
Se la libertà non vale nulla per chi critica alla normativa attuale, ossia l'articolo 275 comma 4 del codice di procedura penale ("Quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza.
Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputato sia persona che ha superato l'età di settanta anni"): "la norma che vieta di disporre le misure cautelari per le donne incinte di fatto è largamente disattesa.
Frequentemente ci sono donne in gravidanza nei nostri istituti penitenziari, mentre in termini generali il nostro ordinamento lo vieterebbe. La tendenza è quella di rilevare spesso la 'eccezionale rilevanza', legata non tanto alla gravità del fatto, quanto alla storia di queste donne che entrano ed escono frequentemente dagli istituti penitenziari, trattandosi di rom che spesso si rendono protagoniste di furti".
Per questo, conclude il Garante, "visto che il Ministero della Giustizia ha istituito la commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, nella relazione finale si dica chiaramente che la custodia cautelare in carcere non si applica alle donne incinte, mentre l'eccezionale rilevanza può essere immaginata per reati di particolare gravità, come quelli offensivi per la persona, non certo per un furto di 40 euro".
lapoliticalocale.it, 12 novembre 2021
Si è tolto la vita in carcere e gli altri detenuti hanno organizzato una colletta per portare i fiori sulla sua tomba. Il dramma è successo all'interno della Casa circondariale di Monza tra le 3 e le 4 di mattina di domenica scorsa.
Un uomo polacco di 47 anni era recluso al Sanquirico dal 2018, dopo aver riportato una condanna definitiva a 16 anni che prevedeva il fine pena nel 2033. Seguito dall'area trattamento, dalla Asst di Monza e da alcuni volontari, già in passato aveva denunciato un forte malessere, ma la notte del 31 ottobre è arrivato il gesto estremo, denunciato anche dal collegio dell'autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Un episodio che ha scosso tutti gli operatori, gli agenti di Polizia penitenziaria, il compagno di cella ma anche tutti gli altri detenuti della stessa sezione.
Proprio questi ultimi giovedì scorso hanno intrapreso "un'iniziativa di solidarietà e umanità nei confronti della scomparsa dell'uomo - come ha spiegato la direttrice della Casa circondariale Maria Pitaniello - inviando alla direzione del carcere una richiesta di poter contribuire economicamente all'acquisto di fiori da portare al funerale, e posare sulla futura lapide".
Fiori per una degna sepoltura, una volta che le esequie verranno celebrate la prossima settimana; al momento, su disposizione della Procura, lo scorso venerdì è stato effettuato l'esame autoptico. Tutti gli elementi e la dinamica dei fatti sembrerebbero confermare la natura del decesso come suicidio.
Allarme suicidi in carcere - E quello nella Casa circondariale di Monza sarebbe l'ultimo di tre avvenuti nel giro di una sola settimana, dopo i decessi del 25 e del 30 ottobre nelle carceri di Pavia e Isilli; la morte dello straniero ha portato il numero dei suicidi di detenuti in Italia a 47 dall'inizio dell'anno.
di Irene Famà
La Stampa, 12 novembre 2021
Protesta degli agenti della Polizia penitenziaria al carcere Lorusso e Cutugno di Torino per chiedere provvedimenti per gestire la situazione "di emergenza" all'interno della casa circondariale. Le sigle sindacali hanno indetto un presidio domani alle 10, all'esterno dei cancelli dell'istituto. "Abbiamo mandato continue note, ma tra i vertici della casa circondariale e il personale di polizia penitenziaria c'è totale assenza di comunicazione" spiegano in una nota stampa.
I sindacati raccontano di "continue tensioni all'interno dell'Istituto, turni di lavoro massacranti, continuo stravolgimento della programmazione dei turni, continui sbeffeggi e gravi aggressioni da parte della popolazione detenuta". I sindacati spiegano che la casa circondariale è sovraffollata "oltre il 35% della capienza" e sottolineano la "presenza di soggetti affetti da problematiche di natura psichiatrica che, senza la possibilità di essere impegnati nell'arco della giornata, sono lasciati liberi nelle sezioni a regime aperto, dove ingaggiano scontri fisici anche con gli altri detenuti".
C'è poi la questione di "grave carenza di organico" nei vari settori e delle "difficoltà quotidiane che gravano sulla sorveglianza generale, su ciascun padiglione detentivo, sul nucleo traduzioni e piantonamenti". I sindacati invitano le forze politiche a partecipare al presidio. "È triste constatare che il carcere di Torino sia lasciato allo sbaraglio - dicono - considerato che questi è tra i più critici d'Italia, se non il più complesso. L'amministrazione penitenziaria deve prendere provvedimenti con urgenza".
di Lodovico Poletto
La Stampa, 12 novembre 2021
L'Ospedaletto non c'è più. Cancellato d'ufficio - e non senza qualche polemica - dopo la morte di Mamadou Moussa Balde, nato in Guinea 23 anni fa, e suicidatosi mentre si trovava in "isolamento sanitario": ovvero dentro l'Ospedaletto del Cpr di Torino: il centro per migranti in attesa di rimpatrio. Era il 22 maggio scorso.
Un mese fa avevamo detto che i tentativi di togliersi la vita da parte degli ospiti della struttura - in molti casi si tratta di simulazioni - erano più di venti. Adesso i numeri sono schizzati in alto come nessuno si aspettava. Dall'inizio di settembre all'altro ieri, nel centro di corso Brunelleschi, 57 immigrati hanno tentato - o fatto finta - di uccidersi. Ed il numero è impressionante.
Perché la questione, a più di un mese dalla denuncia de La Stampa, non è ancora stata affrontata dal punto di vista amministrativo. Cioè: esaurite un paio di riunioni in Prefettura, al complesso di corso Brunelleschi, che riceve immigrati da tutta Italia, tutto è continuato come se nulla fosse accaduto. Non sono state adottate strategie per evitare il ripetersi di questo pericolosissimo film. Non sono cambiate le regole. Tanto che la chiave trovata da molti ospiti per riuscire a sfuggire alle maglie dei rientri in patria coatti, continua a far lievitare le statistiche.
Cinquantasette ragazzi sono finiti nei pronto soccorso degli ospedali più vicini - il Martini e il Maria Vittoria - per quelli che la burocrazia chiama "gesti anti conservativi". Hanno ingoiato pezzi di lamette dei rasoi usa e getta, hanno ingerito vetri delle lampadine o delle luci al neon, oppure hanno costruito un cappio adoperando le t-shirt oppure con i lacci delle sneakers. Se tutto è finito bene e nessuno ci ha rimesso la vita, è soltanto un caso.
Basta poco che una simulazione - come lo sono gran parte di queste storie - si trasformi una tragedia vera. Cinquantasette persone, dunque, hanno rischiato di morire così. Per quale ragione molti migranti in attesa di rimpatrio adottino questa strategia è ormai è ampiamente chiaro. Chi è stato ricoverato per un tentato suicidio - e al momento delle dimissioni dall'ospedale ottiene una diagnosi di stato depressivo - che è considerata incompatibile con la detenzione deve immediatamente tornare in libertà.
Così stabilisce la legge. Perfetto: si tratta di un doveroso gesto di umanità. Ma se i tentati suicidi sono simulazioni? E se qualcosa va male? Al Cpr di Torino, fino qualche mese fa esisteva una stanza che si chiama Ospedaletto. Serviva per ricoverare le persone che avevano bisogno di assistenza. Ma il Cpr non è un carcere e il sistema di vigilanza è circoscritto. Ci sono sì dei poliziotti, che garantiscono la sicurezza della struttura, ma niente di più. O meglio poco di più. Intervengono se - e quando - ci sono rivolte (e ci sono stati dei periodi in cui capitavano con una frequenza impressionante). Gli agenti garantiscono inoltre che gli accessi al Cpr siano autorizzati.
In pratica non sono agenti di polizia carceraria: perché quello non è un carcere. E quello non è il loro compito. Per cui non vigilavano che chi era all'Ospedaletto non uscisse. Di qui la precauzione adottata dai responsabili della struttura di chiudere a chiave la porta. Quel gesto è costato - tra le altre cose - anche l'accusa di sequestro di persone al medico del Cpr nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Mamadou Moussa Balde.
E per chi non se lo ricordasse era il giovanotto picchiato selvaggiamente a Ventimiglia da un gruppo di ragazzotti. E senza una ragione vera. Ecco l'indagine su quella vicenda da qualche giorno si è arricchita di un altro elemento. Nel fascicolo aperto dai magistrati Vincenzo Pacileo e Rossella Salvati - e nel quale figuravano già indagati il medico e il direttore della struttura (l'accusa che era stata loro mossa è di omicidio colposo) - adesso sono stati iscritti anche alcuni poliziotti della questura di Torino.
Cinque in totale: tre agenti semplici e due graduati. Per loro il reato contestato è il concorso. Si domandano cioè i magistrati se quella morte avrebbe potuto essere evitata. E se tutti hanno fatto il loro dovere. Di questa vicenda nessuno parla volentieri. Anzi, di più: nessuno parla. L'unico che commenta è Eugenio Bravo il segretario provinciale del sindacato di polizia Siulp che dice due cose. La prima: "Il Cpr sta diventando una farsa che fa soltanto spendere una marea di soldi ai cittadini, senza adempiere alla ragione per cui era stato previsto: cioè l'espulsione degli extracomunitari che non hanno diritto di restare in Italia".
La seconda: "Occorre ripristinare al più presto modalità più efficaci possibili per le espulsioni. Diversamente queste strutture saranno una perdita di tempo per le forze dell'ordine è una pia illusione per le espulsioni". Intanto l'"incubo suicidi" aumenta. E le ambulanze fanno la spola dal pronto soccorso al Cpr, e ritorno. Nessuno lo dice apertamente, ma trovare qualcuno che voglia prendersi la responsabilità di quanto sta accadendo dietro quei muri altissimi che circondano l'ex scalo ferroviario diventato un finto carcere, è sempre più complicato.
di Francesco Oliva
La Repubblica, 12 novembre 2021
Cinquantuno anni, 22 dei quali vissuti in cella, ora racconta in un libro come la passione per il cibo gli abbia cambiato la vita: prima fra le mura del supercarcere di Trani poi, una volta uscito, dandogli una seconda possibilità. Un libro per raccontare la sua esperienza in carcere dove ha subito soprusi e ingiustizie ma dove ha anche imparato il mestiere che ora svolge con passione e amore da circa dieci anni. "Sono un cuoco non uno chef" esordisce Fulvio Rizzo, 51 anni 22 dei quali trascorsi dietro le sbarre molti dei quali al 41 bis, il carcere duro. La sua passione per la cucina si è rivelata un balsamo per attendere il fine pena e concedergli una nuova chance appena tornato in libertà.
Ora Rizzo gestisce un albergo e un ristorante, collabora nella stesura di opere teatrali e ha scritto anche un libro il cui titolo è la sintesi perfetta dei suoi primi 51 anni: "Diventare chef (nonostante tutto)". Nei giorni scorsi ha presentato la sua prima fatica letteraria il cui ricavato sarà in parte devoluto all'associazione Antigone che da anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. E Rizzo di battaglie ne ha fatte tante e vinte altrettante.
Da ragazzino ci sapeva fare con il pallone e per tanti rappresentava una giovane promessa del calcio salentino; l'amicizia con Antonio Corvino che comprò il suo cartellino; poi, però, arrivarono le cattive amicizie; gli anni vissuti negli ambienti della malavita fino al carcere. Dietro le sbarre Rizzo ha visto il buio ma anche la luce (le amicizie coltivate, il diploma di ragioneria, la laurea in sociologia). "Ho fatto degli errori in gioventù - racconta - ho trascorso tanti anni dietro le sbarre per colpe non mie ma la vita mi ha riservato un'altra opportunità".
Rizzo era detenuto nel carcere di Trani quando si è avvicinato ai fornelli. "Dopo una protesta per il cibo scadente il direttore del carcere mi propose di allestire una squadra racconta. Lo feci ed è stata la decisione che mi ha cambiato la vita. Iniziai un percorso in cucina e il cibo si è rivelato qualcosa di eccezionale anche perché mi permetteva di trascorrere trenta/quaranta minuti con tutti gli altri compagni di cella". Nel tempo Rizzo ha affinato le doti anche se rimane modesto. Una specialità? La lasagna di Portofino (besciamella, pesto e gamberetti) ideata in cella come "innocente evasione" e come risposta a una guardia che gli disse che il mare non l'avrebbe più rivisto. Rizzo, invece, non ha mai mollato.
Insieme con il socio "fratello", Gigi Perrone, "l'unico maestro che ha creduto in me e che mi ha teso una mano" ha aperto un ristorante apprendendo velocemente i trucchi del mestiere. I primi anni non sono stati semplici. Rizzo doveva rientrare in carcere entro le 21 perché in regime di semilibertà ma sono stati anche gli anni dei concorsi in cucina e dei riconoscimenti. Ed ora eccolo qui. Pronto a dispensare suggerimenti e consigli su come una pietanza vada preparata per valorizzare i sapori e soddisfare i palati più esigenti. "Tutto questo - dice con un pizzico di emozione - non sarebbe stato possibile se non avessi avuto al mio fianco una donna speciale come mia moglie e mia figlia che ho ritrovato fuori già donna e imprenditrice".
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