di Ilario Lombardo
La Stampa, 30 luglio 2021
Chiamate preoccupate anche dal Quirinale. La mediazione di Giorgetti. Il premier ha rischiato il rinvio di un'altra riforma dopo fisco e concorrenza. È il tono della voce - di solito controllato, pacato, piatto - che tradisce con il passare delle ore il nervosismo di Mario Draghi. La voce, raccontano i ministri che hanno partecipato in prima linea alle trattative, si indurisce e rompe gli argini della pazienza quando il presidente del Consiglio capisce che nessuna delle due parti è disposta a cedere sulla riforma del processo penale. Né il M5S che si impunta su un comma, contenitore di molti reati-satellite di mafia, per neutralizzare il più possibile la prescrizione. Né la Lega, Italia Viva e Forza Italia, decisi a non concedere più nulla ai 5 Stelle. La mediazione alla fine arriverà, e Draghi per questo ringrazierà soprattutto il ministro leghista Giancarlo Giorgetti, per aver trovato il modo di rendere conciliabili posizioni inconciliabili.
Sulla scena principale ci sono tre avvocati: da una parte Giuseppe Conte per il M5S, dall'altra Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, difensore di Giulio Andreotti e di Matteo Salvini, e Niccolò Ghedini, senatore di Forza Italia e legale di Silvio Berlusconi. Sono loro a sfidarsi a distanza sui tecnicismi dell'improcedibilità. Ma concentrarsi troppo su quel punto dell'articolo del Codice di procedura penale, il 416 bis 1, che riguarda l'aggravante mafiosa di particolari delitti, sarebbe riduttivo per spiegare cosa davvero è avvenuto in una mattina e in un pomeriggio dove fino all'ultimo si è rischiato di scivolare nell'ennesima crisi di governo agostana. Una tensione arrivata talmente al limite da aver trascinato dentro le trattative il Quirinale e Beppe Grillo.
Interessi, strategia, propaganda: è la politica, pura, che si riprende la scena, e si impone su un'armonia artificiale, creando una profonda smagliatura al governo di unità nazionale. Non è quello che si aspettava Draghi per il 29 luglio, a quattro giorni all'inizio del semestre bianco, quando non sarà più possibile sventolare la minaccia dello scioglimento del Parlamento e delle elezioni anticipate. Il premier aveva promesso all'Europa per la fine del mese il via libera a tre riforme: giustizia, concorrenza, fisco. Le prime due sono considerate da Bruxelles vincolanti per i soldi del Recovery. Al mattino, dopo una notte di trattative che sembrano non portare a nulla, davanti al premier si materializza l'incubo di non veder approvata nessuna delle tre. Non il fisco e la concorrenza, rinviate a settembre, né, forse, la giustizia sulla quale la maggioranza è nello stallo più totale. È il motivo che spinge Draghi a tentare una forzatura. Convoca il Consiglio dei ministri alle 11.30, ma senza ordine del giorno. Vuole piegare Conte e i 5 Stelle, che ancora insistono ad avere correttivi alla legge e non si sentono abbastanza garantiti sui reati di mafia, terrorismo e violenza sessuale.
Il Cdm inizierà solo un'ora e mezza dopo e verrà quasi subito interrotto per una lunga sospensione. Le riunioni con il M5S sono continue. Per Conte è la prima vera trattativa. La segue dalla Camera, in contatto continuo con i ministri e la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina. Attorno a lui ci sono i capigruppo, e diversi parlamentari. Sa che il confronto sarà durissimo e iper-tattico. "Se il testo della riforma rimane quello per noi è no", fa sapere al premier, con cui si sente ripetutamente. Ancora nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola "astensione". I 5 Stelle lo faranno all'ora di pranzo, prima dell'inizio del Cdm. "Sei sicuro?" chiedono i ministri a Conte. "Sì - è la risposta - sulla mafia non si transige". Ce l'ha soprattutto con la Lega e le resistenze che oppone, come gli spiegano Draghi e la ministra Marta Cartabia.
La crisi, fino a quel momento poco più che una fantasia estiva, diventa realtà sulla bocca di Luigi Di Maio. È lui a chiedere a Conte fino a che punto intende spingersi. Ed è sempre lui a chiarire a Draghi il rischio che sta correndo. Non sarà come è avvenuto quando la Lega si astenne in Consiglio dei ministri sul decreto delle riaperture, a fine aprile. L'astensione dei 5 Stelle sarà seguita da un voto contrario in Parlamento, anche nel caso in cui il governo dovesse imporre la fiducia sul testo. "Sarebbe la fine del governo di unità nazionale". È in quel momento che Draghi capisce che fanno sul serio e interrompe il Cdm per trovare una mediazione.
Scongiurare il peggio diventa l'imperativo di tutti. Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, secondo quanto riportano fonti qualificate, si informa di quello che sta accadendo con Palazzo Chigi, con Di Maio e con Conte. Ma anche Di Beppe Grillo che sente al telefono il ministro degli Esteri e viene aggiornato dall'ex premier sulla decisione, condivisa con ministri e parlamentari, di astenersi in caso di mancato accordo. Conte entra ed esce continuamente dall'ufficio della Camera, per rispondere al telefono. Lo chiamano anche dal Pd. Lo implorano di concedere una mediazione. Trovano un compromesso fissando per i reati del 416 bis 1 l'improcedibilità solo dopo 5 anni. Di fatto è un'eternità e ai 5 Stelle può andar bene, ma solo a patto che emerga come si è comportata la Lega: "Mi rammarica il comportamento della Lega - dice Conte - che in pubblico usa slogan contro la mafia e poi, lontano dalle telecamere, ci ha fatto una durissima opposizione".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 luglio 2021
Per il deputato e presidente di +Europa Riccardo Magi, per completare il dibattito sulla giustizia, ampliandolo anche alle questioni di politica criminale, occorre accelerare la discussione sulla modifica costituzionale per abbassare il quorum per amnistia e indulto e puntare alla depenalizzazione per i fatti di lieve entità legati alle droghe, come ci aveva detto qualche giorno fa anche la neo presidente di Md, Cinzia Barillà.
Onorevole si torna a parlare di amnistia all'interno della più ampia cornice di riforma della giustizia. Lei è primo firmatario di un progetto di legge costituzionale n. 2456, ispirato al volume "Costituzione e clemenza" curato da Pugiotto, Corleone, Anastasia. Di che si tratta?
È urgente riaprire un dibattito sul recupero dell'istituto dell'amnistia e dell'indulto, a 30 anni dall'intervento del Parlamento che nel 1992 di fatto lo sterilizzò, portando il quorum necessario per approvarli ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera, che è superiore a quello che serve a modificare la stessa Costituzione. Attraverso questa proposta di modifica dell'articolo 79 Cost. - che attualmente ha raccolto le firme dei colleghi Giachetti, Migliore, Bruno Bossio, ma che spero trovi consenso anche tra quelli di Forza Italia - si vuole ridare praticabilità allo strumento, abbassando il quorum alla maggioranza dei membri del Parlamento e condizionando l'approvazione degli atti di clemenza a due presupposti tra loro alternativi: "situazioni straordinarie", ad esempio una pandemia che crea emergenza sanitaria in carcere, "ragioni eccezionali", legate anche ad una riforma radicale in ambito penale. Voglio per questo ringraziare la neo presidente di Magistratura Democratica che ha riportato questa questione nel dibattito. Segnalo anche che pochi giorni fa il senatore dem Zanda ha chiesto di riflettere sull'opportunità di adottare un atto di amnistia che accompagni la riforma del processo penale. Deve essere chiaro a tutti che non si può parlare realisticamente di amnistia se non si fa questa modifica costituzionale.
Diversi accademici, analizzando la riforma Cartabia, hanno messo in evidenza che sarebbe necessaria una seria depenalizzazione, su cui anche lei sta lavorando...
Partirei dalle parole della Ministra Cartabia nell'informativa sui fatti di Santa Maria Capua Vetere, quando ha chiesto di individuare le cause profonde del malessere del carcere. Allora non possiamo non partire dal chiederci chi è in carcere e perchè. Più di un terzo dei reclusi attualmente in carcere e dei nuovi ingressi sono lì per la violazione del Testo Unico sugli stupefacenti. Se a questi aggiungiamo i detenuti che sono negli istituti di pena per altri reati ma che sono tossicodipendenti arriviamo quasi alla metà dell'intera popolazione carceraria. Non avremmo il sovraffollamento se non fosse per i reati di droga. Si tratta di un dato macroscopico che non può mancare dalla riflessione sulla giustizia e sul carcere. Anche qui la presidente di Md ha colto il punto quando ha parlato della depenalizzazione per i reati legati al Testo Unico a partire dai fatti di lieve entità, per cui si finisce in carcere in sette casi su dieci. Casi come quello di Walter De Benedetto hanno dimostrato l'assurdità della legge vigente. Invece la riforma della Ministra Cartabia ha indicato la necessità che i reati di lieve entità non abbiano come esito il carcere affinché si possa avere un impatto deflattivo sia sulle carceri sia sulla giustizia. E proprio in questa direzione va il testo base depositato in commissione giustizia alla Camera - e spero che la prossima settimana venga adottato- un testo unificato di una mia proposta e di quelle della Licatini del M5S e di Molinari della Lega che riguarda esattamente la depenalizzazione dei fatti di lieve entità relativi alle droghe e che tocca un altro punto citato dalla presidente Barillà nella sua intervista e cioè la depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale di cannabis. Noi proponiamo anche la eliminazione delle sanzioni amministrative che si rivelano gravose soprattutto per i giovani, perché prevedono ad esempio il ritiro della patente o del passaporto.
Lei è stato autore della famosa interpellanza che ha stanato l'immobilità del ministro Bonafede sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere. È invece soddisfatto della risposta dell'attuale Guardasigilli?
Dalla ministra e dal presidente Draghi abbiamo sentito parole chiare e importanti che prima non avevamo sentito. C'è stata anche una ammissione da parte della Guardasigilli: all'interno dell'amministrazione penitenziaria è mancata la capacità di indagare. Si tratta di una considerazione definitiva rispetto a quello che ci sentiamo continuamente ripetere quando presentiamo degli atti di sindacato ispettivo su ipotesi di fatti gravi che avvengono in carcere: nulla si può fare se la Procura non chiude le indagini. Adesso sappiamo che non è vero perché c'è un livello amministrativo e politico che può e deve approfondire.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 luglio 2021
Il Csm boccia ufficialmente la riforma Cartabia. Proprio mentre in Consiglio dei ministri i partiti trovavano l'intesa, a Palazzo dei Marescialli l'assemblea ha votato le due delibere elaborate dalla sesta Commissione, con le quali sono state cassate le norme volute dalla ministra della Giustizia, prima fra tutte quella sulla improcedibilità, pensata per stemperare lo stop alla prescrizione introdotto dall'ex guardasigilli Alfonso Bonafede.
Un meccanismo che, secondo il plenum, determina "l'irrazionalità complessiva del sistema", con il rischio di "rilevanti e drammatiche ricadute pratiche" delle nuove norme "in ragione della situazione di criticità di molte delle Corti D'Appello italiane". La prima delibera è stata approvata con 16 voti a favore e tre contrari, quelli dei laici della Lega Emanuele Basile e di Fi Alessio Lanzi e della togata di Mi Maria Tiziana Balduini, con quattro astensioni, quelle del laico della Lega Emanuele Cavanna e dei togati di Mi Loredana Micciché, Paola Braggion e Antonio D'Amato.
Prima del voto, il plenum ha respinto l'emendamento sostitutivo proposto dal consigliere Lanzi, secondo cui la riforma Cartabia, seppur con qualche criticità, "nell'attuale sistema politico è l'unica soluzione concretamente e politicamente possibile". Così, invitando a ragionare in termini di "realpolitik" ed evidenziando l'occasione di poter usufruire di ingenti fondi per riformare la giustizia, ha invitato i consiglieri ad eliminare dal parere termini "da tregenda" e a ragionare sull'esigenza di arrivare ad un processo che non duri all'infinito.
Illustrando il parere, il presidente della sesta commissione, il laico M5S Fulvio Gigliotti, ha sottolineato "la dubbia compatibilità" della norma sull'improcedibilità con "fondamentali principi dell'ordinamento, da quello dell'obbligatorietà dell'azione penale a quello di ragionevolezza ed eguaglianza". Gigliotti ha poi segnalato "l'insostenibilità pratica" della riforma che comporterebbe, "in numerosi distretti giudiziari, l'impossibilità di portare a conclusione un gran numero di processi".
"Nessuno pensa che un processo debba durare 10-15 anni - ha sostenuto il togato di Area Giuseppe Cascini. E tutti siamo consapevoli del fatto che l'Europa ci chiede di ridurre i tempi di durata dei giudizi. Ma la soluzione non può certo essere quella proposta dal governo". E secondo il togato, il rischio è "la morte di migliaia di processi in appello e in Cassazione e, dunque, una rinuncia dello Stato a perseguire i reati". Bisognerebbe intervenire, piuttosto, sulle "gravissime patologie del sistema giudiziario italiano, diventate ormai endemiche" la cui "soluzione non può essere quella di mandare in fumo migliaia di processi, e il Csm ha il dovere di segnalare le conseguenze di questa riforma sulla funzionalità degli uffici e sulla resa di giustizia".
Per il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, "il contributo del Csm allo sforzo di ridurre i tempi del processo penale è nello spirito della piena collaborazione. Le scelte operate del governo hanno aspetti di grande positività, come in tema di giudizio di appello e Cassazione - ha sottolineato -. Vi sono però profili critici da evidenziare, pur nella condivisione delle scelte di fondo. Ad esempio, l'opzione per la improcedibilità dopo la sentenza di primo grado dovrebbe essere collegata alla stasi del processo causata da inerzia e non a termini perentori, analoghi a quelli della prescrizione ma più brevi".
Secondo Giuseppe Marra, togato di Autonomia e Indipendenza, "il principio costituzionale della ragionevole durata deve convivere con altri principi costituzionali come quello del diritto alla effettiva tutela giurisdizionale, che riguarda anche le vittime dei reati, le quali hanno un diritto ad ottenere giustizia con sentenze che accertino i fatti e le responsabilità dei reati, prospettiva che l'istituto della improcedibilità ignora".
Per il laico M5S Alberto Maria Benedetti, una norma così fatta rappresenterebbe anche una sorta di incentivo a delinquere, in quanto "se i processi si estinguono e le pene non si applicano chi vuole delinquere ha molte speranze di farla franca". Durante il plenum è intervenuto anche il primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio. Secondo cui il Csm "doveva esprimere le sue critiche, perché il legislatore sappia quali saranno gli effetti delle sue scelte, nel rispetto delle rispettive competenze". Secondo Curzio, la disciplina della improcedibilità dei processi penali in Cassazione rischia di mettere in crisi "un settore della Corte che funziona bene e rendere necessario spostare risorse dal civile, settore quest'ultimo sul quale si misurerà la possibilità di usufruire dei finanziamenti del Pnrr".
Il plenum ha dunque votato anche la seconda delibera, che tocca, in particolare, il tema dell'equilibrio tra il potere legislativo e quello giudiziario. L'assemblea ha dato l'ok al parere con 17 voti a favore, il solo voto contrario del laico della Lega Emanuele Basile e l'astensione dell'altro laico in quota Lega, Stefano Cavanna, e dei vertici della Cassazione, il primo presidente Piero Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi.
Uno dei rilievi mossi riguarda la possibilità, per il Parlamento, di definire dei criteri di priorità nella trattazione degli affari. Ciò, secondo il Csm, rischia infatti di sbilanciare "l'attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato", in quanto il potere legislativo potrebbe così "orientare" la funzione giudiziaria sulla base dei valori delle maggioranze politiche del momento. Ciò che conta, invece, è "la condizione oggettiva dell'ufficio e della realtà criminale insistente nel territorio ove esso si colloca".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 30 luglio 2021
La ministra sarà all'anniversario e annuncia il potenziamento dei magistrati a Bologna. "Non c'è giustizia senza un completo accertamento dei fatti e delle responsabilità". La ministra della Giustizia Marta Cartabia anticipa così il senso della sua presenza a Bologna, in nome del Governo, alla commemorazione della strage alla stazione. Una presenza importante, soprattutto alla luce del processo in corso sulle responsabilità di mandanti e finanziatori dell'attentato più grave dal dopoguerra. La Guardasigilli arriva a Bologna con l'obiettivo dichiarato di esprimere il sostegno personale e del Governo all'Associazione dei familiari delle vittime e alla magistratura inquirente, impegnata nei processi in corso (entro fine anno inizierà in Appello il secondo grado contro Gilberto Cavallini, già condannato in Corte d'Assise all'ergastolo).
"La strage - dice - fu un gesto di violenza cieca, distruttiva, nichilistica. Un gesto che stroncò la vita di tante persone innocenti, lavoratori, viaggiatori, bambini, famiglie. Fu un attacco al popolo italiano e al cuore della Repubblica. Verrò a Bologna il 2 agosto, in rappresentanza del Governo, per rinnovare concreto sostegno all'associazione dei familiari delle vittime e agli uffici giudiziari della città, che ancora oggi sono all'opera per arrivare all'accertamento di tutte le responsabilità". Nell'anno in cui, udienza dopo udienza, sta emergendo in modo sempre più deciso il ruolo avuto da eversione nera, apparati deviati dello Stato, politica e massoneria, la rappresentante dell'esecutivo ricorda come sia "importante che anche dopo 41 anni si stia celebrando un processo ai mandanti di quella strage".
Alla vigilia della commemorazione Marta Cartabia ha annunciato che "il 30 luglio al ministero si programmerà il rinnovo per altri 3 anni del protocollo per la digitalizzazione dei processi di interesse storico, strumento fondamentale per tenere viva la memoria e contribuire a fornire nuovi stimoli investigativi su questa e su altre stragi avvenute in un'epoca di terrorismi, trame occulte e depistaggi". Inoltre, annuncia ancora, "vogliamo sostenere la Procura generale di Bologna, che si trova ad affrontare, in una condizione di scopertura d'organico, due processi collegati al 2 agosto '80".
Per quanto riguarda l'arrivo di nuovi magistrati, di cui il ministero "ha già parlato tempo fa con il procuratore generale", si è in attesa "di un parere del Consiglio superiore della magistratura - richiesto ormai nell'ottobre scorso - sulle piante organiche flessibili".
Quando il Csm si sarà pronunciato "la situazione si potrà sbloccare rapidamente, e sarà possibile dare un po' di sollievo anche a Bologna, dove dovrebbero arrivare altri 9 magistrati, tra funzioni giudicanti e requirenti". Inoltre "molto presto faranno ingresso negli uffici giudiziari nuovi magistrati, cancellieri e altro personale" in vista "del nuovo anno in cui prenderà il via l'ufficio del processo". Per Cartabia "la strage è una cicatrice viva per i familiari delle vittime e per l'intero Paese, e il ministero e il Governo hanno il dovere di contribuire al lavoro della magistratura per fare piena luce su fatti così tragicamente rilevanti per la storia italiana".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 luglio 2021
Il professor Paolo Ferrua stronca la riforma Cartabia e soprattutto l'improcedibilità che "rappresenta la più nichilistica e vuota delle possibili conclusioni, perché dissolve il processo, lasciando in vita e priva di risposta l'ipotesi di reato". Cinque Stelle, Lega e Governo sembrano aver trovato un accordo sulla riforma della giustizia che adesso dovrà passare il vaglio dell'Aula. Nel momento in cui scriviamo le notizie ancora non sono dettagliate ma raccogliamo intanto il parere di Paolo Ferrua, Professore emerito di Diritto processuale penale presso l'Università degli Studi di Torino, uno dei massimi esponenti dell'accademia giuridica italiana.
Come giudica dal punto di vista politico questo tipo di trattativa?
Con una scelta, a mio avviso radicalmente errata, la riforma "Cartabia" ha deciso di percorrere la strada della "improcedibilità" come mezzo per assicurare la ragionevole durata del processo nei gradi di impugnazione. È stata così costretta ad ipotizzare rigidi termini per la conclusione di ciascuna fase, con altrettanti rigidi termini di proroga e di sospensione. Soluzione a priori inadeguata, fatalmente destinata all'insuccesso, perché i tempi ragionevoli vanno misurati in base alla complessità del singolo processo, che non può essere ipotizzata astrattamente né per categorie di reati, ma va verificata empiricamente, con riguardo al caso concreto e all'evidenza disponibile. A quel punto, come prevedibile, sono insorte le varie forze politiche in un coro di piccole e grandi signorie, ciascuna volta a reclamare termini differenziati a seconda del tipo di reato o, addirittura, l'esclusione di qualsiasi termine per determinate categorie di reati, come quelli relativi alla mafia o al terrorismo o alla violenza sessuale. Quest'ultima idea parrebbe alla fine, almeno in parte, tramontata, ma è già grave anche averla semplicemente ipotizzata.
Perché professore?
Non solo perché, come appena detto, i termini non possono essere astrattamente ipotizzati, ma per una ragione più assorbente. Se quei termini sono davvero volti ad assicurare l'osservanza del precetto costituzionale sulla ragionevole durata del processo - secondo una prospettiva, a mio avviso, fortemente criticabile - allora vanno garantiti ad ogni imputato, quale che sia il reato che gli viene ascritto. Nessuno nega che mafia e terrorismo rappresentino emergenze criminose da affrontare con la massima efficienza e severità: la Corte europea dei diritti dell'uomo ne è ben consapevole. Ma questo non significa che gli imputati di quei reati non abbiano diritto ad una giustizia tempestiva, che, anzi, proprio in tali casi, dovrebbe esserlo quanto più possibile.
Anche gli imputati dei più gravi reati potrebbero essere innocenti, ingiustamente accusati; è la stessa Costituzione, come d'altronde la Convenzione europea, ad imporci di non cadere in presunzioni di colpevolezza. Perché ammettere per loro un processo potenzialmente senza fine o, comunque, con termini eccessivamente lunghi (si parla, ad esempio, di sei anni per l'appello nei reati con aggravante mafiosa), quando è noto che il processo è già di per sé fonte di sofferenza? L'esperienza insegna che, quando si prevedono termini massimi per lo svolgimento di determinate attività, quei termini tendono a segnare non soltanto la durata "massima", ma anche quella "media". Parlando di "ragionevole durata" del processo, l'art. 111 comma 2 Cost. fissa un principio che riguarda, senza eccezioni, ogni imputato, nessuno escluso; pena l'illegittimità costituzionale delle disposizioni che vi deroghino. E con ciò si torna al punto di partenza. Non è attraverso la previsione legislativa di termini massimi che si può garantire al processo una durata ragionevole.
Siamo pratici: con tutti questi aggiustamenti, norme transitorie, allungamenti dei tempi per i processi di appello e Cassazione si raggiunge l'obiettivo della ragionevole durata dei processi?
La riforma "Cartabia" è ormai entrata in un labirinto dal quale difficilmente potrà uscire, offrendo soluzioni coerenti sul tema della durata ragionevole dei processi. Per comprenderlo è necessaria una premessa. Il disastro - o, proseguendo nella metafora, l'ingresso nel labirinto - è avvenuto quando si è pensato che la prescrizione potesse essere un mezzo per garantire tempi ragionevoli alla giustizia penale, in conformità all'art. 111 comma 2 Cost. In realtà chiunque capisce che quel precetto, parlando di 'ragionevole durata', sta ad indicare l'esigenza che il processo si concluda in tempi ragionevoli con una decisione sul merito dell'accusa. Soluzione che può essere perseguita essenzialmente con tre tipi di intervento: a) una coraggiosa politica di depenalizzazione, interrompendo il circolo vizioso che alimenta l'inflazione penalistica; b) l'aumento delle risorse, a cominciare dall'organico dei magistrati e del personale addetto alla giustizia; c) l'eliminazione dei tempi morti del processo e delle fasi superflue, secondo la logica del modello accusatorio: ad esempio, la soppressione dell'appello del pubblico ministero, non tutelato da nessun precetto costituzionale né dalle fonti sovranazionali; l'eliminazione dell'udienza preliminare, come sostenuto con validi argomenti da Marcello Daniele, o, quanto meno, la sua ammissione solo a richiesta dell'imputato; una maggiore fluidità nello svolgimento delle indagini preliminari, ecc.
Quindi conferma che la improcedibilità non è la soluzione...
È evidente che né la prescrizione sostanziale né quella processuale (ora chiamata "improcedibilità") possono servire alla ragionevole durata del processo perché non hanno nulla - proprio nulla - a che vedere con il relativo impegno contemplato nell'art. 111 comma 2 Cost. Con una differenza, tuttavia. La prescrizione sostanziale come causa estintiva del reato - legata alla funzione rieducativa della pena e all'oblio che il trascorrere del tempo determina sulla memoria del reato - non contrasta con alcuna disposizione costituzionale. Dichiarando estinto il reato, segna la fine del processo con una decisione che è, almeno parzialmente, di merito: a seconda della fase in cui è emanata, accerta che non vi è la prova dell'innocenza o che il reato sussiste, pur essendo estinto.
Al contrario, la "improcedibilità" rappresenta la più nichilistica e vuota delle possibili conclusioni, perché dissolve il processo, lasciando in vita e priva di risposta l'ipotesi di reato; come tale, entra in tensione con l'art. 112 Cost, relativo al principio, rectius alla regola dell'obbligatorietà dell'azione penale. Non so sino a che punto la Corte costituzionale possa tollerare il vulnus; ma, quand'anche ciò avvenisse, il mio timore è che sul valore di questa disposizione - come di quella relativa alla ragionevole durata - cada un gran discredito che rischierebbe di coinvolgere l'intera disciplina costituzionale del processo.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 30 luglio 2021
C'entra l'isolamento forzato causa pandemia, ma non solo. Cruccolini: "Non è sinonimo di problemi psichiatrici, spesso manca l'ascolto". Sollicciano è il carcere in Italia con più episodi di autolesionismo: 105 ogni 100 detenuti, contro la media nazionale di 23. A rivelarlo è l'associazione Antigone nella sua relazione annuale sullo stato delle carceri italiane. Sollicciano è il carcere italiano con il più alto numero di episodi di autolesionismo.
Se la media italiana è di 23 episodi ogni cento persone, qui si raggiunge la cifra record di 105 casi ogni 100 detenuti. A rivelarlo sono i dati redatti dall'associazione Antigone nella relazione annuale sullo stato delle carceri italiane. A pesare c'è sicuramente la pandemia e l'isolamento ancora maggiore dei detenuti, che per lunghi mesi sono stati lontano dai propri familiari e chiusi per più tempo all'interno delle proprie celle. Ma non solo.
A Sollicciano c'è una elevatissima presenza di detenuti in terapia psichiatrica, il 39,5 per cento dei presenti (erano il 27,6 per cento nel 2019) sul territorio nazionale, mentre i reclusi che fanno uso di psicofarmaci superano la metà del totale e il 10 per cento sono pazienti con problematiche psichiatriche gravi. Sono invece 200 i carcerati con dipendenze.
A fronte di questo, sottolinea l'associazione Antigone, c'è una scarsa disponibilità di interventi terapeutici: in media negli istituti visitati per 100 detenuti erano erogate 8,8 ore settimanali di intervento psichiatrico e 16,7 ore settimanali di sostegno psicologico. Un discorso che vale anche per Sollicciano, afferma Alessio Scandurra di Antigone, secondo il quale "servirebbero più strutture di tipo comunitario all'esterno del penitenziario per permettere il decongestionamento di detenuti con problematiche psichiatriche". Solo nel 2020, sono stati circa 700 gli atti di autolesionismo. L'ultimo grave in ordine di tempo a inizio luglio, quando un recluso si è chiuso in bagno con un lenzuolo e una lametta da barba: prima ha tentato di strozzarsi, poi si è tagliato la gola ed è stato ricoverato all'ospedale di Torregalli.
Permane importante anche il sovraffollamento, che a è pari al 146 per cento, più alto rispetto alla media nazionale (i reclusi complessivi sono circa 650). Ancora pochi i reclusi che lavorano, sono soltanto il 20 per cento, contro una media nazionale del 33 per cento. Criticità anche sul fronte rieducativo visto che c'è soltanto un educatore ogni 163 reclusi, a differenza di una media italiana di un educatore per 79 persone.
"Il problema dell'autolesionismo - ha commentato il garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini - non è sinonimo di problematiche psichiatriche, spesso succede perché i reclusi non sono ascoltati o magari non hanno lavoro. Il reparto psichiatrico a Sollicciano funziona bene, quello che occorre è rendere effettivo un progetto benessere in carcere per tenere impegnati professionalmente i detenuti perché il lavoro è terapeutico".
Parole simili da Franco Scarpa, responsabile psichiatria in carcere nell'Asl Toscana Centro: "Il disagio psichico è spesso legato alle difficoltà di condizioni di vita in cella, alla mancanza di stimoli allo sviluppo come il lavoro, la formazione, le relazioni sociali, l'attività fisica".
Spiega la direttrice Salute carcere penitenziari fiorentini Sandra Rogialli: "La questione psichiatrica è relativamente psichiatrica ma legata alle condizioni di Sollicciano, che ha condizioni di promiscuità di detenuti e una situazione strutturale pesante su cui l'amministrazione sta intervenendo".
di Mara Rodella
Corriere della Sera, 30 luglio 2021
In serata, Luisa Ravagnani, garante dei detenuti, esce da Canton Mombello dopo un "gruppo" di lavoro dedicato ai diritti umani. Quelli altrui, del mondo "fuori". "E mi sono chiesta: adesso cosa dico loro? Cosa racconto?". Non serviva certo un bollettino, ma anche lei ha letto il rapporto dei primi 6 mesi 2021 stilato dall'associazione Antigone, intitolato "A partire da Santa Maria Capua Vetere, numeri, storie, proposte per un nuovo sistema penitenziario".
E ci risiamo, di nuovo: il carcere di Brescia è tra i cinque penitenziari peggiori d'Italia, con un sovraffollamento che sfiora il 200%: 378 detenuti (al 30 giugno, una ventina nel frattempo è stata trasferita) a fronte di 189 posti. Insieme a Brescia, fra le strutture che superano il 150%, troviamo Bergamo (529 detenuti, 168%), Brindisi (194 detenuti, 170,2%), Crotone (148 detenuti, 168,2%). In tutto, a livello nazionale, si contano 53.637 detenuti, di cui 17.019 stranieri (il 32,4%). Percentuale, questa, che a Canton Mombello pesa ulteriormente.
E se la promiscuità moltiplica la tensione, dice Carlo Alberto Romano - docente di criminologia alla Statale di Brescia - la soluzione passa da due strade: "Da un lato diminuire le custodie cautelari, siamo al 30% in Italia e a Brescia la percentuale sale vista l'incidenza di stranieri, dall'altro aumentare le esecuzioni penali esterne. Gli strumenti ci sono, manca il coraggio di applicarli". E in un sistema carcere "che fra gestione dei trasferimenti e pandemia non mi pare abbia una visione così progressista: stiamo tornando indietro, ed è grave". Alla base del problema, per Romano, c'è "il profondo scollamento fra teoria e pratica: ci riempiamo tanto la bocca di rispetto dei diritti umani, ma la quotidianità è ben diversa". Certo è - dice - "non si possa continuare a usare il carcere in questo modo: è il luogo del non-senso". Lo ribadisce da anni: "Credo sia una realtà che va rivista, che non serve così come è strutturata, se non in regime di 41 bis". La quotidianità, in cella, "è la sintesi di una serie di incongruenze rispetto ai principi costituzionali: poi arriva l'Europa che ci bacchetta e per un po' righiamo dritto. Ma non è sufficiente".
No, non lo è. Ravagnani avrebbe dovuto parlare del mondo fuori, gli incontri non sono finalizzati alle lamentele. Ma dentro, la realtà è fatta "di trasferimenti condotti senza criterio, per esempio - ribadisce anche lei - chi li chiede li vede negati, chi vuole restare viene spedito dall'altra parte della regione lontano da una famiglia ormai radicata e in barba alla territorializzazione della pena". Ne parleranno tra loro, i garanti, nei prossimi giorni.
"Il problema del sovraffollamento è serio", ma per Ravagnani "manca la base: gli educatori, per cominciare. A mio modo di vedere, per rendere attuabile il dettato costituzionale, ne servirebbe uno ogni 10 detenuti, in Europa la media si aggira sui 35". A Canton Mombello "ne hanno tre effettivi, più due agenti di rete. Ma "servono anche psicologi, psichiatri, comunità e operatori per attuare le misure alternative".
In sintesi, "è un problema di approccio: l'educatore non è nelle condizioni di fare un trattamento, che non può ridursi a un colloquio sporadico, ma deve tradursi in un percorso rieducativo vero. Bisogna investirci risorse, senza nascondersi solo dietro al sovraffollamento, ma a nessuno importa: a livello centrale non c'è l'interesse che funzioni, basta far finta di gestire le cose".
di Mary Liguori
Il Mattino, 30 luglio 2021
Depositata la memoria di Pasquale Colucci, braccio destro del provveditore Antonio Fullone. La nuova scossa di terremoto ai vertici del carcere di Santa Maria Capua Vetere coincide con le ultime discussioni dinanzi al tribunale del Riesame. Mentre all'ufficio di direzione, dopo l'avvio delle procedure di revoca per Elisabetta Palmieri, s'avvicenderanno i direttori delle carceri di Poggioreale e Secondigliano in attesa della nomina del successore, i giudici della libertà sottoscrivono, una dopo l'altra, le misure cautelari spiccate dal gip Enea su richiesta della Procura diretta da Maria Antonietta Troncone. La direttrice Palmieri, a ogni modo, non è indagata per i pestaggi, ma il Dap le contesta di aver consentito al suo fidanzato di accedere all'istituto di pena benché non ne avesse titolo.
Nessun colpo di scena, dicevamo, sotto il profilo giudiziario per chi, invece, per i pestaggi è finito in carcere, ai domiciliari o interdetto. La lunga e articolata disamina delle decine di posizioni per le quali i difensori avevano chiesto l'alleggerimento delle misure cautelari non ha prodotto particolari risultati, piuttosto, dal Riesame, è emersa una complessiva convalida dell'impianto accusatorio. Ciò nonostante gli indagati principali abbiano cercato di difendersi spiegando chi durante ore e ore di interrogatorio, chi affidando a una memoria scritta la propria versione dei fatti, che loro, il 6 aprile 2020, non diedero ordine di usare la violenza e che, successivamente, non fecero nulla per depistare le indagini e cancellare le prove dei pestaggi.
Alcuni degli indagati rischiano condanne altissime, sono uno spauracchio i verdetti emessi a febbraio per il reato di tortura per i fatti del carcere di San Gimignano dove ben dieci agenti di polizia penitenziaria sono stati condannati per una fattispecie di reato solo di recente introdotta nell'ordinamento italiano (nel 2017). Non tutti, ma buona parte degli indagati per le violenze dell'Uccella secondo il gip hanno agito con "violenze o minacce gravi o crudeltà" e hanno riservando ai detenuti del reparto Nilo un "trattamento inumano e degradante". Ed è in questo che si realizza l'accusa di tortura contestata ai poliziotti più violenti ritratti nei video registrati dall'impianto dell'istituto di pena e ipotizzata a carico di decine di poliziotti che sono rimasti ignoti perché quel giorno indossavano il casco.
Le difese di chi era al comando dei nuclei intervenuti quel giorno ufficialmente per eseguire una perquisizione giustificata con la rivolta avvenuta 24 ore prima, come detto, hanno cercato di provare che le manganellate, i calci, i pugni, gli schiaffi furono opera degli agenti e che non ci fu alcun comando dall'alto affinché tanto orrore avesse luogo. È affidata a una memoria di diciassette pagine la versione dei fatti di Pasquale Colucci, braccio destro del provveditore Antonio Fullone (sospeso per otto mesi) e comandante del nucleo composto da 75 ignoti poliziotti provenienti da Secondigliano che il 6 aprile 2020 presero parte ai pestaggi.
"Vorrei porre all'attenzione dell'autorità lo stato di disagio e pericolo che attualmente sta minacciando i miei familiari in seguito alla pubblicazione dei miei dati anagrafici su tutti i media locali e nazionali. Ho dei figli che hanno paura di uscire di casa perché temono ritorsioni e violenze". È lo sfogo che chiude la ricostruzione di quei giorni tremendi nel carcere casertano. Giorni in cui, sostiene Colucci, "non ebbi ruolo alcuno nelle violenze anzi, quando vidi un collega picchiare un detenuto cercai di fermalo", racconta al gip "ma mi fu detto di scansarmi". Successivamente "notai un detenuto che si teneva la testa con un asciugamano e ordinai ad alcuni uomini di condurlo immediatamente in infermeria".
Non "regista" dei pestaggi, dunque, come sostiene il gip, ma "soccorritore" dei detenuti pestati. Colucci racconta anche lo stato di "frustrazione" in cui trovò il comandante Gaetano Manganelli (a capo della polizia penitenziaria in servizio a Santa Maria Capua Vetere) e sottolinea che fu lui, Manganelli, a chiedere a Fullone se "l'uso degli sfollagente fosse autorizzato" come si evince dagli ormai arcinoti sms intercorsi tra il funzionario di polizia e l'allora capo del Dap Campania e il provveditore rispose "solo se necessario".
Quanto ai depistaggi, alla produzione di prove false per far ricadere sui solo detenuti le responsabilità di quel giorno "sono estraneo ai fatti", scrive Colucci "in quanto ho verbalizzato ciò che mi veniva riferito da chi era al comando quel giorno e le armi rudimentali che ho personalmente visto nel reparto, tanto che le ho fotografate col mio telefono, parlo di mazze, pezzi dei fornelli, punteruoli". Ma anche quelle foto, sostiene l'accusa, furono ritoccate. Infine, nel suo lungo monologo a discolpa, Colucci riferisce in merito al trasferimento dei 14 detenuti che, poi, finirono in isolamento al Danubio. "Manganelli mi disse che era necessario spostare 14 ristretti e io mi limitai a chiedere se c'era la certificazione sanitaria prevista in quel periodo per via del Covid".
Il Resto del Carlino, 30 luglio 2021
Per il loro recupero e l'autonomia sociale, un ricco programma di iniziative. Il reinserimento sociale dei detenuti e il loro recupero, anche attraverso nuove attività finanziate con 150mila euro dal Comune, sono la parte più importante di una pena da scontare in carcere.
Questi temi fanno parte delle iniziative programmate ne 2021-2022 per i detenuti della casa circondariale di Ferrara. Altri temi di questa programmazione sono l'autonomia, la crescita culturale e il supporto psicologico. La progettazione delle attività elaborata dal Comune di Ferrara per il Piano di zona 2021 è stata illustrata l'altro giorno nel corso della riunione del 'Comitato locale Esecuzione penale adulti di Ferrara' convocata dall'assessore comunale alle Politiche sociali, e presidente dello stesso Comitato, Cristina Coletti.
All'incontro hanno preso parte, fra gli altri, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Ferrara Francesco Cacciola, la direttrice della Casa Circondariale di Ferrara Nicoletta Toscani e Maria Maiorano dell'Ufficio per l'esecuzione penale esterna (Uepe) di Bologna. L'incontro si è aperto con il ringraziamento da parte dell'assessore Coletti alla direzione della casa circondariale "per l'efficienza dimostrata nella gestione del difficile periodo di emergenza sanitaria, affrontato in condizioni di piena sicurezza, sia per i detenuti che per il personale".
L'assessore ha quindi confermato la volontà dell'amministrazione di sostenere la realtà del carcere e di tutti coloro che la vivono in prima persona, preannunciando la prosecuzione dei progetti in corso e l'introduzione di nuove attività. "Si tratta - ha spiegato nel dettaglio l'assessore Coletti - di un insieme di azioni per una spesa complessiva di oltre 150mila euro, per il 2021-2022, con cui l'amministrazione comunale conferma il proprio impegno a supporto della Casa circondariale cittadina, specie in un momento difficile come quello attuale.
È un complesso importante di attività con cui si vuole favorire il permanere di un clima il più possibile sereno all'interno della struttura e si vuole rispondere alle diverse esigenze delle persone detenute, garantendone la salute e la dignità e favorendo percorsi individuali di reinserimento sociale e lavorativo". Nella programmazione delle attività per i prossimi mesi è confluito il progetto 'Sesamo', gestito per conto del Comune da Asp Ferrara e finanziato per il 70% con risorse regionali e per il 30% con risorse comunali (per un totale di 80.051 euro). Tra le attività da tempo in corso figurano quelle dello Sportello informativo sociale e di mediazione culturale, che ha il compito di fornire informazioni, attivare servizi e offrire l'accompagnamento verso percorsi individualizzati di inclusione sociale.
agi.it, 30 luglio 2021
"Il 10 luglio alle ore 11:30 ho fatto il mio primo colloquio visivo con mia figlia presso l'area verde, erano nove mesi che non sentivo il profumo e il calore della mia principessa, posso dire di avere provato un'emozione indescrivibile, qualcosa di superlativo".
C'è un nuovo spazio verde nel carcere di San Vittore che per i detenuti è diventato simbolo di libertà, se così si può dire, in un luogo di detenzione. Qui sono ripresi da poco più di un mese i colloqui dopo la lunga sospensione dovuta al Covid, qui alcuni hanno visto "per la prima volta - spiega Francesco Maisto, il Garante dei loro diritti a Milano - figli o nipoti nati durante questo tempo".
In un'altra testimonianza, Nicolas esprime il suo sentimento negli attimi prima dell'incontro col figlio che non vede da un anno e mezzo. "Ore 10:00: eccomi qui in piedi davanti alla mia cella, sto aspettando l'assistente che venga a chiamarmi e quando arriva in me si sprigiona tutta una serie di emozioni che erano ormai sepolte da tanto, tanto tempo. Faccio le scale quasi con la sensazione di volare, passo per il lungo corridoio che mi porta in quell'area verde che per me si chiama speranza, quel giardinetto che per molti può sembrare insignificante ma che per me in quel preciso istante che vedo mio figlio significa tutto, significa gioia, speranza, felicità e allo stesso tempo malinconia e dolore, quando, passata l'unica ora che dopo 18 mesi mi è stata concesso per vedere il mio Angelo, mi vedo costretto a guardarlo mentre se ne andava con le lacrime agli occhi e con lui la mia anima". Anche per Giuseppe l'incontro col figlio di 13 anni, dieci mesi dopo il suo arresto, "è stata un'esplosione di pianti e sorrisi con un po' d'imbarazzo agli occhi della polizia penitenziaria a due passi da noi".
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