di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 novembre 2021
"Un recente studio della Bocconi ha messo in evidenza che ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo sei per il mantenimento del detenuto, appena 35 centesimi per la sua rieducazione, prevista dalla Costituzione italiana. I soldi degli italiani che lo Stato spende non mirano all'attuazione di uno principio costituzionale. Non rieducare significa incrementare la recidiva che in Italia, come sottolinea lo stesso studio, è del 68%, dato che scende al 19% quando si applicano misure alternative come la semilibertà e le forme di inserimento lavorativo".
di Ilaria Romano
spazio50.org, 14 novembre 2021
L'ultimo rapporto del Comitato di Giustizia del Parlamento, rileva come i detenuti di età più adulta siano cresciuti del 243% tra il 2002 e il 2020, passando da 1500 a oltre 5000. Il fenomeno del Regno Unito, dove la popolazione carceraria over 60 è in aumento costante dagli inizi del Duemila, e quello dell'Italia.
redattoresociale.it, 14 novembre 2021
La popolazione penitenziaria torna a salire nel mese di ottobre 2021. Secondo i dati forniti dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria al 31 ottobre 2021, i detenuti negli istituti di pena italiani sono complessivamente 54.307. Un dato ormai stabilmente distante da quello di febbraio 2020, quando nelle carceri italiane c'erano oltre 61 mila persone detenute.
di Ignazio Riccio
Il Giornale, 14 novembre 2021
Il pronunciamento specifica che non ci può essere un trattamento diverso tra i carcerati e gli altri cittadini che hanno perso la loro occupazione. Aveva lavorato per ben due anni come cuoco e come addetto alle consegne all'interno di una casa circondariale, un'occupazione vera, esercitata tutti i giorni, ma una volta ritornato disoccupato l'Inps non gli aveva riconosciuto la Naspi, l'indennità mensile di inattività che ha sostituito l'Aspi e la mini Aspi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2021
Risposte ad almeno due delle canoniche domande che si pone chiunque si trovi a essere parte in una causa: quella sulla fondatezza delle proprie ragioni e sulla possibilità che vengano accolte; e quella sulla durata del giudizio.
A Brescia, questo si concretezza in uno di quei progetti pilota che vanno poi a costituire le best practices degli uffici giudiziari, il link www.giustiziapredittiva.unibs.it, messo a punto da Tribunale e Corte d'Appello in stretta collaborazione con l'Università e con la partnership della Camera di Commercio e di Aiga.
Un progetto che dà concretezza a un sistema di giustizia predittiva dove a essere anticipato è il risultato potenziale di una causa, la sua durata e, se necessario, l'entità del verosimile risarcimento. Per Claudio Castelli, presidente della Corte d'appello, "la finalità esterna del progetto è quella di fornire a utenti e agenti economici dei dati di certezza e di prevedibilità e nello stesso tempo di contenere la domanda, disincentivando dalle cause temerarie e incoraggiando in modo indiretto le parti a seguire altre strade (conciliative, transattive)".
Ma Castelli sottolinea anche "la formidabile valenza interna: perché ciò impone principi preziosi anche all'interno della giurisdizione: trasparenza delle decisioni, circolarità della giurisprudenza tra I e II grado, consapevolezza delle decisioni e superamento dei contrasti inconsapevoli".
Il progetto si è sviluppato attraverso alcuni passaggi chiave: individuazione delle materie da cui partire. Inizialmente sono state privilegiate le materie più rilevanti per gli agenti economici: tribunale delle imprese (societario, industriale), contratti bancari, licenziamenti, contributivo, infortunistica sul lavoro; creazione dì una banca dati per ogni materia; circolarità della giurisprudenza tra I e II grado, inizialmente tra Tribunale e Corte di Appello di Brescia, con la prospettiva di estenderla a tutti i Tribunali del distretto; creazione di gruppi di lavoro dell'Università con un raccordo con Corte di Appello e Tribunale (e coni già costituiti Uffici per il processo) per ogni branca di materie che prendono in carico i provvedimenti emessi e ne estraggono orientamenti e casistica; estrazione, con l'ausilio dell'Università, dei dati sui tempi medi di durata dei procedimenti materia per materia.
Quella che viene elaborata non è una tradizionale massima, ma un abstract con l'enunciazione di un caso accompagnata dal principio giuridico, espressa il più possibile in un lessico comprensibile e lontano dal proverbiale "giuridichese" in modo che la persona interessata possa verificare la concretezza della problematica non solo giuridica esistente e tenerne conto in caso di contenzioso analogo.
Il sito propone due grandi aree tematiche, il diritto del lavoro e il diritto dell'impresa. Una volta scelta l'area tematica, si può percorrere, secondo un grado crescente di approfondimento, un itinerario, con l'obiettivo di individuare la vicenda giudiziaria più appropriata, per identità o similitudine, a quella di proprio interesse, "arrivando", si spiega, alla fine di quell'itinerario, alla soluzione cercata.
di Angelo Piraino
Il Domani, 14 novembre 2021
Si sta decidendo la riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, il supremo organo di autogoverno dei magistrati italiani. La proposta attualmente in discussione, battezzata "disegno Luciani", è stata elaborata dagli esperti del ministro della Giustizia Cartabia. Secondo il presidente di Magistratura indipendente, una delle correnti dei magistrati, è un sistema sbagliato, che invece di ridurre il peso delle correnti, ne esclude alcune favorendone altre.
di Luigina Pileggi
Gazzetta del Sud, 14 novembre 2021
È morto Vincenzino Iannazzo, detto il "moretto", ritenuto capo dell'omonima cosca mafiosa di Lamezia Terme. Il 67enne, malato da tempo era detenuto al Sai (Servizio di assistenza intensificato) del carcere di Parma. Vincenzino Iannazzo era considerato il capo storico del clan, capace di gestire gli affari di famiglia perfino dall'Irlanda. Ma questo oltre un decennio fa. Il 67enne, nonostante le sue condizioni di salute, era al 41 bis, regime a cui è stato di nuovo sottoposto dopo le polemiche che, un anno fa, accompagnarono alcune scarcerazioni motivate dai rischi Covid, tra cui la sua.
Nei mesi scorsi, ad occuparsi di Iannazzo è stata l'associazione "Yairaiha Onlus" che, da anni, lotta per i diritti dei detenuti, che lanciò un appello affinché il capoclan di Sambiase fosse messo nelle condizioni di poter essere curato. Iannazzo, spiegarono gli attivisti dell'associazione, "soffriva di una serie di patologie fra le quali spiccava, per gravità e manifestazioni che comportava, la demenza a corpi di Lewy".
La malattia, diagnosticata dal reparto di Medicina protetta dell'ospedale di Belcolle di Viterbo dove è stato ricoverato da giugno a novembre 2020, comporta "gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, attenzione, ragionamento, linguaggio), allucinazioni visive con conseguenti stati di agitazione e difficoltà a svolgere in maniera autonoma le attività del vivere giornaliero". Un quadro "di assoluta gravità", nonostante il quale Iannazzo è rimasto detenuto al Servizio di assistenza intensificato del carcere di Parma. Dove ieri è morto.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 14 novembre 2021
La lodevole iniziativa dell'Associazione Nazionale dei Comuni d'Italia per un drastico intervento del legislatore volto ad eliminare la paralizzante ipoteca del reato di abuso di ufficio sulla quotidiana attività dei sindaci, sembra però alimentare un singolare equivoco, non solo mediatico. A sentire o leggere molti degli interventi sul tema - da ultimo addirittura quello del Presidente della Camera Roberto Fico - sembra quasi che le gravi distorsioni prodotte da questa magmatica fattispecie di reato siano una peculiare esclusiva dei primi cittadini nei comuni italiani.
Il tema è ovviamente molto più vasto, sia perché ovviamente non può non riguardare tutti gli amministratori pubblici, sia perché la riflessione, se vuole essere seria e credibile, dovrebbe estendersi anche oltre l'articolo 323 del codice penale. Sicché dire, come fa il Presidente grillino della Camera, che "oggi ha una logica rivedere" il reato di abuso in atti di ufficio perché "i sindaci sono una grande comunità, hanno grandi responsabilità e bisogna ascoltarli" a me pare solo un modo per eludere la questione vera che occorre affrontare, e che è ben più complessa.
Il reato di abuso in atti di ufficio è da sempre la norma che il legislatore ha consegnato, insieme ad altre, agli Uffici di Procura per esercitare un indebito controllo general preventivo sull'attività della pubblica amministrazione e dunque sulla politica. Norme che per la loro indeterminata genericità si risolvono in quella che è stata efficacemente definita (Luciano Violante) come una sorta di "mandato a cercare" eventuali irregolarità o illiceità nella amministrazione pubblica, a prescindere da ben definite e chiare notizie di reato.
È a tutti noto che la percentuale di condanne definitive per abuso in atti di ufficio è infinitesimale se raffrontata al numero di indagini che in nome di esso sono state aperte dagli Uffici di Procura di tutta Italia; indagini che hanno di per sé prodotto i propri effetti sostanzialmente sanzionatori già in quella fase, gravando di una pesante ipoteca lo svolgimento del mandato dell'amministratore indagato, quando non ponendolo perciò solo nella necessità di rimetterlo.
L'abuso, data la sua definizione magmatica e residuale ("salvo che il fatto non costituisca più grave reato", così esordisce la norma) permette di tenere in vita e legittimare comunque indagini sommariamente avviate per più gravi ipotesi di reato (corruzione, concussione, peculato) che con il tempo si dimostrino infondate: alla fine, male che vada, un abuso in atti di ufficio non potrà negarsi a nessuno.
Questo è a ben vedere la distorsione più grave determinata dal mantenere in vita quella fattispecie di reato, e che riguarda -in forma ormai perfino più grave- anche una seconda fattispecie di reato, lo sciagurato "traffico di influenze", introdotto da pochi anni a furor di populismo. Nessun giurista serio è ad oggi in grado di spiegare con chiarezza quale possa essere in concreto e con certezza questa misteriosa condotta, un miscuglio indefinito tra una corruzione solo immaginata ed un millantato credito però mica tanto millantato. Un mostriciattolo giuridico senza capo né coda che infatti non produce praticamente mai condanne, ma alimenta invece, come e più dell'abuso in atti di ufficio, un indeterminato numero di indagini. E se per questo reatuncolo non sono consentite - deo gratias - intercettazioni telefoniche, non preoccupatevi: se i protagonisti sono più di tre (e tre cristiani li trovi sempre), sarà sufficiente contestare in fase di indagine una associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze per consentirsele.
Dunque, altro che sindaci. Qui il tema è ancora una volta quello di una politica che si è stolidamente consegnata al controllo di legalità preventivo degli uffici di Procura, in nome di un diritto penale sempre più drammaticamente lontano dal suo ancoraggio ai principi costituzionali e liberali di tipicità e tassatività delle norme incriminatrici. Questo il Presidente Fico non lo sa, ma occorre invece che tutti lo comprendano, se vogliamo affrontare con serietà questa ennesima emergenza democratica.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 novembre 2021
Intervista ad Alfonso Sabella, il magistrato accusato ingiustamente per il G8: "Ora una riforma per ripulire gli atti d'indagine da quanto serve solo a infangare". "Ho capito sulla mia pelle quanto sia importante la presunzione d'innocenza. Dobbiamo valutare che dall'altra parte ci sono esseri umani che si vedono "sputtanare" gratis, senza alcun riferimento al procedimento penale". A parlare della pubblicazione degli atti del caso Open è Alfonso Sabella, ex magistrato del pool antimafia di Palermo che catturò Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Pietro Aglieri, oggi giudice a Napoli. Che chiarisce: il Fatto quotidiano non ha commesso nessun illecito nel rendere note le strategie di Matteo Renzi per contrastare i propri avversari. Ma "c'è anche il diritto dell'indagato alla sua privacy e se necessario vanno introdotti dei limiti".
Gli atti pubblicati dal Fatto Quotidiano su Renzi sono, da un lato, un documento di enorme interesse per l'opinione pubblica, ma dall'altro rimangono comunque privi di rilievo penale. C'è un cortocircuito tra diritto all'informazione e privacy?
Quando gli atti sono noti all'indagato viene meno qualunque tipo di divieto di pubblicazione, ma è chiaro che ci muoviamo in un terreno minatissimo, in cui, da un lato, c'è l'interesse all'accertamento della verità da parte della procura e, dall'altro, l'interesse all'informazione in ordine a notizie che possono avere un interesse pubblico. Ma c'è anche il diritto dell'indagato alla sua privacy e credo che, in certi casi, vada rispettata. Le faccio un esempio: quando arrestai Pietro Aglieri, numero due di Cosa Nostra, ci riuscii seguendo un prete che andava a dire messa nel suo covo. Feci settimane di intercettazioni delle telefonate di quel convento e quelle telefonate, che non erano rilevanti, le ho mandate al macero. E nessuno le ha mai conosciute, ancorché ci potessero essere delle cose pruriginose che potevano interessare a varie persone. Occorrerebbe verificare se non ci siano spazi per introdurre, in qualche caso, dei divieti di pubblicazione. Penso, ad esempio, alle notizie che riguardano i conti correnti bancari.
Anche questo è avvenuto nel caso che riguarda Renzi. Si sarebbe potuto evitare?
Se non è utile ai fini dell'indagine, per quale ragione renderli noti? Dovrebbero esserlo solo i dati che vengono utilizzati nel provvedimento cautelare, ai fini del rinvio a giudizio o ai fini della prova nel procedimento penale. Ammettiamo che in un conto corrente ci sia un addebito per una notte in albergo con l'amante: perché dovrebbe venire a saperlo la moglie? Mi sono confrontato spesso con dati di questo tipo e ho cercato sempre, per quanto consentitomi dalla legge, di mantenerli riservati. Ma è chiaro che non posso fare una valutazione del genere da solo. Come pm posso cercare di omettere cose di questo tipo, ma quello stesso dato potrebbe essere utile alla difesa. E questa, però, a volte diventa la foglia di fico per utilizzare o pubblicare dati riservati.
Come si potrebbe fare?
Per le intercettazioni telefoniche è prevista, ad esempio, un'udienza stralcio in cui, sostanzialmente, la difesa evidenzia quali sono i file che possono servire e quali, invece, possono essere mandati al macero. Probabilmente, per altri dati sensibili che vengono acquisiti nel corso delle indagini, bisognerebbe pensare a qualcosa di questo tipo.
Secondo lei è fattibile?
Il problema è che tutto questo va fatto avendo un occhio al funzionamento del processo penale, perché introdurre ancora paletti e limiti significa andare a gravare su un'unica figura processuale: il gip. O si capisce che i gip devono essere tanti quanto i pm oppure faremo un buco nell'acqua, perché il sistema non potrà mai reggere. Se vogliamo delle riforme che tutelino realmente il diritto all'informazione, il diritto alla privacy e l'esercizio dell'azione penale, allora dobbiamo cercare di avere una struttura che sia in grado di gestire tutto questo. Perché tutto va fatto, ovviamente, nel contraddittorio delle parti: tornando all'esempio di prima, magari quella ricevuta che attesta un tradimento viola la privacy, ma può essere l'alibi per una persona accusata di omicidio. E per carità, mi rendo conto che non è bello, ma forse bisognerebbe anche introdurre qualche divieto di pubblicazione.
C'è il rischio anche di entrare a gamba tesa nelle strategie politiche di un partito, deprecabili o meno che siano?
Faccio un esempio brutale: quando ero assessore alla legalità, l'allora sindaco di Roma Ignazio Marino decise di pubblicare le sue spese, i famosi scontrini, senza consultarmi. Ed è una cosa che non gli perdonerò mai, perché se mi avesse consultato glielo avrei impedito.
Per quale ragione?
Per la violazione della privacy del commensale. Per quale ragione Marino doveva far sapere all'ambasciatore del Vietnam che aveva pagato la cena a quello della Cambogia e non a lui? Per quale ragione doveva far sapere ai suoi compagni di partito che aveva offerto un pranzo ad un parlamentare dell'opposizione? Erano elementi di grande riserbo e anche di esercizio libero dell'attività politica.
Nel caso di Renzi è la stessa cosa?
È chiaro che, allo stato attuale delle norme, il Fatto quotidiano ha fatto il suo dovere. Se io fossi stato un giornalista avrei pubblicato quelle notizie. Probabilmente vanno inseriti dei limiti nel sistema, limiti commisurati alla capacità stessa del sistema di reggere. Oppure diventerebbero una farsa, perché il giudice non avrebbe il tempo materiale di valutare quali sono le informazioni che possono essere eliminate. Dobbiamo pensare un sistema penale con un doppio binario serio, con tutte le garanzie del mondo agli illeciti importanti e un grado di giudizio più la Cassazione per gli illeciti bagatellari o tutto ciò che non comporta pene detentive, facendo una depenalizzazione serissima. Anche il rispetto delle garanzie e della privacy passa per una riforma radicale del sistema giustizia, ma non ne siamo in grado. Se oggi introducessero un altro limite o un'altra verifica il risultato sarebbe la paralisi. Ma dobbiamo anche valutare che dall'altra parte ci sono esseri umani che si vedono "sputtanare" gratis, senza riferimenti al procedimento penale.
Cosa ne pensa del recepimento della direttiva sulla presunzione d'innocenza? Molti suoi colleghi l'hanno definita un bavaglio...
Se io non avessi vissuto la mia storia personale, sarei con i miei colleghi a pensare che tutte queste norme, probabilmente, limitano l'esercizio corretto dell'azione penale. Ma avendo capito quanto sia importante la presunzione d'innocenza sulla mia pelle, sono perfettamente d'accordo sull'introduzione di queste norme e che se ne facciano altre. Senza la mia esperienza avrei ipotizzato il mondo ideale di una giustizia che non sbaglia mai e che dà a tutti la possibilità di difendersi. Ma a me, in 20 anni, non è mai stata data. Su di me si è creata una presunzione di colpevolezza fondata sul nulla. E la maggior parte delle persone che mi ha rovinato la vita ha la toga.
di Elena Ganelli
Il Messaggero, 14 novembre 2021
"Una struttura decisamente al di sotto del livello minimo accettabile". Con queste parole il consigliere regionale Alessandro Capriccioli di +Europa con Emma Bonino descrive il carcere di Latina al termine di una visita ispettiva, effettuata venerdì, per verificare le condizioni nelle quali si trovano detenuti e personale.
"Si tratta di una struttura risalente al fascismo, costruita con un'idea di carcere decisamente lontana non dico da un concetto moderno di edilizia penitenziaria, ma anche da quello che oggi possiamo considerare il livello minimo accettabile spiega il consigliere - gli spazi sono angusti, cosa che incide sia sulle stanze dei detenuti sia sui locali nei quali sono organizzate le loro attività, e le manutenzioni che sarebbero necessarie sono tali e tante che coi fondi a disposizione non si riesce mai a completarle".
Naturalmente i limiti strutturali dei quali da tempo si discute sono resi ancora più gravi dal sovraffollamento: i numeri raccontano della presenza nella casa circondariale di 120 tra detenuti e detenute queste ultime occupano l'ala di massima sicurezza a fronte di una capienza di sole 77 unità. Secondo l'ultimo rapporto del Ministero della giustizia aggiornato al 31 luglio scorso Latina con i 43 detenuti in eccesso rispetto alla capienza risulta avere il tasso di affollamento più alto d'Italia (170 %), quando la media nazionale si ferma a 105%.
"La situazione continua Capriccioli è ulteriormente aggravata dalla ridotta disponibilità di personale della polizia penitenziaria, che rende tutto ancora più difficile. Il punto è che se nelle nostre carceri ci si ritrova a scontare sistematicamente difficoltà di questo tipo e di questa entità la famosa rieducazione prevista dalla nostra Costituzione non può che rimanere una parola scritta su un pezzo di carta, malgrado le migliori intenzioni e la capacità di gettare il cuore oltre l'ostacolo di chi si ritrova a dirigere strutture come questa.
Tutto questo conclude l'esponente di +Europa con Emma Bonino - ha delle conseguenze molto negative non soltanto sui diritti delle persone detenute, cosa che già di per sé sarebbe abbondantemente sufficiente, ma anche sulle condizioni spesso difficilissime in cui gli operatori sono costretti a lavorare, e soprattutto sulla possibilità che una volta uscite dal carcere le persone intraprendano una strada diversa da quella che le ha portate fin là.
O si capisce questo, e si agisce di conseguenza svuotando le carceri dalle persone che potrebbero scontare la pena attraverso misure alternative, e al contempo rendendole luoghi effettivamente riabilitanti per tutti gli altri, oppure è meglio dirci con sincerità che gli istituti penitenziari sono solo delle discariche nelle quali si accatasta tutto quello che non si è capaci o non si ha voglia di affrontare la questione".
- Pescara. Il sottosegretario Macina: "Sì ai fondi per il carcere"
- Bari. Parco della giustizia, Sisto rassicura sui tempi: primo lotto entro il 2024
- Il Covid in carcere tra emergenze e menzogne
- Nisida (Na). Il cuoco del carcere premiato da Mattarella: vita spesa aiutando i ragazzi
- Novara. Al Circolo dei lettori si parla di carcere con i garanti e i consiglieri regionali









