Il Centro, 14 novembre 2021
"Il carcere di Pescara è destinatario di fondi per lavori di ristrutturazione che riguardano il sistema di anti-scavalcamento, l'allarme termico e la portineria. C'è poi il reparto di telemedicina che va implementato e bisogna far ripartire la calzoleria, attualmente sospesa". Lo ha detto ieri il sottosegretario alla Giustizia Anna Macina dopo la visita al carcere. A margine del sopralluogo ha parlato dei problemi di sovraffollamento (ci sono anche 170 tossicodipendenti) e della carenza di organico e ha ricordato che è "stato bandito un nuovo concorso per agenti di polizia penitenziaria e che nella scorsa Legge di Bilancio è stato autorizzato un concorso straordinario per coprire ulteriori duemila posti". La "grande sensibilità e l'interesse per la questione San Donato mostrati dal sottosegretario sono stati sottolineati da Daniela Torto, deputata abruzzese del Movimento 5 Stelle che ricorda le evasioni dei mesi scorsi e sottolinea l'opportunità di "intervenire sulla struttura fatiscente e sull'organico".
Sono polemici, invece i rappresentanti dei sindacati Osapp Abruzzo, Sinappe Abruzzo e Fp Cgil Abruzzo Molise - comparto funzioni centrali, Nicola Di Felice, Alessandro Luciani e Giuseppe Merola perché non c'è stata risposta alla richiesta di incontro istituzionale con il sottosegretario. Annunciano "mobilitazioni a tutela dei lavoratori" tornando a denunciare "la discutibile attività gestionale" del carcere. Soddisfazione per la visita viene espressa dalla segreteria regionale dell'Uspp e da Mauro Nardella, della segreteria confederale Cst Uil Adriatica Gran Sasso che invita il sottosegretario al carcere di Sulmona.
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 14 novembre 2021
"C'è una novità di rilievo: l'Agenzia del Demanio, per poter mantenere il 2024 come data di completamento del primo lotto del Parco della Giustizia, ha chiesto di realizzare il concorso di idee e non l'appalto integrato". Lo ha detto ieri a Bari il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto.
"Un concorso di idee e non l'appalto integrato". È la novità comunicata ieri da Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia, con delega all'edilizia giudiziaria, nell'ambito del progetto sul Parco della Giustizia di Bari, che sarà realizzato nelle ex casermette Milano e Capozzi, in via Alberotanza al quartiere Carrassi. "L'Agenzia del Demanio - ha spiegato Sisto uscendo dal carcere di Bari al termine di una visita che interesserà vari istituti di pena italiani (Bari è stata la prima tappa) per studiare le problematiche e cercare soluzione finalizzate alla rieducazione dei detenuti - ha chiesto di poter mantenere il 2024 come data di completamento del primo lotto del Parco della Giustizia e di poter realizzare il concorso di idee.
Il ministero ovviamente ha acconsentito a questa richiesta- ha aggiunto ben venga se serve a dare alla nostra città il primo lotto entro il 2024, con l'assunzione di responsabilità del Demanio di mantenere i tempi. Abbiamo scritto una norma che ci consentiva direttamente l'appalto integrato - ha proseguito Sisto - ma il Demanio con le sue strutture ritiene che invece la strada debba essere diversa per garantire i tempi. Il ministero ne ha preso atto e ha rimesso l'intera responsabilità di questa scelta all'Agenzia del Demanio. Noi ovviamente saremo collaborativi con quelli che saranno gli ulteriori sviluppi di questa situazione, ma le scelte operative fanno eco ad un cronoprogramma che è di stretta competenza del Demanio".
L'accellerata del Governo per la realizzazione del Parco della Giustizia è arrivata a settembre scorso con l'approvazione del decreto legge che ha inserito il polo unico di Bari, un progetto da 90 milioni di euro, nel decreto legge sulle disposizioni urgenti in materia di investimenti, infrastrutture e trasporti. Un progetto atteso da anni dagli operatori della giustizia baresi costretti a muoversi da un capo all'altro della città (compresi anche Modugno e Bitonto) per raggiungere gli uffici della giustizia.
È partito dunque dalla Puglia il giro del sottosegretario Sisto nelle carceri d'Italia. "Non sono visite di cortesia ha detto - ma servono a capire la situazione dell'edilizia carceraria, quella del personale che lavora all'interno delle carceri, della polizia penitenziaria e non e il trattamento dei detenuti, ai quali deve essere garantito un percorso di rieducazione. Il carcere, nel processo penale della ministra Cartabia, non è l'unica alternativa alla libertà e questo la dice lunga sul ritorno della parola rieducazione".
Sull'emergenza sovraffollamento che affligge tutti gli istituti penitenziari della Puglia, nel carcere di Bari, Sisto ha rilevato un sovraffollamento "ridotto" con 401 presenze a fronte di una capienza di 288. Ha sottolineato ancora la "grande umanità e la sintonia tra la polizia penitenziaria e i dirigenti. Si fa quello che si può in una struttura che risale al 1922 - ha detto ancora - sono stato con i detenuti quando erano all'aria aperta, ho giocato con loro al calciobalilla perché ho ritenuto che nel gioco si potesse cogliere il vero umore e ho intercettato il senso di umanità.
Quello che non va invece è la sanità - ha concluso - ci sono sei medici su 14, macchinari obsoleti, un centro clinico che dovrebbe essere aperto a San Paolo di cui non si sa assolutamente nulla e non c'è un servizio di assistenza psicologica per la polizia penitenziaria. "Alla Regione ho formulato queste lamentele - conclude - e mi è stato assicurato che interverranno. Bisogna evitare che la carenza di risorse diventi carenza di funzionamento delle istituzioni".
di Francesca de Carolis
ultimavoce.it, 14 novembre 2021
Ne parla "Carcere e Covid, dalle fake news alle leggi emergenziali", un libro di Sandra Berardi. Tutti, immagino, le abbiamo viste, le terribili immagini della mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere. "Una delle più gravi violazioni della storia repubblicana del paese", l'ha definita Antigone.
Tutti le abbiamo viste, e infine l'indagine va avanti, mentre finalmente è stata riaperta l'inchiesta, in un primo momento archiviata, sui morti dei giorni della rivolta nel carcere di Modena. Tredici poveri morti, di cui sembra non interessi granché ad alcuno, mentre se ne aggiunge un quattordicesimo, Lamine Hakimi, ventottenne algerino morto a distanza di tempo da quei giorni, per cui si parlò di suicidio, ma morto, secondo un documento degli inquirenti, a causa delle "torture e dei maltrattamenti subiti" e delle "indebite condizioni di isolamento sociale".
Vi risparmio i dettagli, anche questi raccapriccianti, di una storia rimasta in sordina. Ma dopo tanto scandalo, quanto ancora se ne parla? In questo paese dove siamo così bravi ad archiviare tutto quello che pensiamo non tocchi la nostra vita. E non c'è nulla di più sbagliato se il carcere è un pezzo di noi, prodotto della nostra bella società.
Per questo ho trovato importante e necessario, il libro di Sandra Berardi, "Carcere e covid, dalle fake news alle leggi emergenziali". E sono di parte, avendone curato l'editing per Strade Bianche di Stampa Alternativa. Ma quando ho letto la tesi di laurea dalla quale questo libro poi è stato tratto, ho pensato che andasse subito pubblicata, per non dimenticare troppo presto, e per aprire gli occhi su una realtà che, ci piaccia o no, ci coinvolge tutti. Un testo ricco di informazioni e documentazioni su quanto è accaduto nelle carceri italiane al tempo del covid. Su cosa è accaduto dentro, ma anche tutto quello che vi è girato intorno... Scritto da persona, Sandra Berardi, fondatrice di Yairahia, associazione che si occupa dei diritti delle persone private della libertà, che la realtà del carcere conosce benissimo. Anche per averne visitate molte, di carceri, al seguito dell'europarlamentare Eleonora Forenza.
Questo suo libro mette in fila fatti e documenti, raccontando intanto come l'emergenza covid abbia fatto esplodere le contraddizioni delle condizioni che vivono i detenuti. Partendo dai giorni delle rivolte del marzo 2020, se ne spiegano i motivi che le hanno prodotte, i timori, le paure, le confuse comunicazioni, l'interruzione delle visite dei parenti (e potete immaginare quando psicologicamente pesi), mentre dalla televisione si apprendono le angoscianti notizie sul terribile virus... Lo sguardo si allarga anche a quello che è accaduto in quei giorni nel mondo e nel confronto l'Italia non brilla per civiltà.
Prima confusione, mancanza di riposte tempestive... poi una legislazione d'emergenza che corre sempre su un secondo binario rispetto a quello che riguarda noi "liberi", o presunti tali. Ma subito il libro mette a confronto quello che accade (e le informazioni sono anche di prima mano, vengono dalle lettere di detenuti e dalle prime denunce dei parenti) con la rappresentazione che ne hanno fatta i media.
Già, l'informazione. Che in un primo momento aveva iniziato a raccontare... in fondo i detenuti sui tetti, il fumo, poi i tredici morti, sono cose che fanno notizia. Ma le notizie si bruciano in fretta. Dopo pochi giorni su tutto si stende un velo. Tranne poche eccezioni, di giornalisti ostinati e fuori dal coro, dopo pochi giorni vengono archiviati persino i morti. E, la cosa che più stupisce, è stata mediamente accettata, a proposito delle vittime, la testi dell'"overdose"... che francamente chi appena appena sa qualcosa di carcere non poteva che trovare inaccettabile, quando non tragicamente ridicola. Pensateci un po'... cosa può accadere all'interno delle carceri durante una rivolta, e sappiamo da che parte è la forza... Fra l'altro se fosse stato vero che nel mezzo di una battaglia le persone non trovino di meglio da fare che riempirsi di droga fino a morirne, la notizia sarebbe comunque enorme, da interrogarsi molto...
Ma non è solo silenzio.
Quello che ben svela il libro è il ruolo che hanno avuto i media nella costruzione deviata dell'opinione pubblica attraverso un'informazione falsata. Cosa che riesce addirittura a condizionare le scelte politiche e legislative. E penso ai provvedimenti che hanno rimandato in cella persone che legittimamente ne erano state allontanate su provvedimento della magistratura di sorveglianza, per motivi di salute. Dopo la campagna stampa, che ha parlato di un presunto allarme per "300 boss" fuori grazie al covid, rimandate in cella giusto il tempo di morire. Con buona pace dello stato di diritto... Lo ripeto sempre, il carcere è area di sospensione del diritto, e questo lo conferma ancora una volta.
A proposito di pandemia, in molti si era sperato che, oltre le cose devastanti che ha prodotto, potesse aiutare ad aprire gli occhi, a cambiare qualcosa. Per quanto riguarda il carcere, logica avrebbe voluto che venissero presi provvedimenti non solo sanitari, per contenere la diffusione del virus all'interno degli istituti di pena, ma si pensasse anche a ridurre l'affollamento, limitare e contenere le carcerazioni "inutili".
Più del 30 per cento delle persone recluse, lo ricorda Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, ha da scontare pene inferiori ai tre anni, e quindi potrebbero accedere a misure alternative. Ma niente... E pensare che persino l'Iran, che non certo brilla in democrazia, allo scoppiare della pandemia ha subito adottato misure deflattive. Da noi nulla.
E purtroppo l'informazione mainstream, soffiando sulle paure, non aiuta.
Noi pensiamo sia cosa che non ci riguardi, e troviamo persino accettabile che ci sia questa sorta di secondo binario su cui viaggia la legislazione anche d'emergenza. Ma questa è cosa che corrode la democrazia. Credo inizieremmo a pensarci se notassimo, come il libro di Sandra Berardi spiega molto bene, che il linguaggio dell'emergenza rivolto a tutti noi fuori ha molte parole d'ordine in comune con il linguaggio carcerario, ed è cosa che non dovrebbe farci stare molto tranquilli.
Insomma, un libro che fa ben aprire gli occhi. Fra l'altro liberamente scaricabile in rete dal sito di Strade Bianche di Stampa Alternativa. Perché, come da sempre, il suo fondatore, Marcello Baraghini, è determinato a fare dell'editoria un servizio fruibile per tutti, e non solo fonte di profitti. E ne siamo convinti anche noi.
fanpage.it, 14 novembre 2021
Si chiama Giuseppe Lavalle, ha 78 anni e per ragazzi e operatori dell'Istituto Penale per minorenni di Nisida è conosciuto come "Zio Peppe". È da 40 anni cuoco del carcere per ragazzini sull'isolotto affacciato nella zona Occidentale di Napoli, a Bagnoli ed è da oggi commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica italiana (Omri) per decisione motu proprio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lavalle è stato insignito dell'Ordine al Merito (quelli che oggi vengono definiti "eroi civili"), spiega la motivazione: "Per la sua preziosa e generosa opera di assistenza e supporto ai ragazzi. Ecco cosa dice la nota del Quirinale:
Negli ultimi anni è stato anche il promotore di una iniziativa di solidarietà a favore dei senza fissa dimora assistiti dalla Comunità Sant'Egidio: insieme ad alcuni ragazzi di Nisida, autorizzati dalla magistratura, con l'aiuto della moglie e della figlia prepara e distribuisce centinaia di pasti. È un punto di riferimento, rispettato e amato dai giovani di Nisida. In numerose occasioni, insieme alla moglie, ha offerto ospitalità accogliendo nella sua famiglia giovani italiani o stranieri che avessero bisogno di una particolare attenzione.
Il progetto "Monelli tra i fornelli" - La Cucineria di Nisida, poi strutturata nella onlus "Monelli tra i fornelli", ha l'obiettivo di formare i giovani reclusi che una volta usciti avranno un mestiere e dunque maggiori possibilità di sfuggire alla triste e devastante carriera criminale che porta inevitabilmente o a nuovi arresti o all'affiliazione ai clan con tutto ciò che determina: dalle azioni criminali fino alla morte nelle sanguinose faide di camorra. La sede operativa dei 'Monelli' è proprio nei laboratori di cucina e pasticceria dell'IPM di Nisida, in cui si svolgono le attività di formazione per i ragazzi, e con i più meritevoli progetti di produzione per finanziare future attività. Anche quest'anno, ad esempio, i ragazzi saranno impegnati nella produzione di Panettoni e dolci natalizi, la cui disponibilità è indicata sulla pagina Facebook della Onlus.
lavocedinovara.com, 14 novembre 2021
Lunedì 15 al Broletto un dibattito a partire dal libro "Carcere - idee, proposte e riflessioni" scritto da Samuele Ciambriello, dal 2017 garante dei detenuti della Regione Campania
Al Circolo dei lettori si parla di carcere con i garanti e i consiglieri regionali. Lo spunto è la pubblicazione del libro "Carcere - idee, proposte e riflessioni" scritto da Samuele Ciambriello, dal 2017 garante dei detenuti della Regione Campania, docente di Teoria e tecniche della comunicazione presso l'Università di Salerno e di Teoria e tecniche del linguaggio radio-televisivo presso l'Università di Malta; ha ricoperto significativi incarichi istituzionali, fra i quali consigliere e assessore regionale della Campania.
"È importante un ampio e consapevole dibattito pubblico sulle problematiche emergenti del sistema penitenziario italiano, anche alla luce degli interventi emergenziali dettati dalla pandemia e dagli interventi delle supreme corti, nazionali e internazionali, nel campo dell'efficacia e dignità della pena - commentano don Dino Campiotti e Bruno Mellano, garanti cittadino e regionale.
La comunità penitenziaria, composta da operatori, agenti e detenuti, rappresenta davvero un'utile cartina di tornasole dei diritti dei cittadini e delle politiche sociali e di sicurezza di un Paese moderno". Dopo i saluti dell'amministrazione comunale, all'incontro interverranno anche Domenico Rossi, vice presidente della Commissione Sanità regionale e Federico Perugini, vice presidente della Commissione permanente per la Promozione della cultura della legalità e contrasto ai fenomeni mafiosi in Regione.
di Massimo Donini
Il Riformista, 14 novembre 2021
Il referendum sull'abrogazione dell'omicidio del consenziente (art. 579 c.p.) sembra rispondere a un profondo bisogno di compassion, ma anche dei valori classici della pietas (una moralità interiorizzata in pratiche doverose). La malattia non deve essere vissuta come una perdita di dignità. Tuttavia la medicina presenta oggi potenzialità tecniche estreme nell'allungare artificialmente le vite in situazioni che possono risultare intollerabili, anche se alleviate da terapie del dolore, che riducono i corpi ad anime sospese.
L'umanesimo che deve ispirare le nostre leggi, e in ogni caso il diritto che ricaviamo da esse o da norme superiori di rango costituzionale, ci ricordano che non è permesso costringere nessuno a forme di vita intollerabili per la persona. La vita artificiale medicalmente coatta non è conforme al modello di dignità costituzionale oggi accettabile. Con tutto quanto consegue sui "pesi insopportabili" che i dottori della legge non devono imporci (Luca, 11,46).
Il discorso riguarda potenzialmente tutti, fuori da ideologie e parrocchie, per quanto siano una minoranza di scarso peso elettorale i malati che alla fine decidono di anticipare il congedo. Il tema dei loro diritti fondamentali, anche se sono "diritti infelici", è ormai al centro del dibattito biogiuridico, e ha già costretto la Corte costituzionale, nella latitanza del Parlamento e della politica, a dichiarare la non punibilità dell'aiuto al suicidio in un numero circoscritto di patologie dove le persone, aiutate da trattamenti di sostegno vitale, nel caso di incoercibili sofferenze possono ottenere l'autorizzazione a morire per mano propria seguendo, in assenza di una legge ad hoc, le procedure della normativa sulle DAT (disposizioni anticipate di trattamento). Al centro di questa decisione (C. cost. n. 242/2019) c'è la non punibilità per chi aiuta, ma anche il diritto del malato: perché se il malato non avesse il diritto non solo al rifiuto delle terapie (da tempo riconosciuto pienamente dopo il caso Welby, addirittura senza dover giustificare il perché), comprese quelle palliative, ma anche a non subire dolori insopportabili dopo questo rifiuto, la decisione della Corte non avrebbe avuto una base normativa e morale. Essa è circoscritta alla situazione di malattie irreversibili accompagnate da gravi sofferenze ineliminabili col semplice rifiuto di terapie; ma ci sono casi nei quali anche l'aiuto al suicidio è impossibile, per l'incapacità del paziente di attuare la condotta esecutiva. Non resta allora che un aiuto attivo del terzo.
Questo tipo di vicende ha ispirato la campagna referendaria dell'Associazione Coscioni che ha promosso l'abrogazione del reato di omicidio del consenziente, in assenza di qualsiasi decisione parlamentare di rivedere la disciplina del fine-vita dopo l'intervento estremo della Corte.
Tuttavia questa lettura del referendum non sarebbe completa se ad essa non si aggiungesse una interpretazione molto più liberale-individualistica del quesito, che è altrettanto presente nella mente dei proponenti. L'idea è che l'abrogazione dell'art. 579 c.p. introduca il pieno diritto di disporre della propria vita al di fuori di ogni necessità di giustificare la scelta, purché si tratti di consenso valido (non estorto con inganno o errore, viziato da minore età o malattia mentale). L'invalidità del consenso implica già oggi, e così in futuro, la responsabilità per omicidio doloso (art. 575 c.p.).
In caso di disponibilità della vita piena al di fuori di condizioni patologiche non sarebbe più necessario per il malato, o per chiunque, andare in una clinica svizzera - ciò oggi si deve fare se si intende ottenere anche solo ciò che la Corte ha stabilito con la sent. 242/2019, essendo quella disciplina del tutto inapplicata dalle Asl - anziché suicidarsi alle condizioni restrittive della Consulta: basterebbe ricorrere direttamente alla morte eseguita per mano altrui, che non ha bisogno di nessuna "spiega".
È vero allora che il referendum, così inteso, non si limiterebbe a eliminare una fattispecie per ottenere il riconoscimento di diritti oggi criminalizzati. Esso intenderebbe veramente cancellare del tutto l'omicidio del consenziente, senza condizioni.
Ma se così è, se si accede a questa diversa lettura, il senso del "sì" cambia profondamente: l'elettore non sarebbe più chiamato a decidere soltanto dei diritti del malato in certe situazioni intollerabili, anche se da estendere in via legislativa.
Infatti una abrogazione 'incondizionata' avrebbe alcuni effetti che non è chiaro se siano indesiderati per gli stessi proponenti. Cancellare l'omicidio di chi consente alla propria soppressione da parte di terzi, semplicemente perché la propria vita non ha più senso, significa legittimare anche le condotte che potrebbero risultare letali, benché non sia certo questo esito. Acconsentire a rischi gravi è meno che chiedere di morire. Dunque l'organizzazione di sport mortali con scommesse non più clandestine o l'assenso a rischi lavorativi intollerabili diventerebbero leciti? Sarebbe l'abrogazione, previo consenso, dei diritti di sicurezza del lavoro? la reintroduzione dei gladiatori al Colosseo?
Certo i divieti di alcune di queste attività potrebbero restare, trattandosi di norme non abrogate e diverse dall'art. 579 c.p., e dunque non ci sarebbe una privazione di tutela di diritti costituzionalmente garantiti tale da vietare la celebrazione del referendum (cfr. C. cost. n. 35/1997). Ma forse non tutte quelle attività sono coperte da altre norme, o non a sufficienza. E comunque la contraddizione rimarrebbe: perché se posso chiedere di essere ucciso, senza neppure motivarlo (se non per opportunità probatorie), non dovrei poter disporre dei rischi per salute e vita, almeno dietro un compenso? È tutta una cultura liberale priva di protezioni (da taluno ritenute) "paternalistiche" che si farebbe strada accanto a, ma anche in dialettica con la banale pietas per il malato. Zarathustra che supera ogni morale vs. Enea che rispetta interiormente un canone etico condiviso. Scelte personali intangibili e non sindacate, al posto di doveri misericordiosi regolati.
Un elemento che preserva l'ammissibilità del referendum da lacune di tutela o contraddizioni nella stessa intelligibilità del quesito (v. le condizioni stabilite dalla C. cost. n. 16/1978) è dato dalla oggettiva permanenza nel sistema dell'art. 580 c.p., che non è stato sottoposto a referendum. Tutta l'iniziativa referendaria incentra la sua promozione sui casi di fine-vita, anche se il quesito non poteva inserire il riferimento a tali condizioni nel testo oggetto del voto abrogativo.
Il fatto che il referendum resti ancorato a queste ipotesi lo dimostra la sua mancata estensione all'aiuto al suicidio. Che senso ha mantenere un reato che continua a punire l'aiuto al suicidio, salve le limitate aperture della sentenza della Consulta, quando si pensa invece di "liberalizzare" addirittura il reato più grave dell'omicidio del consenziente? Sarebbe una eutanasia davvero contraddittoria.
La mancata richiesta di referendum per l'art. 580 c.p. rafforza la leggibilità e la comprensibilità del quesito sull'art. 579 c.p., il quale completa la tutela apprestata dalla prima fattispecie per come rivista dalla Corte. Il voto resta legato a ipotesi di diritti la cui disciplina dovrà necessariamente essere coordinata con quella dell'art. 580 c.p.: un "modello" che non prevede la piena liberalizzazione del suicidio assistito. E dunque si imporrà con una riscrittura dell'art. 580, oggi troppo limitato dal requisito indeterminato dei "trattamenti di sostegno vitale" introdotti dalla Corte, anche, nello stesso tempo, quella dell'art. 579 c.p.
Non proporre il referendum per l'art. 580 c.p. significa oggettivamente aprire un varco verso una disciplina comune legata al fine-vita o ad analoghe situazioni, sia per il 579 e sia per il 580, perché questo è il vero tema: riconoscere e normare i diritti, non abolire semplicemente i divieti. La proposta referendaria è dunque "coerente" al sistema attuale se viene letta come input verso una diversa disciplina non di diritti individuali di pretendere un aiuto per uccidersi o farsi uccidere immotivatamente: proprio la conservazione dell'art. 580 delimita il campo successivo al "sì" referendario, e anche in una prospettiva di allargamento delle condizioni di aiuto a morire traccia un recinto di solidarietà, anziché di pura separazione della persona.
La democrazia penale, del resto, non si realizza mai con un sì o un no. Questa vicenda già ce ne offre una lezione piuttosto evidente. Io mi auguro che le sottigliezze dei giuristi non si rivelino sopraffattrici del buon senso e della giustizia sostanziale. È una battaglia per i diritti civili non rinviabile, che i partiti hanno dimostrato di subordinare a troppe valutazioni estranee, le stesse che appesantiscono quotidianamente la loro azione e distanziano il consociato da una partecipazione attiva alla polis. Il referendum è la dimostrazione che la partitocrazia può essere un ostacolo, anziché uno strumento democratico per il riconoscimento dei diritti. Valga questa consapevolezza a essere un monito per la Consulta: il referendum è oggi ammissibile (nella lettura proposta) anche se la disciplina che ne risulta non è compiutamente autoapplicativa, tanto più se in vista di un necessario intervento parlamentare sollecitato da tre anni proprio dalla Corte costituzionale.
di Fabrizio Caccia
Corriere della Sera, 14 novembre 2021
Mastronardi e Passaro hanno raccolto in un libro la ricerca su 80 uomini e donne reclusi a Regina Coeli e Rebibbia. "Oggi assistiamo alla sindrome dell'uomo illustrato". Quante ne ha viste, nella sua carriera, il criminologo Vincenzo Mastronardi, "una volta - racconta - andai persino a fare un corso agli esorcisti". Una vita, la sua, passata a studiare il male, spesso barcamenandosi tra grandi demoni e poveri diavoli.
L'ultimo degli oltre trenta libri che ha scritto s'intitola I segreti dei tatuaggi criminali ed è il risultato di una ricerca partita nel 2013 quando era direttore del Master in Scienze Criminologiche all'università La Sapienza. Una ricerca sui tatuaggi di 80 detenuti, uomini e donne, reclusi a Regina Coeli e nella sezione femminile di Rebibbia, compiuta insieme a Giovanni Passaro, un ispettore di polizia penitenziaria con oltre 20 anni di duro servizio nelle carceri. "Era un mio vecchio pallino - dice Mastronardi - Già nel 1974, infatti, da universitario mi avventurai in una ricerca sui tatuaggi dei tossicodipendenti e notai subito la differenza a seconda che si facessero di droghe pesanti o leggere. Chi assumeva eroina o cocaina si tatuava addosso perlopiù coltelli, fucili, pistole. Chi fumava la marijuana, invece, sceglieva simboli eterei: uccellini, madonne...".
E oggi? "Oggi assistiamo alla sindrome dell'uomo illustrato - dice Mastronardi - In cella c'era uno tutto tatuato: un serpentello sul pene, una lettera alla madre sulla spalla sinistra, il volto della fidanzata su quella destra. In pratica, una psicobiografia incisa sulla pelle. Perché il tatuaggio è un mezzo di affermazione personologica e nel detenuto avvia un meccanismo di fuga intrapsichica, un'evasione all'interno di sé, per uscire dal rischio dell'autodisistima.
È come se grazie al tatuaggio il detenuto dicesse: io non sono il numero della mia cella, io sono la tigre, il serpente che ho su di me. Non sono un corpo ma un uomo con la sua storia". Ma la "sindrome dell'uomo illustrato", chiediamo, si può ravvisare anche in chi non è recluso? "I tatuati alla Fedez, per capirci? - risponde il prof - Non conosco Fedez, di sicuro molti di loro hanno bisogno di fare di più per sentirsi normali".
Quelle di 50 anni fa, inoltre, erano scarificazioni piuttosto incerte, ottenute "col vecchio pennino a campanile", ricorda il criminologo. "Oggi invece - interviene Giovanni Passaro - i detenuti smontano il lettore cd mp3 con cui in cella ascoltano le canzoni. Il motorino del lettore, alimentato con le batterie del telecomando tv, lo collegano poi col fil di ferro al tubicino trasparente di una penna Bic, riempito con l'inchiostro liquido dei pennarelli colorati che comprano allo spaccio. Infine, applicano al tubicino un ago preso dalle siringhe dell'infermeria e avviato il motorino comincia il lavoro. Poiché i tatuaggi in carcere sono vietati, di solito c'è un detenuto a fare da "palo" fuori (di giorno le celle restano aperte) e si alza al massimo il volume della tv per coprire il ronzio".
I tatuaggi in carcere sono vietati perché ci si può infettare, contrarre l'HIV o l'epatite. Ma come si vede, chi lo vuole lo ottiene, magari scambiandolo con due pacchetti di sigarette. La ricerca è stata svolta su un campione di 50 uomini e 30 donne, in prevalenza italiani e dell'est Europa. In copertina, campeggia un'enorme farfalla tatuata sul collo taurino di un detenuto: "Un segno di libertà - dice Passaro - Così come il serpente simboleggia l'odio o la vendetta. Le croci, le madonne, i volti di Cristo servono a confortare, ma c'è anche chi si sente Dio! Una lacrima vicino a un occhio vuol dire che si è commesso un omicidio, due lacrime due omicidi...".
I detenuti di maggior spessore criminale, invece, i tatuaggi li evitano: con le città piene di telecamere, l'icona di un coltello può farti arrestare. "Ma pure le donne - conclude Passaro - portano tatuaggi violenti: una quarantenne italiana, dentro per traffico di droga, sfoggiava all'altezza della coscia il disegno di un reggicalze con la pistola. È tipico poi tra le detenute immortalarsi sui polsi o sulle caviglie i nomi dei genitori, dei figli, del marito. Durante la pandemia, quando i colloqui erano sospesi, i tatuaggi mostrati durante le videochiamate volevano comunicare proprio questo: l'indistruttibilità del loro legame".
di Simone Alliva
L'Espresso, 14 novembre 2021
Dopo la bocciatura del disegno di legge contro l'omotransfobia le piazze si sono riempite in nome dei diritti di tutti. Mentre la politica osserva, il Movimento Lgbt è pronto a un'altra battaglia. E punta su uno scranno più alto. "Nessuno ci regalerà niente, bisogna pretendere e farlo adesso", gli attivisti Lgbt lo ripetono in chat, video conferenze, telefonate, nelle sedi delle associazioni. Il post-Zan è già arrivato. Ha invaso le piazze italiane per giorni dopo la sua bocciatura. Più di 50 sit-in organizzati in pochissime ore e uno slogan comune: "Molto più di Zan". Dopo venticinque anni di fallimenti la comunità arcobaleno è stanca ma non è più sola. Tra le migliaia di persone ci sono ragazzi e ragazze, studenti, lavoratori, migranti, persone con disabilità, femministe. La battaglia per i diritti di tutti può chiamare a raccolta forze imprevedibili. Così più che una battuta d'arresto lo stop alla legge contro l'omotransfobia, la misoginia e l'abilismo ha segnato l'inizio di un nuovo corso.
Venerdì il movimento Lgbt italiano si riunirà, come fa da mesi ogni settimana, sulla piattaforma Zoom: "Cerchiamo di capire dove possiamo andare", dice Rosario Coco, segretario di GayNet, l'associazione fondata da Franco Grillini. Al vaglio c'è una proposta di legge iniziativa popolare, il successo delle firme sul fine vita e sulla cannabis hanno dimostra che dal basso si può raccogliere un milione di firme facendo clic da casa.
Si potrebbe puntare anche su altro. Molto più di Zan, appunto. Una legge sul matrimonio egualitario, contro le terapie di conversione dell'omosessualità ancora presenti in Italia, proposte di riforma per le adozioni e per la legge 164 del 1982, cioè sul cambio di sesso: "Stiamo ragionando su iniziative che possano avere una caduta parlamentare" dice Coco, "non è auspicabile rinunciare del tutto alla battaglia in Aula in questo momento. I contenuti sono tanti. Riflettiamo sull'agenda a 360°. Lo scopo è stimolare tutta l'area progressista della politica per un'attenzione più inclusiva".
È un gran lavorio di fondo che tiene dentro chiunque: "Il futuro dei diritti è già qui, solo che è mal distribuito" spiega Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno: "La voglia di rilanciare è forte. Lo avevamo sempre detto che avremmo continuato a chiedere ciò che ci spetta. Per noi è vitale discutere di una legge sul riconoscimento dei nostri figli. Basterebbe dare piena uguaglianza a temi che sono di fatto diritti ad appannaggio delle persone etero: matrimonio, riconoscimento di figli alla nascita, l'adozione e per le donne single e in coppia lesbica l'accesso alla PMA. Quattro cose che mia sorella e mio fratello possono fare, io no". E così in una sinergia che coinvolge altre associazioni, come Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, si scrivono proposte di legge e referendum. Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay ha ben chiaro il momento storico: "Ci troviamo di fronte a una nuova fase politica per questa legislatura e non ci facciamo illusioni sul presente ma ci poniamo il problema del futuro. Riprendiamo il filo del discorso di tutte le istanze legislative da porre ai partiti. La fine del ddl Zan ha portato a un'unità di intenti per tutte le associazioni". Piazzoni sulle proposte buttate in campo dal centro-destra è chiaro: "Chi oggi parla di una legge contro l'omotransfobia dopo averla affossata fa una boutade. Anche riproporre la legge Scalfarotto ha poco senso, è già stata bocciata nel 2013 perché dovrebbe avere un finale diverso? Noi chiediamo di più".
La politica resta in ascolto e si muove osservando le piazze e le dichiarazioni di chi le agita. Decretata la fine del ddl Zan era stato Franco Grillini, ex deputato e presidente onorario di Arcigay a rilanciare: "immediatamente un testo brevissimo (uno, massimo due articoli) che estende seccamente la Mancino per ragioni di orientamento sessuale e identità di genere". Matteo Renzi non ha perso tempo, raccontano, una lunga telefonata tra lui e Grillini dai toni cortesi ma senza lieto fine: "Appoggio la tua proposta ma presentiamo la legge Scalfarotto. Cioè via identità di genere e mettiamo omofobia e transfobia". Niente di fatto. "Sono termini incostituzionali ma Renzi non ne vuole sentire". Tra Italia Viva e il movimento Lgbt la distanza è siderale. Va da sé che il Palermo Pride, uno degli eventi più importanti per la comunità arcobaleno, ha deciso organizzare una vera contestazione nei confronti del sottosegretario Ivan Scalfarotto, presente a Palermo per la presentazione di un libro.
Dal centro-destra resta sul tavolo la proposta di legge presentata insieme a Matteo Salvini, dalla vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli: "Se davvero si vuole punire la discriminazione e la violenza e non semplicemente piantare una bandierina" dice Ronzulli "si può partire da questo ddl". Non usa mezzi termini per commentare il deputato del Pd Alessandro Zan: "Quel disegno di legge è pericoloso perché è un attacco alla legge Mancino, vorrebbero trasformare gli aggravanti per crimini d'odio razziale e religioso in futili motivi. Ci farebbe fare passi indietro sul contrasto al razzismo, all'antisemitismo e all'odio religioso. La verità? Vogliono utilizzare l'omotransfobia per dare un colpo mortale alla legge Mancino".
Dentro il Partito Democratico la sintonia con l'associazionismo Lgbt resta: "Il Pd ha dato prova di lealtà al Movimento" spiega Monica Cirinnà, senatrice e responsabile del dipartimento diritti del Partito Democratico: "Chiedeva nessuna modifica e noi non abbiamo ceduto sulla cosa più importante: l'identità di genere. Perché nessuno deve essere lasciato indietro". Sul futuro il Pd ha già le carte in mano: "Abbiamo delle proposte già depositate sul matrimonio egualitario (a firma della stessa senatrice n.d.r), altre sull'omotransfobia che non sono state accorpate, la questione sul cognome del madre. Il dipartimento diritti ha un tavolo con la comunità Lgbt e una chat. Sappiamo che il movimento trans scenderà in piazza il 20 e chiede a pieno titolo visibilità dopo questi mesi in cui è stata a lungo ostracizzata. Noi abbiamo dimostrato di essere leali non cedendo sull'identità di genere cioè quello che volevano Renzi e Salvini. Perché voglio ricordare che se non nomini identità di genere non metti tutte le soggettività al loro interno. Chiedo a Renzi come protegge le persone in transizione? È fuffa. Il Ronzulli-Salvini? Aria fritta".
Per il M5s che negli ultimi mesi si è avvicinato alla comunità Lgbt grazie al lavorio della senatrice Alessandra Maiorino le proposte che saranno avanzate sono "una dichiarazione di intenti. Abbiamo capito che con questo Parlamento sarà difficile approvarle ma è un segnale che vogliamo dare al Paese" dichiara Maiorino: "L'Italia ha perso un'occasione. C'è un problema di ordine europeo se pensiamo che la Commissione Ue per i temi dell'uguaglianza sta lavorando a una proposta per estendere l'elenco dei reati europei per includere tutte le forme di reato d'odio e incitamento all'odio. Certamente riproporremo questa legge" insiste con una specifica che sembra una stoccata a Italia Viva: "procedere sul 604bis, l'articolo del codice penale è inevitabile ma servono anche i percorsi di educazione al rispetto, serve un approccio culturale, il penale non basta".
Sulle richieste del movimento non ha dubbi: "Sono scesa nelle piazze della comunità, chiedono molto più di Zan e hanno ragione. Nella nostra carta dei valori è stato inserito il rispetto dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale, chiederò che venga inserito nel nostro programma il matrimonio egualitario perché il nostro paese prevede istituti di serie A e B e posso annunciare che presenterò una proposta di matrimonio egualitario".
Il dopo-Zan è un vento che cresce, le piazze continueranno a riempirsi con appuntamenti previsti anche nelle prossime settimane e intanto i Palazzi osservano, misurano la distanza fisica, emotiva e ideale fra gli eletti e i possibili elettori. Il Movimento Lgbt però è pronto a un'altra battaglia che scavalca quella delle leggi per i diritti che mancano e punta su uno scranno più alto. L'idea è quella di una raccolta firme per proporre un personaggio di peso e dichiaratamente gay al Quirinale. Possibilità di successo: scarse. Ma nella mobilitazione che si gonfia ogni giorno anche solo la sua nomina rappresenta un simbolo dei tempi che cambiano, racconta una storia che basta alzare gli occhi per capirla. La prova di forza di un grande movimento politico e di opinione che dopo cinquant'anni ha ancora la capacità di riempire le piazze, aprire dibattiti e porre problemi impossibili da ignorare.
di Francesco Paolo Garzone e Iacopo Iacobellis
L'Opinione, 14 novembre 2021
Dopo la verifica formale da parte dell'Ufficio per i referendum della Corte di Cassazione, la Corte costituzionale è chiamata a valutare i profili di ammissibilità di un quesito impropriamente denominato "eutanasia legale", ma che in realtà prescinde da qualsiasi requisito di salute della persona, e punta a rendere la vita un bene assolutamente disponibile, subordinato soltanto alla espressione del consenso da parte della vittima. Gli avvocati Francesco Paolo Garzone e Iacopo Iacobellis illustrano le ragioni di non ammissibilità del quesito, riprendendo il testo della relazione da loro svolta al convegno "Eutanasia legale. Le ragioni del sì e del no a confronto", tenuto a Palagianello (Taranto) al Teknè-Centro di esperienza socio-culturale il 16 settembre 2021.
Il fine vita evoca il contrasto tra la libera sovranità individuale sul corpo e i limiti che il potere statuale può, invece, imporre sul governo di quest'ultimo. La riflessione giuridica, che rimanda ancor prima a questioni di carattere etico, religioso, filosofico ed antropologico, si incentra sul valore dell'esistenza umana e sulla possibilità di ammettere che ciascuna persona si determini secondo la propria identità anche nella fase finale della vita, senza imporle di "esistere" contro le proprie convinzioni individuali.
La proposta di referendum sull'eutanasia legale è una certezza: il Comitato referendario ha annunciato di aver raccolto più di un milione di firme, ben oltre le 500mila richieste dalla Carta costituzionale. Affinché, tuttavia, il popolo italiano sia chiamato a decidere se introdurre nel nostro ordinamento giuridico l'istituto dell'eutanasia legale, saranno necessarie due condizioni: il vaglio di ammissibilità del quesito da parte della Corte costituzionale (che, si badi bene, "non può estendersi alla valutazione preventiva della legittimità costituzionale della normativa conformata dall'eventuale accoglimento del quesito", sentenza numero 17/2016) e che il Parlamento non decida medio tempore di legiferare in materia. Senza dubbio l'inerzia del Legislatore è censurabile, avendo avuto tutto il tempo per poter discutere e approvare una Legge che tenesse conto delle diverse e sensibili istanze provenienti dalla società. In ciò si sostanzia il primo dubbio di inammissibilità del quesito referendario.
Il tema dell'eutanasia, infatti, per la sua delicatezza e complessità, non pare poter essere compendiato in una mera domanda da sottoporre al cittadino elettore nella segretezza della cabina elettorale (Sì o No). La tecnica del referendum impedisce la possibilità per i votanti di esprimere posizioni diverse su un tema complicato, che attiene a situazioni che, per la loro complessità medica, etica, religiosa, non possono trovare un compendio frettoloso in una fredda domanda individuata nella scheda. Esclude, in altri termini, possibili soluzioni intermedie. L'impossibilità di una mediazione comporta l'effetto di un "gioco a somma zero". Rispetto alla proposta formulata sono possibili solo due esiti: la totalizzazione del massimo risultato ottenibile o una perdita secca.
Un'ulteriore perplessità attiene agli esiti giuridici della proposta consultazione. Con il quesito referendario attualmente al vaglio della Suprema Corte si chiede, infatti, di abrogare parzialmente l'articolo 579 del Codice penale, sì da escludere dalla norma incriminatrice la condotta di "chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui", fatta eccezione "se il fatto è commesso: 1) Contro una persona minore degli anni diciotto; 2) Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; 3) Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno".
L'accoglimento di tale quesito referendario, sì come formulato, determinerebbe una "lacuna" normativa, uno spazio vuoto che l'interprete potrebbe essere autorizzato a colmare in una duplice - e opposta - maniera (ciò che incide sul giudizio di ammissibilità del quesito, che per la giurisprudenza costituzionale deve essere rispettoso del criterio di chiarezza; confronta Corte costituzionale, 16/1978). Il primo possibile esito interpretativo del testo dell'articolo 579 del Codice penale che residuerebbe dall'effetto abrogativo parziale si porrebbe in antitesi rispetto alle finalità perseguite dal comitato referendario. La vittoria dei "Sì", in altri termini, comporterebbe l'abrogazione di una fattispecie di omicidio volontario pacificamente ritenuta speciale rispetto alla fattispecie generale di cui all'articolo 575 del Codice penale. In tali casi, per consolidato orientamento giurisprudenziale in applicazione dell'articolo 2 del Codice penale (confronta, ex multis, Cassazione, Sezioni Unite numero 24468/2009), l'abrogazione della fattispecie speciale non realizza una abolitio criminis ma una successione di leggi penali nel tempo, con conseguente ri-espansione della fattispecie generale.
Sicché, il primo - possibile e paradossale - effetto interpretativo dell'accoglimento del quesito referendario, lungi dallo scriminare la condotta di omicidio del consenziente, determinerebbe addirittura un'eterogenesi dei fini: la medesima condotta, piuttosto che soggiacere alla più blanda sanzione oggi prevista dall'articolo 579 del Codice penale, verrebbe assoggettata alla più severa pena prevista per l'omicidio volontario dall'articolo 575 del Codice penale.
Il secondo - anch'esso astrattamente possibile - esito interpretativo dell'articolo 579 del Codice penale residuale all'accoglimento del quesito referendario consisterebbe invece nell'escludere la punibilità di qualsiasi omicidio del consenziente, al di fuori delle tre ipotesi di minore età, infermità di mente o di vizi del consenso espressamente escluse dal quesito. Finora la funzione sistematica dell'articolo 579 del Codice penale è stata quella di sancire che il diritto alla vita non rientra nel novero dei diritti disponibili da parte del titolare; inoltre, quella di stabilire un trattamento punitivo "privilegiato", rispetto a quello comune, desumibile dall'articolo 575 del Codice penale, riconoscendo un minore grado di antigiuridicità alla condotta omicida tenuta nei confronti del consenziente.
Eliminando le parole che la proposta di referendum si propone di abrogare, invece, l'articolo 579 del Codice penale ruoterebbe agli antipodi e si ritroverebbe a sancire il principio di disponibilità del diritto alla vita. L'asse teleologico dell'articolo 579 del Codice penale, cioè la finalità politico criminale ch'esso è destinato a realizzare, risulterebbe così letteralmente rovesciato: da norma-baluardo dell'indisponibilità del diritto alla vita a norma-riconoscimento della sua disponibilità. Tale esito, perseguito dai referendari, non sarebbe esente da censure di irragionevolezza.
La soluzione ermeneutica, infatti, introdurrebbe un'insostenibile disparità di trattamento fra l'omicidio del consenziente, penalmente irrilevante, e l'agevolazione del suicidio che, sebbene espressiva di minore disvalore rispetto alla prima condotta, con la nota sentenza 242/2019, preceduta dall'ordinanza di rinvio-monito 207/2018, la Corte costituzionale ha ritenuto non punibile esclusivamente nei casi in cui l'aspirante suicida si identifichi in una persona "(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
Le condizioni imposte dalla Corte costituzionale per escludere l'illiceità dell'agevolazione al suicidio, in altri termini, non varrebbero per limitare il perimetro di penale irrilevanza dell'omicidio del consenziente; con la paradossale conseguenza che la condotta di chi uccidesse, con il consenso di questa, altra persona non affetta da patologia irreversibile non sarebbe punibile; mentre invece lo sarebbe la condotta di chi si "limitasse" ad agevolare il suicidio della stessa persona (sic!).
Queste ultime irragionevoli conseguenze sarebbero evitabili soltanto nel caso in cui, post referendum, il Legislatore intervenisse per estendere all'omicidio del consenziente le medesime condizioni già imposte dalla Corte costituzionale per escludere la punibilità dell'agevolazione al suicidio. Si tratta, invero, di condizioni che, se valgono per l'aiuto al suicidio, a maggior ragione dovrebbero valere per la più grave condotta di omicidio del consenziente: in quest'ultimo caso, infatti, il soggetto attivo del reato non partecipa semplicemente al fatto del suicidio commesso dalla vittima ma diventa dominus di una morte altrui.
Anche siffatta soluzione, tuttavia, non sarebbe esente da dubbi di legittimità costituzionale: l'eliminazione della sanzione criminale di fatti causativi della morte del malato irreversibile e gravemente sofferente che chiede di essere ucciso "non potrebbe non suonare alle orecchie di tutti e di ciascuno, del malato innanzitutto, come un giudizio per cui la vita del malato in tali condizioni vale meno di quella del sano"; ovvero, una selezione quoad mortem fra vite degne di essere vissute e non, in palese violazione del più elementare principio di eguaglianza.
Non può sfuggire, a tale riguardo, la considerazione che la giurisprudenza costituzionale vieta una abrogazione totale (confronta sentenza numero 49/2000, referendum sulle norme a tutela del lavoro a domicilio; numero 45/2005, referendum sulla legge in tema di procreazione medicalmente assistita) ovvero parziale che intacchi il livello minimo di tutela del diritto costituzionalmente garantito dalla norma (confronta sentenza numero 26/1981 e numero 35/1997, entrambe riguardanti referendum in tema di interruzione volontaria della gravidanza).
Altra perplessità attiene, infine, alla "tecnica" impiegata per la formulazione del quesito referendario. Entra qui in gioco un criterio di ammissibilità di origine pretoria, introdotto nella sentenza numero 36/1997 (referendum in tema di raccolta pubblicitaria radiotelevisiva) e poi impiegato per la valutazione di molteplici altri quesiti referendari (confronta sentenza numero 38/2000 sulla responsabilità civile dei magistrati, numero 50/2000 sui termini massimi di custodia cautelare, numero 43/2003 sugli inceneritori di rifiuti speciali, numero 46/2003 in materia di sicurezza alimentare, numero 13/2012 sulla legge elettorale di Camera e Senato, numero 5/2015 in materia di organizzazione uffici giudiziari, numero 26/2017 sui licenziamenti individuali). Tale criterio esclude l'ammissibilità di un quesito referendario che adoperi il testo oggetto di abrogazione come un serbatoio lessicale dal quale estrarre eterogenei frammenti sintattici ricomposti in modo giuridicamente significativo, così da produrre una costruzione artificiosa, un'innovazione "assolutamente diversa" e "del tutto estranea al contesto normativo" originario.
Il quesito referendario di cui trattasi non sembra esente da tale inconveniente. L'articolo 2 della Costituzione, infatti, nel riconoscere i diritti inviolabili della persona umana, presuppone la vita (recte, una vita dignitosa) di quest'ultima come valore - anche giuridico - sovraordinato rispetto ad ogni altro diritto. L'articolo 3 della Carta, inoltre, nel tutelare e promuovere l'uguaglianza sia in senso formale che in una dimensione sostanziale (come dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese), consente ed incentiva l'evoluzione storica dallo Stato liberale (ove la tutela era riferita esclusivamente ai cosiddetti diritti di libertà) allo Stato democratico (ove invece lo Stato è chiamato ad intervenire nella vita dei cittadini, anche limitandone la libertà e l'autonomia, in vista della tutela dei cosiddetti diritti sociali: alla salute, all'istruzione scolastica, all'ambiente). L'articolo 32 della Costituzione, infine, tutela la salute non soltanto come diritto "fondamentale" (l'unica volta in cui il Costituente usa questa qualificazione) dell'individuo ma anche come interesse della collettività. Si tratta di una cornice che rende ancora corretta ed attuale la costruzione giuridica del diritto alla vita come diritto indisponibile ed irrinunciabile.
L'ordinamento, d'altronde, conosce già diritti indisponibili, irrinunciabili, inalienabili; diritti rispetto ai quali la libertà personale di autodeterminazione è destinata a recedere; ad esempio, il diritto di difesa, che è inviolabile ai sensi dell'articolo 24, comma 2, della Costituzione, ergo irrinunciabile. Orbene: se il diritto di difesa dell'imputato nel processo penale è (giustamente!) indisponibile, inviolabile, irrinunciabile (l'imputato non può rinunciare alla difesa tecnica da parte di un difensore, neanche ove lo volesse), perché mai dovrebbe ritenersi inconcepibile un diritto alla vita che anch'esso sia tale, e dunque prevalente sulla libertà personale di autodeterminarsi alla morte? Forse nella scala di valori il diritto alla difesa vale più del diritto alla vita?
Gli orizzonti di questo dibattito sono molto vasti. Ogni norma, invero, non vive come una monade, in una sfera assolutamente impermeabile al contatto con le altre regole che presiedono alla vita civile dei consociati. Sicché, se si aprisse definitivamente alla disponibilità del diritto alla vita le conseguenze sarebbero tante e, forse, imprevedibili: inattuale e superata diventerebbe, ad esempio, la disposizione dell'articolo del Codice civile, che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo dove tali da determinare una permanente diminuzione dell'integrità psico-fisica. Id est, proprio quello stravolgimento giuridico, "del tutto estraneo al contesto normativo", censurato dalla giurisprudenza costituzionale.
*Centro studi Rosario Livatino
adnkronos.com, 14 novembre 2021
Una guerra per bande nel penitenziario El Litoral, la prigione più popolata di Guayaquil, ha provocato 58 morti e 12 feriti. Il bilancio è stato confermato dal governatore della provincia di Guayas, Pablo Arosemena. Secondo il quotidiano Expreso le violenze nel padiglione 2 sono durate ben 14 ore prima che i reparti antisommossa riuscissero a riportare i detenuti dentro le celle. Molte violenze sono state divulgate dai carcerati con video sui social network. Un'altra rivolta nello stesso carcere, avvenuta il 29 settembre, aveva provocato la morte di 120 detenuti in seguito a scontri tra bande di narcos. Nel 2021 nelle carceri dell'Ecuador ci sono state 265 morti violente: 180 a El Litoral. L'ennesimo massacro pone interrogativi sull'efficacia dello stato d'emergenza decretato dal presidente Guillermo Lasso a ottobre per fornire maggiori poteri alle forze di sicurezza.
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