di Catello Romano*
Il Riformista, 13 novembre 2021
"Mai, invero, si placano quaggiù gli odi con l'odiare: con il non odiare si placano, questa è Legge Eterna". Movendo dal verso posto qui in epigrafe - così squisitamente buddhista nella forma quanto universale nella sostanza - vorremmo parlare di ciò che assai colpevolmente si affaccia nel nostro Paese parecchio tardivamente, una realtà che va sotto la denominazione di "giustizia riparativa" e di cui si è sentita l'eco nella recente riforma del processo penale fortemente voluta da Marta Cartabia.
di Salvatore Curreri
Il Riformista, 13 novembre 2021
Le due proposte di legge (l'una costituzionale, l'altra ordinaria) presentate da Fratelli d'Italia per scongiurare, a loro dire, lo "smantellamento" del carcere ostativo per i boss mafiosi dimostra una volta ancora, ed in modo tristemente inequivocabile, quanto ancora lunga sia la strada che separa una certa cultura politica che pur si candida alla guida del Paese dai principi della nostra Costituzione sulla pena e la sua funzione, nonostante ci separino quasi 75 anni dalla sua approvazione e più di 250 dal Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 13 novembre 2021
Ma qual è il motivo profondo per cui è così difficile richiedere e ottenere che i detenuti siano trattati decentemente? Qual è la ragione connaturata per cui non ci si preoccupa, e anzi spesso ci si compiace, del fatto che i detenuti "soffrano"? Da decenni penso alle cose della giustizia e in decenni ho cambiato molte convinzioni in proposito, ma una ho avuto da sempre e ho ancora.
E cioè che coloro ai quali ripugna l'idea che il detenuto possa ambire a qualche modestissimo miglioramento di vita non comprendono la preziosità del bene supremo di cui il detenuto, pur trattato meglio, è in ogni caso privato, e che loro invece, per quanto possano essere maltrattati dalla vita, hanno in ogni caso a disposizione: la libertà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2021
"Dopo 90 anni potrebbe finalmente essere modificato (e migliorato) il servizio del vitto e del sopravvitto per la popolazione detenuta", rivela pubblicamente la garante dei detenuti del comune di Roma Gabriella Stramaccioni che si è attivata durante questi anni per denunciare i bandi di appalto sull'erogazioni di questi servizi per la popolazione detenuta del carcere di Rebibbia.
Ed ha ragione. Dopo l'annullamento, come riportato da Il Dubbio, a seguito della sentenza della Corte dei Conti e la promozione del nuovo bando del provveditorato del Lazio, Abruzzo e Molise separando il servizio di vitto (a carico dello Stato) da quello del sopravvitto (a carico dei detenuti), man mano, da come si evince dal sito del ministero della Giustizia, sono stati annullati i bandi di tutti gli altri provveditorati.
Come ricorda sempre la garante Stramaccioni, fino ad ora i due servizi venivano affidati alla stessa ditta producendo gravi danni per la salute delle persone detenuta con somministrazione di cibo scadente ed a costi esorbitanti per quanto riguarda il sopravvitto. Un cambiamento significativo che va nella giusta direzione e che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha accolto e rilanciato, concretizzando ciò che aveva preannunciato in risposta al question time della senatrice Margherita Corrado, riguardante, appunto, l'affidamento del servizio per il vitto dei detenuti e internati. Si dà, così seguito, anche alla raccomandazione urgente inviata dal Garante nazionale delle persone private della libertà, volta a fissare negli istituti penitenziari un livello qualitativo del vitto che garantisca il diritto alla salute e a una sana alimentazione delle persone ristrette. La raccomandazione, condivisa con i Garanti regionali interessati e con la Garante dei detenuti di Roma, è stata formulata a partire dalla recente pronuncia della Corte dei Conti, che ha negato l'approvazione dei contratti che prevedevano un unico fornitore per il vitto e il sopravvitto in Istituti del Lazio, Abruzzo e Molise.
di Giulia Borraccino
consumatore.com, 13 novembre 2021
Un progetto dedicato alle donne dentro le carceri italiane. Il 3 novembre è stato sottoscritto il protocollo d'intesa che dà il via al programma di prevenzione delle malattie fisiche e psicologiche che implicano la sfera femminile. Non sono passate inosservate all'opinione pubblica le rivolte in carcere che dall'inizio della pandemia hanno preso piede in alcuni istituti circondariali. E tristemente leggiamo le notizie di violenze ed abusi ai danni dei detenuti, che riescono ad emergere grazie alle testimonianze dei familiari. E queste sono solo fotografie occasionali di ciò che vuol dire "abitare" quotidianamente in istituto penitenziario.
La vita in carcere è dura. Quando si parla di detenzione è facile affibbiare l'etichetta dei buoni e dei cattivi, in base alle proprie idee. Ma bisogna tener presente che si tratta sempre di persone, inserite, per propria volontà o meno, in un contesto difficile che spesso viene emarginato e rifiutato dalla società.
E lì, partendo dal presupposto delle buone intenzioni, sono tutti sulla stessa barca, detenuti ed operatori. Non si deve dimenticare che chi lavora in carcere non sono solo gli addetti alla sorveglianza armati, ma anche infermieri, operatori socio-sanitari, addetti alla cucina, amministrativi etc. Tutti che girano intorno ad un luogo dove nessuno vorrebbe stare, dove la libertà negata traspira nell'aria, anche se si può entrare ed uscire. Quindi, almeno quando si parla di benessere psichico e fisico, non ci sono troppe barriere tra chi sta da una parte e dall'altra delle sbarre. Di questo se ne sono rese conto anche le istituzioni.
A seguito di un protocollo d'intesa tra fra Atena Donna e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, sottoscritto dalla Presidente della onlus, Carla Vittoria Maira, e dal Provveditore regionale di Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, Carmelo Cantone, ha preso avvio il progetto #Liberalamente, dedicato a tutte le donne presenti negli istituti penitenziari.
Il progetto prevede una serie di incontri con medici e specialisti per parlare ed affrontare il tema delle malattie legate all'essere femminile. Agli incontri parteciperanno detenute, poliziotte ed operatrici, nella stessa aula e nello stesso ruolo di discenti.
Carla Vittoria Maira, presidentessa della onlus Atena Donna: "Durante il complesso periodo che abbiamo vissuto con il lockdown, perdendo la nostra quotidianità abbiamo percepito la limitazione dello spazio e della libertà e questo ci ha fatto riflettere su quanto queste sensazioni possano essere esasperate per le donne che vivono quotidianamente questa condizione". E così per una volta il loro essere donna mette dalla stessa parte della barricata chi è privato della libertà e chi deve assicurarsi che questa libertà venga sottratta.
di Carlotta Di Santo
agenziadire.com, 13 novembre 2021
"Di nuovo allarme sovraffollamento, depenalizzare reati droga-correlati". "Secondo le statistiche più recenti, risalenti all'anno scorso, sono entrati in carcere dalla libertà 14.092 tossicodipendenti con un rilevante calo rispetto agli anni precedenti a causa della pandemia. Per la quasi totalità sono di genere maschile (96%) e per un terzo di nazionalità straniera (33%). I detenuti tossicodipendenti entrati nel corso del 2020 rappresentano il 39,9% sul totale degli ingressi, quindi una percentuale sempre molto alta. In ogni caso, in merito alle presenze effettive di 'consumatori di sostanze stupefacenti' in carcere è giustificato ritenere che questi dati siano sottostimati".
di Fabio Fiorentin*
Il Dubbio, 13 novembre 2021
Approfitto volentieri dell'ospitalità offerta sulle colonne de Il Dubbio, per cercare di offrire alcune brevi notazioni sulla proposta di modifica della disciplina dell'ergastolo "ostativo", alla luce delle sentenze della Consulta n. 253/ 2019 e della Corte europea dei diritti dell'Uomo nel caso Viola c. Italia, da cui la proposta stessa trae diretta ispirazione.
di Andrea Gianni
Il Giorno, 13 novembre 2021
Il Tribunale condanna l'Inps: sulla disoccupazione no a trattamenti differenziati rispetto agli altri cittadini. Anche i detenuti che hanno lavorato all'interno del carcere, per l'amministrazione penitenziaria, hanno diritto a ricevere la Naspi quando restano disoccupati.
Un principio sancito dal Tribunale del lavoro di Milano, che ha condannato l'Inps a versare l'indennità di disoccupazione a un detenuto che, assistito dalla Cgil, ha vinto il primo round della battaglia legale. "Va osservato che la peculiarità del lavoro penitenziario non può consentire l'introduzione di un trattamento differenziato tra i detenuti e gli altri cittadini in materia di assicurazione contro la disoccupazione", si legge nella sentenza. Il Tribunale, inoltre, evidenzia che "il lavoro penitenziario alle dipendenze del ministero della Giustizia e quello libero subordinato sono assimilabili: pertanto non possono sussistere ragioni per escludere il diritto alla Naspi qualora ricorrano i presupposti previsti dalla normativa specifica".
Una sentenza che, per la Cgil, scrive "una pagina importante per la dignità del lavoro e per il riconoscimento di una funzione realmente rieducativa della pena". Il detenuto aveva lavorato in carcere per quasi due anni come addetto alla consegna e alla gestione della spesa e come cuoco. "Sono molto contento perchè questa è una battaglia di civiltà - spiega - spero che questa battaglia possa essere utile anche per tutti gli altri lavoratori detenuti che hanno subito la stessa ingiustizia da parte di Inps". Al centro del ricorso, seguito dagli avvocati Gariboldi e Marcucci, la circolare dell'Inps del marzo 2019 che ha escluso dall'indennità chi ha lavorato durante la carcerazione. "La Corte di Cassazione ha affermato che questa attività lavorativa, legata alla funzione rieducativa e di reinserimento sociale, prevede una graduatoria per l'ammissione al lavoro - specificava l'Insp nel 2019 - ed è soggetta a turni di rotazione e avvicendamento. Questi non possono però essere assimilati ai periodi di licenziamento che danno diritto all'indennità di disoccupazione".
Ai detenuti che lavorano all'interno e alle dipendenze dell'istituto penitenziario, quindi, "non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività. L'indennità di disoccupazione da licenziamento spetta invece nel caso in cui il rapporto di lavoro sia stato svolto con un datore di lavoro diverso dall'amministrazione penitenziaria". Considerazioni ribaltate dal Tribunale di Milano. "La sentenza - spiega la Cgil - dimostra il carattere discriminatorio della scelta dell'Inps".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2021
Il corpo del reato è un giornale anarchico dal nome "Vetriolo", considerato "clandestino" dagli inquirenti, anche se era reperibile su internet e quindi acquistabile da tutti al costo di due euro. Una rivista che conterrebbe, secondo l'inchiesta coordinata dalla procura di Milano e di Perugia, scritti considerati di grave istigazione al terrorismo e all'eversione dell'ordine democratico.
Capi d'accusa gravi che hanno riguardato anche il 34enne spoletino Michele Fabiani. È stato tratto in arresto e sono stati disposti i domiciliari. Sì, perché è finito sotto la lente di ingrandimento dei carabinieri dei Ros il "Circolaccio Anarchico". Parliamo di un piccolo locale dove si riuniscono i ragazzi anarchici, tra i quali appunto Fabiani. Una sede non "clandestina", perché fortunatamente siamo in democrazia ed essere anarchici non è, o non dovrebbe, essere reato. Michele Fabiani avrebbe, quindi, istigato al terrorismo all'eversione dell'ordine democratico. Come? Per i suoi articoli sulla rivista "Vetriolo" e le scritte apparse sui muri di Spoleto.
I Ros, su mandato della procura di Perugia, hanno perquisito anche la casa di Michele Fabiani. Tra i vari materiali acquisiti, come denuncia il padre al giornale La Nazione, anche la sua tesi su Hegel. Ha ripreso a studiare e sta per laurearsi in filosofia all'università di '' Roma 3''. Materiale, probabilmente, considerato scottante per la procura. "Non stiamo parlando di semplici parole - ha voluto precisare il procuratore della Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone -, nessuno vuole censurare il diritto di libertà di esprimersi di chiunque. Quando però questo diritto di libertà diventa uno strumento attraverso il quale soprattutto i più giovani vengono in qualche modo coinvolti in attività illecite, ovviamente siamo fuori dal diritto di libertà di parola". Ma nel contempo, durante la conferenza stampa, ha anche aggiunto: "Agli indagati vengono contestate istigazione molto gravi, all'esito delle quali ci sono stati episodi violenti. Non abbiamo la prova che siano ascrivibili a loro, ma sappiamo che all'interno del mondo anarchico vengono raccolte". Quindi, per stessa ammissione del procuratore Cantone, non hanno prove che le idee anarchiche pubblicamente professate tramite una rivista, non sono poi state tradotte, dagli autori stessi, in atti violenti. Non è poco. Per ora, di fatto, hanno tratto agli arresti domiciliari un ragazzo per il solo fatto di aver professato idee "sovversive" e dato un contributo alla stampa anarchica.
Non è la prima volta che Fabiani e altri ragazzi anarchici spoletini finiscono in un vortice giudiziario, poi finito nel nulla. A condurre l'operazione è la stessa procuratrice di ora. La pm Manuela Comodi, nel 2007, aveva accusato Michele Fabiani e Andrea Di Nucci di aver spedito una lettera di minacce, contenente due proiettili, all'ex presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Agli altri invece a vario titolo, venivano contestati anche alcuni danneggiamenti in alcuni cantieri. A tutti veniva contestato l'articolo 270 bis, ovvero, i ragazzi erano accusati di aver costituito un'associazione terroristica di matrice anarco insurrezionalista la cui sigla sarebbe stata Coop - Fai (Contro ogni ordine politico- Federazione anarchica informale). Al processo d'appello, il teorema giudiziario è stato quasi del tutto smantellato.
Per tutti e cinque i ragazzi era decaduta l'accusa di terrorismo. L'inchiesta giudiziaria, dal nome epico "Operazione Brushwood", era stata condotta dal generale Giampaolo Ganzer dei Ros, sotto la guida della pm Comodi. Tutto finito nel nulla. Non c'erano armi, né un piano eversivo. Del Coop- Fai neanche traccia. I cinque ragazzi non erano più considerati terroristi ma due di loro, tra i quali Fabiani, erano comunque stati giudicati colpevoli di danneggiamenti a una ruspa e imbrattamento dei muri di un cantiere. Tutto qui. Lo Stato ha speso risorse e mezzi per una scritta sui muri. Da ricordare che quelle azioni anarchiche erano finalizzate per evitare la costruzione di un ecomostro (l'edificio è stato descritto così da due diverse commissioni parlamentari) all'interno delle antiche mura di Spoleto.
La storia, forse, si sta ripetendo. C'è il rischio, si spera infondato, di creare la percezione che professare idee anarchiche, quindi tesi per il superamento dello Stato, sia reato. Di fatto, l'anarchico è dichiaratamente anti- sistema, non lascia e non accetta spazi per alcun tipo di delega. Non apprezzerà mai, pensiamo a Michele Fabiani stesso, questo articolo di giornale perché è parte della "stampa borghese". L'anarchico è impermeabile a qualsiasi dialogo o apertura con le istituzioni. È portatore di un'idea di superamento dello Stato che è da considerarsi eversiva di per sé; dunque perseguibile a prescindere.
Per questo motivo se a imbrattare le mura o danneggiare una ruspa lo fa un anarchico, quell'azione ha in sé la caratterizzazione eversiva. Quando l'anarchico agisce in gruppo, questo gruppo non potrà che essere un'associazione con finalità eversiva dell'ordine democratico. Se lo fa qualsiasi altro gruppo, difficilmente gli viene addebitato un capo d'accusa così grave.
Detto questo, ritorniamo alla rivista incriminata "Vetriolo". Si apprende direttamente dalla promozione fatta su internet dagli autori stessi, che in quel giornale sono pubblicate analisi e provocazioni, suggestioni e approfondimenti. Sicuramente ci sono testi durissimi contro le forze dell'ordine che si devono stigmatizzare. Ma i linguaggi violenti posso essere tradotti come istigazione al terrorismo e, addirittura, all'eversione dell'ordine democratico? Per tentare una plausibile risposta, ci viene in aiuto la sentenza della Cassazione numero 25452 del 2017: "L'anticipazione della repressione penale finirebbe per sanzionare la semplice adesione a un'astratta ideologia che, pur aberrante per l'esaltazione della indiscriminata violenza e per la diffusione del terrore, non è accompagnata dalla possibilità di attuazione del programma; si finirebbe così per reprimere idee, piuttosto che fatti".
di Davide Varì
Il Dubbio, 13 novembre 2021
Intercettazioni, per il costituzionalista Francesco Saverio Marini, bisogna limitare l'uso indiscriminato della micro-spia che invece dovrebbe essere "assolutamente eccezionale".
L'uso dei trojan "richiede un ripensamento e un'attenta riflessione, perché per come oggi è disciplinato incide troppo invasivamente sulla vita privata di tutti i cittadini, ledendo la riservatezza delle comunicazioni personali sancita dall'articolo 15 della Carta costituzionale.
È assolutamente necessario trovare un nuovo e più equilibrato bilanciamento tra i valori costituzionali che vengono in rilievo, potenziando i limiti giuridici all'uso del trojan; il suo utilizzo deve essere assolutamente eccezionale. Oggi la segretezza delle comunicazioni rischia di essere gravemente compromessa e nessuno, pur non avendo commesso illeciti, può escludere di non essere intercettato. Gli stessi giustizialisti sono i primi ad esserne consapevoli e ne subiscono le conseguenze". Così il costituzionalista Francesco Saverio Marini, professore di Diritto pubblico all'Università di Roma Tor Vergata, che all'Adnkronos individua i punti essenziali su cui a suo giudizio è necessario intervenire dal punto di vista normativo.
Tra gli interventi, Marini indica in primo luogo la necessità che siano rideterminati i reati per i quali è possibile ricorrere alla micro-spia: "Una cosa è intercettare nell'ambito di reati di mafia o terrorismo internazionale, un'altra estendere a quelli contro la Pubblica amministrazione anche a titolo colposo, non doloso, includendo anche i meri incaricati di pubblico servizio". Con che conseguenza? "Che io semplice cittadino - risponde - potrei incappare senza saperlo nel trojan inserito sul telefono di un dipendente della pubblica amministrazione".
In secondo luogo, secondo il costituzionalista, "va limitata la possibilità d'uso di questi strumenti, che vanno utilizzati solo per il fine per il quale sono stati autorizzati. Non in modo indiscriminato, ma circoscritto a situazioni di luogo e tempo. Vanno, poi, ampliate le garanzie processuali, prevedendo il coinvolgimento di un organo collegiale. Più in generale - prosegue - nella prassi si incorre talvolta in un errore di fondo sullo strumento: il trojan dovrebbe, infatti, essere un mezzo solo di conferma delle indagini, cioè degli indizi che già individuano una colpevolezza, non di ricerca nuovi reati".
In terzo luogo, che accade nell'ipotesi in cui il magistrato autorizzi l'uso del trojan al di fuori di quanto previsto dall'ordinamento, ad esempio nel caso in cui non ci siano indizi sufficienti? "Qui ci ricolleghiamo alla responsabilità dei magistrati - risponde il giurista - Rispetto all'uso del trojan sarebbe necessario un approccio più garantista dato che si incide sui diritti fondamentali della persona. Tra l'altro andrebbero risarciti effettivamente i soggetti oggetto di intercettazioni e che poi vengono assolti. Mentre l'ordinamento oggi non garantisce un risarcimento adeguato, che dovrebbe consistere non solo in un totale ristoro delle spese di giustizia, ma anche di tutti gli effetti dannosi all'immagine e personali che l'uso del trojan ha prodotto".
Tra l'altro, afferma il professore di Tor Vergata, "l o Stato si deve assumere la responsabilità, in termini di costo vivo e diretto, dei danni gravissimi che può provocare a soggetti privati, anche attraverso la diffusione di informazioni riservate a mezzo stampa. Solitamente, non dovrebbe essere il giornalista che deve garantire il risarcimento, perché il suo mestiere è proprio quello di diffondere la notizia e di informare, ma lo Stato che deve assumersi l'onere economico del perseguimento dei reati, nel quale non può non rientrare anche il risarcimento integrale a chi è stato incolpevolmente danneggiato".
- I danni del populismo penale. Casellario dei veleni che hanno intossicato la giustizia
- Firenze. Caro Nardella, Sollicciano è un'occasione perduta
- Torino. "Musa Balde in isolamento dentro l'Ospedalettto del Cpr per una dermatite"
- Reggio Calabria. Corsi di formazione per i detenuti. "Per inserirsi nel mondo del lavoro"
- Pescara. "Casa circondariale, realtà complessa con 170 detenuti tossicodipendenti"









